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Uomini sull’orlo della violenza. Come intercettarli? 29 ottobre, webinar
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Cosa può succedere agli uomini quando perdono il lavoro o quando il lavoro diventa la loro unica dimensione esistenziale, quando una relazione affettiva, familiare, amicale entra in crisi o termina, quando stanno per diventare padri ma non sono ancora adulti? Perché quando accade è più probabile che agiscano violenza? Perché, prima di agire violenza, molte delle loro richieste di aiuto restano inevase? Esistono dei luoghi di prevenzione in cui essere ascoltati e in cui gli uomini in crisi possono trovare supporto e costruire nuovi modi di relazione? Di questo e altro si parlerà giovedì 29 ottobre 2026 dalle ore 18 alle ore 19, a conclusione del progetto “Prima che sia tardi – Nuovi percorsi di incontro e trasformazione del maschile”, promosso dall’associazione nazionale Maschile Plurale, in collaborazione con l’associazione Cambiamenti di Pescara, l’associazione Centro Famiglie di Catania e l’Associazione Persone comuni (editore di Comune). Dopo un anno di ricerca, prevenzione e formazione sulla violenza di genere, le associazioni promotrici del progetto – finanziato da ActionAid International Italia E.T.S e Fondazione Realizza il Cambiamento nell’ambito del progetto NORA against GBV* cofinanziato dall’Ue – condividono i principali risultati raggiunti. L’incontro è aperto a chiunque interessato. Intervengono Massimiliano Sfregola e Pietro Reggiani (coordinatori del progetto), Caterina Peroni (ricercatrice), Gianluca Carmosino e Riccardo Troisi (redazione di Comune), Luca Battaglia (presidente dell’associazione cambiamenti) e Antonello Arculeo (presidente dell’associazione Centro Famiglie). Il webinar si terrà in modalità diretta streaming su Facebook nella pagina di Comune: https://www.facebook.com/Comuneinfo. -------------------------------------------------------------------------------- . Scarica e diffondi la locandina . -------------------------------------------------------------------------------- Alcuni articoli sul progetto sono leggibili qui: > Prima che sia tardi -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- . -------------------------------------------------------------------------------- . . . . -------------------------------------------------------------------------------- *NORA against GBV Il progetto NORA against GBV (Network of Organization for Rights and Autonomy against gender-based violence) cofinanziato dall’Unione Europea e promosso da Fondazione Realizza il Cambiamento e ActionAid International Italia E.T.S. intende contribuire alla prevenzione e al contrasto della violenza maschile contro le donne in Italia attraverso il sostegno, il potenziamento e lo sviluppo delle capacità delle organizzazioni della società civile attive a livello nazionale, regionale e locale. Il progetto coinvolge cinquanta realtà attive in tutta Italia, creando così una rete del cambiamento in grado di ascoltare e rispondere ai bisogni specifici e concreti di ogni territorio e comunità. -------------------------------------------------------------------------------- Il contenuto di questa comunicazione rappresenta l’opinione degli autori che ne sono esclusivamente responsabili. Né L’Unione europea né DG JUST possono ritenersi responsabili per le informazioni che contiene né per l’uso che ne venga fatto. Analogamente non possono ritenersi responsabili ActionAid International Italia E.T.S. e Fondazione Realizza il Cambiamento. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Uomini sull’orlo della violenza. Come intercettarli? 29 ottobre, webinar proviene da Comune-info.
October 21, 2026
Comune-info
La violenza non ha genere?
Le riflessioni del collettivo Maschile Plurale di Modena su un convegno al di sotto di ogni sospetto (*)   Il 21 di questo mese a Modena si è svolto il convegno – LA VIOLENZA NON HA GENERE – però senza il punto interrogativo che trovate nel titolo. E’ stato duramente contestato da diverse organizzazioni femministe e dal gruppo Maschile Plurale.
September 26, 2026
La Bottega del Barbieri
«Disonorare la guerra»: percorsi e…
… proposte per una maschilità di pace.   a cura di Maschile Plurale DISONORARE LA GUERRA – a cura di Maschile Plurale Percorsi e proposte per una maschilità di pace Abdallah Aljazzar • Mohammed Al-Kulak • Silvia Baratella • Daniela Bezzi • Bruna Bianchi • Lilia Bicec • Fabio Bonacina • Annarosa Buttarelli • Gianluca Carmosino • Mario Castiglioni •
September 20, 2026
La Bottega del Barbieri
Iran: gli orrori del regime
Un nuovo rapporto di Amnesty e un appello da firmare. A seguire un articolo sull’anti-imperialismo e i prigionieri politici in Iran e poi alcuni link. Durante la rivolta “Donna, Vita, Libertà”, tra settembre e dicembre 2022, migliaia di persone manifestanti in Iran sono state uccise, torturate o incarcerate per aver chiesto il rispetto dei propri diritti umani e un cambiamento
September 18, 2026
La Bottega del Barbieri
Cura e psiche tra salvezza e oppressione
La casa editrice Tlon nell’ultimo anno ha pubblicato due libri importanti per capire ciò che di più innovativo si muove nel complesso dibattito attorno alla salute mentale e alla riflessione sociopolitica su di essa: si tratta di La terapia non ci salverà. Nuove pratiche di vicinanza oltre la vita psicologizzata di Giulia Bergamaschi e La psicologia è politica. La scienza psicologica tra potere, cura e giustizia sociale” di Eleonora Marocchini e Federico Dibennardo. I due testi, oltre ad approfondire argomenti contigui e a proporre orientamenti culturali simili, sono affini anche per i modi di procedere nell’argomentazione: sia Bergamaschi sia la diade composta da Marocchini e Dibennardo hanno trovato un modo di divulgare le loro riflessioni dosando accuratamente i rimandi alla letteratura scientifica e la restituzione dei vissuti, con grande attenzione all’esposizione del proprio posizionamento e alla messa in luce degli aspetti spesso silenziati nella produzione teorica: quelli connessi all’intimità di chi prende parola e al rapporto con le popolazioni subalterne dalle cui esperienze sono tratte le elaborazioni critiche. Bergamaschi, filosofa presso l’Università di Bologna, sceglie di non nascondersi dietro la facciata della neutralità accademica, rivendicando una prospettiva esplicitamente situata e parziale che attinge direttamente alla propria storia biografica: il racconto si snoda attraverso memorie personali, come il primo incontro con la psicoterapia e le fatiche quotidiane condivise con le amiche in contesti precari, che fungono da perni emotivi per analisi e critiche più vaste. > L’autrice intreccia sapientemente i contributi della sociologia con l’uso > consapevole della lingua, un atto volto a mostrare il potere escludente delle > parole e gli aspetti manipolatori che si nascondono dietro i modi di parlare > di sè: la scelta di utilizzare il femminile esteso, non solo come opzione > linguistica inclusiva ma come occasione per rivendicare una genealogia di > pratiche che affonda le radici nel femminismo e nelle lotte collettive, è un > esempio dell’alternanza tra rigore teorico e rilevanza della postura personale > che si trova nel testo. Come approfondiremo in seguito, essa permette di smontare il panico morale diffuso nei discorsi sulle nuove vulnerabilità, restituendo dignità a una stanchezza strutturale che è figlia della precarietà materiale e non di una semplice fragilità morale. Marocchini e Dibennardo – l’una psicolinguista, psicologa, ricercatrice e divulgatrice scientifica neurodivergente con varie pubblicazioni all’attivo, l’altro psicologo clinico e psicoterapeuta queer e neurodivergente – alternano nei vari capitoli la rigorosa esposizione delle metodologie e dei risultati della ricerca scientifica più recente nel campo della psichiatria, della psicologia e delle neuroscienze con accurate descrizioni di esperienze tratte dalla pratica educativa, dai contesti clinici e dalle vicende quotidiane: questa alternanza di stili consente di sviluppare un’esposizione attenta sia alle dimensioni soggettive sia alle profondità e alle controversie del discorso accademico. > Marocchini e Dibennardo intrecciano cioè la precisione dell’analisi teorica > con il racconto personale della vulnerabilità, evitando la trappola di un > sapere distaccato e asettico: questa scelta si riflette nell’incontro tra la > voce della ricerca, quella delle pratiche e quelle dei movimenti, con parti > narrative che restituiscono spessore umano alla sofferenza e ai percorsi > emancipazione possibili; l’esposizione non si limita infatti alla trasmissione > di dati, ma si configura come una mappa plurale, mossa da un orientamento che > riconosce la parzialità di ogni sguardo per mettere in dialogo «clinica e > movimenti sociali». Oltre allo stile caratterizzato da una costante riflessività, il libro si segnala per una importante dimensione corale: al termine di ogni capitolo, si cede lo spazio a voci esterne che portano prospettive situate e saperi militanti (Fabrizio Acanfora, studioso di Disability Studies e presidente dell’associazione Neuropeculiar, Ronke Oluwadare, psicoterapeuta a orientamento sistemico sociocostruzionista che lavora con persone di origine straniera, Federica Carbone, esperta per esperienza del disturbo di personalità e istruttrice di mindfulness, Natascia Maesi, presidente nazionale di ArciGay, e Dan Piras, psicologə clinicə, non binaria e ADHD): questa interazione trasforma il saggio in un dialogo aperto tra accademia, clinica e movimenti. OLTRE L’IDEOLOGIA DELLA NEUTRALITÀ È opportuno leggere questi due libri insieme: oltre alla scrittura intesa come un atto di giustizia sociale, entrambi testimoniano dei difficili percorsi che oggi un gruppo non piccolo di persone svolge per rispondere all’urgenza etica di un prendersi cura che sia realmente situato e trasformativo, cercando in esso sia forme di salvezza alternative a quelle propagandate dall’ideologia neoliberale sia evitando di assecondare le strutture oppressive che si annidano nella scienza che pretende di oggettivare e curare la psiche. In La terapia non ci salverà Bergamaschi analizza la psicologizzazione della vita e la pervasività del cosiddetto therapy speak: l’autrice documenta come il lessico clinico sia migrato dallo spazio terapeutico ai contesti lavorativi e digitali, trasformando le relazioni in ambiti di gestione intesi come campi di ottimizzazione della propria performance; l’opera argomenta diffusamente come questo fenomeno, a partire da una strategia funzionale alla massimizzazione del profitto e al controllo della forza lavoro nei contesti aziendali, sia arrivato a produrre una lettura individualizzata di ogni forma di disagio, oscurando i determinanti materiali e strutturali della sofferenza collettiva. Il testo, ponendosi all’interno di una tradizione sociologica radicata, usa la lente della psicologizzazione per analizzare le forme attuali della soggettività e la fatica del loro definirsi in rapporto a dimensioni contestuali problematiche come la precarietà economica ed esistenziale, i rapporti tra le generazioni, il sistema di valori dominante caratterizzato da familismo e patriarcato. Miti scientifici come l’empatia, l’intelligenza emotiva, la gestione delle emozioni, l’autonomia (o self-reliance), il self-care (la “cura di sé”) e i confini vengono sottoposti a un rigoroso vaglio critico (per la torsione in senso manageriale di cui sono oggetto nella letteratura psy) e decostruiti e nella loro funzione di strumenti di controllo o di privatizzazione del disagio: citando la neuroscienziata Samah Karaki, ad esempio, l’autrice spiega che il costrutto dell’empatia (biologizzato attraverso la retorica dei neuroni-specchio) mistifica quello che dovrebbe essere un impegno relazionale conscio, faticoso e non immediato, oscurando che esso risponde all’ineludibile ingiunzione politica che delimita «chi fa parte del nostro gruppo» e presentandolo impropriamente come naturale. Gli altri pilastri egemonici della cultura terapeutica vengono indicati come vettori di un progressivo spostamento della nozione di benessere dall’ambito delle qualità relazionali ed esistenziali al territorio rigidamente amministrato delle competenze professionali e dell’imprenditoria di sè stessə: “bastare a sé” (negando la cruda realtà dell’interdipendenza), accusare l’altrə di essere “tossicə” (invece di abitare la fatica dello stare insieme), tenere la “giusta distanza emotiva” nelle relazioni (fino a che non si rischia di risultare “pesanti” o “poco competenti” quando la vulnerabilità irrompe nello spazio di una intimità impossibile da sanificare) sono analizzati come dispositivi che riducono la disponibilità al conflitto e alla negoziazione, arrivando a promuovere l’isolamento come forma estrema di realizzazione dell’individualismo. Bergamaschi affronta anche il dibattito sul concetto di trauma: pur non negando le sofferenze che esso serve a nominare, l’autrice spiega la sua diffusione pervasiva nel quadro dell’uso di categorie cliniche come unica moneta di scambio per ottenere legittimità sociale, convalidare i propri bisogni e sostenere la propria capacità di aspirare, in una società che non riconosce il dolore se non è medicalizzato; a essa contrappone la necessità di tornare a leggere politicamente i legami e a coltivarli attraverso nuove pratiche di vicinanza; su questa contrapposizione si gioca il fulcro dell’analisi. Nel solco della tradizione sociologica, Bergamaschi non distingue tra psicologizzazione e psichiatrizzazione: entrambe sono aspetti di un un unico fenomeno, che risulta comprensibile solo se analizzato nella sua unitarietà. In questo senso cita Robert Castel, in particolare il suo lavoro del 1981 La gestione dei rischi. Dall’antipsichiatria alla post-psicoanalisi. Le categorie del sociologo francese mostrano il complessivo passaggio da un paradigma manicomiale (nel quale il trattamento della patologia e la gestione degli scarti umani che ne erano affetti era sottoposto all’unica autorità – amministrativa e terapeutica insieme – del gruppo professionale psichiatrico), a uno fondato sulla gestione differenziale delle popolazioni: secondo questa prospettiva, i saperi psy mirano a mappare, monitorare e neutralizzare i rischi all’interno di un sistema amministrativo e burocratico, distinguendo accuratamente le popolazioni da invalidare rispetto a quelle da potenziare. In un quadro contemporaneo – nel quale la linea di demarcazione di questa distinzione attraversa in potenza il cuore di ciascuna soggettività – Castel ha fornito la base per comprendere come l’oggettivazione della vita psichica sia stata ridotta a un’operazione centrale di archiviazione e smistamento di emozioni e bisogni; la trasformazione della persona in “soggetto cerebrale” – perno epistemologico su poggia tutta l’argomentazione – è denunciata come orizzonte contro cui si staglia la «dimensione burocratica e manageriale della psicoterapiaı per le popolazioni “incluse”; attraverso di essa si colma lo scarto irriducibile e opaco delle relazioni umane – ciò che non è classificabile – riducendolo a mera gestione. Oltre ad attualizzare Castel l’autrice recupera i lavori di Foucault, Becker, Mills, Te Meerman e Fisher: la psichiatrizzazione della società, oltre a essere promossa dalle istituzioni (come Stato e industria farmaceutica), è stata fatta propria con entusiasmo dalle persone comuni perché offre un linguaggio e una simbologia che permettono di navigare un mondo precario, ma al prezzo di una neutralizzazione del potenziale trasformativo del disagio. LA PSEUDO-NEUTRALITÀ Il volume di Eleonora Marocchini e Federico Dibennardo argomenta che la neutralità della psicologia è una mistificazione: dinamiche di potere accademiche, sociali ed economiche oscurano il profondo legame esistente tra la scienza e le forme di oppressione sistemiche che caratterizzano tutti i contesti sociopolitici; in misura ancora più pervasiva questo avviene quando l’oggetto di sapere è costituito dai comportamenti e l’interesse a definirli (e a indicare motivazioni patologiche dietro di essi) coincide con gli obiettivi del gruppo di persone che attraverso questa operazione intende gestire la totalità dei paesaggi umani in cui si muove (e nascondere questa operazione violenta dietro una facciata di neutrale oggettività è funzionale alla riproduzione dei propri privilegi). Marocchini e Dibernardo esplorano cinque assi lungo i quali la disciplina ha storicamente operato forme di controllo e normalizzazione, spacciando per “neutrale” l’identificazione di presunte oggettività intese a silenziare e naturalizzare la subalternità di soggettività oppresse: la razza, la classe sociale, il genere, il campo storicamente articolato composto da orientamento e identità sessuale e la neurodivergenza. Il testo, con un profondo apparato di argomentazioni tratte dalla letteratura tecnica più recente, decostruisce le prassi della ricerca scientifica “dall’interno” (evidenziando per esempio i limiti della scelta delle popolazioni o analizzando le pressioni del sistema accademico). > Non si tratta solo di bias: presentare le conclusioni come saperi oggettivi > naturalizza presupposti storici o normativi, producendo effetti discriminatori > per coloro il cui minority stress è spesso stato confuso con un presunta > patologia: le vulnerabilità osservate sono state interpretate quindi come > componente essenziale della loro identità piuttosto che come effetto della > condizione di oppressione di cui erano oggetto. Allo stesso modo si sostengono le demistificazioni operate lungo i vari capitoli del libro: la psichiatria manicomiale viene criticata attraverso l’analisi dell’alienazione economica e dell’impatto che essa ha sotterraneamente esercitato sulla identificazione delle classi pericolose da internare, le terapie riparative e lo stigma medico perdurante vengono identificati come manifestazione dell’oppressione terapeutica ai danni delle soggettività LGBTQIA+, le varie oggettivazioni diagnostiche riservate alle donne – come l’isteria e i disturbi di personalità – vengono analizzati come espressione del patriarcato clinico, lo sguardo coloniale – che generalizza gli esiti di sperimentazioni condotte con campionamenti riservati a una popolazione rigidamente occidentale, istruita, industrializzata, ricca e democratica – viene individuato come radice della violenza epistemica operata ai danni dei saperi indigeni e delle popolazioni che resistono al proprio annientamento da parte del complesso militare-industriale (come quella palestinese). > Marocchini e Dibennardo promuovono la necessità di umiltà epistemica nella > ricerca e pratica clinica, nel solco di un approccio intersezionale che > riconosca le radici materiali della sofferenza e trasformi la cura in un atto > di giustizia sociale e autodeterminazione. Le loro critiche radicali mirano a dare spazio alle popolazioni subalterne nella produzione dei saperi psy e a introdurre aspetti di consapevolezza nel modo in cui ci si rapporta a esse. Proponendo approcci di cura «situati, critici, riflessivi», ricollegando l’ambivalenza dei percorsi di patologizzazione e depatologizzazione alle possibilità di resistenza dei gruppi marginalizzati, nel libro si mettono in discussione i pilastri su cui si è retta la psicologia fin dalle sue origini: la definizione normativa degli standard a cui i comportamenti dovrebbero essere adeguati (inevitabilmente influenzata dai valori dominanti dei contesti sociali e politici in cui sorge). A partire dalle misurazioni di Galton fino alla distinzione tra i livelli di funzionamento nell’autismo, la dinamica del “lo faccio per il tuo bene” viene criticata per quello che è: una giustificazione surrettizia alle diagnosi che patologizzano chi non rientra nei canoni di pacifica gestione delle istituzioni e ai modi di gestione delle loro esistenze, che oscillano costantemente dalla segregazione e la correzione fino allo sterminio e all’eugenetica. Decolonizzare la psicologia, integrando saperi locali e accogliendo una pluralità metodologica, implica resistere alle dinamiche interne del gruppo professionale: dalla pressione del publish or perish (“pubblica o muori”), che spinge ricercatori e ricercatrici a inseguire risultati statisticamente significativi a scapito del rigore e dell’umanità fino alla mera questione di classe, che seleziona per la pratica clinica chi è in grado di mostrarsi “resiliente” di fronte a decenni di precariato e di implicita selezione socioeconomica. Tra le proposte menzionate, particolarmente rilevante è quella della Slow Academia, che invita a una produzione di conoscenza più lenta, riflessiva e attenta alle responsabilità etiche verso i gruppi partecipanti; complessivamente, Marocchini e Dibennardo propongono che – attraverso l’alleanza con i movimenti – si possa chiedere alla psicologia di smettere di essere uno strumento di controllo sociale per diventare uno strumento di giustizia, contribuendo a trasformare la cura da un processo tecnico a un impegno collettivo. Come scrive Acanfora nel suo contributo al volume: «per chi lavora nella clinica, l’insegnamento di queste pagine può tradursi in una domanda da applicare al lavoro quotidiano: quando uso parole come “normale”, “disturbo”, “funzionamento”, “patologia”,  sto cercando di comprendere l’esperienza di una persona, o sto misurando la sua distanza da un soggetto ideale che deve adattarsi al mondo? Rendere esplicita questa distinzione è già un gesto di cura». UN STRATEGIA DIFFERENTE DALLA LAMENTAZIONE DEI MASCHI BIANCHI Il pregio principale dell’opera di Bergamaschi sta nella differenza radicale che ella pone rispetto a precedenti critiche alla psicologizzazione della società: la sua posizione è molto diversa da quella dei critici sociopolitici maschi bianchi inconsapevoli delle dinamiche di oppressione sistemica, il cui discorso è pervaso da un sottofondo moralizzante e da una posa paternalista: l’autrice definisce la propria prospettiva come esplicitamente situata e parziale, distinguendosi dal panico morale evocato da autori come Gioele Cima e Claire Fox (Frank Furedi o Raffaele Alberto Ventura, non esplicitamente citati nel libro, possono rientrare a pieno titolo in questo gruppo e qui vogliamo enfatizzare la grande distanza che esiste tra questi autori e i lavori presentati). Costoro, lamentando la generalizzazione del framework terapeutico, denunciano lo svuotamento di senso delle categorie cliniche originarie: Bergamaschi osserva che tali posizioni ignorano le determinanti materiali e strutturali che spingono le concrete soggettività – specialmente quelle in posizioni di minor potere sociale – verso il linguaggio psicologico come unica risorsa utile a convalidare e dare voce alla propria posizione di subalternità. L’autrice contesta l’idea che l’espansione del lessico terapeutico sia un semplice “effetto di moda” o il segno di una nuova “fragilità generazionale” (come suggerito da termini dispregiativi come snowflake); al contrario, essa è una risposta a condizioni esistenziali problematiche come la precarietà, lo sfruttamento e una dispersione degli affetti che rende sempre più difficile sostenere i legami e la vita quotidiana; la sua posizione riconosce il peso del privilegio maschile e critica l’uso della terapia come uno strumento volto esclusivamente ad “aggiustare” le individualità per renderle migliori come partner o più performanti come lavoratori e lavoratrici. Secondo Bergamaschi non è credibile una critica alla psicologizzazione senza metterne in discussione le basi patriarcali o capitalistiche interiorizzate e dotate di potere normativo nelle relazioni, anche quelle tra “militanti”; Bergamaschi oppone fermamente la critica moralizzante alla sofferenza mostrando che essa non solo deriva dall’inconsapevolezza delle dinamiche di oppressione ma, delegittimando il dolore e non riconoscendo la validità dei disagi altrui, vuole riprodurre i privilegi sanisti, patriarcali e capitalisti (più profondamente inscritti nella trama della “normalità”): la ricerca di etichette cliniche o condizioni medicalizzate (che espone a una forma di inferno relazionale e di violenza sistemica particolarmente feroce nei confronti di chi si trova ai margini del contratto sociale e non possiede l’autorità epistemica necessaria per far valere i propri bisogni senza doverli certificare psicologicamente) non va giudicata moralisticamente. «Ai miei tempi non ci facevamo diagnosticare, facevamo la lotta di classe\lavoravamo duro\ci concentravamo sul nostro futuro»: queste formule, che tendono a ridicolizzare o sminuire chi utilizza il therapy speak per navigare relazioni difficili, evitano di denunciare una società che ha privatizzato lo stress e reso il linguaggio clinico l’unica moneta di scambio accettata per ottenere ascolto; laddove la critica dei maschi bianchi vede una perdita di rigore scientifico o una deriva verso l’ipersensibilità, Bergamaschi identifica una lotta per la sopravvivenza emotiva in un contesto di atomizzazione sociale in cui le vecchie reti di supporto comunitario e familiare sono state erose dalla logica del mercato e della gestione manageriale del sé. La sua proposta non è dunque un ritorno a un passato pre-terapeutico idealizzato, né una condanna del percorso clinico in sé, ma l’invito a costruire nuove pratiche di vicinanza che sappiano abitare la fatica collettiva senza ridurla a un semplice malfunzionamento individuale o biologico di un soggetto pienamente oggettivato nei suoi fini economici e nelle sue funzioni di massimizzazione dell’utile. > Attraverso il concetto di «fare parentele» (making kin, ispirato a Donna > Haraway), Bergamaschi suggerisce che la via d’uscita dalla psicologizzazione > non sia il silenzio o la negazione del dolore, ma la riscoperta di una > responsabilità politica reciproca che non richieda la mediazione di un esperto > o la traduzione dei sentimenti in categorie di “diagnosi” per essere > considerata degna di attenzione e cura. Il fondamentale apporto nell’opera di Marocchini e Dibennardo sta nel ricostruire la continuità esistente tra i movimenti storici di critica alla psichiatria e le attuali posture del movimento per la neurodiversità. Il fulcro dell’argomentazione è il seguente: non bisogna cadere nell’inganno di vedere il progresso delle elaborazioni scientifiche in salute mentale come un incedere lineare che va dall’oscurantismo del manicomio alla luminosa razionalità delle pratiche evidence based. Come scrive Eleonora Marocchini, «negli stessi anni in cui la psichiatria italiana faceva i conti con la chiusura dei manicomi, infatti, la psicologia comportamentale statunitense scriveva alcune pagine agghiaccianti della sua e della nostra storia», introducendo così il tema delle terapie di conversione con cui si pretendeva di “curare” le persone omosessuali e dell’Analisi del Comportamento Applicato (ABA): la terapia correttiva per estinguere i “comportamenti-problema” delle persone autistiche. Come ci spiega Marocchini, cioè, non è accettabile l’idea che, una volta chiusi i manicomi, la scienza sia stata instradata sui binari delle pratiche buone e democratiche perché, come hanno mostrato i decenni successivi, proprio negli approcci più scientifici sono andate a installarsi le prassi più subdole e più estreme di manipolazione e desoggettivazione. Esiste una abissale differenza tra l’orizzonte del “soggetto cerebrale” (neurological self) criticamente denunciato da Francisco Ortega e Fernando Vidal (e citato polemicamente da Bergamaschi come presupposto ideologico dei processi di psicologizzazione) e il concetto di neurodiversità presentato da Eleonora Marocchini (è suo il capitolo 7 del libro, “Così disturbi”: follia, neurodivergenza, normalizzazione e appropriazione”): mentre il neuro hype propagandato da governi, case farmaceutiche e gruppi professionali psy fino a dominare incontrastato tra la fine degli anni ‘70 del Novecento e gli anni ‘10 del 2000 serviva da base per propagandare l’individualismo terapeutico, neurodiversità è un concetto sociologico che nasce nel mondo dell’attivismo. Sostenere che esistano infinite varietà di modi di essere-nel-mondo, a cui corrispondono infinite configurazioni cerebrali, non ha nulla a che vedere con il riduzionismo biologico propagandato dai corpi professionali psy. Come sembrano volerci dire Marocchini e Dibennardo, le soggettività marginalizzate, i cui modi di esistere vengono cioè impropriamente diagnosticati al fine di mettere a tacere le loro voci e di confinarne le devianze in forme che si ammantino della presunta oggettività della patologia, trovano i loro modi per decostruire l’impianto che le oggettiva e resistere all’oppressione. Tale resistenza, come mostra il movimento per la neurodiversità, è profonda e degna della più grande attenzione: essa produce effetti concreti anche laddove non segua le indicazioni dei teorici maschi bianchi della critica sociopolitica oppure gli inviti delle corporazioni professionali psicoterapeutiche che presentano le loro tecniche come progressiste ed emancipatorie. Sarebbe opportuno riprendere i testi degli anni ‘70 e ‘80 del Novecento nei quali figure come Franca Ongaro, Michele Risso, Agostino Pirella, Sergio Piro, Letizia Comba e Lea Melandri avevano sottolineato che la critica ai modelli di gestione del disagio psichico non avrebbe potuto svilupparsi senza mettere in discussione i mandati, le epistemologie e le condizioni materiali di produzione dei saperi psy. L’uscita di questi due testi fa ben sperare nella vitalità dell’approccio critico presso le giovani generazioni: dopo decenni in cui l’approccio antistituzionale è stato impropriamente semplificato e identificato con la critica al manicomio, si apre la possibilità di recuperare queste elaborazioni, immettendole nella riflessione sulla contemporanea produzione della scienza. In definitiva, per raggiungere questo obiettivo, è importante formulare critiche che non siano basate sul giudizio moralistico nei confronti delle popolazioni subalterne con cui ci si dovrebbe alleare. Immagine di copertina di Pedro Ribeiro Simões da Wikimedia Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Cura e psiche tra salvezza e oppressione proviene da DINAMOpress.
September 18, 2026
DINAMOpress
Per rinnovare il modo in cui noi uomini possiamo stare al mondo
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di SplitShire su Pixabay -------------------------------------------------------------------------------- A fine ottobre si conclude “Prima che sia tardi – Nuovi percorsi di incontro e trasformazione del maschile”, il progetto promosso dall’associazione Maschile plurale insieme e due realtà responsabili di “Centri per uomini autori di violenza”, Cambiamenti di Pescara e Centro Famiglie di Catania. Abbiamo rivolto alcune domande a Massimiliano Sfregola, tra i coordinatori di questo insolito progetto di prevenzione e formazione sulla violenza di genere. “Prima che sia tardi” è un progetto che lega prevenzione, ricerca e formazione sulla violenza di genere fuori dalla sintassi del sistema penale. A che punto si trova questo percorso? Siamo in dirittura di arrivo ma le cose da fare sono ancora tantissime. La parte per me più interessante del progetto è stata la creazione e l’attivazione di una rete per gli uomini in crisi. È un’attività incredibilmente articolata e ampia di prevenzione primaria che in Italia non è mai stata tentata: intercettare uomini in occasione di eventi che da letteratura ed esperienza possono concorrere a scatenare agiti violenti: malattia, perdita di lavoro, separazioni conflittuali, paternità non matura o indesiderata… In seguito il progetto prevede di indirizzare questi uomini verso luoghi sicuri in cui poter condividere in maniera non giudicante il loro vissuto, disattivando un potenziale distruttivo per sé stessi o per altri e altre.  Dodici mesi, per questa tranche di progetto sono solo un inizio: immagina di dover trovare i “nodi” di questa rete, cioè i luoghi fisici in cui questi uomini, in una determinata situazione di crisi, possono trovarsi: potrebbe essere un centro per l’impiego per l’uomo che perde il lavoro; uno studio medico per quello che ha una malattia o che ha un parente in necessità; i consultori per i neo-padri… Immagina poi di dover interloquire per coinvolgere i responsabili di questi “nodi” che a loro volta dovranno coinvolgere e motivare il personale; sarà poi il momento di dover formare questo personale a entrare in contatto con un uomo potenzialmente in crisi. E come lo faranno? Considera che loro sono lì per fare tutt’altro e non hanno strumenti di alcun tipo per leggere ed interpretare questi fenomeni e ancora meno hanno il mandato per intervenire in alcun modo, quindi si dovrà calibrare una formazione molto precisa e puntuale, con risposte e schemi di azione con margini ben precisi: si tratterà a tutti gli effetti di suggerire e indirizzare gli uomini interessati che riconoscono di avere dei problemi, non ancora sfociati in violenza, verso i servizi di ascolto, condivisione e supporto professionale, psicologico ma non solo, dei nostri due partner di progetto. E, a chiusura del cerchio ci devono essere dei momenti di monitoraggio continuo della rete per capire cosa sta funzionando e cosa no e come fare per migliorare. Tutto questo, nella realtà quotidiana, è incredibilmente più complicato di quello che pensavamo mentre immaginavamo cosa fare e come farlo e quindi le nostre speranze sono che il “format” attecchisca altrove in modo da ampliare sempre di più questo intreccio di soggetti e di esperienza pratica, da stimolare l’interesse dei soggetti pubblici, che sono gli unici a poter fornire un supporto territoriale, materiale e politico veramente diffuso ed efficace per fare davvero prevenzione primaria, e in modo anche da poter reperire risorse o partenariati adeguati. Un elemento importante nel progetto è il fatto che numerosi autori di violenza, prima delle azioni violente, incrociano spesso alcuni servizi territoriali in occasione di crisi lavorative, relazionali, personali, senza che questi servizi siano in grado di individuare i rischi della violenza. Che tipo di relazioni con i territori sono state cercate dalle realtà partner del progetto? Le due associazioni partner del progetto si sono spese in maniera incredibile per coinvolgere sia professionisti e soggetti a loro già conosciuti ma anche per creare un effetto a cascata tramite una forma elaborata di passaparola che servisse a incuriosire e interessare potenziali nodi territoriali che non conoscevano le due associazioni. Entrambe poi si sono dovute raccontare all’esterno non come “il posto degli uomini violenti” ma come uno spazio dove ogni uomo, in qualsiasi momento, può andare ed essere accolto, ascoltato, supportato e creduto nella sua richiesta di aiuto così come nel suo desiderio e nella sua volontà di cambiamento, senza giudizi su cosa ha pensato, detto o fatto. Col senno di poi abbiamo capito che è un’operazione incredibilmente complessa in cui le “strutture intermedie” sono fondamentali: gli ordini professionali, i municipi, le associazioni di categoria sono, dal punto di vista pratico, dei volani che permettono di ridurre lo sforzo e aumentare l’efficacia. Senza dimenticare che una parte critica di questo lavoro è stata convincere le persone dei nodi a fare le cose: in ottica imprenditoriale, un soggetto privato per quale motivo dovrebbe dedicare le proprie risorse a qualcosa che esula dall'”oggetto sociale” e per cui non c’è remunerazione? Quella delle risorse e della motivazione è stata, e continua ad essere, una sfida incredibilmente ardua in cui la presenza delle Istituzioni, spesso solo di facciata e di rappresentanza, così come la loro assenza è troppo spesso sottostimata. Nell’esperienza dell’associazione Maschile plurale, quali altri strumenti sono ritenuti importanti per favorire oggi percorsi di incontro e trasformazione del maschile? Ce ne sono moltissimi. Considera che il lavoro sulle maschilità, preferiamo chiamarle così per dare maggior respiro e profondità al tema e alle esperienze personali, attira l’attenzione e la consapevolezza del grande pubblico quasi esclusivamente quando c’è un fatto di cronaca, di solito un femminicidio. Sappiamo per esperienza e pratica di decenni che non c’è solo quello: la dimensione della “violenza di genere”  è una priorità imprescindibile ma se restiamo schiacciati, intrappolati su quella, perdiamo la visione complessiva e la speranza di cambiamento. Ci sono nuovi modelli di paternità e genitorialità che ormai stanno emergendo e ci sono dei gruppi di uomini che si incontrano proprio per stare dentro queste esperienze, raccontarle e condividerle. Ci sono nuovi e diversi modi di intendere e vivere le amicizie, dello stare insieme fra uomini non più e non solo intese come una sorta di fortino cameratesco dove l’espressività fisica e affettiva è impacciata, limitata alla pacca sulla spalla o alla stretta di mano virile. E di nuovo, anche qui, gruppi di uomini eterogenei per esperienze, età, provenienze si stanno incontrando e creando spazi in cui portare queste cose, anche le più crude, atroci e apparentemente irrisolvibili, per provare a raccontarle, a dar loro un nome e delle forme, per vederle con occhi nuovi e contaminarle con altre esperienze, prospettive, novità. Per rinnovare il modo in cui noi uomini possiamo stare al mondo e vivere delle relazioni affettive, amicali, lavorative, familiari serene, equilibrate e vitali. Ci sono delle occasioni molto potenti di creazione ed elaborazione politica in cui, traendo spunto e ispirazioni dalle amiche femministe, parlando fra noi e di noi, esponendoci come “socializzati uomini” in una società che ancora pretende e chiede azioni e reazioni stereotipate, facciamo del nostro corpo e della nostra esperienza un laboratorio vivente e una testimonianza itinerante di cambiamento, di crisi, di messa in discussione e anche di resistenza a tutte le risposte facili o aggressive e le derive reazionarie, sempre più forti e spaventevoli, che ci vorrebbero a sbattere il pugno sul tavolo per ritrovarci “soli e al comando”. Questa disperata solitudine di chi, “a mali estremi” “affonda con la sua nave”, senza mai chiedersi cosa ha causato l’affondamento o chi c’è su quella nave, questo “non dover chiedere mai” che porta a pretendere e prendere le cose, le persone, le relazioni con la sola forza, o a separarsene con una forza violenta contraria e maggiore, tutto questo non ci è mai andato bene, già da quando eravamo o ci sentivamo isolati nella comunità degli altri maschi. Ma se prima questa non conformità ai modelli stereotipati la vivevamo nel disagio ma nel silenzio o con una adesione faticosa e patologica ad un brutale e triste modello di “vero uomo”, adesso, con maggiori strumenti di consapevolezza, con percorsi di elaborazione più strutturata, con l’ausilio di luoghi fisici in cui permettere tutto questo, in un contesto storico e politico che pretende un ritorno a una distopia patriarcale, mediterranea o teutone o di qualsiasi latitudine poco conta, la rigettiamo totalmente con serena determinazione. Insieme abbiamo visto che altro si può fare e altro si può avere e in quella direzione stiamo andando. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Prima che sia tardi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per rinnovare il modo in cui noi uomini possiamo stare al mondo proviene da Comune-info.
September 17, 2026
Comune-info
La cultura del femminicidio
Dovremmo interrogarci anche sulle storie e le immagini che ci hanno insegnato a considerare il possesso una forma d’amore. Un’eredità difficile da mettere… L'articolo La cultura del femminicidio sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
September 16, 2026
L'INDISCRETO
Utero di Stato: cosa c’è davvero dietro il capitolo “salute” di Vannacci
Nel documento “ideologico-programmatico” di Futuro Nazionale, un centinaio di pagine firmate dal generale Roberto Vannacci e dal suo responsabile del programma Lorenzo Gasperini, la parola “salute” compare quasi sempre insieme a un’altra parola: “civiltà”. Non è un caso. Nel capitolo dedicato a demografia, vita, famiglia e identità cristiana non si parla mai di corpi, di persone, di scelte concrete. Si parla di “sostenibilità antropologica”, di “shock generativo”, di “patrimonio della Nazione”. Il nostro corpo diventa, testualmente, uno strumento di “sovranità economica e fiscale”. Proviamo a leggere questo testo per quello che è. LA PILLOLA RU-486 COME “PROBLEMA DI SICUREZZA NAZIONALE” Il programma propone il divieto di somministrazione della pillola abortiva RU-486 in regime ambulatoriale o domiciliare, ripristinando l’obbligo di ricovero già superato dalle linee di indirizzo ministeriali del 2020. Il pretesto è sanitario (“tutela della salute della madre”), ma la sostanza è politica: rendere l’aborto farmacologico il più difficile, lento e umiliante possibile, moltiplicando le tappe burocratiche e mediche. Questo capitolo del programma di Vannacci ci risuona rispetto a quello che sta succedendo dall’altra parte dell’Atlantico. > Negli Stati Uniti, con l’annullamento della sentenza Roe v. Wade nel 2022, il > mifepristone, l’equivalente della RU-486, è diventato il bersaglio principale > di una strategia legale coordinata da procuratori generali repubblicani e > gruppi conservatori: non si abolisce il farmaco per legge, lo si rende > inaccessibile per via amministrativa. Sei stati a guida repubblicana, attraverso una serie di cause ancora pendenti, stanno cercando di limitare l’accesso al mifepristone. Per citare alcuni esempi: la Louisiana ha aperto le ostilità contestando una norma del 2023 che permette la prescrizione a distanza del farmaco e la spedizione per posta, e similmente anche il Texas e la Florida. Questi tre Stati hanno lanciato un attacco ancora più ampio, puntando direttamente all’approvazione originaria del mifepristone da parte della FDA (Food and Drug Administration) nel 2000. Il fine di questa offensiva legale è eliminare la prescrizione da remoto, la distribuzione in farmacia e la spedizione postale del mifepristone su scala nazionale, incluse le zone dove non vige un divieto totale dell’aborto. A maggio 2026, la battaglia è arrivata fino alla Corte Suprema: il 14 maggio la Corte ha bloccato un’ordinanza di un tribunale inferiore che avrebbe ristretto la distribuzione nazionale del mifepristone, lasciando in vigore le regole FDA attuali. Una tregua, non una vittoria definitiva, perché i contenziosi non solo proseguono ma aumentano. Il “ripristino del ricovero obbligatorio” italiano sembra molto simile: si moltiplicano le tappe, si allungano i tempi, si colpiscono soprattutto le persone che hanno meno mezzi per permettersi viaggi e permessi dal lavoro. Da una parte all’altra del mondo, la stessa architettura politico-ideologica produce le medesime soluzioni tecniche: non serve vietare un diritto, basta renderlo logisticamente insostenibile. IL LINGUAGGIO È LO STESSO, E NON È UN CASO Chi segue le destre europee riconosce subito il lessico. La retorica del “vero problema è la denatalità” mutuata dal dibattito tedesco, l’ossessione per il quoziente familiare, l’idea della famiglia “naturale” come unico argine alla “sostituzione etnica”: sono le stesse coordinate che da anni strutturano la propaganda di AfD in Germania. Natalità come compito nazionale, famiglia eterosessuale come “cellula” biopolitica dello Stato, LGBT+ come “ideologia” da arginare nelle scuole e nei media. Nel documento di Vannacci queste categorie non sono citate per caso: sono riprodotte quasi punto per punto, fino alla proposta di premiare con quote riservate nei concorsi pubblici (“quote azzurre”) solo chi fa figli e a quella di introdurre il “voto plurimo per i genitori in rappresentanza dei figli”. > “Chi non vuol lavorare neppure mangi”: la salute come premio di produttività. Il programma introduce il cosiddetto “principio economico di San Paolo” anche in materia previdenziale e assistenziale: chi non ha lavorato abbastanza, o si è “rifiutato” di farlo, potrà vedersi azzerata la pensione minima, ricevendo in cambio solo “mensa dei poveri, dormitorio pubblico e assistenza sanitaria essenziale”. È la trasformazione del welfare da diritto a premio di produttività: si ottiene la possibilità di continuare a sopravvivere con cura e assistenze proporzionalmente a quanto si è stati utili alla Nazione. Chi non rientra nello schema – chi non lavora, chi non genera figli italiani, chi non “si assimila” – riceve solo il minimo per non morire. L’EUTANASIA NEGATA IN NOME DEL DOLORE ALTRUI Sul fine vita il programma è altrettanto netto: nessuna apertura a eutanasia, suicidio assistito o disposizioni anticipate di trattamento reali, bollate come “omicidio del consenziente”. Alimentazione e idratazione artificiali vengono ridefinite per legge come “sostegni normali” e non come trattamenti sanitari. Si rivendica esplicitamente, come modello, il mancato via libera di Napolitano al “decreto salva-Eluana” del governo Berlusconi. Anche qui la logica è la stessa del capitolo sulla natalità: il corpo, quello che nasce e quello che muore, non appartiene alla persona, ma alla comunità, alla “civiltà”. UTERO IN AFFITTO, REATO UNIVERSALE, PENA RADDOPPIATA Coerente con questa impostazione, la maternità surrogata (già reato universale in Italia dal 2024, ma abbiamo capito che qui si gioca a spararla più grossa) vedrebbe la pena minima salire da uno a cinque anni e quella massima a dieci, equiparandola sostanzialmente alla schiavitù. Ma il bersaglio dichiarato è impedire in ogni modo la genitorialità delle coppie omosessuali, esplicitamente citata come obiettivo nel testo, insieme al divieto di trascrizione degli atti di nascita esteri con due madri o due padri. IL FANTASMA DEL VENTENNIO NELLA RETORICA NATALISTA Non serve nemmeno leggere tra le righe: il programma stesso richiama esplicitamente il 1978-79, il divorzio Banca d’Italia-Tesoro, l’identità “romana e cristiana”, l’idea di un’Italia che deve “risvegliarsi” da un sonno imposto dall’esterno. È lo stesso registro retorico della “battaglia demografica” annunciata da Mussolini nel discorso dell’Ascensione del 1927: natalità come misura della potenza nazionale, madri “medaglia d’oro” della patria, corpo delle donne mobilitato per il “destino della razza”. Ottant’anni dopo cambiano gli strumenti ma l’impianto resta lo stesso: la natalità è un dovere da imporre e la sanità riproduttiva diventa lo strumento con cui lo Stato decide chi deve nascere, chi deve curarsi, e chi deve morire in silenzio. PERCHÉ CE NE DOBBIAMO OCCUPARE ORA Questo non è un programma marginale: è la base ideologica dichiarata di un partito guidato da un generale con seggio al Parlamento europeo. Ogni misura presentata come “buon senso” o “tutela della vita”, dal blocco della RU-486 domiciliare alla revoca della pensione per chi non ha figli o non ha lavorato abbastanza, è un tassello dello stesso disegno: trasformare la salute riproduttiva e il fine vita da diritti individuali a strumenti di ingegneria demografica nazionale. > Non si sta discutendo soltanto di aborto, di fine vita, di natalità o di > maternità surrogata. Si sta discutendo di una domanda molto più radicale: chi > decide della nostra vita? Non possiamo permetterci di normalizzare una cosa del genere. Non possiamo aspettare che il giorno dopo un’elezione qualcuno venga a dirci che “era solo un programma”. I programmi servono esattamente a questo: a dire quale società si vuole costruire quando si avranno abbastanza voti per farlo. Se qualcuno pretende di trasformare l’utero in una risorsa strategica dello Stato, la risposta deve essere politica, collettiva e senza ambiguità: i nostri corpi non sono patrimonio della Nazione. La nostra salute non è uno strumento di sovranità. La nostra libertà non è una concessione del potere, è un diritto. Immagine di copertina di Daniele Napolitano Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Utero di Stato: cosa c’è davvero dietro il capitolo “salute” di Vannacci proviene da DINAMOpress.
September 8, 2026
DINAMOpress
Fu mia madre ad aprirmi le gambe
La protagonista di questo racconto potrebbe essere una nostra antenata, nostra nonna, una madre, una sorella, un’amica. Qualcuno, molto tempo prima di oggi,… L'articolo Fu mia madre ad aprirmi le gambe sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
August 24, 2026
L'INDISCRETO
Il mito del patriarcato mediterraneo tra ideologia e militarizzazione del potere
Prestando bene attenzione a non farne una questione con un radicamento storico o sociologico, per evitare di attribuire realtà sostanziale ad un costrutto inventato e magari finire con legittimare profezie che si autoavverano o miti di fondazione, non diversamente da come accaduto per l’entità sionista in Palestina fondata sul mito religioso della Terra promessa, sarebbe il caso di provare a circoscrivere la boutade del “patriarcato mediterraneo” dal punto di vista del riferimento politico al quale punta il generale Vannacci con il suo partito per le prossime elezioni. È chiaro che quando parla di patriarcato mediterraneo, il caudillo italiota intende strizzare l’occhio ad un elettorato di destra non propriamente liberale o liberista, ma un po’ retrogrado, conservatore e inculturato, quello che vede nella cultura femminista, LGBTQ+, woke e accogliente un pericoloso tentativo di delegittimazione del maschio o, meglio, di quello che è il mito del maschio potente, bianco e caucasico, costruito intorno all’idea dell’uomo forte che dirige persone come fossero plotoni militari. Ora, l’idea che il generale Roberto Vannacci, spezzino, cresciuto tra la Romagna, la Versilia e Parigi, i suoi voti possa prenderli nel profondo sud dell’Italia, in accordo ad un cliché elettorale, talvolta in parte confermato, che vede il meridione più conservatore, tradizionalista e incline a votare a destra, è probabilmente il motivo principale per cui gli balena in mente l’idea di rivangare il patriarcato in salsa mediterranea. Senza voler troppo andare per il sottile, bisognerebbe, intanto, fare mente locale dal punto di vista geografico sul significato di “cultura mediterranea”, sulla sua storia, che spazia dalla tradizione berbera a quella palestinese, araba, turca, fino a quella balcanica, per poi lambire le popolazioni ioniche e quelle della Magna Grecia, in un crogiuolo di realtà, aventi in comune l’affaccio sul Mar Mediterraneo, che hanno eretto insieme un patrimonio millenario fatto di scambi culturali, radici comuni, accoglienza e dialoghi di pace. Tuttavia, proprio perché nato e cresciuto in questa culla che è la cultura mediterranea, quella degli ulivi, delle reti da pesca e delle rotte commerciali, simboli orgogliosamente puntellati su ogni kefiah, emblema specifico di questa cultura mediterranea, vorrei provare a ribaltare la narrazione patriarcale sulla scorta di una serie di elementi fattuali derivanti da un’analisi materiale delle condizioni di vita all’interno del bacino mediterraneo. Chiunque sia cresciuto in una famiglia mediterranea, quale può essere anche quella pugliese di qualche decennio fa, sia essa di terra o di mare, tra contadini, ortolani, marinai, pescatori e commercianti, sa bene che mentre gli uomini trascorrevano la maggior parte del loro tempo a lavoro, il vero perno della famiglia era costituito dalle regole dettate in casa dalla donna, massaia, educatrice, economa, tutrice della cultura cittadina e responsabile della costruzione di un universo simbolico che poteva essere divino o demoniaco, tanto quanto le poteva valere l’attribuzione dell’epiteto di santa o di strega, secondo un meccanismo in grado di produrre inclusioni o esclusioni sociali. È questo matriarcato, di fatto, silenzioso e perdurante, la cifra reale della cultura mediterranea, quella che prevedeva in passato, sulla sua sponda araba sudorientale, la possibilità della poliandria, cioè la concessione alle donne di stare con più uomini, così come prevedeva il divorzio e il matrimonio a contratto da rescindere con uomini che prendevano la via dei commerci. È questa ginecocrazia, di fatto, che regnava all’interno di quelle famiglie allargate mediterranee, in cui la matrona era la domina assoluta della casa, custode di segreti, in grado di prendersi cura di ogni membro della famiglia e meritevole di rispetto sociale. Questo, tuttavia, non significa che il matriarcato abbia avuto anche un riconoscimento istituzionale allargato e un ruolo sociale condiviso. Il fatto che poi sia stato alimentato il mito di un patriarcato nell’area mediterranea è il risultato di un processo storico che ha visto il potere ufficiale affidato prima a una casta di uomini d’armi e dopo ad una casta di uomini di lettere. Tanto i primi quanto i secondi, in tempi di suffragio maschile, hanno continuato a sostenere il mito del patriarcato come tipo di narrazione retorica che si autosostiene all’interno di una società che fonda il suo primato sulla deterrenza della forza, dell’obbedienza o del sapere, non sulla capacità gestionale, sulla cura dei membri, sull’educazione, incombenze lasciate alle donne al fine di poter mantenere modelli sociale imposti non dettati dalle condizioni materiali. Con ciò, ovviamente, non si vuole dire che il patriarcato non sia effettivamente mai esistito, ma solo che esso sia stato imposto dall’alto, che sia stato un’immagine capovolta della realtà, un modello di potere sostenuto da una politica basata sul primato della coercizione, del controllo, della forza, prima militare e poi intellettuale, ma non materiale, non reale. Una vera e propria ideologica necessaria per mantenere e sostenere il primato politico della forza a discapito dell’educazione, della parola, della cura. Non a caso, l’ampia rassegna di studi[1] sulle culture matriarcali e matrilineari dimostra non solo il fatto che al fondo, prima che le civiltà accedessero alla divisione organica del lavoro, tutte le culture erano caratterizzate dal ruolo centrale delle madri, ma anche la propensione di queste culture per l’accoglienza e l’inclusione, per il culto della vita, per l’organizzazione assembleare orizzontale e non verticale o gerarchica, per la scarsa propensione alla guerra e alla violenza in favore della pace. È chiaro, allora, che in una cultura come quella contemporanea, che cerca faticosamente di appianare il gap di genere, anche con misure impopolari di Affirmative action, come le quote rosa, ai cultori del militarismo come forma di potere frana il terreno sotto i piedi. È da questa seria impostazione ideologica che bisogna partire, al di là della facile ironia che si attira una simile prospettiva anacronistica, per comprendere il programma politico del generale Vannacci. Si tratta del programma di un militare che candida altri militari e che, nel quadro di un generale processo di militarizzazione della società civile e di normalizzazione della guerra come l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università dimostra da anni, cerca di trasformare diritti, la cultura, l’educazione, la democrazia e la partecipazione in modelli marziali di gestione del potere dall’alto, approfittando anche del vuoto di potere lasciato dagli intellettuali impegnati in politica. Lo schema, ovviamente, non è nuovo, basterebbe studiare un po’ di storia, anche quella del Mediterraneo, per capire che quando i militari si affacciano alla politica siamo davanti ad una crisi dei fondamenti della democrazia, della libera partecipazione dal basso, nell’illusione che l’ordine, la disciplina e il comando siano la modalità più efficiente ed efficace di gestire il potere. Anche questo, chiaramente, è sintomo di incultura, di mancanza di memoria, quella memoria che le donne custodivano e tramandavano di generazione in generazione insieme alle cure, ai rimedi naturali, alle fatture e ai malefici che condizionavano la vita delle comunità. Il patriarcato mediterraneo, dunque, non è che un mito ideologico, un’immagine capovolta della realtà, una narrazione retorica tanto fittizia quanto inattuale, architettata ad hoc da chi pensa di realizzare una società militarizzata e che – parafrasando Rousseau quando parlava della fondazione della proprietà privata – avrà un seguito solo se continuerà a trovare «delle persone abbastanza stupide da credergli». Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università [1] J.J. Bachofen, Il matriarcato. Ricerca sulla ginecocrazia nel mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici, Einaudi, Torino 2003; H. Goettner-Abendroth, Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo, Venexia, Roma 2013; H. Goettner-Abendroth, Le società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato. Asia occidentale e Europa, Mimesis, Milano 2023; M. Gimbutas, Il linguaggio della Dea, Venexia, Roma 2008. Pubblicato su Agora. La Filosofia in Piazza il 20 agosto 2026. Pubblicato anche su Pressenza il 20 agosto 2026. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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