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Nei fumi di un incendio che non abbiamo appiccato
QUELLO CHE ACCADE A MADRID, TIRANA, PARIGI, ATENE E MILANO APRE UNA CREPA NEL TEMPO DELLA GUERRA? BIFO SU NERO EDITIONS DICE CHE SI TRATTA DI TENTARE DI RICOMPORRE CORPO E CERVELLO, ANCHE SE NON SAPPIAMO SE SIA POSSIBILE FARLO PACIFICAMENTE. CI SONO ALMENO DUE PASSAGGI IMPORTANTI PER TENTARE QUELLA STRADA. IL PRIMO: INTERESSARSI A GENERARE SOCIALITÀ ALTERNATIVE E COSTRUIRE COMPLICITÀ TRA QUESTE, CHE SIGNIFICA ANCHE TORNARE A IMMAGINARE INSIEME ALTRI MONDI, PERCHÉ L’IMMAGINAZIONE COLLETTIVA È IN GRADO DI ORIENTARE LE ENERGIE COLLETTIVE. IL SECONDO: CHIEDERSI COME FAVORIRE, QUI E ORA, L’AUTORGANIZZAZIONE DEI SAPERI FUORI DAL DOMINIO DELLA FINANZA E DELLA GUERRA. SAREMO IN GRADO DI FARLO? BASTERÀ? Liceo scientifico Plinio di Roma occupato. Foto di Collettivo “20 Novembre” Plinio S. -------------------------------------------------------------------------------- L’autunno mediterraneo, da Madrid a Tirana, da Parigi ad Atene a Milano, è turbolento e gravido di minacce. Ma laddove sta il pericolo, qualche volta, si trova la salvezza. Qualche volta, non sempre. Di fronte al futuro di guerra che stanno preparando, di fronte al saccheggio delle risorse sociali destinate ad alimentare il riarmo, l’Europa mediterranea reagisce. Una studentessa di Milano inalbera un cartello con su scritto: Soldi alle scuole non alla guerra. In questo contesto dobbiamo capire il senso della rivolta della generazione zeta (ultima lettera dell’alfabeto). Guardando le immagini dei riot di Milano,  cui non ho potuto partecipare per via di patologie polmonari che mi impediscono di annusare i lacrimogeni, mi sono venute in mente varie scene del passato prossimo e lontano. Cinquanta anni fa Prima di tutto mi è venuto in mente il 7 dicembre 1976, quando migliaia di ragazzi degli allora nascenti centri sociali arrivarono dall’immenso hinterland milanese e saccheggiarono doverosamente il centro cittadino. Fu l’inizio del movimento che culminò poi l’11 e 12 marzo con le  rivolte di Bologna, Roma, Milano e un po’ dovunque. Quel 7 dicembre del ‘76 ero a Milano per seguire gli eventi, e a metà pomeriggio dei poliziotti mi fermarono e mi portarono in questura dove passai molte ore  in attesa del rilascio, in un grande salone affollato di altri fermati. Avevo con me il registratore Naga di Radio Alice e registrai un po’ le voci degli altri fermati. Nella tradizione di sinistra quei ragazzi dell’hinterland erano considerati dei lumpen proletari, ma per noi erano parte di un emergente movimento in cui la condizione studentesca e quella operaia si fondevano. C’era la vaga percezione di essere coinvolti in un processo che andava verso la liberazione della vita dalla schiavitù del lavoro salariato. Ma non andò come volevamo: il sapere e la tecnologia che per noi potevano diventare strumenti di liberazione, vennero espropriati da una minoranza, e sottoposti all’interesse del profitto, contro l’interesse collettivo. Un infame personaggio che allora faceva il Ministro degli Interni, e venne poi nominato Presidente con il voto degli stalinisti ha scritto: “Io ho stroncato definitivamente l’autonomia: mandando i blindati a travolgere i cancelli dell’Università di Roma e rioccuparla dopo la cacciata di Lama; poi inviando a Bologna, dopo la morte di Lorusso, i blindati dei carabinieri con le mitragliatrici accolti dagli applausi dei comunisti bolognesi. Tollerammo ancora il convegno di settembre; poi demmo l’ultima spazzolata, e l’autonomia finì”. L’autunno della convulsione Ecco allora che mi viene in mente una seconda scena molto più vicina ai nostri tempi: Santiago del Cile, anno 2019. È l’anno del film Joker di Tod Phillips: un fantastico conturbante Joaquim Phoenix mette in scena la sofferenza psichica, la solitudine metropolitana e l’esplosione di violenza irragionevole di Arthur Fleck, clown licenziato, affetto da depressione e un po’ schizoide che ammazza tre giovanotti della classe finanziaria suscitando l’ilarità della platea. Quella violenza è certamente irragionevole, ma come non capirla, tanto più che alla fine del film scatena una rivolta memorabile. Al cinema ci parve divertente, però non dimentichiamo che quella stessa sofferenza può avere effetti catastrofici, come l’elezione di uno squilibrato alla presidenza americana. Nell’autunno del 2019 molte città del mondo, da Santiago del Cile a Hong Kong, da Quito a Teheran da Barcellona a Londra parvero scosse da una convulsione contemporanea ma sprovvista di una strategia comune. L’estallido dell’autunno 2019 non era l’inizio di una rivoluzione, non aveva né un sentimento comune né un programma di trasformazione per il futuro. Era la convulsione di un corpo troppo a lungo compresso. Dopo quaranta anni di accelerazione neo-liberale del ritmo della produzione dell’informazione e del consumo, dopo tre decenni di iper-stimolazione digitale e connettiva, il corpo collettivo entrò in una una specie di convulsione, la reazione dell’organismo a un’accelerazione del ritmo, lo spasmo muscolare che può essere doloroso e può condurre l’organismo al collasso, e in seguito alla paralisi. In quello stesso anno, oltre al sublime Joker di Todd Philipps ricordo di aver visto altri due film che mi parvero un segno del ciclo accelerazione-convulsione-collasso che si stava svolgendo nel mondo reale. Il film di Ken Loach Sorry we missed you, era un racconto della condizione di lavoro precaria super sfruttata, e delle conseguenze di esaurimento nervoso, di umiliazione di rabbia impotente. Un padre di famiglia corre tutto il giorno su un camioncino per consegnare merci, costretto a fare la pipì nella bottiglia, finché viene aggredito da una banda di ladruncoli che gli portano via la mercanzia da consegnare. Il secondo film di cui mi ricordo è Parasite, del coreano Bong Joon-ho, in cui si assiste a un crescendo di inganni e di violenza, in una situazione di competizione sociale priva di ogni spazio di solidarietà, priva di capacità di rivolta o di coscienza. Dopo la convulsione, il collasso Dopo la convulsione dell’autunno 2019 arrivò il collasso. All’inizio dell’anno seguente, in effetti, il mondo fu paralizzato da una pandemia prodotta da un agente info-virale che riuscì a bloccare l’attività economica, e l’accelerazione costante dell’attività sociale. Ci si poteva finalmente rilassare. Nel lungo periodo di lockdown e di distanziamento sociale molti si illusero che lo shock avrebbe favorito l’abbandono delle politiche liberiste che avevano depotenziato la sanità pubblica, e avevano reso fragile l’organismo collettivo. Per esempio molti aspettavano l’abbandono dei programmi neoliberali che avevano tagliato i finanziamenti alla sanità pubblica per favorire il sistema sanitario privato. Si attendeva l’uscita dal tunnel pandemico come condizione per una nuova politica sociale nel senso della solidarietà. Ci sbagliavamo completamente: all’uscita dal tunnel pandemico cosa abbiamo trovato? La guerra. Per riaffermare il predominio di una minoranza bianca e di un sistema di rapina finanziaria, il potere globale ha messo in moto la macchina della guerra. In nome del riarmo si distrugge definitivamente la società, si riduce la spesa per la scuola, si invitano i giovani a prepararsi a uccidere e a farsi uccidere. In nome della guerra si abbandonano le timide politiche green, e si riprende ad avvelenare l’aria la terra e il mare. Il genocidio è divenuto spettacolo quotidiano. A Gaza sparano su folle di ragazzi che chiedono pane, che chiedono acqua da bere. I tagli agli aiuti umanitari avviano un genocidio su scala planetaria. Nulla è ragionevole quando si cancella la ragione È del tutto comprensibile che ai margini della società che prepara la guerra monti l’esasperazione. La generazione senza futuro ha tutte le ragioni di rivoltarsi. Un tempo si rivendicava un futuro migliore. Ora l’idea di un futuro migliore fa ridere. È cosa nota che la generazione che qualcuno ha avuto l’impudenza di mettere al mondo è destinata a respirare un’aria irrespirabile (in questi giorni la rivolta dei giovani indonesiani nasce dalla rabbia per gli incendi che bruciano l’arcipelago affumicando l’aria delle città). «Se bruciamo noi, bruciate anche voi!», recitava uno striscione di protesta esposto da un manifestante a Giacarta. «Ho il diritto di respirare. Spegnete subito gli incendi», gridava un altro striscione. Ma nessuno è capace di spegnere l’incendio che rende tossica l’aria che respiriamo. Il 15 febbraio del 2019 milioni di ragazzi scesero in strada in tutto il mondo per chiedere che qualcuno spegnesse l’incendio, o almeno smettesse di appiccarlo. Greta Thunberg avvertiva: il tempo sta per scadere. Qual è stata la risposta delle classi dirigenti? Guerra contro i civili e contro l’ambiente, petroliere che sversano petrolio nel mare, immense nubi di materiali tossici per sterminare popolazioni inermi. “Drill baby drill” grida il presidente arraffando milioni di dollari. Dovremmo meravigliarci se i ragazzi scendono in strada gridando: “Ci avete rovinato il futuro, ve la facciamo pagare”? Un anno fa molti di quei ragazzi protestavano contro il genocidio a Gaza. Ma il genocidio è continuato. E allora qualcuno di loro può avere pensato: ogni giorno vediamo sugli schermi che ammazzate dei ragazzi e dei bambini. I prossimi saremo noi. Ve la facciamo pagare in anticipo. È ragionevole? Nulla è ragionevole, quando le condizioni per la ragione sono cancellate in nome del profitto e della guerra. È possibile ricomporre il corpo e il cervello collettivo? Ma torniamo al 2019. In quell’autunno dell’estallido cileno assistemmo all’insorgere convulso di un corpo sociale separato dal cervello, una rivolta senza progetto che rifluì mentre la politica si rivelava incapace di tradurre la rivolta. La riforma costituzionale venne bocciata, e alla fine i fascisti hanno vinto le elezioni. Dovremmo trarne una lezione: il progetto da perseguire è quello di una ricomposizione di corpo e cervello. Senza un processo di autorganizzazione del lavoro cognitivo l’insurrezione dei corpi non può che risolversi in una reazione fascistoide. Gli attivisti che protestano contro i data center nell’entroterra di Milano sono consapevoli del fatto che occorre sottrarre alle corporation private le potenze del sapere, e farne patrimonio comune. Ma è possibile l’autorganizzazione del sapere fuori dal dominio della finanza e della guerra, nella stretta che si prepara? È possibile un pensiero collettivo, quando il corpo sociale è frammentato e incapace di unità e di strategia? La migrazione ha cambiato la composizione sociale della metropoli, ha creato condizioni di conflitto tra i poveri e gli emarginati. Ricordando Macao Solo i centri sociali hanno tentato di creare luoghi di ricomposizione. Ma non è sempre stato facile. Ricordo il modo in cui concluse nel 2021 l’esperienza milanese di Macao, forse il centro sociale che, nato nel 2012, era andato più avanti nel tentar di tenere insieme marginalità sociale, artisti, lavoro cognitivo. Rivolta e intelligenza strategica. Gli occupanti di Macao decisero di abbandonare la palazzina in cui avevano vissuto e sperimentato per un decennio quando si resero conto che l’ambiente intorno a loro si era fatto pericoloso per la presenza di marginali, in parte stranieri, che non intendevano riconoscersi in un progetto comune e solidale, ma soltanto esprimere il loro disperato bisogno in forma violenta. Quando gli occupanti di Macao si resero conto che il confronto con la marginalità poteva diventare violento, preferirono lasciare. Uno di loro dichiarò: “C’è un limite che non intendiamo superare, che non fa parte della nostra storia né del nostro linguaggio. Non siamo bravi a fare paura. Ci interessa generare alleanze e socialità alternative, costruire complicità e forza, immaginare altri mondi: queste sono le cose che sappiamo fare”. Dovremmo riprendere la riflessione da quel punto. Nel frattempo coloro che hanno favorito la catastrofe, coloro che hanno sottratto risorse alla scuola per spostarle verso il profitto e la guerra si affollano dietro uno striscione che promette: “Vi reimmigreremo tutti”. Sono farabutti, per il loro interesse sono pronti a distruggere ogni vestigio di democrazia e di vita sociale. Non so Ci sono tante cose che non so. Non so se riusciremo ad evitare una stretta ulteriore delle politiche securitarie che aumentano la tensione invece di curarla. Non so se sia possibile perseguire un progetto di pacifica ricomposizione del corpo e del cervello sociale. E per finire non so cosa vuol dire un cartello che una ragazza inalberava nella piazza di Milano. “Cielo artificiale veleno reale”. Dicono che si tratta di parole che denunciano le scie chimiche, ma per me quelle parole vogliono dire molte altre cose. Sono parole ambigue, ironiche, poetiche, perciò le possiamo interpretare un po’ come ci pare. Per me vogliono dire che la potenza della tecnologia, dell’intelligenza separata dal suo corpo sta intossicando la mente e avvelenando il territorio. Solo un movimento capace di restituire all’intelligenza collettiva quello che è stato creato dall’intelligenza collettiva potrà dare ossigeno a un corpo che sta soffocando. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nei fumi di un incendio che non abbiamo appiccato proviene da Comune-info.
October 21, 2026
Comune-info
Accoglienza non integrazione. Ma infuria il polverone…
… infuria il polverone di governo e cattivo giornalismo su scuola, burqa, nulla e tutto. La mitologica sinistra però non sa bene che dire. Giuseppe Faso interviene sul decreto-legge 170 del 30 settembre 2026 (*) . Il fine non giustifica mai i mezzi (figuriamoci quando lui è menzognero e loro violenti)     Proviamo a mettere al centro dell’attenzione l’acquisizione
October 14, 2026
La Bottega del Barbieri
Smisurata preghiera della vetrina
di Mauro Armanino Da Piazza Banchi a Fabrizio De André, l’acciuga che nuota in direzione ostinata e contraria diventa immagine delle resistenze quotidiane: contro la guerra, la rassegnazione e l’anestesia …
Abbiamo perso la possibilità di autonomia della mente
NEGLI ULTIMI GIORNI SONO APPARSI SU COMUNE TRE STIMOLANTI ARTICOLI SULLA COSIDDETTA INTELLIGENZA ARTIFICIALE: L’AMARO CALICE (FRANCO BERARDI BIFO), IL CALICE CONDIVISO. PER UN’AI COME BENE COMUNE? (STEFANO LENA) E UMANITÀ E NUOVE TECNOLOGIE (RINO MALINCONICO). QUI UNA NUOVA NOTA DI BIFO -------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Ho letto i due testi – Il calice condiviso. Per un’AI come bene comune? (Stefano Lena) e Umanità e nuove tecnologie (Rino Malinconico) – e ringrazio Stefano e Rino per averli scritti. Sembra che io mi sia messo nell’antipatica posizione del cattivo e che devo avere per forza un piglio un po’ severo, e ribadire malefiche profezie (posizione imbarazzante, lo ammetto, ma me la sono andato a cercare e me lo merito). La risposta di Stefano è molto interessante, e su molti punti credo che abbia più ragioni lui che Doctorow.  L’automa cognitivo (quella che abitualmente si chiama Intelligenza artificiale è in ultima analisi l’automa capace di simulare e sostituire l’intelligenza umana) potrebbe avere funzioni utili piuttosto che funzioni distruttive. Ma perché questo accada occorre una cosa molto semplice ma in verità molto complicata: l’autonomia della soggettività sociale dall’interesse del Capitale. Questa autonomia, a mio (meditato) parere, non è più nell’ordine del possibile per ragioni politiche, strutturali, tecniche, e soprattutto cognitive. Il secolo ventuno non conosce più l’alternativa sociale al capitalismo perché non conosce più la possibilità di autonomia della mente. La sconfitta del movimento operaio (avvenuta nel ventesimo secolo) non è stata un incidente di percorso… è stata l’ultima possibilità di emancipazione della razza umana dalla tanatopolitica del capitale. Quell’ultima possibilità è andata a finire come sappiamo, per ragioni che andrebbero approfondite (se ne avessimo il tempo): tradimento strategico della sinistra, precarizzazione del lavoro, decomposizione sociale prodotta dalla grande migrazione… In assenza di una soggettivazione autonoma, la tecnologia è nelle mani del profitto e della guerra. Quando dico “soggettività” intendo prima di tutto: che ne è della mente collettiva? Anche qui la mia risposta è antipatica, la mente collettiva è già stata riformattata: siamo di fronte alla disintegrazione dell’attenzione per effetto dell’accelerazione del flusso, alla cancellazione della memoria vivente per effetto della frammentazione del tempo e dell’appiattimento sull’istante. Non si tratta di minacce per il futuro, si tratta di quel che è già accaduto negli ultimi due decenni, e le conseguenze sono già in via di dispiegamento. Il lavoro vivo della mente è sottomesso al capitale tecnologico. Il cervello umano è per gran parte (nella generazione emergente) dipendente dall’automa. Probabilmente è tutta colpa mia: non sono più in grado di immaginare un futuro perché è svanita in me la simpatia per il genere umano. L’ho detta grossa, no? Ma è così. Dopo Auschwitz era possibile pensare che il genere umano sarebbe divenuto umano, e che il femminile avrebbe prevalso sull’istinto di dominazione. Dopo Gaza non è più possibile. E mi pare che questa antipatia per il genere umano ormai sia quel che di meglio c’è in circolazione. L’evidente intenzione maggioritaria di non riprodurre il genere umano ne è la prova. E i bambini mi chiederà qualcuno? Per i bambini provo compassione perché sono vittime dell’egoismo riproduttivo (che per fortuna regredisce), e futuri carnefici per vendetta. Mi pare che l’inconscio femminile stia maturando una intenzione: piuttosto che così, meglio niente. Simpatia per il nulla? Lo confesso, anche se so che sarò accusato di nichilismo. Ma non ho più paura di quell’accusa, forse perché il nulla è il mio prossimo futuro. [Franco Berardi Bifo] [Forse con questa nota alcuni lettori di Comune, cui sto già abbastanza antipatico, finiranno per detestarmi. Ma io gli voglio bene lo stesso] -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: Pensiero e immaginazione [Giorgio Agamben] Quella nuova morte in vita toccata alla donna [Lea Melandri] Della creazione e dell’Ai nel tempo della fine dell’umano [Paolo Mottana] Gli algoritmi non hanno vita propria [Raúl Zibechi] Alexa e le altre [Stefano Rota] La retorica dell’innovazione [Sara Gandini e Paolo Bartolini] Decrescita digitale nell’era dell’intelligenza artificiale Big Tech [SP e DL] -------------------------------------------------------------------------------- Franco Berardi Bifo ha aderito alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- . . . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Abbiamo perso la possibilità di autonomia della mente proviene da Comune-info.
September 12, 2026
Comune-info
Il calice condiviso. Per un’AI come bene comune?
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Boitumelo su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- L’articolo L’amaro calice di Franco Berardi Bifo descrive con lucidità molti dei rischi dell’epoca che stiamo attraversando: concentrazione del potere tecnologico, delega sistematica di competenze cognitive, progressiva ibridazione tra umano e macchina, uso militare dell’intelligenza artificiale, giganteschi investimenti finanziari forse non sostenibili. È una diagnosi severa e, in buona parte, condivisibile. Il punto su cui vale la pena discutere è la conclusione che Bifo ne trae, perché da quegli stessi fenomeni si può ricavare una deduzione diversa. L’intelligenza artificiale che osserviamo oggi è certamente plasmata da un capitalismo tecnologico fortemente concentrato, da interessi geopolitici e militari e da modelli economici fondati sull’estrazione di dati e attenzione. Ma non è evidente che queste caratteristiche appartengano necessariamente all’AI. C’è un passaggio, nell’argomentazione di Bifo, che ritorna più volte: ciò che sta accadendo tende a diventare ciò che deve accadere. La militarizzazione diventa il destino dell’AI. La delega cognitiva diventa disattivazione inevitabile del pensiero. La concentrazione economica diventa appropriazione definitiva del general intellect. La produzione simbolica artificiale diventa preludio alla scomparsa dell’umano. È proprio questa trasformazione della contingenza in necessità che vorrei mettere in discussione. Non per negare il rischio, ma il rischio esiste proprio se esistono ancora alternative. La Chiesa è contro il paradigma tecnocratico, non contro l’AI Un punto di partenza interessante è proprio l’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV, da cui prende le mosse anche Bifo. L’enciclica formula una critica molto netta al paradigma tecnocratico: la convinzione che tutto ciò che può essere tecnicamente realizzato debba essere realizzato e che efficienza, ottimizzazione e controllo costituiscano criteri sufficienti per organizzare la società. Ma non identifica la tecnologia con quel paradigma. Al contrario, riconosce esplicitamente il valore del progresso tecnico e concentra la propria critica sulla distribuzione del potere, sui fini che orientano la tecnologia e sulle istituzioni che possono governarla. A mio parere è un passaggio decisivo. Quando parla della destinazione universale dei beni, Magnifica Humanitas include esplicitamente, al §67, tra le nuove forme di proprietà brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche e dati, e considera problematico che questi beni restino concentrati nelle mani di pochi quando mancano adeguate forme di condivisione e di accesso. Sul tema specifico dell’AI l’enciclica va ancora oltre. Ai §§108–109 afferma che la proprietà dei dati non può essere lasciata soltanto ai privati, invita a immaginare forme per gestirli come beni comuni o collettivi e collega la destinazione universale dei beni alla ricerca di un accesso universale alle tecnologie e alla formazione. Al §110 chiarisce inoltre che «disarmare» l’AI non significa rinunciare alla tecnologia, ma sottrarla alla logica della competizione armata, economica e cognitiva e alla concentrazione monopolistica del potere. La distinzione è sottile ma fondamentale: il problema non è necessariamente l’AI, il problema è chi la possiede, chi ne decide i fini, secondo quali incentivi viene progettata e chi ha il potere di utilizzarla. Da questa prospettiva il contrario della tecnocrazia non è l’abbandono della tecnologia ma la sua democratizzazione. Criticare il tecno-capitalismo non significa accettarne l’inevitabilità La concentrazione di potere denunciata da Bifo non è immaginaria. Pieter Verdegem definisce l’“AI capitalism” attraverso la commodificazione e l’estrazione dei dati, la concentrazione nell’accesso al talento AI e alla capacità computazionale e le dinamiche di monopolizzazione che ne derivano. Propone il paradigma dei commons come alternativa per ripensare proprietà, governance e distribuzione del valore. Anche la letteratura più specificamente politica mostra che una parte importante dell’élite tecnologica non considera affatto la tecnologia come un semplice strumento. James Rushing Daniel ha analizzato la retorica messianica con cui Peter Thiel interpreta e propone una trasformazione dell’ordine capitalistico. Ali Riza Taşkale interpreta le visioni di Thiel, Elon Musk e Marc Andreessen come una traduzione di immaginari fantascientifici in strategie e forme di governance che incidono sui rapporti di potere reali. Questa critica rafforza, non indebolisce, parte della diagnosi di Bifo, ma conduce anche a una domanda diversa: se il problema è una particolare concentrazione di potere economico, tecnologico e politico, perché dovremmo considerarla una proprietà intrinseca della tecnologia invece che un regime storico della tecnologia? L’oligopolio non è una legge dell’informatica. La sorveglianza non è una proprietà matematica dei transformer. Il monopolio del compute non è un requisito ontologico dell’intelligenza artificiale. Sono configurazioni economiche, industriali e politiche. E ciò che è politicamente costruito può almeno in principio essere politicamente trasformato. L’AI è essenzialmente una tecnologia di guerra? Qui la tesi di Bifo merita una verifica più diretta. Che l’intelligenza artificiale sia ormai una tecnologia strategica e militare è difficile da contestare. Sistemi autonomi, intelligence, targeting, cyberwarfare, sorveglianza, logistica e analisi dei dati fanno dell’AI una componente sempre più importante dell’apparato militare contemporaneo. Il problema nasce quando da questo si passa ad affermare che le risorse necessarie allo sviluppo dell’AI provengano “quasi esclusivamente” dal sistema militare e che le sue applicazioni essenziali siano militari. È la formulazione utilizzata da Bifo. I dati disponibili raccontano una realtà più complessa. Secondo lo Stanford AI Index 2026, nel solo 2025 gli investimenti privati statunitensi nell’AI hanno raggiunto 285,9 miliardi di dollari. Nello stesso rapporto, l’industria risulta aver prodotto oltre il 90% dei modelli di frontiera considerati rilevanti; l’adozione organizzativa dell’AI ha raggiunto l’88% e il valore annuo stimato degli strumenti di AI generativa per i consumatori statunitensi è arrivato a 172 miliardi di dollari all’inizio del 2026. Questi dati non dimostrano affatto che la dimensione militare sia marginale. L’AI è una tecnologia dual-use: ricerca pubblica, procurement statale e militare, competizione geopolitica, cloud, chip e mercato privato possono alimentarsi reciprocamente. La presenza di impieghi civili non esclude quindi un ruolo strutturale degli interessi militari e strategici. Ridimensionano però la formulazione più forte di Bifo: che le risorse dell’ecosistema AI provengano «quasi esclusivamente» dal sistema militare e che il suo valore d’uso sia essenzialmente la guerra. I dati mostrano almeno un ecosistema molto più composito, nel quale capitale privato, industria civile, ricerca pubblica e impieghi militari interagiscono. Esiste inoltre già un valore d’uso civile massivo e misurabile: ricerca scientifica, medicina, educazione, sviluppo software, accesso all’informazione, attività professionali e una quantità crescente di processi economici. Questo non neutralizza la militarizzazione, ma impedisce di identificarla con l’intero valore d’uso della tecnologia. Disarmare l’AI, allora, non significa fingere che il suo uso militare non esista, significa impedire che la logica militare diventi il paradigma che ne determina sviluppo, priorità e controllo. E questa distinzione è importante proprio perché apre uno spazio politico: se l’AI fosse per essenza una tecnologia di guerra, non ci sarebbe molto da governare. Se invece la militarizzazione è una delle possibili traiettorie del suo sviluppo, allora quella traiettoria può essere contrastata. E la bolla? C’è poi la questione finanziaria. Bifo, seguendo Cory Doctorow, interpreta l’attuale corsa all’AI come una possibile bolla. È plausibile che valutazioni, investimenti infrastrutturali e aspettative di rendimento possano rivelarsi eccessivi; non possiamo però considerare già dimostrato né che l’intero settore costituisca una bolla né quale sarebbe la sua dimensione. Non sarebbe, in ogni caso, la prima volta che una trasformazione tecnologica reale viene accompagnata da una forte componente speculativa. Ma sono due domande differenti. La prima è: oggi le aziende e le soluzioni dell’AI valgono realisticamente quanto gli investimenti fatti? La seconda è: l’AI produce capacità e utilità reali? Una risposta negativa alla prima non determina automaticamente una risposta negativa alla seconda. Gli stessi dati dello Stanford AI Index mostrano contemporaneamente una crescita eccezionale degli investimenti, un’adozione organizzativa arrivata all’88% e un valore economico percepito dagli utenti già misurabile. Questo non dimostra che le valutazioni finanziarie siano sostenibili, ma rende difficile far coincidere una possibile sopravvalutazione del capitale con l’assenza di utilità della tecnologia. Una eventuale correzione finanziaria potrebbe quindi dirci molto sul modo in cui il capitale ha valutato l’AI ma direbbe assai meno sull’utilità della tecnologia in sé. Anche qui occorre evitare di trasformare la critica a un determinato regime economico in una definizione ontologica della tecnologia che quel regime sta finanziando. L’AI come diritto universale e bene comune Proprio da questa critica alla concentrazione stanno emergendo, nella ricerca e nel dibattito istituzionale, filoni diversi ma convergenti: l’AI come infrastruttura sociale, la proposta di diritti di partecipazione e accesso, i Digital Public Goods, i commons e la public AI. Sono categorie differenti — politiche, istituzionali e giuridiche — e non vanno trattate come sinonimi; condividono però l’idea che sviluppo e accesso all’AI non debbano essere governati esclusivamente dal mercato e dalla proprietà privata. Il position paper TheRighttoAI, pubblicato nei Proceedings di ICML 2025, propone concettualmente un “Right to AI”: individui e comunità dovrebbero partecipare in modo significativo allo sviluppo e alla governance dei sistemi che incidono sulla loro vita. Si ispira al “diritto alla città” di Henri Lefebvre e tratta l’AI come infrastruttura sociale. Non descrive un diritto giuridico già riconosciuto né un diritto individuale ad accesso gratuito e illimitato a qualsiasi modello. Il preprint Should AI Be come an Intergenerational Civil Right? compie un passo ulteriore e propone di riconoscere l’accesso all’AI come diritto civile intergenerazionale, collegando equità di accesso, sostenibilità energetica, rete e capacità computazionale. È una proposta normativa e di ricerca, non la descrizione di un diritto già riconosciuto dal diritto internazionale o dagli ordinamenti nazionali. Nel 2026 United Nations University, Asian Development Bank e UN Office of Digital and Emerging Technologies hanno pubblicato AI Systems as Digital Public Goods. Il report non dichiara che l’AI sia già un bene pubblico digitale: rileva che oggi pochissimi sistemi soddisfano in pratica il DPG Standard e analizza le condizioni di apertura, accountability, salvaguardia, capacità locale, finanziamento ed equità necessarie perché alcuni sistemi possano diventarlo. Altri lavori sviluppano tasselli complementari. Huang e Siddarth analizzano il rapporto tra modelli generativi e digital commons; Chan, Bradley e Rajkumar propongono un public data trust che attribuisca ai cittadini una parte del potere decisionale e redistribuisca, secondo il modello proposto, una quota del valore economico associato ai dati; Tan e colleghi sostengono che l’open source, da solo, non democratizzi l’AI se compute, post-training, deployment e oversight restano concentrati, e propongono per questo una public AI sostenuta da infrastrutture e istituzioni pubbliche. Nessuna di queste proposte dimostra che un’AI comune e democratica nascerà inevitabilmente, né che esista già un diritto universale all’AI. Dimostrano però qualcosa di più modesto e, per questa discussione, sufficiente: esistono modelli accademici e istituzionali concretamente elaborati per organizzare accesso, proprietà e governance in modo diverso dall’attuale concentrazione proprietaria. L’attuale modello proprietario non è l’unicomodello pensabile. Disattivazione cognitiva: un rischio reale, non una legge naturale Uno dei punti più forti di L’amarocalice riguarda la delega cognitiva. Se affidiamo alle macchine la scrittura, la memoria, la ricerca, il ragionamento e progressivamente anche la decisione, non rischiamo di perdere proprio le capacità che deleghiamo? Il rischio esiste. Uno studio presentato a CHI 2025 ha raccolto da 319 knowledge worker 936 esempi di prima mano sull’uso dell’AI generativa in attività lavorative. È una survey basata su resoconti auto-riferiti: trova che una maggiore fiducia nella GenAI è associata a un minore esercizio del pensiero critico auto-riferito, mentre una maggiore fiducia nelle proprie capacità è associata all’effetto opposto. Non dimostra quindi una perdita cognitiva causale, generale o permanente. Lo stesso studio contiene però un’altra informazione importante: qualitativamente, il lavoro critico non scompare necessariamente, ma tende a spostarsi verso verifica delle informazioni, integrazione delle risposte e supervisione del compito. Soprattutto, altri esperimenti mostrano che risultati diversi sono possibili. Un trial randomizzato pubblicato su Scientific Reports nel 2025 ha confrontato, in uno specifico corso universitario di fisica, un tutor AI progettato secondo principi pedagogici espliciti con lezioni in aula basate su active learning. In quel contesto gli studenti hanno ottenuto maggiori guadagni di apprendimento in meno tempo e hanno riferito maggiore coinvolgimento e motivazione. È una controprova causale importante, ma circoscritta a quello specifico design e contesto didattico. I due risultati non si contraddicono. Il punto è questo: gli effetti cognitivi dell’AI non sono uniformi e dipendono almeno dal compito, dal grado di affidamento dell’utente, dal design del sistema, dal contesto e dalla quantità di delega. Un sistema progettato e usato per sostituire sistematicamente lo sforzo cognitivo può favorire dipendenza e passività. Un sistema progettato per provocare domande, fornire feedback, sostenere la verifica e strutturare l’apprendimento può invece, in determinati contesti, migliorare risultati e coinvolgimento. La “disattivazione cognitiva” non è quindi una fantasia, ma non è neppure una legge naturale dell’intelligenza artificiale. La “disattivazione cognitiva” va quindi trattata come un rischio reale e condizionato, non come un esito uniforme o una legge naturale dell’intelligenza artificiale. Produzione simbolica e mutazione antropologica Bifo coglie però un punto ancora più profondo. Per la prima volta una parte crescente della produzione di testi, immagini, musica, codice e altri oggetti simbolici può essere affidata a sistemi non biologici. Questo modifica inevitabilmente il nostro ambiente cognitivo e negarlo sarebbe inutile. Ma anche qui esiste una differenza tra trasformazione e sostituzione. La scrittura ha trasformato la memoria umana. La stampa ha trasformato la trasmissione del sapere. Le reti digitali hanno trasformato attenzione, comunicazione e accesso all’informazione. L’AI probabilmente trasformerà ancora più profondamente il rapporto tra produzione, conoscenza e decisione. La domanda decisiva non è allora se l’AI ci trasformerà, è chi decide la forma di quella trasformazione. Se lasciamo che essa sia determinata esclusivamente dalla competizione tra corporation, dalla massimizzazione dell’engagement, dalla sostituzione del lavoro, dalla sorveglianza e dalla superiorità militare, la mutazione descritta da Bifo diventa perfettamente plausibile. Ma questo è precisamente il motivo per cui la questione dell’AI è politica. Non siamo davanti soltanto a una nuova macchina. Siamo davanti alla costruzione di una nuova infrastruttura cognitiva. Acqua, petrolio e AI: perché il calice può essere condiviso Qui può essere utile un paragone volutamente semplice. Perché l’acqua è stata progressivamente riconosciuta come diritto umano e spesso pensata come bene comune, mentre il petrolio viene trattato prevalentemente come risorsa strategica ed economica? Non soltanto per ciò che sono fisicamente: è anche il risultato di una storia politica e normativa. Nel 2010 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha riconosciuto il diritto all’acqua potabile sicura e ai servizi igienico-sanitari come diritto umano. Questo non significa che l’acqua abbia ovunque lo stesso regime giuridico o proprietario. Significa però che il suo accesso essenziale è stato riconosciuto a livello internazionale come qualcosa che non può essere ridotto alla sola capacità individuale di pagamento. Il petrolio ha seguito una storia differente. In molti ordinamenti le risorse del sottosuolo appartengono allo Stato, ma estrazione, distribuzione e valorizzazione sono organizzate soprattutto attraverso imprese pubbliche o private, concessioni, mercati e rendite. L’analogia con l’AI naturalmente si ferma qui: l’AI non è acqua, e nessuno muore biologicamente dopo tre giorni senza un chatbot. Ma politicamente il paragone aiuta a formulare la domanda. L’AI sta rapidamente diventando una risorsa per: accedere alla conoscenza; scrivere e comprendere; studiare; lavorare; programmare; ricercare; orientarsi tra quantità enormi di informazioni. Se questa trasformazione continuerà, essere esclusi dall’accesso a strumenti cognitivi avanzati potrebbe significare essere progressivamente esclusi da opportunità economiche, culturali e sociali. In questo senso — politico, non biologico — l’AI comincia ad assomigliare più all’acqua che al petrolio. È inoltre costruita sopra risorse collettive. C’è una seconda ragione: i sistemi di AI non sono nati nel vuoto. Dipendono da decenni di ricerca scientifica pubblica e privata, dalla rete Internet, da università, protocolli aperti, linguaggi, biblioteche digitali, produzione culturale e da enormi quantità di dati e testi prodotti socialmente. Questo non significa che tutto ciò che è pubblicamente accessibile sia automaticamente un “bene comune”: contenuti disponibili online possono restare protetti da copyright, privacy, licenze o altri diritti, e non spariscono proprietà intellettuale e diritti di chi ha investito capitale e lavoro.Sarebbe una semplificazione opposta. Significa però che l’idea secondo cui chi ha costruito un modello possa considerare l’intero valore che esso genera come risultato esclusivo della propria attività privata è altrettanto semplicistica. È precisamente questa tensione che i lavori sui digital commons stanno cercando di affrontare. Huang e Siddarth osservano che molti modelli generativi sono addestrati su dati pubblicamente disponibili e usano infrastrutture pubbliche, pur in un ecosistema nel quale convivono contenuti aperti e contenuti soggetti a diritti. Chan, Bradley e Rajkumar propongono un public data trust che licenzi dati di addestramento a sviluppatori commerciali in cambio di una quota dei ricavi. Tan e colleghi sostengono che l’apertura di codice o pesi non sia sufficiente senza infrastrutture e istituzioni capaci di garantire accesso effettivo, sostenibilità e accountability pubblica. È interessante che Magnifica Humanitas arrivi, da un percorso completamente differente, a una conclusione affine: al §67 include espressamente brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche e dati tra le nuove forme di proprietà sottoposte al principio della destinazione universale dei beni; ai §§108–109 lega proprietà dei dati, partecipazione e accesso alle tecnologie al bene comune. Perché l’AI dovrebbe essere un bene comune? La domanda potrebbe allora essere rovesciata. Non soltanto: perché l’AI dovrebbe essere un bene comune? Ma: perché dovremmo considerare naturale che una futura infrastruttura cognitiva generale sia governata esclusivamente secondo diritti proprietari e capacità di pagamento? Parlare di costruire l’AI come bene comune non significa necessariamente nazionalizzare i modelli, abolire l’impresa privata o rendere gratuito ogni servizio. E non significa sostenere che l’AI sia già oggi, in senso giuridico, un bene comune o un diritto universale riconosciuto. Il “comune”, qui, non è un attributo naturale della tecnologia ma un possibile regime di accesso, gestione, controllo e responsabilità. Può essere costruito in molti modi: accesso universale a capacità di base; infrastrutture pubbliche di calcolo; modelli aperti; data trust; standard interoperabili; diritti di partecipazione; audit indipendenti; limiti alla concentrazione; redistribuzione di una parte delle rendite; servizi pubblici di AI per scuola, ricerca, sanità e pubblica amministrazione. Sono scelte politiche. Esattamente come sono scelte politiche quelle che oggi stanno producendo un’AI concentrata, proprietaria e sempre più integrata negli apparati militari. Il calice condiviso Forse è allora possibile accettare quasi interamente la diagnosi di Bifo e rifiutarne la prognosi. Sì: esiste una concentrazione senza precedenti di capitale e potere tecnologico. Sì: esiste una militarizzazione crescente dell’intelligenza artificiale. Sì: esiste il pericolo di una delega cognitiva che impoverisca le capacità umane. Sì: una parte dell’attuale corsa all’AI potrebbe essere alimentata da dinamiche speculative. Sì: l’ingresso di sistemi artificiali nella produzione simbolica modifica profondamente ciò che intendiamo per attività umana. Ma nessuno di questi fatti dimostra che il loro esito sia già scritto. Il rischio più grande sarebbe forse proprio crederlo. Perché se la concentrazione, la militarizzazione e la disattivazione cognitiva fossero la necessaria destinazione dell’intelligenza artificiale, alla politica resterebbero soltanto due possibilità: accettare il nuovo mondo oppure rifiutare la tecnologia. Se invece sono il prodotto di un determinato regime economico, di determinati incentivi e di determinate istituzioni, esiste una terza possibilità: cambiarne il governo. L’intelligenza artificiale può certamente diventare uno strumento di dominio, guerra e sostituzione dell’umano. Ma può anche essere costruita come infrastruttura di conoscenza, educazione, ricerca, partecipazione e potenziamento delle capacità individuali. Non sarà la tecnologia a decidere quale delle due cose accadrà. Lo decideranno, almeno in parte, le istituzioni, i diritti, le forme di proprietà e le comunità che riusciremo — o non riusciremo — a costruirle intorno. Il calice dell’AI non deve quindi essere bevuto in silenzio da una minoranza che ne controlla il contenuto. E non deve necessariamente essere rifiutato come se contenesse un veleno inevitabile. Può essere condiviso. Forse la vera domanda posta dall’intelligenza artificiale non è se l’umano sia destinato a scomparire. È se saprà ancora esercitare una delle capacità più profondamente umane: decidere collettivamente il proprio futuro. -------------------------------------------------------------------------------- Fonti essenziali – Franco Berardi Bifo, “L’amaro calice”, Comune-info, 6 settembre 2026. https://comune-info.net/2026/09/06/lamaro-calice/ – Leone XIV, Magnifica Humanitas, Lettera enciclica, 15 maggio 2026, in particolare §§4, 67, 95–110. https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/encyclicals/documents/20260515-magnifica-humanitas.html – Stanford Institute for Human-Centered Artificial Intelligence, The 2026 AI Index Report, 2026. https://hai.stanford.edu/ai-index/2026-ai-index-report Pieter Verdegem, “Dismantling AI capitalism: the commons as an alternative to the power concentration of Big Tech”, AI & Society 39, 727–737 (2024; pubblicato online nel 2022). DOI: 10.1007/s00146-022-01437-8. – Rashid Mushkani, Hugo Berard, Allison Cohen, Shin Koseki, “Position: The Right to AI”, Proceedings of the 42nd International Conference on Machine Learning, PMLR 267, 81876–81896, 2025 [position paper]. https://proceedings.mlr.press/v267/mushkani25b.html – Jon Crowcroft, Rute C. Sofia, Dirk Trossen, Vassilis Tsaoussidis, “Should AI Become an Intergenerational Civil Right?”, arXiv:2512.11892, 2025 [preprint / proposta normativa]. https://arxiv.org/abs/2512.11892 – Serge Stinckwich, Natalie Wong, Ally S. Nyamawe, Jia An Liu, Farhan Latif, Jaimee Stuart, AI Systems as Digital Public Goods, United Nations University, commissionato da Asian Development Bank e prodotto con UN ODET, 25 giugno 2026 [report istituzionale]. https://unu.edu/publication/ai-systems-digital-public-goods – Saffron Huang, Divya Siddarth, “Generative AI and the Digital Commons”, arXiv:2303.11074, 2023 [preprint]. https://arxiv.org/abs/2303.11074 – Alan Chan, Herbie Bradley, Nitarshan Rajkumar, “Reclaiming the Digital Commons: A Public Data Trust for Training Data”, arXiv:2303.09001, accettato ad AIES 2023. https://arxiv.org/abs/2303.09001 – Joshua Tan, Nicholas Vincent, Katherine Elkins, Magnus Sahlgren, Joseph Low, David Pham, Sampo Pyysalo, Jenia Jitsev, “Position: If open source is to win, it must go public”, ICML 2026 Spotlight, arXiv:2507.09296v3 [position paper]. https://arxiv.org/abs/2507.09296 – Hao-Ping (Hank) Lee, Advait Sarkar, Lev Tankelevitch, Ian Drosos, Sean Rintel, Richard Banks, Nicholas Wilson, “The Impact of Generative AI on Critical Thinking: Self-Reported Reductions in Cognitive Effort and Confidence Effects From a Survey of Knowledge – Workers”, CHI 2025, Article 1121, 1–22. DOI: 10.1145/3706598.3713778. – Greg Kestin, Kelly Miller, Anna Klales, Timothy Milbourne et al., “AI tutoring outperforms in-class active learning: an RCT introducing a novel research-based design in an authentic educational setting”, Scientific Reports 15, 17458 (2025). DOI: 10.1038/s41598-025-97652-6. – James Rushing Daniel, “Rewriting the plan of the world: Peter Thiel’s messianic rhetoric and the end of progressive neoliberalism”, Quarterly Journal of Speech 111(2), 272–295 (2025; online 2024). DOI: 10.1080/00335630.2024.2340046. – Ali Riza Taşkale, “Materialized Science Fiction: The Tech Oligarchy’s Blueprint for a New Global Order”, Global Studies Quarterly 6(1), ksag002, 2026. DOI: 10.1093/isagsq/ksag002. -United Nations General Assembly, A/RES/64/292, “The human right to water and sanitation”, 28 luglio 2010. https://digitallibrary.un.org/record/687002 -------------------------------------------------------------------------------- Stefano Lena lavora da molti anni nel mondo della tecnologia e oggi utilizza quotidianamente strumenti di intelligenza artificiale. Non è un ricercatore né uno specialista di filosofia della tecnologia: è un cittadino europeo che, proprio perché usa l’AI e ne osserva da vicino l’evoluzione, cerca di porsi domande sulle sue conseguenze sociali, economiche e umane. -------------------------------------------------------------------------------- Articolo scritto da Stefano Lena con il supporto dell’intelligenza artificiale. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il calice condiviso. Per un’AI come bene comune? proviene da Comune-info.
September 11, 2026
Comune-info
Dacci oggi il nostro nulla quotidiano
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Mali Desha su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- In un libro pubblicato a Lipsia nell’ottobre del 1844 dall’editore Wigand fa la sua apparizione un tipo d’uomo fin allora affatto sconosciuto, che ai contemporanei sembrò inammissibile e inaudito, ma che nel frattempo ci è diventato perfettamente familiare: l’uomo, che, come si legge nella prima e nell’ultima pagina, «ha fondato la sua causa su nulla», cioè un essere nel quale la dissoluzione di ogni fede e di ogni valore ha raggiunto la sua forma estrema, certamente il primo e insuperato nichilista, ma a patto di precisare che il nichilismo che è qui in questione è diventato oggi la condizione normale dell’umanità. Il libro si intitola L’unico e la sua proprietà, autore Max Stirner. Diciotto anni dopo, nella rivista «Il messaggero russo», Turgenev pubblica il romanzo in cui il tipo del nichilista (la parola fa qui la sua comparsa), incarnato dal protagonista Bazarov, è definito in questo modo: «un nichilista è un uomo che non si inchina dinnanzi a nessuna autorità, che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato». Nei Demoni, che esce in volume nel 1873, Dostoevskij decide di fare i conti col problema epocale del nichilismo, in particolare attraverso la figura di Kirilov. Dalla negazione nichilista dell’esistenza di Dio, Kirilov trae una conseguenza radicale che insieme assolutizza e sconvolge il suo stesso io. «Se non c’è Dio – egli afferma – io sono Dio. […] Se Dio c’è, tutta la volontà è sua, e io non posso sottrarmi alla sua volontà. Se non c’è, tutta la volontà è mia, e sono costretto ad affermare il mio libero arbitrio… Sono obbligato a spararmi perché l’espressione più piena del mio libero arbitrio è uccidere me stesso… Per me non c’è idea più alta che quella che Dio non esiste… l’uomo non ha fatto altro che inventare Dio per vivere senza uccidersi e questo è il senso di tutta la storia del mondo fino ad oggi. Io solo nella storia universale per la prima volta non ho voluto inventare Dio». È meditando su queste pagine che Nietzsche pensa la morte di Dio come l’evento fondamentale della modernità: «Il più grande avvenimento recente – che “Dio è morto”, che la fede nel Dio cristiano è divenuta inaccettabile – comincia già a gettare le sue prime ombre sull’Europa. […] Ma in sostanza si può dire che l’avvenimento stesso è fin troppo grande, troppo distante, troppo alieno dalla capacità di comprensione dei più perché possa dirsi già arrivata anche soltanto la notizia di esso». Tanto per Nietzsche che per Dostoevskij, la morte di Dio e l’avvento del nichilismo significavano qualcosa di così terribile che gli uomini non avrebbero in alcun caso potuto accettare senza mettere in questione da cima a fondo la propria esistenza. Per una volta Nietzsche e Dostoevskij non erano stati buoni profeti. Il nichilismo è diventato la condizione normale dell’umanità, ma, a differenza di Kirilov, l’uomo comune sembra oggi convivere con la morte di Dio e col nichilismo senza soffrirne né darsene pensiero, letteralmente come se nulla fosse. È con questo nichilismo piatto e indifferente che noi abbiamo a che fare, è di questo nulla normale e quotidiano che dobbiamo render conto. E se, come lo stesso Nietzsche suggeriva, il nichilismo compiuto e afferrato come tale è la grande occasione dell’umanità per uscire dal suo destino letale, se cioè, come pensava Benjamin, il nichilismo può diventare il metodo di una nuova politica, allora la domanda che dobbiamo porci è: «perché questa occasione non è stata colta, che cosa ci ha impedito di porre veramente la nostra causa su nulla e, invece di farne la nostra condizione normale, trovare in esso una via di uscita dalle sorti dell’Occidente?». -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (e qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY? > Imparare a pensare la speranza -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dacci oggi il nostro nulla quotidiano proviene da Comune-info.
August 27, 2026
Comune-info
Pensiero e immaginazione
-------------------------------------------------------------------------------- “Diamanti e perle”. Acrilico su tela realizzato da Julia Robin Crastolla -------------------------------------------------------------------------------- Il problema dell’intelligenza artificiale, sul quale si discute oggi non sempre con naturale intelligenza, ha avuto nella storia della filosofia occidentale – come abbiamo qui già avuto occasione di mostrare (leggi La verità e l’opinione, Il bastone e la mano, Bilinguismo e pensiero, Sull’intelligenza artificiale e sulla stupidità naturale, ndr) – un precursore: l’intelletto unico e separato dell’averroismo latino. L’analogia è così stringente – un intelletto unico e separato che pensa al di fuori dei singoli individui – che essa può perfino coincidere nella sigla che le esprime: Intelligenza Artificiale – Intelletto Agente (come gli averroisti chiamavano l’intelletto separato). Per i filosofi medievali, in questo più accorti dei nostri contemporanei, il problema cruciale era quello del modo in cui l’intelletto unico e separato si unisce (copulatur) ai singoli uomini, affinché il pensiero sia acquisito (adeptus) dall’individuo e si possa dire hic homo intelligit, quest’uomo pensa. Il medio che permette quest’unione era per Averroé l’immaginazione, di cui i nostri contemporanei sembrano invece assolutamente privi. Nell’intelligenza artificiale, infatti, hic homo non intellegit, il singolo uomo rinuncia a pensare e delega la più preziosa delle sue facoltà a un macchina, che dovrebbe pensare in suo luogo e meglio di lui. Per seguire le istruzioni di questo inesorabile maestro, l’immaginazione non è di alcuna utilità (anche se persino per applicare una norma una qualche forma di immaginazione potrebbe essere necessaria). Forse il vero problema dell’intelligenza artificiale è che essa è stata resa possibile da una perdita generale della facoltà dell’immaginazione, quasi che il suo avvento fosse stato preceduto dall’instaurazione di un’onnipervasiva immaginazione artificiale. Una umanità, che aveva perduto l’immaginazione, era pronta a privarsi anche del pensiero (che del resto, come già insegnava Aristotele, senza l’immaginazione non è semplicemente possibile). La prima cosa da fare per contrastare il dominio dell’IA è pertanto una paziente, puntigliosa e metodica ricerca dell’immaginazione perduta. E poiché il pensiero non è che la forma compiuta dell’immaginazione, dell’intelligenza artificiale non ci sarà allora più alcun bisogno. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (e qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI LEA MELANDRI: > Quella nuova morte in vita toccata alla donna -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Pensiero e immaginazione proviene da Comune-info.
August 8, 2026
Comune-info
Modernità e automazione
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Jezael Melgoza su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Nella modernità dispiegata del XX secolo – ovvero nella fase più organica e compiuta del mondo moderno – si sono trasformate radicalmente, proprio sul piano teoretico, talune importanti coordinate interpretative della realtà oggettiva. Tra queste un posto di assoluto rilievo è stato occupato dal vistoso mutamento di significazione del concetto di Lógos (λόγος), il quale normalmente si traduce con “parola”, “discorso”, ma anche col termine ragione. E accanto a esso c’è stato un ulteriore cambiamento che ha riguardato il concetto di sapere e in particolare la sua declinazione di scienza e conoscenza scientifica. Questi mutamenti sono strettamente legati alla trasformazione storica e culturale del concetto di tecnica (τέχνη, téchne), che in origine indicava soprattutto la perizia nella produzione artigiana, e per estensione il “saper fare” in senso lato, il “saper operare” del soggetto-uomo. Nel VI Libro dell’Etica Nicomachea Aristotele distingueva l’attività umana in pràxis e techne (o anche, più insistentemente, poíesis, ποίησις): mentre la prima, la praxis, andava riferita all’agire comportamentale dell’uomo (o anche all’agire morale o sentimentale), ovvero a un agire che aveva il proprio scopo in se stesso, la seconda occorreva concepirla sempre al servizio di una realizzazione, e funzionava come un mezzo per costruire una situazione definita o un qualcosa di oggettivo. In sostanza, Aristotele adoperava le parole poíesis e téchne – e più tardi nei tre libri della Retorica ancora la parola τέχνη “tecnica” – come sostanziale sinonimo dell’arte riferibile alla produzione artigiana, e più in generale come sinonimo del sapere operativo – come un sistema stabile e articolato di procedure, regole e accorgimenti – finalizzato a produrre effetti sulla natura o, nel caso della retorica (τέχνη ῥητορική), effetti sulla società. Se cambia la relazione tra gli esseri umani e le cose Nel contesto del Novecento la “tecnica” cessa di essere una semplice, ancorché strutturata, operazione di intervento sulle cose o sulle articolazioni della società al fine di costruire, correggere, modificare o inventare ex novo. Diviene, invece, una modalità dell’azione umana complessiva, e anzi si presenta come un prioritario modo di essere dell’agire degli esseri umani. Con la particolarità che comincia come tecnica-agita-dall’uomo e poi continua come tecnica-separata-dall’uomo. Il punto è che una ragione intrisa di tecnica e parallelamente una scienza che diviene man mano tecnologia – come pure i saperi stessi che si tecnicizzano, particolarizzandosi e specializzandosi sempre di più – non si limiteranno a produrre effetti tangibili, bensì rimodelleranno il quadro complessivo del rapporto tra gli esseri umani e le cose, modificando lo stesso spazio specifico degli uomini. Così il nostro agire concreto da un certo momento in poi si distinguerà tra un “fare generico”, collegato alle esperienze di vita e quindi importante, sì, per l’individuo che fa le esperienze, ma poco significativo per l’insieme del genere umano; e un altro tipo di fare, che è il “fare tecnico”. Anche quest’ultimo verrà portato avanti da concreti e specifici individui, ma essi lo faranno, per così dire, a nome dell’intero consorzio umano. E soprattutto questo altro-tipo-di-fare produrrà effetti validi erga omnes e si presenterà stabilmente collegato a tali effetti. Insomma, il fare della modernità dispiegata è molto diverso, costitutivamente diverso, dal fare della tradizione passata. È, per dirla in breve, un fare sempre agito da specifici esseri umani, e però caratterizzato in partenza da una reale tensione all’autonomia. Prima, per secoli e millenni, avevamo avuto una dimensione binaria: il soggetto umano da un lato, e, dall’altro, ciò che stava di fronte a lui (le cose, un altro uomo o anche la società in cui era ricompreso); e, in una tale situazione, il fare, quale che fosse, si dimensionava come semplice prolungamento del soggetto-uomo. Adesso, con la modernità dispiegata consolidatasi nel XX secolo, abbiamo una realtà almeno tripartita: l’uomo, le cose (o la società degli uomini) e l’azione tecnica. Quest’ultima resasi, non dico indipendente, ma relativamente separata dall’uomo. E anzi, in tendenza, sempre più separata dall’uomo. I tre passaggi storici dell’automazione In questo percorso del “fare tecnico” che si autonomizza rispetto all’uomo (che poi è ciò che rende diverso il XX secolo dagli anni precedenti), io distinguerei tre momenti. Essi sono venuti alla luce in successione, ma sono anche rimasti in co-esistenza tra loro. Il primo momento si è definito come secca trasformazione della ragione, del lógos, in razionalità eminentemente tecnologica; il secondo momento è consistito nella vera e propria automazione della razionalità tecnologica, il che l’ha resa qualcosa di più e di diverso dalla semplice tecnica-che-costruisce; il terzo momento si è affermato con la razionalità artificiale – quella che normalmente chiamiamo intelligenza artificiale -, la quale si costruisce come struttura, come luogo, come spazio di attività razionali del tutto differenti, appunto perché artificiali, tanto dalla razionalità puramente tecnologica quanto dalla razionalità automaticamente organizzata. Va sottolineato, comunque, che si tratta di trasformazioni aggiuntive e non sostitutive. La semplice ragione tecnologica continuerà a vivere accanto alla ragione-automatizzata (o se si preferisce alla automazione-della-ragione), ed entrambe continueranno a esistere e operare anche nella fase dell’affermazione conclamata della intelligenza artificiale. Si tratta, è facile intuirlo, di concretizzazioni molto diverse dell’azione tecnica. Nella fase della razionalità semplicemente tecnologica l’essere-umano continuerà a svolgere un ruolo significativo nella dinamica operativa: è ancora lui che “maneggerà”, per così dire, la tecnica, nonostante essa non sia già più l’instrumentum del passato, bensì un sistema razionalmente strutturato di procedure e pratiche. A sua volta, l’automazione della tecnica tenderà a restringere la presenza dell’uomo alla sola fase di avvio dell’attivazione e gli assegnerà una funzione soprattutto di supervisione e controllo; e per il resto sarà la struttura tecnologica automatizzata ad operare direttamente. Infine, nel contesto della razionalità artificiale l’uomo limiterà il suo agire alla semplice ricezione dell’effetto prodotto: qualunque esso sia – una immagine, un suono, un oggetto tridimensionale, un servizio, una informazione, una sensazione, ecc. – esso verrà interamente costruito dal dispositivo di razionalità artificiale. La questione decisiva non è tuttavia costituita dalle peculiari modalità operative dell’azione tecnica nei passaggi storici del Novecento che si strutturano prima come razionalità tecnologica, poi come automazione della razionalità tecnologica, e infine come razionalità compiutamente artificiale. Il dato veramente significativo è costituito, infatti, dalle conseguenze trasformative che si producono negli esseri umani. La tecnica, cioè, non trasforma solo se stessa e la natura sulla quale opera, ma anche chi la impiega. In altre parole, il suo utilizzo comporta necessariamente, per ciascuno dei tre stadi, una vera e propria ri-parametrazione complessiva della identità umana. L’essere umano alle prese con la tecnologia non potrà essere più lo stesso che aveva adoperato unicamente il semplice instrumentum; così come l’essere umano chiamato a vivere in un contesto di automazione della razionalità tecnologica dovrà giocoforza pensare e muoversi in maniera diversa da chi operava nel puro stadio della razionalità tecnologica. E parimenti avverrà per coloro che si ritroveranno fianco a fianco con l’Intelligenza artificiale: anch’essi somiglieranno pochissimo – come consapevolezza di sé e come visione del mondo – agli uomini degli stadi precedenti. È insomma direttamente il contenuto umano quello che effettivamente cambia. Assieme al cambiare della razionalità umana. Naturalità compressa Detto in estrema sintesi, con la razionalità tecnologica si comprime, e anzi tendenzialmente si perde, diventa diversa e comunque meno significativa la naturalità degli esseri umani, quella che i greci comprendevano nel termine piuttosto ampio di φύσις (physis, che si traduce, sì, con “natura”, ma anche con “qualità costitutiva”, “carattere”, “indole”). Del resto, il verbo da cui il vocabolo origina, φύω (phýo), significa “nascere”, “crescere”, “germogliare”, ma anche “essere portato”, “essere disposto”. Così, riferita agli esseri umani, la naturalità indica non solo il loro legame con la natura ma anche, e soprattutto, l’importanza nella loro vita dei caratteri, per così dire, “a-razionali”. Si intenda bene: non dico “caratteri non razionali” ma a-razionali, separati cioè dalla razionalità in senso stretto. Mi riferisco perciò alle passioni, ai sentimenti, come pure ai sogni, alle speranze, e via dicendo. Per l’appunto, la naturalità. Che non è semplicemente la natura che sta attorno a noi, ma anche quella che sta dentro di noi, ovvero l’insieme delle componenti istintuali non ricompresi nel Lógos, e che nondimeno caratterizzano realmente gli individui al pari della ragione (Ratio). Il concetto di naturalità è stato discusso, con diverse impostazioni, da quasi tutti i filosofi del Novecento. Cito, in particolare, un grande pensatore nichilista come Martin Heidegger, che richiamava l’attenzione sul diretto contrario della naturalità, e cioè sulla “razionalità impositiva”, sulla dinamica del Ge-Stell. Essa è l’agire im-positivo dell’Io sull’oggetto, che lo modifica traendolo, appunto, dalla sua condizione naturale e lo “pro-voca”, lo induce a svelare “i suoi tesori”, ovvero a metter fuori la sua forza creatrice e annullarsi in essa. Come avviene – è un suo esempio – col fiume che, attraversato dalla centrale idroelettrica, si trasforma realmente in energia. E il punto essenziale è che questa fuoriuscita dalla naturalità che la razionalità tecnologica impone alle cose riguarda anche l’individuo stesso che “provoca”, che modifica l’oggetto che sta di fronte a lui rendendolo strutturalmente finalizzato allo scopo, e perciò togliendogli la coseità che lo contraddistingue. Anche questo Io-che-provoca viene infatti a sua volta provocato: si trasforma e diventa l’essere-umano-che-cerca, smarrendo la sua originaria condizione di entità in armonia col mondo. La sua spinta a costruire, a creare, a trasformare la natura in senso utilitaristico si riversa perciò anche sugli esseri umani: tutti, e persino lui stesso, vengono indirizzati anch’essi in senso utilitaristico e riposizionati nell’ambito del Ge-stell, nella concreta e totalizzante pratica della im-posizione. Su altro versante e con altre prospettive anche i marxisti critici della Scuola di Francoforte, in particolare Max Horkheimer e Theodor Adorno, si sono cimentati con la “razionalità tecnologica”, proponendo il paradigma concettuale della ragione strumentale, la quale non soltanto diviene indistinguibile dagli strumenti che utilizza, ma riordina nel suo schema l’insieme delle conoscenze e dei saperi accumulati storicamente dall’umanità, trasformando se stessa in un affilatissimo strumento dei meccanismi costrittivi di sfruttamento e oppressione. Si tratta, in sostanza, dei processi di disumanizzazione capitalistici già analizzati da Marx e riproposti nell’Età contemporanea sotto l’egida dello Stato autoritario. E su questa stessa linea insisterà Herbert Marcuse, con la sottolineatura della irreggimentazione degli esseri umani, dell’appagamento consumistico e della unidimensionalità del vivere moderno. Premere il bottone. Null’altro La razionalità tecnologica automatizzata, oltre a confermare l’affievolirsi della naturalità, comprime in aggiunta un’altra caratteristica fondativa della dimensione umana: quella che i greci indicavano, come abbiamo visto, con la parola ποίησις (poiesis, “creazione”, “produzione”), ovvero la fatticità, la tensione umana al fare. Ed è notevole che il vocabolo poiesis significasse in Età classica anche “poesia”, “poema”, “carme”, “opera poetica”. Il verbo ποιέω (poieo) riguardava, infatti, tanto il “fare” e il “costruire” in senso materiale, quanto il “suscitare”, il “far nascere”, il “creare” e l’“agire” in senso complessivo. Il punto è che con la razionalità tecnica s’era già abbondantemente perduta la seconda serie di significazioni dell’attività creativa, dell’attività produttiva degli esseri umani, quella finalizzata a dinamiche di produzione e creazione non strettamente materiali. Ma adesso, con la automazione della razionalità tecnologica è resa problematica proprio la fatticità nella sua interezza. Il singolo essere umano diviene, in sostanza, un accessorio della macchina. È essa che davvero si muove e che costruisce, in senso proprio, un effetto, un qualcosa di definito; e l’io-operaio può solamente seguire la sua cadenza, quando ci riesce: proprio come Chaplin che, in Tempi Moderni, vediamo furiosamente alle prese con la catena di montaggio. Si dirà: ma l’uomo rimane necessario perché preme il bottone. Appunto: serve solo a premere il bottone. Tutto il resto, passaggio per passaggio, avviene in modo automatico, lo fa la macchina, ovvero il sistema strutturato di automazione. E questa situazione è intrinsecamente alienante. Lo è proprio sul punto decisivo: perché collocando l’uomo laggiù, vicino al bottone, o magari vicino a uno schermo che riproduce visivamente le operazioni che avvengono all’esterno di lui, il processo produttivo lo ricomprende solo come un segmento specifico dell’insieme e allontana da lui proprio la concretezza reale, il “farsi” effettivo delle cose. In altre parole, il processo lavorativo attivato sotto l’egida della razionalità tecnologica automatizzata si estranea dall’essere umano. Quando dalla produzione artigiana, dove il manufatto è una creazione dell’artigiano, si passa alla produzione in serie, dove il manufatto è costruito dalla catena di montaggio, l’essere umano si aliena realmente, come direbbe Marx, “rispetto al suo lavoro”. Perché se il mio lavoro consisterà semplicemente nel premere un bottone e tutto il resto andrà da sé, io non avrò alcun reale controllo su quello che avviene. Non sarò più facitore di cose. La mia poiesis si contrarrà e diverrà evanescente. Macchine senza esperienza di vita Col terzo passaggio, quello della razionalità tecnologica artificiale, l’estraneazione si approfondisce ulteriormente, in quanto l’essere umano tenderà a separarsi vistosamente proprio dalla razionalità in quanto tale. Tenderà a distanziarsi, cioè, dal νοῦς (nous, “mente” “ragione”, perspicacia”). Il verbo da cui deriva, νοέω (noeo, “comprendo”, “capisco”), è indirizzato nella lingua greca soprattutto alla comprensione immediata, intuitiva; quella più lontana dalla comprensione descrittiva e indagativa delle scienze. Ma con l’Intelligenza Artificiale sarà proprio questo aspetto a entrare in crisi. A prima vista sembrerebbe non esserci affatto separazione tra l’uomo e il dispositivo di razionalità artificiale. Anzi, l’impressione è che con l’Intelligenza Artificiale si arrivi persino al dialogo, e che si abbia di fronte soltanto un formidabile interlocutore. Presumiamo, cioè, che sia essa, l’Intelligenza Artificiale a correre dietro l’uomo e a cercare di essere come lui. E invece il dato prevalente è esattamente l’opposto: è l’uomo che si conforma al ritmo dell’Intelligenza Artificiale. Il punto è che la macchina informatica e robotica, anche quella più sofisticata, procede con dinamiche di connessione e non di congiunzione. Il suo rapporto con gli oggetti, e con noi stessi, è sempre mediato dalle connessioni algoritmiche programmate dentro di essa. Il che vuol dire che le cose, quali che siano, non entrano mai dentro il dispositivo di Intelligenza Artificiale in guisa di realtà-vive-che-lo-“attraversano”, e che di conseguenza lo ri-definiscono in forme parzialmente nuove. Non si trasformano, cioè, in esperienza di vita, in autocostruzione del sé. La (non)esperienza che fa la macchina dotata di Intelligenza Artificiale, anche la più evoluta, è costituita semplicemente dalla crescita abnorme della mole delle descrizioni matematiche che si installano elettronicamente dentro di essa e che noi forziamo, tramite i programmi operativi, a riorganizzarsi in forma di algoritmi, comprendendo in essi tutti gli input arrivati nei suoi circuiti di silicio, compresi i salti quantici matematicamente prevedibili. La macchina è insomma una pura attività di calcolo. Non è un essere vivente, non ha sentimenti, non ha emozioni, non prova soddisfazione neppure quando raggiunge un risultato complesso. Anche perché gli aggettivi, e in particolare gli aggettivi che esprimono giudizi di sintesi generale, come appunto la parola “complesso”, sono del tutto fuori dalla sua portata. Essa è sempre e solo calcolo: sia nei termini della matematica dell’esattezza e sia nei termini della matematica della probabilità. Calcolo strabiliante, ovviamente: perché arriva in pochi secondi a risultati che impegnerebbero un uomo, o anche più uomini, per settimane e mesi di lavoro. Ma quando noi “interloquiamo” con essa – interloquiamo, ovviamente, per modo di dire – questa sua essenziale caratteristica di “calcolatore” non la percepiamo. Non la vediamo come una semplice macchina calcolatrice e accettiamo la sua risposta senza incertezze. Ci abituiamo, in altre parole, a pensare anche noi secondo il sistema dei calcoli. E mentre teniamo ferma apoditticamente la convinzione che il risultato del calcolo sia univocamente generato dagli addendi, non riusciamo a vedere la forza del processo inverso: e cioè che anche gli addendi sono generati dal risultato. Sono “generati”, nel senso che vengono alla luce proprio perché plasmati dalla struttura della somma cui afferiscono. In altre parole: l’intelligenza artificiale è programmaticamente estranea alle domande di senso. Anzi è organizzata solo per rispondere a definite domande e non per costruire domande ex-novo. E se la comunicazione è pervasivamente incentrata, come di fatto sta succedendo oggi, attorno all’Intelligenza Artificiale dei motori di ricerca, succede che man mano, senza neppure avvedercene, anche noi umani diveniamo spontaneamente inclini a scansare le domande sul senso e a usare i punti interrogativi solo per l’informazione spicciola, per le curiosità di vario genere e per le minuzie più particolari. In sostanza, si affievoliscono dentro di noi il perché delle cose e la visione d’insieme. Entrano insomma in crisi esattamente l’azione del nous dentro di noi e la dimensione noetica del nostro camminare nel mondo. E questo induce a una trasformazione davvero gigantesca della Identità Umana. È una trasformazione, peraltro, assai veloce, che non possiamo non vedere all’opera attorno a noi: poiché una buona parte della attività noetica degli esseri umani, del Nous che li ha caratterizzati fin dalla notte dei tempi, è stata già oggi modellizzata (e quindi profondamente snaturata), convertita in macchinario e posta di fronte a ciascun Io come altro da lui. Verso Marte Dunque: la razionalità tecnologica, la razionalità automatizzata, la razionalità artificiale. Attraverso questi tre passaggi avvenuti in successione, e però tuttora attivamente compresenti, la soggettività umana è stata obbligata a riformulare – praticamente e, riuscendoci solo in parte, anche intellettualmente – il suo rapporto con la natura, con la φύσις, il suo rapporto con la fatticità, con la ποίησις e finanche il suo rapporto con la razionalità nel suo complesso, col νοῦς, col pensiero intuitivo e non dimostrativo. E questo significa che nel nostro tempo le due domande kantiane – “che cos’è l’uomo?” “cosa può sperare?” – acquistano un inevitabile segno di angoscia. Un’angoscia che non c’era affatto allora, nell’Età dell’Illuminismo, che pure era un’epoca di piena modernità. Ma sul finire del Settecento si trattava di una modernità non ancora dispiegata in tutte le sue manifestazioni, cosa che avverrà invece nell’Ottocento e soprattutto nel Novecento. Detto in estrema sintesi, le domande proposte da Immanuel Kant avevano il sapore di una sfida. Erano le parole dell’essere umano che sfida il mondo attorno a lui e si propone di percorrerlo arricchendo la sua stessa dimensione umana. Oggi invece il nostro percorso di esseri umani si carica di un alone di obiettiva inquietudine: perché in un mondo in cui il sapere scientifico è diventato irreversibilmente tecnologia, e la tecnologia è diventata a sua volta razionalità automatica, e la razionalità automatica a sua volta è diventata intelligenza artificiale, ebbene in un mondo siffatto il cammino dell’uomo si impoverisce proprio sul lato del logos. Facciamo delle cose straordinarie, arriviamo sulla Luna e si prepara l’esplorazione di Marte, ma si impoverisce vistosamente la visione d’insieme. Costretti a pensare, prendere posizione e agire Certo, agli uomini resta ancora inalterato il piano dell’ethos; e la parola greca ἦθος (“costume”, “abitudine”, ma anche “carattere”, “modo di essere”) indicava in origine, significativamente, proprio il “posto da vivere”. Abbiamo perciò assieme a noi la potenza straordinaria della speranza, della ragione utopica, della fantasia: il piano, in sostanza, della interiorità. Ma già porre in premessa un tale indirizzo – il dire cioè al soggetto-uomo: tu, essere umano, puoi sognare, sperare e provare sentimenti, ma la conoscenza e in prospettiva la creazione medesima di cose, eventi e situazioni da ora in poi li dovrai condividere col sistema macchinico che tu stesso hai creato -, beh, già questa ruvida partizione rende noi contemporanei molto, molto diversi dai nostri progenitori. Sia quelli del passato remoto e sia quelli del passato più prossimo. E soprattutto non garantisce la prospettiva di un mondo davvero a misura umana. Del resto, per come è fatto nel profondo, per il contenuto umano che ha maturato nel corso dei millenni, l’essere umano non riuscirebbe mai a vivere convintamente in forma scissa. Il punto è che non è più possibile ricacciare indietro la tecnologia e le dinamiche che l’hanno concretizzata nel XX secolo. E non sarebbe neppure giusto, perché sul piano operativo la razionalità tecnologica, la razionalità tecnologica automatizzata e la razionalità tecnologica artificiale facilitano davvero le condizioni del lavoro e del vivere in senso lato. È grazie a loro che la ricchezza di cui gli esseri umani possono disporre è cresciuta così tanto, in una misura del tutto impensabile nel periodo del vecchio instrumentum. Dunque, c’è poco da questionare: non si può tornare indietro, e non è neppure giusto farlo. Al tempo stesso, però, per quanto continuamente incalzato e affascinato dalle novità tecnologiche che ha attorno, l’essere umano non può accontentarsi di un vivere costitutivamente in bilico tra il desiderio di “andare oltre” e le realizzazioni concrete di cui dispone. La “domanda di senso” tornerà inevitabilmente a riproporsi dentro di lui; e le compressioni che l’identità umana subisce nei suoi effettivi spazi di libertà e di fantasia non saranno sopportabili in eterno. Se la vita concreta degli uomini e delle donne della modernità dispiegata si stabilizza con una naturalità meno pronunciata, una poieticità meno praticata e una razionalità meno dinamica rispetto alle generazioni passate, allora prima o poi il dubbio su cosa si guadagni e cosa si perda si farà strada. Per dirla in breve, in un mondo tecnologicamente organizzato il singolo uomo, l’essere umano individualmente preso, sarà meno in grado di giungere a una visione compiuta – ossia dimensionata sul piano storico – della realtà del mondo e della stessa realtà particolare che lo circonda; e soprattutto sarà anche meno capace di contribuire allo sforzo collettivo per arrivare a un vivere umano più armonico e felice. Sarà, cioè, meno capace di protagonismo storico. Ma se questo è, non possiamo lasciare le cose al loro andamento naturale. Siamo costretti a prendere posizione e agire. E del resto non riusciremmo a starcene nella nostra inerzia neppure se lo volessimo scientemente con tutte le nostre forze. Ce lo impedirebbe proprio il nostro humus biologico-esistenziale, l’attitudine insopprimibile che abbiamo dentro di noi a modificare, costruire, pensare e immaginare. La domanda diviene allora la seguente: che mai potrà implicare l’agire per raddrizzare l’andamento spontaneo delle cose nel rapporto tra gli esseri umani e la tecnologia? Per come la vedo io, implica anzitutto che ci si impegni per ricondurre, quanto più possibile, i dispositivi tecnologici alla dimensione concettuale – concettuale, perché praticamente non è più possibile – dell’instrumentum. Dovremmo, cioè, sforzarci di concepirli non come “entità” con le quali interloquire, ma appunto come strumenti da adoperare. Non smarrendo mai la percezione della distanza che esiste tra noi esseri umani e le macchine. Esse sono combinazioni di input, noi siamo pensieri e azioni. Ma questo tentativo di concettualizzare i dispositivi tecnologici in forma di instrumentum lo potremo portare avanti soltanto se realizzeremo contemporaneamente un rapporto più armonico e disteso con le necessità materiali che ci assediano da tutte le parti. Fin quando vivremo l’attività di lavoro come costrizione, come fatica, e non anche come creazione, come realizzazione del nostro stesso contenuto di umanità, la spinta spontanea sarà, infatti, il ripiegamento, l’affidarsi, per l’appunto, alle macchine. E la stessa impresa di “controllarle”, ovvero di ricondurle concettualmente a instrumentum, la vivremo come un affanno, come un penare improbo che è meglio scansare. Solo che riportare l’attività di “lavoro necessario” – quello effettivamente indispensabile per vivere in modo agiato e comodo – a una sorta di “giocosa felicità” comporterà, piaccia o no, la riformulazione organica dell’insieme dei rapporti sociali e del modo di vivere. Comporterà, per esempio, il far rientrare nell’ambito della nostra quotidianità, sia nel tempo dell’otium latino (l’attività finalizzata alla costruzione dell’autoconsapevolezza del sé e all’arricchimento intellettuale) e sia nelle fasi del negotium (l’impegno fattivo di lavoro e di attività politico-sociale) l’elemento decisivo della convivialità; o l’elemento della fantasia estetica, o anche l’elemento della creazione artistica. Dovremmo costruire, in altre parole, una società in cui la produzione in serie non significhi ripetizione all’infinito di forme e assetti standardizzati, ma realizzazione infinita di forme cangianti. Una società, insomma, che preveda, sì, anche la catena di montaggio, ma la concepisca in modo diverso da come è oggi. Per intenderci: una catena di montaggio lungo la quale gli addetti introducano a piacimento un elemento creativo, un segno estetico, una forma particolare. Possano, cioè, immettere sull’oggetto un qualcosa che, da un lato, riporti la macchina (e l’oggetto medesimo) sotto il loro controllo e la loro guida; e che, dall’altro, realizzi un’attività di lavoro più libera e creativa. So bene di avventurarmi sul sentiero scivoloso delle immagini avveniristiche. E però dovremo pur cominciare a camminare in questa direzione, verso una società globalmente incentrata su relazioni amichevoli e conviviali; caratterizzata non solo dalla utilità ma anche dalla estetica degli oggetti con cui abbiamo a che fare. E dovremo deciderci, una volta e per tutte, a muovere gli strumenti, compresi quelli più innovativi e potenti, non solo per arrivare a uno “scopo utile” ma anche, e anzi soprattutto, per immetterci realmente in una vita davvero degna: attraversabile, senza barriere, da segmenti di affettività e dolcezza. E che ci trasformi, sì, in persone appagate, ma anche, ed essenzialmente, in esseri umani felici. In grado di guardare con occhi sorridenti e ingenua freschezza il mondo che hanno davanti. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GIORGIO AGAMBEN: > Il bastone e la mano -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FRANCO BERARDI BIFO: > L’opinione di Humpty Dumpty -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Modernità e automazione proviene da Comune-info.
July 10, 2026
Comune-info
Luisa Muraro e la rosa di Silesio
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Yeyo Salas su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Ci si sarebbe potuti aspettare che per Luisa Muraro non ci fossero solo necrologi. Che una conversazione con lei potesse prolungarsi oltre la sua dipartita. Ma non sembra avvenire. Sic transit gloria mundi! E allora volentieri riprendiamo una conversazione interrotta. Una bella conversazione (pubblicata sul sito di  Libertà e giustizia), dove la differenza di approcci mette in valore l’opera di Luisa. -------------------------------------------------------------------------------- Luisa Muraro e il femminismo non sembrano due nozioni dissociabili. Semmai, del femminismo, si sottolinea a ragione la specifica corrente di cui Luisa è stata inventrice e quasi universalmente riconosciuta capofila – la filosofia della differenza femminile. Ecco perché il ricordo di una conversazione aperta a un’altra possibilità, dove la differenza femminile si rovescia forse in una possibilità universale, indifferente al genere, potrebbe essere un contributo – ancorché minimo – alla riflessione che seguirà la sua improvvisa scomparsa, dolorosa e spiazzante perché interrompe tutte le conversazioni. La filosofia comincia di domenica. Grosso modo così, nel lontano 1985, cercavo di introdurre l’idea di una sospensione provvisoria di tutti gli impegni presi col mondo, per indagarne l’oscura ovvietà, con cui sempre pare inaugurarsi il pensiero filosofico, a partire dall’uscita dalla caverna di Platone (L’ascesi filosofica, Feltrinelli 1985). Fui perciò profondamente colpita dall’incipit così accattivante de Il Dio delle donne (Mondadori 2003): «Questo libro nasce da un’esperienza di lettura che fu come un invito ad andare in vacanza per sempre». La vacanza in questione è la condizione della mente che si è svuotata di ogni occupazione e preoccupazione per vacare Deo. Che in questo libro tanto si parlasse del divino non era forse una sorpresa, per le molte lettrici di Muraro che, partite da una qualche esperienza di femminismo tradizionale, si sono viste proiettate fra l’inferno e il cielo del desiderio di Dio dalla ricerca già allora quasi ventennale di Luisa Muraro sulla scrittura mistica femminile – o «teologia in lingua materna», come lei preferiva chiamarla. Gradita sorpresa invece fu per me che, magari un po’ distratta, ero rimasta anche un po’ fredda nei confronti di ogni sorta di «ismo» subìto negli anni, femminismo compreso: «ismo» essendo – grosso modo – il suffisso dell’ideologia o pensiero tendenzioso, cioè del pensiero di chi vuole andare, e trascinare gli altri, da qualche parte. Voler andare e portare gli altri da qualche parte può essere sacrosanto se la meta è buona, e non c’è dubbio che ci furono e, a livello planetario, ancora ci sono sacrosante mete di giustizia da raggiungere anche per le donne. Ma una cosa è tendere e volere, altra cosa è sentire e pensare: l’una cosa, del resto, base dell’altra – come sentire l’ingiusto e vedere-pensare il giusto è motivo di volerlo e di lottare per averlo. Tanto più gradita fu la sorpresa di ritrovare in questo libro una Muraro che faceva rivivere quelle intelligenze serafiche di cui – come scopersi gettandomi a leggerla – da vent’anni a questa parte ormai si occupava: le sue beghine o religiose laiche che hanno illuminato il XIII e il XIV secolo di viva luce spirituale e purtroppo anche di roghi. Margherita Porete, Hadewijc di Anversa, Guglielma Boema; ma poi anche le figure della mistica propriamente monastica, come Angela da Foligno, Teresa d’Avila e Teresa di Lisieux, e folla d’altre figure, fino agli angelici intelletti del XX secolo, Edith Stein, Simone Weil, Etty Hillesum. Una Muraro pensatrice, dunque – di cosa? Attraverso l’esperienza di tutte queste donne, proprio del divino, ma nella “persona” o nel senso per cui la nostra tradizione usa la parola Spirito. Quello «spirito» di cui si dice nel Nuovo Testamento che soffia dove vuole, che ricrea o fa rinascere, e non alla fine dei tempi ma ora, che dona la vita (dove la lettera invece uccide) e che, dove si trova, ivi è libertà. Ecco: il regime dello spirito non è quello della motivazione e della ragione, della volontà e dell’intenzione, dello sforzo e della costruzione, ma appunto il regime ulteriore della gratuità o della grazia, della rosa di Silesio che «è senza perché, fiorisce per fiorire», e anche dello iam non ego, del «non sono più io a fare o volere, ma Altro in me», e anche della «morte dell’anima», nel senso della perfetta rinuncia ad ogni desiderio e volere e amore propri, compreso il desiderio di Dio. Facta sum non amor, dice l’anima al colmo dell’amorosa via. Erano e restano pagine molto belle quelle in cui l’autrice coglie gli elementi fini di questa fenomenologia della vita interiore aperta sull’Altro in assoluto, il cui posto deve restare vuoto piuttosto che essere riempito di immagini, poteri, saperi: idoli. Quando parla ad esempio della rinuncia al possesso intellettuale, riassumendo la nozione di teologia simbolica (che per il Petrarca è «la poesia di Dio») nel grazioso gesto di «non dare una spiegazione alla fiaba, ma, viceversa, di dare una fiaba alla spiegazione»; quando parla del fragile inizio del Dio delle beghine, che è «il principio stesso di un vivere e di un dire…. Ma anche il loro frutto e la loro creatura». Quando parla del nostro tempo scadente, che «scade» appunto, o decade dall’attualità di questo vivere in presenza di Altro. («Noi decadiamo costantemente dall’attualità del vivere», avevo scritto anche io all’inizio di quel vecchio libro che ho citato sopra. Del resto, la stessa Muraro aveva dedicato una pagina molto bella de Il Dio delle donne alla mia raccoltina poetico-meditativa garzantiana, Le preghiere di Ariele, 1989). Quando legge l’iconografia dell’Annunciazione come il simbolo stesso della Lettura (quante Annunziate sono intente a leggere quando l’Angelo arriva!) – cioè del modo più quotidiano e segreto di essere in presenza d’Altro – come già notava Margherita Harwell, maestra di letture. Quando infine sembra riassumere tutti questi tratti in uno, per fare della gratuità di questo tipo di esperienza – con tratto teologicamente audace ma non illogico qui – una proprietà inaudita del divino – la sua «contingenza». Il suo accendersi, o accadere in noi. Luisa era sinceramente stupefatta dalla neutralità di genere del termine che usavo per riferirmi a tutti noi umani, “persona”. Una parola veramente troppo asessuata, diceva… Ma appunto. Lei non vedeva in tutto questo il regime della gratuità e della grazia, cioè di quel livello della vita personale di ciascuno/a che può svolgersi al di sopra della motivazione e della ragione; il regime del «vivo volentieri», che si oppone a quello del «voglio vivere», come lo “spirito” alla “mente”, il soffio all’intelletto, le tante cose fra la terra e il cielo alle poche che si lasciano illuminare dalla filosofia. Lei vi vedeva non l’opposizione di due possibili e complementari regimi della vita di ciascuno, ma l’opposizione modale dei generi nel loro rapporto all’essere. La differenza femminile, insomma. Ma cosa ne avrebbe detto Guglielma, la protagonista del libro forse più bello di Luisa: Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista (La Tartaruga, 1985)? Correva voce infatti, nella Milano del 1300, che fosse un’incarnazione dello Spirito Santo: e probabilmente era una voce fondata. E cosa c’è di più “universalistico” dello Spirito Santo? Nulla. Con le parole stesse di Luisa Muraro: «Guglielma aveva infatti la capacità di essere per ciascuno una strada verso il vero nella fedeltà a sé… In lei trovò conforto chi non sapeva portare il peso della vita, slancio chi voleva di più. Essa infiammò gli entusiasti e lasciò in pace i tranquilli, non scandalizzò i semplici e sostenne gli audaci». -------------------------------------------------------------------------------- Roberta De Monticelli, filosofa teoretica, ha insegnato a Ginevra e Milano. Tra i suoi ultimi libri Umanità violata. La Palestina e l’inferno della ragione (Laterza). Molti dei suoi articoli sono raccolti su Phenomenologylab.eu. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ROSA MORDENTI: > La forza felice per dire no -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Luisa Muraro e la rosa di Silesio proviene da Comune-info.
July 4, 2026
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