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La radicalità del sentimento amoroso per Horvat
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Nel saggio La radicalità dell’amore. Desiderio e rivoluzione (DeriveApprodi, 2016) il filosofo croato Srećko Horvat analizza la vicendevole influenza tra il potere statuale ed economico e le pulsioni erotiche: quali ripercussioni produce nella vita di un popolo la repressione dei costumi sessuali? Perché la rivendicazione della libertà sessuale si presta a essere sussunta dal capitale, cioè a diventare terreno fertile da cui estrarre profitto? E che ruolo gioca l’amore nella costruzione di una comunità politica? È possibile dedicare se stessi tanto alla persona amata quanto a una causa rivoluzionaria oppure la sfera affettiva esclude quella politica (e viceversa)? Prima ancora, quali connessioni intercorrono tra desiderio e rivoluzione? Horvat muove dalla constatazione che la controrivoluzione iraniana, come la Russia successiva alla Rivoluzione d’ottobre, tengono un analogo atteggiamento nei confronti del desiderio: entrambe si propongono di metterlo al bando. Il filosofo narra di un suo viaggio nel 2015 in Iran: la sera i luoghi di aggregazione sono chiusi e la sola vita sociale ammessa sembra essere quella che si svolge dentro le case; d’altronde, piscine, sale da ballo e da biliardo sono state chiuse a seguito della controrivoluzione. Anche l’arte di strada gioca un preciso ruolo quale dispositivo che disciplina il desiderio della popolazione: la proliferazione di murales che ritraggono l’Ayatollah Khomeini e i martiri instilla lo spirito di sacrificio, che equivale alla fuga dalla vita quotidiana e, a maggior ragione, dall’agone politico. Il nemico più temuto dal regime è proprio il desiderio: oltre alla danza, sono stati vietati anche i siti internet dedicati alla moda e, ovviamente, al sesso. Ciò non toglie che le élite economiche e i ceti benestanti riescono comunque ad avere accesso ai piaceri proibiti: nel corso del suo soggiorno, Horvat è ospite di una famiglia che consuma alcool pregiato, indossa abiti sexy, parla in lingua inglese e fuma sigarette occidentali. A ogni modo, la loro libertà di essere diversi da come li vuole il regime “si traduce in libertà di consumare” (p. 56), che incide solo sulle modalità della loro vita privata e non anche di quella pubblica. In altre parole, “non si oppongono affatto al regime teocratico e alle sue limitazioni delle libertà personali” (p. 59), perché non lottano in alcun modo per la libertà: semplicemente, la comprano con il denaro. Un bazarì – cioè un mercante – intervistato da Horvat conferma le sue deduzioni, confessandogli che gli iraniani agiati sono soliti condurre una doppia vita e che però la possibilità di scegliere questa seconda vita non è sinonimo di libertà: equivale semplicemente a un diritto garantito dalla ricchezza. Pure la rivoluzione dell’ottobre ’17 in Russia conduce a un esito analogo a quello della controrivoluzione iraniana: “una società totalitaria volta alla repressione delle emozioni” (p. 65). In verità, la rivoluzione russa si era aperta sotto tutti altri auspici, con la legalizzazione dell’aborto, il riconoscimento del divorzio e la parificazione giuridica delle donne agli uomini. Horvat si domanda come si sia potuto arrivare nel 1934 a vietare aborto e divorzio e a criminalizzare l’omosessualità. L’argomento principale di questa svolta reazionaria è il risparmio energetico: la sessualità implicherebbe “un eccessivo dispendio di energia, che impedisce all’individuo di contribuire alla società” (p. 73), cioè alla costruzione del socialismo. Già negli anni ’20 venivano inscenati spettacoli teatrali tendenziosi che esaltavano la moralità di personaggi maschili i quali dichiaravano di non coltivare l’intimità con l’altro sesso per dedicare le proprie forze al partito, o che simulavano processi a prostitute o a persone che, conducendo una vita sessuale promiscua, favorivano la diffusione di malattie veneree (Processo al cittadino Kiselev accusato di aver infettato la moglie con la gonorrea e averla indotta al suicidio è il titolo di uno di questi spettacoli didattici). Invece della “«libertà di amare» servivano autocontrollo e disciplina, perché la battaglia per rafforzare il potere sovietico doveva ancora terminare” (p. 82). In questo scenario, è interessante la ricostruzione operata da Horvat del dibattito tra Lenin e le rivoluzionarie femministe: il primo credeva che il concetto di amore libero avrebbe potuto essere inteso come negazione della serietà nei rapporti sentimentali, esenzione dalla procreazione e libertà di adulterio, così risolvendosi in una conquista borghese, e che le donne proletarie, piuttosto che impegnarsi in discussioni su sesso, matrimonio e prostituzione, avrebbero dovuto pensare alla rivoluzione. Queste ultime ritenevano però inscindibili dalla rivoluzione il riguardo e la considerazione per la vita intima dei rivoluzionari, persone in carne e ossa i cui desideri non possono essere ignorati: simile dimenticanza sarebbe stata fatale per la rivoluzione. Il pericolo temuto da Lenin si concretizza poi nell’esperienza della Kommune 1, comune berlinese fondata dalla sinistra studentesca più radicale e assurta a protagonista del ʼ68 tedesco. I suoi membri, che vedevano nella famiglia una cellula dello Stato e del suo apparato repressivo, interpretavano strenuamente l’ideale di amore libero, sperimentando le più svariate sostanze psicotrope e pratiche sessuali. Non passò molto tempo prima che celebrità come Jimi Hendrix fecero visita alla comune e intrattennero rapporti con Uschi Obermaier, ritenuta la più avvenente delle comunarde; foto e pettegolezzi riguardanti queste liaison finirono su tutti i rotocalchi, a riprova del fatto che il sesso vende; la trasgressiva vita privata dei comunardi veniva così estetizzata e svuotata di qualunque potenziale sovversivo per essere sussunta nella debordiana società dello spettacolo, la quale ottenebra lo spettatore con la rappresentazione di bisogni (anche sessuali) che lo alienano dalla vita politica, di modo che “più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio” (Guy Debord, La società dello spettacolo, Baldini&Castoldi, 2019, pag. 75 s.). La rappresentazione mediatica dei disinibiti costumi sessuali dei membri della Kommune 1 sanciva così la primazia del diritto alla scelta dello stile di vita su quello alla resistenza nei confronti dell’ordine dominante, teorizzato per ironia della sorte proprio da Herbert Marcuse, il cui Eros e civiltà tanto influenzò la stagione del ’68. L’esperienza della Kommune 1 non deve lasciar credere che la demonizzazione del desiderio o comunque l’ascetismo sia il giusto presupposto per condurre lotte sociali; Horvat reputa che amore e rivoluzione non si escludano a vicenda, anzi: paradigmatica a tal proposito è l’esperienza di Ernesto Che Guevara. Anche nel corso delle missioni più impegnative e rischiose il Che non dimenticò mai gli affetti familiari: per esempio, definì la notizia della morte della madre, giuntagli mentre si trovava in Congo, la più triste di quella guerra. Per incontrare i suoi figli era costretto a travestirsi: doveva evitare che loro, bambini, lo riconoscessero e ingenuamente potessero dire a qualcuno di averlo incontrato. Indubbiamente il Che si è trovato lontano dagli affetti per gran parte della sua vita, ma questo non gli ha impedito di tenerli stretti a sé e di continuare a nutrirli tanto in cuor proprio quanto nelle occasioni che la vocazione rivoluzionaria gli concedeva. In una lettera chiedeva ad Aleida, sua seconda moglie e madre di quattro dei suoi cinque figli, di “sacrificare gli affetti per ideali più alti” (p. 98) e di amarlo pur sapendo che niente lo avrebbe fermato se non la morte. La famiglia del Che prendeva così, almeno indirettamente, parte al sacrificio generale per il bene della Rivoluzione, ma ciò non toglie che il Che sia stato guidato da sentimenti d’amore verso i propri familiari. La radicalità dell’esperienza del rivoluzionario argentino mostra come azione e rivoluzione ben possano coesistere; d’altronde, nessuno dei due può darsi senza rischi: è solo rischiando che il rivoluzionario-innamorato può spingersi a dispiegare i propri tratti personali e le proprie capacità umane anche nelle prove più pericolose, così da dare luogo a eventi e gesti incredibili. L’ipersessualizzazione contemporanea intende rimuovere proprio i rischi impliciti nell’amore, facendo di noi dei “corpi seriali da scopare” (p. 35): le app di dating abbattono le barriere tra gli utenti per permettere loro di scoprire rapidamente eventuali corrispondenze, degradando l’esperienza dell’incontro all’andare a fare la spesa; esse concorrono così a far perdere al sesso il suo significato di atto politico basilare, che gli spetta a pieno titolo in quanto capace di determinare “l’impensabile, l’innaturale: nel momento in cui sono tutto preso dal mio godimento posso relazionarmi all’altro prendendomi cura anche del suo” (Davide Navarria, Benvenuti nel Pornocene, Rogas, 2020, p. 122). In questo scenario l’innamorato è un marginale e il suo discorso dolente e solitario, come quello dell’impersonale amante romantico cui dà voce Roland Barthes in Frammenti di un discorso amoroso (Einaudi, 2014): in un’intervista ricompresa nell’edizione italiana del libro il semiologo nota che la cultura di massa è solita rappresentare non tanto il sentimento amoroso in sé, quanto la storia d’amore, che riconcilia l’innamorato con la società e lo ammansisce. L’innamorato custodisce infatti in sé una potenzialità anti-sociale e per questo Horvat ritiene che l’amore non costituisca un pericolo per la rivoluzione e che anzi sia proprio la repressione dell’amore, o comunque l’ambizione di disciplinare gli ambiti più intimi della vita umana, a rischiare di condurre a esiti nefasti, come accaduto nella controrivoluzione iraniana e nella rivoluzione d’ottobre. Al contempo, l’odierno permissivismo liberale ha sublimato l’ambizione a cambiare la vita (propria e degli altri), dunque alla rivoluzione, nella libertà di scelta tra i vari stili di vita post-moderni (l’hipster, il creativo, il vintage lover ecc.), tutti mercificati e individualisti, e perciò spogliati di potenziale sovversivo. Il filosofo avverte l’urgenza di reinventare l’amore e, a tal proposito, nelle ultime battute del saggio immagina un triangolo tra i due amanti e una terza istanza, la rivoluzione: in questo reciproco influsso tra forze quel che conta non è tanto la complementarità o compatibilità tra gli amanti, quanto che entrambi si riconoscano come attratti verso un orizzonte politico ancora da venire e si comprendano come soggetti attivamente impegnati nel cammino verso questo orizzonte, cammino che non può escludere la restante collettività. La soluzione è, in definitiva, la “dedizione alla persona amata e alla rivoluzione” (p. 132, corsivo dell’Autore), senza esclusioni. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La radicalità del sentimento amoroso per Horvat proviene da Comune-info.
Che succede in Iran?
PERCHÉ LA SITUAZIONE IN IRAN È DIFFICILE DA COMPRENDERE E COMPLETAMENTE IMPREVEDIBILE? IL REGIME HA ANCORA UNA BASE SOCIALE? COSA HA SCATENATO L’ATTUALE CRISI? UN ARTICOLO DI FARIBA ADELKHAH, ANTROPOLOGA FRANCO-IRANIANA, CHE OGGI VIVE A PARIGI E CHE 2019 ERA STATA ARRESTATA IN IRAN PER «ATTENTATO ALLA SICUREZZA NAZIONALE DELLA REPUBBLICA ISLAMICA» Tehran. Foto unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Dietro l’intensificarsi delle proteste e la loro repressione si celano dinamiche complesse che intrecciano rivendicazioni popolari, lotte per interessi economici, divisioni interne al governo e incertezze sulle alternative politiche. Pertanto, il rapporto tra Stato e società appare profondamente conflittuale e il futuro del regime altamente incerto. Articolo pubblicato in francese sul sito AOC (Analyse Opinion Critique). Traduzione di Salvatore Palidda per Effimera  -------------------------------------------------------------------------------- La Repubblica Islamica dell’Iran torna a far notizia, tra proteste, repressione e minacce da parte di Stati Uniti e Israele. La situazione è ancora più difficile da comprendere e imprevedibile dato che le autorità hanno imposto un blackout informativo: internet è bloccato, tranne presumibilmente per i membri privilegiati del regime (o, curiosamente, per alcuni dei suoi dissidenti in possesso di una cosiddetta SIM “white card”). Inoltre, l’opposizione in esilio satura i media con annunci dell’imminente caduta del presidente – sebbene lo faccia da quarantaquattro anni – e dell’imminente ritorno dell’erede della dinastia Pahlavi, una previsione che si ripete da circa quindici anni. La proliferazione di fake news e video palesemente prodotti dall’intelligenza artificiale, o diffusi senza alcuna contestualizzazione, non fa che aumentare la confusione. Pertanto, dobbiamo affrontare le immagini e i dati che circolano senza alcuna possibilità di verifica o controllo incrociato con la massima cautela giornalistica e scientifica. In breve, li riceviamo da due fonti ugualmente inaffidabili e poco trasparenti: da un lato, il regime stesso; dall’altro, i social media, i cui padroni e meccanismi interni non si sa a cosa mirano. La rabbia nelle strade è innegabile. È alimentata dall’inflazione, che rende la vita quotidiana semplicemente impossibile. Gli iraniani non possono più permettersi beni alimentari di base, figuriamoci qualsiasi altra cosa. A questo si aggiungono le ormai frequenti interruzioni di acqua ed elettricità dovute allo spreco di risorse idriche dovuto all’invecchiamento delle infrastrutture, alla proliferazione di trivellazioni illegali nelle aree rurali e al cambiamento climatico. Sembra che questa rabbia stia ora portando con sé richieste politiche ostili alla Guida Suprema, o persino alla stessa Repubblica Islamica, e, alcuni ci assicurano, favorevoli all’erede di Mohammed Reza Shah, senza alcuna chiara indicazione dell’entità del suo effettivo sostegno popolare nel Paese. Per comprendere meglio la rappresentatività e l’importanza delle proteste, può essere utile guardare all’Iran da una prospettiva diversa. Diversi indicatori suggeriscono che la Repubblica Islamica, o almeno lo Stato, gode ancora di un certo grado di fiducia all’interno della società, o che quest’ultima dimostra una flessibilità e un’adattabilità alle politiche pubbliche che non pregiudicano in alcun modo i suoi sentimenti più profondi o le sue divisioni interne. Ad esempio, Mohammad Reza Ashtari, direttore di Pedal, la piattaforma di vendita di automobili più popolare in Iran, ha annunciato alla fine dell’anno, prima dello scoppio delle proteste, che tra i dieci e gli undici milioni di iraniani si erano iscritti a una lotteria che consentiva loro di pagare in anticipo le auto in vendita e di riceverle entro 30 giorni o entro quattro-otto mesi. L’esperienza ha dimostrato che, in pratica, questo lasso di tempo potrebbe essere esteso di due o tre volte. A novembre, più di tre milioni di iraniani si erano registrati come acquirenti; a settembre, sei milioni. Analogamente, a marzo 2025, la Banca Centrale ha venduto 339.138 monete d’oro a 91.100 persone utilizzando lo stesso metodo di vendita differito. Questo metodo di vendita è molto comune in Iran dalla rivoluzione del 1979. Le persone acquistano volentieri case su progetto, pagando a credito: una parte consistente alla firma e il saldo alla consegna. Persino il petrolio, nel contesto delle sanzioni internazionali, viene venduto in questo modo. Gli intermediari pagano una parte in contanti, con la promessa di una consegna successiva, per il carico di una petroliera, che viene poi trasferito su una nave nel Golfo. Questa pratica commerciale del salaf (letteralmente: “pagamento anticipato”) è comune in agricoltura. Gli intermediari acquistano la frutta dall’albero, prima che sia matura e raccolta, a un prezzo inferiore, assumendosi il rischio di condizioni meteorologiche avverse o altri eventi. L’agricoltore ci rimette in termini di reddito, ma può trarne vantaggio in termini di flusso di cassa. Si suppone che tutti ne traggano vantaggio, anche se, in realtà, questo tipo di transazione rivela l’asimmetria del rapporto tra produttori e commercianti o trasportatori, e favorisce una sola categoria sociale: gli intermediari, sulle cui spalle grava il grosso dell’onere economico. Il fattore importante, in questo caso, per le transazioni di oro o automobili, è la fiducia continua che il pubblico ripone nella firma dello Stato, o delle sue istituzioni finanziarie ed economiche, a cui affida il proprio denaro per diversi mesi, e spesso diversi anni, senza un ritorno immediato. E questo nonostante il susseguirsi di movimenti di protesta e manifestazioni dal 2009. Il legame tra Stato e società non sembra essersi completamente spezzato, sebbene gli eventi attuali avvalgano l’ipotesi di una vera e propria crisi di regime – un’ipotesi che non considera la fascia della popolazione che non ha ancora espresso le proprie opinioni. Prima di tentare di decifrare la crisi politica, ricordiamo alcune ragioni che spiegano la persistenza di questa fiducia, o almeno i possibili limiti della richiesta di un cambiamento politico (o di policy) più o meno radicale, che, in fondo, è la logica stessa del principio di protesta. Da parte mia, ne vedo almeno quattro: il timore di vedere compromessi gli interessi accumulati in oltre quarant’anni di Repubblica, e spesso grazie ad essa, in vari settori economici, in particolare nel settore fondiario e immobiliare, ma anche nel commercio, attività centrale del Paese; il ricordo ossessivo dei conflitti sepolti, dei regolamenti di conti e della condotta della guerra tra Iraq e Iran, tutti episodi dolorosi che hanno lacerato la società e le famiglie stesse; il timore di una guerra civile del tipo che sta devastando i Paesi vicini (Afghanistan, Iraq, Siria, Libano, Yemen); e il rifiuto dell’ingerenza straniera. Il regime ha ancora una base sociale? In breve, regime e società sono troppo strettamente intrecciati per una rottura improvvisa, almeno fino a prova contraria. In particolare, il livello locale non deve essere trascurato quando si valuta la forza della Repubblica Islamica e la natura dell’attuale conflitto, che non può essere ridotto alla domanda piuttosto ingenua se un Pahlavi tornerà o meno al potere. Le elezioni municipali e persino parlamentari a questo livello sono autenticamente competitive. Sono intrecciate con le dinamiche locali e quindi possiedono una propria dimensione distinta, relativamente indipendente dal regime, pur essendo in grado di innestarsi nelle istituzioni esistenti, in particolare a livello di interessi agrari, che la rivoluzione del 1979 ha infine riprodotto in larga misura, a causa della mancanza della promessa riforma agraria, definitivamente abbandonata negli anni Ottanta. Oggi, molti iraniani, sebbene non “tutti” gli iraniani, sono in piazza, in ranghi più compatti e apparentemente più diversificati socialmente rispetto al movimento “Donne, Vita, Libertà”, e con richieste più radicali, o almeno più generali e politiche, rispetto a quel movimento. Dalla fine della guerra contro l’Iraq nel 1988, i movimenti di protesta si sono susseguiti. Pur essendo spesso categoriali, queste crisi hanno comunque teso a ruotare attorno a tre o quattro questioni principali: l’economia, le libertà, la giustizia e, sempre più a partire dalla “Guerra dei Dodici Giorni” tra giugno e luglio 2025, la sicurezza. Cosa ha scatenato l’attuale crisi? Il malcontento dei commercianti, le cui attività e profitti sono stati ostacolati dalle incessanti fluttuazioni del dollaro. I commercianti sono, di per sé, i principali beneficiari di un dollaro in rialzo, che consente loro di speculare. Tuttavia, fluttuazioni eccessivamente rapide o significative sul mercato dei cambi non devono paralizzare le transazioni quotidiane, scoraggiandole o semplicemente rendendole impossibili, il che diventa rapidamente catastrofico in un’economia dollarizzata, dove persino il prezzo delle angurie è ancorato al dollaro. È il dollaro a dettare il ritmo, molto più dell’oro, del petrolio o del mercato immobiliare. Ma un altro fattore è entrato in gioco: un nuovo tentativo di unificare i tassi di cambio – un tema ricorrente nell’aggiustamento strutturale dell’economia iraniana dall’inizio degli anni Novanta – la cui attuazione vieta (o vieterebbe) le transazioni speculative tra il tasso preferenziale concesso alle istituzioni statali e ad alcuni attori o intermediari del mondo imprenditoriale legati a queste istituzioni, e ai tassi di libero mercato applicati all’intera popolazione. Alcuni importanti intermediari legati al sistema corporativo e ad alcune istituzioni di regime, il cui potere è stato rafforzato grazie, in particolare, alle sanzioni internazionali, avrebbero molto da perdere da una simile riforma monetaria, che, fino ad ora, è sempre stata rinviata sotto la pressione delle lobby e, naturalmente, in nome delle sofferenze di un popolo che rappresenta sempre un comodo capro espiatorio quando si tratta di proteggere questi interessi particolari. Quest’anno, le proteste sono iniziate ad Alaeddine, il bazar di telefoni cellulari e accessori, il prodotto di contrabbando per eccellenza, che viene importato al tasso di cambio preferenziale, teoricamente riservato ai beni essenziali, e poi rivenduto al tasso di libero mercato. Tutto ciò avviene sullo sfondo di numerose cause legali intentate contro alcuni dei suoi commercianti, in rappresentanza di importanti aziende internazionali come Nokia, Samsung e LG, accusati di non aver fornito i servizi contrattuali, a danno dei loro clienti e a vantaggio dei loro portafogli. I commercianti di Alaeddine hanno vetrine, ma sono noti per lavorare a stretto contatto con reti commerciali illecite che, tuttavia, non sono necessariamente separate da quelle dello Stato. Si potrebbe quasi parlare di una guerra tra due reti di contrabbando, o almeno due reti economiche informali: quella del bazar e quella del regime, con i suoi partner opportunisti, come banche e varie aziende. Da un lato, probabilmente non dovremmo attribuire al bazar di Alaeddine più importanza di quanto meriti, ad esempio ricordando astoricamente che il bazar ha avuto un ruolo fondamentale in tutti i grandi movimenti rivoluzionari, in particolare nella Rivoluzione Costituzionale del 1906-1909 e nella cosiddetta Rivoluzione Islamica del 1979, quasi a voler annunciare meglio l’inevitabile rovesciamento del regime – un elemento su cui l’opposizione in esilio si aggrappa prontamente. Il vero motore della mobilitazione delle ultime settimane è la crescente frustrazione della popolazione per il deterioramento della situazione economica e l’incapacità delle autorità di controllarla. Questa esasperazione è alimentata dalle preoccupazioni per la sicurezza del Paese, dovute alle minacce israeliane e statunitensi, e dalle violazioni sempre più intollerabili delle libertà individuali. L’elemento decisivo della situazione è l’autonomia della piazza, riconquistata con la contestazione dei risultati delle elezioni presidenziali del 2009 e le successive proteste del Movimento Verde. Una parte dei leader del movimento, incarcerati o agli arresti domiciliari, continua a esercitare influenza politica e a rappresentare una sorta di potenziale opposizione, più o meno in sintonia con le mobilitazioni popolari. D’altra parte, è vero che il bazar è sempre stato in grado di mobilitare la strada impiegando vari “colli grossi” (gardan koloft). Il più famoso in epoca moderna fu Teyyeb Haj Rezai (1912-1963), a cui in passato ho dedicato una ricerca. La sua roccaforte era il mercato ortofrutticolo nel sud di Teheran. Non si può escludere che i “colli grossi” contemporanei, traendo profitto dai guadagni inaspettati delle sanzioni internazionali, abbiano altre roccaforti, meglio collegate all’economia globalizzata. Il movimento di protesta, persino le rivolte, potrebbero allora assumere la forma di una “guerra dei gioiellieri”, come si dice comunemente in Iran, in cui l’unico perdente è il cliente. La storia iraniana è piena di episodi di questo tipo, ricchi di violenza, tradimenti e drammatici capovolgimenti di fronte. Una “guerra dei gioiellieri”? In breve, non si può fare a meno di interrogarsi su potenziali protagonisti diversi dai manifestanti che scendono in piazza a proprio rischio e pericolo, e su possibili programmi diversi dalla condanna dell’alto costo della vita, dalla denuncia della corruzione, dalla richiesta di giustizia e libertà, o persino da un cambio di regime. Non è cospirazionismo mettere in discussione, negli eventi attuali, il ruolo delle Guardie Rivoluzionarie, di attori di un mercato finanziario fiorente – che non hanno mai nascosto la loro gioia nel vedere il dollaro impennarsi e aumentare i loro profitti marginali, al punto da temere l’unificazione dei tassi di cambio e la stabilizzazione monetaria – o persino dei principali santuari di Qom e Mashhad, vere e proprie potenze economiche, e delle reti di contrabbando nelle province di confine. Senza dimenticare gli attori stranieri i cui omicidi mirati e attentati del 2025 hanno dimostrato di avere legami con l’Iran stesso. Nel frattempo, i manifestanti hanno adottato lo slogan, ripetuto fino alla nausea, “Povertà, corruzione, alto costo della vita. Stiamo andando verso il rovesciamento [della Repubblica Islamica]” (faqhr fesad gerouni, mirim ta sar negouni). Da quanto sento quotidianamente sui social media, in particolare su Clubhouse, che ha un seguito enorme, la soluzione politica sembra semplice, almeno in teoria, ma i problemi rimangono senza soluzioni concrete: la sicurezza, in un Paese assediato da nemici stranieri e traumatizzato dalla “Guerra dei Dodici Giorni”; la ripresa economica; la giustizia; e le libertà. Finché l’opposizione rimarrà divisa su tre punti di contesa – il posto dell’Islam nel sistema politico, il rapporto con gli Stati Uniti e la questione costituzionale, in altre parole, la questione della Guida Suprema – lo Stato dovrà mantenere il controllo, per quanto sanguinoso, sul corso degli eventi e ricevere l’approvazione o l’accettazione di una parte della popolazione, anche se quella parte è pienamente consapevole della propria incompetenza o corruzione. Il movimento “Donne, Vita, Libertà” ha fatto capire al regime che non ha altra scelta che allentare il controllo sulla vita privata dei cittadini. Almeno nelle grandi città, indossare il velo non è più obbligatorio, di fatto, sebbene non sia stata approvata alcuna legge in tal senso (e tanto più che non è mai esistita una legge esplicita che lo rendesse obbligatorio). In parole povere, la polizia si è arresa. Il profilo delle donne con account Clubhouse è rivelatore. Molto spesso mostrano ritratti di se stesse senza velo, anche quando si trovano in gruppi vicini al governo. Nelle zone franche del Golfo, in particolare sull’isola di Kish, le donne vestono in modo meno conservativo che a Dubai. In ogni caso, la questione del velo è stata senza dubbio sempre sopravvalutata all’estero, poiché il suo obbligo non ha impedito, e potrebbe anzi aver incoraggiato, la partecipazione delle donne alla sfera pubblica. In risposta a questa protesta aperta, la repressione è diventata molto dura, come dimostra l’elevatissimo numero di morti degli ultimi giorni. I servizi di sicurezza si preparano a questo scontro da molti anni e sono esperti di violenza. Ma, allo stesso tempo, forse mai prima d’ora il dibattito è stato così aperto all’interno della Repubblica Islamica e con la sua opposizione, almeno fino al blocco di internet. Su Clubhouse, si possono esprimere opinioni altamente provocatorie su temi scottanti, nonostante molte delle stanze della piattaforma siano controllate da attori del regime. Gli iraniani, sia quelli all’interno del Paese che quelli della diaspora, “esperti” così come gente comune e politici, giovani e anziani di entrambi i sessi, vi dedicano molto tempo. Idee, e soprattutto invettive, circolano e permeano le onde radio, senza che nessuno sappia cosa emergerebbe in caso di una vera e propria rottura politica. Bisogna riconoscere che, nonostante la violenza del discorso scambiato, Clubhouse funge da sostituto della società civile e ne compensa le carenze. La prigione stessa contribuisce a questo fermento. Detenuti noti, come Tadjazadeh, Mirhossein Moussavi e Bahareh Ranameh, inviano regolarmente le loro dichiarazioni al mondo esterno, che gli ambienti politici si prendono poi il tempo di discutere sui social media. Una delle caratteristiche degne di nota di questo fermento intellettuale è che non rifiuta necessariamente il quadro normativo islamico. Spesso, la Repubblica Islamica non viene criticata per la sua esistenza in quanto tale, ma per la sua esistenza inadeguata, errata o addirittura per aver tradito il “vero” Islam, in particolare dal punto di vista della politica economica, della giustizia e delle libertà pubbliche e private. Si invoca un Islam migliore, che rimane il “problema legittimo della politica” (Pierre Bourdieu) per molti protagonisti – un fatto che parte dell’opposizione esterna non riesce a comprendere – le autorità iraniane non sono semplicemente composte da cattivi leader, ma anche da cattivi musulmani. Vengono quotidianamente redarguiti facendo riferimento alla tradizione del Profeta, ai suoi detti (hadith), al Nahj al-Balagheh (i detti e i sermoni dell’Imam Ali) – un repertorio che il presidente Pezeshkian ha citato frequentemente durante la sua campagna elettorale del 2024 – e anche ricorrendo al fiqh, la legge islamica. Questa invocazione del “vero” Islam, quello di Ali ibn Abi Talib, cugino di primo grado del Profeta, e non quello di Ali Khamenei, lascia la porta spalancata a un dibattito che non risparmia più la persona e la funzione della Guida Suprema. La sua dipartita è, in ogni caso, imminente e inevitabile data la sua età, anche a prescindere dall’attuale movimento di protesta. Inoltre, non c’è dubbio che l’imminenza di questa scadenza sia alla base degli sconvolgimenti nella vita politica iraniana degli ultimi anni. In effetti, all’interno del clero e negli ambienti di filosofia politica, il dibattito è in corso dagli anni ’90 e 2000, in particolare per quanto riguarda la natura personale o collegiale del velayat-faqih (ufficio del giudice). Le questioni relative al suo status, alle sue prerogative costituzionali e alla sua successione non sono più un tabù, nemmeno su Clubhouse. Uno degli effetti paradossali della Repubblica Islamica è il silenzio imposto all’alto clero riguardo agli affari politici, un fatto trascurato da coloro che attribuiscono grande importanza alle dichiarazioni di alcuni membri di medio o basso rango, fortemente ideologicamente motivati, e che li scambiano per portavoce del regime. Imprevedibilità rivoluzionaria Una delle difficoltà nel comprendere gli eventi attuali è che sappiamo molto poco dell’effettivo sostegno ai monarchici e ai Mujaheddin del Popolo all’interno dell’Iran stesso. All’estero, l’opposizione rimane molto vaga sui suoi programmi. Inoltre, la diaspora è ora in parte popolata da dissidenti del regime, generalmente descritti come riformatori, ma che, in realtà, sembrano rimanere strettamente legati alle sue reti. Tanto che non sappiamo nulla della posizione che i potenziali successori della Repubblica Islamica assumerebbero su questioni cruciali come la ripresa economica, i rapporti con gli Stati Uniti (e soprattutto con Trump) e il ruolo dell’Islam e del clero – che non sono necessariamente la stessa cosa – in un nuovo regime. È possibile che la Repubblica Islamica sia indebolita e minacciata dall’esterno. È anche probabile che gli iraniani ci penseranno due volte prima di sprofondare nell’abisso, soprattutto se a spingerli in quella direzione è l’intervento straniero. Non dimentichiamo che la rivoluzione del 1979 era nazionale, persino nazionalista, prima di diventare islamica, e che questa fonte di legittimità non è affatto esaurita. Non possiamo quindi escludere la possibilità che una forza interna al regime costituito possa prendere il controllo sfruttando questa vena, anche se ciò significa trovare un compromesso con il “Grande Satana”. Le Guardie Rivoluzionarie sono, ovviamente, le prime che vengono in mente in questa situazione, data la loro ascesa economica durata almeno due decenni. Ma non c’è alcuna garanzia che vogliano prendere apertamente il potere che già controllano dietro le quinte. Questo è particolarmente vero perché sono esse stesse divise, soprattutto lungo linee generazionali. Infine, per definizione, una vera rivoluzione non può essere pianificata. Nasce da un’alchimia che le scienze sociali non comprendono facilmente, come hanno dimostrato le previsioni in gran parte errate dei migliori specialisti del 1977-1979. Emerge sempre in modo contingente, senza preavviso, dalle profondità di una società, a volte dando legittimità a idee o pratiche prima impensabili. Il panorama è senza dubbio più cupo, oggi. Non ci si può che chiedere come siamo arrivati a questo punto! Una domanda difficile, data la complessità della situazione e le responsabilità coinvolte. Quindi, poniamo un’altra domanda. Il cambiamento politico, da solo, in una società così polarizzata, può produrre un miracolo diverso da una sanguinosa purificazione? Per la mia generazione, che ha partecipato alla rivoluzione e ne è stata orgogliosa, senza sottoscrivere il regime che ne è emerso, la speranza è che le attuali forze politiche possano dialogare senza ricorrere alla violenza, portando alle profonde trasformazioni necessarie. L’Iran appartiene a tutti gli iraniani che hanno vissuto le sue crisi, le sue divisioni, la guerra, le sanzioni internazionali e che hanno lottato per la sua integrità. -------------------------------------------------------------------------------- Fariba Adelkhah è un’antropologa franco-iraniana. Nata a Teheran nel 1959, è una ricercatrice del Centre de recherches internationales a Sciences Po di Parigi. Arrestata in Iran nel giugno del 2019, e accusata di «attentato alla sicurezza nazionale della Repubblica islamica» è stata imprigionata per più di un anno e poi rilasciata con un braccialetto elettronico e quindi nuovamente detenuta nella prigione di Evin dal gennaio 2022 al febbraio 2023. È rientrata in Francia solo nell’ottobre del 2023. A questa terribile esperienza ha dedicato il libro «Prisonnière a Teheran» (Seuil, 2024) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Che succede in Iran? proviene da Comune-info.
Infinite crepe
È UN TEMPO IN AGONIA QUELLE CHE VIVIAMO, NEL QUALE LA VITA È RIDOTTA A MERCE E TUTTI SIAMO SEMPRE PIÙ RIPIEGATI NELLA SOLITUDINE DI UN QUOTIDIANO FRANTUMATO DALLE TANTE FORME DI VIOLENZA. EPPURE È POSSIBILE SCORGERE FRAMMENTI DI SPERANZA PROPRIO NELLE PIEGHE DI QUESTA SITUAZIONE. NEL LIBRO TERRITORI DELL’INFANZIA. SOVVERTIRE L’IMMAGINARIO DEL PRESENTE (ORTHOTES ED.), TIZIANA VILLANI, FILOSOFA E DOCENTE ALL’UNIVERSITÀ DI PARIGI E A MILANO, INDIVIDUA NELL’IMMAGINAZIONE E NELLA POTENZA DEL RICORDO LE CHIAVI PER APRIRE IL PRESENTE E RIBELLARSI AL DOMINIO DELL’ATTUALE SISTEMA ECONOMICO-SOCIALE. “ANCHE QUANDO UNA FASE INTENDE AFFERMARSI COME PREORDINATA, PROPRIO LA SUA RIGIDITÀ, LA SUA PERVASIVITÀ FINISCE CON IL PRODURRE INFINITE CREPE. LA POSSIBILITÀ DI PRODURRE SENSO NON È MAI DEL TUTTO PERDUTA. SUBENTRA IL TIMORE, MA AL CONTEMPO UNA TENSIONE VERSO QUELL’INCERTO CHE DICE ANCHE DI UN POSSIBILE SLITTAMENTO DI SENSO…”. AMPI STRALCI DEL CAPITOLO “CLINICA DEL PRESENTE” Per le vie di Torpignattara, a Roma, con canti in romanesco, bangla, arabo, inglese, portoghese e russo scambiati con verdure, indispensabili per il minestrone di quartiere: “La banda del minestrone” è un’iniziativa immaginata e realizzata (giugno 2024) da Asinitas (foto di Luisa Fabriziani – che ringraziamo – tratta dalla pag fb di Asinitas) -------------------------------------------------------------------------------- In che modo è possibile aprire percorsi di liberazione una società molteplice, fragilizzata e priva di prospettive soddisfacenti? In primo luogo riconoscendone il vuoto di senso che la abita. Il vuoto di cui parliamo è prodotto da una profonda crisi di esperienza che non riesce a elaborare le trasformazioni in corso e dunque è in difficoltà rispetto alla progettualità, in assenza della quale le vite paiono girare su se stesse, strette tra il bisogno di sopravvivere e l’impossibilità di creazione. Alcune delle risposte che vengono messe in campo cercano di ripartire da istanze comunitarie dal basso, da alleanze, per dirla con Haraway, che si indirizzano verso stili di vita alternativi. Pensare è “con-pensare” per generare “nuove parentele”, altri “paradigmi”: «È importante capire quali pensieri pensano altri pensieri. È importante capire quali conoscenze conoscono altre conoscenze. È importante capire quali relazioni mettono in relazione altre relazioni. È importante capire quali storie raccontano altre storie».10 Tuttavia, la posta in gioco sembra essere di natura ben più complessa e riguarda il modo in cui il vivente – nel tempo dell’anomia di massa, della messa in produzione-consumo di ogni corpo, di ogni vita – non riesce a rompere il cortocircuito del nuovo “sguardo clinico”, uno sguardo che reifica le forme di vita, le destituisce di singolarità e affetti, le mortifica nelle loro tensioni alla variazione. La tristezza del nostro tempo non corrisponde alla noia, né all’otium (del resto difficilmente praticabile), quanto all’inesprimibile avversione verso modalità di assoggettamento brutali nella loro tirannia che sono volte al mantenimento di sistemi di controllo chiamati a determinare il prevalere delle nuove gerarchie. Le istituzioni tradizionali non hanno dunque cessato la loro funzione, ma agiscono come strutture di sostegno per narrazioni la cui ragion d’essere non può essere colta se non nella sopraffazione e nella violenza. I corpi messi al lavoro sono i corpi di tutti, umani e non. Il benessere come valore comune di una comunità non resta che semplice slogan se non se ne coglie il nesso con lo sfruttamento e la messa a produzione di ogni istante di vita. Ciò che appare più grave rispetto a queste prime linee di analisi è il fatto che una simile situazione, lungi dal generare solidarietà, intensifica le atomizzazioni, le autoreferenzialità, i piccoli ripiegamenti nella solitudine di un quotidiano frantumato. Questa frantumazione attraversa il sociale ed è indicativa di una modificazione profonda dei modi di esistere e di immaginare la vita. Il potere si esercita senza temere più limiti alle sue capacità di assoggettamento e di drastica riduzione degli spazi di vita e dunque della progettualità e del senso delle esistenze. […] Nel 1976 Foucault organizza il proprio discorso sul biopotere secondo i versanti dell’anatomopolitica – che circonda e definisce il corpo parcellizzandone tempi e spazi – e della biopolitica, che economizza le proprie risorse applicandosi alla popolazione, ottimizzandone i processi vitali e, nei termini che lo stesso Foucault conierà l’anno successivo, governandone la storia in direzione del benessere di ciascun membro e della comunità tutta. È in questi termini che, spiega Foucault, la politica fa della vita il proprio oggetto privilegiato e, anzi, produce la vita. Il modo in cui il potere “produce la vita” è, al pari delle trasformazioni ambientali, tecnologiche, produttive odierne, un modo che prevede forti movimenti di scarto, selezione, eliminazione. La vita ridotta a merce, a consumo, vale solo nella sua apparenza estetica, la riduzione al corpo-macchina parcellizzato è funzionale al prodursi di tecniche di controllo, divisione, uso, che al momento opportuno ricorrono ai vecchi armamentari della distruzione di massa delle popolazioni, dell’asservimento, della cancellazione della dignità della vita. […] Anche quando una fase intende affermarsi come preordinata, proprio la sua rigidità, la sua pervasività finisce con il produrre infinite crepe. La possibilità di produrre senso non è mai del tutto perduta. Subentra il timore, ma al contempo una tensione verso quell’incerto che dice anche di un possibile slittamento di senso. All’antagonismo tra paura e speranza Ernst Bloch ha dedicato importanti riflessioni, sottolineando come «la mancanza di speranza è la cosa più insopportabile, assolutamente intollerabile per i bisogni umani»16 e più avanti, richiamando Marx «La filosofia avrà coscienza del domani, prenderà partito per il futuro, saprà della speranza, o non saprà più nulla. È nuova filosofia, secondo la via aperta da Marx, significa filosofia del nuovo, di quest’essenza che ci attende tutti e che ci annienterà o ci realizzerà».17 La creazione del nuovo si realizza tramite le pratiche dell’attraversamento, dello smottamento, della caotica perdita di riferimento. Ex-istere come eccedere, esistere altrimenti rispetto a un orizzonte dato, privo di possibilità. Eccedere significa anche fare i conti con i limiti, limiti propri, del contesto in cui si vive, mentali. Non sempre quindi una simile prospettiva riesce a essere accolta senza riserve. Tuttavia, l’inatteso, l’imprevisto, il temuto e il desiderato accadono. L’imprevisto non lascia mai lo stato di cose intatto. Forse allora la realizzazione di Bloch va piuttosto intesa nel senso della forza del desiderio. Il desiderio non è però del tutto una forza intenzionale poiché non è ascrivibile completamente alla sfera della razionalità. Il desiderio è spesso pluriverso.18 Si tratta dunque di un movimento di esposizione che ha diverse possibilità di concatenamento. È il momento possibile e fatale come per il Faust di Goethe se si fosse rappreso nel pronunciamento de l’“attimo: sei così bello! Fermati!”. Ma si tratta appunto di un momento. Alla frattura imminente si risponde spesso con i rituali della consuetudine, della ripetizione che rassicura. Ma poi la vertigine strappa quest’illusione e l’inatteso si manifesta, rompendo l’anestetico tempo della ripetizione. A volte si tratta di piccoli strappi, cedimenti che però lavorano erodendo e modificando il quotidiano. E la prospettiva cambia, magari in una direzione non voluta, e si impone chiedendoci di rielaborare percorsi di vita. Tutto questo accadere non è solo individuale, ma può anche essere virale e comprendere intere compagini sociali. A fasi innovative, durante le quali si crede all’imminenza di un mondo migliore più giusto, spesso la reazione, la conservazione, rispondono con grande durezza, perché gli eventi non appartengono a un ipotetico tempo lineare della storia. Ma anche la reazione non tende verso un ritorno al passato. La vita non è destinata, ma di certo soggiace a un’infinità di “condizioni”, diciamo naturali, creaturali, e pur sempre in relazione con il sociale. […] Le carenze della vita consistono nel suo essere esposta, ma è proprio in questo incedere, talora incerto, che è possibile scorgere le alternative, le possibilità non colte. Aperture, slittamenti di senso, possibili percorsi altri. […] -------------------------------------------------------------------------------- Note 10 D. Haraway, Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene, University of Chicago Press, tr. it. Chthulucene, Sopravvivere su un pianeta infetto, tr. it. di C. Durastanti, Nero, Roma 2019, pp. 57-58. 16 E. Bloch (1953-1959), Il principio speranza, a cura di R. Bodei, Gar- zanti, Milano1994, p. 17. 17 Ivi, p. 10. 18 U. Fadini, Oskar Panizza e l’“azione del pensiero”, in Il sistema della crudeltà, «Millepiani» n. 11, Mimesis, Milano 1997, p. 89. Le città del nostro tempo non contemplano i bambini. Alcuni di loro però sanno immaginare e trovare il modo per uscire dalla gabbia di una città fatta per il consumo e per il lavoro. Foto di Ferdinando Kaiser: vicoli di Napoli -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > La rabbia può andare in molte direzioni -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI STEFANO LAFFI: > Cultura per non colti -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Infinite crepe proviene da Comune-info.
Maschi in guerra
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- È in corso su giornali e social (ne seguo pochissimi) un dibattito sul rapporto tra guerra e maschilismo. È questo la causa principe di quella? La confutazione più cretina di un nesso evidente è che a promuovere, guidare e combattere guerre ci sono state e ci sono anche tante donne. La questione non sta lì perché a mediare il rapporto tra la guerra e le posture aggressive attribuite al genere maschile c’è un sistema di dominio: diffuso, gerarchico e flessibile, che ha fatto da supporto alle più diverse formazioni sociali sia nel tempo che nello spazio: schiavismo, feudalesimo, capitalismo, socialismo… Ma è un sistema che ha le sue radici profonde nel dominio degli uomini sulle donne, storicamente connesso alla rivendicazione della paternità biologica, garantita solo dal possesso in forma esclusiva di una o più donne: modello, peraltro, di tutte le altre forme di possesso, proprietà o dominio; sugli animali, su altri uomini, sulle terre, su beni, materiali e non, su interi popoli… È per sostenere tutte quelle forme dominio che si fanno le guerre. Nelle società matrilineari (dove figlie e figli crescono nella famiglia o clan della madre) del neolitico soppresse dal sopravvento del patriarcato e in quelle sopravvissute fino ai giorni nostri, violenza e guerra sembrano essere state eccezioni. E nelle guerre in corso come in quelle del passato sono state sì coinvolte tante o tutte le donne. Ma in quanto oppresse, e “possesso” altrui – pur ai diversi livelli gerarchici della loro collocazione sociale – le donne hanno quasi sempre vissuto le guerre più come imposizione che come scelta; e con ben poche possibilità di far valere la loro contrarietà. È questo uno dei dati costitutivi del patriarcato, il sistema di dominio di cui il femminismo degli ultimi decenni ha svelato attualità (non è solo un retaggio del passato) e pervasività (impronta di sé tutti i rapporti sociali). La cultura femminista lo ha minato e indebolito, pur con pesanti contraccolpi, come la moltiplicazione dei femminicidi e la riscossa dei fondamentalismi sia islamici che cristiani, dichiaratamente maschilisti. Per questo è una battaglia destinata a protrarsi ancora a lungo: un rovesciamento radicale del sistema non è certo alle viste. Di questa insorgenza gli uomini sono il bersaglio; ma la strada per minare la cappa di un sistema di dominio che, ai rispettivi livelli gerarchici, imprigiona anche tutti loro non è certo quella di “diventare femministi”. Possiamo e dovremmo impegnarci a cercare di dissolvere il “mandato di virilità”: la pressione, sia reale che immaginaria, che ciascuno di noi subisce (ma al tempo stesso esercita) da parte di un collettivo di altri maschi, anch’esso sia reale che immaginario, perché esibisca i tratti connessi al genere a cui siamo ascritti. Una pressione sottoposta a continue “verifiche”, spesso inconsapevoli, che includono ostentazione e pratica, anche solo simboliche, di varie forme di violenza contro le donne. È lì che risiedono, anche, le radici della guerra. Sradicarle è un compito infinito di cui non si vede per ora la fine. “Ma le guerre ci sono sempre state! C’è sempre un aggressore e un aggredito, un nemico da cui difendersi, degli amici con cui coalizzarsi; perché dovrebbero scomparire proprio ora?” Per due ragioni di fondo: perché con le armi di oggi la guerra ha prima o poi per sbocco obbligato la distruzione dell’umanità, che mai prima era stata prospettata. E perché è un’arma di distrazione di massa che azzera lo sforzo di contenere la crisi climatica e ambientale: una minaccia che mai si era presentata prima. Femminismo e cultura postcoloniale hanno fornito a oppressi e oppressori gli strumenti per tentare un’inversione di rotta. Il rapporto tra violenza sulle donne e guerra è stato riproposto da Adriano Sofri come metafora dell’aggressione all’Ucraina, come rivalsa di un marito tradito che, a costo di sopprimerla, continua a considerare sua la nazione che lo vuole abbandonare. Certo, c’è un uomo al comando, Putin, maschio, bianco, narciso, con una schiera di cortigiani che lo sostengono. Ma dall’altra parte non c’è una donna violata; non c’è “una nazione”, e meno che mai una patria, bensì una congerie, non molto diversa da quella di Putin (d’altronde hanno le stesse origini, non molto lontane…) contrassegnata dalla massiccia presenza di ladri di Stato, nazisti di Stato, oppressori di Stato delle minoranze, reclutatori di Stato impegnati a catturare per strada – con metodi non diversi da quelli di Trump con gli immigrati –  giovani renitenti: per spedirli al fronte senza addestramento, senza attrezzatura, senza armi adeguate, con poche speranze di sopravvivere. Poi, accanto ai molti soldati, ma sempre meno, impegnati da quattro anni al fronte in una resistenza senza futuro, ci sono migliaia di vedove e orfani di guerra e altre migliaia di donne e bambini che vorrebbero evitare la stessa sorte e milioni di persone fuggite all’estero decise a non tornare. L’alternativa alla guerra è la dissoluzione di quella falsa unità nazionale. Dall’altra parte del fronte c’è chi lavora allo stesso fine, con difficoltà anche maggiori. Ma qualcuno deve pur cominciare! Qui da noi, con il privilegio (ma potrebbe durare poco) di non esserne direttamente coinvolti, l’impegno in quella direzione dovrebbe essere anche maggiore. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI LEA MELANDRI: > Stragi, guerre e orrori privati hanno un sesso -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Maschi in guerra proviene da Comune-info.
Il sogno del guerriero
ANVER È UN ADOLESCENTE INQUIETO, NATO IN BELGIO DA MADRE EBREA, CHE DA GIOVANISSIMO, SIAMO NEGLI ANNI QUARANTA, SI SPOSTA IN ISRAELE E SI FA TRAVOLGERE DALLA LOTTA ARMATA. RENATA PULEO, CHE SI OCCUPA DA MOLTO TEMPO DI QUESTIONI EDUCATIVE, IN QUESTA RECENSIONE DI MEMORIE DI UN TERRORISTA, LIBRO SCRITTO DA ANVER, RAGIONA SU COME QUEL TESTO OBBLIGA A CONSIDERARE L’ATTUALE CONTESTO STORICO E POLITICO, E SEGNALA ALTRI QUATTRO PREZIOSI LIBRI (DI AMOS OZ, ROSARIO BENTIVEGNA, ALESSANDRO PORTELLI, CARL SCHMITT) CHE SAREBBE IMPORTANTE OGGI LEGGERE E DISCUTERE CON STUDENTI E STUDENTESSE Un libro su cui riflettere in questi giorni di tempesta è Memorie di un terrorista, firmato con il solo nome, Avner. Pubblicato alla fine degli anni ’50 in inglese è stato tradotto in italiano da Mondadori nel 1960, se ne trovano varie edizioni nel mercato on line, segno di un successo piuttosto lungo, quanto insolito. Difficile è stabilire se si tratta di una testimonianza autentica, per quanto molto verosimile, così come rimane l’incertezza sull’identità dell’autore. Alcune notizie si possono ricavare, digitando il suo nome, dal sito ebraico dell’Organizzazione Lechi (lechi.org.il). La Lechi (Lohamei Herut Israel, Combattenti per la Libertà di Israele), si legge nella scarna introduzione al racconto, era una frazione del potente Irgun, gruppo nato nel 1936 per combattere sia contro l’occupazione inglese, sia contro gli arabi di Palestina. L’Irgun fu subito favorevole alla creazione dello Stato di Israele, nel 1948, e si integrò nelle forze militari israeliane. La Lechi, spostata a sinistra, visceralmente anti-inglese e antimperialista (si direbbe ancora esistente nella memoria collettiva), reclutò, secondo le fonti disponibili, Avner nel 1940, quando aveva 17 anni. Il sito citato fornisce anche alcune scarse note biografiche. Avner Grushow (cognome variamente trasposto dai caratteri ebraici), nome di battaglia Yoav, nasce in Belgio da madre ebrea, si sposta giovanissimo in Israele fuggendo dal collegio. Dopo una breve reclusione alla frontiera belga che aveva provato a superare senza documenti, riesce fortunosamente ad arrivare nella Palestina ancora occupata dagli Inglesi. Avner nasce 1923 come si ricava da un’altra fonte. Digitando il titolo del libro, appare sul sito la foto della sua lapide nel Cimitero di Montparnasse a Parigi, dove morì nel 2010 (it.findagrave.com). L’anno di nascita è compatibile con quanto narrato dall’autore. Provo a spiegare l’interesse che suscita questo libro per chi come me si occupa di questioni educative e pedagogiche. Un adolescente inquieto, in fuga da un sistema scolastico oppressivo, spesso vittima dei compagni, in cerca di un riscatto personale, si fa travolgere dal fascino della lotta armata, dai confusi echi provenienti dalla guerra civile spagnola. Non andrà in Spagna, ma sbarcherà in Palestina intorno al 1939. Entrato in un kibbutz, non riesce a condividerne l’utopia, si annoia, il lavoro è duro, la piccola comunità gli appare priva di fascino, conformista, pettegola, senza futuro. Una storia simile la racconta anche lo scrittore israeliano Amos Oz. L’iniziazione all’età adulta avviene abbracciando un fucile, credendo ciecamente nel diritto a conquistare uno spazio in cui realizzare i propri ideali di attaccamento alla terra dei Padri. Il sacrificio della vita, la morte eroica, l’azzardo della lotta avventurosa, durano fintanto che, in Oz, non si affina un ragionamento politico pragmatico: la spartizione del territorio fra due popoli, soluzione che non verrà mai presa sul serio dai vertici del potere israeliano. (Una storia di amore e di tenebra, 2015). Il pensiero corre ai nostri adolescenti, perfino ai bambini, oggi oggetto di simili fascinazioni, la Patria, la creazione del Nemico, la Difesa, indotte dalla pervasiva presenza dei militari di ogni arma nelle aule scolastiche. Addestramento alla disciplina, obbedienza, abitudine alla guerra, come documentato dall’Osservatorio contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università. Le proposte pedagogico-didattiche centrate sul sapere militare, l’arte della guerra, vanno dal brivido del volo su un elicottero dell’esercito, al funzionamento di una mitraglietta, fino al ventilare la prospettiva di un lavoro sicuro, aggettivo ossimorico per un soldato, formato per dare e ricevere la morte. Questo libro ci obbliga a considerare l’attuale contesto storico e politico, in un momento di brutale lotta al terrorismo di Hamas a Gaza, da parte dell’esercito israeliano. Chi è il terrorista? La definizione che conosciamo è, nel libro di cui scrivo, soggetta a numerose accezioni: lotta di liberazione con qualsiasi mezzo, indifferenza nelle azioni dei commandos alla morte di civili, omicidio come dovere, “calcolo del sangue” come inevitabile variabile a cui ci si abitua, tanto che, confessa Avner, si finisce per diventarne dipendenti. Avner ci parla di subdole, quanto labili, alleanze fra arabi palestinesi e membri delle organizzazioni paramilitari, della diffidenza verso i sabra (i nati in Israele) da parte degli immigrati della Shoa, delle lotte intestine fra i vari gruppi armati. Qualche commentatore, in questi tragici giorni in cui si consuma il genocidio a Gaza, ha arrischiato un parallelismo fra azione terroristica e azione partigiana, con riferimento alla Resistenza Italiana. Commento improprio, visto che dal libro di Avner sembra che sparisca, man mano che le azioni continuano, fino al tentativo di minare la sede del Parlamento inglese, ogni scopo politico. Qualsiasi formazione partigiana in Italia portava con sé idealità e azione politica, insieme, come praxis. Ne scrive Rosario Bentivegna, organizzatore e protagonista dell’azione dei GAP (gruppi di azione patriottica) in Via Rasella, nel 1944 a Roma, contro una colonna tirolese arruolata nell’esercito nazista, attentato di cui assumerà sempre, anche nel giudizio postbellico, ogni responsabilità, nel tragico orgoglio di una scelta rivendicata come necessaria, etica, (con Cesare De Simone Operazione Via Rasella, 1996). Nel dialogo con l’ex camicia nera Mazzantini, condotto da Dino Messina, emerge la trama del percorso politico intrapreso da entrambi, ancora adolescenti (Rosario Bentivegna; Carlo Mazzantini C’eravamo tanto odiati, 1997). Una ricostruzione del carattere organizzativo e politico dei GAP, dell’attentato e della sproporzione della vendetta dei tedeschi, si deve a un libro sempre attuale di Alessandro Portelli (L’ordine è già stato eseguito, 2005). Un esempio emblematico della logica militare dell’occupante che, di nuovo, impone di guardare verso Israele: si scombinano le fasi di qualsiasi logica temporale fra attacco, risposta, responsabilità, e conseguente dramma dei civili coinvolti. Del partigiano, della vis spesso anarchica verso tutto ciò che è istituito e, nello stesso tempo, dell’utopia volta a fondare una libera comunità di uguali, ne scrisse Carl Schmitt, il pensatore che più ha analizzato il rapporto fra Stato, dittatura, rivolta (Teoria del partigiano, 2005). Un tema, che qui non posso approfondire data la sua complessità, è la questione dello Stato Sovrano, della sua nascita e della sua eventuale dissoluzione. La vocazione imperialista degli stati, la facilità con cui le regole della convivenza si mutano in anomia, e la democrazia diventa svuotata retorica, sono oggetto di riflessione, su queste pagine di Comune, sia da parte di Giorgio Agamben che di Rául Zibechi, analisi utili a inquadrare il problema delle istituzioni e della loro fragilità. Avner considera la fondazione di Israele, il cui mito fondativo riposa nei Libri Sacri (Eretz Yisrael, la Terra dei Padri), un vero tradimento, emblematico del rapporto fra soggetto libero e potere istituito. Della atipicità, allo stesso tempo esemplare dello Stato di Israele, scrive anche Donatella Di Cesare analizzando il tema della terra come patria elettiva, sognata nell’esilio, mentre è in atto la diaspora. (Israele Terra, ritorno, anarchia, 2014; Marrani. L’altro dell’altro, 2018). Che ogni Stato abbia relazione con i confini e con la guerra per segnarli, di come l’esercito sia uno dei primi istituti fondativi della città e, nello stesso tempo, paradigma del lavoro regolato al millimetro, diviso gerarchicamente, è fatto storicamente acclarato. (Lewis Mumford La città nella storia, 1998). Ma di questo delicatissimo rapporto fra soggetto politico e istituzione non si parla a scuola. È un sapere interdetto, semmai spalmato nella rete come educazione civica, fatto di contenuti volgari, convenzionali, per menti che, per esser obbedienti, devono essere povere. Sempre più numerosi sono i corsi su generici diritti del cittadino impartiti da poliziotti, mentre gli insegnanti stanno fuori dalle aule, così come la partecipazione degli alunni alle performanti esibizioni nei poligoni militari. Tornando al nostro autore, Avner scrive come, nel 1948, Israele diventa per lui l’emblema di una dolorosa sconfitta, è una realtà a cui non si conforma e, come altri compagni della Lechi, abbandona la lotta. Annota enigmaticamente: Non che si dovesse proseguire la lotta sovversiva all’interno dello stato […] ma quando, in nome di una morale eretta a vocazione divina, si sono commessi delitti assolti in anticipo, e senza alcun vantaggio personale, ciò implica l’appartenenza a un sacerdozio. Non si può rinnegarlo (pp 129/130). Elat, città appena fondata all’estremo confine del Neghev, sul Mar Rosso, fronteggiata sullo stretto di Tiran dal porto giordano di Aqaba e dalla costa egiziana, sarà la meta di un nuovo esilio. La seconda parte del libro racconta il ritmo quasi estatico di una vita da pescatore, cercatore di conchiglie e pietre preziose, esistenza disincantata, senza futuro. E seguiranno altri luoghi in cui consumare la propria amarezza. Concludendo, un romanzo di formazione da leggere con gli studenti, così come i libri citati. I saperi sono ancora custoditi nelle pagine di carta, non sono solo informazione liquida, algoritmica. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il sogno del guerriero proviene da Comune-info.
Quale filosofia dopo Gaza? [parte I]
ABBIAMO BISOGNO DI PROVARE AD APRIRE IL PENSIERO A RELAZIONI IMPENSATE TRA PAROLE, COSE E AZIONI. DOPO GAZA E MENTRE ANCORA A GAZA C’È MASSACRO IN FORMA DI TREGUA, DI ROVINE, DI FREDDO, DI FANGO E DI BLOCCO DEGLI AIUTI Acquerello e inchiostro su carta ruvida: disegno (su commissione) di Gianluca Foglia Fogliazza -------------------------------------------------------------------------------- L’intento di questo scritto in due parti è aprire uno spazio di riflessione. Uno spazio di intervento che sia al contempo analitico e di liberazione; che oltrepassi l’adesione a un campo. Uno spazio che non si limiti alla difesa della critica, comunque sempre necessaria, ma si costituisca come campo di possibilità pratiche. Urlare lo stato del mondo è urgente e importante. Da tempo si è preso atto che non si può contrastare frontalmente la forza e la ferocia. Ma mentre si urla, la navigazione si fa nelle tempesta del confronto tra forza e diritto, tra guerra e politica, nel senso di una politica della vita, che è ciò che davvero è in questione. Perché il “governo del caos e dell’automa” è comunque una forma di diritto, cioè un modo di governare che assume la fine delle relazioni tra stati nel dominio transnazionale. Per questo è urgente un pensiero della destituzione e della diserzione, cioè fare un’eresia filosofico-politica. Si tratterebbe da un lato di condurre la pratica filosofica alla diserzione, dall’altro, di provare ad aprire il pensiero a relazioni impensate tra parole, cose e azioni. Dopo Gaza e mentre ancora a Gaza c’è massacro in forma di tregua, di rovine, di freddo, di fango e di blocco degli aiuti. Mentre in Cisgiordania continuano gli assalti dei coloni ai villaggi palestinesi. Mentre, malgrado le proteste mondiali per fermare il genocidio, prosegue il commercio di armi con Israele, la sistematica disinformazione e la “fase 2” della “pace” di Trump decide la ricostruzione di Gaza senza palestinesi. Mente Israele nega l’accesso a Gaza alle Ong. Mentre l’Europa si riarma, i territori vengono militarizzati, il dissenso silenziato e le proteste criminalizzate, la macchina mediatica con la sua produzione di paura si riverbera su una sfera pubblica capace solo di proporre legge e ordine. Mentre un atto di pirateria internazionale cattura il presidente eletto del Venezuela, Maduro, e riafferma il diritto della forza e la proprietà esclusiva di risorse energetiche, sequestrando e distruggendo il mondo. Dopo Gaza, quale filosofia? Dopo Gaza e dall’interno di Gaza la filosofia è “palestinese”. Palestinese vuol dire che la filosofia, malgrado si produca molto di filosofico che è semplicemente evanescente, rimane segno critico, contrassegno di resistenza, non luogo di appartenenza o univoca espressione di un’identità di classe, razza, nazione. Al contrario, contaminandosi, diviene filosofia nomade, filosofia della diaspora, filosofia “trans”. Una filosofia resistente all’antisemitismo e al sionismo. Resistente alla politica mondiale. La filosofia è anzitutto segno; è l’insieme storico, soggettivo e comune dei segni con cui si pensa: con cui si prende posizione in parole, cose e azioni. Pensare è “di parte”, è errare; ma è radicale nel senso di una radice nomade, di una terra non di un territorio. Pensare è sconfinare, liberare i confini dalle frontiere. Come pensare se non nei termini di una filosofia storica? Una filosofia storica è una filosofia della comune. La comune è storica, nel senso che si realizza ai margini, al di sotto, al di sopra e attraversando gli stati nazionali e le loro trasformazioni, e nei momenti di recrudescenza della “nazione”. La comune è comune facoltà di pensare il campo, il modo e la pratica del corpo e del linguaggio. Una filosofia della comune è critica della nozione universale, dell’universalismo che ha animato il pensiero “globale”, e non può tornare all’universale per sfuggire alla cattura. Una filosofia “può”, nel senso che permette di pensare se non corteggia la muta pratica dell’”irrazionale” contro gli esiti, anch’essi secolari, della ragione strumentale. Può invece curare una sensibilità razionale o una ragione sensibile per una vita non fascista; anzitutto, come indicava Walter Benjamin, strappando al fascismo la tradizione e demolendone i miti. Di questa elaborazione e dell’ignoranza antisemita che circola e si estende, deve incaricarsi una filosofia “dopo Gaza”. Una filosofia critica, di resistenza; una filosofia storica; una filosofia della comune; una filosofia post-coloniale perché è archeologia del colonialismo, è indagine su forme vecchie e nuove di dominio e di razzismo, ed è infine giornalismo filosofico. Sembra essere questo il campo di intervento di un pensiero che raccoglie. Lo scorso febbraio commentando il libro di Franco “Bifo” Berardi, Pensare dopo Gaza, abbiamo scritto che la conversione alla civiltà è stato il tentativo di subordinare la ferocia alla politica. Dopo Gaza quel tentativo è fallito. Ma, aggiungiamo, è “prima” di Gaza che qualsiasi politica è fallita, e lo è stata nel perverso esercizio della ragione governamentale, sia nelle istituzioni liberal-democratiche, sia nei regimi autoritari. Oggi, uno sguardo lucido penetra la realtà, fino a pochi anni fa indicibile, dell’apartheid e del colonialismo secolare imposto da Israele nei territori palestinesi occupati. È lo sguardo di un giornalismo filosofico sulle contraddizioni e i conflitti in Medioriente e sui problemi, anch’essi secolari, che, dalla fine della prima guerra mondiale, hanno prodotto l’attuale realtà. È il giornalismo praticato da chi rischia la vita e viene ucciso dai poteri di guerra, – ed è pratica quotidiana di quei rari giornali, periodici e siti di informazione, che sopravvivono alle intimidazioni e alle censure dei governi. Una difficile riflessione filosofica si è affacciata in articoli di quotidiani davvero indipendenti, nei reportage delle organizzazioni umanitarie, nel report di Francesca Albanese sull’economia del genocidio e nelle cronache di giornalisti e critici che continuano a testimoniare. Tra il 7 ottobre 2023 e oggi si è sviluppata una vasta letteratura storico-politica su Israele, Palestina, sionismo, ebraismo, resistenza, guerra e geopolitica mediorientale. È una letteratura che distingue due generi, la cronaca di informazione e la saggistica, mentre emerge, giustissima, una poesia, una narrativa e un’arte palestinese che testimoniano quanto Michel Foucault pronosticava agli inizi degli scorsi anni settanta: che una cultura non capitalista non può nascere che fuori dall’occidente; il compito di inventarla è dei non occidentali. Gideon Levy, giornalista del quotidiano “Haaretz”, ha raccolto in Killing Gaza 93 articoli, dal 2014 al giugno 2025, in cui è tracciata la storia recente dei «crimini commessi dal tuo Paese e dal tuo esercito… descrivere la vita e la morte all’interno di un altro popolo che vive schiacciato dalla conquista del tuo stesso Stato». Diviso in due parti, prima e dopo il 7 ottobre, il testo è un diario dolente, minoritario e minacciato, della verità quotidiana del “ghetto” di Gaza (2021), dell’ingiunzione al mondo di costringere Israele alla pace (febbraio 2024) e della triste previsione che non obbedirà all’ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia e «recluterà Washington nel sabotaggio del diritto internazionale». Come pensare dopo Gaza è il tema inevitabile di un testo importante, La filosofia di fronte al genocidio. Si tratta di una conversazione di Luca Salza, docente di letteratura italiana e storia delle idee a Lille, con Étienne Balibar, filosofo-politico di sopraffina intelligenza, marxista critico che con Althusser ha indagato puntualmente le trasformazioni del capitalismo nei nefasti effetti di razza, classe e identità nazionale. Le genealogie filosofiche aiutano in parte a capire il presente, che è comunque sempre incomprensibile filosoficamente e lo è in parte storicamente, attraverso un’archeologia che scorre tra Günther Anders, Anthelme, Primo Levi, Kertész, Hannah Arendt. La prima costatazione di Balibar è che la storia è stata divisa in due dal genocidio. Il “dopo” destituisce il “prima” da cui pure procede. La seconda evidenza storico-filosofica è che la pratica dello sterminio di un popolo, gli ebrei, attuato dal nazismo, «è stato possibile perché l’Europa ha importato i metodi di concentrazione e sterminio che gli europei, inglesi e poi francesi, perpetravano nel resto del mondo dagli inizi della colonizzazione». Oggi, la colonizzazione storica della Palestina nella forma del colonialismo di insediamento, «utilizza le conseguenze dello sterminio degli ebrei al contempo come un’opportunità, come una risorsa, (demografica, intellettuale) e con una copertura ideologica». Nel 1984, due anni dopo il massacro di Chabra e Chatila, Gilles Deleuze scriveva che «…i palestinesi hanno percorso tutti i gironi infernali della storia: il fallimento delle soluzioni, ogni volta che erano possibili, i peggiori rovesciamenti di alleanze di cui pagavano le spese, le promesse più solenni non mantenute. E di tutto questo la loro resistenza ha dovuto nutrirsi» (Grandezza di Arafat). Questa realtà è documentata da decenni da storici come Ilan Pappé, il cui ultimo studio, La fine di Israele, mostra che Israele e Palestina non sono gli unici stati ad avere un futuro incerto. «La Siria si è già disintegrata come Stato; il Libano è finito di recente nella categoria degli Stati falliti; e i disordini in posti come l’Iraq e, più lontano, nello Yemen, nel Sudan e in Libia», indicano che quegli stati sono investiti da cambiamenti fondamentali. «La sorte dei palestinesi nei prossimi anni è comprensibilmente la nostra più grande preoccupazione, ma nel lungo periodo sarà la sorte degli ebrei nella Palestina storica la questione da risolvere». Di recente storici quali Elias Sanbar e Rachid Khabili, hanno dimostrato che l’analisi è più complicata ed evita di ridursi al suo schema binario. Come scrive Saree Makdisi, docente di di inglese e Letteratura Comparata all’Università di California, il livello di censura e di repressione di questa storia «non era necessario in un’epoca in cui prevaleva la narrazione israeliana dell’innocenza progressista: è necessario solo ora perché quella narrazione è andata perduta. Ciò che sembra la forza del sionismo in Occidente, è in realtà il segno più evidente della sua debolezza terminale…» (La tolleranza è una terra desolata, 2025). Il sionismo, fin dai fondatori, Herzl e Weizman, è insieme un nazionalismo europeo e un “orientalismo” che ha considerato “barbari” i popoli orientali. La convinzione si è saldata al “messianesimo laico” dello stato di Israele che ne ha giustificato la potenza tecnologica e militare. Tutti questi elementi hanno delineato posizioni plurime, della diaspora ebraica e degli arabi israeliani, delle comunità ebraiche, oggi per lo più schiacciate sull’ideologia nazionalista, e di singole e singoli intellettuali, gruppi e collettivi critici e antisionisti. D’altra parte, come ha segnalato Gad Lerner in Gaza. Odio e amore per Israele, la destra si è fatta sionista ed «essere diventati i più fedeli amici degli ebrei, ormai, a destra, lo si porta come un fiore all’occhiello». Il sionismo dei non ebrei è un “sionismo cristiano”, corrente formatasi negli Stati Uniti circa mezzo secolo fa all’interno delle congregazioni evangeliche. Passato un secolo, «gli eredi di coloro che agitavano lo spauracchio dell’universalismo ebraico, dando credito alla cospirazione dei Protocolli dei Savi di Sion… proprio loro sono giunti a vedere nello Stato ebraico un modello ideale di riferimento.» I discendenti della destra antisemita «salutano nell’esperimento israeliano il portabandiera di una nuova destra sovranista, volitiva, refrattaria ai vincoli delle istituzioni sovranazionali»; e oltremodo feroce. Il sovranismo patriottico «aveva bisogno di trovare un nuovo riferimento teorico, per rimpiazzare i pensatori di destra compromessi con le pagine più buie del secolo scorso». Nelle comunità ebraiche il tempo di guerra «ha infranto quello che era parso un imperativo ferreo: mai più con i fascisti e con i loro eredi». D’altra parte è intensa la commistione di interessi privati «che ha rinsaldato negli ultimi anni il legame fra le componenti dell’establishment israeliano e i loro interlocutori della destra europea», soprattutto nei settori dell’intelligence, dei sistemi di sicurezza e dell’energia. Nel 1984, racconta Gad Lerner, «Telefonai a Primo Levi dalla redazione dell’“Espresso” proponendogli di riflettere sui difficili rapporti tra Israele e la diaspora ebraica». Nel governo Shamir, insieme a Sharon, era stato nominato ministro anche «un seguace del rabbino estremista Meir Kahane, fautore della deportazione forzata dei palestinesi fuori dai confini della Grande Israele. Primo Levi ne rimase colpito». Osservò: «Mi sono convinto che il ruolo di Israele come baricentro unificatore dell’ebraismo adesso… è in una fase di eclissi. Bisogna quindi che il baricentro dell’ebraismo si rovesci, torni fuori di Israele, torni fra noi ebrei della diaspora…». Invece, «il partito razzista si sarebbe consolidato in Israele a dispetto dell’incriminazione che escluse il rabbino Kahane dalla Knesset». Bisogna rivoltarsi parlando in prima persona, dice Balibar. La filosofia “dopo Gaza” prevede il coraggio della verità. Roberta de Monticelli scrive che mai dopo Gaza, a Gaza e in Cisgiordania «s’era vista accendersi più sfolgorante la luminaria del vero… perché i vincoli che diamo alla nostra ferocia e idiozia hanno questo di divino: che più sono violati, più accendono luci sul vero… mai fu più vero l’annuncia che viene da Betlemme, mai tanta luce viene dalla Palestina. Mai tanta verità s’era accesa sul sangue della strage degli innocenti” (La Palestina e la luminaria del vero. Preghiera del solstizio d’inverno, “il manifesto” 30 dicembre 2025). È la bianchezza dei sudari (kafan) nella dolorosa parola narrata da Paola Caridi in Sudari. Elegia per Gaza. Nascondono i corpi agli occhi del mondo e illuminano «il segno della strage, del genocidio della nostra vita, individuale e collettiva, europea e globale». Il velo, il telo, il sudario, il lenzuolo funebre. «Un pezzo di stoffa rende il corpo invisibile… e allo stesso tempo è come se proteggesse dalla vista della morte. Dalla paura, dal terrore, dalla guerra». Nel racconto del poeta Nabil Bey Salaneh, «Dopo che l’acqua ha compiuto il suo canto, viene il momento del bianco. Il corpo non si veste più con abiti del mondo: ora viene avvolto – come un neonato, come una preghiera, come un silenzio… Come se dicessimo: ‘Torna nudo ma rispettato. Torna spoglio, ma protetto’…». Poesia, rito, luce, scrive Paola Caridi. «E nome. Perché nessun nome bisogna dimenticare, degli uccisi e dei sommersi nel genocidio palestinese a Gaza. Dare nome, a un corpo da seppellire… Dare nome e raccontare un amore. “Mio marito, il mio innamorato…”. Resta, come imperativo, fermare il genocidio e rendere giustizia. Il poeta Refaat Alareer, ucciso la notte del 6 dicembre 2023, chiese di farlo bianco l’aquilone, con una lunga coda». Ogni liberazione deve passare nel gioco dell’immaginazione In un’archeologia della visione che è un altro punto di senso della filosofia “dopo Gaza”, il biancore dell’aquilone è segno di una presenza che richiama l’angelo retto da un lenzuolo che si posa sopra il San Matteo delle pale di Caravaggio nella Cappella Contarelli di San Luigi dei Francesi. Quella posa testimonia, – afferma Nadia Fusini, che ogni liberazione deve passare nel gioco dell’immaginazione. «Dovremo coraggiosamente inoltrarci in un differente grado, o stadio di realtà, che ha molto a che fare con il sogno, fin con l’allucinazione, il delirio… per fare esperienza di verità che sono al di là della ragione». Caravaggio a Gaza, ha scritto lo storico dell’arte Tomaso Montanari, «non avrebbe dipinto i mandanti, il governo israeliano, i politici fanatici assetati di sangue. Non li avrebbe degnati di uno sguardo: avrebbe semmai dipinto i soldati delle forze armate israeliane, ma solo quelli nei cui sguardi avesse colto la riluttanza, il pentimento, il dolore, il disagio. I suoi carnefici sono tutti tristi, travolti anche loro dalla morte che danno». L’esercizio dell’arte è questo sapere indispensabile, che può o meno divenire conoscenza, ma che genera conversione e incontra il sapere come sponda contraria alla realtà costruita. La storica Anna Foa in un saggio essenziale, Il suicidio di Israele, ricostruisce in sintesi la storia del sionismo, delle responsabilità storica dell’Europa e dell’occidente e di quelle del governo Netanyahu nel massacro del 7 ottobre 2023. «Si dice che Israele è un paese democratico… senza considerare che un paese che porta avanti un’occupazione da oltre cinquant’anni esercita almeno una democrazia limitata». Questa considerazione smonta l’identificazione di antisionismo e antisemitismo, usata dal governo israeliano e perseguita dalle destre suprematiste e dai liberaldemocratici europei che hanno deciso il riarmo, per legittimare i bombardamenti e la pulizia etnica in Cisgiordania e reprimere le proteste mondiali. La sintesi storica tracciata da Anna Foa rende ragione sia della dispersione di «ciò su cui si era tanto costruito dai testimoni della Shoah e che l’uso cinico che Netanhyau fa della Shoah ha compromesso» – sia del pensiero ebraico, della sua ricchezza, avvolta oggi dall’ignoranza di quanti identificano ebraismo e Israele. Premesso, con Anna Foa, che «L’attacco del 7 ottobre è stato un terribile choc per Israele… Fra i civili assassinati, gli abitanti dei kibbutzim al confine con la Striscia di Gaza, in grande maggioranza abitati da laici, impegnati nella battaglia per la pace», e che il terrore era proprio quanto Hamas voleva, – alla strage è seguita una narrazione che ha congelato il 7 ottobre. Da allora è come se il 7 ottobre fosse l’unico giorno della storia e come se nulla fosse successo prima per renderla possibile. Makdisi scrive che «fermare un orologio al 7 ottobre è esattamente ciò che fa funzionare l’altro orologio, quello del genocidio». Come se «75 anni di diritti abrogati, la detenzione di decine di migliaia di uomini, donne e bambini, i posti di blocco e le irruzioni nelle case, la pulizia etnica, la demolizione delle abitazioni, il rapimento di ragazzini, i bombardamenti casuali, l’espropriazione, la tortura, lo stupro, l’omicidio, gli abusi, la negazione della mobilità, la deprivazione, la punizione, l’assedio, non fossero mai avvenuti». Il che non significa negare gli atti di terrorismo di Hamas, finanziato fino al giorno prima da Netanhyau in funzione anti-ANP, la guerra secolare con Hezbollah e l’Iran, l’apertura di un fonte con la Siria. Significa pensare storicamente. -------------------------------------------------------------------------------- Bibliografia Francesca Albanese, From economy of occupation to economy of genocide. Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967. ohchr.org Hannah Arendt, Ripensare il sionismo (ottobre 1945), in Ebraismo e modernità, trad.it. G. Bettini, Feltrinelli, Milano 1993. Étienne Balibar – Luca Salza, La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Étienne Balibar, cronopio, Napoli 2025. Franco Berardi “Bifo”, Pensare dopo Gaza. Saggio sulla ferocia e la terminazione dell’umano, Timeo, Palermo 2025. Paola Caridi, Sudari. Elegia per Gaza, Feltrinelli, Milano 2025. Gilles Deleuze, Grandezza di Arafat. Con un saggio di Francois Chatelet, trad.it. A. Moscati, Cronopio, Napoli 2002. Roberta de Monticelli, La Palestina e la luminaria del vero. Preghiera del solstizio d’inverno, “il manifesto” 30 dicembre 2025. Anna Foa, Il suicidio di Israele, Editori Laterza, Bari-Roma 2025. Gad Lerner, Gaza. Odio e amore per Israele, Feltrinelli, Milano 2025. Gideon Lévy, Killing Gaza. Cronaca di una catastrofe, trad.it. G. Dina, Meltemi editore, Milano 2025. Saree Makdisi, La tolleranza è una terra desolata. Come si nega un genocidio trad.it. V. Binetti, DeriveApprodi, Bologna 2025. Ilan Pappé, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, trad. it. N. Mataldi, Fazi editore, Roma 2025. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quale filosofia dopo Gaza? [parte I] proviene da Comune-info.
Un foglio di carta
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- John Berger ha scritto che, nel dialogo, ognuno può diventare “un foglio di carta” su cui l’altro deposita i suoi pensieri. Un’immagine semplice e radicale, che affida alla parola una responsabilità: quella di aprire uno spazio, non di occuparlo. Diventare “carta” significa accettare di sospendere il proprio punto di vista, di non sovrapporre subito le proprie ragioni a ciò che l’altro sta cercando di dire. Significa farsi foglio bianco, pronto ad accogliere parole che parlano di vissuti, emozioni, idee, conflitti. È un gesto che richiede tempo e pazienza, la stessa di cui parlava Anna Frank quando scriveva che “la carta è più paziente degli uomini”. Ma quella pazienza non riguarda solo le relazioni personali. È una condizione della democrazia. Senza ascolto, senza la disponibilità a diventare “carta” per la parola dell’altro, la democrazia si svuota e resta solo la forza: la voce che sovrasta, lo slogan che chiude, la decisione che non ammette replica. Viviamo in un tempo in cui il dialogo viene spesso sostituito dalla contrapposizione permanente. Le parole non cercano più di incontrare, ma di colpire; non aprono spazi comuni, li presidiano. In questo clima, la vera pace appare sempre più fragile, perché non nasce mai dall’imposizione, ma dalla capacità di riconoscere l’altro come interlocutore, non come nemico da ridurre al silenzio. Quando nessuno è disposto a farsi “carta”, il conflitto diventa assoluto e la violenza sembra l’unico linguaggio possibile. Eppure la pace comincia proprio lì: nel gesto minimo e difficile di chi ascolta senza prevaricare, di chi accoglie la parola altrui senza trasformarla subito in un bersaglio. Anche la scrittura nasce da questo stesso impulso. Chi scrive lo fa per essere letto, spinto — come ricorda Berger — da un desiderio di ospitalità verso lettori reali o immaginari. Se questo impulso viene meno, la scrittura si riduce a monologo e il pensiero smette di circolare. È così forse che dovremmo immaginare oggi il compito della parola, nella vita pubblica come in quella privata: farsi spazio di incontro, terreno condiviso, possibilità di pace. Quando ad esempio affidiamo i nostri pensieri alle pagine di Comune, spero che qualcuno li accolga con pazienza e, se lo vorrà, rimandi indietro ciò che quelle parole hanno smosso in lui o in lei. Non per avere ragione, ma per continuare a costruire, insieme, un mondo abitabile. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un foglio di carta proviene da Comune-info.
Sul feticismo del diritto
-------------------------------------------------------------------------------- Firenze per la Palestina, 3 ottobre 2025. Foto di Riccardo Troisi -------------------------------------------------------------------------------- Cos’è il feticismo del diritto? L’idea che il diritto definisca una società, uno stato della società, quando in realtà è soltanto il risultato di una serie di conflitti sociali. Il diritto del lavoro, ad esempio, nasce dal conflitto tra le strategie padronali e sindacali, dalle lotte dei lavoratori; non si autoproduce dal puro universo del diritto. Il diritto può avere una qualche efficacia strategica soltanto se è sostenuto, se si radica, se è attivato da una forza che non appartiene al mondo del diritto, ma a contropoteri sociali e storici. Collettivi di lavoratori nel caso del diritto di sciopero, movimenti anticoloniali e internazionalisti nel caso del diritto internazionale, ecc. Prima dunque viene la resistenza, poi la sua codificazione in termini giuridici. Quel diritto codificato è operativo se e solo se viene aggiornato da una nuova resistenza. Il muro di protezione ha bisogno di un altro muro di protezione dietro di sé. Le lamentele sull’inefficacia del diritto internazionale nel fermare personaggi come Donald Trump, Vladimir Putin o Benjamin Netanyahu rivelano una totale incomprensione della natura delle cose, che è parte del nostro problema attuale. In primo luogo, ci sono le idee flaccide sulla democrazia, le istituzioni e il diritto come un universo autoreferenziale e autogenerante. E queste sono lacrime di coccodrillo quando provengono da coloro che si sono dedicati a smantellare il muro di protezione sociale di cui il muro di protezione del diritto ha bisogno per funzionare. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La Palestina e la logica coloniale del diritto -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Per farla finita con gli stati nazionali -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sul feticismo del diritto proviene da Comune-info.
America Latina: un continente esposto e sulla difensiva
IN VENEZUELA NON È STATO NECESSARIO FARE UNA STRAGE. È IL NUOVO STILE DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI NELLA REGIONE: UN’INTERFERENZA APERTA, SUPPORTATA DAI MEDIA, PER INTIMIDIRE. SE QUEL CHE RESTA DELLA SINISTRA NON VUOLE E NON SA LIBERARSI DAL RICATTO MILITARE POTRANNO FARLO I MOVIMENTI? SCRIVE RAÚL ZIBECHI, CHE CONOSCE QUEL CONTINENTE COME POCHI: “TRA IL CARACAZO DEL 1989, CHE POSE FINE AL SISTEMA BIPARTITICO IN VENEZUELA E L’ULTIMA RIVOLTA INDIGENA E POPOLARE DEL 2022, CI SONO STATE UNA VENTINA DI INSURREZIONI CHE HANNO ROVESCIATO UNA DOZZINA DI GOVERNI… OGGI SEMBRA CHIARO CHE NÉ LA SINISTRA NÉ I MOVIMENTI SOCIALI ABBIANO LA FORZA DI FERMARE QUESTA BRUTALE OFFENSIVA… NON SONO UNO DI QUELLI CHE SOSTENGONO IL PROGRESSISMO, MA NÉ ESSO NÉ LA SINISTRA ESISTEREBBERO SENZA I MOVIMENTI POPOLARI, CONTADINI, NERI E INDIGENI. QUINDI, SE IL PENTAGONO RAGGIUNGERÀ I SUOI OBIETTIVI, LA SINISTRA SARÀ POLITICAMENTE MORTA SE CHI STA IN BASSO NON RIUSCIRÀ A LIBERARSI DAL CONTROLLO E DAL RICATTO MILITARE. QUANTO ACCADUTO NEGLI ULTIMI ANNI IN UN ECUADOR MILITARIZZATO È UNO SPECCHIO IN CUI I MOVIMENTI SOCIALI POSSONO RIFLETTERSI…” Foto Desinformemonos -------------------------------------------------------------------------------- L’attacco al Venezuela è un duro colpo per l’intera regione latinoamericana, che si verifica in un momento di maggiore ascesa dell’estrema destra da decenni e di quasi scomparsa dei governi progressisti. Il modo in cui Nicolás Maduro e sua moglie sono stati rapiti, senza opporre resistenza, dimostra la fragilità del processo bolivariano, che un tempo si spacciava per una “rivoluzione”. Anche se sarà difficile arrivare al fondo della questione, alcuni fatti sono stati scoperti. La prima è che le Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB) non hanno combattuto; alcuni dei suoi comandanti – è impossibile dire quanti – sono stati corrotti da agenti statunitensi e hanno collaborato con l’invasione. Molto probabilmente, hanno isolato Maduro e lo hanno consegnato. La facilità con cui lo hanno fatto, senza nemmeno un soldato statunitense ferito, è un serio avvertimento per la leadership chavista che rimane al potere ma non ha l’autorità di prendere decisioni che scontentino Trump e il Pentagono. Sia la nuova presidente, Delcy Rodríguez, che il suo gabinetto hanno iniziato a epurare i funzionari che non sono disposti a sottomettersi a Washington e stanno esortando la popolazione a non scendere in piazza per protestare. Per i paesi vicini come la Colombia, questo è più di un semplice avvertimento. Ma è anche un avvertimento per il Messico e la Groenlandia (leggi anche Dalla parte degli Inuit, dei cani, delle slitte, mdr), che sono secondi solo a Cuba nelle priorità strategiche della Casa Bianca. Trump ha annunciato che non invierà truppe a Cuba, nella speranza di costringere Díaz-Canel a negoziare quando l’isola esaurirà il petrolio, il suo sistema elettrico crollerà e la carestia incomberà. Tuttavia, la possibilità di un intervento in Colombia, anche il vano tentativo del presidente Petro, che durerà solo sei mesi, rappresenta una seria sfida per quanto riguarda il suo successore. Contrariamente a tutte le aspettative, gran parte dell’élite colombiana ha espresso il proprio disaccordo con Trump. Il quotidiano El Espectador ha intitolato il suo editoriale del 6 gennaio: “Minacciare il presidente Petro è un attacco alla Colombia”. Questo è significativo perché non si tratta di un organo di stampo filo-presidenziale, bensì di un organo di opposizione, e riflette l’opinione di una parte della potente borghesia colombiana. Il quotidiano più conservatore El Tiempo prende le distanze dal presidente Petro, nonostante la loro lunga disputa politica. “Riguardo alle dichiarazioni dello statunitense, che ha accusato il presidente colombiano di essere un narcotrafficante, dobbiamo essere inequivocabili: non c’è alcuna prova che suggerisca che il presidente Petro abbia legami con il traffico illecito di droga”. Un continente diviso Sono passati molti anni da quando la regione è stata così divisa e così allineata con gli Stati Uniti. Argentina, Bolivia, Ecuador e Paraguay, solo in Sud America, hanno sostenuto la violazione della sovranità venezuelana, e si prevede che il Cile si unirà a loro quando Kast entrerà in carica a marzo. L’unico governo fermo è quello di Petro. I governi di Lula (Brasile) e Sheinbaum (Messico) non possono nemmeno essere considerati progressisti, poiché il primo governa in alleanza con la destra, e il presidente messicano è estremamente “tollerante” nei confronti degli Stati Uniti, un paese da cui dipende economicamente, nonostante le dichiarazioni di sovranità del presidente. In Messico si specula sull’ingresso di agenti statunitensi per compiti antidroga e di controllo delle frontiere, cosa che potrebbe accadere da un momento all’altro. Quanto accaduto nelle recenti elezioni argentine rivela lo stato dell’opinione pubblica nella regione. Un mese prima delle elezioni legislative di ottobre, Milei ha subito una sonora sconfitta nella provincia di Buenos Aires, governata dal peronista Axel Kicillof. Ma Milei ha raggiunto un accordo con Trump, che prevedeva la concessione di prestiti per stabilizzare l’economia in difficoltà, inducendo una parte significativa degli elettori – che si prevedeva avrebbero votato nuovamente contro il partito al governo – a cambiare voto. In breve, la palese interferenza di Trump nel processo elettorale è riuscita a influenzare l’opinione pubblica a favore di Milei, il cui sostegno era in costante calo. Dodici giorni prima delle elezioni, Trump aveva detto: “Se perde, non saremo generosi con l’Argentina”. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent è stato ancora più esplicito: “Il successo del programma di riforme dell’Argentina è di importanza sistemica, e un’Argentina forte e stabile che contribuisca alla prosperità dell’emisfero occidentale è nell’interesse strategico degli Stati Uniti”. Non è stato necessario sparare un solo colpo. Questo è il nuovo stile delle relazioni internazionali nella regione: un’interferenza aperta, messa in scena dai media, come un modo per intimidire e costringere le persone a riflettere se valga la pena resistere all’impero, anche solo attraverso le urne. Movimenti disorientati e senza proposte Dopo i governi progressisti e l’ondata di governi impopolari – da Bolsonaro a Milei e Noboa – i movimenti si sono indeboliti e alcuni sono caduti in una vera e propria disorganizzazione. I movimenti progressisti hanno implementato programmi sociali per garantire la governabilità, il che ha portato a vari gradi di cooptazione e al trasferimento dei quadri del movimento alle istituzioni statali. Certo, i movimenti erano garanti della governabilità tra la gente, ma il prezzo era troppo alto, anche se questo sarebbe diventato evidente solo con l’arrivo della destra repressiva. In breve, quando la mobilitazione popolare era più necessaria, è stato impossibile rilanciarla perché la base era esausta e, soprattutto, disorientata. Un eminente kirchnerista ha espresso il suo scetticismo su La Jornada: “Scrivo queste righe in Argentina, dove la gente comune, e anche quella meno comune, soffre di uno strano miscuglio di apatia, confusione e una silenziosa tristezza quotidiana”. Immaginiamo la realtà di quella stessa gente comune in Venezuela, dove l’ex vicepresidente di Maduro ha spudoratamente cambiato schieramento a favore della fazione vincente, così come una buona parte della leadership militare e dei civili al governo. Ora ci troviamo di fronte a un nuovo fenomeno che i movimenti sociali dovranno considerare. Tra il Caracazo del 1989, che pose fine al sistema bipartitico del Patto di Punto Fijo (1958), e l’ultima rivolta indigena e popolare del 2022, ci sono state una ventina di insurrezioni che hanno rovesciato una dozzina di governi. La rivolta, la rivolta popolare, è stata una forma di azione che ha trovato una delle sue espressioni più notevoli nella destituzione popolare di Fernando de la Rúa in Argentina nel dicembre 2001. Ma con la politica di ricatto di Trump, è possibile che il Pentagono mobiliti le sue forze per scoraggiare e intimidire le popolazioni insorte. Questa è una delle lezioni più profonde dell’attacco al Venezuela. Il 3 gennaio il presidente ha detto: “Il predominio degli Stati Uniti in America Latina non sarà mai più messo in discussione”. Sembra chiaro che né la sinistra né i movimenti sociali abbiano la forza di fermare questa brutale offensiva. Dobbiamo prendere queste minacce molto sul serio, visto quanto accaduto a Caracas. Non sono uno di quelli che sostengono il progressismo, ma né esso né la sinistra esisterebbero senza i movimenti popolari, contadini, neri e indigeni. Quindi, se il Pentagono raggiungerà i suoi obiettivi, la sinistra sarà politicamente morta se chi sta in basso non riuscirà a liberarsi dal controllo e dal ricatto militare. Quanto accaduto negli ultimi anni in un Ecuador militarizzato è uno specchio in cui i movimenti sociali possono riflettersi. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su El Salto (e qui con l’autorizzazione dell’autore), con il titolo América Latina: un continente desnudo y a la defensiva -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI E ASCOLTA ANCHE QUESTA INTERVISTA A RAUL ZIBECHI: > Siamo dentro una lunga tempesta -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo America Latina: un continente esposto e sulla difensiva proviene da Comune-info.
Il mistero del potere
-------------------------------------------------------------------------------- Città del Messico solidarizza con il popolo venezuelano. Foto di Desinformémonos -------------------------------------------------------------------------------- È possibile leggere la seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi come una profezia che concerne la situazione attuale dell’Occidente. L’apostolo evoca qui «un mistero dell’anomia», dell’«assenza di legge», che è in atto, ma che non giungerà a compimento con la seconda venuta di Gesù Cristo, se prima non apparirà «l’uomo dell’anomia (ho anthropos tes anomias), il figlio della distruzione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, mostrandosi come Dio». Vi è, però, un potere che trattiene questa rivelazione (Paolo lo chiama semplicemente senza meglio definirlo «ciò che trattiene – cathechon»). Occorre perciò che questo potere sia tolto di mezzo, perché solo allora «sarà rivelato l’empio (anomo, lett. “il senza legge”), che il signore Gesù eliminerà col soffio della sua bocca e renderà inoperante con l’apparire della sua venuta». La tradizione teologico-politica ha identificato questo «potere che trattiene» con l’impero Romano (così in Girolamo e, più tardi, in Carl Schmitt) o con la stessa Chiesa (in Ticonio e Agostino). È evidente, in ogni caso, che il potere che trattiene si identifica con le istituzioni che reggono e governano le società umane. Per questo la loro eliminazione coincide con l’avvento dell’anomos, di un «senza legge» che prende il posto di Dio e «con segni e falsi prodigi» conduce alla perdizione «coloro che hanno rinunciato all’amore per la verità». È possibile vedere nel mistero dell’anomia non tanto un arcano sovratemporale, il cui unico senso è di porre fine alla storia, quanto piuttosto un dramma storico (mysterion in greco significa «azione drammatica»), che corrisponde perfettamente a quello che stiamo oggi vivendo. Le istituzioni dominanti sembrano aver smarrito il loro senso e si stanno letteralmente togliendo di mezzo, lasciando il posto a un’anomia, a un’assenza di legge che si pretende per così dire legale, ma che ha di fatto abdicato a ogni legittimità. Lo Stato (il principio che trattiene) e il «senza legge» sono in realtà le due facce di uno stesso mistero: il mistero del potere. Come oggi gli Stati Uniti mostrano senza alcun scrupolo, l«uomo dell’anomia», il «senza legge» designa la figura del potere statale che, lasciando cadere i principi costituzionali e etici che tradizionalmente lo limitavano e, con essi, «l’amore per la verità», si affida ai «segni e ai falsi prodigi» delle armi e della tecnologia. È questa confusione di anarchia e di legalità in uno stato di eccezione divenuto permanente che dobbiamo smascherare e rendere in ogni ambito inoperante. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (qui con l’autorizzazione della casa editrice) con il titolo “Credere e non credere”. Tra i i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO INTERVENTO DI RAUL ZIBECHI: > Siamo dentro una lunga tempesta -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il mistero del potere proviene da Comune-info.