
Il costo del silenzio
Comune-info - Tuesday, February 10, 2026
Unsplash.comIl caso Chomsky-Epstein non è un fatto privato, ma un problema che tocca la verità stessa del pensiero critico. Quando un intellettuale sceglie la frequentazione e il silenzio di fronte a un sistema di violenza transnazionale sui minori, l’argomento della “conoscenza dall’interno” perde ogni legittimità.
Edward Said, in Dire la verità, è estremamente chiaro su questo punto. L’intellettuale, scrive, non è colui che dispone di un accesso privilegiato ai luoghi del potere, ma colui che rifiuta di diventare un insider, anche quando quell’accesso promette informazioni, influenza o prestigio. La verità, per Said, non nasce dalla prossimità, ma dalla distanza critica; non dall’inclusione, ma da una forma di estraneità che espone al rischio, alla perdita, talvolta all’isolamento. Per questo Said insiste sul fatto che “dire la verità al potere” non è un atto retorico, ma una pratica che implica un costo. Senza costo, la verità si trasforma in competenza; senza esposizione, la critica diventa una professione. L’intellettuale che non paga alcun prezzo per ciò che sa e per ciò che vede, che non rompe alcun legame, che non assume alcun rischio, ha già smesso – per Said – di svolgere la propria funzione pubblica.
Noam Chomsky ha costruito un’intera opera dedicata alla critica delle élite, dei meccanismi di dominio, della fabbrica del consenso. Tuttavia, quando il potere si è manifestato nella sua forma più oscena – come rete che intreccia ricchezza, influenza e violenza sui corpi più vulnerabili – quelle analisi non si sono tradotte in un gesto pubblico di rottura. In assenza di quel gesto, il pensiero critico rischia di ridursi a capitale simbolico: produce autorevolezza e carriera, ma non responsabilità.
Said offre qui una distinzione decisiva: l’intellettuale non è colui che “capisce” il mondo meglio degli altri, ma colui che sceglie da che parte stare quando il mondo si spezza. E ci sono soglie che, una volta attraversate, non consentono più ambiguità. La violenza sui bambini non è una contraddizione secondaria né un dettaglio biografico: è un limite assoluto. Di fronte a questo limite, la mancanza di una condanna pubblica e di una presa di distanza non è una dimenticanza, ma una scelta.
L’intelligenza senza il cuore: una frattura insostenibile
Non si può separare l’intelligenza dal cuore. Non si può pensare che idee brillanti mantengano la loro verità quando chi le ha enunciate le calpesta brutalmente con i propri gesti, o peggio, con la propria indifferenza. Questo non è un piccolo sbaglio umano, una fragilità perdonabile. È un’azione consapevole che ignora, normalizza, accoglie ciò che l’interlocutore ha fatto. Chomsky non doveva semplicemente “prendere le distanze”: doveva denunciare, condannare, rompere. Senza questo gesto, le sue idee non si indeboliscono soltanto – producono delusione in chi le ha sostenute, perché dimostrano che chi le ha scritte non era disposto a sacrificare nulla quando è arrivato il momento.
La domanda diventa allora inevitabile: come può un intellettuale che si pone “contro” un sistema di potere, che si pone come giudice critico delle complicità altrui, diventare poi connivente quando quel potere si manifesta davanti ai suoi occhi? Come può accadere che lucidità analitica e cecità etica coesistano nella stessa persona?
Hannah Arendt e la banalità della complicità
Hannah Arendt ci ha insegnato che il male non è sempre mostruoso, che può convivere con la normalità, persino con l’intelligenza. Ma ci ha anche insegnato che la banalità del male non lo giustifica – anzi, lo rende più inquietante. L’intellettuale che “non vede” ciò che avviene davanti ai suoi occhi, che normalizza l’intollerabile perché appartiene alla sua cerchia, riproduce esattamente quel meccanismo di disimpegno morale che Arendt ha analizzato nei carnefici ordinari del totalitarismo.
Quello che viene fuori dal caso Epstein è qualcosa di orribile, di disumano, contro ogni umana comprensione. Ed è proprio di fronte a questo orrore che il silenzio di un intellettuale critico diventa intollerabile. Perché dimostra che l’intelligenza critica non garantisce integrità morale. Si può denunciare il potere in astratto e poi accomodarvisi nei salotti, nelle conversazioni private, nelle relazioni che “non si vogliono rompere”. La critica diventa allora un marchio identitario, non una prassi. Un ornamento, non un rischio.
E quando la scelta è tra la denuncia della violenza sui bambini e la preservazione di una relazione con il potere, non esiste ambiguità possibile. Esiste solo il silenzio che condanna.
Simone Weil direbbe che la vera colpa non è frequentare il male, ma non sentirne il peso come una ferita.
LEGGI ANCHE:
Sulla fatica di elaborare politicamente gli Epstein files
L'articolo Il costo del silenzio proviene da Comune-info.