
Le imprese degli immigrati sfidano la crisi e riscrivono i luoghi comuni
Progetto Melting Pot Europa - Tuesday, March 24, 2026Secondo il Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025 del Centro Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con CNA, in meno di quindici anni le aziende condotte da persone straniere sono cresciute di quasi il 50%, diventando un pilastro strutturale dell’economia italiana.
Crescono quando le altre calano, resistono alle crisi, si strutturano, si diversificano e cominciano a trainare filiere produttive. Le imprese guidate da immigrati in Italia non sono più un fenomeno marginale o di passaggio: sono, secondo i numeri, uno dei motori silenziosi dell’economia italiana.

È quanto emerge dal Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025, presentato a Roma presso la sala “Esperienza Europa-David Sassoli” e realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con CNA – Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa. Una ricerca basata sui dati del Registro delle Imprese, condotta ininterrottamente dal 2014, che quest’anno porta con sé una lettura statistica della realtà: non solo i numeri crescono, ma lo fanno smentendo quasi tutti i pregiudizi consolidati sul fenomeno.
Quasi 667mila imprese: una crescita “anticiclica”
I dati parlano chiaro. Tra il 2011 e il 2024, mentre le imprese italiane “autoctone” perdevano il 7,9% delle unità, quelle condotte da persone straniere aumentavano del 46,9%, passando da 454.029 a 666.767. Una traiettoria ascendente che non si è interrotta neppure di fronte agli strascichi della crisi del 2008, alla pandemia o alle tensioni energetiche innescate dai conflitti internazionali.
Il Rapporto definisce questo fenomeno con un’espressione precisa: “dinamismo anticiclico”. Alla fine del 2024, le imprese immigrate rappresentano l’11,3% di tutte le attività indipendenti del Paese, contro il 7,4% del 2011. E, secondo i ricercatori, il potenziale è ancora largamente inespresso.
«L’imprenditoria immigrata non è solo parte integrante del tessuto produttivo italiano», scrivono IDOS e CNA, «ma un vettore che ne sostiene significativamente la crescita, anche grazie al sempre più spiccato protagonismo delle donne. Una realtà tutt’altro che marginale o congiunturale, capace di resistere ai mutamenti di contesto e di contribuire in modo strategico allo sviluppo economico del Sistema Paese».
Uno degli stereotipi più duri a morire è quello dell’impresa immigrata come realtà fragile e provvisoria. I dati lo ridimensionano. È vero che le ditte individuali restano la forma prevalente (72,4%), ma la composizione interna sta cambiando velocemente. Le società di capitale, cresciute del 223,2% tra il 2011 e il 2024, coprono oggi il 21,1% del tessuto imprenditoriale immigrato, a fronte del 9,6% di tredici anni fa. Il Rapporto parla di una «incisiva transizione verso forme societarie più strutturate», accelerata soprattutto nel periodo post-pandemico.
Anche la durata delle imprese racconta una storia diversa da quella del passato: più di un terzo di quelle esistenti (37%) ha alle spalle oltre dieci anni di attività, a testimonianza di «esperienze imprenditoriali consolidate e integrate nel mercato territoriale».
Forse il dato più sorprendente riguarda il ruolo nelle filiere produttive locali. Tra il 2019 e il 2022, il 18% delle 136mila aziende manifatturiere italiane analizzate da un database di Intesa Sanpaolo ha acquistato beni e/o servizi da imprese immigrate, per un valore complessivo superiore a 3 miliardi di euro. Una quota che il Rapporto definisce «ancora relativamente contenuta, ma dalla valenza strutturale». Significativo anche il profilo dei fornitori: rispetto alle aziende autoctone, quelle immigrate offrono meno servizi di base e più servizi avanzati. Il 12% è addirittura identificato come «strategico» per le imprese che si riforniscono da loro.
Le donne immigrate: la vera sorpresa
Nel Rapporto emerge una tendenza che spicca come interessante novità: quella delle donne. Tra il 2011 e il 2024 le imprese guidate da immigrate sono aumentate del 56,2%, un ritmo ben superiore a quello già notevole registrato dall’insieme dell’imprenditoria straniera. Sono oggi 164.509, un quarto (24,7%) di tutte le iniziative imprenditoriali degli immigrati in Italia, e rappresentano il 12,6% dell’intera imprenditoria femminile nazionale, un’incidenza quasi doppia rispetto al 7,3% del 2011.
Un protagonismo che si fa ancora più significativo se si considera il contesto: le donne immigrate restano tra i segmenti più penalizzati del mercato del lavoro, largamente concentrate nel lavoro domestico e di cura, con scarse possibilità di mobilità professionale nonostante spesso dispongano di competenze elevate. L’imprenditoria rappresenta per molte di loro una via di emancipazione e autopromozione che il mercato del lavoro dipendente difficilmente offre.
I settori di inserimento più frequenti restano il commercio e la ristorazione, ma negli ultimi cinque anni a crescere più rapidamente sono stati comparti fino a poco fa quasi inesplorati: le attività immobiliari (+33,3%), quelle finanziarie e assicurative (+24,7%), le professioni scientifiche e tecniche (+24,2%), i servizi alla persona (+27,2%). Nell’insieme, quasi 10.000 imprese femminili immigrate operano oggi in questi settori specialistici, a conferma di una capacità crescente di cogliere opportunità nuove e di costruire percorsi imprenditoriali sempre meno prevedibili.

Il tramonto delle “specializzazioni etniche”
Per anni si è parlato di comunità di immigrati inchiodate a specifici settori: le persone di origine marocchina nel commercio, rumena nell’edilizia, cinese nella ristorazione e nel manifatturiero e così via. Il Rapporto registra una «lenta ma graduale attenuazione» di queste concentrazioni. Le specializzazioni non sono scomparse – albanesi e romeni restano fortemente presenti nell’edilizia, bengalesi e marocchini nel commercio – ma i margini si stanno erodendo, sotto la spinta del mercato e dell’emergere di nuovi profili imprenditoriali.
Nel frattempo, dopo la pandemia, stanno crescendo in modo rilevante settori inaspettati: i servizi immobiliari (+32,6% dalla fine del 2020), quelli finanziari e assicurativi (+25,4%), le attività scientifiche e tecniche (+18,8%). E il commercio, un tempo dominante, registra una flessione del 6,6%. In controtendenza, il comparto alberghiero e della ristorazione segna un +93,6% dal 2011.
Nonostante i risultati, il Rapporto segnala margini di crescita significativi. Il tasso di lavoratori indipendenti sul totale degli occupati delle persone straniere è ancora al 12,9%, contro il 20,9% dei nati in Italia. E solo il 27% degli autonomi immigrati impiega lavoratori dipendenti, un dato vicino alla media europea (28,6%) ma lontano dal 33,9% dei nativi.
«È fondamentale valorizzare questo dinamismo attraverso politiche mirate», concludono IDOS e CNA, «che sostengano la crescita professionale, il consolidamento strutturale e l’accesso agli incentivi».
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