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«Babel»: molti NO, in giro per il mondo
Articoli – anche da ascoltare – dell’ong COSPE, attiva dal 1983. E un festival internazionale (Bologna, Cali, Firenze, Cape Town) in arrivo il 22-23 maggio.   GIOVANI e «NO» Hijar, studentessa fiorentina, lo scorso 8 novembre ha partecipato a un presidio di fronte a una sede del marchio Patrizia Pepe a Montemurlo (Prato) a favore dei lavoratori della stireria Alba.
I GENERI AL FRONTE: PROSPETTIVE DI RIARMO SOCIALE DI FRONTE ALLA TERZA GUERRA MONDIALE
I saperi maledetti tornano con una nuova puntata che riprende il discorso introdotto lo scorso lunedì su transfemminismo e il significato di scendere in piazza per l’8 marzo, con la volontà di andare ad approfondire alcuni concetti legati al movimento transfemminista. Insieme a Nic Braida, sociolog* e attivista transfemminista abbiamo problematizzato il concetto di eteronormatività in quanto strumento del sistema patriarcale; affrontato il tema del passing nella teoria queer ed evidenziato come il transfemminismo e la sovversione di genere siano alleate delle lotte anticapitaliste e antimilitariste. Sentirete le voci di giovani universitari intervistati nei diversi poli, i quali hanno espresso la loro opinione rispetto a una possibile apertura di un fronte bellico: prenderesti parte alla leva obbligatoria?; chi dovrebbe andare al fronte?; il femminismo può essere uno strumento di contrasto alla guerra? Infine grazie al contributo della professoressa Camoletto, sociologa e insegnante ad Unito di corpo, genere e sessualità, abbiamo messo in luce la strumentalizzazione dell’eteronormatività in favore di un’economia di guerra e di mascolonità egemonica, sottolineando l’importanza di costruire altri modelli di mascolinità che non aderiscano all’etero-patriarcato. Come rispondere dunque a un sistema che sempre più devia verso una rotta bellica? La nostra conclusione è che la sovversione di genere possa scardinare il modello capitalista di cui il bellicismo si nutre riducendo il ruolo di riproduzione sociale cui le soggettività non maschie vengono destinate e unificando l’io frammentato dell’uomo-soldato attraverso pratiche di cura e riconoscimento di se stessi negli altri. Qui trovate il podcast integrale della puntata:
March 24, 2026
Radio Blackout - Info
Guerre, oltre i confini dell’umano
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Phyllis Lilienthal su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Quali risorse mettere in campo per fermare quest’orda di pazzi? In un delirio di onnipotenza patriarcale riemerge la voglia di guerra. Non abbiamo ancora saputo con certezza a quante decine di migliaia ammonti il tragico conteggio delle vittime palestinesi, ed ecco che un’altra orribile notizia arriva a tramortirci. Centosessantacinque bambine iraniane massacrate da un missile che ha centrato una scuola elementare. Forse statunitense, forse guidato dall’intelligenza artificiale. Non ci vorresti credere e ti si chiude lo stomaco. Pensi che il mondo tratterrà il fiato e tutte le copertine, tutti i notiziari non parleranno d’altro. Macché. Violando i vecchi codici umanitari, ospedali e scuole sono ormai diventati obiettivi normali, accettabili danni collaterali. Si passa oltre. E poi a chi dare la colpa? La cosiddetta “intelligenza” artificiale in teoria non ha faccia né nome, anche se nella realtà di nomi ne ha parecchi, quelli dell’équipe di ingegneri che l’hanno creata e che ne sono oggettivamente responsabili, avendovi immesso una mortifera potenza incapace oltretutto di fermarsi davanti a un obiettivo sbagliato. Chissà cosa direbbe Hannah Arendt se fosse viva adesso, quali parole aggiungerebbe a quella sua folgorante definizione entrata nella storia. La banalità del male. Si riferiva all’Olocausto del popolo ebraico che il mondo aveva ignorato e infine con orrore scoperto. Ma oggi ignorare un genocidio in diretta sugli schermi dei nostri smartphone è impossibile. Mentre l’inerme popolo palestinese viene sterminato nell’indifferenza della comunità internazionale, mentre le donne iraniane perennemente minacciate  di morte dagli ayatollah ora  rischiano la vita anche sotto le bombe di chi si erge a loro “salvatore”, avendo ben altri scopi che nulla hanno a che vedere con libertà, diritti e democrazia, quanto possiamo ancora considerare banale il male che imperversa nel mondo senza più alibi né mediazioni? Viviamo uno sgomento che ci toglie le parole. Dobbiamo chiederci a quale grado di ferocia si può resistere senza reagire, a quale numero di morti si può arrivare prima che il mondo insorga. Sembrava che con le stragi a Sarajevo e a Srebrenica si fosse toccato il limite. Ma a Gaza abbiamo visto che il limite non esiste. Come statue mute guardiamo il succedersi di eventi su cui non possiamo in alcun modo intervenire ma solo assistere come se fossero scene di una terrificante serie televisiva. Il senso di impotenza prende alla gola. Cerchiamo un’impossibile spiegazione che ci aiuti a restare nei confini dell’umano. Quale storia, quale dio, quale oscuro passato può mai spiegare la furia assassina che ha raso al suolo Gaza, il cinismo e l’indifferenza con cui Trump illustra al mondo le sue macabre imprese o la gelida sicurezza di Netanyahu e di buona parte del popolo israeliano quando rivendicano un folle diritto biblico al genocidio in nome di una Grande Israele destinata per disegno divino a dominare tutto il Medio Oriente? Come su Comune dice l’antropologa, scrittrice e attivista argentina Rita Segato intervistata da Raul Zibechi (Contro la legge del potere di morte): “Il genocidio di Gaza è totalmente diverso da tutti i precedenti genocidi che hanno colpito l’umanità. Perché tutti gli altri ancora invocavano la finzione giuridica, si nascondevano dietro l’ordine del diritto. […] Questo genocidio è un punto di svolta della storia. Perché nell’Olocausto si poteva vedere, in filmati, la sorpresa degli eserciti alleati quando entravano in un campo di concentramento. Si poteva percepire in coloro che arrivavano la perplessità e l’orrore che sperimentavano perché era stato nascosto al mondo ciò che stava accadendo nei lager, perché c’era ancora un simulacro giuridico vigente, esisteva ancora una grammatica giuridica. […] Non si può non sapere cosa sta succedendo a Gaza. Con questa esibizione senza pudore e senza alcun diritto che la contenga, si può dire che Gaza annuncia che una nuova legge è in vigore, che è la legge del potere di morte. Il potere della morte è la legge”. Una nuova legge e un nuovo potere che tuttavia traggono origine da qualcosa di assai antico, quel nesso fra patriarcato, violenza e guerra che le femministe ben conoscono. Ne abbiamo piena consapevolezza e lo abbiamo sviscerato in mille occasioni, in mille saggi, in mille interventi.  Oggi dobbiamo però riconoscere che tutto questo impegnativo lavoro non è bastato a produrre la rivolta culturale necessaria a salvarci dall’abisso in cui stiamo precipitando. Sono crollate persino le cautele e le regole che in parte avevano contenuto lo sciagurato ricorso alle guerre di cui è costellata la storia, e come nulla fosse viene letteralmente archiviato quel diritto internazionale che aveva fatto sperare nel superamento almeno della peggiore barbarie. Ora, dal profondo e oscuro grumo di una malintesa virilità mai sazia di potere, riemerge una voglia di guerra anche là dove sembrava impossibile, in un delirio di onnipotenza patriarcale suprematista, resa ancor più devastante dal connubio tra arcaica brutalità e avveniristiche tecnologie. Spogliate da ipocrite ragioni ideali, le guerre contemporanee nella loro nudità si mostrano per quel che veramente sono. In Palestina, in Ucraina, in Medio Oriente, in Africa e ovunque le guerre servono per accumulare profitti e risorse a vantaggio di una ristretta élite di oligarchi antidemocratici decisi a dominare il mondo come un’azienda, al di sopra di regole e leggi. La guerra è quindi un investimento commerciale spesso subappaltato a milizie private disposte a testare dal vivo la potenza delle nuove armi, la loro invincibilità tecnologica, la loro efficacia letale, senza scrupoli né remore. “Ciò che accade nel presente – spiega sempre Segato – è che la fratellanza maschile, la fratellanza maschile che ora descrivo come corporazione maschile, basata sulla lealtà degli uomini tra loro e sul carattere gerarchico della mascolinità, è una struttura che si replica e riproduce in tutti gli ordini, in tutte le società, in tutte le gerarchie, in tutti i rapporti in cui vediamo potere e disuguaglianza. Sono repliche di questo primo e basale ordine corporativo. Da lì viene anche la guerra. Parlando una volta a Buenaventura, costa del Pacifico colombiano, uno spazio iperviolento, qualcuno del pubblico mi ha chiesto: «Come si finisce questa guerra, che non può finire con un patto o un’amnistia perché è una guerra totalmente informale?». Una tale guerra si ferma smontando il mandato di mascolinità, che è il dispositivo che permette di reclutare i soldatini che formeranno le fazioni belliche”. Se questi sono i frutti del mandato maschile che ha pervaso di sé ogni spazio privato, pubblico e istituzionale, minacciando le nostre conquiste, i nostri diritti, i desideri, le differenze e le libertà, probabilmente ci troviamo di fronte alla lotta finale tra modi opposti di stare al mondo e di concepire il senso stesso della vita. Sembra rinascere l’incubo del prevalere di un potere tecnologico di stampo neonazista basato sul culto androcratico della forza e sulla superiorità della razza bianca. In altre parole, la quintessenza del machismo odiatore dei deboli, dei poveri e delle donne. Difficile capire quali risorse si possano mettere in campo per fermare quest’orda di pazzi. Viene però da pensare che solo la forza immaginifica di una potente visione totalmente contrapposta potrebbe forse in parte riuscirvi, o almeno tentarlo. Il coraggio di gridare in tutte le piazze della terra che il mondo per salvarsi ha bisogno del femminile negato, di quei valori repressi, della capacità di cura e di accoglienza, del senso del limite e della reciproca protezione. Il coraggio di mettere già in pratica questa rivoluzione nello spazio privato e pubblico, influenzando e contaminando l’immaginario collettivo. Può trattarsi di quello che Adriana Cavarero in un suo libro chiama “transito dal piano della critica a quello dell’invenzione”. Una radicale, gioiosa e plurale differenza che potremmo chiamare mandato femminista. Una sfida impossibile? Forse, ma necessaria. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su Casadonnemilano.it -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Guerre, oltre i confini dell’umano proviene da Comune-info.
March 21, 2026
Comune-info
Camminare al loro fianco
-------------------------------------------------------------------------------- ‘Incontro internazionale “Algunas partes del todo” promosso (dicembre 2025) in Chiapas da zapatiste e zapatisti. Foto di Red de Apoyo Iztapalapa Sexta (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Cronache Ribelli, realtà dell’editoria indipendente, pubblica nella collana di filosofia “archeologia del presente”, Divenire bosco: zapatiste, femministe?, una raccolta di cinque formidabili saggi, introdotti da un dialogo dell’autrice Sylvia Marcos con Diego Ferraris, ricercatore e abile traduttore dell’esperienza più innovativa di costruzione di “altri mondi” indigeni. Lo zapatismo infatti è un “progetto nuovo e antico di filosofia politica”, oggi prezioso per destituire le politiche di distruzione e morte dell’ultimo secolo “occidentale”. Sylvia Marcos è psicologa clinica, promotrice del movimento antipsichiatrico messicano, antropologa, filosofa femminista, interlocutrice diretta dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e autrice di Mujeres, indígenas, rebeldes, zapatistas (2011), Tomado de los labios. Género y Eros en Mesoamérica (sylviamarcos.wordpress.com). Ecco alcune sue parole tratte dal testo: «Questo nostro libro cattura le parole sperando che queste facciano apparire le cose, che le (re)inventino, affinché favoriscano la creazione di altri mondi… Occorre decifrare quello che si nasconde in queste parole di donne indigene e zapatiste, ciò che rende le loro parole creatrici e generatrici di una realtà più giusta ed equa…». «L’inserimento della teoria nella pratica pone inevitabilmente rapporti di potere radicalmente asimmetrici, che rendono le donne indigene più vulnerabili ai nostri discorsi. Per questo urge prestare estrema attenzione a ciò che diciamo, a come lo diciamo e a cosa esprimiamo quando ci riferiamo ai valori propri delle nostre lotte per i diritti delle donne…». «Con Otroa compañeroa. La fluidità del genere, si indicano possibili orizzonti di senso attraverso una lettura originale della figura concettuale dell’“otroa” (che in italiano possiamo tradurre come “altro/a”), una figura incarnata nella compagna zapatista Marijosé, promotrice di educazione dell’EZLN da più di vent’anni e donna indigena in lotta che transita tra i generi. Il concetto politico dell’“otroa” si mostra come cifra di una dimensione dinamica e plurale che contiene ed esprime la molteplicità aperta dei mondi LGBTIQ+ in chiave analogica e non identitaria…». «Come dicono le zapatiste nella propria Lettera: “perché dobbiamo obbligare queste persone a essere uomini o donne?”. I discorsi e le proposte femministe di questi ultimi anni cominciano a incorporare prospettive filosofiche radicate nei movimenti emergenti delle donne indigene; forme di resistenza che risignificano e trasformano i modi del conoscere dominanti dal punto di vista di soggettività “subalterne” che sentono e pensano con epistemologie che potremmo chiamare “decoloniali”…». «Le zapatiste ci invitano a tentare di uscire dal nostro mondo di riferimenti e, detto con una delle metafore gloriose e pertinenti che usano spesso, ci invitano a camminare al loro fianco. Cercare di comprendere a fondo le loro specificità nel quadro delle pratiche femministe implica necessariamente denunciare come le nostre stesse interpretazioni siano spesso macchiate di quell’etnocentrismo classista che segna la teoria femminista dominante…». «Io stessa ho intitolato uno dei libri che ho scritto: Dialogo e Differenza. In questa pubblicazione, concettualizzavamo la “differenza” come punto di partenza per costruire un dialogo rispettoso delle differenze stesse… Dobbiamo emigrare dall’epistemologia che ci opprime e che sostiene la proposta per cui l’uguale non può essere differente e il diverso non può e non deve valere ed essere uguale. Lo zapatismo, con la propria filosofia, apre a questa possibilità…». «Per le zapatiste e per le persone appartenenti ai mondi mesoamericani il proprio essere non è “incapsulato”. L’altro, che sia maschio, donna, figlio, madre, nonna, non è fuori da sé stesso. La collettività è parte di sé stessa. L’io è vissuto come realtà attraversata dalla collettività comunitaria. Anche la “realtà” esterna, le colline, le piante, il mais, sono parte di me stessa. Sono “donne e uomini di mais”…». «Voi, compagne, interpellate una molteplicità di livelli teorici con i quali spesso tentiamo di mettere in ordine le nostre analisi femministe, in forme anche molto significative, come lo studio delle ontologie altre, o la cosiddetta intersezionalità, oggi tanto in voga e che sembra inondare le analisi con intersezioni sempre più estese: classe, razza, genere, etnicità, povertà, preferenze sessuali, etc. La proposta per uscire da questo pasticcio teorico delle intersezioni arriva da Maria Lugones, che preferisce riferirsi e teorizzare “la coalizione”. È un passaggio complesso dall’intersezionalità, che si basa sulla logica dell’identità (e l’identità come concetto è una proposta non solo essenzialista, ma statica) alla logica della fusione e della coalizione. Lì, vi trovo, compagne, nella fusione che ci unisce tutte, le “donne che lottano”…». «È di cruciale importanza inventare nuovi strumenti concettuali che rendano conto delle forme specifiche applicate dall’oppressione di genere in contesti come quelli delle donne indigene maya, kichuas, aymaras e mapuche, per esempio. Per di più, è necessario porsi diverse domande: cosa può apportare il sapere prodotto da un movimento indigeno al femminismo in quanto teoria sociale critica? In che modo il legame tra identità-fusione comunitaria e identità di genere indica certi percorsi in un movimento indigeno? Da una prospettiva sociale critica, ciò che emerge dallo zapatismo nelle sue pratiche politiche è un principio secondo il quale tutte le istanze sono necessarie e sono legate le une alle altre, si interconnettono e sono interdipendenti. Questa proposta sembrerebbe riflettere la struttura di un rizoma, metafora adatta a poter creare un possibile immaginario politico rinnovatore di schemi caduchi (Deleuze e Guattari, 1980)…». «Le donne sono centrali e prevalenti nella trasmissione orale. Sono vitali per questa particolare forma del tramandare, rivivere e risignificare le forme culturali. Saper ascoltare è il primo passo per forgiare una metodologia attenta a queste caratteristiche, e costruita su di esse…». -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Camminare al loro fianco proviene da Comune-info.
March 18, 2026
Comune-info
Conversazioni femminili per il futuro
Quando una donna può sentirsi davvero safe? Vorrebbe dire “al sicuro”, ma come vedremo il termine è portatore di una suggestiva ambiguità, che può dirci qualcosa d’importante sull’animo femminile. Silva ha trentotto anni e vive nella zona di Long Beach, una frizzante cittadina affacciata sul Pacifico a sud di Los Angeles. Oggi è una donna impegnata nella lotta al privilegio e al patriarcato, consapevole che la battaglia si declina in tante forme ma il nemico è sempre lo stesso: l’insicurezza maschile che si manifesta e degenera in egoismo. È arrivata in California dalla Siria quando aveva otto anni, insieme con una sorella gemella, un fratello maggiore e la madre; il padre, armeno, morì quando lei aveva tre anni. All’epoca vivevano ad Hamman, in Giordania, dove Silva è nata. Per incontrarci abbiamo optato per una colazione in un parco. Silva ha recuperato caffè e the e mi fa dono di un doughnut al mirtillo. Negli Stati Uniti i doughnuts sono simbolo di coccole e consumarne uno lascia agli indigeni di ogni età un senso di piacevole protezione. Io ho portato croissant e frutti di bosco freschi. Ci sediamo per terra in una zona ombrosa. “Quando hai cominciato a partecipare alle proteste per le azioni di Israele?” chiedo. “Una settimana dopo il 7 ottobre” risponde. “Prima ero al corrente della situazione e all’occasione la denunciavo, cioè non stavo zitta in società, a una cena o sul lavoro, ma non avevo mai preso parte concretamente alla protesta. Furono i video di ciò che l’esercito israeliano stava facendo a donne, bambini, anziani, tutti, lo strazio dei loro corpi… e quell’arroganza con cui i soldati si vantavano delle loro azioni mostrandole senza vergogna che mi fecero scattare dentro una molla.” Silva è per metà armena; mi spiega che quando un popolo viene così tanto offeso, come nel caso di un genocidio, la distruzione subita dagli avi te la porti dentro sebbene tu sia nato generazioni dopo. Racconta dei legami profondi che sente con una trisnonna, di un dolore così grande che può solo essere rappresentato da croci visceralmente legate una all’altra. Presto vicino alla spiaggia ci sarà un allestimento a testimonianza di tutti gli olocausti presenti e passati. Silva partecipa all’organizzazione: l’idea è riuscire a far capire al visitatore che la matrice di tali orrori è sempre la violenza del patriarcato ed è anche la stessa forza che ha prodotto l’ICE e ne fomenta la ferocia. La sua famiglia è di fede cristiano-ortodossa, ma lei ha scelto di superare la religione istituzionale e avviarsi solitaria verso una consapevolezza che va conquistata con ragione, sentimento e intuizione femminile. Osservo che in questi mesi sono tante le donne, molte giovanissime, che ho visto uscire dall’ombra, afferrare megafoni e parlare in pubblico; lo fanno con determinazione, lucidità e passione, lasciando l’uditorio stupefatto. Silva è solita aprire un discorso in piazza richiamando l’attenzione con una poesia da lei composta, un testo di forte impatto emotivo: “Not for sail” invece di “sale” (un gioco di suoni che automaticamente si richiamano). La riporto qui sotto: Not for sail My ease is in the knowing that I will die My goods will not feed me where I remain and lie Victory? I have but only one For I have chosen to pull the trigger of the cosmic gun Splat, splish, boom! Brain no matter scattered mind, fishing poles and a fully loaded bladder A urinating stream of consciousness Warm and sound Digested and absorbed Fertilized pound for pound I don’t care to purchase your shit Soiled and coiled You mistake my gnosis for wit Feed me freedom And starve my oppression The white man looks at his watch His only Possession Drowning in the waves of his drooling He remembers The ocean was never his to own He kneels with submission and finally surrenders Silva Nahhas Le chiedo se ha osservato anche lei questo nuovo atteggiamento delle donne e che significato dà al fenomeno. “Certo, ogni donna è collegata al futuro, ma non perché assicuriamo la prosecuzione della specie e men che meno la progenie del maschio, questo deve essere chiaro: noi non siamo nate per soddisfare la sua vanità; siamo connesse al futuro con l’intuizione che ci contraddistingue. Ogni donna si sente “sicura” (safe) quando può parlare, non ripetendo a pappagallo una lezioncina nei modi che piacciono al sistema patriarcale, ma quando può esprimere la sua intelligenza, che appunto è commista all’intuizione, a un vedere attraverso, fino alla premonizione”. Come non essere d’accordo? Quale maggiore frustrazione, per un essere nato per guardare la vita attraverso un caleidoscopio di forme e colori che venire invece costretto fin da piccolo a camminare per sentieri lineari? E perché? Basterebbe osservare la natura per rendersi conto che nella sua perfezione aborre le linee dritte. Anche Silva ha una sua visione al riguardo, interessante e piuttosto irriverente: “Perchè i maschi avrebbero la potenzialità di divenire meravigliosi come Gesù e invece soccombono al loro ego e vanno nella direzione opposta, quella di Hitler, e allora guerre, distruzioni, possesso e controllo. Se capissero che l’unica cosa che davvero tengono sotto controllo è l’orologio che si sono messi al polso, non certo il tempo assoluto e men che meno la donna, il mondo cambierebbe all’istante”. Vede una minuscola pigna tra i fili d’erba e me la regala. Silva possiede una mente brillante, è acuta nelle osservazioni; le piace unire i puntini per arrivare alla definizione della figura e lo vuole fare da sola, non le interessa un disegno preconfezionato e comodo. Da piccola faceva troppe domande e veniva spesso punita per questo suo ardire. L’autorità non sopporta le domande. Da quasi vent’anni lavora presso studi immobiliari e legali, ma non ha titoli di studio importanti. Ha studiato da sola e fatto pratica sul campo. Cerco di capire meglio. “Dagli otto ai diciotto anni ho lavorato in un liquor store (un negozio con licenza di vendere alcolici) qui in California” mi spiega. “Sfruttamento minorile. Tutto quel che pensi qui non possa accadere invece accade”. Rimango interdetta, ma in fondo, gratta gratta, sotto gli splendidi giardini che si affacciano sull’oceano troverai lo spietato Far West. Silva non ha mai smesso di fare domande e la sua ribellione è diventata consapevolezza di una catena di sofferenza e schiavitù che deve essere rotta: “Mia madre ha fatto cose incredibili dove serve il coraggio: è scappata da sola prima dalla Giordania, con la sua grande amica palestinese che si chiama come te e poi dalla Siria tirandosi dietro tre bambini piccoli, ma poi passata l’emergenza è rientrata nel rango di una donna incastrata in una mentalità maschile. Quando mi sono separata, e avevo motivi più che validi per farlo, mi ha detto cose che una donna non dovrebbe pensare.” Ha ragione. La società si regge su un sistema patriarcale, le leggi, incluse quelle a tutela della donna, vengono create all’interno dei suoi parametri e ne siamo tutti vittime senza esclusione di genere. Ma piccoli esperimenti per allentare le maglie del sistema e confrontarsi al di fuori dei soliti schemi ci sono. Ricordo l’educazione reciproca tra i ragazzi del Palestinian Youth Movement al People Forum; penso all’ultima riunione dei gruppi locali di Long Beach alla libreria Page Against The Machine, dove ognuno aveva due minuti di tempo per parlare e tutti, che avessero vent’anni o appartenessero ai Veterans For Peace, hanno rispettato la regola e nessuno ha prevaricato sull’altro; ai ciclisti solidali di Chicago e New York che rifiutano ogni forma di protagonismo individuale e vogliono solo essere d’aiuto ai loro concittadini sotto assedio da parte dell’ICE. Ecco, forse nei giri di pensiero, che per noi donne sono continui salti pindarici e divagazioni, dove il filo appare perso solo a chi non si è mai messo per generazioni davanti al telaio, siamo tornate al punto di partenza. “Quando una donna si sente abbastanza al sicuro da essere sicura (che tecnicamente sarebbe confident, ma l’ambiguità voluta da Silva rende meglio l’idea)?”. Quando l’io svanisce e lascia il posto al rispetto.             Marina Serina
March 8, 2026
Pressenza
8 marzo. Sangue, lacrime e sudore delle donne
CI SONO ALMENO DUE SECOLI DI LOTTE PER LE RIVENDICAZIONI ECONOMICHE E PER I DIRITTI POLITICI DIETRO L’8 MARZO. MOLTE DI QUELLE LOTTE HANNO PRESO FORMA NELLE FABBRICHE TESSILI DI DIVERSI PAESI, A COMINCIARE DAGLI STATI UNITI. LE DONNE, STIPATE NELLE FABBRICHE, LAVORAVANO SEDICI ORE AL GIORNO. NELLA SOLA NEW YORK CITY, ALL’INIZIO DEL XX SECOLO, C’ERANO 500 FABBRICHE DI ABBIGLIAMENTO. NEL 1911, ALLA TRIANGLE SHIRTWAIST FACTORY, CHE CHIUSE A CHIAVE LE PORTE PER MONITORARE E CONTROLLARE LE DIPENDENTI, UN INCENDIO UCCISE 146 PERSONE, IN GRAN PARTE DONNE. I TANTI ABUSI CONTRO LE LAVORATRICI IN QUELLE FABBRICHE PORTARONO ALLA DICHIARAZIONE DELL’8 MARZO COME GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA LAVORATRICE DURANTE LA SECONDA CONFERENZA MONDIALE DELLE DONNE SOCIALISTE A COPENAGHEN. QUELLA DATA, SEGNATA DAGLI IMMENSI SACRIFICI DELLE LAVORATRICI, DAL LORO SANGUE, SUDORE E LACRIME, FU UFFICIALMENTE RICONOSCIUTA A LIVELLO MONDIALE DALL’ONU NEL 1975 COME GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA. OGGI INTORNO ALL’8 MARZO SAPPIAMO ALMENO DUE COSE. LA PRIMA: C’È UNA STORIA DI LOTTE TUTTA DA RISCOPRIRE E RICOSTRUIRE. LA SECONDA: IL CAPITALISMO È ABILE NEL TRASFORMARE IN MERCE CIÒ CHE RAPPRESENTA UNA MINACCIA ALLA SUA STABILITÀ… (Articolo anche in spagnolo e francese) Roma, 8 marzo 2025. Foto di Nilde Guiducci -------------------------------------------------------------------------------- Come hanno banalizzato la Giornata internazionale della donna! La Giornata internazionale dei diritti della Donna. È diventata una caricatura, priva di storia e memoria. Si dice che il capitalismo sia abile nel trasformare in merce ciò che un tempo rappresentava una minaccia alla sua stabilità e alle sue imposizioni. Ciò che è emerso come rivendicazione sociale, con proteste popolari, rivolte, morti e innumerevoli ferite, con tanto di sangue, deve essere banalizzato per poter essere venduto e spogliato del suo contesto. La lotta delle donne per i propri diritti è lunga, con una presenza non sempre visibile, ma comunque storica, nella Rivoluzione Francese e in una vasta gamma di manifestazioni di protesta nel XIX e XX secolo. Il capitalismo, che, secondo Marx, nacque “grondando sangue da ogni poro”, implementò orari di lavoro disumani, dando origine a colossali movimenti di protesta in Europa e negli Stati Uniti, come il movimento dei “Tre Otto” (otto ore di lavoro, otto ore di riposo e otto ore per l’istruzione). Alle lotte per le rivendicazioni economiche delle lavoratrici si aggiunsero quelle per i diritti politici, come il suffragio e l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne. Nel fervore di queste lotte negli Stati Uniti, si verificarono eroici esempi di scioperi e movimenti sociali, come i famosi Martiri di Chicago, che portarono all’istituzione – e alla celebrazione mondiale – del Primo Maggio. Gli immigrati, in massa, divennero manodopera a basso costo nelle fabbriche, come quelle tessili, dove la maggior parte dei lavoratori era donna. In A People’s History of the United States (Storia del popolo americano, in Italia edito da Il Saggiatore, ndr), Howard Zinn dipinge ritratti crudi di lavoratori sfruttati fino al midollo e racconta le numerose lotte di donne e uomini per la dignità e una vita migliore. Un famoso poeta, Edwin Markham, scrisse sulla rivista Cosmopolitan delle misere condizioni di lavoro: “In stanze prive di ventilazione, madri e padri cuciono giorno e notte… e i bambini che giocano vengono chiamati dai padroni a lavorare accanto ai genitori”. In diverse fabbriche tessili, in particolare negli Stati Uniti, si erano verificati gravi incidenti con numerose vittime a causa delle disumane condizioni di sfruttamento e dell’insicurezza sul lavoro. Le donne, stipate nelle fabbriche, lavoravano sedici ore al giorno. Nella sola New York City, all’inizio del XX secolo, c’erano cinquecento fabbriche di abbigliamento. “In quelle buche malsane, tutti noi – uomini, donne e giovani – lavoravamo tra le settanta e le ottanta ore a settimana, compresi sabato e domenica! Il sabato pomeriggio, appendevano un cartello con la scritta: ‘Se non vieni domenica, non devi venire lunedì'”, ha testimoniato una donna, citata da Zinn. Nel 1909, gli operai tessili degli Stati Uniti organizzarono uno sciopero generale, con una significativa partecipazione delle donne nere. Tuttavia, le terribili condizioni di lavoro non cambiarono; anzi, peggiorarono in tutte le fabbriche. Nel 1911, alla Triangle Shirtwaist Factory, che chiuse a chiave le porte per monitorare e controllare i dipendenti, un incendio uccise 146 operai, per lo più donne. Centomila persone marciarono lungo Broadway in onore di coloro che erano morti nelle brutali condizioni del capitalismo. I tanti abusi contro le lavoratrici, soprattutto nelle fabbriche americane, portarono alla dichiarazione dell’8 marzo come Giornata internazionale della donna lavoratrice durante la Seconda Conferenza mondiale delle donne socialiste a Copenaghen, grazie a una mozione proposta dalla leader Clara Zetkin. Questa data, segnata dagli immensi sacrifici delle lavoratrici, dal loro sangue, sudore e lacrime, fu ufficialmente riconosciuta a livello mondiale dalle Nazioni Unite nel 1975 come Giornata internazionale della donna. La commemorazione dell’8 marzo è un esercizio di storia di maltrattamenti, persecuzioni, discriminazioni e altre forme di sfruttamento delle donne, in particolare delle lavoratrici, sia in Colombia che all’estero. In Colombia, le lavoratrici aprirono la strada alle rivendicazioni nel febbraio e marzo del 1920, quando quattrocento giovani donne della Fabbrica Tessile Bello organizzarono il primo sciopero del Paese (esercitando il diritto di sciopero, approvato nel 1919). Betsabé Espinal emerse come la guida di quel glorioso movimento di “vergini ribelli”, le Giovanne d’Arco colombiane, come le chiamavano i cronisti dell’epoca. La Giornata Internazionale della Donna commemora le innumerevoli lotte delle lavoratrici di tutto il mondo che, con il loro eroismo e spirito combattivo, sopportando il peso della discriminazione, si sono ribellate alle imposizioni e agli abusi dei padroni delle fabbriche. Non è una data banale, né una festa commerciale, come si è tentato di fare da tempo, con settori ufficiali e non, che cercano di decontestualizzare e cancellare gli intrepidi sforzi delle donne per la propria dignità e la conquista dei diritti dentro e fuori le fabbriche. Tutto ciò che sa di disordini, rivoluzioni sociali o trasformazioni del sistema produttivo capitalista viene nascosto, censurato, combattuto e ridicolizzato. Inoltre, viene trasformato in una semplice merce sul mercato, cancellandone la storia e lasciando solo escrescenze vendibili, che generano plusvalore. È così che la Giornata Internazionale della Donna è stata banalizzata. È diventata un bazar, una farsa priva di contesto storico o politico. L’8 marzo è una giornata universale per conoscere un po’ di più su Rosa Luxemburg, María Cano, Nadia Krupskaya, Betsabé Espinal e sulle operaie bruciate vive nelle fabbriche tessili e di abbigliamento; sulle suffragette, sulle Madri di Soacha, sulle Madri di Maggio… Non è una festa di petali e cioccolatini, ma una commemorazione per camminare mano nella mano con la storia e le utopie. -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo, pubblicato originariamente sul blog di Reinaldo Spitaletta, è stato tradotto da Fausto Giudice per Tlaxcala – rete internazionale di traduttori indipendente – in spagnolo e francese. -------------------------------------------------------------------------------- APPUNTAMENTI: 8 marzo: manifestazioni in tante città con Non una di meno -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI LEA MELANDRI: > La guerra ha un genere -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo 8 marzo. Sangue, lacrime e sudore delle donne proviene da Comune-info.
March 8, 2026
Comune-info
Lotto marzo: Giornata internazionale della donna
di Bruno Lai … che però si dichiara debitore a Vittoria Franco. L’8 marzo non è la “festa della donna”. È la Giornata Internazionale della Donna, un giorno di rivendicazioni e di lotta. Tanto che alcuni gruppi di femministe contemporanee la chiamano “Lotto marzo”. L’8 marzo è una delle ventidue date significative scelte da Alessandro Portelli nel suo Calendario civile.
La guerra ha un genere
SAPPIAMO BENE DA TEMPO CHE UN “GENERE” SI È CONSIDERATO “NATURA SUPERIORE”. EPPURE, LA CONSAPEVOLEZZA CHE OGGI ABBIAMO DI QUELLA PRIMA GUERRA MAI DICHIARATA NON SEMBRA SCALFIRE LA “NEUTRALITÀ” DELLE ANALISI POLITICHE CHE SI LEGGONO SULLE TANTE GUERRE IN CORSO, NEUTRALITÀ CHE IMPEDISCE DI RICONOSCERE IL LEGAME TRA CHI COMPIE ORRORI E L’APPARTENENZA A UN SESSO. COME NON PENSARE CHE LA RADICE PRIMA DI OGNI CONSERVAZIONE ARMATA, SI CHIEDE LEA MELANDRI, SIA DA CERCARE IN QUELLO CHE È STATO CONSIDERATO IL “DESTINO NATURALE” DEI SESSI? Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- “Si distrugge per conservare”, “Prepara la guerra, se vuoi la pace”. Sappiamo bene ormai che si tratta di un falso, così come è falso dire che “si uccide per amore”. Di questi annodamenti perversi sappiamo che è fatta la storia del dominio più duraturo, quello di un “genere” che si è considerato “natura superiore” e come tale l’umano perfetto in grado di governare il mondo. Sappiamo anche che a legare insieme pericolosamente pulsioni opposte di amore e odio è quel rapporto unico, particolare, di potere che ha visto il maschio, da figlio dipendente e inerme, imporsi con la sua forza e le sue leggi sul corpo femminile che l’ha generato. Ciò nonostante, la consapevolezza che oggi abbiamo di quella prima guerra, mai dichiarata, che assommava già in sé classismo, razzismo e colonialismo, non sembra scalfire la “neutralità” delle analisi politiche che si leggono sulle tante guerre in corso, così come sulle ragioni che le muovono. A nessuno viene in mente che, se la globalizzazione ha rinfocolato difese nazionalistiche là dove era atteso un pluralismo nella diversità di culture e lingue, è perché ancora stenta a cadere la prima e più duratura delle “differenze”, quella che ha assegnato a un sesso e all’altro parti inscindibili dell’umano: corpo e pensiero, sessualità e politica, biologia e storia. Se oggi a trionfare su diritti, norme democratiche di convivenza, principi umanitari faticosamente conquistati, è la “legge del più forte”, l’onnipotenza del denaro e delle armi, non dovrebbe venire il dubbio che la violenza è già inscritta nell’origine della civiltà? Se le guerre hanno bisogno di un “nemico”, la compattezza di un popolo dell’esclusione del “diverso”, la civiltà di un opposto, quale è la “barbarie”, come non pensare che la radice prima di ogni opposizione, di ogni distanziamento, di ogni difesa identitaria, di ogni conservazione armata, sia da cercare in quello che è stato considerato il “destino naturale” dei sessi? Che cosa impedisce di dire che la guerra trova la sua spinta primordiale, per non dire il suo piacere, in una “virilità” perennemente ostile a quanto di “femminile” si porta dentro? Dei più feroci dittatori si conoscono le tenerezze private, senza che si veda in questa divisione paradossale il primo muro, o il primo assalto, che l’individuo di sesso maschile ha fatto a se stesso. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Guerra e maschilità > Gli orrori hanno un sesso -------------------------------------------------------------------------------- APPUNTAMENTI, ROMA 16 MARZO: > Dialogo tra una femminista e un misogino -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La guerra ha un genere proviene da Comune-info.
March 7, 2026
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La diseguaglianza e la potenza – di Cristina Morini
Cristina Campo scrive che esistono due mondi, lei viene dall’altro. “Mondo celato al mondo”, ecco perché non a tutti e tutte è dato comprendere. “Compenetrato” ma allo steso tempo “ignoto” al mondo. Cosicché per arrivarci davvero bisogna avere il desiderio e il coraggio di farsi attraversare dalla resistenza incarnata da una materia altra[1]. In [...]
March 3, 2026
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2 marzo 2014: muore Elvira Banotti
di Bruno Lai. Nel 1970 “Rivolta Femminile” scuote l’Italia del patriarcato e dei crimini silenziosi contro le donne. Elvira Banotti (1933-2014) è una delle protagoniste più dirompenti, radicali e “scomode” del femminismo italiano. È una donna intransigente. Il suo approccio non cerca il compromesso con il mondo maschile, ma punta a smascherarne le contraddizioni e il dominio attraverso una critica