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Lotto marzo: Giornata internazionale della donna
di Bruno Lai … che però si dichiara debitore a Vittoria Franco. L’8 marzo non è la “festa della donna”. È la Giornata Internazionale della Donna, un giorno di rivendicazioni e di lotta. Tanto che alcuni gruppi di femministe contemporanee la chiamano “Lotto marzo”. L’8 marzo è una delle ventidue date significative scelte da Alessandro Portelli nel suo Calendario civile.
La diseguaglianza e la potenza – di Cristina Morini
Cristina Campo scrive che esistono due mondi, lei viene dall’altro. “Mondo celato al mondo”, ecco perché non a tutti e tutte è dato comprendere. “Compenetrato” ma allo steso tempo “ignoto” al mondo. Cosicché per arrivarci davvero bisogna avere il desiderio e il coraggio di farsi attraversare dalla resistenza incarnata da una materia altra[1]. In [...]
March 3, 2026
Effimera
2 marzo 2014: muore Elvira Banotti
di Bruno Lai. Nel 1970 “Rivolta Femminile” scuote l’Italia del patriarcato e dei crimini silenziosi contro le donne. Elvira Banotti (1933-2014) è una delle protagoniste più dirompenti, radicali e “scomode” del femminismo italiano. È una donna intransigente. Il suo approccio non cerca il compromesso con il mondo maschile, ma punta a smascherarne le contraddizioni e il dominio attraverso una critica
Palestina: una terra che vuole vivere
Oggi potete leggere: aggiornamenti da Anbamed del 28 e 27 febbraio aggiornamenti da Radio Onda d’Urto del 27 febbraio da Solidaria Bari una iniziativa di solidarietà a Lozza (VA) una mostra per 10 giorni una poesia di MOHAMMED ABO SOLTAN da Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace e LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista – una importante lettera rivolta alla
February 28, 2026
La Bottega del Barbieri
Intercettare “uomini in crisi”
TRIBUNALI, CONSULTORI FAMILIARI, ASSOCIAZIONI CHE ORGANIZZANO CORSI PRE-PARTO, MA ANCHE UNIVERSITÀ E SCUOLE SUPERIORI. A PESCARA E CATANIA STANNO PRENDENDO FORMA RETI TERRITORIALI INEDITE COLLEGATE AI CENTRI PER UOMINI AUTORI DI VIOLENZA, CON UN OBIETTIVO PRECISO: INTERCETTARE IN ANTICIPO UOMINI CHE VIVONO SITUAZIONI DI AGGRESSIVITÀ, FRAGILITÀ ECONOMICA O DIFFICOLTÀ RELAZIONALI, E OFFRIRE LORO STRUMENTI E ASCOLTO PRIMA CHE LA VIOLENZA VENGA AGITA. NON PIÙ SOLTANTO INTERVENTI A DANNO COMPIUTO, DUNQUE, MA UN LAVORO DI PREVENZIONE CHE CERCA DI COINVOLGERE ISTITUZIONI, MONDO DELL’EDUCAZIONE E REALTÀ SOCIALI. UN’ALLEANZA AMPIA PER PROVARE A SPOSTARE IL BARICENTRO: DAL DOPO AL PRIMA. SONO APPUNTI CONCRETI DI NUOVI PERCORSI DI INCONTRO E TRASFORMAZIONE DEL MASCHILE, TANTO URGENTI QUANTO NECESSARI, MESSI IN CAMPO DAL PROGETTO “PRIMA CHE SIA TARDI” DOPO ALCUNI MESI DI RICERCA unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- C’è chi sostiene che gli abusi sessuali e i femminicidi emersi dagli Epstein files segnino una linea di confine. Raramente il patriarcato e la sua relazione con il capitalismo si sono mostrati con una brutalità così esplicita e documentata. Eppure, nonostante la portata delle rivelazioni, è concreto il rischio che tutto venga diluito dal rumore per lo scandalo che coinvolge volti noti. In questo scenario, rimettere al centro il tema della violenza maschile e favorire trasformazioni profonde del maschilità, restano sforzi di cui abbiamo sempre più bisogno. L’associazione Maschile Plurale, che da anni lavora in quella direzione, insieme al “Centro per uomini autori di violenza” (Cuav) di Catania-Siracusa e a quello di Pescara da alcuni mesi ha avviato il progetto “Prima che sia tardi”, sottotitolo “Nuovi percorsi di incontro e trasformazione del maschile”. Si tratta di un inedito percorso annuale di ricerca, prevenzione, formazione sulla violenza di genere, ma anche di presa in carico di persone che non hanno ancora un coinvolgimento penale, i cosiddetti “ammoniti”. L’ammonimento del questore è infatti una misura di prevenzione della violenza nell’ambito delle relazioni familiari o affettive: il destinatario viene invitato a partecipare a percorsi sulle condotte violente. Tuttavia, secondo l’esperienza ancora poco raccontata dei Cuav, le persone che hanno avuto l’ammonimento vivono più o meno le stesse vicende e spesso anche le stesse gravità riscontrate nelle situazioni che riguardano il penale. Le attività del progetto prevedono percorsi individuali e di gruppo centrati sui modelli di maschilità, sulla consapevolezza emotiva, sulle dinamiche relazionali e sull’assunzione di responsabilità rispetto ai comportamenti violenti, affiancati dalla produzione di materiali comunicativi. Un elemento centrale è il lavoro di rete con i servizi territoriali, attraverso momenti di confronto e formazione, con l’obiettivo di rafforzare pratiche condivise di invio, accoglienza e accompagnamento. A che punto si trova “Prima che sia tardi”? Nei Cuav di Catania e a Pescara è forte una consapevolezza: percorsi di questo tipo si muovono su contesti di prevenzione e formazione ma rientrano prima di tutto nell’ambito della tutela di situazioni potenzialmente pericolose per le donne. Guai a dimenticarlo. “A Catania siamo a un ottimo punto – dice Antonello Arculeo – Abbiamo dovuto rallentare. Siamo un po’ avanti perché il lavoro con gli ammoniti lo portiamo avanti già da tempo e abbiamo quindi adattato e modificato situazioni che erano in corso. Ora abbiamo una serie di persone nuove che dovrebbero entrare nel gruppo di ammoniti interessati al percorso e abbiamo deciso di utilizzare il know-how già raccolto”. Su 160 contattati, una ventina si sono resi disponibili al percorso: alcuni hanno cominciato, altri sono in attesa, altri in valutazione, molti hanno rifiutato. Nel 2025 gli uomini che hanno usufruito del servizio “Il Primo Passo” – dedicato all’ascolto e al lavoro con uomini che hanno agito comportamenti violenti (servizio che fa parte della Rete italiana dei centri che lavorano con uomini autori di violenza, RE.LI.VE, Relazioni Libere dalla Violenze) – nei territori di Catania e Siracusa sono stati 333 (98% di nazionalità italiana), di cui 177 “ammoniti”. I numeri degli ammonimenti del territorio di Catania sono tra i più alti d’Italia. Qui, del resto, è partita l’azione diretta “I Panni sporchi si lavano in pubblico, di violenza si può e si deve parlare” che ha coinvolto numerose scuole, associazioni e istituzioni del territorio ed è stata replicata in altre città (la prossima data unica nazionale sarà il 6 giugno 2026). Pescara invece vive la fase di preparazione del protocollo con la Polizia e della formazione di alcuni agenti: l’obiettivo è creare nei prossimi mesi il primo gruppo di ammoniti interessati al percorso. Qui gli ammoniti sono complessivamente 25, quindi numeri più contenuti. In marzo i due Cuav insieme al gruppo di ricercatori e ricercatrici costituito da Maschile Plurale promuoveranno un momento di formazione che coinvolgerà diversi enti, per presentare i dati raccolti e trovare insieme punti di incontro tra la parte scientifica e quella sperimentata sul campo. Intanto è stato avviato anche il lavoro per la costruzione nei territori di due reti che possano essere in grado di rintracciare gli “uomini in crisi”. “A Pescara abbiamo fatto un lavoro capillare per intercettare uomini che potrebbero avere problemi di aggressività, rabbia, delusione, difficoltà economiche o relazionali, in modo da chiedere aiuto prima che la violenza venga agita – racconta Luca Battaglia – Abbiamo raccolto informazioni e stiamo per creare sei o sette gruppi conoscitivi ed esplorativi con stakeholder diversi”. Queste reti mettono insieme realtà molto differenti come il Gruppo Antiviolenza in Tribunale (legato a Polizia di Stato e Carabinieri), i consultori, ma anche alcune associazioni che propongono percorsi pre-parto, dove gli uomini accompagnano le donne ma non hanno spazi dedicati. “Siamo stati accolti molto bene. Stiamo entrando in relazione anche con i corsi prematrimoniali per proporre incontri rivolti agli uomini – aggiunge Battaglia – Ma abbiamo lavorato anche con professori universitari maschi per intercettare studenti e colleghi, e con scuole superiori e università”. È evidente che la sperimentazione di queste reti, dove ad esempio sarà possibile trovare materiali informativi (frutto del confronto promosso dai due Cuav attraverso focus group) su processi da intraprendere per cambiare, è una delle parti più interessanti del progetto e, una volta verificati punti di forza e nodi critici, potrebbe ispirare azioni analoghe in molti altri territori. Nell’accurato rapporto 2025 sule Attività dell’Associazione Centro Famiglie, responsabile del Cuav di Catania-Siracusa, nel contrasto alla violenza intrafamiliare, tra l’altro, si legge: “I dati relativi agli ammonimenti del 2025 confermano la centralità del Cuav come snodo territoriale tra sistema di prevenzione, servizi e percorsi di presa in carico che uniscono attività individuali e di gruppo, e sottolineano l’importanza di rafforzare azioni di aggancio, orientamento e accompagnamento verso percorsi di responsabilizzazione e cambiamento”. Progetti come “Prima che sia tardi” diventano importanti per il legame con i territori ma anche perché pensati come parte di un cambiamento politico e culturale più ampio. In un articolo dedicato al bisogno di costruire pratiche politiche meno colonizzate dall’immaginario patriarcale (Per un’altra radicalità), scrive Stefano Ciccone tra i promotori della rete Maschile plurale: «Chi costruisce iniziative di contrasto ai femminicidi e alla violenza maschile contro le donne non lo fa perché “considera più grave la violenza in base a chi la subisce”, ma perché riconosce un fenomeno sociale specifico che è la violenza determinata da una cultura, da ruoli e modelli di genere…». -------------------------------------------------------------------------------- . . . . . . . . -------------------------------------------------------------------------------- “Prima che sia tardi” è finanziato da ActionAid International Italia E.T.S e Fondazione Realizza il Cambiamento nell’ambito del progetto NORA against GBV* cofinanziato dall’Unione Europea. *NORA against GBV Il progetto NORA against GBV (Network of Organization for Rights and Autonomy against gender-based violence) cofinanziato dall’Unione Europea e promosso da Fondazione Realizza il Cambiamento e ActionAid International Italia E.T.S. intende contribuire alla prevenzione e al contrasto della violenza maschile contro le donne in Italia attraverso il sostegno, il potenziamento e lo sviluppo delle capacità delle organizzazioni della società civile attive a livello nazionale, regionale e locale. Il progetto coinvolge cinquanta realtà attive in tutta Italia, creando così una rete del cambiamento in grado di ascoltare e rispondere ai bisogni specifici e concreti di ogni territorio e comunità. -------------------------------------------------------------------------------- Il contenuto di questa comunicazione rappresenta l’opinione degli autori che ne sono esclusivamente responsabili. Né L’Unione europea né DG JUST possono ritenersi responsabili per le informazioni che contiene né per l’uso che ne venga fatto. Analogamente non possono ritenersi responsabili ActionAid International Italia E.T.S. e Fondazione Realizza il Cambiamento. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Intercettare “uomini in crisi” proviene da Comune-info.
February 27, 2026
Comune-info
Epstein files, pedofilia e riproduzione della stirpe
-------------------------------------------------------------------------------- Acrilico su tela di Rossella Sferlazzo. “In questo dipinto, ho voluto catturare il momento in cui l’anima si libera dalle catene del passato e si apre a un nuovo inizio” -------------------------------------------------------------------------------- Nell’articolo di Francesca Coin pubblicato dal manifesto il 20 febbraio 2026, a proposito degli Epstein Files vengono riportate notizie a cui non sembra sia stato dato dalla stampa il rilievo che meritano. In tutte le forme di dominio, che la storia ha conosciuto, violenza economica e violenza sessuale, classismo e sessismo, sono variamente intrecciate e mescolate, ma l’abuso e il controllo sul corpo delle donne non ha mai preso la stessa rilevanza. C’è voluto un salto della coscienza storica, in tempi non lontani da noi, per portare allo scoperto la prima guerra, sia pure non dichiarata, che un sesso ha fatto altro, sottomettendolo e relegandolo a “natura inferiore”. Non è un caso perciò che, mentre il problema della classe e della razza hanno fatto da secoli il loro ingresso nella sfera politica, la relazione tra i sessi, sotto il profilo della sessualità e della riproduzione ancora stentano a uscire dal privato e a essere viste come parte non secondaria della storia e della cultura che abbiamo ereditato. Nella raccolta di articoli, uscita nel 2004 con Filema edizione, che è stata recentemente ristampata da Prospero Editore con il titolo Preistorie. Riflessioni sulle radici culturali dei fatti di cronaca, scrivevo che, dietro il “qui” e “ora’ della notizia si poteva leggere il fondamento mai tramontato della cultura patriarcale che ha considerato “privato”, “vita intima” le esperienze più universali dell’umano, consegnandole così all’immobilità della natura e all’oscurità dell’indicibile. Leggendo quanto hanno detto gli esperti delle Nazioni unite e la politologa australiana Melinda Cooper, riportato da Francesca Coin, sulla figura di Epstein, si viene a sapere che gli intrighi tra poteri economici, politici, scienziati, servizi segreti, avevano come collante mascherato e innominabile una sistemica pedofilia – abuso sessuale di bambine, ragazze, minori – legata al medesimo tempo alla ricerca di una sorta di “scienza della razza” o “riproduzione della stirpe”. “Questi crimini sono stati commessi in un contesto caratterizzato da ideologie suprematiste, razzismo, corruzione, misoginia estrema e dalla mercificazione e disumanizzazione di donne e ragazze provenienti da diverse parti del mondo”, scrivono gli esperti Onu. I corpi delle ragazze non erano solo merce per il piacere maschile, oggetto di giochi sadici, tortura, femminicidio, ma anche “incubatrici” del seme di una “razza superiore”. Abusi sessuali e suprematismo riproduttivo bianco intrecciati. In sostanza, ci sarebbero le condizioni per parlare di un crimine contro l’umanità e di portare in primo piano le testimonianze delle donne che ne sono state vittime. Qualcuno già accenna alla possibilità che il tutto venga insabbiato, ma si può dire che a essere insabbiati sono già gli aspetti di un dominio che ha usato da sempre il potere economico e politico per sfruttare, asservire, usare per scopi propri il corpo femminile. Nella rete tra potenti, sicuri della loro impunità, le giovani donne sono state merce per il piacere sessuale e per la riproduzione, “oggetti” intercambiabili per ogni sorta di violenza. Il patriarcato non è mai venuto allo scoperto, come in questo caso, in tutta la sua brutalità, ma c’è ancora il rischio che passi in ombra. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI LEONARDO MONTECCHI: > Pedagogia della crudeltà, necropolitica e nuove élite -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MAURA BENEGIAMO: > Classe e consenso: la politica dei corpi e i file Epstein -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Epstein files, pedofilia e riproduzione della stirpe proviene da Comune-info.
February 21, 2026
Comune-info
La mascolinità rotta
QUALCOSA SI È ROTTO IN QUELLO CHE RITA SEGATO HA CHIAMATO IL “MANDATO DELLA MASCOLINITÀ”. L’ULTIMO LIBRO DI NURIA ALABAO INDAGA QUELLA FRATTURA IN CUI APPAIONO DIVERSE SOTTOCULTURE MACHISTE E ANTIFEMMINISTE, DAI GYM-BROS, GLI OSSESSIONATI DELLA PALESTRA, AGLI ATTIVISTI PER I DIRITTI DEGLI UOMINI… PRENDENDO SPUNTO DA QUESTO SCENARIO, AMADOR FERNÁNDEZ-SAVATER SI CHIEDE COME È POSSIBILE ACCOGLIERE QUELLA ROTTURA NON PER RESTAURARLA MA COME OCCASIONE DI TRASFORMAZIONE. PARLARE CON QUEGLI UOMINI CHE PROMUOVONO VISIONI MISOGINE? DI COSA? E SOPRATTUTTO IN CHE MODO? Foto di Stefano Ferrario da Pixabay -------------------------------------------------------------------------------- Qualcosa si è rotto nella mascolinità, nel modello egemonico di mascolinità, in quello che Rita Segato chiamava a suo tempo il “mandato della mascolinità”. Cioè, quel mandato continua a emettere i suoi ordini (essere un “uomo vero” è essere un maschio organizzatore, protettore, dominante, autosufficiente), ma il mondo non offre più i mezzi per incarnarlo. Il libro di Nuria Alabao Ínceles, gymbros, criptobros y otras especies antifeministas elenca alcune di queste difficoltà, alcuni di questi ostacoli: la generale precarizzazione dell’esistenza, la spinta sia femminile che femminista nella società, lo scoppio del binarismo di genere, fenomeni come la pandemia… Il lavoro non garantisce più, il genere femminile non è subordinato, il genere è pluralizzato, il corpo stesso non obbedisce. Qualcosa resta disaccoppiato, sconnesso, rotto. Una dissonanza strutturale tra il mandato e le sue condizioni di possibilità. Chi sono adesso? Cosa si aspetta da me? Una mascolinità zombie continua come se niente fosse, ma per il resto di noi si apre una zona d’indeterminatezza attraverso la quale circolano sentimenti come l’impotenza, l’umiliazione, l’inferiorità, la frustrazione, la disorientamento, la solitudine… In questa zona d’indeterminatezza appaiono tutte quelle sottoculture machiste e antifemministe che analizza Nuria Alabao nel suo libro: gym-bros (gli ossessionati della palestra, ndr), cripto-bros (gli ossessionati delle criptovalute), artistas del ligue (gli uomini che si considerano esperti nella seduzione), attivisti per i diritti degli uomini… Restauro, vittimizzazione, ripiegamento Ciascuna di esse è a mio avviso una particolare elaborazione della crisi del modello egemonico di mascolinità, una tecnologia esistenziale per elaborare la crisi: i gim-bros e i cripto-bros sono la promessa di un restauro del rotto, attraverso la riaffermazione anfetamínica del modello egemonico di mascolinità, nell’incrocio tra il culto del corpo e l’imprenditorialismo neoliberale. La rottura è riconosciuta, ma riformulata come deficit individuale e fallimento di rendimento. Il corpo diventa l’ultimo baluardo di sovranità: senza lavoro, senza casa, con paura, possiamo ancora fare burpees (esercizi a fisici a corpo libero ad alta intensità, ndr)! Questa risposta ha qualcosa del simulacro: muscoli invece di potenza reale, denaro immaginario, gesti e retorica. Quel simulacro può calmare l’angoscia e dare senso per un istante, ma ciò che è rotto rimane rotto e la delusione finale è assicurata. I cosiddetti da Nuria Alabao “attivisti per i diritti degli uomini” sono a mio avviso una risposta vittimizzata alla crisi. Gli uomini sono considerati da loro come vittime del femminismo e dei suoi eccessi (sul lavoro, nei tribunali, nella legislazione). Ciò che è rotto viene riformulato così come il torto (giuridico e morale). Non si legge come effetto di trasformazioni complesse, ma come danno che un altro mi causa (“ora il sistema discrimina noi”). Il femminismo si presenta come abusivo, la sua complessità e pluralità si riduce alle espressioni istituzionali o punitiviste, l’uomo si presenta come minoranza non protetta. Le denunce, i quadri legali, i procedimenti giudiziari diventano ora il campo di battaglia. La risposta di Nuria Alabao è affermativa e coraggiosa: entra in ogni discussione separata (discriminazione, quote, detenzioni preventive, cancellazione), indica altre cause per i dati che si presentano sulla sofferenza maschile invece di negarli, riprende alcune delle critiche da un approccio non punitivista, si espone infine e rischia la discussione, mostrando una fiducia nella potenza del femminismo per discutere qualsiasi cosa. Gli Inceles (parola che appare anche nel titolo del libro intorno a cui ragiona l’autore in questo articolo, è l’abbreviazione dell’inglese involuntary celibate, “celibe involontario”, e allude agli uomini che online si definiscono incapaci di trovare relazioni con le donne per colpa delle donne, ndr) rimangono nei corpi rotti. Non possono adempiere al mandato della mascolinità, ma nemmeno rivoltarsi contro di essa né trovare una direzione alternativa, un modo diverso di essere uomini, di incontrare donne, di vedere se stessi. Rimangono nella zona di indeterminazione, nell’impotenza, nell’umiliazione, nel sentimento di inferiorità, a volte tradotto in violenza misogina, il più delle volte come frustrazione, ritiro, solitudine. Sono intrappolati in un vero e proprio vicolo cieco: obbediscono a un mandato di mascolinità che restituisce loro un’immagine deficitaria di se stessi (“non siamo all’altezza”). Infine, la manosfera (l’insieme di comunità, blog, social media che promuovono visioni misogine) è lo spazio dove tutto quel disagio per ciò che è rotto si traduce in adesione alla destra, è la macchina che traduce la sofferenza maschile in sostegno ai Trump, Milei, Abascal (Santiago Abascal, presidente del partito spagnolo di estrema destra Vox), ecc. In questo modo, il più micro e quotidiano diventa la “base libidinale” dell’estrema destra globale. Il personale è politicizzato, ma in senso antifemminista. Culto della forza, disprezzo dei deboli, naturalizzazione delle gerarchie, ammirazione per il vincitore, messa in scena di potenza, racconto epico di restauro nazionale-maschile, designazione di capri espiatori, l’estrema destra offre alla mascolinità rotte spiegazioni da utilizzare, nemici da odiare, cause a cui aderire. Si può assumere il rotto in altro modo, non volerlo restaurare, non prenderlo come danno o offesa, non restare nel rotto, ma attraversarlo come occasione di trasformazione, come passaggio verso un nuovo paesaggio, altre forme di essere maschio, altre mascolinità, eguali, non patriarcali? Come parlare con loro? L’ultima parte del libro di Nuria Alabao si domanda come parlare con loro, come interpellare i giovani dal femminismo, come includerli in un progetto di trasformazione che ha bisogno di loro. È una domanda aperta, senza ricette, un invito a pensare, in collettivo. Il libro si presenta incompiuto, vuole completarsi nella conversazione con i lettori e le lettrici che si sentono interpellati. Personalmente, direi che c’è qualcosa che non funziona: la colpevolizzazione come motore del cambiamento, la colpevolizzazione come effetto di strategie politiche moralizzatrici (indicare il bene, punire il male). Quello che si chiama il “woke”. Perché il woke esiste, non è un’invenzione dell’estrema destra, attraversa i mondi e le persone che si identificano con la trasformazione sociale, come passione per indicare, passione per correggere e passione per punire (o cancellare). Il rimprovero e la critica, la richiesta morale, il richiamo pubblico, con l’idea cosciente o inconscia che la colpa (sentirsi in colpa, far sentire in colpa, estendere il senso di colpa) può avere un’efficacia di trasformazione. Ma la colpa non cambia nulla, non produce alcuna modifica soggettiva, solo gesti difensivi, ritiri strategici, simulazioni di cambio. Una volta passato lo spettacolo della colpa, tutto torna alla normalità. O peggio: risentimento, revanscismo, affermazione trasgressiva di ciò che è stato indicato come “male”, ribellione contro la norma che ha cercato di imporsi come politicamente corretta. La colpa non funziona nemmeno come motore di trasformazione “verso l’interno”. Autoesigenza, vigilanza interiore, ideale dell’io, correzione superficiale del linguaggio. Lo spiegano Alejandro Vainer e Carlos Barzani, nel loro libro El malestar de los hombres en tiempos de oscuridad, riguardo a quello che è stato chiamato “decostruzione della mascolinità”. Questa pratica, molto tipica del progressismo benpensante, funziona sotto il presupposto intellettualista che si può decostruire come si decostruisce un testo e fa appello a una forza di volontà di tipo superyoico (“dobbiamo essere buoni, smettere di essere patriarcali). Il soggetto è controllato, contenuto, represso, ma non cambia. In entrambi i casi, a mio avviso, il fallimento ha le stesse ragioni: la colpa non tocca il desiderio e l’unica forza di trasformazione effettiva è il desiderio. Il disagio provato per un modo di essere maschile che non si ama più e la voglia di trovare un modo diverso di vivere. Il disagio e la voglia, non la moralizzazione e la colpa. Parlare e politicizzare Nel libro di Nuria Alabao trovo due proposte che mi interpellano: conversare e politicizzare. La domanda su come dialogare con loro, con quei giovani nella zona d’indeterminatezza, nella zona di pericolo, nel vuoto del rotto, mi sembra fondamentale. In famiglia, a scuola, tra amici… Quale parola può trasformare, quale spazio di scambio di parole può toccare qualcosa in noi e cambiarci, c’è domanda politicamente più rilevante oggi? La parola non è mero veicolo di informazioni, non è cinghia di trasmissione di significati o di messaggi, ma una forza che fa e disfa il mondo, che può avvelenarci e anche curarci. Lo sappiamo tutti per esperienza, la parola può trasformarci, almeno a certe condizioni. Come parlare con loro, in quali condizioni? La proposta di Nuria Alabao, così come la interpreto io, è di osare pensare con loro. Non spiegare loro le cose, ma pensare con loro. È molto diverso. Passa, come dice molto bene Nuria, per dare legittimità ai loro dubbi, per evitare risposte note, per affrontare domande scomode. Adulti che non si pongono nella posizione di chi sa e spiega, ma che si offrono come compagnia per pensare, non necessariamente da posizioni simmetriche e orizzontali, ma dall’idea che l’altro possa pensare per se stesso e anche dalla propria voglia di farlo. Perché solo ascolta e parla veramente chi vuole pensare qualcosa, chi vuole imparare qualcosa, chi vuole andare oltre se stesso, di ciò che già pensava e credeva, e ha bisogno dell’altro per farlo. C’è un tipo di parola, di spazio e scambio di parole, che non trasforma perché non conta con l’altro. La parola verticale, pedagogica o moralizzante, che inserisce l’altro nella posizione di oggetto che deve semplicemente “assimilare il giusto”. Pensare è diverso, una parola rivolta all’altro come soggetto, una conversazione tra soggetti, uno scambio nella quale ogni voce è importante, valida, può dare il suo contributo. Questa è una parola che può toccare il desiderio. Il disagio e la voglia Ma parlare di cosa? Direi: del disagio e della voglia. Il malessere non è un deficit da correggere, ma una potenza di trasformazione. È il segno che qualcosa non va bene nella nostra vita, che c’è qualcosa da rivedere su noi stessi, è un invito a cambiare, è anche un’energia di cambiamento e trasformazione. Il disagio non è l’opposto del desiderio, ma può essere un passaggio verso esso. Mettere parole al nostro disagio come uomini che abitano il rotto, sulle difficoltà di abitare quello spazio “tra” un mandato che non possiamo (né vogliamo più) adempiere e qualcos’altro ancora da inventare. Dare nomi propri a quello che ci succede, non assumere semplicemente le categorizzazioni che vengono fatti da altri, tante volte con un affanno manipolatore; estrarre l’esperienza dallo spazio della vergogna, del destino puramente individuale, dell’innominabile; elaborare il disagio, modellarlo, dargli forma. Ma parlare anche della voglia, delle esperienze positive, delle ispirazioni belle, di tutto ciò che dà gusto e piacere, di ciò che ha potuto funzionare nelle relazioni per costruire splendidi affetti, di riferimenti ad altri modi di essere maschio che possiamo trovare nella storia, nel cinema, nella letteratura. Condividere da lì, dalle piccole invenzioni quotidiane, dagli esempi (più che nuovi modelli) che ispirano tutti, da ciò che dà voglia. Infine, che cosa sostiene tutta questa conversazione difficile? È l’affetto senza dubbio. Senza affetto di mezzo non c’è parola che possa trasformare. Ma bisogna capire bene di che cosa si tratta. L’affetto non è “buon umore”, non è compiacenza, non è diplomazia, ma una fiducia che ci abilita a parlare, una fiducia incoraggiante. Che parlare può servire a qualcosa, che abbiamo qualcosa da dire, che la nostra parola conta, che abbiamo una voce propria, che possiamo trovare una via d’uscita dalla sofferenza. Come parlare con loro? Creare situazioni in cui parlare di ciò che ci succede, sia agli adulti che ai giovani, dove la parola dell’altro conta e importa davvero, senza sapere in anticipo cosa diremo, fino a che punto arriveremo. Politicizzare il malessere La seconda proposta di Nuria Alabao è politicizzare il disagio. Reindirizzarlo verso le sue vere cause, verso le precarie condizioni di vita, verso il giusto nemico. Mettere al lavoro la rabbia che sentiamo contro il sistema che produce il disagio, che è il capitalismo e non la “minaccia femminista”. Io credo che tutto questo sia necessario ma non sufficiente, che non dobbiamo solo “correggere il bersaglio” del disagio per quello rotto, ma relazionarci con lui in un altro modo, farne un’energia di pensiero e di trasformazione. Cosa c’è di sbagliato? Cosa possiamo fare al riguardo? Possiamo diventare uomini diversi? Non “uomini nuovi”, quell’illusione epica e totalizzante del passato rivoluzionario, ma uomini forse un po’ diversi, una differenza piccola ma decisiva. Come si desidera? Che cosa ci si aspetta dall’altro? Cosa si intende per riconoscimento? Qual è il nostro rapporto con la vulnerabilità, con la dipendenza? Come ci relazioniamo con la concorrenza e il successo? Come ricreare ora, attraversando ciò che è rotto, altre sessualità, altre erotiche, senza proiezioni di ciò che “deve essere”, ma partendo da qualcosa nella realtà che già funziona diversamente, vuole diversamente, è già diverso? L’esempio che volevo portare qui, per rendere più concreto il tema, anche perché è l’esempio che ha potuto avere un impatto nella mia biografia, sono le controculture. Non è ciò di cui abbiamo più bisogno, una nuova controcultura? Cioè non solo di una sfida allo stabilito, ma anche di un’energia creatrice di autotrasformazione, una nuova etica delle relazioni, una nuova educazione sentimentale. Un nuovo amore, se così si può dire. Per me la sfida chiave di una nuova controcultura sarebbe questa: come imparare, insieme, a leggere e orientarci nel nostro desiderio, il più oscuro, il più difficile da ascoltare, il nostro desiderio e quello degli altri, il nostro desiderio rispetto a quello degli altri, un rapporto che può essere molte volte contraddittorio, opaco, conflittuale, teso, ma anche perseverante, insistente, fiducioso. È l’avventura più difficile ma ne vale la pena, questo mi dico e mi ripeto. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Ctxt (e qui con il consenso dell’autore) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Prima che sia tardi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La mascolinità rotta proviene da Comune-info.
February 18, 2026
Comune-info
Impresentabile
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Gianfranco Grenar su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- La violenza contro le donne resta ancora, nella maggior parte dei casi, impresentabile. Non c’è bisogno di arrivare alla questione del “consenso”, introdotto nel disegno di legge Buongiorno (leggi anche Quando sono le donne a fare il lavoro sporco del patriarcato), per sapere che sono le donne, per il pregiudizio atavico della ideologia patriarcale, a dover dimostrare che “non se la sono cercata” che non sono state loro a “dare corpo” alla sessualità dell’uomo. Di fronte alla violenza maschile in tutte le sue forme, invisibili – molestie sessuali, condizionamenti psicologici, ricatti lavorativi, dipendenza economica, ecc.- e manifeste – stupro, maltrattamenti, tentato femminicidio, segregazione, ecc.-, sappiamo bene quanto sia difficile per una donna darne testimonianza pubblica, o arrivare alla denuncia. Quanto conta la paura della ritorsione vendicativa da parte dell’aggressore e quanto invece quella di dover affrontare una legge improntata da millenni allo stesso sessismo per cui si chiede giustizia? Quanto fanno da freno rapporti con datori di lavoro, legami affettivi con un familiare, l’idea di una “colpevolezza” già inscritta in un corpo identificato con la sessualità, la “caduta”, “il peccato”? Quanto è più difficile alzare la propria voce contro una aggressione sessista per la donna che, essendo conosciuta pubblicamente, sa di sollevare pettegolezzi, voyeurismo, spettacolarità, curiosità e dubbi sulla sua condotta? Se il Me-too si è alzato all’improvviso e ingrossato rapidamente come l’onda anomala di un tifone marino, è perché era già il fondamento traballante, “il mare ribollente” di un vissuto quotidiano impossibile da “nominare”. Per questo è importante che, oltre a manifestare e opporsi a leggi che rafforzano paure e silenzi, si torni a indagare fin dalle sue origini la cultura patriarcale, inscritta nelle istituzioni, nei poteri, saperi e linguaggi della sfera pubblica, e purtroppo anche “nell’oscurità dei corpi”, come dice Pierre Bourdieu. E da lì che va snidata per evitare che la vittima diventi col suo silenzio, forzatamente e suo malgrado, complice dell’aggressore. “Non sei sola” deve voler dire che, oltre a contare sulla solidarietà di tante altre donne, si può fare riferimento a teorie e pratiche di un movimento di liberazione dal dominio maschile, la cui voce è diventata ormai incancellabile dal dibattito culturale e politico. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Impresentabile proviene da Comune-info.
February 17, 2026
Comune-info
Quando sono le donne a fare il lavoro sporco del patriarcato
-------------------------------------------------------------------------------- Napoli. Carnevale del Gridas di Scampia: su questo tema c’è poco da scherzare. Foto di Ferdinando Kaiser -------------------------------------------------------------------------------- Trent’anni sono passati da quel 1996 in cui pensavamo di aver finalmente spostato lo stupro dal fango della “morale pubblica” alla dignità della persona, ma oggi il vento è cambiato. Il 15 febbraio, in 44 città italiane, migliaia di corpi e di voci si sono alzati non per celebrare un anniversario, ma per alzare un argine contro una retromarcia che ha il sapore amaro del tradimento. È una rabbia lucida quella che attraversa le piazze, alimentata dalla consapevolezza che il patriarcato non ha più bisogno di indossare i pantaloni per colpire: oggi usa il volto e la voce di donne come Giorgia Meloni e Giulia Bongiorno per fare il suo lavoro più sporco. Non è un caso isolato, quello italiano. Nel momento in cui scriviamo, la destra più reazionaria lavora ovunque — dall’America di Trump all’Europa dei sovranismi — per rimettere al proprio posto l’autodeterminazione femminile. È un progetto culturale prima ancora che politico: riportare il corpo delle donne sotto il controllo maschile, un passo alla volta, con la gradualità di chi sa che i cambiamenti bruschi fanno rumore. Il caso Epstein non è un’eccezione mostruosa: è la punta di un iceberg fatto di culture che vedono il silenzio come assenso e il potere come licenza. Quella stessa cultura bussa oggi alle porte del Parlamento italiano. Hanno preso il concetto di “consenso” — quel sì libero e attuale che è l’unica linea di confine tra un atto d’amore e una violenza — e lo hanno cancellato con un tratto di penna, sostituendolo con la parola “dissenso”. Una sola parola che capovolge il mondo: non sei più libera per principio, ma sei preda per default finché non riesci a dimostrare di aver lottato, gridato, resistito. È la stessa cultura che ha permesso a uomini potenti di abusare per anni nel silenzio, sapendo che senza una “prova di resistenza” il loro crimine sarebbe scivolato in una zona grigia di impunità. Ed è la stessa logica che rende invisibili le vittime come Gisèle Pelicot — drogata dal marito per anni e messa a disposizione di decine di uomini mentre era incosciente — perché chi non può esprimere dissenso, nella cultura patriarcale, non esiste come vittima. Meloni e Bongiorno prestano il loro nome a questa operazione, agendo come scudi umani per un sistema che vuole normalizzare il silenzio come assenso. Ma la piazza ha risposto con un calore che è incendio: meglio nessuna legge, meglio restare con le vecchie norme integrate dalla Convenzione di Istanbul, piuttosto che accettare un arretramento che ci vuole di nuovo silenziose e sottomesse. Dare un segnale forte oggi non è più un’opzione, è un dovere di sopravvivenza. Non permetteremo che il cammino di trent’anni venga cancellato da chi ha scelto di farsi ancella di un potere che ci vuole senza voce, dicono quelle piazze. Perché senza un sì esplicito, oggi e sempre, resta solo lo stupro. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MAURA BENEGIAMO: > Classe e consenso: la politica dei corpi e i file Epstein -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quando sono le donne a fare il lavoro sporco del patriarcato proviene da Comune-info.
February 16, 2026
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Orrori consueti e orrori dimenticati
TORINO NEL DICEMBRE 2011 SI È MACCHIATA DI UN POGROM IN PIENA REGOLA. CHE MOLTI HANNO GIÀ DIMENTICATO. NIZZA MONFERRATO, QUALCHE GIORNO FA HA CERCATO DI REPLICARLO. MA ANCHE IN QUESTO CASO NON LA RIMOZIONE È COMINCIATA SUBITO. DEL RESTO CI SONO I GIOCHI INVERNALI DI MILANO-CORTINA. FEMMINICIDI, RAZZISMO E MEMORIA CORTA Disegno di Gianluca Costantini -------------------------------------------------------------------------------- La prima scena è quella di Zoe dentro al bar. Sta per uscire e dice “a domani” perché ha appena finito il turno di lavoro: non sa, non può sapere che sarà l’ultimo. È una serata come tante, a Nizza Monferrato, e lei sta per recarsi a una cena a casa di amici. Tra di loro c’è anche Alex, che si è lasciato da poco con la sua migliore amica. La seconda scena è per strada, dopo cena. Zoe viene colpita ripetutamente dal destro di Alex, che con i pugni sa e può fare male perché pratica la boxe. Sono rimasti soli, lui ci ha provato, lei lo ha respinto: nell’Italia del 2026 è ancora, incredibilmente, la premessa perfetta per un femminicidio. La scarica è micidiale, Zoe è tramortita e non si regge in piedi. Alex capisce la gravità della situazione, si fa prendere dal panico e anziché chiamare i soccorsi la butta in un canale. La terza scena è il volto di Zoe – i lineamenti dolci, la smorfia sbarazzina – che campeggia su tutti i media. Perché la ragazza in quel canale ci è morta, se per annegamento o per i colpi subiti non è ben chiaro e a questo punto nemmeno ha più importanza. E tanti saluti ai suoi diciassette anni, a tutta la vita davanti e a tutti i sogni nella testa. Quello di Zoe Trinchero andrebbe in archivio come il femminicidio numero 7 dall’inizio dell’anno senza nemmeno troppo clamore, dato che l’Italia tutta, istituzioni comprese, è concentrata su un comico che si chiama Pucci e sui giochi invernali di Milano-Cortina. Ma non va così, l’archivio dovrà aspettare: perché nel frattempo di scena ce n’è stata un’altra.  È di nuovo la sera del 6 dicembre, solo un po’ più tardi di prima. Sotto casa di Naudy Carbone, musicista di origini guineane che vive a Nizza Monferrato da quando aveva tre anni, si è radunata una folla inferocita: una cinquantina di persone, diverse delle quali armate di bastone o di coltello, ansiose di “fare giustizia”. Perché, subito dopo avere ucciso Zoe, Alex ha pensato di salvare sé stesso addossando a qualcun altro il delitto. Chi meglio di un nero un po’ eccentrico che si dice abbia dato qualche segno di fragilità emotiva? Detto fatto, neanche il tempo di puntare l’indice che il tribunale del popolo ha già emesso la sentenza: morte al nero, morte al pazzo. Naudy si spaventa e chiama i carabinieri, che lo salvano dal linciaggio. La verità farà in fretta a emergere, insieme alla vergogna che la maggioranza degli abitanti di Nizza proverà per l’accaduto. Una ferita collettiva che costringe il frastuono a lasciare spazio al silenzio. Ma è dura fare i conti con una realtà del genere, specie se non si sa o se ci si è dimenticati che certi orrori – ma anche certi errori – possono accadere ovunque. E relegarli nel dimenticatoio è il peggio che si possa fare. Torino, quartiere Vallette, 7 dicembre 2011. Si diffonde a tempo di record e suscita sgomento in tutta la città la notizia dello stupro subito da una ragazzina di sedici anni. È lei stessa a raccontare che a violentarla sono stati due stranieri, due ragazzi del vicino campo rom della cascina Continassa. Le cronache corrono e la rabbia monta in fretta, insieme al desiderio di vendetta. Tanto che la si ritrova in strada neanche tre giorni dopo, in una fiaccolata alla quale prendono parte, tutti insieme appassionatamente, esponenti dell’estrema destra, ultrà della Juventus e rappresentanti locali del Pd. Una parte di manifestanti si stacca dal corteo e, incoraggiata dagli applausi di parte dei partecipanti, va a dare fuoco al campo rom della Continassa. A impedire una strage è stata solo la paura che ha consigliato ai suoi abitanti di passare la serata altrove. È così che Torino si macchia di un pogrom in piena regola, del quale in molti si vergognano mentre altri arrivano a giustificare l’accaduto con l’esasperazione legata alla presenza dei rom e con l’orrore per quanto accaduto alla ragazza. Che però nel frattempo, messa alle strette dalle perplessità dei medici e delle forze dell’ordine, ritratta tutto e cambia la versione dei fatti: nessuno l’ha violentata, si è inventata la storia dello stupro per giustificare i segni di un rapporto sessuale avuto con il fidanzato. Perché nell’Italia del 2011 i suoi genitori – civilissimi italiani, mica zingari – la sottopongono periodicamente a una visita ginecologica per a verificarne la verginità. Da lì a dare fuoco a un campo rom, come si vede, il passo può essere incredibilmente breve.  Ora, se queste due storie hanno una morale è quella dello sporco spazzato sotto il tappeto, della memoria corta, dell’ipocrisia. Perché chiunque in cuor suo sa bene – e se ne vergogna, o almeno si spera che lo faccia – che il pugno, l’indice puntato, il controllo asfissiante vanno sempre a colpire il più debole, il più fragile, il diverso. E che le cento e più vittime di femminicidio che contiamo ogni anno vengono uccise dalla stessa logica che muove il razzismo e la xenofobia. Dovremmo ricordarcene, dovremmo denunciarlo ogni singolo giorno, custodendo la memoria e chiamando le cose con il loro nome. Perché Cristo non è morto di freddo e un ghetto che brucia non è mai una fatalità. E Marinella, proprio come Zoe, dentro al fiume non ci è scivolata. Sarebbe ora di dirselo chiaramente.  -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Orrori consueti e orrori dimenticati proviene da Comune-info.
February 14, 2026
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