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Simone Manetti, Giulio Regeni – Tutto il male del mondo #12
SCIACALLAGGIO IN CORPORE FILMICO Indigna tutto di questo caso cinematografico. Innanzitutto ritorna il senso di nausea nel ricordo della terribile sorte di Giulio Regeni, finito nella morsa di un potere spietato senza alcuna colpa; una nausea accentuata dalle scelte in fase di montaggio dei tanti, spesso insignificanti e sempre sfuocati, spezzoni d’archivio, che sono la cifra dei lavori di Manetti, probabilmente scelto in quanto mestierante. Ci siamo interessati a questa pellicola, seppur sospettosi, per poterne parlare con cognizione, data la polemica politica scatenata pretestuosamente dal mancato contributo del Ministero della Cultura di Giuli, che ha fatto il pesce in barile, dicendo che non aveva visto il film, ma la vicenda era tale che avrebbe assegnato prebende a priori; e già questo urlerebbe vendetta per il criterio di sottocommissioni da abolire. Bisogna a questo punto tenere conto che ha dovuto scegliere lui stesso i membri della sottocommissione e quindi le loro selezioni ricadono sotto la sua responsabilità; e Mollicone, presidente della sottocommissione, è un fascista ideologicamente propenso a evitare di premiare una (presunta) inchiesta sulle torture e omicidio inferte a un ricercatore che scriveva articoli per “il manifesto”. Peraltro fa indignare anche Cuperlo al question time con Giuli che non trova di meglio da dire che il governo di Fratelli d’Italia ha piegato i lavori delle commissioni per premiare gli amichetti e camerati: tutto vero, ma il copyright in questo caso è proprio del PD; ed era già stato collaudato in chiave littoria con Giulio Base, senza suscitare la giusta indignazione. In particolare muove allo sconcerto però la visione del film. Venduto come «operazione avanzatissima di immersione nel vuoto della post-verità» (“Sentieri Selvaggi”) è in effetti costituito dai vuoti non colmati tra i ritagli di archivio, rappresentati da lunghe sequenze sfocate di movimenti di telefonino impazzito, estenuanti (probabilmente con l’ambizione di trasmettere smarrimento, quello di Giulio e quello dello spettatore), senza aggiungere nulla alla cronaca che uno spettatore mediamente informato già non conosca, ricostruendo le torture e l’assassinio, le false piste, gli insabbiamenti, i racconti televisivi… ma si assiste soltanto ai misfatti di parte egiziana. Le brevi apparizioni di Renzi, primo ministro all’epoca, Descalzi, da sempre presidente dell’Eni, li scagionano in pochi secondi. Si assiste senza guizzi a lunghe sequenze del processo: anche queste immagini conosciute, passaggi giudiziari risaputi, che s’intervallano al registro della ricostruzione e delle dichiarazioni di autorità. L’unica nota emozionante in quelle sabbie mobili stagnanti sono le parole, lo stupore dei genitori di Giulio che infatti danno il titolo al film, perché il resto è vuoto. Indigna soprattutto il banchetto sul corpo martoriato del giovane studioso, organizzato nel decennale del suo supplizio. E quel che è peggio è che questa pellicola impedirà la realizzazione di un vero film che metta sul piatto le reali questioni investite dalla morte di Giulio Regeni e dall’indifferenza dei governi di vario colore che hanno nascosto la verità costituita dalla feroce paranoia del potere, perché è comune a tutti i regimi. E questo il film non lo fa trapelare nel suo gioco di immagini illeggibili.
April 12, 2026
Radio Blackout - Info
L’alternativa siamo noi, torniamo ad immaginare
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 28 marzo: corteo No Kings. Foto di Riccardo Troisi per Comune -------------------------------------------------------------------------------- Mi inserisco nel prezioso dibattito Società in movimento ospitato da Comune per portare anche qui una questione che ho sollevato attraverso il mio monologo-reading “Gaza siamo noi. quale politica” che ho proposto al festival Sumud nel giugno scorso. Ovvero la questione dei diritti, del rapporto con il potere e con il nostro, potere. Diritti da salvaguardare, diritti da riconquistare, diritti da far valere… quest’altalena di conquiste e regressioni, salti avanti e passi indietro, in quasi cinquant’anni, è diventata stancante. Anzi per lo più ci ha sfinito, tanto che chi ha il potere di determinare le cose si sta prendendo tutto il campo lasciato libero. Questo avevo messo a fuoco nel mio monologo, proponendo di ritornare alla sostanza di quello che vogliamo. Perché il potere, è la quaestio. E la dinamica storica prodotta dalla democrazia borghese. Solo “il manifesto” di Pintor e Rossana, in controtendenza con la sconfitta alla Fiat e il giro di boa delle lotte faceva uscire uno speciale che si intitolava: “Liberare il lavoro o liberarsi dal lavoro?” Bella domanda, no? Ma siccome nessuno l’ha raccolta, ci hanno pensato i padroni a rispondere, liberandoci dal lavoro. Quello tutelato dai diritti, naturalmente. Senza quindi dare qualcosa in cambio. E cosi oggi, a quarant’anni e passa da quel bivio, noi ci ritroviamo licenziatə a cinquant’anni, mentre paghiamo sempre di più per la nostra salute in termini di soldi o tempi di attesa, per non parlare delle medicine, o della scuola, o della casa, o dei trasporti, i servizi essenziali in sostanza, i bisogni primari, mentre esercitiamo inconsapevolmente lavoro gratuito per ottenere quei servizi negli innumerevoli siti web sui quali possiamo avere online quello che ci serve senza muoverci da casa, peccato che siamo noi a lavorare gratis al posto dell’impiegatə con cui una volta potevamo interloquire. Un aspetto non da poco dell’attuazione del noto motto “privatizzare i profitti socializzare le perdite”. Questo fa chi può farlo, e lo può fare chi ha mano libera, chi non trova ostacoli, chi ha campo libero. Lo chiamiamo potere, lo analizziamo, lo smascheriamo, lo denunciamo, ci scagliamo contro, ma non facciamo mai i conti con il nostro, potere. Con tutto quello che noi abbiamo costruito nella società. Eppure abbiamo costruito tanta alternativa. C’è una generale maturità di elaborazione in tanti settori, o almeno credo vada messa alla prova: il settore sanitario, la scuola, l’università, la ricerca, la casa, le carceri, l’ambiente, la cultura e lo spettacolo e via così, come in tutte le attività e i servizi messi in piedi nei nostri centri sociali come nella miriade di iniziative stabili nel territorio. Tanti anni fa un bravo economista marxista, Bruno Morandi, propose una serie di incontri dal titolo “Ipotesi per un’alternativa”. Si trattava di mettere in campo l’immaginazione: come immaginiamo la società che vogliamo? Come, un sistema che rimetta al centro l’Uomo (si diceva una volta, adesso abbiamo bisogno di una definizione che includa tutto il mondo vivente) e ci renda davvero liberi? Da troppo tempo abbiamo smesso di mettere legna al fuoco dell’immaginazione, ma è esattamente questo che ora dobbiamo fare. Sembra un paradosso ma non lo è: dobbiamo smettere di arrancare sull’emergenza, per l’appunto sempre più costellata di problemi che ci strozzano, dai più piccoli ai più grandi e tragici, e costruire la nostra rotta. Perciò io credo che bisogna chiamare a raccolta tutti i settori già attivi nel contestare tutto ciò che sta minando il loro ruolo nella società (la scuola, i movimenti per la casa, la salute, l’ambiente, la cultura, i trasporti ecc.) per proporre a chi ci lavora di mettere nero su bianco come immagina debba funzionare concretamente per tornare ad essere una ricchezza al servizio di tuttə, e successivamente rendere intersezionale l’elaborazione con assemblee comuni, per disegnare il quadro della società che vogliamo. Da ultimo ma non certo ultimo, io penso molto seriamente che da qui si esce solo lavorando alla possibilità di realizzare il Reddito Minimo Universale, e naturalmente per questo è necessario rivolgersi a chi da tempo lavora ad immaginare come sarebbe possibile realizzarlo. Ma Il lavoro deve essere liberato dalla tagliola dello sfruttamento, come devono esserlo i servizi e tutto ciò che continua sempre più vorticosamente ad essere messo a profitto. È questo che leva l’acqua ai pesci della precarietà, dell’instabilità, del ricatto, in due parole: a una società costruita sulla divisione in classi. Un tema che sembra archiviato dall’orizzonte comune dei partiti più o meno di sinistra, peraltro convinti di potersi intestare il No al referendum, e che già parlano di primarie. Non possiamo arrivare così alle elezioni. No. Dobbiamo creare noi quell’organizzazione che dicevo prima, perché siano i partiti a dover fare i conti con noi, e non il contrario. Vogliamo ispirarci al confederalismo democratico? Discutiamone, ma io è di credo che sia urgente discutere, di immaginazione, organizzazione, struttura. Dobbiamo tornare a immaginare, e far valere tutto ciò che siamo stati in grado di costruire in ogni settore trattandolo, questa volta, come una vera alternativa al Sistema, non solo come il nostro modo di vivere. È il nostro potere, e ci mette in condizione di uscire da una dinamica storica basata sulla legge del più forte, basata a sua volta sulla violenza, mitigata, arginata, dall’ipocrisia borghese dello “Stato di diritto” con cui, come vediamo dalla Palestina al Minnesota, passando per l’Iran e il Venezuela, il potere, come esercizio della violenza, non ha più bisogno di mascherarsi. Il potere come esercizio di governo invece è potenzialmente in mano a ognuno di noi, a cominciare dal modo in cui stabiliamo le nostre relazioni. Quando parliamo di abbattimento del patriarcato, di ascolto, rispetto, cura, parliamo anche di maturare questa consapevolezza; una cultura dell’interdipendenza che alimenta i nostri legami, le nostre relazioni come esseri umani, perciò fuori dai ruoli sociali, dalle appartenenze più o meno riconosciute (così pesanti finora anche fra noi) è la strada per fare i conti con il potere senza ignorarlo, dando realmente un’alternativa strutturale a un nuovo sistema, non più, anzi mai più, basato sul patriarcato. -------------------------------------------------------------------------------- Anna Maria Bruni, progetto Il Filo di Arianna contro la violenza di genere, Casa dei Diritti e delle Differenze -------------------------------------------------------------------------------- L’ARTICOLO FA PARTE DI QUESTA DISCUSSIONE: > Società in movimento -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’alternativa siamo noi, torniamo ad immaginare proviene da Comune-info.
April 7, 2026
Comune-info
I popoli e le guerre
DA DECENNI LE COMUNITÀ INDIGENE, NERE E CONTADINE DELL’AMERICA LATINA SI AUTO-ORGANIZZANO DAL BASSO, TRASFORMANDO IL LORO MONDO E LE LORO RELAZIONI SOCIALI SENZA PENSARE DI IMPADRONIRSI DELLO STATO. È DA LORO CHE POSSIAMO IMPARARE MOLTO IN QUESTA LUNGA TORMENTA GLOBALE CHE CI HA TRAVOLTO. L’ILLUSIONE CHE PRENDENDO IN MANO LO STATO SI POSSANO PRODURRE CAMBIAMENTI IN PROFONDITÀ È DIFFICILE DA METTERE IN DISCUSSIONE. EPPURE, DOBBIAMO PRENDERE ATTO, SCRIVE RAÚL ZIBECHI, CHE «NON ESISTONO E NON POSSONO ESISTERE STATI RIVOLUZIONARI, PERCHÉ SONO APPARATI CREATI PER IL CONTROLLO E L’OPPRESSIONE DELLE POPOLAZIONI, CON LE LORO FORZE ARMATE E DI POLIZIA, IL LORO APPARATO DI GIUSTIZIA E I LORO MECCANISMI DI “EDUCAZIONE” DELLA POPOLAZIONE…» Numerose comunità afrodiscendenti da decenni custodiscono in modo straordinario gli ecosistemi tropicali di diversi angoli dell’America latina: la vita quotidiana e le lotte sono portate avanti senza aver preso alcun potere. Foto di Ronald Gonzáles pubblicata su Desinformemonos -------------------------------------------------------------------------------- Nella tradizione dei movimenti rivoluzionari, si distingueva tra guerre tra Stati e guerre contro classi e popoli oppressi. Questa era la posizione di coloro che si rifiutarono di sostenere lo sforzo bellico richiesto dalla borghesia durante la Prima Guerra Mondiale (1914-1918) tra le Potenze Centrali (Impero austro-ungarico, tedesco e ottomano) e gli Alleati (Francia, Russia, Italia, Regno Unito, Stati Uniti e altre nazioni occidentali). Lenin e Trotsky rimasero soli con una manciata di internazionalisti (si diceva che potessero stare tutti in due taxi), mentre la maggior parte del movimento socialista, riunita nella Seconda Internazionale, deviò dalla rotta appoggiando i crediti di guerra. Di fronte a questo tradimento – poiché questa corrente aveva assicurato a tutti che non avrebbe mai sostenuto la guerra – il movimento si frammentò e si indebolì considerevolmente. Solo l’attivismo degli operai e dei contadini russi, e in seguito quello di altri paesi, riuscì a raddrizzare la situazione. Per raggiungere questo obiettivo, tuttavia, più di 20 milioni di persone dovettero morire, stipate in trincee infette sotto il comando di ufficiali spietati e crudeli. La ribellione degli operai costretti alla guerra fu fondamentale sia per il trionfo della Rivoluzione russa sia per il vasto movimento che si diffuse in tutto il continente europeo, chiedendo una pace immediata. I bolscevichi furono al centro del rifiuto della guerra, facendosi portavoce del movimento operaio e contadino. Una volta al potere, firmarono il Trattato di Brest-Litovsk, impopolare perché la Russia perse territorio, ma necessario per porre fine al massacro e mantenere le promesse di coloro che si erano presentati al Palazzo d’Inverno con gli slogan “Pace, terra e pane”. Nella seconda guerra mondiale, scoppiata nel 1939, non si seguirono gli stessi schemi, poiché fin dai tempi della Rivoluzione russa la Terza Internazionale promuoveva la “difesa della patria sovietica” contro l’aggressione nazista, o contro qualsiasi nemico esterno o interno. Difendere l’URSS era sinonimo di difendere uno Stato che aveva assassinato milioni di contadini e centinaia di migliaia di operai comunisti. Secondo gli standard odierni, dovremmo definirlo uno Stato genocida. Questo profondo cambiamento ha avuto conseguenze durature per i movimenti rivoluzionari, che perdurano ancora oggi. Una di queste è la difficoltà di distinguere tra popoli e governi o Stati. Difendere il popolo è un principio fondamentale per chiunque si consideri di sinistra, ma oggi queste categorie sono intrappolate in una sorta di confusione che offusca ogni distinzione. Abbiamo sempre difeso il popolo vietnamita, attaccato dall’imperialismo yankee, con lo stesso fervore con cui sosteniamo il popolo cubano o ucraino, attaccati dalle rispettive potenze imperialiste. Da questo momento in poi, la sinistra e il pensiero critico ufficiale hanno affinato le proprie argomentazioni, affermando che gli Stati Uniti non sono uguali alla Russia o alla Cina, sostenendo che questi non sono imperialisti o, quantomeno, non altrettanto ostili quanto gli yankee. Possiamo affermare che le “rivoluzioni trionfanti” hanno smussato gli spigoli più aspri del pensiero critico fino a renderlo irriconoscibile a causa del suo zelo statalista. Ondate di mobilitazione popolare si sono abbattute contro stati e governi progressisti, come dimostrano le impressionanti rivolte in Cile, Ecuador e Colombia dal 2019. L’energia collettiva del popolo viene neutralizzata da governi e partiti che lavorano per rafforzare i propri stati-nazione. Il danno causato dalla svolta sovietica verso la difesa dello stato è così profondo e duraturo che lo spirito ribelle popolare non riesce più a immaginare un orizzonte al di là delle istituzioni che lo opprimono. A questo punto, le rivoluzioni che seguirono la Rivoluzione russa non riuscirono a modificare il loro atteggiamento nei confronti dello Stato e, quando hanno vinto, hanno ripetuto più o meno le stesse argomentazioni dei bolscevichi. Qualcuno potrà obiettare, se non sarà necessario difendere governi e stati che si dicono rivoluzionari. Capisco che si tratta di un dibattito necessario ma quasi marginale nella realtà attuale. La mia opinione è che non esistono e non possono esistere stati rivoluzionari, perché sono apparati creati per il controllo e l’oppressione delle popolazioni, con le loro forze armate e di polizia, il loro apparato di giustizia e i loro meccanismi di “educazione” della popolazione. Essere un rivoluzionario, come già accennava il capitán Marcos, significa essere un professionista nell’impadronirsi del potere statale. “Un rivoluzionario intende fondamentalmente trasformare le cose dall’alto, non dal basso, al contrario del ribelle sociale”. Difficile da accettare. Ma non è forse la logica della ribellione sociale proprio ciò che le comunità indigene, nere e contadine di questo continente hanno praticato, organizzandosi dal basso, trasformando il loro mondo senza pensare di impadronirsi dello stato? Come sempre, non c’è niente come imparare dai popoli, seguendo i loro passi e lasciando che la vita collettiva faccia il suo lavoro trasformando il dolore in speranza. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I popoli e le guerre proviene da Comune-info.
April 4, 2026
Comune-info
L’IA: il disallineamento di un paese di geni – di Giorgio Griziotti
Mentre si consuma una svolta storica — un'offensiva tecnofascista su scala mondiale che instaura un regime di guerra permanente — l'IA diventa il sistema nervoso centrale di questa volontà di potenza. Si integra con tutte le tecnologie belliche: dalle piattaforme esistenti, compresi i sistemi nucleari di comando e controllo (NC3), ai nuovi sistemi autonomi, [...]
April 2, 2026
Effimera
L’atto rivoluzionario e la morale borghese del potere
In un’intervista rilasciata alcuni anni fa al Corriere di Romagna, in occasione della presentazione del suo ultimo romanzo “Lascia che il mare entri”, Barbara Balzerani – scrittrice ed ex militante delle Brigate Rosse: scelta che le costò trent’anni di carcere senza mai pentirsi – disse: «Il vincitore, oltre alla resa, […] L'articolo L’atto rivoluzionario e la morale borghese del potere su Contropiano.
March 22, 2026
Contropiano
Difendiamo la magistratura dagli attacchi della potere
“Ci accorgeremo che la mafia è entrata nelle istituzioni quando le stesse attaccheranno la magistratura” Giovanni Falcone Lo diceva Falcone negli anni Ottanta. E non lo diceva per folklore, lo diceva perché era così. Lui stesso aveva ricevuto forti critiche politiche e istituzionali, specialmente negli anni immediatamente precedenti la sua morte nel 1992. Critiche aspre e trasversali, provenendo da diversi settori sia di destra che di sinistra, che aumentarono un profondo clima di ostilità nei suoi confronti. Questo attacco trasversale a Giovanni Falcone da parte della classe politica ed istituzionale dell’epoca è stato definito come un vero e proprio “linciaggio” mediatico e professionale, che ha contribuito a isolarlo. Qualche ignorante che parla oggi di “politicizzazione della magistratura” (sempre intendendo ovviamente le “toghe rosse”, senza mai parlare del fatto che il fenomeno del correntismo è da decenni che è, per la maggioranza, pendente a destra, pur essendo un fenomeno minoritario), dovrebbe ricordarsi che lui stesso era un magistrato membro di “Movimento per la giustizia”, una corrente politica interna alla magistratura italiana, storicamente legata ad aree progressiste. Nonostante ciò, “politico” non vuol dire “partitico” e non coincide con “istituzionale”. Famoso fu lo storico confronto tra Giovanni Falcone e Leoluca Orlando nei primi anni ’90. In un confronto al Maurizio Costanzo Show, vide il sindaco di Palermo accusare il magistrato di nascondere la verità sui mandanti politici della mafia nei “cassetti”, chiedendo se ci fossero le prove della collusione con la mafia del politico democristiano Salvo Lima. Accusa che farebbe ridere se non per il fatto che Orlando la fece veramente, senza mai pentirsi amaramente. Nel video si può ben vedere un giurista del pubblico da Maurizio Costanzo, nonché ignorante dell’epoca (perché quelli sono una costante in tutte le epoche, con la caratteristica di nasconderai dietro “lecite opinioni” e di essere sempre presuntuosi, autoreferenziali ed egoici, oltre a vestire spesso gli abiti degli “uomoni di cultura” ), additare Falcone di essere un ostacolo all’indipendenza della magistratura, di essere un magistrato che preferiva ruoli ministeriali (sebbene i suoi non furono mai incarichi politici, ma istituzioni che dovevano essere rivestiti obbligatoriamente da magistrati). Nel video si può ben udire come, alle accuse rivolte a Falcone, la platea del Maurizio Costanzo Show abbia applaudito. Un applauso anacronistico, un paradosso, che risulta quasi assurdo visto con gli occhi di oggi. Questo per dimostrare come fosse indirizzato il senso comune della gente: verso la denigrazione e la legittimazione della magistratura. Quella puntata al Maurizio Costanzo Show fu il primo vero funerale di Giovanni Falcone, con l’aggravante di mantenerlo in vita, costringendolo a vedere lapalissianamente senza filtri un Paese omertoso, ignorante (nel senso che ignora) e soprattutto “idiota” (nel senso greco). La cultura italiana, terribilmente “moderata” sui temi importanti e terribilmente “enfatica” su quelli effimeri, è profondamente “idiota” nel senso greco non-dispregiativo del termine. Gli idiṓtēs (ἰδιώτης) nell’Antica Grecia erano i “privati cittadini” o le “persone comuni” che si occupavano solo dei propri affari privati (ídios) senza partecipare alla vita politica o pubblica della “polis”. I Greci associavano il disinteresse per la cosa pubblica alla mancanza di cultura o alla ristrettezza di vedute. Il termine passerà al latino col significato di “incolto”, “inesperto” o “rozzo”, per poi scivolare verso quello attuale di persona priva di intelligenza o senno. Il senso comune reazionario italiano si può descrivere come compendio di tutti questi termini. A questo dobbiamo aggiungere le osservazioni di Antonio Gramsci, il quale definiva il senso comune come la concezione del mondo frammentaria, incoerente e “folcloristica” delle masse, intrisa di influenze esterne e della classe dominante. Un “concetto equivoco, contraddittorio, multiforme” che permette alla classe dominante di imporre la propria visione del mondo come filosofia del popolo, facendo sì che le masse accettino la propria condizione, interiorizzando la volontà dei “padroni”. Contestualizzando con le vicende legate a Falcone, la “volontà dei padroni” era preservare la Trattativa Stato-Mafia e nasconderla, mentre i media erano un ottimo veicolo per dare un’immagine ridicolizzante e delegittimante delle figure che invece volevano andare nella direzione opposta. Anche lo scontro tra Leoluca Orlando e Falcone era funzionale a questo: indebolire e isolare Falcone, renderlo distante dall’opinione pubblica. Ecco dunque che la presenza di Falcone al Maurizio Costanzo Show aveva una funzione drammaturgica e teatrale: lui era lì per essere dato in pasto agli “utili idioti” del momento inconsapevoli (vorremmo ben sperare) che la loro narrazione fosse la narrativa perfetta che serviva al potere per poter delegittimare e isolare Falcone insieme a Borsellino. Il 12 gennaio 1992, durante una puntata di “Babele” su RaiTre, di Corrado Augias, una giornalista chiese a Falcone: “Lei dice che in Sicilia si muore perché si è soli. Giacché lei, fortunatamente, è ancora tra noi, chi la protegge?”. Falcone rispose con una domanda: “Questo vuol dire che per essere credibili in questo Paese bisogna essere ammazzati?”. Il gelo in studio. La giornalista disse: “Non volevo dire quello”. Falcone ribatte’: “Se fino ad ora sono vivo mi è andata bene?”. I conduttori, compreso Augias, cercarono di correggere il tiro, ma Falcone granitico disse: “Questo è il paese felice in cui se ti si pone una bomba sotto casa e la bomba per fortuna non esplode, la colpa è tua che non l’hai fatta esplodere”. “No per carità, non lo deve dire. Questo é molto amaro” – hanno detto i presenti in studio a Falcone. “È forse la cosa più amara che ha detto” – aggiunse Augias. La giornalista fece la domanda in buonafede aspettandosi un conforto da Falcone, ma Falcone non la gradì: non la gradì perché lui non stava vivendo come tutti gli altri italiani. Lui sentiva sulla sua pelle la tensione, sentiva la morte incombere (come hanno preso altri, prenderanno anche me) sentiva che non aveva solidarietà, sentiva di non essere capito, sentiva di essere isolato e, per questo, provava un naturale senso di irritazione nonostante la sua compostezza istituzionale non lo desse a vedere. E così rispose. Poi quando venne ucciso si calò improvvisamente il sipario su quello che la gente viveva quotidianamente con il suo senso comune, venendo catapultata in un altro scenario. Falcone era un pm antimafia, Falcone indagava sulla mafia, Falcone era attaccato dalla politica e dalla istituzioni, Falcone era stato ucciso in un attentato di mafia e forse con altri mandanti. L’Italia sembrava per un momento recuperare lucidità nell’accorgersi cosa stava succedendo e cosa facesse veramente Falcone. Alla sua morte tutti furono pronti a santificarne ed elogiarne le gesta, mentre prima lo snobbavano. Solo recentemente Corrado Augias, in una intervista a Roberto Saviano del 16 marzo 2026 a “Torre di Babele”, ha dichiarato di essersi pentito di aver risposto a Falcone in quel modo poiché effettivamente era “inesperto” e non capiva fino in fondo ciò che Falcone stava vivendo. Augias ha fatto mea culpa sottolineando che spesso fare il mestiere di giornalista impedisce di riuscire ad approfondire tutto nei dettagli. Questo è il segnale di una persona colta ed intelligente, quale è Augias, che è in grado di ammettere e capire. Ma tutti gli altri? Sono riusciti a fare mea culpa o si sono dimenticati di questa parentesi o, peggio, hanno normalizzato? Chi applaudiva coloro che criticavano Falcone e non capiva cosa viveva e si permetteva di elargire giudizi, cosa prova ora? La forza di Giovanni Falcone non è solo nella sua storia, ma nella lucidità con cui aveva già visto ciò che oggi continuiamo a misurare: quando il potere attacca chi indaga, quando si delegittima chi cerca la verità, quando si prova a isolare la magistratura, allora non è solo un conflitto istituzionale. È un segnale. È un allarme. Falcone ci ricorda che la mafia non è soltanto un’organizzazione criminale: è un metodo, un modo di occupare gli spazi pubblici, di piegare le regole, di trasformare le istituzioni in strumenti di convenienza. E il primo bersaglio, quando questo accade, è sempre la giustizia. Per questo la sua frase non appartiene al passato. È un invito a restare vigili, a non normalizzare l’attacco a chi difende la legalità, a riconoscere che la democrazia si protegge ogni giorno, anche quando farlo è scomodo. La memoria non è un rito: è un impegno. E Falcone continua a indicarci la direzione. Ha avuto ragionissima Gratteri quando ha affermato sul Referendum costituzionale del 22 e del 23 marzo: “Voteranno per il ‘no’ le persone perbene, quelle che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno per il ‘si’ gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente” (Fonte: ANSA). Tali gruppi di potere beneficerebbero di una riforma che indebolirà l’efficacia della magistratura, oltre che del sistema accusatorio, a cui tanto si appella il Fronte del Sì. Le affermazioni di Gratteri hanno trovato il sostegno del magistrato Nino Di Matteo, il quale ha concordato che “mafiosi e massoni voteranno sì”, e di Salvatore Borsellino, che ha definito la riforma un “golpe”.   Lorenzo Poli
March 18, 2026
Pressenza
Mentre inventavo la Psicostoria due Karl mi turbarono
Ovvero: ciò che la storia mi ha insegnato… e che Daneel ® non avrebbe mai ammesso di sapere. di Hari Seldon (*), recuperato nei meandri spazio-temporali da Fabrizio Melodia, astrofilosofo e rabdomante.   PREMESSA PER NON LETTORI DI ASIMOV. Seldon è – ma anche: fu, sarà, era, sarebbe, essendo, forse – «Primo Ministro emerito dell’Impero Galattico, professore di Matematica all’Università
Referendum #2 | Tre finalità perverse di una controriforma costituzionale – di Luigi Ferrajoli
Questa campagna referendaria sta svelando l’intima essenza di questo governo: la sua straordinaria capacità di imbrogliare l’elettorato raccogliendone il consenso nei confronti di finalità totalmente non dichiarate. Quella che viene proposta al referendum è una riforma sgangherata – lo smembramento insensato in tre organi diversi del Consiglio Superiore della Magistratura – e proprio per [...]
March 12, 2026
Effimera
L’ideologia del potere nel caso Epstein
Ogni epoca storica elabora le forme attraverso cui diventa pensabile ciò che accade al proprio interno: la coscienza prende forma nei rapporti sociali entro cui si sviluppa, condividendone l’orizzonte di possibilità, e gli eventi diventano riconoscibili nelle strutture simboliche rese disponibili dall’ordine esistente. Il caso Epstein si inscrive in questa […] L'articolo L’ideologia del potere nel caso Epstein su Contropiano.
March 9, 2026
Contropiano