Che succede in Iran?PERCHÉ LA SITUAZIONE IN IRAN È DIFFICILE DA COMPRENDERE E COMPLETAMENTE
IMPREVEDIBILE? IL REGIME HA ANCORA UNA BASE SOCIALE? COSA HA SCATENATO L’ATTUALE
CRISI? UN ARTICOLO DI FARIBA ADELKHAH, ANTROPOLOGA FRANCO-IRANIANA, CHE OGGI
VIVE A PARIGI E CHE 2019 ERA STATA ARRESTATA IN IRAN PER «ATTENTATO ALLA
SICUREZZA NAZIONALE DELLA REPUBBLICA ISLAMICA»
Tehran. Foto unsplash.com
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Dietro l’intensificarsi delle proteste e la loro repressione si celano dinamiche
complesse che intrecciano rivendicazioni popolari, lotte per interessi
economici, divisioni interne al governo e incertezze sulle alternative
politiche. Pertanto, il rapporto tra Stato e società appare profondamente
conflittuale e il futuro del regime altamente incerto. Articolo pubblicato in
francese sul sito AOC (Analyse Opinion Critique). Traduzione di Salvatore
Palidda per Effimera
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La Repubblica Islamica dell’Iran torna a far notizia, tra proteste, repressione
e minacce da parte di Stati Uniti e Israele. La situazione è ancora più
difficile da comprendere e imprevedibile dato che le autorità hanno imposto un
blackout informativo: internet è bloccato, tranne presumibilmente per i membri
privilegiati del regime (o, curiosamente, per alcuni dei suoi dissidenti in
possesso di una cosiddetta SIM “white card”). Inoltre, l’opposizione in esilio
satura i media con annunci dell’imminente caduta del presidente – sebbene lo
faccia da quarantaquattro anni – e dell’imminente ritorno dell’erede della
dinastia Pahlavi, una previsione che si ripete da circa quindici anni. La
proliferazione di fake news e video palesemente prodotti dall’intelligenza
artificiale, o diffusi senza alcuna contestualizzazione, non fa che aumentare la
confusione. Pertanto, dobbiamo affrontare le immagini e i dati che circolano
senza alcuna possibilità di verifica o controllo incrociato con la massima
cautela giornalistica e scientifica. In breve, li riceviamo da due fonti
ugualmente inaffidabili e poco trasparenti: da un lato, il regime stesso;
dall’altro, i social media, i cui padroni e meccanismi interni non si sa a cosa
mirano.
La rabbia nelle strade è innegabile. È alimentata dall’inflazione, che rende la
vita quotidiana semplicemente impossibile. Gli iraniani non possono più
permettersi beni alimentari di base, figuriamoci qualsiasi altra cosa. A questo
si aggiungono le ormai frequenti interruzioni di acqua ed elettricità dovute
allo spreco di risorse idriche dovuto all’invecchiamento delle infrastrutture,
alla proliferazione di trivellazioni illegali nelle aree rurali e al cambiamento
climatico. Sembra che questa rabbia stia ora portando con sé richieste politiche
ostili alla Guida Suprema, o persino alla stessa Repubblica Islamica, e, alcuni
ci assicurano, favorevoli all’erede di Mohammed Reza Shah, senza alcuna chiara
indicazione dell’entità del suo effettivo sostegno popolare nel Paese.
Per comprendere meglio la rappresentatività e l’importanza delle proteste, può
essere utile guardare all’Iran da una prospettiva diversa. Diversi indicatori
suggeriscono che la Repubblica Islamica, o almeno lo Stato, gode ancora di un
certo grado di fiducia all’interno della società, o che quest’ultima dimostra
una flessibilità e un’adattabilità alle politiche pubbliche che non pregiudicano
in alcun modo i suoi sentimenti più profondi o le sue divisioni interne. Ad
esempio, Mohammad Reza Ashtari, direttore di Pedal, la piattaforma di vendita di
automobili più popolare in Iran, ha annunciato alla fine dell’anno, prima dello
scoppio delle proteste, che tra i dieci e gli undici milioni di iraniani si
erano iscritti a una lotteria che consentiva loro di pagare in anticipo le auto
in vendita e di riceverle entro 30 giorni o entro quattro-otto mesi.
L’esperienza ha dimostrato che, in pratica, questo lasso di tempo potrebbe
essere esteso di due o tre volte. A novembre, più di tre milioni di iraniani si
erano registrati come acquirenti; a settembre, sei milioni. Analogamente, a
marzo 2025, la Banca Centrale ha venduto 339.138 monete d’oro a 91.100 persone
utilizzando lo stesso metodo di vendita differito. Questo metodo di vendita è
molto comune in Iran dalla rivoluzione del 1979. Le persone acquistano
volentieri case su progetto, pagando a credito: una parte consistente alla firma
e il saldo alla consegna. Persino il petrolio, nel contesto delle sanzioni
internazionali, viene venduto in questo modo. Gli intermediari pagano una parte
in contanti, con la promessa di una consegna successiva, per il carico di una
petroliera, che viene poi trasferito su una nave nel Golfo. Questa pratica
commerciale del salaf (letteralmente: “pagamento anticipato”) è comune in
agricoltura. Gli intermediari acquistano la frutta dall’albero, prima che sia
matura e raccolta, a un prezzo inferiore, assumendosi il rischio di condizioni
meteorologiche avverse o altri eventi. L’agricoltore ci rimette in termini di
reddito, ma può trarne vantaggio in termini di flusso di cassa. Si suppone che
tutti ne traggano vantaggio, anche se, in realtà, questo tipo di transazione
rivela l’asimmetria del rapporto tra produttori e commercianti o trasportatori,
e favorisce una sola categoria sociale: gli intermediari, sulle cui spalle grava
il grosso dell’onere economico.
Il fattore importante, in questo caso, per le transazioni di oro o automobili, è
la fiducia continua che il pubblico ripone nella firma dello Stato, o delle sue
istituzioni finanziarie ed economiche, a cui affida il proprio denaro per
diversi mesi, e spesso diversi anni, senza un ritorno immediato. E questo
nonostante il susseguirsi di movimenti di protesta e manifestazioni dal 2009. Il
legame tra Stato e società non sembra essersi completamente spezzato, sebbene
gli eventi attuali avvalgano l’ipotesi di una vera e propria crisi di regime –
un’ipotesi che non considera la fascia della popolazione che non ha ancora
espresso le proprie opinioni.
Prima di tentare di decifrare la crisi politica, ricordiamo alcune ragioni che
spiegano la persistenza di questa fiducia, o almeno i possibili limiti della
richiesta di un cambiamento politico (o di policy) più o meno radicale, che, in
fondo, è la logica stessa del principio di protesta. Da parte mia, ne vedo
almeno quattro: il timore di vedere compromessi gli interessi accumulati in
oltre quarant’anni di Repubblica, e spesso grazie ad essa, in vari settori
economici, in particolare nel settore fondiario e immobiliare, ma anche nel
commercio, attività centrale del Paese; il ricordo ossessivo dei conflitti
sepolti, dei regolamenti di conti e della condotta della guerra tra Iraq e Iran,
tutti episodi dolorosi che hanno lacerato la società e le famiglie stesse; il
timore di una guerra civile del tipo che sta devastando i Paesi vicini
(Afghanistan, Iraq, Siria, Libano, Yemen); e il rifiuto dell’ingerenza
straniera.
Il regime ha ancora una base sociale?
In breve, regime e società sono troppo strettamente intrecciati per una rottura
improvvisa, almeno fino a prova contraria. In particolare, il livello locale non
deve essere trascurato quando si valuta la forza della Repubblica Islamica e la
natura dell’attuale conflitto, che non può essere ridotto alla domanda piuttosto
ingenua se un Pahlavi tornerà o meno al potere. Le elezioni municipali e persino
parlamentari a questo livello sono autenticamente competitive. Sono intrecciate
con le dinamiche locali e quindi possiedono una propria dimensione distinta,
relativamente indipendente dal regime, pur essendo in grado di innestarsi nelle
istituzioni esistenti, in particolare a livello di interessi agrari, che la
rivoluzione del 1979 ha infine riprodotto in larga misura, a causa della
mancanza della promessa riforma agraria, definitivamente abbandonata negli anni
Ottanta.
Oggi, molti iraniani, sebbene non “tutti” gli iraniani, sono in piazza, in
ranghi più compatti e apparentemente più diversificati socialmente rispetto al
movimento “Donne, Vita, Libertà”, e con richieste più radicali, o almeno più
generali e politiche, rispetto a quel movimento. Dalla fine della guerra contro
l’Iraq nel 1988, i movimenti di protesta si sono susseguiti. Pur essendo spesso
categoriali, queste crisi hanno comunque teso a ruotare attorno a tre o quattro
questioni principali: l’economia, le libertà, la giustizia e, sempre più a
partire dalla “Guerra dei Dodici Giorni” tra giugno e luglio 2025, la sicurezza.
Cosa ha scatenato l’attuale crisi? Il malcontento dei commercianti, le cui
attività e profitti sono stati ostacolati dalle incessanti fluttuazioni del
dollaro. I commercianti sono, di per sé, i principali beneficiari di un dollaro
in rialzo, che consente loro di speculare. Tuttavia, fluttuazioni eccessivamente
rapide o significative sul mercato dei cambi non devono paralizzare le
transazioni quotidiane, scoraggiandole o semplicemente rendendole impossibili,
il che diventa rapidamente catastrofico in un’economia dollarizzata, dove
persino il prezzo delle angurie è ancorato al dollaro. È il dollaro a dettare il
ritmo, molto più dell’oro, del petrolio o del mercato immobiliare.
Ma un altro fattore è entrato in gioco: un nuovo tentativo di unificare i tassi
di cambio – un tema ricorrente nell’aggiustamento strutturale dell’economia
iraniana dall’inizio degli anni Novanta – la cui attuazione vieta (o vieterebbe)
le transazioni speculative tra il tasso preferenziale concesso alle istituzioni
statali e ad alcuni attori o intermediari del mondo imprenditoriale legati a
queste istituzioni, e ai tassi di libero mercato applicati all’intera
popolazione. Alcuni importanti intermediari legati al sistema corporativo e ad
alcune istituzioni di regime, il cui potere è stato rafforzato grazie, in
particolare, alle sanzioni internazionali, avrebbero molto da perdere da una
simile riforma monetaria, che, fino ad ora, è sempre stata rinviata sotto la
pressione delle lobby e, naturalmente, in nome delle sofferenze di un popolo che
rappresenta sempre un comodo capro espiatorio quando si tratta di proteggere
questi interessi particolari.
Quest’anno, le proteste sono iniziate ad Alaeddine, il bazar di telefoni
cellulari e accessori, il prodotto di contrabbando per eccellenza, che viene
importato al tasso di cambio preferenziale, teoricamente riservato ai beni
essenziali, e poi rivenduto al tasso di libero mercato. Tutto ciò avviene sullo
sfondo di numerose cause legali intentate contro alcuni dei suoi commercianti,
in rappresentanza di importanti aziende internazionali come Nokia, Samsung e LG,
accusati di non aver fornito i servizi contrattuali, a danno dei loro clienti e
a vantaggio dei loro portafogli. I commercianti di Alaeddine hanno vetrine, ma
sono noti per lavorare a stretto contatto con reti commerciali illecite che,
tuttavia, non sono necessariamente separate da quelle dello Stato. Si potrebbe
quasi parlare di una guerra tra due reti di contrabbando, o almeno due reti
economiche informali: quella del bazar e quella del regime, con i suoi partner
opportunisti, come banche e varie aziende. Da un lato, probabilmente non
dovremmo attribuire al bazar di Alaeddine più importanza di quanto meriti, ad
esempio ricordando astoricamente che il bazar ha avuto un ruolo fondamentale in
tutti i grandi movimenti rivoluzionari, in particolare nella Rivoluzione
Costituzionale del 1906-1909 e nella cosiddetta Rivoluzione Islamica del 1979,
quasi a voler annunciare meglio l’inevitabile rovesciamento del regime – un
elemento su cui l’opposizione in esilio si aggrappa prontamente.
Il vero motore della mobilitazione delle ultime settimane è la crescente
frustrazione della popolazione per il deterioramento della situazione economica
e l’incapacità delle autorità di controllarla. Questa esasperazione è alimentata
dalle preoccupazioni per la sicurezza del Paese, dovute alle minacce israeliane
e statunitensi, e dalle violazioni sempre più intollerabili delle libertà
individuali. L’elemento decisivo della situazione è l’autonomia della piazza,
riconquistata con la contestazione dei risultati delle elezioni presidenziali
del 2009 e le successive proteste del Movimento Verde. Una parte dei leader del
movimento, incarcerati o agli arresti domiciliari, continua a esercitare
influenza politica e a rappresentare una sorta di potenziale opposizione, più o
meno in sintonia con le mobilitazioni popolari.
D’altra parte, è vero che il bazar è sempre stato in grado di mobilitare la
strada impiegando vari “colli grossi” (gardan koloft). Il più famoso in epoca
moderna fu Teyyeb Haj Rezai (1912-1963), a cui in passato ho dedicato una
ricerca. La sua roccaforte era il mercato ortofrutticolo nel sud di Teheran. Non
si può escludere che i “colli grossi” contemporanei, traendo profitto dai
guadagni inaspettati delle sanzioni internazionali, abbiano altre roccaforti,
meglio collegate all’economia globalizzata. Il movimento di protesta, persino le
rivolte, potrebbero allora assumere la forma di una “guerra dei gioiellieri”,
come si dice comunemente in Iran, in cui l’unico perdente è il cliente. La
storia iraniana è piena di episodi di questo tipo, ricchi di violenza,
tradimenti e drammatici capovolgimenti di fronte.
Una “guerra dei gioiellieri”?
In breve, non si può fare a meno di interrogarsi su potenziali protagonisti
diversi dai manifestanti che scendono in piazza a proprio rischio e pericolo, e
su possibili programmi diversi dalla condanna dell’alto costo della vita, dalla
denuncia della corruzione, dalla richiesta di giustizia e libertà, o persino da
un cambio di regime. Non è cospirazionismo mettere in discussione, negli eventi
attuali, il ruolo delle Guardie Rivoluzionarie, di attori di un mercato
finanziario fiorente – che non hanno mai nascosto la loro gioia nel vedere il
dollaro impennarsi e aumentare i loro profitti marginali, al punto da temere
l’unificazione dei tassi di cambio e la stabilizzazione monetaria – o persino
dei principali santuari di Qom e Mashhad, vere e proprie potenze economiche, e
delle reti di contrabbando nelle province di confine. Senza dimenticare gli
attori stranieri i cui omicidi mirati e attentati del 2025 hanno dimostrato di
avere legami con l’Iran stesso.
Nel frattempo, i manifestanti hanno adottato lo slogan, ripetuto fino alla
nausea, “Povertà, corruzione, alto costo della vita. Stiamo andando verso il
rovesciamento [della Repubblica Islamica]” (faqhr fesad gerouni, mirim ta sar
negouni). Da quanto sento quotidianamente sui social media, in particolare su
Clubhouse, che ha un seguito enorme, la soluzione politica sembra semplice,
almeno in teoria, ma i problemi rimangono senza soluzioni concrete: la
sicurezza, in un Paese assediato da nemici stranieri e traumatizzato dalla
“Guerra dei Dodici Giorni”; la ripresa economica; la giustizia; e le libertà.
Finché l’opposizione rimarrà divisa su tre punti di contesa – il posto
dell’Islam nel sistema politico, il rapporto con gli Stati Uniti e la questione
costituzionale, in altre parole, la questione della Guida Suprema – lo Stato
dovrà mantenere il controllo, per quanto sanguinoso, sul corso degli eventi e
ricevere l’approvazione o l’accettazione di una parte della popolazione, anche
se quella parte è pienamente consapevole della propria incompetenza o
corruzione.
Il movimento “Donne, Vita, Libertà” ha fatto capire al regime che non ha altra
scelta che allentare il controllo sulla vita privata dei cittadini. Almeno nelle
grandi città, indossare il velo non è più obbligatorio, di fatto, sebbene non
sia stata approvata alcuna legge in tal senso (e tanto più che non è mai
esistita una legge esplicita che lo rendesse obbligatorio). In parole povere, la
polizia si è arresa. Il profilo delle donne con account Clubhouse è rivelatore.
Molto spesso mostrano ritratti di se stesse senza velo, anche quando si trovano
in gruppi vicini al governo. Nelle zone franche del Golfo, in particolare
sull’isola di Kish, le donne vestono in modo meno conservativo che a Dubai. In
ogni caso, la questione del velo è stata senza dubbio sempre sopravvalutata
all’estero, poiché il suo obbligo non ha impedito, e potrebbe anzi aver
incoraggiato, la partecipazione delle donne alla sfera pubblica.
In risposta a questa protesta aperta, la repressione è diventata molto dura,
come dimostra l’elevatissimo numero di morti degli ultimi giorni. I servizi di
sicurezza si preparano a questo scontro da molti anni e sono esperti di
violenza. Ma, allo stesso tempo, forse mai prima d’ora il dibattito è stato così
aperto all’interno della Repubblica Islamica e con la sua opposizione, almeno
fino al blocco di internet. Su Clubhouse, si possono esprimere opinioni
altamente provocatorie su temi scottanti, nonostante molte delle stanze della
piattaforma siano controllate da attori del regime. Gli iraniani, sia quelli
all’interno del Paese che quelli della diaspora, “esperti” così come gente
comune e politici, giovani e anziani di entrambi i sessi, vi dedicano molto
tempo. Idee, e soprattutto invettive, circolano e permeano le onde radio, senza
che nessuno sappia cosa emergerebbe in caso di una vera e propria rottura
politica. Bisogna riconoscere che, nonostante la violenza del discorso
scambiato, Clubhouse funge da sostituto della società civile e ne compensa le
carenze. La prigione stessa contribuisce a questo fermento. Detenuti noti, come
Tadjazadeh, Mirhossein Moussavi e Bahareh Ranameh, inviano regolarmente le loro
dichiarazioni al mondo esterno, che gli ambienti politici si prendono poi il
tempo di discutere sui social media.
Una delle caratteristiche degne di nota di questo fermento intellettuale è che
non rifiuta necessariamente il quadro normativo islamico. Spesso, la Repubblica
Islamica non viene criticata per la sua esistenza in quanto tale, ma per la sua
esistenza inadeguata, errata o addirittura per aver tradito il “vero” Islam, in
particolare dal punto di vista della politica economica, della giustizia e delle
libertà pubbliche e private. Si invoca un Islam migliore, che rimane il
“problema legittimo della politica” (Pierre Bourdieu) per molti protagonisti –
un fatto che parte dell’opposizione esterna non riesce a comprendere – le
autorità iraniane non sono semplicemente composte da cattivi leader, ma anche da
cattivi musulmani. Vengono quotidianamente redarguiti facendo riferimento alla
tradizione del Profeta, ai suoi detti (hadith), al Nahj al-Balagheh (i detti e i
sermoni dell’Imam Ali) – un repertorio che il presidente Pezeshkian ha citato
frequentemente durante la sua campagna elettorale del 2024 – e anche ricorrendo
al fiqh, la legge islamica. Questa invocazione del “vero” Islam, quello di Ali
ibn Abi Talib, cugino di primo grado del Profeta, e non quello di Ali Khamenei,
lascia la porta spalancata a un dibattito che non risparmia più la persona e la
funzione della Guida Suprema. La sua dipartita è, in ogni caso, imminente e
inevitabile data la sua età, anche a prescindere dall’attuale movimento di
protesta. Inoltre, non c’è dubbio che l’imminenza di questa scadenza sia alla
base degli sconvolgimenti nella vita politica iraniana degli ultimi anni. In
effetti, all’interno del clero e negli ambienti di filosofia politica, il
dibattito è in corso dagli anni ’90 e 2000, in particolare per quanto riguarda
la natura personale o collegiale del velayat-faqih (ufficio del giudice). Le
questioni relative al suo status, alle sue prerogative costituzionali e alla sua
successione non sono più un tabù, nemmeno su Clubhouse. Uno degli effetti
paradossali della Repubblica Islamica è il silenzio imposto all’alto clero
riguardo agli affari politici, un fatto trascurato da coloro che attribuiscono
grande importanza alle dichiarazioni di alcuni membri di medio o basso rango,
fortemente ideologicamente motivati, e che li scambiano per portavoce del
regime.
Imprevedibilità rivoluzionaria
Una delle difficoltà nel comprendere gli eventi attuali è che sappiamo molto
poco dell’effettivo sostegno ai monarchici e ai Mujaheddin del Popolo
all’interno dell’Iran stesso. All’estero, l’opposizione rimane molto vaga sui
suoi programmi. Inoltre, la diaspora è ora in parte popolata da dissidenti del
regime, generalmente descritti come riformatori, ma che, in realtà, sembrano
rimanere strettamente legati alle sue reti. Tanto che non sappiamo nulla della
posizione che i potenziali successori della Repubblica Islamica assumerebbero su
questioni cruciali come la ripresa economica, i rapporti con gli Stati Uniti (e
soprattutto con Trump) e il ruolo dell’Islam e del clero – che non sono
necessariamente la stessa cosa – in un nuovo regime. È possibile che la
Repubblica Islamica sia indebolita e minacciata dall’esterno. È anche probabile
che gli iraniani ci penseranno due volte prima di sprofondare nell’abisso,
soprattutto se a spingerli in quella direzione è l’intervento straniero. Non
dimentichiamo che la rivoluzione del 1979 era nazionale, persino nazionalista,
prima di diventare islamica, e che questa fonte di legittimità non è affatto
esaurita. Non possiamo quindi escludere la possibilità che una forza interna al
regime costituito possa prendere il controllo sfruttando questa vena, anche se
ciò significa trovare un compromesso con il “Grande Satana”. Le Guardie
Rivoluzionarie sono, ovviamente, le prime che vengono in mente in questa
situazione, data la loro ascesa economica durata almeno due decenni. Ma non c’è
alcuna garanzia che vogliano prendere apertamente il potere che già controllano
dietro le quinte. Questo è particolarmente vero perché sono esse stesse divise,
soprattutto lungo linee generazionali.
Infine, per definizione, una vera rivoluzione non può essere pianificata. Nasce
da un’alchimia che le scienze sociali non comprendono facilmente, come hanno
dimostrato le previsioni in gran parte errate dei migliori specialisti del
1977-1979. Emerge sempre in modo contingente, senza preavviso, dalle profondità
di una società, a volte dando legittimità a idee o pratiche prima impensabili.
Il panorama è senza dubbio più cupo, oggi. Non ci si può che chiedere come siamo
arrivati a questo punto! Una domanda difficile, data la complessità della
situazione e le responsabilità coinvolte. Quindi, poniamo un’altra domanda. Il
cambiamento politico, da solo, in una società così polarizzata, può produrre un
miracolo diverso da una sanguinosa purificazione? Per la mia generazione, che ha
partecipato alla rivoluzione e ne è stata orgogliosa, senza sottoscrivere il
regime che ne è emerso, la speranza è che le attuali forze politiche possano
dialogare senza ricorrere alla violenza, portando alle profonde trasformazioni
necessarie. L’Iran appartiene a tutti gli iraniani che hanno vissuto le sue
crisi, le sue divisioni, la guerra, le sanzioni internazionali e che hanno
lottato per la sua integrità.
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Fariba Adelkhah è un’antropologa franco-iraniana. Nata a Teheran nel 1959, è una
ricercatrice del Centre de recherches internationales a Sciences Po di Parigi.
Arrestata in Iran nel giugno del 2019, e accusata di «attentato alla sicurezza
nazionale della Repubblica islamica» è stata imprigionata per più di un anno e
poi rilasciata con un braccialetto elettronico e quindi nuovamente detenuta
nella prigione di Evin dal gennaio 2022 al febbraio 2023. È rientrata in Francia
solo nell’ottobre del 2023. A questa terribile esperienza ha dedicato il libro
«Prisonnière a Teheran» (Seuil, 2024)
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L'articolo Che succede in Iran? proviene da Comune-info.