La mascolinità rottaQUALCOSA SI È ROTTO IN QUELLO CHE RITA SEGATO HA CHIAMATO IL “MANDATO DELLA
MASCOLINITÀ”. L’ULTIMO LIBRO DI NURIA ALABAO INDAGA QUELLA FRATTURA IN CUI
APPAIONO DIVERSE SOTTOCULTURE MACHISTE E ANTIFEMMINISTE, DAI GYM-BROS, GLI
OSSESSIONATI DELLA PALESTRA, AGLI ATTIVISTI PER I DIRITTI DEGLI UOMINI…
PRENDENDO SPUNTO DA QUESTO SCENARIO, AMADOR FERNÁNDEZ-SAVATER SI CHIEDE COME È
POSSIBILE ACCOGLIERE QUELLA ROTTURA NON PER RESTAURARLA MA COME OCCASIONE DI
TRASFORMAZIONE. PARLARE CON QUEGLI UOMINI CHE PROMUOVONO VISIONI MISOGINE? DI
COSA? E SOPRATTUTTO IN CHE MODO?
Foto di Stefano Ferrario da Pixabay
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Qualcosa si è rotto nella mascolinità, nel modello egemonico di mascolinità, in
quello che Rita Segato chiamava a suo tempo il “mandato della mascolinità”.
Cioè, quel mandato continua a emettere i suoi ordini (essere un “uomo vero” è
essere un maschio organizzatore, protettore, dominante, autosufficiente), ma il
mondo non offre più i mezzi per incarnarlo. Il libro di Nuria Alabao Ínceles,
gymbros, criptobros y otras especies antifeministas elenca alcune di queste
difficoltà, alcuni di questi ostacoli: la generale precarizzazione
dell’esistenza, la spinta sia femminile che femminista nella società, lo scoppio
del binarismo di genere, fenomeni come la pandemia…
Il lavoro non garantisce più, il genere femminile non è subordinato, il genere è
pluralizzato, il corpo stesso non obbedisce. Qualcosa resta disaccoppiato,
sconnesso, rotto. Una dissonanza strutturale tra il mandato e le sue condizioni
di possibilità. Chi sono adesso? Cosa si aspetta da me?
Una mascolinità zombie continua come se niente fosse, ma per il resto di noi si
apre una zona d’indeterminatezza attraverso la quale circolano sentimenti come
l’impotenza, l’umiliazione, l’inferiorità, la frustrazione, la disorientamento,
la solitudine…
In questa zona d’indeterminatezza appaiono tutte quelle sottoculture machiste e
antifemministe che analizza Nuria Alabao nel suo libro: gym-bros (gli
ossessionati della palestra, ndr), cripto-bros (gli ossessionati delle
criptovalute), artistas del ligue (gli uomini che si considerano esperti nella
seduzione), attivisti per i diritti degli uomini…
Restauro, vittimizzazione, ripiegamento
Ciascuna di esse è a mio avviso una particolare elaborazione della crisi del
modello egemonico di mascolinità, una tecnologia esistenziale per elaborare la
crisi: i gim-bros e i cripto-bros sono la promessa di un restauro del rotto,
attraverso la riaffermazione anfetamínica del modello egemonico di mascolinità,
nell’incrocio tra il culto del corpo e l’imprenditorialismo neoliberale. La
rottura è riconosciuta, ma riformulata come deficit individuale e fallimento di
rendimento. Il corpo diventa l’ultimo baluardo di sovranità: senza lavoro, senza
casa, con paura, possiamo ancora fare burpees (esercizi a fisici a corpo libero
ad alta intensità, ndr)!
Questa risposta ha qualcosa del simulacro: muscoli invece di potenza reale,
denaro immaginario, gesti e retorica. Quel simulacro può calmare l’angoscia e
dare senso per un istante, ma ciò che è rotto rimane rotto e la delusione finale
è assicurata.
I cosiddetti da Nuria Alabao “attivisti per i diritti degli uomini” sono a mio
avviso una risposta vittimizzata alla crisi. Gli uomini sono considerati da loro
come vittime del femminismo e dei suoi eccessi (sul lavoro, nei tribunali, nella
legislazione). Ciò che è rotto viene riformulato così come il torto (giuridico e
morale). Non si legge come effetto di trasformazioni complesse, ma come danno
che un altro mi causa (“ora il sistema discrimina noi”). Il femminismo si
presenta come abusivo, la sua complessità e pluralità si riduce alle espressioni
istituzionali o punitiviste, l’uomo si presenta come minoranza non protetta. Le
denunce, i quadri legali, i procedimenti giudiziari diventano ora il campo di
battaglia.
La risposta di Nuria Alabao è affermativa e coraggiosa: entra in ogni
discussione separata (discriminazione, quote, detenzioni preventive,
cancellazione), indica altre cause per i dati che si presentano sulla sofferenza
maschile invece di negarli, riprende alcune delle critiche da un approccio non
punitivista, si espone infine e rischia la discussione, mostrando una fiducia
nella potenza del femminismo per discutere qualsiasi cosa.
Gli Inceles (parola che appare anche nel titolo del libro intorno a cui ragiona
l’autore in questo articolo, è l’abbreviazione dell’inglese involuntary
celibate, “celibe involontario”, e allude agli uomini che online si definiscono
incapaci di trovare relazioni con le donne per colpa delle donne, ndr) rimangono
nei corpi rotti. Non possono adempiere al mandato della mascolinità, ma nemmeno
rivoltarsi contro di essa né trovare una direzione alternativa, un modo diverso
di essere uomini, di incontrare donne, di vedere se stessi. Rimangono nella zona
di indeterminazione, nell’impotenza, nell’umiliazione, nel sentimento di
inferiorità, a volte tradotto in violenza misogina, il più delle volte come
frustrazione, ritiro, solitudine. Sono intrappolati in un vero e proprio vicolo
cieco: obbediscono a un mandato di mascolinità che restituisce loro un’immagine
deficitaria di se stessi (“non siamo all’altezza”).
Infine, la manosfera (l’insieme di comunità, blog, social media che promuovono
visioni misogine) è lo spazio dove tutto quel disagio per ciò che è rotto si
traduce in adesione alla destra, è la macchina che traduce la sofferenza
maschile in sostegno ai Trump, Milei, Abascal (Santiago Abascal, presidente del
partito spagnolo di estrema destra Vox), ecc. In questo modo, il più micro e
quotidiano diventa la “base libidinale” dell’estrema destra globale. Il
personale è politicizzato, ma in senso antifemminista.
Culto della forza, disprezzo dei deboli, naturalizzazione delle gerarchie,
ammirazione per il vincitore, messa in scena di potenza, racconto epico di
restauro nazionale-maschile, designazione di capri espiatori, l’estrema destra
offre alla mascolinità rotte spiegazioni da utilizzare, nemici da odiare, cause
a cui aderire.
Si può assumere il rotto in altro modo, non volerlo restaurare, non prenderlo
come danno o offesa, non restare nel rotto, ma attraversarlo come occasione di
trasformazione, come passaggio verso un nuovo paesaggio, altre forme di essere
maschio, altre mascolinità, eguali, non patriarcali?
Come parlare con loro?
L’ultima parte del libro di Nuria Alabao si domanda come parlare con loro, come
interpellare i giovani dal femminismo, come includerli in un progetto di
trasformazione che ha bisogno di loro. È una domanda aperta, senza ricette, un
invito a pensare, in collettivo. Il libro si presenta incompiuto, vuole
completarsi nella conversazione con i lettori e le lettrici che si sentono
interpellati.
Personalmente, direi che c’è qualcosa che non funziona: la colpevolizzazione
come motore del cambiamento, la colpevolizzazione come effetto di strategie
politiche moralizzatrici (indicare il bene, punire il male). Quello che si
chiama il “woke”. Perché il woke esiste, non è un’invenzione dell’estrema
destra, attraversa i mondi e le persone che si identificano con la
trasformazione sociale, come passione per indicare, passione per correggere e
passione per punire (o cancellare).
Il rimprovero e la critica, la richiesta morale, il richiamo pubblico, con
l’idea cosciente o inconscia che la colpa (sentirsi in colpa, far sentire in
colpa, estendere il senso di colpa) può avere un’efficacia di trasformazione. Ma
la colpa non cambia nulla, non produce alcuna modifica soggettiva, solo gesti
difensivi, ritiri strategici, simulazioni di cambio. Una volta passato lo
spettacolo della colpa, tutto torna alla normalità. O peggio: risentimento,
revanscismo, affermazione trasgressiva di ciò che è stato indicato come “male”,
ribellione contro la norma che ha cercato di imporsi come politicamente
corretta.
La colpa non funziona nemmeno come motore di trasformazione “verso l’interno”.
Autoesigenza, vigilanza interiore, ideale dell’io, correzione superficiale del
linguaggio. Lo spiegano Alejandro Vainer e Carlos Barzani, nel loro libro El
malestar de los hombres en tiempos de oscuridad, riguardo a quello che è stato
chiamato “decostruzione della mascolinità”. Questa pratica, molto tipica del
progressismo benpensante, funziona sotto il presupposto intellettualista che si
può decostruire come si decostruisce un testo e fa appello a una forza di
volontà di tipo superyoico (“dobbiamo essere buoni, smettere di essere
patriarcali). Il soggetto è controllato, contenuto, represso, ma non cambia.
In entrambi i casi, a mio avviso, il fallimento ha le stesse ragioni: la colpa
non tocca il desiderio e l’unica forza di trasformazione effettiva è il
desiderio. Il disagio provato per un modo di essere maschile che non si ama più
e la voglia di trovare un modo diverso di vivere. Il disagio e la voglia, non la
moralizzazione e la colpa.
Parlare e politicizzare
Nel libro di Nuria Alabao trovo due proposte che mi interpellano: conversare e
politicizzare.
La domanda su come dialogare con loro, con quei giovani nella zona
d’indeterminatezza, nella zona di pericolo, nel vuoto del rotto, mi sembra
fondamentale. In famiglia, a scuola, tra amici… Quale parola può trasformare,
quale spazio di scambio di parole può toccare qualcosa in noi e cambiarci, c’è
domanda politicamente più rilevante oggi? La parola non è mero veicolo di
informazioni, non è cinghia di trasmissione di significati o di messaggi, ma una
forza che fa e disfa il mondo, che può avvelenarci e anche curarci. Lo sappiamo
tutti per esperienza, la parola può trasformarci, almeno a certe condizioni.
Come parlare con loro, in quali condizioni? La proposta di Nuria Alabao, così
come la interpreto io, è di osare pensare con loro. Non spiegare loro le cose,
ma pensare con loro. È molto diverso. Passa, come dice molto bene Nuria, per
dare legittimità ai loro dubbi, per evitare risposte note, per affrontare
domande scomode.
Adulti che non si pongono nella posizione di chi sa e spiega, ma che si offrono
come compagnia per pensare, non necessariamente da posizioni simmetriche e
orizzontali, ma dall’idea che l’altro possa pensare per se stesso e anche dalla
propria voglia di farlo. Perché solo ascolta e parla veramente chi vuole pensare
qualcosa, chi vuole imparare qualcosa, chi vuole andare oltre se stesso, di ciò
che già pensava e credeva, e ha bisogno dell’altro per farlo.
C’è un tipo di parola, di spazio e scambio di parole, che non trasforma perché
non conta con l’altro. La parola verticale, pedagogica o moralizzante, che
inserisce l’altro nella posizione di oggetto che deve semplicemente “assimilare
il giusto”. Pensare è diverso, una parola rivolta all’altro come soggetto, una
conversazione tra soggetti, uno scambio nella quale ogni voce è importante,
valida, può dare il suo contributo. Questa è una parola che può toccare il
desiderio.
Il disagio e la voglia
Ma parlare di cosa? Direi: del disagio e della voglia. Il malessere non è un
deficit da correggere, ma una potenza di trasformazione. È il segno che qualcosa
non va bene nella nostra vita, che c’è qualcosa da rivedere su noi stessi, è un
invito a cambiare, è anche un’energia di cambiamento e trasformazione. Il
disagio non è l’opposto del desiderio, ma può essere un passaggio verso esso.
Mettere parole al nostro disagio come uomini che abitano il rotto, sulle
difficoltà di abitare quello spazio “tra” un mandato che non possiamo (né
vogliamo più) adempiere e qualcos’altro ancora da inventare. Dare nomi propri a
quello che ci succede, non assumere semplicemente le categorizzazioni che
vengono fatti da altri, tante volte con un affanno manipolatore; estrarre
l’esperienza dallo spazio della vergogna, del destino puramente individuale,
dell’innominabile; elaborare il disagio, modellarlo, dargli forma.
Ma parlare anche della voglia, delle esperienze positive, delle ispirazioni
belle, di tutto ciò che dà gusto e piacere, di ciò che ha potuto funzionare
nelle relazioni per costruire splendidi affetti, di riferimenti ad altri modi di
essere maschio che possiamo trovare nella storia, nel cinema, nella letteratura.
Condividere da lì, dalle piccole invenzioni quotidiane, dagli esempi (più che
nuovi modelli) che ispirano tutti, da ciò che dà voglia.
Infine, che cosa sostiene tutta questa conversazione difficile? È l’affetto
senza dubbio. Senza affetto di mezzo non c’è parola che possa trasformare. Ma
bisogna capire bene di che cosa si tratta. L’affetto non è “buon umore”, non è
compiacenza, non è diplomazia, ma una fiducia che ci abilita a parlare, una
fiducia incoraggiante. Che parlare può servire a qualcosa, che abbiamo qualcosa
da dire, che la nostra parola conta, che abbiamo una voce propria, che possiamo
trovare una via d’uscita dalla sofferenza.
Come parlare con loro? Creare situazioni in cui parlare di ciò che ci succede,
sia agli adulti che ai giovani, dove la parola dell’altro conta e importa
davvero, senza sapere in anticipo cosa diremo, fino a che punto arriveremo.
Politicizzare il malessere
La seconda proposta di Nuria Alabao è politicizzare il disagio. Reindirizzarlo
verso le sue vere cause, verso le precarie condizioni di vita, verso il giusto
nemico. Mettere al lavoro la rabbia che sentiamo contro il sistema che produce
il disagio, che è il capitalismo e non la “minaccia femminista”.
Io credo che tutto questo sia necessario ma non sufficiente, che non dobbiamo
solo “correggere il bersaglio” del disagio per quello rotto, ma relazionarci con
lui in un altro modo, farne un’energia di pensiero e di trasformazione. Cosa c’è
di sbagliato? Cosa possiamo fare al riguardo? Possiamo diventare uomini diversi?
Non “uomini nuovi”, quell’illusione epica e totalizzante del passato
rivoluzionario, ma uomini forse un po’ diversi, una differenza piccola ma
decisiva.
Come si desidera? Che cosa ci si aspetta dall’altro? Cosa si intende per
riconoscimento? Qual è il nostro rapporto con la vulnerabilità, con la
dipendenza? Come ci relazioniamo con la concorrenza e il successo? Come ricreare
ora, attraversando ciò che è rotto, altre sessualità, altre erotiche, senza
proiezioni di ciò che “deve essere”, ma partendo da qualcosa nella realtà che
già funziona diversamente, vuole diversamente, è già diverso?
L’esempio che volevo portare qui, per rendere più concreto il tema, anche perché
è l’esempio che ha potuto avere un impatto nella mia biografia, sono le
controculture. Non è ciò di cui abbiamo più bisogno, una nuova controcultura?
Cioè non solo di una sfida allo stabilito, ma anche di un’energia creatrice di
autotrasformazione, una nuova etica delle relazioni, una nuova educazione
sentimentale. Un nuovo amore, se così si può dire. Per me la sfida chiave di una
nuova controcultura sarebbe questa: come imparare, insieme, a leggere e
orientarci nel nostro desiderio, il più oscuro, il più difficile da ascoltare,
il nostro desiderio e quello degli altri, il nostro desiderio rispetto a quello
degli altri, un rapporto che può essere molte volte contraddittorio, opaco,
conflittuale, teso, ma anche perseverante, insistente, fiducioso. È l’avventura
più difficile ma ne vale la pena, questo mi dico e mi ripeto.
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Pubblicato su Ctxt (e qui con il consenso dell’autore)
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