
Cachette. Fino a nascondere con il proprio corpo
Progetto Melting Pot Europa - Wednesday, April 8, 2026
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.
Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.
Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità.
Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale
Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026
Roberta Derosas
12 Febbraio 2026
La cachette è ciò che non si vede e tiene in vita. Più che un luogo, forse è un gesto.
Nel viaggio senza spazio e senza certezze degli aveturiers, gli oggetti si riducono: pochi, mobili, provvisori. Si perdono, si lasciano, si ritrovano. Restano lungo il cammino come tracce sulla sabbia.
Si nasconde ciò che conta: nel terreno, tra le pietre, sotto un albero.
Oppure nel corpo, il contenitore più sicuro, perché custodisce e a volte ingoia.
Nascondere nel corpo significa avvicinare l’oggetto al limite del sé, fino quasi a confonderlo.
Ma ogni nascondiglio è noto anche a chi cerca, allora la cachette non è mai sicura, solo necessaria.
È un equilibrio fragile tra avere qualcosa e non perderlo, portare senza mostrare, proteggere fino a far scomparire.
Cachette
Parola di Vincenza Pellegrino e Hamid Ben Moussa
Cachette, dal francese cacher (nascondere), è un termine molto utilizzato nell’esperienza della mobilità osteggiata e sta a indicare il nascondiglio per oggetti importanti per la propria sopravvivenza. In un contesto dove si può viaggiare solo di nascosto, senza forme di tutela istituzionale o formale di nessun tipo, dentro condizioni di privazione e pericolo, dove ci si deve spostare spesso e con persone poco conosciute, la questione degli oggetti – della loro trasportabilità e della loro tutela – è centrale.
Si tratta di viaggi lunghi molti mesi e più spesso diversi anni, necessari per attraversare il deserto sahariano e le diverse frontiere, ormai tutte controllate militarmente e tutte fonti di esperienze violente e traumatizzanti, così come necessari per organizzare la traversata del Mediterraneo.
Sono viaggi da compiere «in nudità», senza possibilità di occupare spazio né di proteggere sé e i propri averi. Nascondere gli oggetti ed evitare i furti è quindi una questione vitale.
Questa esperienza di vita modifica profondamente la relazione con gli oggetti, a cui si impara a rinunciare, e che divengono materia di sogno e simbolo di speranza (qui l’idea del «futuro consumo» assume una sua specifica funzione, alimenta la resistenza ben oltre la banale socializzazione globale al consumismo).
Questa relazione modificata con gli oggetti è molto interessante: siccome non si possono trasportare su mezzi di fortuna dove sono presenti moltissime persone, bisogna lasciarli e riprenderli; quindi si seminano spesso per strada per poi ricercarli altrove, tra quelli seminati da altri. Il viaggio è segnato e segnalato da una scia di oggetti abbandonati che oggi si trovano in moltissimi luoghi di frontiera.
Specifica poi è la relazione con gli oggetti che si devono acquistare nei negozi dove servono documenti, ad esempio le telefonie, i cellulari, le schede sim, gli strumenti necessari all’orientamento attraverso piattaforme: questi oggetti – proprio per l’impossibilità di utilizzare la propria identità, per la mancanza di documenti o la paura di esporli ed essere catturati, denunciati, sequestrati – strutturano l’ampio mercato nero legato alla mobilità impedita.
Semmai si riuscirà ad arrivare al possesso di un prezioso cellulare, il problema maggiore sarà appunto nasconderlo. Sicuramente le forme di cachette, di nascondiglio appunto, cambiano a seconda del tipo di oggetti. Alcuni sono più ingombranti (ad esempio il cellulare) e acquistarli o nasconderli comporta l’aiuto di persone locali; quindi è possibile solo col tempo e grazie alle abilità relazionali e all’uso di lingue veicolari.
Altri sono oggetti più piccoli, come le schede sim (utili per gestire anche i conti bancari) o il denaro contante, purché sia di taglia piccola. Questo tipo di oggetti vengono nascosti per lo più sul corpo, che diventa allora la grande cachette: nei racconti dei testimoni abbiamo sentito di persone che li hanno ingoiati avvolti in plastica sottile, o hanno utilizzato i propri sfinteri, o li hanno intrecciati e nascosti nei capelli o cuciti dentro gli strati della stoffa e negli orli dei vestiti, e così via.
Ma siccome tutti e tutte conoscono queste tecniche e le perquisizioni sono all’ordine del giorno (anche da parte delle polizie, che poi li requisiscono costantemente), il possesso di oggetti resta una questione molto delicata e pericolosa.
Nei racconti vi sono anche nascondigli sotto gli alberi, tra le rocce, nelle buche, soprattutto nella vita degli accampamenti di lunga durata, come zitounes, brousse e forêt. In questo caso sono soprattutto i racconti di donne che, restando al campo, sviluppano particolari strategie rispetto alle cachette, alla protezione degli oggetti, agli oggetti di protezione, che vengono nascosti non solo nel corpo ma anche nei capelli lunghi.
Esempi dal campo
Il telefono è come il miele e tu sei come sparso di miele tra le api. Anche la polizia cerca i telefoni. Io non avevo niente, senza telefono e senza niente ero nudo, e forse la gente mi guardava con meno problemi per questo. Io ho pensato che non avere niente e avere buone relazioni fosse meglio, mi permetteva di usare gli oggetti degli altri. Così non avevo telefono ma potevo chiedere informazioni a chi aveva il telefono.
Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia
Se c’è una cosa utile che avevo imparato da mia madre prima di partire è come diventare una cachette. Io e il mio corpo. Uno scrigno, una cassaforte del pochissimo che ho. Quello l’ho poi perfezionato, ho scoperto nuovi modi e imparato come andare a nascondere senza essere vista né seguita. Sono stata perquisita varie volte senza che lo scoprissero. Poi altre volte sono stata derubata. Io non ho mai rubato. Funziona così. Le cose scompaiono molto, ma ci sono molte persone che non rubano tra noi.
Intervista con Paulette, giovane donna di origine ivoriana conosciuta in Tunisia e oggi ancora bloccata lì