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Le ultime elezioni negli Stati Uniti?
La minaccia di Donald Trump di annullare le elezioni di medio termine non è una finzione. Ha tentato di ribaltare i risultati delle elezioni del 2020 e ha affermato che non avrebbe accettato l’esito delle elezioni del 2024 in caso di sconfitta. Riflette sulla possibilità di sfidare la Costituzione per […] L'articolo Le ultime elezioni negli Stati Uniti? su Contropiano.
CPR: LA “DERIVA MANICOMIALE” DEI LAGER PER MIGRANTI CONTINUA TRA VIOLENZE, ABUSI E SILENZIO ISTITUZIONALE
La linea di violenze e abusi che ha caratterizzato i CPR negli ultimi anni non si è fermata. Nelle prime settimane del 2026 sono diversi i video diffusi che mostrano la realtà che si vive all’interno dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio: persone in evidente stato di agitazione, trincee costruite con coperte intorno ai letti, urla disperate nei corridoi. “Negli ultimi giorni noi abbiamo ricevuto le testimonianze e dei video molto espliciti di almeno tre persone con evidenti problemi di salute mentale, probabilmente quattro” commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Nicola Cocco, medico della Rete Mai più Lager – No ai CPR e della SIMM – Società Italiana di Medicina delle Migrazioni “quello che ci preoccupa moltissimo è che nonostante tutte queste evidenze che poi noi ogni volta segnaliamo dovutamente alla prefettura, ad ATS, agli stessi garanti dei diritti delle persone private della libertà personale non c’è mai un intervento significativo se non nei casi proprio più estremi. È in atto e lo ribadiamo una vera e propria deriva manicomiale all’interno dei CPR e purtroppo continuiamo a riceverne le prove e le testimonianze.” Un altro nodo critico di questo inizio anno riguarda il CPR di Gradisca d’Isonzo, dove una nuova direttiva ha limitato drasticamente l’uso dei telefoni cellulari. Una scelta motivata ufficialmente da ragioni di “sicurezza” dalle Questure, ma che nei fatti elimina l’unico strumento di garanzia costituzionale per i trattenuti: senza smartphone, non esiste possibilità di documentare abusi; non si possono inviare foto di cartelle cliniche ai legali; non si possono denunciare violazioni dei diritti umani. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, l’intervento di Nicola Cocco, medico della Rete Mai più Lager – No ai CPR e della SIMM – Società Italiana di Medicina delle Migrazioni. Ascolta o scarica.
Combattere la violenza economica di genere
QUANDO SI PARLA DI VIOLENZA DI GENERE SIAMO ABITUATI A PENSARE A QUELLA FISICA E PER FORTUNA SEMPRE PIÙ SPESSO A QUELLA PSICOLOGICA, MOLTO MENO INVECE ALLA VIOLENZA ECONOMICA, UN ABUSO IN CRESCITA CHE ASSUME MOLTE FORME CON GRAVI CONSEGUENZE. DA MILANO ARRIVANO TRE BUONE NOTIZIE. LA PRIMA: C’È CHI SA OCCUPARSI DI QUESTO TEMA, COME LA COOPERATIVA CERCHI D’ACQUA. LA SECONDA: È NATA UNA COLLABORAZIONE CON MAG2, COOPERATIVA DI FINANZA ETICA, CHE APRE ORIZZONTI INEDITI. LA TERZA: È POSSIBILE PROTEGGERE IL PERCORSO AVVIATO Nel 2025 sono circa 6,4 milioni (il 31,9%) le donne italiane con età compresa tra 16 ai 75 anni ad avere subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Numeri allarmanti al quale vanno aggiunti quelli di altre forme di violenza, come quella psicologica e digitale, le molestie, il mobbing fino al femminicidio. Poi c’è la violenza economica di genere, che spesso sfugge alla triste contabilità del fenomeno, forse perché fatta rientrare nelle “normali usanze familiari” rimarcando quanto ancora la nostra cultura sia radicata nel patriarcato. D’altronde non è compito dell’uomo occuparsi dei soldi in casa, soprattutto della gestione del conto corrente, dei risparmi e degli investimenti? Una consuetudine tramandata da generazioni tramite stereotipi duri da debellare e che rappresentano il nucleo cognitivo del pregiudizio e della discriminazione. Ad accrescere la violenza economica sono convinzioni come “le donne non sono capaci e non sono interessante a gestire il denaro”, “non dovrebbero preoccuparsi delle questioni finanziarie” o “spetta agli uomini essere l’unico o il principale sostenitore economico della famiglia”. Pensieri che tendono a escludere le donne dalle decisioni finanziarie domestiche e a limitarne l’accesso alle risorse monetarie, di fatto, ostacolando la loro capacità di prendere decisioni economiche indipendenti e rendendole più vulnerabili alla violenza economica e al ricatto. Isolamento economico A dare forma ai pensieri possono essere innumerevoli azioni. Secondo l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE), la violenza economica coinvolge comportamenti volti a controllare la capacità di un individuo di acquisire, utilizzare o accumulare denaro, credito, proprietà o altre risorse, danneggiando la sua sicurezza economica e la sua capacità di raggiungere l’autosufficienza finanziaria. Nel concreto, l’uomo può vietare alla donna di avere un conto corrente, un bancomat o una carta di credito personali, ma pure negare l’accesso ai conti bancari condivisi, ai fondi di risparmio, o anche ai soldi per le necessità quotidiane. Può controllare le spese con la richiesta di scontrini e ricevute e tenerla all’oscuro dalle decisioni finanziarie importanti all’interno della famiglia o anche dalla conoscenza dello stato patrimoniale della famiglia. Può sottrarle i fondi personali in modo equivoco oppure indurla a fare investimenti rischiosi o a contrarre debiti, come accollarsi prestiti o fare acquisti a credito contro la sua volontà. Non solo. È violenza anche ostacolare il suo percorso formativo e impedendole di lavorare e, di conseguenza, di avere un reddito autonomo. Comportamenti che non lasciano segni visibili, ma minano l’autonomia della donna rendendola, di fatto, ricattabile e succube alle decisioni dell’uomo. Le conseguenze sulle donne Se nell’immaginario popolare le donne in situazioni di dipendenza economica vengono considerate spesso delle fortunate “mantenute”, nella realtà le conseguenze possono essere gravi e minano stabilità e benessere generale a breve e lungo termine. Il mancato controllo monetario può portare a emozioni negative legate all’insicurezza finanziaria che generano forme di depressione, ansia, stress, disturbo da stress post-traumatico e scarsa qualità della vita. Gli stessi sintomi possono derivare dal mancato sviluppo personale e professionale. Nelle forme più acute può esporre all’indebitamento, alla disoccupazione e alla mancanza delle risorse finanziarie necessarie per la sopravvivenza quotidiana. Non solo. La povertà associata alla violenza economica può portare anche a conseguenze negative per la salute, ad esempio inducendo la donna a rinunciare alle cure sanitarie o a fare ricorso ad alcol e droghe per far fronte alla violenza. Un abuso in crescita Secondo il sondaggio del 2023 realizzato da WeWorld il 49% delle donne italiane avrebbe subito violenza economica almeno una volta nella vita, percentuale che sale al 67% tra le donne divorziate o separate. Inoltre 1 donna su 10 dichiara che il partner le ha negato di lavorare, 1 donna separata o divorziata su 4 dichiara di aver subito decisioni finanziarie prese dal suo partner senza essere stata consultata prima e che quasi 1 italiano su 2 pensa che le donne siano più spesso oggetto di violenza economica perché hanno meno accesso degli uomini al mercato del lavoro. Visione confermata dai dati. In Italia lavora poco più di 1 donna su 2 contro il 70,4 per cento degli uomini e il paese è all’85° posto su 148 nella classifica mondiale del contrasto al divario di genere. Alle minori opportunità di lavoro corrispondono, a parità di livello di istruzione e tipologia di impiego, anche retribuzioni più basse, fattore che favorisce il propagarsi della violenza economica.   Il progetto di Cerchi d’Acqua Cerchi d’Acqua, realtà fondata nel 2000 nella ricca Milano, riferimento del “1522” (numero nazionale contro la violenza di genere) in città e tra i fondatori dell’associazione nazionale D.i.Re. (Donne in Rete Contro la Violenza), afferma che la violenza economica, sulla base dei dati raccolti in forma anonima ogni anno, è salita dal 22% nel 2022 al 31% nel 2024. Un aumento dovuto alla maggior consapevolezza delle donne che si sono rivolte al Centro e hanno avviato percorsi di uscita dalla violenza. Per affrontare l’incremento delle richieste, l’equipe di Cerchi d’Acqua ha avviato un paio di anni fa uno sportello per contrastare la violenza economica e avviare percorsi di autonomia delle donne fornendo gli strumenti concreti necessari per il loro reinserimento lavorativo, rafforzandone autostima, capacità professionale e indipendenza. Tra le molte attività previste, percorsi psicologici individuali e di gruppo, incontri di orientamento al lavoro e workshop tematici. Quest’anno, grazie alla collaborazione con MAG2, cooperativa di finanza etica attiva dal 1980, si è messo a punto un progetto che prevede anche consulenza finanziaria personalizzata e incontri di gruppo sulla finanza etica, perché è importante anche orientare le scelte verso un’economia solidale e benefica per i beni comuni. Presentato al bando Impatto+ 2025 “Oltre la violenza, l’indipendenza” di Gruppo Banca Etica con il nome “Sostieni il cammino all’autonomia delle donne: no alla violenza economica”, il progetto è stato selezionato tra i vincitori che possono accedere alla raccolta fondi su Produzioni dal Basso. Un crowdfunding iniziato il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, con possibilità di effettuare donazioni fino al 24 gennaio 2026 nell’apposita pagina del portale. “Il nostro desiderio è ridare l’indipendenza economica alle donne, un passo fondamentale non solo per la loro autonomia, ma anche per aiutarle a uscire dalla violenza”, dicono le socie di Cerchi d’Acqua che stanno portando avanti il progetto. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Combattere la violenza economica di genere proviene da Comune-info.
Perché il Venezuela ci riguarda
LA FRASE DI SIMONE WEIL, «LA FORZA UBRIACA CHI LA POSSIEDE» ACCOMPAGNA LE NOTIZIE DI QUESTI GIORNI COME UNA DOMANDA CHE NON TROVA PACE, SCRIVE EMILIA DE RIENZO. IL BOMBARDAMENTO DEL 3 GENNAIO IN VENEZUELA HA UCCISO UN CENTINAIO DI PERSONE E NE HA TRASFORMATE MIGLIAIA DI ALTRE IN COSE. NON SOLO: COME RICORDA WEIL, LE AGGRESSIONI MILITARI FANNO SEMPRE PERDERE IL SENSO DEL LIMITE IN CHI LE ESERCITA. MA QUANDO LA VIOLENZA PRENDE IL POSTO DELLA POLITICA RESTA UNA SOLITUDINE CHE COMANDA E MOLTE SOLITUDINI CHE DELEGANO COMPLETAMENTE, SMETTONO DI INTERROGARSI SUI MEZZI DEL FARE POLITICA, SI ADEGUANO. È UN PROCESSO CHE FA POCO RUMORE, MA LASCIA TRACCE PROFONDE. “PER QUESTO LA QUESTIONE NON RIGUARDA SOLO I LEADER, LE GUERRE LONTANE, GLI EQUILIBRI GEOPOLITICI. RIGUARDA NOI. RIGUARDA LA DISPONIBILITÀ A NON CEDERE ALLA SEMPLIFICAZIONE…” Roma, 5 gennaio: malgrado la pioggia, tante persone in piazza Barberini a sostegno della libertà e dei diritti del popolo venezuelano. Foto di Rita Coco -------------------------------------------------------------------------------- La frase di Simone Weil, «La forza ubriaca chi la possiede» accompagna le notizie di questi giorni come una domanda che non trova pace. Azioni militari decise in poche ore, il diritto internazionale trattato come un ostacolo, non come un limite condiviso. Il linguaggio della cronaca scivola verso l’inevitabile, come se la forza fosse una scorciatoia necessaria, come se l’eccezione potesse diventare regola senza conseguenze. Quando la forza non incontra resistenza, smette presto di essere uno strumento. Si allarga, si giustifica, chiede consenso. Viene presentata come risposta razionale, come atto di responsabilità, mentre in realtà restringe lo spazio del pensiero, restringe ogni forma di libertà. Molti giustificano, per esempio, l’uso della forza contro il Venezuela da parte del presidente degli Stati Uniti con una formula che sembra chiudere ogni discussione: Maduro era un dittatore. Come se questo bastasse. Come se nominare il male autorizzasse qualunque mezzo. Ma è proprio qui che lo sguardo si ferma sul dito e non vede la luna. Perché la questione decisiva non è solo chi viene colpito, ma che cosa si legittima colpendo. Se il diritto internazionale può essere sospeso perché il nemico è giudicato indegno, allora il diritto diventa condizionale. Vale solo quando conviene. Vale solo per alcuni. E smette di essere diritto. Si indica il colpevole, si semplifica il quadro, si sceglie in fretta. Così il principio viene messo tra parentesi e la violazione appare accettabile, persino ragionevole. Il pericolo più grande non è il singolo atto, ma il precedente che produce. Se una potenza può agire fuori dalle regole, perché non dovrebbero farlo le altre? E perché possono farlo solo quelli che hanno “la forza militare” e non qualcuno che la forza non ha, ma subisce quella degli altri? Simone Weil ci aiuta a comprendere la natura profonda di questo slittamento. La forza, dice, non è solo violenza fisica. È ciò che trasforma l’altro in cosa. Ma la sua intuizione più inquietante è un’altra: la forza non distrugge solo chi la subisce. Corrompe anche chi la esercita. Ubriaca. Fa perdere il senso del limite, della responsabilità, della misura. Chi dispone della forza comincia a credere che il fatto stesso di poter fare qualcosa lo renda giusto. Hannah Arendt aveva messo in guardia da questo slittamento: la violenza può imporsi, ma non crea un mondo comune. Arendt distingue con nettezza ciò che spesso viene confuso: potere e violenza non sono la stessa cosa. Il potere nasce dal consenso, dall’agire insieme, dalla legittimità condivisa. La violenza, invece, è strumentale, muta, immediata. Può distruggere il potere, ma non può crearne uno nuovo. Dove prende il posto della politica, il dialogo si interrompe e resta una solitudine che comanda e molte solitudini che si adeguano. È un processo che non fa rumore, ma lascia tracce profonde. Per questo la questione non riguarda solo i leader, le guerre lontane, gli equilibri geopolitici. Riguarda noi. Riguarda la disponibilità a non cedere alla semplificazione, a non barattare la pace con una sicurezza apparente, a non confondere la forza con il coraggio. Tenere aperto un orizzonte diverso richiede fatica, e soprattutto richiede fedeltà: alla misura che abbiamo scelto per la nostra vita, al senso che le abbiamo voluto dare. E qui la domanda si sposta inevitabilmente su di noi. Abbiamo davvero le idee chiare come cittadini? Sappiamo che tipo di mondo vogliamo abitare, o ci accontentiamo di soluzioni rapide, forti, semplificate? Molti oggi non scelgono consapevolmente la legge del più forte. La accettano perché promette ordine, sicurezza, decisioni nette. Ma Arendt ci avverte: quando i cittadini rinunciano al giudizio, quando delegano completamente, quando smettono di interrogarsi sui mezzi, la strada dell’autoritarismo è già aperta. Forse l’unica forza che non ubriaca è quella che sa trattenersi. Tenere aperto l’orizzonte della pace, oggi, non è ingenuità: è il gesto più radicale contro una violenza che pretende di chiamarsi giustizia. «Il bene è fragile, ma solo il bene è reale». -------------------------------------------------------------------------------- > In solidarietà con il popolo venezuelano -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Perché il Venezuela ci riguarda proviene da Comune-info.
Non esiste la “violenza dei coloni”. È la violenza israeliana
25 giugno. Il villaggio di Kafr Malek si trova sui ripidi pendii del Tall Asur, la cui cima è la quarta più alta tra le montagne della Palestina. Il 23 giugno, Amar Hamayel, un abitante del villaggio, è stato colpito alla schiena. Testimoni affermano che i soldati gli hanno sparato […] L'articolo Non esiste la “violenza dei coloni”. È la violenza israeliana su Contropiano.
Trasformare noi stessi
MOLESTIE SESSUALI E BULLISMO SONO PROBLEMI LEGATI A SISTEMI RADICATI COME IL CAPITALISMO E IL PATRIARCATO. LA POLITICA ISTITUZIONALE NON VUOLE INTERVENIRE, MA ANCHE QUANDO LO VUOLE NON È IN GRADO DI FARLO PERCHÉ NON PREVEDE IL COINVOLGIMENTO VERO DEGLI INDIVIDUI. ABBIAMO BISOGNO DI UNA POLITICA CHE SAPPIA ANDARE ALLE RADICI. “IL MALE CONSISTE IN STRUTTURE DI OPPRESSIONE E DISUGUAGLIANZA CHE NOI STESSI INCARNIAMO… – SCRIVE AMADOR FERNÁNDEZ-SAVATER – SOLO ASSUMENDO IL NOSTRO COINVOLGIMENTO PER TRASFORMARE NOI STESSI E, INSIEME AD ALTRI SOGGETTI IMPEGNATI, TRASFORMARE LE STRUTTURE CHE CAUSANO DANNO E GLI STILI DI VITA CHE LE SOSTENGONO, POSSIAMO MODIFICARE CIÒ CHE OGGI APPARE IMMUTABILE….” Foto di Maschile plurale -------------------------------------------------------------------------------- Viviamo in una società immutabile? Ascoltando le notizie sulla politica nazionale attuale – in particolare sui casi di molestie sessuali, bullismo e corruzione – credo che nessuno dei problemi riportati nelle notizie abbia una soluzione nell’attuale quadro politico. Perché? Non solo perché si tratta di problemi strutturali, legati a sistemi radicati come il capitalismo o il patriarcato, ma anche perché queste strutture sono sostenute e riprodotte negli stili di vita, nei comportamenti e nelle abitudini quotidiane delle persone. In altre parole, le strutture oggettive esistono anche all’interno e in quanto soggettività; sono riprodotte soggettivamente. Pertanto, non possono essere semplicemente modificate “dall’esterno”; deve esserci un profondo cambiamento soggettivo. Ma la politica convenzionale non può, non vuole o non sa nulla di come intervenire a quel livello. Quando la gestione politica prende in considerazione uno di questi problemi e vuole fare qualcosa al riguardo – cosa che non accade molto spesso – implementa, ad esempio, come vediamo oggi, protocolli di controllo, meccanismi sanzionatori o campagne informative. Il problema è questo: in nessuno di questi casi sono coinvolti gli individui. Il protocollo viene applicato indiscriminatamente, la punizione viene imposta dall’esterno e la campagna trasmette ciò che è “moralmente corretto” senza aprire uno spazio di dialogo. Si tratta di processi automatici, meccanismi senza soggetto: non hanno bisogno che nessuno agisca, si preoccupi o pensi con la propria testa. È sufficiente che le persone obbediscano, temano le conseguenze e interiorizzino ciò che è “corretto”. Cambia qualcosa in questo modo? Nella migliore delle ipotesi, queste misure limitano o contengono il danno. Nello scenario più comune, lo stesso comportamento si ripresenta sotto un’altra forma. Il molestatore impara a non lasciare traccia, il funzionario corrotto impara a coprire meglio le proprie tracce, il sessista impara a manipolare il linguaggio con il politicamente corretto. Il male non si trasforma: viene spostato, nascosto o adattato alla norma. In ogni caso, è più o meno la stessa cosa. Qualsiasi misura che non tenga conto degli individui – del loro coinvolgimento, dei loro pensieri, del loro senso di responsabilità – è più o meno la stessa cosa. Non affronta il comportamento fondamentale che perpetua il problema. Il problema diventa un circolo vizioso e la situazione diventa immutabile. Nessuno sa niente, nessuno conosce nessuno, nessuno è responsabile Questi casi vengono sbandierati sui giornali, colpendo profondamente i partiti politici, ma nessuno sa niente, nessuno conosce nessuno, nessuno è responsabile. Come dicevano ridendo gli affascinanti prigionieri del film Le ali della libertà: “Qui siamo tutti innocenti”. La politica convenzionale è una guerra di potere. La responsabilità è fuori luogo: mostrerebbe debolezza, fornirebbe munizioni all’avversario, cederebbe terreno. In questo campo di battaglia, ogni parola viene letta come un’arma, ogni accettazione di responsabilità come una sconfitta, ogni critica come un punto debole. Si tratta di difendere e attaccare in una lotta in cui la verità non conta. Il male è sempre un problema altrui: un’eccezione, una falla nel sistema, “qualche mela marcia”. Viene individuato, considerato un’anomalia, relegato all’esterno. Non ci si pensa, non se ne parla, non gli si dà un nome. Il risultato, lungi dal silenzio, è un rumore costante: “Anche tu”, “Te l’avevo detto”, “Questi sono casi isolati”. Le misure adottate non mirano ad affrontare i problemi, ma a mettere a tacere lo scandalo, ripristinare la normalità e riprendere il controllo dell’agenda. L’obiettivo non è affrontare il male, ma esternarlo, rimuoverlo dalla scena e far sì che tutto proceda senza intoppi. Nessun tipo di analisi critica dei problemi è possibile in questo quadro. Parole genuine, gesti di coinvolgimento e pensieri significativi sono inefficaci, non aggiungono potere e non aiutano a vincere la narrazione. Il male, escluso dal pensiero, non scompare, ma ritorna nella realtà. Una responsabilità radicale Ci sono problemi che non possono essere “risolti”, ma possono essere trasformati. Trasformare un problema significa affrontarlo, e per affrontarlo è necessario assumersene la responsabilità. Significa essere coinvolti, impegnati e responsabili. La responsabilità richiede un approccio non strategico, non basato sulla logica di attacco e difesa nella lotta per il potere, ma su una verità soggettiva. Una verità che ci tocca, ci riguarda, ci commuove. I politici convenzionali vivono in un regime in cui questa verità non può esistere: potrebbe esserci un destino peggiore? Il filosofo Günther Anders ha proposto una forma insolita e radicale di responsabilità, distinta dalla nozione di innocenza o colpevolezza giudiziaria: l’appropriazione di ciò in cui si è coinvolti e invischiati, a cui si partecipa anche se non si vuole o non si decide di farlo. Anders distingue quindi chiaramente tra responsabilità e colpa, tra il piano etico-politico e quello giudiziario, la cui confusione ci lascia oggi intrappolati in un’alternativa fatale: o sono innocente (e allora non c’è più nulla a cui pensare), o sono colpevole (e a questo pensa il sistema penale). La responsabilità, d’altra parte, riguarda il coinvolgimento, l’intervento, la presa di responsabilità. Non attraverso gesti vani, lacrime di coccodrillo e altri gesti vuoti, ma attraverso azioni molto concrete: pensare, elaborare, rispondere. In altre parole, trasformare. Questa nozione di responsabilità può essere applicata a molti ambiti. Ad esempio: uomini che, senza essere accusati, decidono di riflettere su cosa significhi essere un uomo e in quale tipo di struttura siano intrappolati, anche se non lo vogliono o non l’hanno scelto, su come questo porti alla partecipazione a privilegi e violenza, e su cosa si possa fare al riguardo. Non si tratta di uomini che “si difendono”, che si limitano a dichiarare la propria innocenza (non tutti gli uomini), o che cambiano superficialmente il proprio comportamento quando si sentono rimproverati, ma piuttosto di uomini che si pongono domande significative, riflettono e sviluppano la propria etica delle relazioni e si danno una nuova educazione emotiva. Questa responsabilità è “radicale” perché va alla radice, a ciò che sostiene le strutture che vogliamo cambiare: noi stessi, come soggetti coinvolti. In questo atto di coinvolgimento, di assunzione di responsabilità per coloro che si sentono toccati da qualcosa, risiede l’unica via d’uscita possibile dallo status quo, l’inizio di una risposta diversa, sorprendente, trasformativa. Il male non è qualcosa che accade agli altri, un’eccezione, una falla nel sistema; consiste in strutture di oppressione e disuguaglianza che noi stessi incarniamo: le facciamo nostre. Questo male, quindi, permea stili di vita, relazioni e godimento, e non si trasforma automaticamente, per decreto, protocollo, punizione o moralismo, senza la nostra attivazione come soggetti. I meccanismi di controllo – protocollo, punizione, informazione – non toccano il cuore di nulla; al massimo, contengono il male fino alla prossima volta. Politica convenzionale. Solo assumendo il nostro coinvolgimento per trasformare noi stessi e, insieme ad altri soggetti impegnati, trasformare le strutture che causano danno e gli stili di vita che le sostengono, possiamo modificare ciò che oggi appare immutabile. Politica radicale. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Ctxt.es con il titolo El bucle de la política española y la responsabilidad radical -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Trasformare noi stessi proviene da Comune-info.
Askatasuna e il controllo violento della “violenza” – di Michele Lancione
Giovedì sera, al presidio di fronte ad Askatasuna, eravamo in tante persone. Pronte di fronte ai muri rossi di corso Regina Margherita 47; pronte a dire un primo no rispetto allo sgombero, alla chiusura, alla repressione. Davanti a noi, di lato, dietro: centinaia di forze cosiddette dell’ordine. Alcune in divisa, altre no. Con le [...]
USA, Alligator Alcatraz non è solo un nome
Oggi, 18 dicembre, è la Giornata internazionale delle persone migranti e mai come oggi le persone che lasciano le proprie case per motivi economici o per sopravvivenza stanno subendo attacchi e criminalizzazione. Proprio il Paese che si è fondato sul contributo delle persone migranti è diventato una trappola, anche per chi ci risiede da tempo. Parliamo degli Stati Uniti d’America del presidente Trump. Norme sempre più stringenti, politiche discriminatorie e detenzioni di massa sono la nuova realtà delle persone che vedevano gli Usa come la “terra delle opportunità”, mentre il presidente Trump si vanta in televisione delle violazioni dei diritti umani che avvengono sotto la sua amministrazione. In una nostra nuova ricerca abbiamo indagato sui centri di detenzione per persone migranti Everglades Detention Facility (tristemente noto come “Alligator Alcatraz”) e Krome North Service Processing Center. Sovraffollamento, condizioni inumane e insalubri, come l’assenza di servizi igienici adeguati o la mancata fornitura di medicinali, ma anche episodi di violenza e maltrattamenti: ecco cosa abbiamo scoperto. Da ottobre dell’anno scorso 24 persone sono morte nei centri diretti dall’Ice, l’agenzia federale per l’immigrazione. E tutto questo ha un costo altissimo: solo “Alligator Alcatraz” costa 450 milioni di dollari l’anno in un Paese in cui i servizi essenziali vengono tagliati. Negli Usa sempre più persone devono fare i conti con una realtà molto dura. Ad esempio in Florida ci sono state persone arrestate per sbaglio, è stata introdotta la profilazione razziale e la paura di massa è dilagata. Per evitare di finire in questo buco nero dei diritti umani molte persone non vanno più a scuola e persino negli ospedali. Italia, non restare in silenzio: ferma insieme a noi tutto questo! FIRMA L’APPELLO Amnesty International