Tag - potere

La preghiera dello Studio Ovale
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9) Ci sono immagini che raccontano più di molte analisi. Quelle arrivate dallo Studio Ovale nei giorni scorsi sono tra queste. Un cerchio di pastori evangelici, le mani tese verso il presidente degli Stati Uniti, mentre invocano lo Spirito Santo affinché scenda su di lui: pregano perché Dio benedica la sua azione, perché la saggezza del cielo riempia il suo cuore e perché protegga “le nostre truppe”. La preghiera è uno dei gesti più fragili e disarmati della tradizione religiosa. È l’atto di chi riconosce un limite, di chi si espone alla vulnerabilità della domanda. Per questo, quando la preghiera si piega al potere e diventa linguaggio di legittimazione politica, qualcosa si incrina. Non è più soltanto invocazione: si trasforma in consacrazione della forza e in legittimazione del fanatismo. Quando Dio viene invocato per rafforzare la violenza o il dominio, questa fede può diventare il pretesto per qualsiasi crudeltà. Negli Stati Uniti, una parte significativa del mondo evangelico sostiene apertamente Donald Trump. Questo sostegno non nasce tanto da un’affinità spirituale personale, quanto da una convergenza politica e culturale: difesa di alcuni valori morali conservatori, ruolo pubblico della religione, nazionalismo religioso. Negli ultimi decenni questo fenomeno è stato spesso descritto come “nazionalismo cristiano”, cioè l’idea che la nazione abbia una missione quasi sacra e che il potere politico possa essere interpretato come strumento della volontà divina. È qui che avviene un’operazione profonda e rischiosa: la creazione di una “blindatura etica”. Quando il potere politico viene sacralizzato in questo modo, esso smette di essere sottoposto al vaglio della morale comune o del dubbio democratico. Se il leader è uno strumento divino, ogni sua azione — anche la più cruda o divisiva — viene percepita come parte di un piano superiore, diventando così moralmente inattaccabile. La fede non agisce più come una bussola che orienta verso la giustizia, ma come uno scudo che protegge il potere da ogni senso di colpa e da ogni critica esterna. A rafforzare questa visione contribuisce anche la cosiddetta “teologia della prosperità”, diffusa in alcuni settori del mondo evangelico. Secondo questa interpretazione, il successo economico e la ricchezza sarebbero segni della benedizione divina, mentre la povertà indicherebbe una fede insufficiente. È un rovesciamento radicale del messaggio evangelico, che ha sempre guardato agli ultimi come luogo privilegiato della rivelazione. Molti teologi cristiani hanno denunciato con forza questo rischio. Il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer parlava già negli anni Trenta di una religione che diventa “grazia a buon mercato”: una fede che benedice il potere invece di chiedergli conversione. Anche pensatori molto diversi tra loro, come Simone Weil, hanno insistito sul fatto che il sacro autentico non coincide mai con la forza. Per Weil, quando la religione si allea con il potere, perde il suo nucleo più profondo: la capacità di stare dalla parte degli oppressi. Dietro queste scene c’è però anche un fenomeno più ampio. Nelle società attraversate da paura, incertezza e crisi identitarie, cresce il bisogno di protezione. E spesso questo bisogno produce una saldatura potente: il capo forte, la comunità che si percepisce minacciata e un Dio che viene chiamato a garantire la sicurezza del gruppo. Ma il Vangelo nasce esattamente come rottura di questo schema. Non presenta un Dio che protegge una tribù contro le altre. Non legittima la violenza dei forti. Al contrario, mette al centro la vulnerabilità, la misericordia, l’attenzione agli ultimi. Quando Dio diventa il Dio di una parte, quando viene chiamato a proteggere “le nostre truppe” e a garantire il successo dei più forti, la fede smette di interrogare il potere e comincia a servirlo. In fondo, la domanda è semplice: che Dio è quello che viene invocato in queste scene? Un Dio che protegge “le nostre truppe”, che garantisce il successo dei potenti, che benedice la forza di una parte contro l’altra? O il Dio che la tradizione biblica ha raccontato per secoli: il Dio che ascolta il grido di chi è oppresso? Il Dio della Bibbia non è il Dio del dominio. È il Dio che ascolta il grido degli oppressi. «Beati i miti, perché erediteranno la terra». -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La preghiera dello Studio Ovale proviene da Comune-info.
March 6, 2026
Comune-info
La diseguaglianza e la potenza – di Cristina Morini
Cristina Campo scrive che esistono due mondi, lei viene dall’altro. “Mondo celato al mondo”, ecco perché non a tutti e tutte è dato comprendere. “Compenetrato” ma allo steso tempo “ignoto” al mondo. Cosicché per arrivarci davvero bisogna avere il desiderio e il coraggio di farsi attraversare dalla resistenza incarnata da una materia altra[1]. In [...]
March 3, 2026
Effimera
Giù le mani dalla Costituzione. Intervista a Nicola Gratteri
Riportiamo di seguito alcuni commenti riferiti all’intervista a Nicola Gratteri, Procuratore di Napoli. La versione integrale si può vedere al link https://youtu.be/BldzoruIsAk. “II potere illegale è la gestione mafiosa su un gruppo di persone, sull’intera collettività, su un territorio, quello del quale io mi occupo per cercare di contrastarlo.” Nicola Gratteri, Procuratore di Napoli, risponde così alla domanda su cosa sia il potere. Ovviamente ci sono i tre poteri legali di ogni Stato democratico: giudiziario, legislativo ed esecutivo, rappresentato dal governo. Purtroppo il potere legislativo rappresentato dal Parlamento ha abdicato quasi del tutto alla sua funzione, lasciando che il governo si occupi anche della creazione delle leggi. Con la riforma Nordio vengono modificati 7 articoli della Costituzione e nei fatti il procedimento del doppio passaggio in Parlamento non è stato rispettato, perché la riforma Nordio è stata accettata dalla maggioranza senza nessuna modifica né alla Camera dei Deputati, né al Senato. Quando si parla di accentramento dei poteri si dimentica di specificare che non è un problema formale, ma di sostanza, perché se il governo dominasse anche il potere giudiziario, avrebbe così un potere assoluto sui cittadini. Allora bisogna immaginare che vinca il sì e ci sia un governo  comunista; forse non tutti sarebbero contenti, tanto per far comprendere alla destra che questa sciagurata riforma non conviene a nessuno. Un chiarimento personale: mi sono iscritto a Rifondazione Comunista tre anni fa, siamo democratici e non vogliamo affidare un potere assoluto a nessuno. Penso che anche nella destra ci siano molte persone che vogliono difendere la Costituzione, ultimo baluardo a salvaguardia di una democrazia sotto attacco evidente in modi diversi. Il procuratore di Napoli sottolinea lo squilibrio dei poteri istituzionali che si creerebbe se nel referendum vincesse il sì. Ci spiega che esiste il rischio reale di sottomettere il lavoro della magistratura inquirente alla volontà politica del governo attraverso lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura, con un’alta corte in aggiunta. Con la riforma Nordio i componenti del CSM sarebbero estratti a sorte, ma la parte di nomina politica diventerebbe molto più forte, in quanto già selezionata dalla maggioranza di governo. La presidente Meloni pensava di vincere il referendum attribuendo una forte connotazione politica alla scelta dei cittadini. Sembra evidente invece che non si tratta di una scelta politica, ma della necessità di salvare gli equilibri costituzionali, che sarebbero compromessi da questa riforma autoritaria. Quindi bisogna comprendere che la scelta non è tra destra e sinistra. La linea di confine si trova nella consapevolezza che la nostra Costituzione è l’ultimo baluardo di salvaguardia di tutti i cittadini contro una deriva autoritaria che sta contagiando non solo l’Italia, ma tutto l’Occidente. Giù le mani dalla Costituzione. Al referendum vota NO. Ray Man
February 21, 2026
Pressenza
Pedagogia della crudeltà, necropolitica e nuove élite
GLI EPSTEIN FILES NON RIVELANO UN’ECCEZIONE, NUTRITA DI PEDAGOGIA DELLA CRUDELTÀ, MA SONO IL VOLTO DEL POTERE CHE DECIDE CHI PUÒ VIVERE E CHI PUÒ MORIRE Foto di Rob Griffin su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Con pedagogia della crudeltà Rita Segato indica il processo attraverso cui la violenza viene insegnata, appresa e normalizzata come competenza necessaria all’esercizio del potere. Non si tratta di devianza individuale né di eccesso morale, ma di un addestramento sistemico: la crudeltà è trasmessa come sapere pratico, come capacità di scindere l’azione dal legame, il godimento dalla responsabilità, la decisione dalla colpa. La pedagogia della crudeltà agisce come dispositivo di disattivazione del vincolo: essa non distrugge semplicemente i legami, ma li rovescia, trasformando la relazione in dominio e il contatto in violazione. Il corpo dell’altro diventa superficie di iscrizione del potere (qui un’intervista di Raúl Zibechi a Rita Segato a proposito di potere maschile, guerre attuali e Gaza: Contro la legge del potere di morte). Gli Epstein Files rendono visibile questa pedagogia nella sua forma più nuda. Il sistema costruito attorno a Jeffrey Epstein non va letto primariamente come rete criminale privata, ma come dispositivo iniziatico occulto per la formazione delle élite necropolitiche. In questo dispositivo convergono quattro funzioni fondamentali. La prima è l’addestramento alla scissione: i soggetti coinvolti apprendono a separare radicalmente vita pubblica e vita segreta, decisione e desiderio, potere e legge. Questa scissione è una competenza politica: consente di esercitare violenza senza simbolizzazione. La seconda è la produzione di complicità irreversibile. La partecipazione a pratiche indicibili genera un vincolo negativo: non il legame che obbliga alla cura, ma quello che obbliga al silenzio. Il vincolo non è più circolazione, ma ricatto permanente. La terza è l’iniziazione alla disumanizzazione. Le vittime non sono semplicemente abusate: sono pedagogicamente trasformate in oggetti. Il messaggio è chiaro: alcuni corpi non contano, alcune vite sono disponibili. La quarte, infine, è la naturalizzazione della impunità. La violenza sistemica e la perversione delle élite non sono residui arcaici, ma dispositivi di addestramento necropolitico funzionali alla riproduzione del potere. Il sistema insegna che la legge non è un limite universale, ma una risorsa selettiva. Chi appartiene al circuito è al di sopra della norma; chi ne è escluso è esposto. In questo senso, gli Epstein Files non rivelano un’eccezione, ma una tecnologia di governo coerente con ciò che Achille Mbembe definisce necropolitica: il potere che decide chi può vivere e chi può morire, chi è protetto e chi è sacrificabile. Qui la morte non è solo fisica: è morte civile, simbolica, relazionale. Le élite così formate non sono semplicemente ciniche: sono educate alla crudeltà. La pedagogia della crudeltà costituisce il loro curriculum implicito, il prezzo di accesso a un potere che non riconosce più il vincolo come limite. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MAURA BENEGIAMO: > Classe e consenso: la politica dei corpi e i file Epstein -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTA INTERVISTA DI A. SAVATER-FERNANDEZ: > La resistenza viscerale -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Pedagogia della crudeltà, necropolitica e nuove élite proviene da Comune-info.
February 18, 2026
Comune-info
Epstein: oltre lo scandalo, entrare nella logistica del sistema
Premessa. La censura su meta sta diventando piuttosto pesante, ce ne siamo accorti tutti/e, tra sciami di bot, post spostati, post segnalati, fino a condizionare ciò che scriviamo o mostriamo. Come molti mi sto guardando intorno. Substack sembra essere una buona piattaforma. Al momento i miei articoli più lunghi proverò […] L'articolo Epstein: oltre lo scandalo, entrare nella logistica del sistema su Contropiano.
February 16, 2026
Contropiano
Pensare contro se stessi – di Tiziana Villani
Pubblichiamo su Effimera l'introduzione tratta dal libro di Tiziana Villani, Territori dell'infanzia. Sovvertire l'immaginario del presente, Ortothes, Napoli 2025 * * * * * In alcune fasi della vita, della storia che si attraversano e dalle quali siamo attraversati, occorre a un certo punto fermarsi e riflettere sui modi e gli strumenti attraverso i [...]
February 12, 2026
Effimera
Chomsky, Epstein e le contraddizioni che ci interrogano
SI PUÒ PASSARE LA VITA A DENUNCIARE IL CAPITALE E LA MERCIFICAZIONE DEI CORPI E POI ACCETTARE LA COMPAGNIA, I FAVORI E L’INTIMITÀ DI UN CAPITALISTA PEDOFILO CHE HA COSTRUITO LA PROPRIA RETE DI POTERE ANCHE SUL TRAFFICO DI RAGAZZE? SE PRENDIAMO SUL SERIO QUELLO CHE CHOMSKY HA SCRITTO SUL POTERE, LA RISPOSTA È BRUTALE: SÌ, È POSSIBILE. CHOMSKY È OGGI LA DIMOSTRAZIONE VIVENTE DELLE PROPRIE TEORIE SULLA FABBRICA DEL CONSENSO, NON PERCHÉ FOSSE IPOCRITA DALL’INIZIO, MA PERCHÉ NESSUNO È IMMUNE DALLE DINAMICHE CHE DESCRIVE QUANDO SI DIVENTA ABBASTANZA PRESTIGIOSI. LA LEZIONE PIÙ DEVASTANTE DEL CASO EPSTEIN-CHOMSKY È CHE IL POTERE CONTEMPORANEO NON FUNZIONA PRINCIPALMENTE CON LA REPRESSIONE APERTA DEI DISSIDENTI, MA TRAMITE LA LORO INCORPORAZIONE. «IL PUNTO POLITICO NON È “CANCELLARE” CHOMSKY O BRUCIARE I SUOI LIBRI. IL PUNTO È SMETTERE DI PROIETTARE SUI NOSTRI MAESTRI UN’AURA DI PUREZZA… – SCRIVE RICCARDO TADDEI – CI RESTA L’OBBLIGO DI COSTRUIRE FORME DI CRITICA AL POTERE CHE SIANO PIÙ COLLETTIVE, MENO DIPENDENTI DA SINGOLE FIGURE CARISMATICHE… E CI RESTA, FORSE SOPRATTUTTO, LA RESPONSABILITÀ DI APPLICARE LA CRITICA SISTEMICA ANCHE A NOI STESSI, AI NOSTRI CIRCOLI, ALLE NOSTRE PRASSI. QUALI SONO I NOSTRI “EPSTEIN”, MAGARI IN SCALA MINORE?…» pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Ho stimato Noam Chomsky per anni. L’ho letto, citato, usato come bussola morale e intellettuale. Proprio per questo, vedere il suo nome comparire in modo così fitto nei file su Jeffrey Epstein – non come contatto occasionale, ma come presenza ricorrente, complice, grata dell’accesso che Epstein poteva garantirgli – non è solo una notizia di cronaca: è uno schiaffo simbolico, un crollo di una certa immagine dell’intellettuale radicale. Quello che emerge dai documenti è ormai chiaro: Chomsky non si è limitato a “incontrare una volta” Epstein, ma ne ha coltivato la relazione per anni dopo la condanna del 2008 per reati sessuali su minori, considerandolo un interlocutore prezioso per capire il sistema finanziario globale, volando sul suo jet e beneficiando delle sue connessioni. Non si può liquidare tutto questo come una svista, una distrazione, un “non sapevo”. A quel livello di informazione, a quell’età, con quella lucidità analitica, sapere chi è Jeffrey Epstein non era un dettaglio opzionale, era il punto di partenza, che Chomsky arriva ampiamente a valicare, perfino a giustificare. Da qui nasce la domanda che mi ha lasciato basito: si può passare la vita a denunciare l’imperialismo, il capitale, la mercificazione dei corpi… e poi accettare la compagnia, i favori e l’intimità di un capitalista pedofilo che ha costruito la propria rete di potere anche sul traffico di minori? Se prendiamo sul serio quello che Chomsky ha scritto sul potere, la risposta è brutale: sì, è possibile. Non perché sia “giusto”, ma perché il sistema che lui stesso ha descritto è così pervasivo da inglobare anche i suoi critici più radicali, quando questi vedono in un nodo di potere come Epstein un canale privilegiato di accesso a informazioni, relazioni, risorse. Qui emerge un paradosso devastante: l’intellettuale che ha passato decenni a decostruire i meccanismi di consenso fabbricato, che ci ha insegnato a guardare con sospetto ogni forma di potere concentrato, che ha smascherato le connessioni tra élite economiche e politiche, si è ritrovato seduto al tavolo di uno dei nodi più oscuri di quella stessa rete. E la giustificazione – voler “capire il sistema finanziario dall’interno” – suona terribilmente vuota quando pensiamo alle ragazze il cui dolore ha reso possibile l’esistenza di quel tavolo. La cooptazione simbolica come strategia di potere Qui non è solo in gioco la coerenza personale di Chomsky, per quanto dolorosa sia la delusione. In gioco c’è l’immagine stessa di cosa significa oggi essere “intellettuale critico”. Il caso Epstein ci mostra che le élite non vogliono soltanto miliardari, banchieri e politici al proprio tavolo: vogliono anche filosofi, linguisti, scienziati, premi Nobel, voci di sinistra. Non per discuterne i libri, ma per poter dire: “tutti, anche i vostri maestri, passano da qui”. È una cooptazione simbolica. Sul piano materiale, i corpi delle vittime; sul piano simbolico, le reputazioni di chi avrebbe dovuto stare dall’altra parte della barricata. Questa è forse la lezione più amara: il potere non ha bisogno di convincere i suoi critici a tacere. Gli basta renderli complici attraverso la prossimità, attraverso l’accesso, attraverso quella zona grigia in cui “frequentare” non significa necessariamente “approvare” ma certamente significa normalizzare. Ogni volta che Chomsky saliva su quell’aereo, ogni cena condivisa, ogni conversazione sulla finanza globale mentre altrove ragazze venivano ridotte a merce, costituiva una piccola vittoria per il sistema: anche il più radicale dei critici può essere portato dentro, se gli offri abbastanza curiosità intellettuale da soddisfare. I tre poteri di Epstein Epstein, in questo quadro, non è un mostro isolato ma il concentrato di tre poteri: finanziario, relazionale e biopolitico. Finanziario, perché gestisce capitali e patrimoni opachi e fa da intermediario tra ricchezze che si muovono fuori dalla vista del pubblico. Relazionale, perché la sua agenda mescola ex capi di governo, scienziati, intellettuali, manager delle big tech e della finanza, creando una zona grigia dove decisioni e patti si prendono lontano da ogni controllo. Biopolitico, perché il suo “servizio” non è solo consiglio finanziario, ma anche accesso a corpi, soprattutto corpi vulnerabili, trattati come beni di lusso e strumenti di ricatto. Questa tripartizione è cruciale per capire perché Epstein era così centrale e perché la sua caduta ha scosso così tante sfere diverse. Non era “solo” un pedofilo, non era “solo” un gestore di patrimoni, non era “solo” un networker delle élite. Era tutte queste cose insieme, e proprio questa convergenza rendeva il suo potere così assoluto e la sua impunità così durevole. Il potere finanziario gli dava accesso ai corridoi dove si decidono le sorti di interi settori economici. Il potere relazionale faceva di lui un hub indispensabile per chi voleva connettersi con altri centri di potere. E il potere biopolitico – il più osceno – gli garantiva sia il controllo diretto sui corpi delle vittime sia una forma di controllo indiretto su chi, frequentandolo, si rendeva potenzialmente ricattabile, esposto, compromesso. Oltre Marx: possesso, impunità, segreti condivisi Marx parlava del possesso dei mezzi di produzione; con Epstein vediamo qualcosa di ancora più nudo: il possesso dei corpi e l’acquisto di impunità. Non solo i corpi delle ragazze abusate, spostate come merci tra isole, ville e aerei; ma anche il corpo sociale di intere élite, tenute insieme da segreti condivisi, favori scambiati, potenziali scandali sospesi come spade di Damocle. È un capitalismo che non si limita a sfruttare il lavoro: compra silenzio, compra accesso, compra persino la possibilità di non essere mai pienamente giudicato, come il sostanziale silenzio di oggi dimostra. Questa è l’evoluzione – o forse meglio, la rivelazione – di ciò che il capitalismo era sempre stato anche nelle sue forme precedenti, ma che oggi si manifesta con chiarezza brutale. Dalle piantagioni schiaviste dove i padroni rivendicavano il diritto di possedere non solo la forza lavoro ma i corpi stessi degli schiavi, fino ai magnati industriali dell’Ottocento che esercitavano potere sessuale sulle operaie, il capitalismo ha sempre avuto questa dimensione biopolitica. Epstein la porta semplicemente all’estremo, globalizzandola, finanziarizzandola, rendendola parte integrante di un network transnazionale di potere e perversione. E c’è un elemento ulteriore, ancora più sottile: il possesso attraverso il segreto condiviso. Chi frequentava Epstein, chi accettava i suoi favori, chi saliva sui suoi aerei, diventava parte di una comunità del silenzio. Non necessariamente complice dei suoi crimini in senso stretto, ma certamente legato a lui da un patto implicito: io non parlo di quello che so, tu non parli di me. È una forma di potere che va oltre il ricatto diretto: è la creazione di una classe che si riconosce attraverso ciò che sa e tace, attraverso i privilegi condivisi che restano invisibili al pubblico. Il cortocircuito, allora, è questo: un teorico della critica sistemica che accetta di entrare in questa costellazione, non come investigatore undercover, ma come frequentatore riconoscente. Non è l’errore di un ragazzino ingenuo, è la scelta di un intellettuale anziano che decide che il valore informativo e relazionale di Epstein conta più dello scandalo morale legato al suo nome. Possiamo razionalizzare quanto vogliamo – la curiosità, lo studio dal “dentro” delle élite, il desiderio di capire i meccanismi finanziari – ma resta il fatto che ci sono linee che, se vuoi restare esempio di coerenza, non varchi. La linea Epstein era una di quelle. E qui dobbiamo essere onesti con noi stessi: se fosse stato un intellettuale conservatore, un economista neoliberista, un apologeta del capitalismo a frequentare Epstein, lo avremmo liquidato con un’alzata di spalle. “Ovvio, sono tutti uguali, il potere chiama il potere”. Ma con Chomsky fa male proprio perché ci aspettavamo qualcosa di diverso. Ci aspettavamo che le sue teorie si traducessero in pratiche di vita coerenti, che la lucidità analitica generasse anche vigilanza etica. Invece scopriamo che puoi essere il più brillante analista del potere e comunque soccombere alla sua seduzione quando si presenta nella forma “giusta” – non come corruzione diretta, non come compravendita esplicita, ma come accesso privilegiato al cuore del sistema che studi. È la versione intellettuale di quella dinamica che Chomsky stesso ha descritto per i media: non serve comprare direttamente i giornalisti, basta creare condizioni strutturali in cui certi comportamenti diventano naturali, ovvi, inevitabili. Oltre la persona: il sistema che ingloba anche i critici Per questo, il punto politico non è “cancellare” Chomsky o bruciare i suoi libri. Il punto è smettere di proiettare sui nostri maestri un’aura di purezza che li colloca fuori dal mondo che descrivono. Chomsky non è un santo caduto dal piedistallo: è un uomo inserito in una rete di potere che, in un certo momento, ha scelto di valorizzare più l’accesso che la distanza critica. Questo lo rende, suo malgrado, un caso di studio perfetto di ciò che lui stesso ha analizzato per decenni: l’integrazione degli intellettuali nella macchina del potere, la loro funzione di legittimazione, la loro vulnerabilità alla seduzione dei circoli ristretti. C’è un’ironia tragica in tutto questo: Chomsky diventa la dimostrazione vivente delle proprie teorie sulla fabbrica del consenso. Quella “classe intellettuale” che lui ha descritto come strutturalmente integrata nel sistema di potere, quella tendenza degli esperti a gravitare verso i centri decisionali, quella complicità sottile tra chi analizza il potere e chi lo esercita – tutto questo si materializza nella sua stessa biografia. Non perché fosse ipocrita dall’inizio, ma perché nessuno è immune dalle dinamiche che descrive quando diventa abbastanza prestigioso, abbastanza “interessante” per i detentori del potere reale. La domanda vera E allora la domanda cambia: non più “come ha potuto Chomsky?”, ma “quanto è profondo un sistema in cui anche i critici più radicali trovano conveniente orbitare intorno a chi possiede denaro, corpi, segreti?“. Epstein e la sua rete dimostrano che, a certi livelli, il capitalismo non si accontenta di possedere fabbriche, banche e media. Vuole detenere anche i corpi delle vittime e, insieme, le biografie e le reputazioni di chi potrebbe un giorno alzarsi e denunciare. Quando ti siedi a quel tavolo, ti sembra di entrare “per capire il sistema”; in realtà, è il sistema che entra in te e ti rende parte della sua scenografia. Questa è la lezione più devastante del caso Epstein-Chomsky: il potere contemporaneo non funziona principalmente attraverso la repressione aperta dei dissidenti, ma attraverso la loro incorporazione. Non serve mettere a tacere Chomsky quando puoi averlo come ospite sul tuo jet privato. Non serve censurare le sue critiche quando puoi renderlo parte del paesaggio che critica. È una forma di neutralizzazione molto più sofisticata della censura: lascia che dicano tutto quello che vogliono, basta che poi, nella vita reale, siano disposti a bere un drink con te. E questo vale ben oltre Chomsky. Quanti altri intellettuali critici, attivisti, giornalisti investigativi si trovano in zone grigie simili? Quanti accettano finanziamenti da fondazioni legate a miliardari discutibili? Quanti partecipano a conferenze sponsorizzate da corporations che altrove criticano? Quanti costruiscono carriere accademiche studiando il potere mentre ne diventano, in modi sottili, parte integrante? Il caso Epstein è estremo, ma la dinamica è diffusa. Conservare la lucidità nella delusione Io continuo a riconoscere il valore analitico di molte pagine di Chomsky. Ma non posso più usarle come se fossero il discorso di qualcuno che è rimasto fuori dall’abbraccio mortale del potere che critica. Questa vicenda non distrugge la teoria, ma ci obbliga a guardare anche i teorici come soggetti esposti alla stessa logica di cooptazione che descrivono. E ci ricorda una cosa scomoda: in un capitalismo che pretende non solo profitto, ma impunità e possesso dei corpi, nessuno – nemmeno il più lucido dei critici – è automaticamente al riparo dal rischio di diventare, anche solo per un tratto, parte del problema. Anzi, potremmo dire che proprio questa vicenda conferma, in modo perverso, la validità delle analisi di Chomsky sul potere. Se il sistema fosse meno pervasivo di come lo ha descritto, lui stesso non ci sarebbe caduto dentro. Il fatto che anche un critico così radicale possa essere integrato dimostra esattamente quanto siano potenti i meccanismi che ha passato la vita a descrivere. Non è una consolazione, ma è una lezione da non sprecare. Cosa fare con questa consapevolezza Allora cosa ci resta? Non l’iconoclastia fine a se stessa, non la distruzione di tutto ciò che Chomsky ha scritto. Ci resta invece un compito più difficile: imparare a leggere il pensiero critico attraverso le contraddizioni dei suoi autori, non nonostante esse. Usare il caso Chomsky-Epstein come promemoria permanente che le idee devono camminare sulle proprie gambe, indipendentemente da chi le ha formulate. Ci resta anche l’obbligo di costruire forme di critica al potere che siano più collettive, meno dipendenti da singole figure carismatiche. Se la nostra analisi del capitalismo crolla quando crolla il nostro guru intellettuale di riferimento, allora non era abbastanza solida. Le strutture di potere che Chomsky ha descritto esistono indipendentemente dal fatto che lui sia stato coerente nel combatterle. Il nostro compito è riconoscerle e contrastarle, con o senza maestri perfetti. E ci resta, forse soprattutto, la responsabilità di applicare la critica sistemica anche a noi stessi, ai nostri circoli, alle nostre prassi. Quali sono i nostri “Epstein”, magari in scala minore? Quali compromessi facciamo per avere accesso a risorse, piattaforme, informazioni? Dove tracciamo le nostre linee rosse, e quanto siamo disposti a spostarle quando l’accesso che ci viene offerto è abbastanza seducente? Il caso Epstein-Chomsky non è una fine, è un punto di partenza per una riflessione più matura sulla critica al potere. Ci toglie l’innocenza, ci costringe a guardare senza veli quanto sia difficile restare coerenti in un sistema fatto apposta per cooptare anche i dissidenti. Ma proprio questa consapevolezza, per quanto dolorosa, può renderci critici migliori – meno inclini all’adorazione dei maestri, più attenti alle dinamiche concrete del potere, più vigili sui nostri stessi compromessi. La delusione brucia. Ma se riusciamo a metabolizzarla senza cadere nel cinismo, può diventare il fondamento di una critica più lucida, più disincantata, più capace di guardare il potere – e chi pretende di criticarlo – con occhi realmente liberi. Del resto il mio più grande maestro, mio padre portuale, mi avvertì fin da quando ero ragazzo, studente liceale prima e universitario poi: il potere ti divora, specie se sei un intellettuale… resta sempre fedele a chi appartieni. -------------------------------------------------------------------------------- Riccardo Taddei ha una formazione giuridica e oltre trent’anni di esperienza professionale nel campo dei diritti. Esperto di Medio Oriente, è autore di L’ordine del Caos. Anatomia del conflitto tra Israele e Palestina (Ombre corte) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI EMILIA DE RIENZO: > Il costo del silenzio -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MAURA BENEGIAMO: > Classe e consenso: la politica dei corpi e i file Epstein -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Chomsky, Epstein e le contraddizioni che ci interrogano proviene da Comune-info.
February 11, 2026
Comune-info
Classe e consenso: la politica dei corpi e i file Epstein
-------------------------------------------------------------------------------- Murale di Giulia Crastolla -------------------------------------------------------------------------------- Sulla vicenda Epstein sono usciti in questi giorni diversi contributi sia in forma di articoli, che di riflessioni su social network e pagine personali, scritte da diverse persone che seguo e stimo. Alcune, le più interessanti, hanno riacceso un dibattito, sintetizzabile nella “annosa” questione se si debba privilegiare un’analisi centrata sul ruolo di genere, e quindi volta a una critica del patriarcato, oppure sui rapporti di potere, e quindi attenta alle dinamiche di classe. Su questo avevo già scritto qualche giorno fa sulle pagine di Comune, ma sento il bisogno di esplicitare e completare quelle riflessioni. La “polemica”, in sottofondo, è quella che se si punta il dito sul genere e quindi sul patriarcato, allora ci si dimentica della classe, che dovrebbe invece avere il primato nell’analisi. Si tratta di un dibattito che molte di noi speravano oramai consumato, e che forse interessa ad oggi solo una ristretta cerchia di “compagnanza”, ma che fornisce l’occasione di tornare1 su alcuni concetti che considero centrali nelle riflessioni di questi giorni, come quello di egemonia, di politica e anche di organizzazione. Perché il punto non è scegliere tra genere e classe come se fossero categorie in competizione, come se nominare il patriarcato significasse oscurare il capitalismo. Il problema non è che parlare di patriarcato faccia dimenticare la classe. Il problema è continuare a pensare la classe come se fosse neutra rispetto al genere, come se la violenza sessuale sistemica non fosse anche un dispositivo di potere e di riproduzione delle gerarchie sociali. Un blocco storico di potere Credo sia utile muovere la riflessione dall’idea che queste élite globali (ma che in fondo ritroviamo anche alle nostre traiettorie nazionali, a cui del resto sono ben ancorate2 ) hanno goduto per molto tempo, e ancora godono, di un gran consenso, qualcuno (molti e molte) le ha anche votate. Non si tratta solo di destra e sinistra – come mostrano bene i nomi dentro gli Epstein files – ma di un blocco storico di potere che ha organizzato consenso e coercizione, anche attraverso la condivisione, a più livelli, di sogni, promesse e immaginari. Proprio quelle rappresentazioni che hanno esposto il potere come scevro dal peso della cura, non più sporcato dai miasmi della riproduzione – padre nostro liberaci dalla fatica (e dall’odore di merda), amen; che hanno fuso in modo affatto ingenuo il possesso con il godimento – feticismo della merce e feticismo dei corpi, si potrebbe dire; che hanno reso desiderabile la violenza, simbolo del privilegio, – chiediamoci, cosa vogliamo quando vogliamo tutto? Si tratta, e questo è il punto, di una linea del consenso che si traccia, sui corpi (o meglio, sui corpi-territori come ci aiutano a capire le eco-femministe). Corpi abili, disabili, a disposizione, corpi contaminati dalla fabbrica, corpi femminili depotenziati, corpi razzializzati come scarti, corpi animali torturati. Vite che valgono, vite che non valgono. Vite come fine, vite come mezzi per quel fine. Cosa naturalizza la violenza sistemica? Ritornando alla questione di cui sopra allora, forse serve ancora spiegare cosa è l’egemonia? Che la classe non è solo una categoria della storia, che già anche dentro Marx la classe è anche la sua antropologia, poiché diventa borghesia – forma di vita, autorappresentazione che nasconde, mentre assicura, le fondamenta materiali su cui si basa? Che la violenza non è un dettaglio della storia in questo racconto, ma è la sua struttura profonda. Originaria, direbbe sempre Marx. Chiediamoci allora, cosa naturalizza la violenza sistemica. Cosa trasforma la proprietà privata in presidio di libertà, lo sfruttamento in progresso, la repressione in ordine, il dissenso in criminalità, cosa rende le guerre necessarie, non riesce ad immaginare lo sviluppo senza zone di sacrificio? Davvero non c’entra nulla tutto questo con ciò che rende lo stupro un “piaceva anche a lei”; il femminicidio un “mi ha provocato”; la pedofilia – quasi unicamente maschile – un “trauma irrisolto”; il genocidio in un dibattito tra giuristi? In quali contesti sociali, quotidiani, facciamo esperienza di un razzismo, patriarcato e comando capitalista che non si co-strutturano? Se la lotta di classe non è solo salario e produzione, ma è conflitto sul valore dei corpi, sul tempo di vita, sulla riproduzione sociale, su chi paga il prezzo della ricchezza altrui, allora ci sono, e non si può più negarlo, domande urgenti e posizionamenti essenziali, davanti ai corpi martoriati di Gaza, alle vite distrutte e spese a chiedere riparazione di donne e bambine povere date in pasto ai potenti, al fatto che ogni giorno una donna muore per mano di un fidanzato, un padre, un fratello. Ci sono privilegi da mettere in discussione e corpi a cui restituire centralità e spazio, nei nostri contesti quotidiani, anche se è complesso, anche se si sta scomodi, ripensare privilegi, significa ripensare i desideri e gli immaginari che li sostengono. È un po’ di tempo che si è tornati a interrogarsi sull’organizzazione politica, ecco, partiamo anche da qui: dall’idea che l’organizzazione (la rivoluzione, oserei dire?) si fa anche così: strappare il godimento al dominio e trasformarlo in assalto al cielo, restituendo potere e desiderio ai corpi che lo hanno sempre subito. -------------------------------------------------------------------------------- NOTE 1 Troppo brevemente, ma la riproduzione sociale nel tardo capitalismo lascia pochissimo spazio all’analisi. 2 Non parlo solo delle cene eleganti di Berlusconiana memoria, ma anche delle dichiarazioni di Giorgia Meloni che solo poco tempo fa proponeva Trump come Nobel per la pace, senza dimenticare le politiche che mirano, da destra e da sinistra, a cedere pezzi di sovranità nazionale e di gestione dell’ordine alle grandi piattaforme infrastrutturali. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: Sulla fatica di elaborare politicamente gli Epstein files Maura Benegiamo Il costo del silenzio. Chomsky ed Epstein Emilia De Rienzo Epstein Files. O dell’irriformabilità del maschio cishet (e dell’Occidente) Maddalena Fragnito, Effimera -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Classe e consenso: la politica dei corpi e i file Epstein proviene da Comune-info.
February 11, 2026
Comune-info
Il costo del silenzio
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Il caso Chomsky-Epstein non è un fatto privato, ma un problema che tocca la verità stessa del pensiero critico. Quando un intellettuale sceglie la frequentazione e il silenzio di fronte a un sistema di violenza transnazionale sui minori, l’argomento della “conoscenza dall’interno” perde ogni legittimità. Edward Said, in Dire la verità, è estremamente chiaro su questo punto. L’intellettuale, scrive, non è colui che dispone di un accesso privilegiato ai luoghi del potere, ma colui che rifiuta di diventare un insider, anche quando quell’accesso promette informazioni, influenza o prestigio. La verità, per Said, non nasce dalla prossimità, ma dalla distanza critica; non dall’inclusione, ma da una forma di estraneità che espone al rischio, alla perdita, talvolta all’isolamento. Per questo Said insiste sul fatto che “dire la verità al potere” non è un atto retorico, ma una pratica che implica un costo. Senza costo, la verità si trasforma in competenza; senza esposizione, la critica diventa una professione. L’intellettuale che non paga alcun prezzo per ciò che sa e per ciò che vede, che non rompe alcun legame, che non assume alcun rischio, ha già smesso – per Said – di svolgere la propria funzione pubblica. Noam Chomsky ha costruito un’intera opera dedicata alla critica delle élite, dei meccanismi di dominio, della fabbrica del consenso. Tuttavia, quando il potere si è manifestato nella sua forma più oscena – come rete che intreccia ricchezza, influenza e violenza sui corpi più vulnerabili – quelle analisi non si sono tradotte in un gesto pubblico di rottura. In assenza di quel gesto, il pensiero critico rischia di ridursi a capitale simbolico: produce autorevolezza e carriera, ma non responsabilità. Said offre qui una distinzione decisiva: l’intellettuale non è colui che “capisce” il mondo meglio degli altri, ma colui che sceglie da che parte stare quando il mondo si spezza. E ci sono soglie che, una volta attraversate, non consentono più ambiguità. La violenza sui bambini non è una contraddizione secondaria né un dettaglio biografico: è un limite assoluto. Di fronte a questo limite, la mancanza di una condanna pubblica e di una presa di distanza non è una dimenticanza, ma una scelta. L’intelligenza senza il cuore: una frattura insostenibile Non si può separare l’intelligenza dal cuore. Non si può pensare che idee brillanti mantengano la loro verità quando chi le ha enunciate le calpesta brutalmente con i propri gesti, o peggio, con la propria indifferenza. Questo non è un piccolo sbaglio umano, una fragilità perdonabile. È un’azione consapevole che ignora, normalizza, accoglie ciò che l’interlocutore ha fatto. Chomsky non doveva semplicemente “prendere le distanze”: doveva denunciare, condannare, rompere. Senza questo gesto, le sue idee non si indeboliscono soltanto – producono delusione in chi le ha sostenute, perché dimostrano che chi le ha scritte non era disposto a sacrificare nulla quando è arrivato il momento. La domanda diventa allora inevitabile: come può un intellettuale che si pone “contro” un sistema di potere, che si pone come giudice critico delle complicità altrui, diventare poi connivente quando quel potere si manifesta davanti ai suoi occhi? Come può accadere che lucidità analitica e cecità etica coesistano nella stessa persona? Hannah Arendt e la banalità della complicità Hannah Arendt ci ha insegnato che il male non è sempre mostruoso, che può convivere con la normalità, persino con l’intelligenza. Ma ci ha anche insegnato che la banalità del male non lo giustifica – anzi, lo rende più inquietante. L’intellettuale che “non vede” ciò che avviene davanti ai suoi occhi, che normalizza l’intollerabile perché appartiene alla sua cerchia, riproduce esattamente quel meccanismo di disimpegno morale che Arendt ha analizzato nei carnefici ordinari del totalitarismo. Quello che viene fuori dal caso Epstein è qualcosa di orribile, di disumano, contro ogni umana comprensione. Ed è proprio di fronte a questo orrore che il silenzio di un intellettuale critico diventa intollerabile. Perché dimostra che l’intelligenza critica non garantisce integrità morale. Si può denunciare il potere in astratto e poi accomodarvisi nei salotti, nelle conversazioni private, nelle relazioni che “non si vogliono rompere”. La critica diventa allora un marchio identitario, non una prassi. Un ornamento, non un rischio. E quando la scelta è tra la denuncia della violenza sui bambini e la preservazione di una relazione con il potere, non esiste ambiguità possibile. Esiste solo il silenzio che condanna. Simone Weil direbbe che la vera colpa non è frequentare il male, ma non sentirne il peso come una ferita. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Sulla fatica di elaborare politicamente gli Epstein files -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il costo del silenzio proviene da Comune-info.
February 10, 2026
Comune-info