Chomsky, Epstein e le contraddizioni che ci interroganoSI PUÒ PASSARE LA VITA A DENUNCIARE IL CAPITALE E LA MERCIFICAZIONE DEI CORPI E
POI ACCETTARE LA COMPAGNIA, I FAVORI E L’INTIMITÀ DI UN CAPITALISTA PEDOFILO CHE
HA COSTRUITO LA PROPRIA RETE DI POTERE ANCHE SUL TRAFFICO DI RAGAZZE? SE
PRENDIAMO SUL SERIO QUELLO CHE CHOMSKY HA SCRITTO SUL POTERE, LA RISPOSTA È
BRUTALE: SÌ, È POSSIBILE. CHOMSKY È OGGI LA DIMOSTRAZIONE VIVENTE DELLE PROPRIE
TEORIE SULLA FABBRICA DEL CONSENSO, NON PERCHÉ FOSSE IPOCRITA DALL’INIZIO, MA
PERCHÉ NESSUNO È IMMUNE DALLE DINAMICHE CHE DESCRIVE QUANDO SI DIVENTA
ABBASTANZA PRESTIGIOSI. LA LEZIONE PIÙ DEVASTANTE DEL CASO EPSTEIN-CHOMSKY È CHE
IL POTERE CONTEMPORANEO NON FUNZIONA PRINCIPALMENTE CON LA REPRESSIONE APERTA
DEI DISSIDENTI, MA TRAMITE LA LORO INCORPORAZIONE. «IL PUNTO POLITICO NON È
“CANCELLARE” CHOMSKY O BRUCIARE I SUOI LIBRI. IL PUNTO È SMETTERE DI PROIETTARE
SUI NOSTRI MAESTRI UN’AURA DI PUREZZA… – SCRIVE RICCARDO TADDEI – CI RESTA
L’OBBLIGO DI COSTRUIRE FORME DI CRITICA AL POTERE CHE SIANO PIÙ COLLETTIVE, MENO
DIPENDENTI DA SINGOLE FIGURE CARISMATICHE… E CI RESTA, FORSE SOPRATTUTTO, LA
RESPONSABILITÀ DI APPLICARE LA CRITICA SISTEMICA ANCHE A NOI STESSI, AI NOSTRI
CIRCOLI, ALLE NOSTRE PRASSI. QUALI SONO I NOSTRI “EPSTEIN”, MAGARI IN SCALA
MINORE?…»
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Ho stimato Noam Chomsky per anni. L’ho letto, citato, usato come bussola morale
e intellettuale. Proprio per questo, vedere il suo nome comparire in modo così
fitto nei file su Jeffrey Epstein – non come contatto occasionale, ma come
presenza ricorrente, complice, grata dell’accesso che Epstein poteva garantirgli
– non è solo una notizia di cronaca: è uno schiaffo simbolico, un crollo di una
certa immagine dell’intellettuale radicale.
Quello che emerge dai documenti è ormai chiaro: Chomsky non si è limitato a
“incontrare una volta” Epstein, ma ne ha coltivato la relazione per anni dopo la
condanna del 2008 per reati sessuali su minori, considerandolo un interlocutore
prezioso per capire il sistema finanziario globale, volando sul suo jet e
beneficiando delle sue connessioni. Non si può liquidare tutto questo come una
svista, una distrazione, un “non sapevo”. A quel livello di informazione, a
quell’età, con quella lucidità analitica, sapere chi è Jeffrey Epstein non era
un dettaglio opzionale, era il punto di partenza, che Chomsky arriva ampiamente
a valicare, perfino a giustificare.
Da qui nasce la domanda che mi ha lasciato basito: si può passare la vita a
denunciare l’imperialismo, il capitale, la mercificazione dei corpi… e poi
accettare la compagnia, i favori e l’intimità di un capitalista pedofilo che ha
costruito la propria rete di potere anche sul traffico di minori? Se prendiamo
sul serio quello che Chomsky ha scritto sul potere, la risposta è brutale: sì, è
possibile. Non perché sia “giusto”, ma perché il sistema che lui stesso ha
descritto è così pervasivo da inglobare anche i suoi critici più radicali,
quando questi vedono in un nodo di potere come Epstein un canale privilegiato di
accesso a informazioni, relazioni, risorse.
Qui emerge un paradosso devastante: l’intellettuale che ha passato decenni a
decostruire i meccanismi di consenso fabbricato, che ci ha insegnato a guardare
con sospetto ogni forma di potere concentrato, che ha smascherato le connessioni
tra élite economiche e politiche, si è ritrovato seduto al tavolo di uno dei
nodi più oscuri di quella stessa rete. E la giustificazione – voler “capire il
sistema finanziario dall’interno” – suona terribilmente vuota quando pensiamo
alle ragazze il cui dolore ha reso possibile l’esistenza di quel tavolo.
La cooptazione simbolica come strategia di potere
Qui non è solo in gioco la coerenza personale di Chomsky, per quanto dolorosa
sia la delusione. In gioco c’è l’immagine stessa di cosa significa oggi essere
“intellettuale critico”. Il caso Epstein ci mostra che le élite non vogliono
soltanto miliardari, banchieri e politici al proprio tavolo: vogliono anche
filosofi, linguisti, scienziati, premi Nobel, voci di sinistra. Non per
discuterne i libri, ma per poter dire: “tutti, anche i vostri maestri, passano
da qui”. È una cooptazione simbolica. Sul piano materiale, i corpi delle
vittime; sul piano simbolico, le reputazioni di chi avrebbe dovuto stare
dall’altra parte della barricata.
Questa è forse la lezione più amara: il potere non ha bisogno di convincere i
suoi critici a tacere. Gli basta renderli complici attraverso la prossimità,
attraverso l’accesso, attraverso quella zona grigia in cui “frequentare” non
significa necessariamente “approvare” ma certamente significa normalizzare.
Ogni volta che Chomsky saliva su quell’aereo, ogni cena condivisa, ogni
conversazione sulla finanza globale mentre altrove ragazze venivano ridotte a
merce, costituiva una piccola vittoria per il sistema: anche il più radicale dei
critici può essere portato dentro, se gli offri abbastanza curiosità
intellettuale da soddisfare.
I tre poteri di Epstein
Epstein, in questo quadro, non è un mostro isolato ma il concentrato di tre
poteri: finanziario, relazionale e biopolitico. Finanziario, perché gestisce
capitali e patrimoni opachi e fa da intermediario tra ricchezze che si muovono
fuori dalla vista del pubblico. Relazionale, perché la sua agenda mescola ex
capi di governo, scienziati, intellettuali, manager delle big tech e della
finanza, creando una zona grigia dove decisioni e patti si prendono lontano da
ogni controllo. Biopolitico, perché il suo “servizio” non è solo consiglio
finanziario, ma anche accesso a corpi, soprattutto corpi vulnerabili, trattati
come beni di lusso e strumenti di ricatto.
Questa tripartizione è cruciale per capire perché Epstein era così centrale e
perché la sua caduta ha scosso così tante sfere diverse. Non era “solo” un
pedofilo, non era “solo” un gestore di patrimoni, non era “solo” un networker
delle élite. Era tutte queste cose insieme, e proprio questa convergenza rendeva
il suo potere così assoluto e la sua impunità così durevole.
Il potere finanziario gli dava accesso ai corridoi dove si decidono le sorti di
interi settori economici. Il potere relazionale faceva di lui un hub
indispensabile per chi voleva connettersi con altri centri di potere. E il
potere biopolitico – il più osceno – gli garantiva sia il controllo diretto sui
corpi delle vittime sia una forma di controllo indiretto su chi, frequentandolo,
si rendeva potenzialmente ricattabile, esposto, compromesso.
Oltre Marx: possesso, impunità, segreti condivisi
Marx parlava del possesso dei mezzi di produzione; con Epstein vediamo qualcosa
di ancora più nudo: il possesso dei corpi e l’acquisto di impunità. Non solo i
corpi delle ragazze abusate, spostate come merci tra isole, ville e aerei; ma
anche il corpo sociale di intere élite, tenute insieme da segreti condivisi,
favori scambiati, potenziali scandali sospesi come spade di Damocle. È un
capitalismo che non si limita a sfruttare il lavoro: compra silenzio, compra
accesso, compra persino la possibilità di non essere mai pienamente giudicato,
come il sostanziale silenzio di oggi dimostra.
Questa è l’evoluzione – o forse meglio, la rivelazione – di ciò che il
capitalismo era sempre stato anche nelle sue forme precedenti, ma che oggi si
manifesta con chiarezza brutale. Dalle piantagioni schiaviste dove i padroni
rivendicavano il diritto di possedere non solo la forza lavoro ma i corpi stessi
degli schiavi, fino ai magnati industriali dell’Ottocento che esercitavano
potere sessuale sulle operaie, il capitalismo ha sempre avuto questa dimensione
biopolitica. Epstein la porta semplicemente all’estremo, globalizzandola,
finanziarizzandola, rendendola parte integrante di un network transnazionale di
potere e perversione.
E c’è un elemento ulteriore, ancora più sottile: il possesso attraverso il
segreto condiviso. Chi frequentava Epstein, chi accettava i suoi favori, chi
saliva sui suoi aerei, diventava parte di una comunità del silenzio. Non
necessariamente complice dei suoi crimini in senso stretto, ma certamente legato
a lui da un patto implicito: io non parlo di quello che so, tu non parli di me.
È una forma di potere che va oltre il ricatto diretto: è la creazione di una
classe che si riconosce attraverso ciò che sa e tace, attraverso i privilegi
condivisi che restano invisibili al pubblico.
Il cortocircuito, allora, è questo: un teorico della critica sistemica che
accetta di entrare in questa costellazione, non come investigatore undercover,
ma come frequentatore riconoscente. Non è l’errore di un ragazzino ingenuo, è la
scelta di un intellettuale anziano che decide che il valore informativo e
relazionale di Epstein conta più dello scandalo morale legato al suo nome.
Possiamo razionalizzare quanto vogliamo – la curiosità, lo studio dal “dentro”
delle élite, il desiderio di capire i meccanismi finanziari – ma resta il fatto
che ci sono linee che, se vuoi restare esempio di coerenza, non varchi. La linea
Epstein era una di quelle.
E qui dobbiamo essere onesti con noi stessi: se fosse stato un intellettuale
conservatore, un economista neoliberista, un apologeta del capitalismo a
frequentare Epstein, lo avremmo liquidato con un’alzata di spalle. “Ovvio, sono
tutti uguali, il potere chiama il potere”. Ma con Chomsky fa male proprio perché
ci aspettavamo qualcosa di diverso. Ci aspettavamo che le sue teorie si
traducessero in pratiche di vita coerenti, che la lucidità analitica generasse
anche vigilanza etica. Invece scopriamo che puoi essere il più brillante
analista del potere e comunque soccombere alla sua seduzione quando si presenta
nella forma “giusta” – non come corruzione diretta, non come compravendita
esplicita, ma come accesso privilegiato al cuore del sistema che studi. È la
versione intellettuale di quella dinamica che Chomsky stesso ha descritto per i
media: non serve comprare direttamente i giornalisti, basta creare condizioni
strutturali in cui certi comportamenti diventano naturali, ovvi, inevitabili.
Oltre la persona: il sistema che ingloba anche i critici
Per questo, il punto politico non è “cancellare” Chomsky o bruciare i suoi
libri. Il punto è smettere di proiettare sui nostri maestri un’aura di purezza
che li colloca fuori dal mondo che descrivono. Chomsky non è un santo caduto dal
piedistallo: è un uomo inserito in una rete di potere che, in un certo momento,
ha scelto di valorizzare più l’accesso che la distanza critica. Questo lo rende,
suo malgrado, un caso di studio perfetto di ciò che lui stesso ha analizzato per
decenni: l’integrazione degli intellettuali nella macchina del potere, la loro
funzione di legittimazione, la loro vulnerabilità alla seduzione dei circoli
ristretti.
C’è un’ironia tragica in tutto questo: Chomsky diventa la dimostrazione vivente
delle proprie teorie sulla fabbrica del consenso. Quella “classe intellettuale”
che lui ha descritto come strutturalmente integrata nel sistema di potere,
quella tendenza degli esperti a gravitare verso i centri decisionali, quella
complicità sottile tra chi analizza il potere e chi lo esercita – tutto questo
si materializza nella sua stessa biografia. Non perché fosse ipocrita
dall’inizio, ma perché nessuno è immune dalle dinamiche che descrive quando
diventa abbastanza prestigioso, abbastanza “interessante” per i detentori del
potere reale.
La domanda vera
E allora la domanda cambia: non più “come ha potuto Chomsky?”, ma “quanto è
profondo un sistema in cui anche i critici più radicali trovano conveniente
orbitare intorno a chi possiede denaro, corpi, segreti?“. Epstein e la sua rete
dimostrano che, a certi livelli, il capitalismo non si accontenta di possedere
fabbriche, banche e media. Vuole detenere anche i corpi delle vittime e,
insieme, le biografie e le reputazioni di chi potrebbe un giorno alzarsi e
denunciare. Quando ti siedi a quel tavolo, ti sembra di entrare “per capire il
sistema”; in realtà, è il sistema che entra in te e ti rende parte della sua
scenografia.
Questa è la lezione più devastante del caso Epstein-Chomsky: il potere
contemporaneo non funziona principalmente attraverso la repressione aperta dei
dissidenti, ma attraverso la loro incorporazione. Non serve mettere a tacere
Chomsky quando puoi averlo come ospite sul tuo jet privato. Non serve censurare
le sue critiche quando puoi renderlo parte del paesaggio che critica. È una
forma di neutralizzazione molto più sofisticata della censura: lascia che dicano
tutto quello che vogliono, basta che poi, nella vita reale, siano disposti a
bere un drink con te.
E questo vale ben oltre Chomsky. Quanti altri intellettuali critici, attivisti,
giornalisti investigativi si trovano in zone grigie simili? Quanti accettano
finanziamenti da fondazioni legate a miliardari discutibili? Quanti partecipano
a conferenze sponsorizzate da corporations che altrove criticano? Quanti
costruiscono carriere accademiche studiando il potere mentre ne diventano, in
modi sottili, parte integrante? Il caso Epstein è estremo, ma la dinamica è
diffusa.
Conservare la lucidità nella delusione
Io continuo a riconoscere il valore analitico di molte pagine di Chomsky. Ma non
posso più usarle come se fossero il discorso di qualcuno che è rimasto fuori
dall’abbraccio mortale del potere che critica. Questa vicenda non distrugge la
teoria, ma ci obbliga a guardare anche i teorici come soggetti esposti alla
stessa logica di cooptazione che descrivono. E ci ricorda una cosa scomoda: in
un capitalismo che pretende non solo profitto, ma impunità e possesso dei corpi,
nessuno – nemmeno il più lucido dei critici – è automaticamente al riparo dal
rischio di diventare, anche solo per un tratto, parte del problema.
Anzi, potremmo dire che proprio questa vicenda conferma, in modo perverso, la
validità delle analisi di Chomsky sul potere. Se il sistema fosse meno pervasivo
di come lo ha descritto, lui stesso non ci sarebbe caduto dentro. Il fatto che
anche un critico così radicale possa essere integrato dimostra esattamente
quanto siano potenti i meccanismi che ha passato la vita a descrivere. Non è una
consolazione, ma è una lezione da non sprecare.
Cosa fare con questa consapevolezza
Allora cosa ci resta? Non l’iconoclastia fine a se stessa, non la distruzione di
tutto ciò che Chomsky ha scritto. Ci resta invece un compito più difficile:
imparare a leggere il pensiero critico attraverso le contraddizioni dei suoi
autori, non nonostante esse. Usare il caso Chomsky-Epstein come promemoria
permanente che le idee devono camminare sulle proprie gambe, indipendentemente
da chi le ha formulate.
Ci resta anche l’obbligo di costruire forme di critica al potere che siano più
collettive, meno dipendenti da singole figure carismatiche. Se la nostra analisi
del capitalismo crolla quando crolla il nostro guru intellettuale di
riferimento, allora non era abbastanza solida. Le strutture di potere che
Chomsky ha descritto esistono indipendentemente dal fatto che lui sia stato
coerente nel combatterle. Il nostro compito è riconoscerle e contrastarle, con o
senza maestri perfetti.
E ci resta, forse soprattutto, la responsabilità di applicare la critica
sistemica anche a noi stessi, ai nostri circoli, alle nostre prassi. Quali sono
i nostri “Epstein”, magari in scala minore? Quali compromessi facciamo per avere
accesso a risorse, piattaforme, informazioni? Dove tracciamo le nostre linee
rosse, e quanto siamo disposti a spostarle quando l’accesso che ci viene offerto
è abbastanza seducente?
Il caso Epstein-Chomsky non è una fine, è un punto di partenza per una
riflessione più matura sulla critica al potere. Ci toglie l’innocenza, ci
costringe a guardare senza veli quanto sia difficile restare coerenti in un
sistema fatto apposta per cooptare anche i dissidenti. Ma proprio questa
consapevolezza, per quanto dolorosa, può renderci critici migliori – meno
inclini all’adorazione dei maestri, più attenti alle dinamiche concrete del
potere, più vigili sui nostri stessi compromessi.
La delusione brucia. Ma se riusciamo a metabolizzarla senza cadere nel cinismo,
può diventare il fondamento di una critica più lucida, più disincantata, più
capace di guardare il potere – e chi pretende di criticarlo – con occhi
realmente liberi.
Del resto il mio più grande maestro, mio padre portuale, mi avvertì fin da
quando ero ragazzo, studente liceale prima e universitario poi: il potere ti
divora, specie se sei un intellettuale… resta sempre fedele a chi appartieni.
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Riccardo Taddei ha una formazione giuridica e oltre trent’anni di esperienza
professionale nel campo dei diritti. Esperto di Medio Oriente, è autore di
L’ordine del Caos. Anatomia del conflitto tra Israele e Palestina (Ombre corte)
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