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La preghiera dello Studio Ovale
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9) Ci sono immagini che raccontano più di molte analisi. Quelle arrivate dallo Studio Ovale nei giorni scorsi sono tra queste. Un cerchio di pastori evangelici, le mani tese verso il presidente degli Stati Uniti, mentre invocano lo Spirito Santo affinché scenda su di lui: pregano perché Dio benedica la sua azione, perché la saggezza del cielo riempia il suo cuore e perché protegga “le nostre truppe”. La preghiera è uno dei gesti più fragili e disarmati della tradizione religiosa. È l’atto di chi riconosce un limite, di chi si espone alla vulnerabilità della domanda. Per questo, quando la preghiera si piega al potere e diventa linguaggio di legittimazione politica, qualcosa si incrina. Non è più soltanto invocazione: si trasforma in consacrazione della forza e in legittimazione del fanatismo. Quando Dio viene invocato per rafforzare la violenza o il dominio, questa fede può diventare il pretesto per qualsiasi crudeltà. Negli Stati Uniti, una parte significativa del mondo evangelico sostiene apertamente Donald Trump. Questo sostegno non nasce tanto da un’affinità spirituale personale, quanto da una convergenza politica e culturale: difesa di alcuni valori morali conservatori, ruolo pubblico della religione, nazionalismo religioso. Negli ultimi decenni questo fenomeno è stato spesso descritto come “nazionalismo cristiano”, cioè l’idea che la nazione abbia una missione quasi sacra e che il potere politico possa essere interpretato come strumento della volontà divina. È qui che avviene un’operazione profonda e rischiosa: la creazione di una “blindatura etica”. Quando il potere politico viene sacralizzato in questo modo, esso smette di essere sottoposto al vaglio della morale comune o del dubbio democratico. Se il leader è uno strumento divino, ogni sua azione — anche la più cruda o divisiva — viene percepita come parte di un piano superiore, diventando così moralmente inattaccabile. La fede non agisce più come una bussola che orienta verso la giustizia, ma come uno scudo che protegge il potere da ogni senso di colpa e da ogni critica esterna. A rafforzare questa visione contribuisce anche la cosiddetta “teologia della prosperità”, diffusa in alcuni settori del mondo evangelico. Secondo questa interpretazione, il successo economico e la ricchezza sarebbero segni della benedizione divina, mentre la povertà indicherebbe una fede insufficiente. È un rovesciamento radicale del messaggio evangelico, che ha sempre guardato agli ultimi come luogo privilegiato della rivelazione. Molti teologi cristiani hanno denunciato con forza questo rischio. Il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer parlava già negli anni Trenta di una religione che diventa “grazia a buon mercato”: una fede che benedice il potere invece di chiedergli conversione. Anche pensatori molto diversi tra loro, come Simone Weil, hanno insistito sul fatto che il sacro autentico non coincide mai con la forza. Per Weil, quando la religione si allea con il potere, perde il suo nucleo più profondo: la capacità di stare dalla parte degli oppressi. Dietro queste scene c’è però anche un fenomeno più ampio. Nelle società attraversate da paura, incertezza e crisi identitarie, cresce il bisogno di protezione. E spesso questo bisogno produce una saldatura potente: il capo forte, la comunità che si percepisce minacciata e un Dio che viene chiamato a garantire la sicurezza del gruppo. Ma il Vangelo nasce esattamente come rottura di questo schema. Non presenta un Dio che protegge una tribù contro le altre. Non legittima la violenza dei forti. Al contrario, mette al centro la vulnerabilità, la misericordia, l’attenzione agli ultimi. Quando Dio diventa il Dio di una parte, quando viene chiamato a proteggere “le nostre truppe” e a garantire il successo dei più forti, la fede smette di interrogare il potere e comincia a servirlo. In fondo, la domanda è semplice: che Dio è quello che viene invocato in queste scene? Un Dio che protegge “le nostre truppe”, che garantisce il successo dei potenti, che benedice la forza di una parte contro l’altra? O il Dio che la tradizione biblica ha raccontato per secoli: il Dio che ascolta il grido di chi è oppresso? Il Dio della Bibbia non è il Dio del dominio. È il Dio che ascolta il grido degli oppressi. «Beati i miti, perché erediteranno la terra». -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La preghiera dello Studio Ovale proviene da Comune-info.
March 6, 2026
Comune-info
Sulle regioni economico-politiche dell’attacco all’Iran
I BOMBARDAMENTI DI USA-ISRAELE HANNO COME OBIETTIVO IL CONDIZIONAMENTO DELLE TRAIETTORIE DI EXPORT DALLE MATERIE PRIME, IN PRIMIS IL PETROLIO, NEI CONFRONTI DELLA CINA. DEL RESTO OGNI GIORNO, SPIEGA ANDREA FUMAGALLI SU EFFIMERA, ATTRAVERSO LO STRETTO DI HORMUZ TRANSITANO 20 MILIONI DI BARILI TRA GREGGIO E PRODOTTI PETROLIFERI, VALE A DIRE PIÙ DEL 20% DEL CONSUMO MONDIALE. IL CONTRACCOLPO PEGGIORE SARÀ PER L’EUROPA unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- L’attacco congiunto Usa-Israele contro l’Iran apre un nuovo scenario che va al di là dello scontro sul futuro dell’Iran e dell’attuale regime. L’ipocrisia del pensiero mainstream plaude all’iniziativa di Trump e Netanyahu come espressione del ripristino di elementi di democrazia e di “libertà delle donne”. Perché parlo diipocrisia? Per vari motivi, come cercherò di spiegare in queste note. 1. L’attacco Usa-Israele non ha come obiettivo la liberazione dell’Iran dalla teocrazia. Le origini di questo attacco hanno ben altri obiettivi, di natura interna e internazionale. Le aspettative, sacrosante, per una situazione politica più libera e una migliore condizione delle donne, purtroppo, sono destinate a svanire e a non migliorare. È solo uno specchietto per le allodole, dietro il quale si nascondono altri obiettivi, soprattutto se a gestire questo attacco militare sono due paesi che non sono sicuramente esempi di tolleranza e libertà. 2. L’attacco Usa-Israele (ma soprattutto Usa) ha come obiettivo il condizionamento delle traiettorie di export dalle materie prime, in primis il petrolio, nei confronti della Cina. Non è un caso che gli interventi militari targati Trump, in spregio a qualsiasi rispetto del diritto internazionale, hanno colpito Venezuela e Iran, tra i principali esportatori di petrolio verso la Cina. 3. L’Iran non è il Venezuela ma come il Venezuela ha una Costituzione che garantisce il passaggio dei poteri. La morte di Khamenei (così come il sequestro di Maduro) non ha avuto come conseguenza un “regime change” (cambio di regime). Nel caso del Venezuela, ampiamente ricattabile se non ha più il controllo sulle riserve petrolifere, la nuova amministrazione Rodríguez ha dovuto sottomettersi al ricatto del grande capitale Usa (ne ha parlato Angelo Zaccaria su Effimera). Difficilmente ciò potrà avvenire con l’Iran, la cui teocrazia detiene saldamente il controllo statale delle riserve petrolifere. Anzi, il posizionamento geo-strategico dell’Iran potrebbe portare conseguenze negative per le stesse economie occidentali. 4. Ogni giorno attraverso lo stretto di Hormuz transitano circa 20 milioni di barili tra greggio e prodotti petroliferi. Oltre il 20% del consumo mondiale. Circa il 70% delle riserve produttive Opec+ si trova nei Paesi del Golf che sono a loro volta bloccati. Arabia Saudita, Iraq, Kuwait ed Emirati non riescono a esportare normalmente. Le uniche rotte alternative al momento esistenti – l’oleodotto Petroline saudita verso Yambu sul Mar Rosso e il gasdotto Hashban-Fuyjairah dagli Emirati – coprono insieme il 15%dei volumi normali: insufficienti tamponare lo shock. Il GNL – Gas Naturale Liquefatto – è il comparto in assoluto più a rischio. Il Qatar, terzo esportatore mondiale, non dispone di alcuna rotta alternativa. Occorre però dire che l’83% dei volumi è destinato ai mercasti asiatici. Cina, India, Giappone e Corea del Sud ricevono insieme il 69% di tutto il greggio in transito per Hormuz. Si spiega così che al momento le uniche navi che sono in circolazione sullo stretto sono solo quelle iraniane e cinesi. Per l’Europa il contraccolpo è elevato, dal momento che la dipendenza europea dal gas qatariota è aumentata significativamente nel contesto della strategia di diversificazione delle forniture energetiche, volta a ridurre la dipendenza dalla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina del 2022. Nel 2024-2025, l’esportazione dal Qatar ha raggiunto una quota sul fabbisogno totale compresa tra il 12-14%. 5. Vi sono poi interessi nazionali in Usa e Israele, sebbene fra loro contrapposti. Netanyahu spera in una guerra di lunga durata. In tal modo ha più probabilità di vincere le elezioni il prossimo ottobre. In caso negativo, rischia la prigione. Non a caso ha attaccato subito il sud del Libano, con la scusa del lancio di alcuni missili da parte di Hezbollah. Trump invece, vorrebbe chiudere il conflitto in breve tempo, per presentarsi alle elezioni di Mid Term (il prossimo novembre) da vincitore e con poche vittime americane. Si tratta di elezioni che al momento non vedono Trump in una buona posizione, dopo i fallimenti economici e il dispiegamento dell’ICE nella deportazione degli immigrati. 6. Nel frattempo, i prezzi di petrolio (che ha raggiunto gli 80$ al barile) e del gas (50 Euro al Kw) aumentano con i rischi inflazionistici che già abbiamo sperimentato, a danno del potere d’acquisto del lavoro. Le borse internazionali perdono terreno, la speculazione al ribasso si infiamma, in un contesto che già si presenta assai fragile e sempre più instabile, soprattutto per quanto riguarda la tenuta del dollaro. Ricordiamo che una parte rilevante del mercato finanziario, quella che fa riferimento ai fondi di private equity e private capital Usa [1], si trova in una situazione di sofferenza per l’eccessiva esposizione sul settore del software, che si trova in crisi di profittabilità a causa della concorrenza dell’IA. I primi effetti si sono già fatti sentire: dall’inizio del 2026, solo 26 dollari ogni 100 investiti nei fondi azionari globali sono finiti negli Stati Uniti. Erano 73 dollari ogni 100 nel 2024 (qui la fonte). Tale riduzione dei movimenti di capitale verso le borse Usa può avere ripercussioni sulla solvibilità del debito estero e anche, indirettamente, se il dollaro accentua la svalutazione già in atto, sulla tenuta del debito interno. Si tratta di fatti poco noti e raramente riportati dai media (l’informazione si trova oggi in un buco nero di cui non si vede il fondo) ma tale situazione può essere uno dei fattori (tra altri), che hanno spinto all’azione militare l’Amministrazione Trump nel tentativo di recuperare quell’immagine di gendarme militare del mondo che negli ultimi anni, dopo l’Afghanistan e la Somalia, aveva cominciato a vacillare. Non stupisce quindi che il dollaro negli ultimi due giorni si sia rivalutato rispetto all’euro di quasi il 3% (dopo una svalutazione nell’ultimo anno di circa il 15%). 7. In questa fase di transizione dal vecchio ordine unipolare ad un nuovo ordine potenzialmente multipolare, un ruolo importante viene sempre più svolto dai paesi Brics+. Tuttavia tali paesi non sono ancora in grado di rappresentare un contro-potere agli Usa perché ancora troppo poco coesi e disomogenei, con interessi diversi e spesso fra loro competitivi. L’Europa conta sempre meno, presenta divisione tra chi è supino alla Nato (Francia e Germania in testa) e chi è supina agli Usa (Italia) e chi coltiva interessi corporativi nazionalistici (Ungheria). Tali discrepanze in Europa e nel Sud Globale sono ben evidenziate dai recenti incontri tra il cancelliere tedesco Merz e il leader cinese XI e tra il premier indiamo Modi e Netanyahu. 8. Il conflitto in corso con l’Iran è un conflitto tra due “crazie”. Da un lato, la “teocrazia” iraniana (che tuttavia non è molto dissimile dalla “teocrazia” israeliana, dove il fondamentalismo degli ebrei ortodossi detta legge, soprattutto in Cisgiordania), dall’altro la “tecnocrazia” statunitense. In entrambi i casi, si tratta della violazione delle più elementari regole democratiche e dei principi del diritto internazionale. È tempo per un nuovo internazionalismo progressista, per la solidarietà e la pace dei popoli, contro ogni sovranismo sia esso laico o religioso! Per la riduzione delle diseguaglianze e il rispetto dei vincoli ecologici, contro le politiche di depredazione ambientale e sociale! -------------------------------------------------------------------------------- NOTE [1] I fondi di private equity (ovvero, fondi azionari privati) sono uno strumento rilevante per sostenere le imprese, perché investono in aziende che di solito non sono quotate in Borsa acquisendo molto spesso la maggioranza (o anche una minoranza) del capitale. Dopo un po’ di anni, tendenzialmente cinque, rivendono la società a un altro fondo o la quotano in Borsa. Ormai si tratta di un mercato gigantesco, che negli Stati Uniti ha raggiunto un valore di4mila miliardi di dollari. I fondi di private credit (fondi di credito privato), invece, finanziano le imprese sostituendosi alle banche. Il problema è che questo mercato, negli Stati Uniti, negli ultimi anni è cresciuto molto sia perché spinto da un’elevata concorrenza, sia per costante aumento degli indici di borsa che hanno favorito laute plusvalenze per la speculazione. Circa un terzo degli investimenti di private equity e private capital è verso società di software il cui valore è crollato, per la concorrenza delle nuove tecnologie legate all’IA. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sulle regioni economico-politiche dell’attacco all’Iran proviene da Comune-info.
March 5, 2026
Comune-info
Rosolare con solidarietà. Dossier
-------------------------------------------------------------------------------- Quando si parla di povertà, raramente si mette al centro la povertà alimentare: non solo la mancanza di cibo, ma l’impossibilità di accedere a un’alimentazione sana. Eppure il diritto a un cibo buono, che sia nutrimento e non semplice riempitivo, è parte integrante della dignità delle persone. Il problema, è evidente, non riguarda solo la produzione, ma anche la distribuzione e la logistica: lungo la filiera si concentrano infatti disuguaglianze e sprechi, con pesanti ricadute sociali e ambientali. Tuttavia, ovunque nel mondo ci sono esperienze che, fra non poche difficoltà, dimostrano che è possibile percorrere strade diverse, tra agricoltura contadina, filiere corte, sovranità alimentare, contrasto agli sprechi… Questo dossier raccoglie approfondimenti, interviste, racconti ma si nutre anche dell’esperienza maturata in alcuni quartieri di Roma dove le eccedenze alimentari sono trasformate in aiuto a chi vive situazioni di disagio economico -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Refoodgees tra i partner del progetto “Alimenta la solidarietà” -------------------------------------------------------------------------------- “Nel mondo gli affamati sono tanti quanto i grassi. Gli affamati mangiano spazzatura nelle discariche, i grassi mangiano spazzatura da McDonald’s“ (Eduardo Galeano) -------------------------------------------------------------------------------- L’olio ai poveri e i Radicali liberi [Barbara Bonomi] Il contrasto alla povertà alimentare non è uno slogan ma un’urgenza -------------------------------------------------------------------------------- Il cibo non è uguale per tutti [D. Bernaschi D. Marino F. Felici] La povertà alimentare non è mai solo una questione di reddito -------------------------------------------------------------------------------- Un passo verso il diritto al cibo [S. Fiordaliso e F.B. Felici] Il Consiglio del Cibo di Roma e il contrasto alla povertà alimentare -------------------------------------------------------------------------------- Prima di sederci a tavola [R.C.] Lo spreco alimentare come aiuto ai nuclei familiari in difficoltà -------------------------------------------------------------------------------- Abbiamo fatto la pasta fresca [Roxane Escalettes] Educare al cibo nelle periferie. Una chiacchierata con Mauro Secondi -------------------------------------------------------------------------------- Prendi uno e paghi tre [Silvia Ribeiro] I catastrofici danni sociali e ambientali dei colossi transnazionali del cibo -------------------------------------------------------------------------------- Il cibo è un’arma [Manlio Masucci] Un film racconta la storia di Vandana Shiva e le lotte dei contadini -------------------------------------------------------------------------------- I semi del profitto [Francesco Paniè] Un pugno di aziende ha preso il governo della biodiversità. Un libro -------------------------------------------------------------------------------- Sogno d’un sugo di mezzaestate [Don Pasta] Trattato anticapitalista sulla passata di pomodoro per la parmigiana -------------------------------------------------------------------------------- Tutti a tavola [Territori Educativi] Scuole, cibo e convivialità comunitaria. Inchiesta -------------------------------------------------------------------------------- Pesaro Trieste, 453 chilometri [Gabriele Montaccini] “Fornelli resistenti” e i viaggi per accogliere i migranti della Rotta Balcanica -------------------------------------------------------------------------------- Il gusto del pane [Rosaria Gasparro] Il pane è già un mondo ed è anche un modo da cui imparare a vivere -------------------------------------------------------------------------------- Noi alimentiamo il mondo [Via Campesina] Ovunque sono i contadini a proteggere il sistema alimentare e agricolo -------------------------------------------------------------------------------- . Questo dossier è stato curato dalla redazione di Comune e nell’ambito del progetto Solidarietà circolare promosso da Slow Food Roma, Nonna Roma e ReFoodGees (finanziato dal bando “Alimenta la solidarietà” della Regione Lazio), tramite il quale in alcuni quartieri di Roma lo spreco e le eccedenze alimentari vengono trasformati in aiuto concreto ai nuclei familiari che hanno difficoltà a mettere un piatto in tavola. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Rosolare con solidarietà. Dossier proviene da Comune-info.
March 5, 2026
Comune-info
Passioni tristi al servizio del capitale e del fascismo
IL CAPITALISMO DIGITALE HA SCOPERTO DA TEMPO NUOVI TERRITORI DI APPROPRIAZIONE, IL NOSTRO TEMPO E LA NOSTRA ATTENZIONE. POI HA CAPITO CHE LE PASSIONI TRISTI SONO PIÙ REDDITIZIE PERCHÉ SONO PIÙ FACILI DA GENERARE, FAVORISCONO PIÙ COINVOLGIMENTO, QUINDI TEMPO DI PERMANENZA, CIOÈ DENARO. IN QUESTA GIUNGLA OSCURA, LA DESTRA È PIÙ EFFICACE PERCHÉ IL SUO DISCORSO È STRUTTURATO PROPRIO ATTORNO A QUESTE PASSIONI. IL RISULTATO È UN CIRCOLO VIZIOSO IN CUI LE PIATTAFORME, IN RISONANZA CON IL TEMPO ANGOSCIANTE CHE VIVIAMO, DIFFONDONO LE PASSIONI TRISTI, MA LE PRODUCONO ANCHE. IN QUESTO MODO VIENE INDEBOLITA LA CAPACITÀ DI PENSARE E DI AGIRE IN BASSO COLLETTIVAMENTE. PER QUESTO SECONDO NURIA ALABAO ABBIAMO BISOGNO DI PROTEGGERE IL NOSTRO TEMPO E LA NOSTRA ATTENZIONE: POSSIAMO FARLO CERCANDO RITMI PIÙ LENTI PER INCONTRARCI, DISCUTERE DI PERSONA, SPERIMENTARE SOSTEGNO RECIPROCO, PENSARE CON COMPLESSITÀ, SENZA RIDURRE OGNI DIBATTITO A DUE POLI OPPOSTI. SOLTANTO COSÌ POSSIAMO ESSERE MENO MANIPOLABILI ED ESPANDERE LA NOSTRA CAPACITÀ DI AZIONE Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Qualcuno condivide un’intervista con un filosofo (ma potrebbe essere un giornalista, un cantante o un pompiere, non importa), le risposte sono immediate: accanto a un commento gentile, divampano le fiamme dell’aggressività. Vengono definiti fuori luogo, pagliacci, sgualdrine o pazzi, che si tratti di un disaccordo importante o di un dettaglio insignificante. Spesso, abbastanza chiaramente, la risposta è al titolo scelto dal media, non al contenuto dell’intervista. Non è tutto fuoco nemico, però molti degli insulti peggiori provengono da questa parte della barricata, da quelli di noi che presumibilmente condividono “qualcosa”, la chiamano “sinistra” – anche se non è sufficiente – perché difendere il pluralismo e il dissenso non è sempre la nostra caratteristica principale (penso al femminismo, ad esempio). Diciamo di voler porre fine al fascismo, ma la sua influenza ha da tempo preso possesso dei nostri corpi. È stata colpa dei social media, con i loro algoritmi perversi che diffondono i messaggi più estremi e dannosi? È colpa dell’anonimato? O forse erano già lì, soprattutto con l’aumento della paura di cadere, della solitudine… la paura nelle sue molteplici forme che ti fa sentire come se stessi fluttuando senza nulla a cui aggrapparti – e mancava solo il veicolo, l’arma carica che sono i social media. Certo, non è tutto negativo; c’è anche potere e gioia, espressione e creatività, e la possibilità di entrare in contatto con altre anime folli o sradicate. Qualunque sia la tua follia, sai di non essere solo. Ma anche così, ci sono giorni in cui spegni il telefono e le sue chiacchiere incessanti perché è difficile resistere all’ennesima sfida rabbiosa, all’ennesimo insulto. Perché questa costante sensazione di pesantezza e nebbia? Il panorama attuale è caratterizzato dalla devastazione dei legami sociali e delle forme di comunità, frutto di cinquant’anni di neoliberismo. Questa devastazione assume la forma della solitudine: stiamo camminando su una corda tesa. Il filosofo Franco “Bifo” Berardi dice che un’altra sfida epocale caratterizza questa solitudine, caratteristica della vita contemporanea: quella dei giovani cresciuti dalle macchine; se non fosse per la scuola, molti trascorrerebbero più tempo con i dispositivi elettronici che con altri esseri umani. Sebbene ciò possa sembrare allarmistico – le macchine consentono anche l’interazione con altre persone – conosciamo già alcuni degli effetti che ciò sta avendo sugli adolescenti. Bifo afferma che questa nuova condizione antropologica “non è felice”. Potrebbe essere correlata alla devastazione emotiva che sta lasciando nei giovani, anche se non è l’unico fattore determinante? “La prova – sottolinea Bifo – è che la depressione è diventata un fenomeno di massa e che le forme di sofferenza si stanno moltiplicando fino a diventare predominanti nella realtà sociale”. Se non la depressione in sé come fatto clinico, certamente come un’emozione che le assomiglia. La vita psichica come materia prima Ciò che scopriamo nell’economia dell’attenzione è che una cattiva salute mentale la alimenta. Nella sua teoria dell’ecologia-mondo, Jason W. Moore spiega che il capitalismo ha storicamente dipeso dall’appropriazione di alcuni elementi “a basso costo” per l’accumulazione di capitale: lavoro, natura, energia, cibo. Moore mostra come il sistema abbia costantemente bisogno di identificare nuove “frontiere” di appropriazione quando quelle precedenti si esauriscono o generano resistenza. Dall’argento americano alla gomma amazzonica, dai contadini espropriati o dalla schiavitù alle donne costrette a lavori di cura non retribuiti, il capitalismo si espande attraverso queste strategie di riduzione dei costi. All’inizio del XXI secolo, il capitalismo si trova ad affrontare una chiusura storica delle sue frontiere classiche. Non ci sono territori fisici significativi rimasti inutilizzati; gran parte del lavoro mondiale è già altamente precario o informale, e la natura è al limite della sua capacità rigenerativa. Ma il capitalismo digitale è in grado di scoprire nuovi territori vergini: la nostra vita mentale, il nostro tempo e la nostra attenzione. Affetti e desideri diventano qui materie prime. L’accumulazione continua attraverso l’invasione di un altro mondo da conquistare: il nostro mondo interiore. L’appropriazione, in questo caso, è quella dell’energia psichica che riversiamo nelle reti, che potrebbe essere percepita come un’altra merce “a buon mercato”. I teorici postfordisti italiani – Maurizio Lazzarato, Mario Tronti, Paolo Virno e altri – hanno spiegato questo meccanismo molto presto. Il capitale non sfrutta più solo il tempo di lavoro in fabbrica, sostenevano, ma sta colonizzando tutta la vita sociale, mercificando sempre più ambiti dell’esistenza. “Vita messa al lavoro” significava che il valore poteva essere generato dalle emozioni, dalle capacità linguistiche o relazionali, dal consumo o dall’immaginazione, che si trattasse di pubblicità, lavoro creativo o lavori di servizio. Ma ciò che forse non avevano previsto era la misura in cui le piattaforme avrebbero realizzato questa profezia. Al di là dei servizi a pagamento, quando scorriamo Instagram, ci insultiamo a vicenda su X e riversiamo i nostri desideri e le nostre frustrazioni su Facebook, stiamo mettendo in atto esattamente ciò che Virno chiamava “cooperazione produttiva”: alimentiamo la macchina, generiamo dati che addestrano algoritmi e sviluppiamo contenuti che tengono agganciati gli altri utenti attraverso un continuo lavoro emotivo. E tutto ci torna indietro come una merce. Questo lavoro è invisibile proprio perché mascherato da svago o socializzazione “libera”, quando in realtà è un’attività produttiva che arricchisce i proprietari della Silicon Valley, molti dei quali sono ora caduti nelle braccia del fascismo. Le piattaforme digitali e gli algoritmi che ne costituiscono la spina dorsale sono la tecnologia che rende possibile questa appropriazione massiccia e sistematica. Proprio come la nave negriera ha permesso la cattura di schiavi africani su scala industriale, o il filo spinato che circondava le terre comunali, lo smartphone e l’algoritmo sono al servizio della colonizzazione delle nostre vite psichiche. E lo fanno in gran parte attraverso l’odio e le emozioni negative. Passioni tristi, carburante premium Il capitalismo delle piattaforme ha scoperto che le passioni tristi sono più redditizie perché sono più facili da generare, più abbondanti come materia prima e generano più coinvolgimento e tempo di permanenza. C’è la tendenza a tradurre i nostri problemi di vita, le nostre insicurezze e le nostre paure in insulti e mancanza di rispetto. Tutti noi commentiamo di più quando siamo arrabbiati o indignati e ci soffermiamo più a lungo quando siamo ansiosi di non perderci nulla. Ma anche, mentre un tempo gli algoritmi premiavano l’interazione, ora si basano sull’attenzione; in altre parole, abbiamo perso la capacità di scegliere. Ciò che vediamo non dipende più solo dai nostri gusti o da ciò che condividiamo; ora ci mostrano ciò su cui ci soffermiamo, ciò che guardiamo, ad esempio qualcosa che ci disgusta o ci fa arrabbiare. Anche cuccioli che salvano neonati o una scimmia triste che gioca con il suo peluche, qualsiasi cosa ci capiti di guardare. Ma sembra che ciò che risuona di più sia ciò che si collega alle nostre frustrazioni e al nostro dolore. Paura, indignazione e risentimento creano dipendenza molto più della gioia. Anche a sinistra, tendiamo a puntare il dito contro i nostri vicini o colleghi, moralizzando o monitorando le loro espressioni: la polizia semiotica che portiamo dentro di noi. Il cortisolo e l’adrenalina dell’indignazione sembrano più potenti della gioia, almeno quella che circola sui social media. Generano quindi maggiori profitti per le piattaforme. Il risultato è uno spazio che dovrebbe essere pubblico – o che funziona attraverso la finzione di esserlo – ma dove le emozioni distruttive sono sovrarappresentate, le discussioni sono semplificate fino all’assurdo o alla politica identitaria, e dove le posizioni più estreme circolano più ampiamente. In questa giungla oscura, l’estrema destra è straordinariamente efficace perché il suo discorso è strutturato proprio attorno a queste tristi passioni o lavora attivamente per provocarle. Disaffezione verso il sistema, ma anche risentimento (contro élite, migranti, femministe), paura del declino sociale, dell’invasione o della “sostituzione”, di vedersi “portare via ciò che è nostro”; solidarietà negativa: se sono fregato, non voglio che gli altri abbiano la vita più facile. Sono maestri nel trasformare alienazione e disagio in reazione, in sostegno al loro progetto politico. La loro estetica facilmente “memeabile”, la loro ironia trasgressiva, la loro capacità di trasformare il razzismo in shitposting e la misoginia in umorismo, si adattano perfettamente a un mezzo che punisce la complessità e premia la reazione viscerale. Il risultato è un circolo vizioso in cui le piattaforme non solo diffondono queste tristi passioni, ma le producono anche. Da un lato, plasmano un’immagine particolare del mondo: massima esposizione delle nostre vite, personalità da brand, retorica semplicistica, competizione e una concezione della politica come comunicazione, come se avere i discorsi migliori o le idee migliori fosse sufficiente per influenzare il mondo. Dall’altro, finiscono per generare il tipo di soggettività di cui l’estrema destra ha bisogno: frammentata, risentita, triste e dipendente dalla propria impotenza. Siamo, quindi, più facili da governare. Come afferma Spinoza nella sua Etica, le passioni tristi ci indeboliscono e ci rendono meno autonomi e più dipendenti – e questa dipendenza è esattamente ciò di cui il modello di business dell’economia dell’attenzione ha bisogno. Ci privano della capacità stessa di resistere. Oltre a estrarre valore, distruggono la nostra capacità di agire collettivamente. Amplificano il danno psicologico e la depressione che si ripresentano sotto forma di aggressività. Tornando a Bifo, questa appropriazione algoritmica della nostra psiche “sottopone la mente collettiva a uno stress che la rende incapace di ragionare, criticare ed empatizzare”. A suo avviso, la depressione che ne consegue sembra trovare sfogo nella violenza. “Meglio aggressivi che tristi” potrebbe essere il suo motto. L’aggressività come “cura per la depressione” è l’effetto predominante del fascismo, dice Bifo, “una forma di terapia alimentata da anfetamine per la sofferenza e la solitudine che produce sempre, sistematicamente, effetti di moltiplicazione della violenza e delle dinamiche suicide”. E i social media diffondono questo veleno di affetto fascista sotto forma di violenza digitale canalizzata da algoritmi oscuri. L’approccio spinoziano propone di resistere aumentando il nostro potere, non nutrendo risentimento. Da un lato, sappiamo già che la sfida è politicizzare le frustrazioni in modo emancipatorio, ovvero reindirizzare la nostra rabbia contro coloro che provocano le nostre insicurezze. Per fare questo, la nostra capacità affettiva dovrebbe essere incanalata nella produzione collettiva di un bene comune. Un buon punto di partenza sarebbe cercare di essere generosi con noi stessi, o forse definire quel “noi” in modo più generoso: non c’è bisogno di commentare o postare sui social media tutto ciò che non ci piace delle nostre colleghe, il che non significa chiudere importanti dibattiti strategici, ma piuttosto affrontarli con rispetto. Le passioni gioiose spesso richiedono anche un ritmo più lento: incontrarsi per discutere di persona, connettersi, studiare, pensare con complessità, senza ridurre ogni dibattito a due poli opposti. Ma la comunità, il sostegno reciproco e la politica faccia a faccia ci rendono meno facilmente manipolabili, più autonomi ed espandono la nostra capacità di azione. Sebbene questo non implichi necessariamente un ottimismo ingenuo, non si tratta di “essere positivi”. L’ottimismo non è essenziale per combattere. Non ci si impegna politicamente perché si pensa di vincere – che cosa significa vincere, in fondo? Non si sa mai cosa potrebbe succedere finché non accade, non si conosce appieno il potenziale di una scommessa finché non la si porta fino in fondo. Si può combattere (o disertare) senza necessariamente credere che ciò che verrà sarà migliore. Si può combattere perché è il modo migliore di vivere. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Ctxt con il titolo completo Pasiones tristes al servicio del capital y el fascismo (o el porqué del odio en redes) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Passioni tristi al servizio del capitale e del fascismo proviene da Comune-info.
March 3, 2026
Comune-info
Stato e terrore
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Bernardo Lorena Ponte su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Che cos’è un stato che, ignorando ogni forma di diritto, assassina metodicamente oppure rapisce i capi degli stati che dichiara a suo arbitrio nemici? Eppure è questo che avviene con l’approvazione o il silenzio imbarazzato dei paesi europei. Ciò significa che noi viviamo nel tempo nel quale lo stato ha gettato le sue maschere giuridiche e agisce ormai secondo la sua vera natura, che è in ultima analisi il terrore. È probabile, tuttavia, che questa situazione estrema sia letteralmente tale, che, cioè, la deposizione delle maschere coincida con quella fine della forma stato, senza la quale una nuova politica non sarà possibile. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Lo Stato è una forma di organizzazione brutale, razzista e disumana -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Stato e terrore proviene da Comune-info.
March 2, 2026
Comune-info
La guerra contro le donne a Gaza
“SOGNAVO DI DIVENTARE UNA PIONIERA DELLA SCIENZA, COME MARIE CURIE O ZAHA HADID. MA POI HO CAPITO CHE ERO NATA IN UNO DEGLI ANGOLI PIÙ DIFFICILI DEL MONDO, DOVE ANCHE SOLO ESPRIMERE I PROPRI SOGNI È SUFFICIENTE PER SEPPELLIRLI. COME DONNA DI GAZA, NESSUNO MI HA MAI CHIESTO COSA VOLESSI… DA RAGAZZE CI SIAMO ABITUATE A TANTE COSE: SE QUALCUNO CI MOLESTA PER STRADA, CI SI ASPETTA CHE RESTIAMO IN SILENZIO… ESSERE UNA DONNA A GAZA SIGNIFICA PARTORIRE SOTTO I BOMBARDAMENTI O FUGGIRE CON I PROPRI FIGLI MENTRE SI SANGUINA… SIGNIFICA ESSERE COSTRETTE A LASCIARE LA SCUOLA A CAUSA DELLA GUERRA, ESSERE FORZATE AL MATRIMONIO… LA MIA OBIEZIONE RIGUARDA L’USO IMPROPRIO DELLA RELIGIONE PER GIUSTIFICARE LA VIOLENZA… SONO STANCA DI ESSERE SEMPRE CONSIDERATA UNA VITTIMA…”. DIMA SHAMALY È UNA STUDENTESSA DI INGEGNERIA BIOMEDICA E SCRITTRICE DI GAZA: AMMESSA AL VASSAR COLLEGE E ALL’UNIVERSITÀ DI EDIMBURGO, NON HA POTUTO FREQUENTARE A CAUSA DELLA CHIUSURA DELLE FRONTIERE. OGGI È SFOLLATA, MA NON HA SMESSO DI OCCUPARSI DI QUESTIONI CHE RIGUARDANO IL GENERE. E DELLA RELAZIONE ESISTENTE TRA PATRIARCATO, RELIGIONE E OCCUPAZIONE Foto di Ngar Amini su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Dima Shamaly è studentessa di ingegneria biomedica e scrittrice di Gaza. Ammessa al Vassar College e all’Università di Edimburgo, non ha potuto frequentare a causa della chiusura delle frontiere. Attualmente sfollata, si occupa di questioni che riguardano il genere, la salute e i diritti umani nelle zone di conflitto. In questo saggio dimostra come le tradizioni patriarcali, le interpretazioni religiose e la dura realtà dell’assedio si combinino per mettere a tacere e opprimere le donne a Gaza. Attingendo dalle sue esperienze di vita nella striscia, l’autrice spiega come queste forze aggravino le difficoltà delle donne: dalla sistematica emarginazione peggiorata dal conflitto in corso, agli abusi personali giustificati da interpretazioni distorte dei testi religiosi. Il suo obiettivo è quello di offrire una prospettiva onesta dall’interno di Gaza che sfidi le solite narrazioni in un luogo così complesso [Bruna Bianchi] Questo articolo fa parte di Voci di pace -------------------------------------------------------------------------------- Non ho mai capito veramente cosa significasse avere tutta la propria vita dettata dalla geografia. Sentivo spesso dire che Gaza era una prigione a cielo aperto. Sentivo questa verità nel profondo del mio cuore, ma non capivo come un luogo potesse avere il potere di plasmare il tuo passato, intrappolare il tuo presente e rubarti il futuro. Immaginavo il mondo come quello descritto dalla rosa ne Il piccolo principe: un luogo gentile e bellissimo dove tutti venivano trattati con amore e dignità. Ma la realtà si è rivelata ben diversa da quelle storie. Credevo che avrei avuto la libertà di fare le mie scelte e sognavo di diventare una pioniera della scienza, come Marie Curie o Zaha Hadid. Ma poi ho capito che ero nata in uno degli angoli più difficili del mondo, dove anche solo esprimere i propri sogni è sufficiente per seppellirli. Come donna di Gaza, nessuno mi ha mai chiesto cosa volessi. C’era sempre qualcuno che decideva per me, che fosse un membro della famiglia, un uomo per strada o qualcuno che predicava alla moschea. La mia voce è sempre stata temuta, la mia mente costantemente repressa e la mia stessa presenza subordinata al mio silenzio. E ogni volta che oppongo resistenza, mi puntano una pistola in faccia in nome dell’onore, della religione e della tradizione. La violenza contro le donne viene giustificata con le Scritture. Le porte ci vengono sbattute in faccia con il pretesto della guerra. E quando parliamo, ci viene detto di essere pazienti, perché “Dio è con coloro che sopportano”. Da ragazze ci siamo abituate a tante cose: se qualcuno ci molestava per strada, ci si aspettava che restassimo in silenzio, tenessimo la testa bassa e continuassimo a camminare. Ricordo di aver assistito ad aggressioni contro ragazze e di aver pensato che l’unica persona con cui potevo parlare fosse la vittima stessa, perché se anche avessi detto qualcosa, sarei stata ignorata o l’intera faccenda sarebbe stata insabbiata. È diventato inquietantemente normale vedere le mie cugine picchiate o costrette a sposarsi. Le lacrime nei loro occhi dicevano tutto: “Ma io voglio solo finire la scuola”. Eppure nessuno le ascoltava. Pensavo fosse così che dovevano andare le cose, perché c’era sempre una giustificazione: la tradizione, la cultura o la religione. Crescendo, mi sono trasformata da tipica ragazza mediorientale di Gaza in una persona piena di domande e pensieri critici. Con il tempo, le mie domande sono aumentate e nel mio vocabolario sono entrate nuove parole come “diritti delle donne”. Non mi era mai stato insegnato cosa significassero e quando finalmente l’ho capito, mi sono resa conto che non li avevo mai visti messi in pratica. Durante la guerra, man mano che mi immergevo sempre più in spazi femminili, ho iniziato a vedere cose che prima ritenevo incredibili. Essere una donna a Gaza significa partorire sotto i bombardamenti o fuggire con i propri figli mentre si sanguina. Significa dire addio al proprio marito o al proprio figlio, senza sapere se torneranno mai, e poi essere costrette a essere forti e andare avanti come se nulla fosse. Ci si aspetta che cresciamo i nostri figli per strada, senza riparo né cibo, e che lo facciamo in silenzio. Essere una donna a Gaza significa portare il peso di tutti, mentre ci viene negato il diritto di prendere decisioni sulla nostra vita. Significa essere costrette a lasciare la scuola a causa della guerra, essere forzate al matrimonio perché “è il momento giusto” e vedere i propri sogni derisi come se l’ambizione fosse un lusso riservato a chi non è sopravvissuto ai massacri. Se esci per andare a lavorare, devi affrontare molestie o accuse infinite; se rimani a casa, sei un peso. Durante il mio esilio in un campo profughi nella parte occidentale di Rafah, le donne si riunivano nella tenda in cui vivevo. Ci sedevamo a bere tè e a parlare di tutto, letteralmente di tutto: politica e religione, passato e presente, femminilità e bellezza, persone e uomini. Ero la più giovane tra loro, ma mi sentivo sempre un po’ come una madre. Non era una sensazione confortante. Quando qualcuno si sente abbastanza al sicuro da mostrarsi vulnerabile con te, inizi a sentirti responsabile del suo dolore e della sua sopravvivenza. Significa che devi essere presente, sempre. È quello che è successo tra me e la mia vicina. Ogni sera sentivamo suo marito urlare contro di lei, seguito dal suono nauseante delle sue ossa che venivano picchiate. Nessuno di noi osava intervenire. Offrire aiuto non è qualcosa che ci viene insegnato a fare nella nostra società. Al mattino, gli uomini dicevano cose del tipo: “Chissà cosa ha fatto per meritarselo?” o “È sua moglie, che c’entriamo noi?”. La ascoltavo ogni giorno. Era lei che manteneva la famiglia; correva dietro alle organizzazioni umanitarie per procurare cibo ai suoi figli, cucinava, lavava, puliva, faceva tutto in quella tenda angusta, simile a una cantina. Cresceva ed educava i figli e simultaneamente provvedeva al sostentamento della famiglia. E nonostante tutto, veniva maltrattata ogni giorno. Nessuno osava aiutarla. Non le era nemmeno permesso cercare l’aiuto di uno specialista o farsi curare i lividi sul viso e sul corpo. Tutto quello che potevo fare era ascoltarla. Perché cosa può davvero fare una ragazza di 19 anni per cambiare la vita di una donna sulla trentina, se non sedersi accanto a lei e offrirle sostegno emotivo? Eppure non potevo fare a meno di sentirmi in colpa per non essere in grado di aiutarla. Volevo approfondire le ragioni di tutto questo. Non riuscivo a capire come un essere umano adulto potesse alzare le mani sulla persona che diceva di amare. Il pensiero che qualcuno potesse fare del male al proprio partner era incomprensibile per me. Quello che ho invece sentito ogni giorno ha distrutto tutto ciò che pensavo di sapere. Storie che non avrei mai immaginato: una donna picchiata semplicemente perché la sua molokhia non era di gradimento del marito. Un’altra donna il cui volto è stato sfigurato dal fratello perché era stata vista parlare con suo cugino. Un’altra ancora che è stata molestata in pieno giorno sui mezzi pubblici, che poi è stata chiamata puttana quando ha osato reagire. Quante storie. Quanto dolore. E nessuna scusa che possa giustificare tutto questo. Ho capito che ci sono molte cause alla base di questa sofferenza. C’è la violenza radicata nell’educazione, quella legata alla possessività e autorità maschile, la violenza esterna della guerra e molte altre ragioni che spingono l’aggressore ad agire in questo modo. Ma non ho mai trovato una sola scusa convincente. Tutte le giustificazioni si nascondono dietro la religione o le usanze e le tradizioni, soprattutto la religione. La città di Gaza è governata da un’autorità puramente religiosa. È uno dei luoghi più chiusi al mondo, se non il più chiuso in assoluto, il che rende la religione il fondamento di tutto nella società. Non è questo che contesto. La mia obiezione riguarda l’uso improprio della religione per giustificare la violenza e i maltrattamenti contro le donne. Tutte le religioni rivelate onorano le donne. Parlando specificamente di Gaza, qui predomina l’Islam, eppure gli uomini usano versetti del Corano e degli Hadith per giustificare crimini imperdonabili. Si dichiarano studiosi religiosi, maturi e competenti in materia di religione. Si svegliano per la preghiera, mostrano devozione a Dio, poi nel pomeriggio picchiano brutalmente le loro mogli, e nessuno li ritiene responsabili. Quando viene loro chiesto il motivo, rispondono che Dio ha ordinato loro di farlo, citando la frase coranica “ma se persistono, picchiatele” (Sura An-Nisa, 4:34). Ma Dio non ha mai ordinato questo, e si tratta di una falsa interpretazione del versetto. Questa errata interpretazione è sostenuta sia dai leader religiosi che dalla gente comune. L’aggressore crede addirittura che sarà ricompensato ed entrerà in paradiso per ciò che fa. Un padre stupra sua figlia e nessuno lo punisce. Quando gli viene chiesto perché, risponde che Dio gli ha permesso di sposare o avere rapporti con “quelle schiave in tuo possesso” (cioè le schiave di cui si parla nel Corano). Quindi non vede sua figlia solo come un oggetto sessuale, ma come una schiava. E la cosa viene insabbiata perché “non è nostra usanza o tradizione” riconoscere cose del genere. Non nasciamo con diritti chiari; nasciamo, piuttosto, in un mondo in cui dobbiamo dimostrare di meritare anche il minimo briciolo di dignità. Molte donne non sanno nemmeno come proteggersi dalla violenza, né all’interno delle loro famiglie né davanti alla legge. La salute mentale e quella riproduttiva sono trattate come un lusso, come se fossimo solo macchine per la riproduzione e la sopportazione, non esseri umani. Le donne di Gaza devono affrontare l’occupazione, la povertà, l’aggressività e la violenza, oltre a subire una sistematica emarginazione all’interno della propria società. Non sono protette, ma ritenute responsabili. Non sono rispettate, ma sorvegliate. Anche la guerra viene usata come scusa per zittirle: “Non è il momento di rivendicare i propri diritti”, “Lasciamo morire le persone mentre voi vi concentrate sull’hijab, l’uguaglianza e la violenza? Ma quando arriverà il momento giusto? Dobbiamo aspettare un’altra morte, un altro sfollamento, prima di essere trattate come esseri umani? La guerra non è mai stata una scusa valida per rimanere in silenzio di fronte all’ingiustizia. Parlarne è proibito. Rivolgersi alla legge è proibito, perché in circostanze normali la legge è nelle mani degli stessi uomini religiosi che abusano delle loro mogli. In ogni angolo di Gaza che percorro, vedo manifesti di Hizb ut-Tahrir (Partito di liberazione della Palestina) che parlano delle donne: “Il secolarismo corrompe le donne”, “La CEDAW [Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne] umilia le donne”, “Il califfato protegge le donne”. Queste parole non significano nulla, se non che parlano di me senza mai ascoltarmi. Questo partito, e altri gruppi religiosi che riducono la religione al controllo dei corpi delle donne, non si curano della mia situazione reale. Non gli importa che io viva nella paura costante, senza protezione né libertà. Non parlano mai di povertà, guerra o occupazione. Non menzionano mai la violenza che subisco, le molestie o gli stupri. Parlano solo di me, non come essere umano, ma come simbolo che deve essere preservato, purificato o proibito. Non scrivo questo perché rifiuto la religione o odio la mia società. Scrivo perché sono stanca di essere usata come uno slogan. Stanca di essere ridotta a dibattiti che non hanno nulla a che fare con me. Stanca di essere trattata come un “caso tabù” che nessuno osa affrontare. Sono stanca di essere sempre considerata una vittima, di vedermi negati anche i miei diritti più elementari e di essere costretta a tacere. Non sono una vittima da preservare. Sono una donna che lavora nei campi, una madre in una tenda, una studentessa a scuola, una sopravvissuta alla guerra, ai matrimoni forzati e all’emarginazione. Sono creativa nell’arte e nella musica. Sogno di diventare un’icona scientifica, di aprire un giorno un mio ospedale. Ma nonostante tutto questo, non sono rappresentata nel processo decisionale, non sono rappresentata nel dibattito, non sono nemmeno rappresentata nella mia stessa storia. Se non iniziamo ad ascoltare le donne, non solo a parlare di loro, ma ad ascoltarle davvero, proteggerle e sostenerle, continueremo a ripetere lo stesso crimine: zittire la donna, ucciderla lentamente, poi mettere un cartello con il suo nome in ogni angolo della città. -------------------------------------------------------------------------------- Lo scritto è stato pubblicato per la prima volta in in “DEP. Deportate, esuli, profughe”, n. 56/57, Guerra all’infanzia dicembre 2025, pp. 267-270. La traduzione in italiano è di Catia C. Confortini. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Gli atleti israeliani -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La guerra contro le donne a Gaza proviene da Comune-info.
February 22, 2026
Comune-info
La politica nel tempo dell’impossibilità della politica
-------------------------------------------------------------------------------- Napoli, il rogo finale del carnevale 2026 del Gridas, a Scampia, simbolo delle brutture e della cultura politica di cui sbarazzarsi, ma anche del furore di chi resiste con passione, Foto di Ferdinando Kaiser -------------------------------------------------------------------------------- Nella settima lettera Platone lega la sua decisione di consacrarsi alla filosofia alle sciagurate condizioni politiche della città in cui viveva. Dopo aver cercato in ogni modo di partecipare alla vita pubblica, egli scrive, alla fine si rese conto che tutte le città erano politicamente corrotte (kakos politeuontai) e si sentì allora costretto ad abbandonare la politica e a dedicarsi alla filosofia. La filosofia si presenta in questa prospettiva come un sostituto della politica. Dobbiamo occuparci di filosofia, perché – oggi non meno di allora – fare politica è diventato impossibile. Occorre non dimenticare questo particolare nesso fra politica e filosofia, che fa del filosofare un succedaneo dell’azione politica, una supplenza e un risarcimento non certo pienamente appagante di qualcosa che non possiamo più praticare. Che valore dobbiamo allora dare a questo sostituto che non avremmo scelto se la vita politica fosse stata ancora possibile? La filosofia mostra qui il suo vero significato, che non è quello di elaborare teorie e opinioni da proporre a coloro che credono di poter fare ancora politica. La filosofia è una forma di vita, che ci permette di vivere in condizioni politicamente invivibili. In questo – in quanto ci permette di abitare l’inabitabile e impolitica città – la vita filosofica mostra di essere l’unica politica possibile nel tempo dell’impossibilità della politica. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI VINCENZO SCALONI: > Hegel, Nietzsche, Marx. E il pensiero della speranza -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La politica nel tempo dell’impossibilità della politica proviene da Comune-info.
February 21, 2026
Comune-info
Epstein files, pedofilia e riproduzione della stirpe
-------------------------------------------------------------------------------- Acrilico su tela di Rossella Sferlazzo. “In questo dipinto, ho voluto catturare il momento in cui l’anima si libera dalle catene del passato e si apre a un nuovo inizio” -------------------------------------------------------------------------------- Nell’articolo di Francesca Coin pubblicato dal manifesto il 20 febbraio 2026, a proposito degli Epstein Files vengono riportate notizie a cui non sembra sia stato dato dalla stampa il rilievo che meritano. In tutte le forme di dominio, che la storia ha conosciuto, violenza economica e violenza sessuale, classismo e sessismo, sono variamente intrecciate e mescolate, ma l’abuso e il controllo sul corpo delle donne non ha mai preso la stessa rilevanza. C’è voluto un salto della coscienza storica, in tempi non lontani da noi, per portare allo scoperto la prima guerra, sia pure non dichiarata, che un sesso ha fatto altro, sottomettendolo e relegandolo a “natura inferiore”. Non è un caso perciò che, mentre il problema della classe e della razza hanno fatto da secoli il loro ingresso nella sfera politica, la relazione tra i sessi, sotto il profilo della sessualità e della riproduzione ancora stentano a uscire dal privato e a essere viste come parte non secondaria della storia e della cultura che abbiamo ereditato. Nella raccolta di articoli, uscita nel 2004 con Filema edizione, che è stata recentemente ristampata da Prospero Editore con il titolo Preistorie. Riflessioni sulle radici culturali dei fatti di cronaca, scrivevo che, dietro il “qui” e “ora’ della notizia si poteva leggere il fondamento mai tramontato della cultura patriarcale che ha considerato “privato”, “vita intima” le esperienze più universali dell’umano, consegnandole così all’immobilità della natura e all’oscurità dell’indicibile. Leggendo quanto hanno detto gli esperti delle Nazioni unite e la politologa australiana Melinda Cooper, riportato da Francesca Coin, sulla figura di Epstein, si viene a sapere che gli intrighi tra poteri economici, politici, scienziati, servizi segreti, avevano come collante mascherato e innominabile una sistemica pedofilia – abuso sessuale di bambine, ragazze, minori – legata al medesimo tempo alla ricerca di una sorta di “scienza della razza” o “riproduzione della stirpe”. “Questi crimini sono stati commessi in un contesto caratterizzato da ideologie suprematiste, razzismo, corruzione, misoginia estrema e dalla mercificazione e disumanizzazione di donne e ragazze provenienti da diverse parti del mondo”, scrivono gli esperti Onu. I corpi delle ragazze non erano solo merce per il piacere maschile, oggetto di giochi sadici, tortura, femminicidio, ma anche “incubatrici” del seme di una “razza superiore”. Abusi sessuali e suprematismo riproduttivo bianco intrecciati. In sostanza, ci sarebbero le condizioni per parlare di un crimine contro l’umanità e di portare in primo piano le testimonianze delle donne che ne sono state vittime. Qualcuno già accenna alla possibilità che il tutto venga insabbiato, ma si può dire che a essere insabbiati sono già gli aspetti di un dominio che ha usato da sempre il potere economico e politico per sfruttare, asservire, usare per scopi propri il corpo femminile. Nella rete tra potenti, sicuri della loro impunità, le giovani donne sono state merce per il piacere sessuale e per la riproduzione, “oggetti” intercambiabili per ogni sorta di violenza. Il patriarcato non è mai venuto allo scoperto, come in questo caso, in tutta la sua brutalità, ma c’è ancora il rischio che passi in ombra. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI LEONARDO MONTECCHI: > Pedagogia della crudeltà, necropolitica e nuove élite -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MAURA BENEGIAMO: > Classe e consenso: la politica dei corpi e i file Epstein -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Epstein files, pedofilia e riproduzione della stirpe proviene da Comune-info.
February 21, 2026
Comune-info
Trasformare le nostre complicità in albero di vita
-------------------------------------------------------------------------------- Grazie al progetto Makani II dell’ong Vento di terra, sei Spazi Temporanei di Apprendimento ad Al-Nuseirat, Gaza City e Khan Younis aprono ogni giorno le loro porte e, con insegnanti formati per lavorare in contesti di crisi, cambiano il ritmo delle giornate di bambini e e bambine -------------------------------------------------------------------------------- Non sappiamo molto di lui. Dai documenti storici in nostro possesso risulta che il governatore romano della Giudea Ponzio Pilato si fosse distinto per incapacità di empatia col complesso mondo giudaico dell’epoca. Fu destituito probabilmente a causa della durezza con cui aveva represso i Samaritani, attori di una rivolta sul monte Garizim. Rimane, secondo il vangelo di Matteo, il simbolo della complicità dell’assassinio di un innocente espresso dal gesto della lavanda delle mani. Ciò facendo voleva significare la sua completa innocenza nell’esecuzione della condanna a morte del Cristo. Da allora le mani, quelle “pulite” dei giudici nostrani a quelle colorate di sangue, oppure dipinte in bianco, nelle manifestazioni sulle strade o nei tribunali, sono diventate una delle figure più iconiche della contestazione al sistema. L’etimologia della parola complicità, derivante dal latino, significa “coinvolto”, “piegato assieme” e suggerisce la stretta unione o partecipazione per un’azione comune. Nel bene o nel male la “complicità” esprime un reale sodalizio nell’accadimento o la realizzazione di un’impresa della quale si è comunque assai coscienti delle, talvolta drammatiche, conseguenze. “…Oggi quelle voci suonano remote, come se venissero da un’altra valle. L’ansia non manca ma non prevale. Ciò che prevale è l’inconsistenza, un’inconsistenza assassina. È l’età dell’inconsistenza…”. Così scriveva Roberto Calasso nel suo libro L’innominabile attuale nel 2017. Non si può che concordare con lui perché l’inconsistenza ha sempre la mani sporche di sangue. Si tratta del tragico assassinio della responsabilità che dovrebbe caratterizzare l’appello dell’altro. Così come appare nel racconto eziologico che il libro biblico della Genesi nel dialogo tra Dio e Caino. Quest’ultimo uccide il fratello Abele e la risposta alla domanda su dove si trovi il fratello è un capolavoro d’inconsistenza assassina: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Nella risposta di Caino si riassume il diniego esistenziale del nostro tempo. Le decine di guerre dimenticate, vicine, lontane, remote o prossime, sono cifra eloquente della nostra mortale complicità. Quella delle elites più in vista, citati nell’inchiesta non conclusa dei documenti Epstein e di noi spettatori. Testimoni non sempre al di sopra di ogni sospetto del naufragio di una civiltà destinata a tramontare. Naturalmente non si tratta solamente di un discorso sulla servitù volontaria come espresso dal molto citato Etienne de la Boétie. L’inconsistenza di cui parlava Calasso è qualcosa che rende ciechi e, bene ce lo ricorda, il detto ripreso dal vangelo di Luca. Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere e peggior sordo di chi non vuol sentire. Quando ciò accade, consapevolmente o meno, rivela, come una sottile e ineludibile epifania, la complicità quotidiana anche dei comuni cittadini. L’assassinio del senso delle parole, dei contenuti delle stesse è in continuità con l’uccisione del reale. Al cuore del reale si trovano i volti dei poveri. Cioè di coloro che dei grandi sistemi imperiali, dittatoriali o falsamente democratici ne mostrano, come in uno specchio, la brutale inconsistenza. Complici perché “piegati assieme, coinvolti” in qualche modo, magari anche nelle temibili e poco citate omissioni che, da troppo tempo, sono uno degli sport più praticati nelle società attuali. L’importante allora “non è tanto restare vivi… quanto restare umani”, così sentenziava George Orwell. Lo stesso scrisse, anzitutto con la sua morte, il giornalista e militante Vittorio Arrigoni. Rimanere umani come ribellione e profezia che trasforma l’inconsistenza assassina in albero di vita. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Trasformare le nostre complicità in albero di vita proviene da Comune-info.
February 20, 2026
Comune-info
Un discorso sul mondo
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Poveri cristi (il libro) è forse l’opera più compiuta di Ascanio Celestini da un punto di vista letterario. Non solo una trasposizione di storie teatrali, ma un romanzo stratificato e complesso. A suo modo un libro-mondo, che dalla plancia d’osservazione di un parcheggio del supermercato ci parla di vite di strada, di esistenze segnate dal lavoro o dalla sua mancanza, di barboni e prostitute, di gente con la “testa impicciata”. Il libro assorbe immaginari e parole dei tre spettacoli che compongono la Trilogia dei poveri cristi – “Laika”, “Pueblo” e “Rumba” – che, vista tutta assieme, si trasfigura in un arco narrativo di lungo respiro che Celestini attraversa da anni in molti modi, ora attraverso l’evocazione di Pasolini (il poeta) ora tirando in ballo San Francesco, spaziando dall’affondo sociale al gusto della parola tipico del cantastorie. Oggi «Poveri Cristi» torna a teatro – Ascanio Celestini è in scena al Teatro Vascello di Roma fino a domenica – in una forma che cambia ogni sera, assemblando discorsi a braccio e racconti, di solito due (più uno brevissimo – ma non lo svelo), che diventano di volta in volta materia di spettacolo. In questa parabola che dalla scena è approdata alla pagina e che torna, trasformata, alla scena, la materia narrativa di Poveri Cristi si illumina ulteriormente. E svela trame, pieghe narrative, antefatti e retroscena di un discorso sul mondo che è per Celestini una materia rovente, un universo narrativo e politico che attraversa con la disinvoltura di chi ne ha esplorato a fondo i dettagli. E così, ad esempio, il parcheggio del supermercato del libro si ricollega alla lotta dei precari Atesia, il più grande call center di Roma, che non avevano un posto dove fare assemblea e si riunivano proprio in un parcheggio (una storia che Celestini ha raccontato in un documentario e che, anche in questo caso, è tracimata in tante altre narrazioni e linguaggi). L’altra sera, tornando a sentire le sue storie, ho avuto la netta sensazione che quest’opera-mondo di Ascanio Celestini non sia solo la sua opera forse più compiuta, ma che incarni una vera e propria “epica contemporanea dei marginali”. Di quelle persone e di quelle vite, cioè, che stanno progressivamente sparendo dal frame delle preoccupazioni del discorso politico: che anzi sono oggetto di un violento, violentissimo desiderio di rimozione. Ascanio è un autore molto amato e alle volte, con gli autori molto amati come è lui, finisce che ci si scorda di quanto siano straordinariamente bravi. E invece l’altra sera, al Vascello, ho avuto proprio questa epifania rinnovata: la sua capacità di orchestrare quest’epica della marginalità non è solo un gesto politico importante, ma è una forma artistica straordinaria, che si riconnette con la sua opera letteraria più compiuta. E come per ogni epica che si rispetti, il “genio” di questa forma artistica risiede nella lingua. Non solo nella capacità affabulatoria di Celestini, ma proprio nella costruzione dei discorsi dei suoi personaggi, che parlano un romanesco particolarissimo, un “romanaccio di borgata” che ogni tanto si scioglie in italiano e ogni tanto invece recupera, come in un’archeologia della lingua, parole scomparse, desuete – costrutti che rimandano a una lingua di comunità che in parte sì, è svanita, ma che invece per un altro pezzo costantemente riemerge a ogni angolo di strada, in bocca a nuove generazioni di italiani. Ogni epica ha una sua lingua e quella dei poveri cristi è a volte dolorosa e corrotta, altre volte maliziosa e divertente, altre ancora ribelle e orgogliosa, ma ogni volta rinnova un’invenzione teatrale e letteraria che è uno degli oggetti artistici luminosi del nostro tempo. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un discorso sul mondo proviene da Comune-info.
February 19, 2026
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