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Iran 2026: 17 anni dopo, stesso errore
di jolek78 Era un sabato del 2015, forse il 2016. Ero ancora “normale” a quei tempi, ancora convinto che la tecnologia fosse intrinsecamente positiva, potenzialmente rivoluzionaria, ancora ingenuo abbastanza da credere che internet liberasse per definizione. Stavo sfogliando i libri nella Waterstones su Sauchiehall Street a Glasgow – uno dei miei piccoli “guilty pleasure” da quando son atterrato in Scozia
Il mistero del potere
-------------------------------------------------------------------------------- Città del Messico solidarizza con il popolo venezuelano. Foto di Desinformémonos -------------------------------------------------------------------------------- È possibile leggere la seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi come una profezia che concerne la situazione attuale dell’Occidente. L’apostolo evoca qui «un mistero dell’anomia», dell’«assenza di legge», che è in atto, ma che non giungerà a compimento con la seconda venuta di Gesù Cristo, se prima non apparirà «l’uomo dell’anomia (ho anthropos tes anomias), il figlio della distruzione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, mostrandosi come Dio». Vi è, però, un potere che trattiene questa rivelazione (Paolo lo chiama semplicemente senza meglio definirlo «ciò che trattiene – cathechon»). Occorre perciò che questo potere sia tolto di mezzo, perché solo allora «sarà rivelato l’empio (anomo, lett. “il senza legge”), che il signore Gesù eliminerà col soffio della sua bocca e renderà inoperante con l’apparire della sua venuta». La tradizione teologico-politica ha identificato questo «potere che trattiene» con l’impero Romano (così in Girolamo e, più tardi, in Carl Schmitt) o con la stessa Chiesa (in Ticonio e Agostino). È evidente, in ogni caso, che il potere che trattiene si identifica con le istituzioni che reggono e governano le società umane. Per questo la loro eliminazione coincide con l’avvento dell’anomos, di un «senza legge» che prende il posto di Dio e «con segni e falsi prodigi» conduce alla perdizione «coloro che hanno rinunciato all’amore per la verità». È possibile vedere nel mistero dell’anomia non tanto un arcano sovratemporale, il cui unico senso è di porre fine alla storia, quanto piuttosto un dramma storico (mysterion in greco significa «azione drammatica»), che corrisponde perfettamente a quello che stiamo oggi vivendo. Le istituzioni dominanti sembrano aver smarrito il loro senso e si stanno letteralmente togliendo di mezzo, lasciando il posto a un’anomia, a un’assenza di legge che si pretende per così dire legale, ma che ha di fatto abdicato a ogni legittimità. Lo Stato (il principio che trattiene) e il «senza legge» sono in realtà le due facce di uno stesso mistero: il mistero del potere. Come oggi gli Stati Uniti mostrano senza alcun scrupolo, l«uomo dell’anomia», il «senza legge» designa la figura del potere statale che, lasciando cadere i principi costituzionali e etici che tradizionalmente lo limitavano e, con essi, «l’amore per la verità», si affida ai «segni e ai falsi prodigi» delle armi e della tecnologia. È questa confusione di anarchia e di legalità in uno stato di eccezione divenuto permanente che dobbiamo smascherare e rendere in ogni ambito inoperante. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (qui con l’autorizzazione della casa editrice) con il titolo “Credere e non credere”. Tra i i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO INTERVENTO DI RAUL ZIBECHI: > Siamo dentro una lunga tempesta -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il mistero del potere proviene da Comune-info.
Cinque giorni di piramidi, storia, amore e anche disamore
COS’È UN SEMILLERO? DI COSA HANNO DISCUSSO LE COMUNITÀ ZAPATISTE NEL SEMILLERO PROMOSSO NEGLI ULTIMI GIORNI DI DICEMBRE? COME LO HANNO FATTO? INSIEME A CHI? IN UN MONDO DISTRATTO CHE SEMBRA INCAPACE DI PERCEPIRE LA VIOLENZA, QUALCUNO METTE DA PARTE UN PO’ DI LEGNA CON CUI “IL GIORNO DOPO” IL CROLLO DEL NOSTRO SISTEMA MONDIALE SI POTRANNO ACCENDERE MONDI NUOVI Periodistas unidos Giorno 1 Il 26 dicembre 2025 ha avuto inizio il Semillero “De pirámides, de historias, de amores y, claro, desamores”, il quarto e ultimo di una serie di incontri svoltisi nel corso di un anno. Questi incontri sono stati dedicati alla comprensione della crisi di civiltà che stiamo attraversando e alla riflessione su come costruire realtà alternative che possano servire da semi capaci di sbocciare “il giorno dopo” il crollo del nostro sistema mondiale. In questi quattro incontri, lo zapatismo ci ha mostrato, attraverso le parole, le opere d’arte e, naturalmente, la pratica, i due pilastri di una profonda trasformazione interiore che si estende anche all’esterno: “el común” e lo smantellamento delle forme di organizzazione piramidali. Questa serie di incontri è iniziata con la Prima Sessione degli Incontri Internazionali di Resistenza e Ribellione, tenutasi il 28 e 29 dicembre 2024 al Cideci – Università della Tierra Chiapas, seguita da un festival culturale al Caracol di Oventic dal 30 dicembre 2024 al 2 gennaio 2025. In questo incontro, diversi pensatori/rici hanno analizzato “la tempesta” – la crisi di civiltà che stiamo vivendo – sia a livello globale che in Messico. Hanno anche riflettuto sulla realtà delle donne, zapatiste e non zapatiste, e sui primi passi nella costruzione del “común ” e nel lavoro politico con donne provenienti da comunità non zapatiste. Allo stesso tempo, le zapatiste hanno raccontato cosa le ha spinte a fare del “común ” il fulcro di questa nuova fase dello zapatismo e i primi passi compiuti in questo percorso. Dal 13 al 19 aprile 2025, si è svolto l’Encuentro (Rebel y Revel) Arte presso il Caracol Jacinto Canek. Questo incontro, utilizzando le arti come cornice, ha proseguito la riflessione sulla tempesta e, soprattutto, ha esplorato come costruire altri mondi possibili di fronte alla crisi globale. L’incontro si è concluso con una discussione il 19 aprile al Cideci – Università della Tierra. Dal 3 al 16 agosto 2025, si è tenuto Encuentro de Resistencias y Rebeldías “Algunas partes del todo”, presso il Semillero Comandanta Ramona del Caracol di Morelia. Per due settimane, in due sessioni simultanee, i partecipanti hanno condiviso non i problemi della tempesta, ma le soluzioni e le alternative che si stanno costruendo in diverse località del mondo. Un incontro che ha ispirato la certezza che altri mondi, molto diversi dalla devastazione in corso, non solo sono possibili, ma si stanno già costruendo in molti luoghi: mondi dove la vita è sacra, dove rispetto e dignità sono la bussola per navigare nella tempesta. Parte di questa costruzione, evidentemente, riguarda i grandi cambiamenti interni allo zapatismo: la costruzione del “común” e la nuova forma di autogoverno, che gli zapatisti hanno spiegato sia con le parole che attraverso rappresentazioni teatrali e altre presentazioni da parte dei giovani. Questo quarto e ultimo incontro è iniziato con le parole del Capitano Marcos e del Subcomandante Moisés, che condividiamo qui, insieme al video e alle immagini complete: > Día 1 – Semillero “De pirámides, de historias, de amores y, claro, desamores” Giorno 2   27 dicembre 2025, San Cristóbal de Las Casas. In questa seconda giornata la discussione si è concentrata sul significato della storia. Raúl Romero e Carlos Aguirre Rojas, da diverse prospettive, hanno discusso della storia come campo di battaglia simbolico in cui gli eventi passati vengono discussi per comprendere il presente e procedere verso il futuro. Come l’uso del discorso storico da parte dello Stato e di chi detiene il potere in generale, come mezzo per mantenere la coesione degli Stati-nazione che non riflettono la loro composizione pluralistica e per mantenere il controllo e il dominio sui loro popoli, così anche di come la sovversione della storia ufficiale e la sua appropriazione dal basso, sono stati esplorati da diverse angolazioni. Il Capitano Marcos ha letto il racconto Historia de amores y desamores, con protagonista la piccola Deni e il defunto Subcomandante Galeano. Il Subcomandante Moisés, da parte sua, ha parlato della necessità di costruire alternative e del percorso zapatista nella costruzione del común e dell’autogoverno. Ascolta l’audio e guarda i video e le immagini qui: > Día 2 – Semillero “De pirámides, de historias, de amores y, claro, desamores” Cogliamo l’occasione per condividere un importante libro consigliato dal Capitano Marcos, Sembrando Vida: recuento desde las regiones a seis años (testi di Russel de Jesús Peba Ocampo, Pedro Uc, Carlos Beas e il Coordinatore Ucizoni, Aline Zárate Santiago, Ana Luz Valadez Ortega, Álvaro Salgado, Armando Galeana, Joel Aquino, Alfredo Zepeda e Ana de Ita), che analizza gli effetti di questo progetto di governo sulla base delle testimonianze di coloro che lo hanno vissuto in tutto il Paese. Giorno 3   28 dicembre 2025, San Cristóbal de Las Casas. Il terzo giorno del Semillero è stato dedicato alla riflessione sul ruolo dei diritti umani nelle lotte sociali, nonché sull’apparato legislativo del Messico e degli Stati-nazione in generale. Come possiamo parlare di diritti umani di fronte allo sterminio del popolo palestinese a Gaza e alla vergognosa complicità della maggior parte degli stati del mondo? Come possiamo parlare di diritti umani in un paese come il Messico, con femminicidi, torture, omicidi, brutalità militare, fosse comuni e l’instancabile e dignitosa disperazione di chi cerca i propri cari scomparsi? Eduardo Almeida e Tamara San Miguel, del Nodo de Derechos Humanos (NODHO), hanno riflettuto su questo con parole potenti che ci invitano a riflettere. Eduardo ha parlato dell’uso del discorso sui diritti umani da parte di chi detiene il potere per giustificare le proprie atrocità. Tamara, tra le altre cose, ha distinto tra quelli che ha definito crimini di potere, commessi da chi detiene il potere per garantire la propria sopravvivenza, e violazioni dei diritti umani. I crimini di potere non sono definiti dalla legge e non sono riconosciuti come tali (ad esempio, crimini di stato, tortura sessuale e reati societari che comportano espropriazione). Alla luce di ciò, è necessario politicizzare la difesa dei diritti umani e dei crimini di potere, cercando meccanismi autonomi paralleli a quelli dello Stato. Dal canto suo, l’avvocata Bárbara Zamora ha riflettuto sulle leggi che escludono e discriminano. “Tutte le leggi sono intrinsecamente discriminatorie ed escludenti perché sono emanate da chi detiene il potere e utilizzate per esercitare il potere sugli altri”, ha esordito Bárbara. Per illustrare questo concetto, ha offerto un’affascinante panoramica delle riforme dell’articolo 27 della Costituzione, che riguardano poi la Legge Agraria, la Legge Mineraria, la Legge sugli Investimenti Esteri, la Legge sugli Idrocarburi, nonché la Legge Amparo e il Codice Civile, tutte misure che interessano le comunità indigene e contadine del Paese. Il Capitano Marcos ha iniziato chiarendo punti importanti sulla posizione zapatista di rispetto della diversità di visioni e opinioni e sull’importanza dei disaccordi e delle differenze tra compagni. Ha poi riflettuto sui cambiamenti avvenuti all’interno della struttura stessa dell’EZLN, che, in quanto esercito, è intrinsecamente piramidale. Da quando il Subcomandante Moisés ha assunto il comando, ha spiegato, la piramide dell’EZLN si è “appiattita”, orientandosi sempre più verso “el común”. Infine, dopo aver spiegato che le storie sono un modo per gli zapatisti di raccontare la realtà, ha letto il racconto El amor y el desamor según el Chómpiras y la Lucecita. Infine, il Subcomandante Moisés ha parlato della costruzione del “común” nel territorio zapatista, fornendo chiari esempi di come funzionano le nuove strutture di governo e l’organizzazione del lavoro comunitario, con fratelli e sorelle non zapatisti, sulle terre recuperate. Ascolta l’audio e guarda i video e le immagini qui: > Día 3 – Semillero “De pirámides, de historias, de amores y, claro, desamores” Giorno 4 29 dicembre 2025, San Cristóbal de Las Casas. Il tema di questa quarta giornata del Semillero “De pirámides, de historias, de amores y, claro, desamores” era, da un lato, il cambiamento climatico e la crisi ecologica globale, e dall’altro, la piramide politica ed economica in Messico. Il geografo Carlos Tornel ha parlato del cambiamento climatico e della crisi ecologica del pianeta come conseguenza del capitalismo selvaggio in cui viviamo. Con dati e spiegazioni chiare, rivolte principalmente agli oltre 500 zapatisti presenti all’incontro, ha tracciato un quadro desolante della traiettoria della crisi. Nonostante le discussioni internazionali sul cambiamento climatico negli ultimi trent’anni, le emissioni di gas serra sono aumentate del 65%. L’aumento della temperatura del pianeta dall’inizio dell’industrializzazione è ora di 1,5 gradi Celsius, considerato dagli scienziati il limite “sicuro” per il riscaldamento globale. Tuttavia, data la traiettoria attuale, si prevede un aumento compreso tra 2,6 e 3,3 gradi, il che appare catastrofico. Le soluzioni dall’alto verso il basso sono sempre modi per mitigare gli effetti senza modificare le cause, ovvero il sistema capitalista stesso. Ciononostante, ci sono già molti movimenti in tutto il mondo che comprendono il problema di fondo e stanno apportando profondi cambiamenti nelle relazioni sociali e con la natura, come dimostrato dal movimento zapatista. Il sociologo Arturo Anguiano, da parte sua, ha parlato della sinistra istituzionale in Messico, in particolare del governo di Andrés Manuel López Obrador (e ora di Claudia Sheinbaum) e del partito Morena, che ha definito “l’altra destra”, con un progetto di sviluppo neoliberista mascherato da un discorso populista di sinistra. Il Capitano Marcos ha usato l’analogia di un tavolo con quattro gambe per rappresentare le fondamenta dello zapatismo: la chiesa progressista e/o la teologia della liberazione; l’avanguardia rivoluzionaria o il proletariato; la società civile nazionale e il sostegno internazionale. Anche se mancano una, due, tre o tutte e quattro le gambe, il tavolo rimane solido perché al centro c’è una quinta gamba che sostiene veramente lo zapatismo: la nostra storia come popoli indigeni. È questa storia che sta alla base dei grandi cambiamenti in corso e della costruzione del “común”. Il Subcomandante Moisés ha parlato della necessità di organizzarsi in tutte le parti del mondo per affrontare la crisi globale, la violenza, l’espropriazione e la distruzione sistematica perpetrata dal capitalismo. Infine, condividiamo qui il libro Golpes y contragolpes: La acción subversiva en la más hostil de las conidicones, de Miguel Amorós, consigliato dal Capitano Marcos. Ascolta l’audio e guarda i video e le immagini qui: > Día 4 – Semillero “De pirámides, de historias, de amores y, claro, desamores” Giorno 5 30 dicembre 2025, San Cristóbal de Las Casas. Questa quinta e ultima giornata del Semillero “De pirámides, de historias, de amores y, claro, desamores” è stata dedicata, da un lato, all’esame del ruolo delle arti nella costruzione di altri mondi e, dall’altro, alle piramidi che si producono in basso. Il drammaturgo Luis de Tavira, in un testo letto dal Capitano Marcos, intitolato “L’arte è una dichiarazione d’amore per l’umanità”, ha anche affermato che “le arti sono una denuncia e una maledizione contro la mancanza d’amore e la crudeltà con cui le persone e le società vengono disumanizzate”. Capire, ha affermato, significa capire che non comprendiamo, e l’arte è in grado di mostrarci ciò che non possiamo intravedere, mostrandoci che altri mondi esistono. “L’arte è un atto di bontà e il mondo è un miracolo”. Eppure, la logica del capitale distrugge tutto, accecando le società. “Il mondo è distratto”, ha detto, “ed è incapace di percepire gli eventi violenti che si svolgono davanti ai suoi occhi”. “La sfida per l’arte amorevole della vita sarà reagire con ribellione alla normalizzazione della violenza sociale”. Raúl Zibecchi, da parte sua, ha offerto un’affascinante panoramica di quelle che ha definito “le piramidi inferiori”, ovvero quelle che si riproducono all’interno dei movimenti sociali. “Le rivoluzioni che hanno trionfato”, ha detto, intendendo quelle che hanno preso il potere, “sono sempre state incapaci di trasformare il mondo”. Questo perché, una volta prese il potere, riproducono la piramide e diventano nuove classi dirigenti. Esempi di ciò sono, naturalmente, il PRI in Messico, lo stato sovietico e il Nicaragua. Ma le piramidi si riproducono anche all’interno dei movimenti sociali. Zibecchi ha citato gli esempi della CONAIE in Ecuador e del MST in Brasile, che, nonostante i loro grandi successi, riproducono strutture piramidali di comando, con alcune al di sopra delle altre. Ha citato cinque esempi di movimenti in Perù, Honduras e Brasile che tentano di rompere con la struttura piramidale, sebbene questa finisca inevitabilmente per riprodursi in una forma o nell’altra. Pertanto, il grande cambiamento interno allo zapatismo – lo smantellamento delle proprie piramidi e la costruzione del común – rappresenta un passo rivoluzionario. Il Subcomandante Moisés ha continuato a descrivere nel dettaglio, con esempi pratici, come il común si sta costruendo in territorio zapatista. In particolare, ha raccontato, attraverso vari casi specifici, l’intenso lavoro politico svolto con le comunità “sorelle” non zapatiste, sensibilizzandole e invitandole a partecipare alla costruzione del común attraverso l’esempio e la messa in pratica di relazioni alternative. L’intervento del Subcomandante Moisés si è concluso con la lettura di un testo sui 43 studenti scomparsi da Ayotzinapa. Il Capitano Marcos ha parlato dell’infanzia come mezzo per comprendere veramente lo zapatismo, iniziando con il racconto della storia di Paticha, la bambina di cinque anni morta di febbre tra le sue braccia. Oggi, quella realtà è cambiata radicalmente. Allo stesso modo, la realtà delle donne è stata profondamente trasformata: oggi le donne zapatiste, un tempo destinate solo a procreare e a prendersi cura della casa, sono promotrici della salute, educatrici, artiste e molto altro. In seguito, ha letto il racconto El amor y el desamor según el Sup Marcos. Così si conclude, alla vigilia del 32° anniversario della rivolta zapatista, questa serie di incontri che, dal dicembre 2024, ci ha spinto a riflettere sul nostro presente e a costruire un futuro diverso, più umano, più dignitoso, più giusto. Ascolta l’audio, guarda il video e guarda le immagini qui: > Día 5 – Semillero “De pirámides, de historias, de amores y, claro, desamores” -------------------------------------------------------------------------------- Ya basta Napoli -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Cinque giorni di piramidi, storia, amore e anche disamore proviene da Comune-info.
Scavare il linguaggio: l’insegnamento di Paolo Virno – di Christian Marazzi
La notte del 7 novembre 2025 è scomparso Paolo Virno. Filosofo e intellettuale critico e militante, appartente a Potere Operaio, negli anni Settanta fu indagato nell'ambito dell'inchiesta 7 aprile e poi scagionato da tutte le accuse. È stato redattore di Luogo Comune, rivista che per prima ha scandagliato le trasformazione del lavoro dopo la [...]
Sullo scolasticidio. Il progetto politico sulla scuola italiana: dal pensiero critico all’obbedienza
Il 16 ottobre 2025, il giorno dopo l’ennesimo femminicidio – quello di Pamela Genini -, arriva l’emendamento della Lega nel ddl Valditara. Il testo vieta i progetti di educazione sessuo-affettiva nelle scuole primarie e secondarie di primo grado e richiede il consenso preventivo dei genitori nelle scuole secondarie di secondo grado. In un momento storico in cui il dibattito sull’educazione all’affettività per contrastare una cultura patriarcale e violenta è centrale, il governo presenta un disegno di legge completamente scollegato dalle esigenze concrete della società e della comunità educante. La preoccupazione e lo sconcerto del personale della scuola alla notizia confliggono con le dichiarazioni del ministro: le nuove Indicazioni Nazionali prevedono l’educazione sessuale e affettiva, ma solo da un punto di vista “biologico”. Chi lavora quotidianamente con bambine e adolescenti sa che la sessualità non è solo una questione biologica, ma di identità. Un’identità che non sempre, ci si sente liberi di dichiarare perché scandalizza più una donna che si dichiara lesbica che un uomo che infligge coltellate sul corpo della compagna. Chi vive la scuola tutti i giorni sa che l’affettività riguarda competenze differenti da quelle che si possono acquisire durante l’ora di scienze leggendo un paragrafo sugli apparati riproduttivi. Educare alla sessualità e all’affettività significa educare al consenso e al rispetto di tutte le identità, riconoscere le proprie emozioni, decostruire pregiudizi e diseguaglianze. Al contrario, eliminarne l’insegnamento significa normalizzare odio e violenza. Tuttavia, la legittimazione tacita di una cultura patriarcale e violenta, favorita anche da una scuola che non prepara all’educazione sessuale e affettiva, non è da imputare solo a questo governo. È  dai primi anni 2000 che l’OMS chiede l’introduzione della “Comprehensive Sexuality Education” (CSE) nelle scuole di ogni ordine e grado come parte integrante dei diritti umani, della salute pubblica e dell’educazione alla cittadinanza responsabile, ma in Italia non è mai esistito un programma nazionale obbligatorio sull’insegnamento dell’educazione sessuo-affettiva. Sono previsti dei progetti extracurriculari da attuare a discrezione delle scuole. L’Italia rientra infatti insieme a Ungheria, Romania, Bulgaria e Grecia tra i Paesi europei in cui l’educazione sessuo-affettiva non è obbligatoria ed è fortemente limitata o del tutto assente. In tutti gli altri paesi europei l’insegnamento è regolamentato e strutturato; tra gli esempi più avanzati vi è l’Olanda in cui sono presenti programmi educativi sull’approccio affettivo e relazionale già a quattro anni. È invece da imputare a questo governo l’intenzione di costruire uno stato autoritario a colpi di decreti che si configurano come manifesti politici in cui i nemici sono chiari. Si è partiti nel 2022, con la legge “anti-rave” che criminalizza chi si organizza per praticare soluzioni alternative dal basso e modelli di vita accessibili compensando un welfare inesistente. Si è poi passati, con la legge “sicurezza”, alla repressione feroce di  migranti, occupanti di case, tutti coloro a cui questo governo ha deciso di negare il diritto ad una vita dignitosa creando un clima di paura contro qualsiasi forma di protesta. Ora, l’obiettivo è intervenire direttamente sui contenuti educativi per crescere generazioni obbedienti. Era chiaro sin dall’insediamento di questo governo il progetto politico sulla scuola. Il primo passo è stato fatto passando da “Ministero della Pubblica Istruzione” a “Ministero dell’istruzione e del Merito”. Ciò ha significato cancellare il servizio pubblico a favore di una meritocrazia fittizia, promuovere una scuola che non considera le differenze alimentando frustrazioni nei più giovani mentre si è sempre più lontani dal tutelare uguaglianza e diritti. L’intervento successivo è stato sui contenuti disciplinari attraverso la pubblicazione delle Nuove Indicazioni Nazionali. Anche in questo caso, il contenuto è molto lontano da una scuola che formi cittadine per una società inclusiva ed interculturale e privilegia la conoscenza dell’Occidente rispetto alle altre civiltà. Le mobilitazioni e gli scioperi di questi ultimi mesi, a partire dall’iniziativa del “minuto di silenzio per Gaza” il primo giorno di scuola, hanno subito evidenti tentativi di boicottaggio e intimidazione tramite comunicazioni riservate degli uffici scolastici, delegittimazione dei collegi docenti, precettazioni di scioperi legittimi. Per la prima volta dopo anni la scuola è stata di nuovo protagonista delle piazze schierandosi apertamente contro il genocidio in Palestina e contro la complicità del governo ed ecco allora imbastire i preparativi per nuove forme di repressione. Il 25 settembre è stato assegnato in Senato il ddl Gasparri. Un disegno di legge in cui compaiono obblighi formativi su cultura ebraica, Israele e antisemitismo; sanzioni per il personale – dal provvedimento scritto fino al demansionamento e alla destituzione – ; modifiche al codice penale che vedono l’antisemitismo e l’antisionismo – che non sono affatto sinonimi – come aggravante. In questo quadro, il tassello in più che mette il ddl Valditara è depotenziare la funzione centrale della scuola in uno stato democratico e svuotare il ruolo educativo delle docenti. È in tutto questo che si configura lo scolasticidio, termine coniato per indicare la distruzione sistematica delle scuole palestinesi. Sebbene neanche lontanamente paragonabile, ciò che accade a Gaza è la vetrina delle politiche autoritarie ed escludenti dell’occidente, anche quelle scolastiche. Lo scolasticidio è nello smantellamento del servizio pubblico a favore della privatizzazione e del merito;  nella prospettiva classista ed escludente della scuola; nel depotenziamento dei luoghi di democrazia; nei corsi di formazione a pagamento per ottenere il ruolo; nel precariato; nella repressione delle docenti e delle studentesse; nell’attacco alla libertà d’insegnamento; nella promozione dell’obbedienza invece che dello sviluppo del pensiero critico; nell’intervento delle forze dell’ordine al posto di interventi didattici ed educativi. Nell’intersezione tra la svolta autoritaria dell’occidente e l’oppressione del popolo palestinese si colloca la militarizzazione della scuola e della società, per crescere cittadini obbedienti in barba ai capisaldi di uno stato di diritto e ai principi costituzionali di cui la scuola pubblica è portavoce. Fare politiche distanti dai bisogni reali significa alimentare frustrazione nei più fragili e indifferenza nei più forti. Chi invece, adulto o giovane, crede ancora che un mondo migliore sia possibile e necessario a partire dall’educazione, sa che la risposta del governo sarà sempre e solo repressione. Fonti: Nuove Indicazioni Nazionali Pubblicato il testo delle “Nuove indicazioni per la scuola dell’infanzia e primo ciclo di istruzione 2025” – Materiali per il dibattito pubblico – Pubblicato il testo delle “Nuove indicazioni per la scuola dell’infanzia e primo ciclo di istruzione 2025” – Materiali per il dibattito pubblico – MIM WHO Comprehensive sexuality education DDL Gasparri Parlamento Italiano – Disegno di legge S. 1627 – 19ª Legislatura | Senato della Repubblica DDL Valditara Disegno di legge Fulvia Difonte, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Milano
Cultura per non colti
SIAMO IN GRADO DI TRASFORMARE BIBLIOTECHE E TEATRI SPESSO SEMIVUOTI? COME RIVITALIZZARE LA VITA SCOLASTICA? POSSIAMO PARTECIPARE IN MODO DIVERSO A UN CONVEGNO? FORSE ABBIAMO BISOGNO DI ASCOLTARE GLI OUTSIDER PER CAPIRE COME RAGIONA CHI RESTA AI MARGINI O NON ENTRA. “COME SAREBBE UNA SCUOLA FATTA DA CHI L’HA SOFFERTA O L’HA ODIATA, OVVERO DOVE A INSEGNARE FOSSE PROPRIO CHI PATIVA INSUCCESSI SCOLASTICI, UMILIAZIONI DAI DOCENTI O DAI COMPAGNI, SENSO DI INUTILITÀ DI QUEL TEMPO SEDUTO AL BANCO – SCRIVE STEFANO LAFFI – O COME SAREBBE UN MUSEO CURATO DA NON L’HA MAI AMATO, SI ANNOIAVA A MORTE DA BAMBINO NELLE VISITE GUIDATE E SOLO DOPO HA IMPARATO A DIALOGARE CON LE OPERE, MAGARI DA SOLO NELLA SUA STANZA. UNA SELEZIONE DEL PERSONALE PER TITOLI ALLA ROVESCIA: POTREBBERO ESSERE LORO I DEPOSITARI DELLE ALTERNATIVE AL PRESENTE…”. IN QUESTO TESTO, TRATTO DAL LIBRO IMMAGINA (FELTRINELLI), UN MAGNIFICO QUADERNO DI APPUNTI, LAFFI RACCONTA COSA È ACCADUTO QUANDO HA PROVATO A RIPENSARE UNA BIBLIOTECA CON UN GRUPPO DI ADOLESCENTI NON FREQUENTATORI. DI CERTO, SUGGERISCE QUEL LIBRO, POSSIAMO TUTTI RE-IMPARARE A IMMAGINARE PER CAMBIARE L’ORDINE DELLE COSE, DISEGNARE UN PRESENTE DIVERSO A COMINCIARE DAI DISSENSI, CONDIVIDERE NUOVE DOMANDE: POSSIAMO IMPARARE MOLTO, IN UN MONDO PIENO DI IMMAGINI MA PRIVO DI IMMAGINAZIONE, DA CHI PRATICA L’ARTE, DA CHI SI RIBELLA, DA CHI RIPENSA LA VITA DI OGNI GIORNO. SICURAMENTE DAI BAMBINI E DALLA BAMBINE Uno dei frutti colorati del Laboratorio d’arte “L’ultimo fiore d’autunno”, promosso nei giorni scorsi alla Casa del bambino di Castel Volturno, meraviglioso centro educativo comunitario di un territorio difficile della provincia di Caserta -------------------------------------------------------------------------------- Partiamo da un dato preoccupante: il pubblico sembra sempre più distante dall’offerta culturale tradizionale. Si legge sempre meno, si frequenta sempre meno il cinema e il teatro, si investe sempre meno in cultura, aumenta l’abbandono scolastico. Certo, oggi molti consumi culturali avvengono online, ma questo non risolve il destino delle istituzioni culturali fisiche. Negli anni si è tentato di innovare: musei che escono dalle loro sedi, bibliobus, teatro a domicilio, cinema nei cortili. Eppure, il problema di base rimane: come rivitalizzare scuole, biblioteche e teatri spesso semivuoti? Se ragiono con l’emisfero sinistro, affino l’offerta, arricchisco il patrimonio, diversifico i prezzi, vario la programmazione… insomma valorizzo quello che faccio, cerco di far apprezzare e comunicare il valore della cultura, convinto della mia missione. È tuttavia improbabile che le soluzioni offerte dal pensiero analitico degli esperti aprano le porte a chi non pensa nemmeno di entrare. Proviamo a ribaltare tutti gli elementi, a considerare gli altri personaggi della storia, a guardare dal di fuori: forse abbiamo bisogno di ascoltare gli outsider, di capire come ragiona chi non ci crede, chi non entra, chi non sa. È il contrario di quello che succede oggi, dove tutto è per addetti ai lavori, appassionati già convinti, e lo capisci dagli applausi ai convegni o agli spettacoli. A una mostra o a un’opera teatrale sul soccorso ai migranti verranno coloro che già ne riconoscono il valore, ma così non si allarga la consapevolezza, e la cultura rischia di trasformarsi in un’operazione consolatoria, per sentirsi “dalla parte giusta”. Peraltro, con una certa probabilità che alla mostra o allo spettacolo i migranti non vengano. Il confronto con gli outsider, invece, va fatto senza nessuna presunzione di superiorità, anzi, proprio a partire dalle buone ragioni che essi hanno per non avvicinarsi ai luoghi della cultura, per non partecipare, per non esserci. Questo per scoprire perché quei luoghi, visti da fuori, risultano supponenti, discriminanti, incomprensibili, inaccessibili, costosi, percepiti come poco utili da chi conduce una vita stretta da mille altre necessità. Diversi adolescenti che abbandonano la scuola si chiedono a che cosa serva, perché nel frattempo frequentano corsi sul Web e seguono tutorial per sperimentare altro; in altre parole, rifiutano la scuola, non lo studio. E se cambiassimo radicalmente il modo di concepire queste istituzioni? Come sarebbe una scuola fatta da chi l’ha sofferta o l’ha odiata, ovvero dove a insegnare fosse proprio chi pativa insuccessi scolastici, umiliazioni dai docenti o dai compagni, senso di inutilità di quel tempo seduto al banco. O come sarebbe un museo curato da non l’ha mai amato, si annoiava a morte da bambino nelle visite guidate e solo dopo ha imparato a dialogare con le opere, magari da solo nella sua stanza. Una selezione del personale per titoli alla rovescia: potrebbero essere loro i depositari delle alternative al presente. Ho provato a ripensare una biblioteca insieme a un gruppo di giovani non frequentatori. Ecco che cosa è emerso. 1. Lo spazio esterno conta quanto quello interno: per loro, il “fuori” è fondamentale: è lì che ci si incontra, si chiacchiera, si sta insieme. La biblioteca deve essere prima di tutto un “medium di relazioni”, un luogo dove si va per gli amici, non solo per i libri. I volumi diventano quasi un pretesto, un alibi. Questa chiave obbligata, per dirla con Rodari, del “medium di relazioni” vale sempre con le fasce di età giovanili: qualsiasi proposta – scolastica o extrascolastica – avrà valore solo se consentirà di stare insieme. Ma, in fondo, la formula “medium di relazioni” non è un’ottima definizione di cultura? E allora, tanto per fare un esempio, perché imporre il silenzio in biblioteca e non creare piuttosto aree di parola, dove studiare insieme? Insomma, perché non fare della biblioteca, della scuola o del museo – quindi dei loro spazi, dei loro arredi, delle loro regole – dei luoghi di amicizia, che è certamente un valore più universale e più immediatamente accessibile rispetto alla lettura di libri? 2. Superare la soglia invisibile: l’ingresso tradizionale, con il bibliotecario in attesa, crea ansia. Meglio iniziare con uno spazio neutro: un bar, un’area ristoro. Insomma, uno spazio neutro che non divida il mondo fra lettori e non-lettori, e sia quindi più accogliente, metta voglia di entrare o almeno tolga il disagio nel farlo. Attenzione: sono le aziende più innovative a dotarsi di aree ristoro, a considerarle decisive nella generazione di idee, e quel gruppo di progettazione di non-lettori sta sposando senza saperlo quella stessa soluzione. Di più, è il capitale relazionale quello che risulta oggi decisivo per le giovani generazioni nel procurarsi opportunità – lavoro, casa, viaggi …– quindi quello scambio di vedute al caffè diviene anche strategicamente prezioso. 3. A ogni età il suo spazio e i suoi arredi: in una pianta dell’edificio che alla fine risulterà esagonale, a spicchi, la prima sala dopo l’ingresso informale è quella di lettura, a scaffale aperto, con divani e angoli morbidi, con arredi fatti da materiali di recupero. Insistono che non ci siano tavoli ma solo sedute comode, perché la vista dei tavoli evoca in loro studio e fatica, mentre la lettura avviene in un’altra posizione. Accettano di convivere in quella che sentono “la loro sala” anche con anziani dediti alla lettura di giornali e riviste, mentre preferiscono che le mamme con bambini stiano in un’altra sala: forse vogliono rimarcare la distanza da quella situazione, anagraficamente vicina ma assai lontana nel loro immaginario. Le due sale che seguono in questa forma esagonale sono la sala studio tradizionale – tavoli, prese, wi-fi – e quella della playstation, per la fascia dei preadolescenti, più eventuali giochi da tavolo: quest’ultima deve essere di uso esclusivo e insonorizzata, perché “accanto a chi gioca non si può fare altro”, spiegano loro. 4. Uno spazio per produrre cultura, non solo consumarla: la sorpresa finale è uno spazio espositivo, per artisti emergenti del territorio, giovani produttori di cultura, non solo consumatori. Pensano di meritare uno spazio in biblioteca, in cui poter esporre quadri, testi musicali o altre opere di coetanei. Chiedono che questa sala sia a vetri, ben visibile da fuori, sostengono che quella sarà una buona leva per fare entrare giovani in biblioteca. Così ripenso al fatto che, in effetti, la cultura non li rispecchia mai: nei musei, a teatro, in biblioteca, al cinema non si trova mai qualcosa fatto da un coetaneo. L’ultima sala sembra suggerirci una chiave. Forse la loro diserzione dipende dal loro esilio, dal non sentirsi parte di quella scena. Se l’adolescenza vedesse riconosciuto il suo potenziale, anche nella produzione culturale, si sentirebbe più a casa in tutti quei luoghi nei quali le si chiede sempre di tacere, ascoltare, guardare. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Cultura per non colti proviene da Comune-info.
Lucia Fortini: “La scuola è presidio di libertà e luogo di speranza”
Intervista di Antonella Musella all’Assessora alla Scuola, alle Politiche Sociali e alle Politiche Giovanili della Regione Campania L’incontro con l’assessora Lucia Fortini nasce dalla volontà di dare voce a un sentire comune: il desiderio di ritrovare l’aspetto umano nelle pratiche sociali e politiche. L’intervista si inserisce in una ricerca più ampia sul modo in cui l’azione umana agisce all’interno delle comunità e delle relazioni tra gli individui, una riflessione sullo stato dell’arte dei sentimenti affettivi e del legame sociale. Vorrei riflettere con lei sui ragazzi nati e cresciuti nei quartieri più difficili e problematici di Napoli. In molti si chiedono se sia davvero possibile un riscatto educativo e sociale, e se oggi si possa ancora guardare al mondo con uno sguardo umano. In particolare, quale forma può assumere il legame tra la comunità educante e l’azione politica, intesa come arte del governare con lo scopo di costruire una comunità viva, aperta e solidale? Quando penso ai ragazzi che crescono in quartieri difficili, penso prima di tutto al coraggio: il coraggio di credere in sé stessi anche quando tutto intorno sembra dire il contrario. Il riscatto educativo e sociale è possibile, ma non è mai un processo individuale: è un cammino che si costruisce insieme, grazie a una comunità che non si arrende, a istituzioni che non si limitano a osservare ma osservare, a educatori che restano punti fermi anche nelle situazioni più complesse. È in questo spirito che abbiamo costruito percorsi come Scuola Viva , un programma che ha riaperto le scuole al territorio anche nel pomeriggio, restituendo spazi di vita e di apprendimento a migliaia di ragazzi, anche nei contesti più fragili. L’obiettivo è dare concretezza alla speranza, combattere la dispersione scolastica con attività educative, laboratori, sport, arte e inclusione. La politica, quando è autentica, è servizio: è la capacità di unire, di ascoltare, di dare forma a possibilità nuove. È lì che la comunità educante e l’azione politica si incontrano, nel costruire futuro. Governare, per me, significa custodire questa speranza e tradurla in scelte concrete che rendono la vita dei giovani più giusta e piena di opportunità. In una sua recente riflessione, lei ha definito la scuola “presidio di libertà” e “luogo di protesta”. Questa idea restituisce fiducia nella possibilità che la scuola sia ancora un luogo di cultura. In che modo, secondo lei, la scuola può favorire un pensiero critico sulla realtà? E come può rinascere oggi un pensiero collettivo in una società così frammentata? La parola “collettivo” ha perso un po’ del suo significato, come se fosse un’eco di tempi lontani. Ma oggi più che mai dobbiamo recuperarla. Quando dico che la scuola è “presidio di libertà” e “luogo di protesta”, intendo dire che è lo spazio in cui si impara a pensare, a discutere, a scegliere. È un luogo dove si esercita la libertà ogni giorno, nella curiosità e nel rispetto reciproco. Un pensiero critico nasce solo dove c’è fiducia e libertà di parola. La scuola deve aiutare i ragazzi a leggere la realtà con occhi propri, a costruire opinioni, a cercare il senso profondo delle cose. Per questo la Regione Campania ha voluto sostenere con forza il diritto allo studio in tutte le sue forme: dal trasporto gratuito per gli studenti, che consente a tanti di raggiungere la scuola senza pesare sulle famiglie, al programma Io Studio , che sostiene economicamente chi rischia di restare indietro. Il pensiero collettivo, oggi, è la capacità di tenere insieme le differenze e di condividere una direzione comune: quella del bene di tutti. Credo ancora che si possano costruire relazioni eque, sane e democratiche, perché lo vedo ogni giorno nei docenti che non smettono di credere nei loro studenti e nei ragazzi che scelgono di mettersi in gioco, anche quando è più difficile. Un argomento molto delicato è quello del diritto allo studio per studenti che vivono situazioni di vulnerabilità o condizioni di neurodivergenza e disabilità. Un processo inclusivo presuppone una profonda accoglienza da parte dell’ambiente circostante. Se gli adulti non sono pronti a incontrare la fragilità, quali strumenti o atteggiamenti possono essere utili per affrontarla? Il diritto allo studio non è solo una norma: è un principio morale. Ogni bambino e ogni ragazzo deve poter trovare nella scuola un luogo che lo accolga per ciò che è, non per ciò che si pretende da lui. Questo vale ancora di più per chi vive una condizione di debolezza o di neurodivergenza, per chi ha bisogno di un’attenzione speciale. L’inclusione non è un progetto, ma un modo di essere. Gli adulti devono essere preparati e competenti, ma anche capaci di empatia. La formazione e gli strumenti sono fondamentali, ma è lo sguardo che cambia tutto: vedere la persona, non la difficoltà. Io credo che nella mente e nel cuore della comunità ci sia spazio per accogliere, se impariamo a non aver paura della diversità. L’inclusione è una scelta di civiltà, non un gesto di bontà. È il modo in cui una comunità dimostra di essere viva e giusta. E la scuola, ancora una volta, resta il luogo dove questa umanità può nascere e rinnovarsi ogni giorno. Le politiche messe in campo dalla Regione Campania, ricorda Fortini, nascono da un’idea semplice ma profonda: nessun ragazzo deve sentirsi solo. Scuola Viva , Io Studio , il trasporto gratuito, i progetti per l’inclusione e per l’educazione civica sono tasselli di una stessa visione: una scuola aperta, equa, accogliente. «Credo che la vera rivoluzione passi da qui – concludono – da una scuola che non si limita a trasmettere conoscenze, ma che insegna a vivere insieme, a riconoscersi, a rispettarsi. Perché un Paese che investe nei suoi ragazzi è un Paese che sceglie il futuro.» Antonella Musella
È sempre più difficile criticare e criticarci
-------------------------------------------------------------------------------- Bologna, 3 ottobre -------------------------------------------------------------------------------- Libertà e democrazia è poter dire a Michele Santoro, agli organizzatori ed ai partecipanti del corteo che chi esalta, con striscioni e manifestazioni il 7 ottobre, sbaglia e insiste a compiere lo stesso errore che ha portato Hamas a compiere quell’assalto e a rendere legittimo – agli occhi di Israele e di buona parte del mondo – quell’orrore che è avvenuto dopo. Se resistenza è contro-violenza della vittima, il cerchio si chiude sempre e soltanto nella guerra. Libertà e democrazia è poter dire a Liliana Segre che sbaglia quando non ammette il genocidio e prosegue a dare più valore a quel che accade o è accaduto agli ebrei piuttosto che ad altri o continua a minimizzare quel che il governo israeliano sta perpetrando da sempre contro tutti i popoli arabi, proseguendo sulla strada già tracciata dalla Bibbia e dal sionismo, che è sempre stato un movimento di colonizzazione forzata di territori abitati da altri. Libertà e democrazia è poter dire a Francesca Albanese che sbaglia quando non accetta le parole del sindaco di Reggio Emilia, che mette sullo stesso piano il conseguimento del cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi. Il valore della vita e della morte hanno lo stesso peso per ciascun essere umano, che sia amico o nemico, che si sia in uno o in mille. Essere politicamente non equidistanti non può vuol dire essere umanamente discriminanti, e fare graduatorie tra chi vale di più o di meno (a meno che non si voglia fare come il governo Netanyahu o gli israeliani che manifestano solo per i loro familiari). Libertà e democrazia è poter dire ai coraggiosi attivisti delle Flotille che sarebbe stato più coerente ed efficace stare in cella qualche giorno di più, farsi processare, proseguire a dar disturbo, e non accettare di farsi espellere così rapidamente. Visto quel che sono stati capaci di fare e di rischiare (e tanto di cappello a loro, e grazie di cuore), avrei provato ad insistere ancora. Oggi invece è sempre più difficile criticare e criticarci; proseguiamo a confondere rifiuto e disconferma, ammonizione e squalifica, riconciliazione e buonismo. Ognuno deve stare rintanato nel suo schieramento, come dei tifosi di calcio che vedono solo i rigori a favore e non quelli per gli avversari. Sono un tifoso di calcio, ma solo allo stadio. E se la mia squadra gioca male e merita di perdere, di solito, lo riconosco. Libertà e democrazia vivono soprattutto di questo e se questo non c’è più libertà e democrazia restano solo parole vuote e agonizzanti. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > L’autocritica zapatista -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo È sempre più difficile criticare e criticarci proviene da Comune-info.
La ribellione chiamata ascolto
ETICHETTARE E SOPRATTUTTO DISUMANIZZARE SONO AZIONI COMPIUTE ATTRAVERSO IL LINGUAGGIO. QUELLI CHE SONO IN ALTO LO SANNO BENE: LE PAROLE NON DESCRIVONO IL MONDO, SERVONO A CREARLO, SERVONO ANCHE A COSTRUIRE CONSENSO ATTRAVERSO LA PAURA. DEL RESTO, HA SPIEGATO HANNAH ARENDT, OGNI POTERE AUTORITARIO HA BISOGNO DI TRASFORMARE GRUPPI UMANI IN BERSAGLI. PER QUESTO OGGI CHI DIFENDE LA FLOTILLA È DEFINITO “TERRORISTA” E I CORPI CHE PROTESTANO NELLE STRADE VENGONO RIDOTTI A RUMORE. ROMPERE CON LA CULTURA POLITICA DI QUELLI CHE SONO IN ALTO SIGNIFICA ALLORA NON REPLICARE LA LORO GRAMMATICA. SIGNIFICA DARE SPAZIO A UNA PAROLA CHE NON CANCELLA LA COMPLESSITÀ E CHE DICE IL CONFLITTO SENZA DISUMANIZZARE. MA VUOL DIRE PRIMA DI TUTTO FARE OVUNQUE ESERCIZIO DI ASCOLTO VERO. “È UN LAVORO PAZIENTE, LENTO, SPESSO INVISIBILE, MA ESSENZIALE…”, SCRIVE EMILIA DE RIENZO Napoli, 22 settembre. Foto di Ferdinando Kaiser -------------------------------------------------------------------------------- Quando un politico definisce qualcuno “clandestino”, “parassita” o “buonista”, non sta semplicemente descrivendo il mondo: lo sta creando. È questo l’insegnamento centrale della teoria degli atti linguistici di John Austin: certe parole non rappresentano la realtà, la fanno. Promettere, condannare, etichettare — e soprattutto disumanizzare — sono azioni compiute attraverso il linguaggio. E quel linguaggio, poco a poco, diventa pensiero comune. La cattiveria politica, oggi, è precisamente questo: un atto performativo che trasforma esseri umani in categorie, semina diffidenza, autorizza violenza. Non è rabbia spontanea, è calcolo. Serve a costruire consenso attraverso la paura (leggi anche questo articolo di Marco Revell, La paura), a dividere il corpo sociale in “noi” e “loro”, a indicare un nemico che semplifichi l’angoscia collettiva. A dominare è a imporre il proprio pensiero. Un pensiero rigido, senza se e senza ma. La parola ha potere simbolico Le radici filosofiche di un fenomeno attuale Hannah Arendt, l’aveva analizzato. In Le origini del totalitarismo, ha mostrato che ogni potere autoritario ha bisogno di trasformare gruppi umani in bersagli. L’odio politico è un collante più potente della speranza per masse disorientate. Quando la politica diventa teatro dell’odio, rinuncia al pensiero. George Orwell lo ha reso narrativa in 1984: chi controlla il linguaggio controlla il pensiero. Pierre Bourdieu ha dato a questo intuito dignità sociologica, mostrando che la parola ha potere simbolico: ferisce, esclude, stabilisce gerarchie. Judith Butler, invece, ha parlato di hate speech: parole che non descrivono ma fanno male, rendendo chi le subisce “vulnerabile nel linguaggio stesso”. La realtà capovolta Un esempio lampante di come la cattiveria politica riscriva la realtà si manifesta nei discorsi sulle recenti manifestazioni e sulla Flottilla umanitaria. Chi denuncia violenze, occupazioni o genocidi viene dipinto come minaccia, estremista, persino “terrorista”. Al contrario, chi perpetra efferatezze non viene condannato, è reso parte di un ordine che non si discute. Le manifestazioni non vengono raccontate come gesti a favore della giustizia, ma come atti contro qualcosa, contro l’ordine, contro la sicurezza, contro “noi”. I corpi che protestano vengono ridotti a rumore, a urlo privo di argomenti, a disordine da contenere. Si cancella la motivazione, si distorce il senso, si nega la dignità del dissenso. È qui che la cattiveria politica mostra il suo potere più profondo: non si limita a ferire, ma confonde, spaventa, capovolge. Trasforma la denuncia in pericolo, la solidarietà in sospetto, la richiesta di diritti in minaccia da punire e sanzionare. Non è solo linguaggio violento, è una macchina che produce ingiustizia e la fa apparire normale. Il problema è che il linguaggio dell’odio non resta confinato. Sui social, nei talk show, nelle piazze digitali, diventa contagioso. La cattiveria politica è un linguaggio che fa, e chi lo usa, anche solo per reagire, ne porta il segno. Una parola che dice il conflitto senza disumanizzare Chi sceglie un linguaggio diverso può sembrare debole, poco incisivo, incapace di “bucare lo schermo”. Ma quella calma e quella misura, in realtà, non sono segno di debolezza: sono resistenza alla violenza simbolica. La politica, se vuole restare democratica, deve tornare a essere cura della parola, una parola che non ferisce, che non cancella la complessità, che dice il conflitto senza disumanizzare. E noi, in basso, possiamo e dobbiamo fare la nostra parte. Non basta delegare: bisogna contagiare con la capacità di ascolto, con un dialogo che sappia accogliere le ragioni dell’altro senza annullarle o ridurle a nemico. Ogni conversazione rispettosa, ogni momento in cui ci fermiamo a capire invece di reagire d’impulso, diventa un piccolo argine alla logica dell’odio. È un lavoro paziente, lento, spesso invisibile, ma essenziale. Norberto Bobbio individuava proprio qui la differenza tra democrazia e autoritarismo: nel modo in cui si tratta l’avversario. Nella democrazia, l’avversario è qualcuno con cui discutere; nell’autoritarismo, qualcuno da annientare. La democrazia vive di conflitto regolato, non di guerra tra nemici. La cattiveria prospera solo dove le persone smettono di parlare e ascoltare davvero. Recuperare questa pratica quotidiana significa ricostruire uno spazio democratico prima che sia troppo tardi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La ribellione chiamata ascolto proviene da Comune-info.