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Roma, 2 marzo: Dalla disciplina al pensiero critico: una giornata di formazione sull’ecosistema scuola
LUNEDÌ, 2 MARZO 2026, ORE 9.30-18:00 ROMA, CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE, VIA DELLA LUNGARA, 19 Il 2 marzo 2026, nell’ambito di Feminism9, Fiera dell’editoria delle donne, si terrà a Roma la giornata di formazione dedicata al tema “Ecologia dei corpi. Pratiche di sapere e relazione nello spazio della scuola“, rivolta a docenti di ogni ordine e grado. Come ormai tradizione, la giornata dedicata alla scuola nasce dal lavoro e dall’impegno condiviso di SIL, Leggendaria – Cara prof, FactoryA, Archivia, Indici Paritari e Proteo Fare Sapere, e si inserisce nel tema scelto da Feminism 9, che per questa edizione sarà: Creature di un unico mondo: ecologie, libri, voci. Si tratta di un riferimento esplicito a un mondo ferito dall’inquinamento ambientale, dalle guerre e dalle violenze neoliberiste, sessiste e razziste. Il pomeriggio sarà presente anche l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università con la presidente Roberta Leoni con un intervento: l’esercito in classe. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Pisa, Diritti in Comune: Basta ingerenze e clima intimidatorio. Mozione a tutela del pensiero critico
RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO IL COMUNICATO DELLA COALIZIONE “DIRITTI IN COMUNE” DI PISA, CHE A SEGUITO DELLA SETTIMANA DI MOBILITAZIONE PER LA LIBERTÀ DI INSEGNAMENTO HA DEPOSITATO UNA MOZIONE  TUTELA DELLA LIBERTÀ DI INSEGNAMENTO, DEL PENSIERO CRITICO E DELL’AUTONOMIA SCOLASTICA NEL COMUNE DI PISA.  LA MOZIONE PUÒ ESSERE REPLICATA ANCHE IN ALTRI COMUNI DOVE I CONSIGLIERI O GLI ESPONENTI DEI PARTITI DI DESTRA, PERSISTONO IN UN OPERA DI DISCREDITO DELLA FIGURA DEI/DELLE DOCENTI CERCANDO DI LIMITARE LE LIBERTÀ COSTITUZIONALMENTE GARANTITE. LINK ALLA MOZIONE HTTPS://UNACITTAINCOMUNE.IT/MOZIONE-TUTELA-DELLA-LIBERTA-DI-INSEGNAMENTO-DEL-PENSIERO-CRITICO-E-DELLAUTONOMIA-SCOLASTICA-NEL-COMUNE-DI-PISA/ COMUNICATO STAMPA SCUOLA, DIRITTI IN COMUNE: “BASTA INGERENZE E CLIMA INTIMIDATORIO. DEPOSITATA MOZIONE A TUTELA DEI DOCENTI E DEL PENSIERO CRITICO” PISA – “Giù le mani dalla scuola pubblica e dalla libertà di insegnamento”. Con queste parole il consigliere comunale Ciccio Auletta annuncia di aver depositato una mozione urgente in Consiglio Comunale, in risposta al clima di tensione e censura che sta investendo gli istituti scolastici pisani e nazionali. “Gli attacchi strumentali partiti dal capogruppo della Lega Pasqualino e dall’onorevole Ceccardi contro il Liceo Dini hanno innescato un effetto a cascata pericoloso”, dichiara il consigliere. “È inaccettabile che i partiti della destra che governano questo paese cerchino di intimidire dirigenti e docenti che, nel pieno rispetto della Costituzione, della legislazione scolastica e delle Indicazioni e Linee guida nazionali, offrono agli studenti occasioni di approfondimento su temi cruciali e di attualità come i diritti umani, il ruolo dell’ONU e il genocidio del popolo palestinese, anche attraverso figure come la Relatrice speciale dei territori occupati Francesca Albanese”. La mozione denuncia l’operato del Ministro Valditara che usa le ispezioni come strumento punitivo o intimidatorio nei confronti delle scuole che promuovono il dibattito su temi di attualità internazionale e diritti umani, come nel caso del Liceo Montale di Pontedera. Nel documento, inoltre, si condanna con fermezza l’operazione di “schedatura” delle/dei docenti etichettati come ‘di sinistra’ da parte di alcuni movimenti legati ad Azione Studentesca che sembrano riportare la lancetta della storia al  periodo fascista. “La scuola deve formare cittadini critici, non soldatini obbedienti”, prosegue la nota. “La difesa della scuola pubblica passa anche dal rifiuto delle logiche belliche negli spazi educativi. Per questo motivo,” conclude Auletta, “non mi limito agli atti istituzionali: annuncio il pieno sostegno della nostra coalizione e la nostra partecipazione attiva alle manifestazioni e alle iniziative promosse dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università che ha annunciato una settimana di mobilitazione dal 9 al 13 Febbraio in difesa della libertà di insegnamento. Dobbiamo fare fronte comune affinché le aule rimangano presidi di democrazia, pace e cultura, libere da tutele politiche e ingerenze militari”. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il capitalismo e la cultura della banalità: un’analisi critica
Il capitalismo, in quanto sistema economico e sociale dominante in gran parte del mondo, ha lasciato un’impronta profonda nel modo in cui le società contemporanee percepiscono e valutano la realtà. Al di là del suo impatto sulla distribuzione della ricchezza e sullo sfruttamento delle risorse, questo sistema ha plasmato una […] L'articolo Il capitalismo e la cultura della banalità: un’analisi critica su Contropiano.
February 17, 2026
Contropiano
Chomsky, Epstein e le contraddizioni che ci interrogano
SI PUÒ PASSARE LA VITA A DENUNCIARE IL CAPITALE E LA MERCIFICAZIONE DEI CORPI E POI ACCETTARE LA COMPAGNIA, I FAVORI E L’INTIMITÀ DI UN CAPITALISTA PEDOFILO CHE HA COSTRUITO LA PROPRIA RETE DI POTERE ANCHE SUL TRAFFICO DI RAGAZZE? SE PRENDIAMO SUL SERIO QUELLO CHE CHOMSKY HA SCRITTO SUL POTERE, LA RISPOSTA È BRUTALE: SÌ, È POSSIBILE. CHOMSKY È OGGI LA DIMOSTRAZIONE VIVENTE DELLE PROPRIE TEORIE SULLA FABBRICA DEL CONSENSO, NON PERCHÉ FOSSE IPOCRITA DALL’INIZIO, MA PERCHÉ NESSUNO È IMMUNE DALLE DINAMICHE CHE DESCRIVE QUANDO SI DIVENTA ABBASTANZA PRESTIGIOSI. LA LEZIONE PIÙ DEVASTANTE DEL CASO EPSTEIN-CHOMSKY È CHE IL POTERE CONTEMPORANEO NON FUNZIONA PRINCIPALMENTE CON LA REPRESSIONE APERTA DEI DISSIDENTI, MA TRAMITE LA LORO INCORPORAZIONE. «IL PUNTO POLITICO NON È “CANCELLARE” CHOMSKY O BRUCIARE I SUOI LIBRI. IL PUNTO È SMETTERE DI PROIETTARE SUI NOSTRI MAESTRI UN’AURA DI PUREZZA… – SCRIVE RICCARDO TADDEI – CI RESTA L’OBBLIGO DI COSTRUIRE FORME DI CRITICA AL POTERE CHE SIANO PIÙ COLLETTIVE, MENO DIPENDENTI DA SINGOLE FIGURE CARISMATICHE… E CI RESTA, FORSE SOPRATTUTTO, LA RESPONSABILITÀ DI APPLICARE LA CRITICA SISTEMICA ANCHE A NOI STESSI, AI NOSTRI CIRCOLI, ALLE NOSTRE PRASSI. QUALI SONO I NOSTRI “EPSTEIN”, MAGARI IN SCALA MINORE?…» pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Ho stimato Noam Chomsky per anni. L’ho letto, citato, usato come bussola morale e intellettuale. Proprio per questo, vedere il suo nome comparire in modo così fitto nei file su Jeffrey Epstein – non come contatto occasionale, ma come presenza ricorrente, complice, grata dell’accesso che Epstein poteva garantirgli – non è solo una notizia di cronaca: è uno schiaffo simbolico, un crollo di una certa immagine dell’intellettuale radicale. Quello che emerge dai documenti è ormai chiaro: Chomsky non si è limitato a “incontrare una volta” Epstein, ma ne ha coltivato la relazione per anni dopo la condanna del 2008 per reati sessuali su minori, considerandolo un interlocutore prezioso per capire il sistema finanziario globale, volando sul suo jet e beneficiando delle sue connessioni. Non si può liquidare tutto questo come una svista, una distrazione, un “non sapevo”. A quel livello di informazione, a quell’età, con quella lucidità analitica, sapere chi è Jeffrey Epstein non era un dettaglio opzionale, era il punto di partenza, che Chomsky arriva ampiamente a valicare, perfino a giustificare. Da qui nasce la domanda che mi ha lasciato basito: si può passare la vita a denunciare l’imperialismo, il capitale, la mercificazione dei corpi… e poi accettare la compagnia, i favori e l’intimità di un capitalista pedofilo che ha costruito la propria rete di potere anche sul traffico di minori? Se prendiamo sul serio quello che Chomsky ha scritto sul potere, la risposta è brutale: sì, è possibile. Non perché sia “giusto”, ma perché il sistema che lui stesso ha descritto è così pervasivo da inglobare anche i suoi critici più radicali, quando questi vedono in un nodo di potere come Epstein un canale privilegiato di accesso a informazioni, relazioni, risorse. Qui emerge un paradosso devastante: l’intellettuale che ha passato decenni a decostruire i meccanismi di consenso fabbricato, che ci ha insegnato a guardare con sospetto ogni forma di potere concentrato, che ha smascherato le connessioni tra élite economiche e politiche, si è ritrovato seduto al tavolo di uno dei nodi più oscuri di quella stessa rete. E la giustificazione – voler “capire il sistema finanziario dall’interno” – suona terribilmente vuota quando pensiamo alle ragazze il cui dolore ha reso possibile l’esistenza di quel tavolo. La cooptazione simbolica come strategia di potere Qui non è solo in gioco la coerenza personale di Chomsky, per quanto dolorosa sia la delusione. In gioco c’è l’immagine stessa di cosa significa oggi essere “intellettuale critico”. Il caso Epstein ci mostra che le élite non vogliono soltanto miliardari, banchieri e politici al proprio tavolo: vogliono anche filosofi, linguisti, scienziati, premi Nobel, voci di sinistra. Non per discuterne i libri, ma per poter dire: “tutti, anche i vostri maestri, passano da qui”. È una cooptazione simbolica. Sul piano materiale, i corpi delle vittime; sul piano simbolico, le reputazioni di chi avrebbe dovuto stare dall’altra parte della barricata. Questa è forse la lezione più amara: il potere non ha bisogno di convincere i suoi critici a tacere. Gli basta renderli complici attraverso la prossimità, attraverso l’accesso, attraverso quella zona grigia in cui “frequentare” non significa necessariamente “approvare” ma certamente significa normalizzare. Ogni volta che Chomsky saliva su quell’aereo, ogni cena condivisa, ogni conversazione sulla finanza globale mentre altrove ragazze venivano ridotte a merce, costituiva una piccola vittoria per il sistema: anche il più radicale dei critici può essere portato dentro, se gli offri abbastanza curiosità intellettuale da soddisfare. I tre poteri di Epstein Epstein, in questo quadro, non è un mostro isolato ma il concentrato di tre poteri: finanziario, relazionale e biopolitico. Finanziario, perché gestisce capitali e patrimoni opachi e fa da intermediario tra ricchezze che si muovono fuori dalla vista del pubblico. Relazionale, perché la sua agenda mescola ex capi di governo, scienziati, intellettuali, manager delle big tech e della finanza, creando una zona grigia dove decisioni e patti si prendono lontano da ogni controllo. Biopolitico, perché il suo “servizio” non è solo consiglio finanziario, ma anche accesso a corpi, soprattutto corpi vulnerabili, trattati come beni di lusso e strumenti di ricatto. Questa tripartizione è cruciale per capire perché Epstein era così centrale e perché la sua caduta ha scosso così tante sfere diverse. Non era “solo” un pedofilo, non era “solo” un gestore di patrimoni, non era “solo” un networker delle élite. Era tutte queste cose insieme, e proprio questa convergenza rendeva il suo potere così assoluto e la sua impunità così durevole. Il potere finanziario gli dava accesso ai corridoi dove si decidono le sorti di interi settori economici. Il potere relazionale faceva di lui un hub indispensabile per chi voleva connettersi con altri centri di potere. E il potere biopolitico – il più osceno – gli garantiva sia il controllo diretto sui corpi delle vittime sia una forma di controllo indiretto su chi, frequentandolo, si rendeva potenzialmente ricattabile, esposto, compromesso. Oltre Marx: possesso, impunità, segreti condivisi Marx parlava del possesso dei mezzi di produzione; con Epstein vediamo qualcosa di ancora più nudo: il possesso dei corpi e l’acquisto di impunità. Non solo i corpi delle ragazze abusate, spostate come merci tra isole, ville e aerei; ma anche il corpo sociale di intere élite, tenute insieme da segreti condivisi, favori scambiati, potenziali scandali sospesi come spade di Damocle. È un capitalismo che non si limita a sfruttare il lavoro: compra silenzio, compra accesso, compra persino la possibilità di non essere mai pienamente giudicato, come il sostanziale silenzio di oggi dimostra. Questa è l’evoluzione – o forse meglio, la rivelazione – di ciò che il capitalismo era sempre stato anche nelle sue forme precedenti, ma che oggi si manifesta con chiarezza brutale. Dalle piantagioni schiaviste dove i padroni rivendicavano il diritto di possedere non solo la forza lavoro ma i corpi stessi degli schiavi, fino ai magnati industriali dell’Ottocento che esercitavano potere sessuale sulle operaie, il capitalismo ha sempre avuto questa dimensione biopolitica. Epstein la porta semplicemente all’estremo, globalizzandola, finanziarizzandola, rendendola parte integrante di un network transnazionale di potere e perversione. E c’è un elemento ulteriore, ancora più sottile: il possesso attraverso il segreto condiviso. Chi frequentava Epstein, chi accettava i suoi favori, chi saliva sui suoi aerei, diventava parte di una comunità del silenzio. Non necessariamente complice dei suoi crimini in senso stretto, ma certamente legato a lui da un patto implicito: io non parlo di quello che so, tu non parli di me. È una forma di potere che va oltre il ricatto diretto: è la creazione di una classe che si riconosce attraverso ciò che sa e tace, attraverso i privilegi condivisi che restano invisibili al pubblico. Il cortocircuito, allora, è questo: un teorico della critica sistemica che accetta di entrare in questa costellazione, non come investigatore undercover, ma come frequentatore riconoscente. Non è l’errore di un ragazzino ingenuo, è la scelta di un intellettuale anziano che decide che il valore informativo e relazionale di Epstein conta più dello scandalo morale legato al suo nome. Possiamo razionalizzare quanto vogliamo – la curiosità, lo studio dal “dentro” delle élite, il desiderio di capire i meccanismi finanziari – ma resta il fatto che ci sono linee che, se vuoi restare esempio di coerenza, non varchi. La linea Epstein era una di quelle. E qui dobbiamo essere onesti con noi stessi: se fosse stato un intellettuale conservatore, un economista neoliberista, un apologeta del capitalismo a frequentare Epstein, lo avremmo liquidato con un’alzata di spalle. “Ovvio, sono tutti uguali, il potere chiama il potere”. Ma con Chomsky fa male proprio perché ci aspettavamo qualcosa di diverso. Ci aspettavamo che le sue teorie si traducessero in pratiche di vita coerenti, che la lucidità analitica generasse anche vigilanza etica. Invece scopriamo che puoi essere il più brillante analista del potere e comunque soccombere alla sua seduzione quando si presenta nella forma “giusta” – non come corruzione diretta, non come compravendita esplicita, ma come accesso privilegiato al cuore del sistema che studi. È la versione intellettuale di quella dinamica che Chomsky stesso ha descritto per i media: non serve comprare direttamente i giornalisti, basta creare condizioni strutturali in cui certi comportamenti diventano naturali, ovvi, inevitabili. Oltre la persona: il sistema che ingloba anche i critici Per questo, il punto politico non è “cancellare” Chomsky o bruciare i suoi libri. Il punto è smettere di proiettare sui nostri maestri un’aura di purezza che li colloca fuori dal mondo che descrivono. Chomsky non è un santo caduto dal piedistallo: è un uomo inserito in una rete di potere che, in un certo momento, ha scelto di valorizzare più l’accesso che la distanza critica. Questo lo rende, suo malgrado, un caso di studio perfetto di ciò che lui stesso ha analizzato per decenni: l’integrazione degli intellettuali nella macchina del potere, la loro funzione di legittimazione, la loro vulnerabilità alla seduzione dei circoli ristretti. C’è un’ironia tragica in tutto questo: Chomsky diventa la dimostrazione vivente delle proprie teorie sulla fabbrica del consenso. Quella “classe intellettuale” che lui ha descritto come strutturalmente integrata nel sistema di potere, quella tendenza degli esperti a gravitare verso i centri decisionali, quella complicità sottile tra chi analizza il potere e chi lo esercita – tutto questo si materializza nella sua stessa biografia. Non perché fosse ipocrita dall’inizio, ma perché nessuno è immune dalle dinamiche che descrive quando diventa abbastanza prestigioso, abbastanza “interessante” per i detentori del potere reale. La domanda vera E allora la domanda cambia: non più “come ha potuto Chomsky?”, ma “quanto è profondo un sistema in cui anche i critici più radicali trovano conveniente orbitare intorno a chi possiede denaro, corpi, segreti?“. Epstein e la sua rete dimostrano che, a certi livelli, il capitalismo non si accontenta di possedere fabbriche, banche e media. Vuole detenere anche i corpi delle vittime e, insieme, le biografie e le reputazioni di chi potrebbe un giorno alzarsi e denunciare. Quando ti siedi a quel tavolo, ti sembra di entrare “per capire il sistema”; in realtà, è il sistema che entra in te e ti rende parte della sua scenografia. Questa è la lezione più devastante del caso Epstein-Chomsky: il potere contemporaneo non funziona principalmente attraverso la repressione aperta dei dissidenti, ma attraverso la loro incorporazione. Non serve mettere a tacere Chomsky quando puoi averlo come ospite sul tuo jet privato. Non serve censurare le sue critiche quando puoi renderlo parte del paesaggio che critica. È una forma di neutralizzazione molto più sofisticata della censura: lascia che dicano tutto quello che vogliono, basta che poi, nella vita reale, siano disposti a bere un drink con te. E questo vale ben oltre Chomsky. Quanti altri intellettuali critici, attivisti, giornalisti investigativi si trovano in zone grigie simili? Quanti accettano finanziamenti da fondazioni legate a miliardari discutibili? Quanti partecipano a conferenze sponsorizzate da corporations che altrove criticano? Quanti costruiscono carriere accademiche studiando il potere mentre ne diventano, in modi sottili, parte integrante? Il caso Epstein è estremo, ma la dinamica è diffusa. Conservare la lucidità nella delusione Io continuo a riconoscere il valore analitico di molte pagine di Chomsky. Ma non posso più usarle come se fossero il discorso di qualcuno che è rimasto fuori dall’abbraccio mortale del potere che critica. Questa vicenda non distrugge la teoria, ma ci obbliga a guardare anche i teorici come soggetti esposti alla stessa logica di cooptazione che descrivono. E ci ricorda una cosa scomoda: in un capitalismo che pretende non solo profitto, ma impunità e possesso dei corpi, nessuno – nemmeno il più lucido dei critici – è automaticamente al riparo dal rischio di diventare, anche solo per un tratto, parte del problema. Anzi, potremmo dire che proprio questa vicenda conferma, in modo perverso, la validità delle analisi di Chomsky sul potere. Se il sistema fosse meno pervasivo di come lo ha descritto, lui stesso non ci sarebbe caduto dentro. Il fatto che anche un critico così radicale possa essere integrato dimostra esattamente quanto siano potenti i meccanismi che ha passato la vita a descrivere. Non è una consolazione, ma è una lezione da non sprecare. Cosa fare con questa consapevolezza Allora cosa ci resta? Non l’iconoclastia fine a se stessa, non la distruzione di tutto ciò che Chomsky ha scritto. Ci resta invece un compito più difficile: imparare a leggere il pensiero critico attraverso le contraddizioni dei suoi autori, non nonostante esse. Usare il caso Chomsky-Epstein come promemoria permanente che le idee devono camminare sulle proprie gambe, indipendentemente da chi le ha formulate. Ci resta anche l’obbligo di costruire forme di critica al potere che siano più collettive, meno dipendenti da singole figure carismatiche. Se la nostra analisi del capitalismo crolla quando crolla il nostro guru intellettuale di riferimento, allora non era abbastanza solida. Le strutture di potere che Chomsky ha descritto esistono indipendentemente dal fatto che lui sia stato coerente nel combatterle. Il nostro compito è riconoscerle e contrastarle, con o senza maestri perfetti. E ci resta, forse soprattutto, la responsabilità di applicare la critica sistemica anche a noi stessi, ai nostri circoli, alle nostre prassi. Quali sono i nostri “Epstein”, magari in scala minore? Quali compromessi facciamo per avere accesso a risorse, piattaforme, informazioni? Dove tracciamo le nostre linee rosse, e quanto siamo disposti a spostarle quando l’accesso che ci viene offerto è abbastanza seducente? Il caso Epstein-Chomsky non è una fine, è un punto di partenza per una riflessione più matura sulla critica al potere. Ci toglie l’innocenza, ci costringe a guardare senza veli quanto sia difficile restare coerenti in un sistema fatto apposta per cooptare anche i dissidenti. Ma proprio questa consapevolezza, per quanto dolorosa, può renderci critici migliori – meno inclini all’adorazione dei maestri, più attenti alle dinamiche concrete del potere, più vigili sui nostri stessi compromessi. La delusione brucia. Ma se riusciamo a metabolizzarla senza cadere nel cinismo, può diventare il fondamento di una critica più lucida, più disincantata, più capace di guardare il potere – e chi pretende di criticarlo – con occhi realmente liberi. Del resto il mio più grande maestro, mio padre portuale, mi avvertì fin da quando ero ragazzo, studente liceale prima e universitario poi: il potere ti divora, specie se sei un intellettuale… resta sempre fedele a chi appartieni. -------------------------------------------------------------------------------- Riccardo Taddei ha una formazione giuridica e oltre trent’anni di esperienza professionale nel campo dei diritti. Esperto di Medio Oriente, è autore di L’ordine del Caos. Anatomia del conflitto tra Israele e Palestina (Ombre corte) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI EMILIA DE RIENZO: > Il costo del silenzio -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MAURA BENEGIAMO: > Classe e consenso: la politica dei corpi e i file Epstein -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Chomsky, Epstein e le contraddizioni che ci interrogano proviene da Comune-info.
February 11, 2026
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Il costo del silenzio
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Il caso Chomsky-Epstein non è un fatto privato, ma un problema che tocca la verità stessa del pensiero critico. Quando un intellettuale sceglie la frequentazione e il silenzio di fronte a un sistema di violenza transnazionale sui minori, l’argomento della “conoscenza dall’interno” perde ogni legittimità. Edward Said, in Dire la verità, è estremamente chiaro su questo punto. L’intellettuale, scrive, non è colui che dispone di un accesso privilegiato ai luoghi del potere, ma colui che rifiuta di diventare un insider, anche quando quell’accesso promette informazioni, influenza o prestigio. La verità, per Said, non nasce dalla prossimità, ma dalla distanza critica; non dall’inclusione, ma da una forma di estraneità che espone al rischio, alla perdita, talvolta all’isolamento. Per questo Said insiste sul fatto che “dire la verità al potere” non è un atto retorico, ma una pratica che implica un costo. Senza costo, la verità si trasforma in competenza; senza esposizione, la critica diventa una professione. L’intellettuale che non paga alcun prezzo per ciò che sa e per ciò che vede, che non rompe alcun legame, che non assume alcun rischio, ha già smesso – per Said – di svolgere la propria funzione pubblica. Noam Chomsky ha costruito un’intera opera dedicata alla critica delle élite, dei meccanismi di dominio, della fabbrica del consenso. Tuttavia, quando il potere si è manifestato nella sua forma più oscena – come rete che intreccia ricchezza, influenza e violenza sui corpi più vulnerabili – quelle analisi non si sono tradotte in un gesto pubblico di rottura. In assenza di quel gesto, il pensiero critico rischia di ridursi a capitale simbolico: produce autorevolezza e carriera, ma non responsabilità. Said offre qui una distinzione decisiva: l’intellettuale non è colui che “capisce” il mondo meglio degli altri, ma colui che sceglie da che parte stare quando il mondo si spezza. E ci sono soglie che, una volta attraversate, non consentono più ambiguità. La violenza sui bambini non è una contraddizione secondaria né un dettaglio biografico: è un limite assoluto. Di fronte a questo limite, la mancanza di una condanna pubblica e di una presa di distanza non è una dimenticanza, ma una scelta. L’intelligenza senza il cuore: una frattura insostenibile Non si può separare l’intelligenza dal cuore. Non si può pensare che idee brillanti mantengano la loro verità quando chi le ha enunciate le calpesta brutalmente con i propri gesti, o peggio, con la propria indifferenza. Questo non è un piccolo sbaglio umano, una fragilità perdonabile. È un’azione consapevole che ignora, normalizza, accoglie ciò che l’interlocutore ha fatto. Chomsky non doveva semplicemente “prendere le distanze”: doveva denunciare, condannare, rompere. Senza questo gesto, le sue idee non si indeboliscono soltanto – producono delusione in chi le ha sostenute, perché dimostrano che chi le ha scritte non era disposto a sacrificare nulla quando è arrivato il momento. La domanda diventa allora inevitabile: come può un intellettuale che si pone “contro” un sistema di potere, che si pone come giudice critico delle complicità altrui, diventare poi connivente quando quel potere si manifesta davanti ai suoi occhi? Come può accadere che lucidità analitica e cecità etica coesistano nella stessa persona? Hannah Arendt e la banalità della complicità Hannah Arendt ci ha insegnato che il male non è sempre mostruoso, che può convivere con la normalità, persino con l’intelligenza. Ma ci ha anche insegnato che la banalità del male non lo giustifica – anzi, lo rende più inquietante. L’intellettuale che “non vede” ciò che avviene davanti ai suoi occhi, che normalizza l’intollerabile perché appartiene alla sua cerchia, riproduce esattamente quel meccanismo di disimpegno morale che Arendt ha analizzato nei carnefici ordinari del totalitarismo. Quello che viene fuori dal caso Epstein è qualcosa di orribile, di disumano, contro ogni umana comprensione. Ed è proprio di fronte a questo orrore che il silenzio di un intellettuale critico diventa intollerabile. Perché dimostra che l’intelligenza critica non garantisce integrità morale. Si può denunciare il potere in astratto e poi accomodarvisi nei salotti, nelle conversazioni private, nelle relazioni che “non si vogliono rompere”. La critica diventa allora un marchio identitario, non una prassi. Un ornamento, non un rischio. E quando la scelta è tra la denuncia della violenza sui bambini e la preservazione di una relazione con il potere, non esiste ambiguità possibile. Esiste solo il silenzio che condanna. Simone Weil direbbe che la vera colpa non è frequentare il male, ma non sentirne il peso come una ferita. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Sulla fatica di elaborare politicamente gli Epstein files -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il costo del silenzio proviene da Comune-info.
February 10, 2026
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Bilinguismo e pensiero
-------------------------------------------------------------------------------- pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- “Noi viviamo nella nostra lingua come dei ciechi che camminano sull’orlo di un abisso… la lingua è gravida di catastrofi e verrà il giorno in cui essa si rivolterà contro coloro che la parlano“ (Gershom Scholem) Tutti i popoli della terra stanno oggi sospesi sull’abisso della loro lingua. Alcuni stanno sprofondando, altri sono già quasi sommersi e, credendo di usare la lingua, ne sono invece senza accorgersene usati. Così gli ebrei, che hanno trasformato la loro lingua sacra in una lingua strumentale d’uso, sono come larve negli inferi che devono bere il sangue per poter parlare. Finché era confinata nella sfera separata del culto, essa forniva loro un luogo sottratto alla logica delle necessità economiche, tecniche e politiche, con le quali si misuravano nelle lingue che prendevano in prestito dai popoli presso i quali vivevano. Anche ai cristiani il latino ha offerto a lungo uno spazio in cui la parola non era soltanto uno strumento di informazione e di comunicazione, in cui si poteva pregare e non scambiarsi messaggi. Il bilinguismo poteva anche essere interno alla lingua, come nella Grecia classica, in cui la lingua di Omero – la lingua della poesia – trasmetteva un patrimonio etico che poteva in qualche modo orientare i comportamenti di coloro che parlavano ogni giorno dialetti diversi e mutevoli. Il fatto è che il nostro modo di pensare è più o meno inconsapevolmente determinato dalla struttura del linguaggio in cui crediamo di esprimerlo. In questo senso – come Pasolini non si stancava di ripetere, ma come Dante aveva già pienamente intuito, distinguendo il volgare dalla lingua grammaticale che apprendiamo studiando – una qualche forma di bilinguismo è necessaria per garantire la libertà degli individui di fronte agli automatismi e alle costrizioni che il monolinguismo, cristallizzato storicamente nella forma di una lingua nazionale, impone loro in misura crescente. In una tale lingua non si può pensare, perché manca quella distanza inesprimibile fra la cosa da esprimere e l’espressione che sola può garantire un libero spazio al soggetto pensante. Il pensiero è questo scarto e questa interna sconnessione, che interrompe il flusso inarrestabile del linguaggio e la sua pretesa autosufficienza. Esso è una cesura nel senso che questo termine ha nella metrica della poesia: un’interruzione che, sospendendo il ritmo delle rappresentazioni linguistiche, lascia apparire la lingua stessa. Quel che oggi sta avvenendo è che gli uomini, interamente asserviti a un linguaggio che credono di dominare, sono diventati a tal punto incapaci di pensare, che preferiscono delegare il pensiero a una macchina linguistica esterna, la cosiddetta intelligenza artificiale. Se, come gli ebrei secondo Gershom Scholem, tutti i popoli camminano oggi ciecamente sull’abisso di una lingua e di una ragione che hanno per così dire abbandonate a se stesse, ciò implica che la lingua da cui essi si sono ritirati come soggetti coscienti si vendicherà prima o poi portandoli alla rovina. Affidandosi a una lingua che è insieme strumento e padrone e di cui hanno perduto ogni consapevolezza, essi non odono il lamento, l’accusa e la minaccia che essa, mentre li conduce allo sfacelo, non cessa di rivolgergli. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PAOLO MOTTANA: > Della creazione e dell’Ai nel tempo della fine dell’umano -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FRANCO BERARDI BIFO: > L’automa che pensa per noi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Bilinguismo e pensiero proviene da Comune-info.
February 3, 2026
Comune-info
La prima cosa da cambiare è lo sguardo
SE LA LEGGE DELLA GIUNGLA DOMINA OVUNQUE PREVALE ANGOSCIA, IMPOTENZA, DELUSIONE. DAL CHIAPAS RISUONANO LE PAROLE DI UN TESTO STRAORDINARIO. ABBIAMO BISOGNO DI QUELLE PERSONE CHE LO SGUARDO DEL POTERE NON PRENDE IN CONSIDERAZIONE, “CHE CAMMINANO PER TROVARE, QUANDO LA MAGGIORANZA SIEDE AD ASPETTARE… CHE VEGLIANO, ANCHE SE LA MAGGIOR DORME… CHE SI RIBELLANO, QUANDO LA MAGGIORANZA OBBEDISCE… CHE SONO SOLO UNA CREPA, QUANDO LA MAGGIOR PARTE SI FA MURO…”. PER RESISTERE E PER CREARE MONDI NUOVI LA PRIMA E FONDAMENTALE COSA DA CAMBIARE, SCRIVE MAURO ARMANINO, È LO SGUARDO Sguardi curiosi a Gaza, in una scuola sotto la tenda (SOS Gaza) -------------------------------------------------------------------------------- “Quelle persone. Così piccole. Così distinte. Così diverse. Così minoritarie. Così necessarie. Quelle persone sono lì. Anche se non sono nominate, anche se lo sguardo del potere non le prende in considerazione, anche se quelli di sopra non le ascoltano, anche se non appaiono nei sondaggi e nelle statistiche. Quelle persone… Per loro è il nostro cuore“. Scriveva così il “capitano” già subcomandante Marcos, dalle montagne del sud-est messicano. Siamo nell’ottobre del 2024 (leggi Per le persone che lottano). Trent’anni dopo l’insurrezione degli zapatisti. Data non casuale perché coincideva con l’entrata in vigore del Trattato di Libero Commercio dell’America del Nord, Nafta in inglese. L’obiettivo dichiarato non era tanto la presa del potere quando qualcosa di … “appena più difficile, un mondo nuovo”, nelle parole di Marcos, porta parola dal volto coperto da un passamontagna. L’abbiamo cercato in tanti, a seconda delle stagioni, il mondo nuovo. Chi con le armi, chi con le ideologie, i partiti, le preghiere, i digiuni e le marce sulle strade. Poi, apparentemente, non cambia proprio nulla. Solo rimangono le macerie di quel poco di mondo che sta in piedi di quanto sognato. E allora si lascia perdere, delusi e sconfitti. Poi si maledice il potere, troppo forte, oppure ci si rifugia nel famoso privato. Ci si trasforma da protagonisti in spettatori della storia e dunque tristi perdenti. Riappare, mai del tutto andata via, la “legge delle giungla” in cui la forza, intesa qui come violenza, sembra prevalere o comunque porsi come legittima forma di dominio. Dalla forza della legge alla legge della forza (bellica) il transito si compie e si evidenzia in alcune contingenze storiche inclusa quella attuale. Tanto non cambierà nulla, ci dicono. Che cosa proporre che non sia già stato tentato e ha totalmente fallito l’obiettivo del cambiamento per cui tanti hanno dato la vita. A monte delle precedenti affermazioni si trovano alcune ambiguità radicali che ne falsificano o mistificano le conclusioni. La prima consiste a voler misurare, conteggiare, pesare e dunque giudicare la realtà, operazione del tutto arbitraria e alla quale nessuno è stato delegato. Inoltre, com’è noto, c’è nella storia umana una componente essenziale che sfugge allo sguardo dei più e che si potrebbe chiamare “mistero”. Quella parte carsica, sotterranea, invisibile attraverso la quale passa la vita. La prima e fondamentale cosa da cambiare nella vita è infatti lo sguardo. A questo ci invitano le parole del “Cantico degli insorti” di ogni epoca, latitudine che dovremmo fare nostro, soprattutto oggi. Perché ci sono persone … che dicono “No”, quando la maggioranza annuisce con rassegnato disinteresse… che alzano la fronte, quando la maggioranza la inclina… che smettono di credere, quando il credo ufficiale si impone sulla maggioranza… che hanno dei principi, quando la maggioranza inventa alibi… che cercano la verità e la giustizia, mentre la maggioranza si perde. Che camminano per trovare, quando la maggioranza siede ad aspettare… che lottano, quando la maggior parte si arrende. Che dicono quando parlano, anche se la maggior parte ripete… che vegliano, anche se la maggior parte dorme… che si sacrificano, mentre la maggior parte viene amministrata… che si ribellano, quando la maggioranza obbedisce… che si trasformano, mentre la maggior parte si rassegna… che aprono gli occhi, anche se la maggior parte li chiude… che lottano perché è il loro dovere, e non per essere parte della maggioranza… che sono solo una crepa, quando la maggior parte si fa muro*. Proprio da queste fenditure, come da un grembo, passa il mondo nuovo. -------------------------------------------------------------------------------- *Da un messaggio (2024) dell’EZLN dedicato alle persone che lottano quando la maggioranza si arrende: > Per le persone che lottano -------------------------------------------------------------------------------- Articolo inviato anche ai blog del fattoquotidiano.it -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La prima cosa da cambiare è lo sguardo proviene da Comune-info.
January 26, 2026
Comune-info
Genealogia e sfortune del “radical chic”
di Maurizio Fantoni Minnella Il peccato originale che le destre, come consuetudine, attribuiscono alla sinistra borghese è senza dubbio il tradimento della propria classe sociale. Il paradosso di essere comunisti in un paese, anzi, in una civiltà neo-capitalista avrebbe generato tutte le contraddizioni dell’ideologia e dei comportamenti ritenuti “progressisti”. Tra questi, l’attenzione verso la diversità di culture e di lingue,
January 25, 2026
La Bottega del Barbieri
Iran 2026: 17 anni dopo, stesso errore
di jolek78 Era un sabato del 2015, forse il 2016. Ero ancora “normale” a quei tempi, ancora convinto che la tecnologia fosse intrinsecamente positiva, potenzialmente rivoluzionaria, ancora ingenuo abbastanza da credere che internet liberasse per definizione. Stavo sfogliando i libri nella Waterstones su Sauchiehall Street a Glasgow – uno dei miei piccoli “guilty pleasure” da quando son atterrato in Scozia
January 18, 2026
La Bottega del Barbieri
Il mistero del potere
-------------------------------------------------------------------------------- Città del Messico solidarizza con il popolo venezuelano. Foto di Desinformémonos -------------------------------------------------------------------------------- È possibile leggere la seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi come una profezia che concerne la situazione attuale dell’Occidente. L’apostolo evoca qui «un mistero dell’anomia», dell’«assenza di legge», che è in atto, ma che non giungerà a compimento con la seconda venuta di Gesù Cristo, se prima non apparirà «l’uomo dell’anomia (ho anthropos tes anomias), il figlio della distruzione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, mostrandosi come Dio». Vi è, però, un potere che trattiene questa rivelazione (Paolo lo chiama semplicemente senza meglio definirlo «ciò che trattiene – cathechon»). Occorre perciò che questo potere sia tolto di mezzo, perché solo allora «sarà rivelato l’empio (anomo, lett. “il senza legge”), che il signore Gesù eliminerà col soffio della sua bocca e renderà inoperante con l’apparire della sua venuta». La tradizione teologico-politica ha identificato questo «potere che trattiene» con l’impero Romano (così in Girolamo e, più tardi, in Carl Schmitt) o con la stessa Chiesa (in Ticonio e Agostino). È evidente, in ogni caso, che il potere che trattiene si identifica con le istituzioni che reggono e governano le società umane. Per questo la loro eliminazione coincide con l’avvento dell’anomos, di un «senza legge» che prende il posto di Dio e «con segni e falsi prodigi» conduce alla perdizione «coloro che hanno rinunciato all’amore per la verità». È possibile vedere nel mistero dell’anomia non tanto un arcano sovratemporale, il cui unico senso è di porre fine alla storia, quanto piuttosto un dramma storico (mysterion in greco significa «azione drammatica»), che corrisponde perfettamente a quello che stiamo oggi vivendo. Le istituzioni dominanti sembrano aver smarrito il loro senso e si stanno letteralmente togliendo di mezzo, lasciando il posto a un’anomia, a un’assenza di legge che si pretende per così dire legale, ma che ha di fatto abdicato a ogni legittimità. Lo Stato (il principio che trattiene) e il «senza legge» sono in realtà le due facce di uno stesso mistero: il mistero del potere. Come oggi gli Stati Uniti mostrano senza alcun scrupolo, l«uomo dell’anomia», il «senza legge» designa la figura del potere statale che, lasciando cadere i principi costituzionali e etici che tradizionalmente lo limitavano e, con essi, «l’amore per la verità», si affida ai «segni e ai falsi prodigi» delle armi e della tecnologia. È questa confusione di anarchia e di legalità in uno stato di eccezione divenuto permanente che dobbiamo smascherare e rendere in ogni ambito inoperante. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (qui con l’autorizzazione della casa editrice) con il titolo “Credere e non credere”. Tra i i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO INTERVENTO DI RAUL ZIBECHI: > Siamo dentro una lunga tempesta -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il mistero del potere proviene da Comune-info.
January 7, 2026
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