Tag - violenza

Bologna. Scene cilene stanotte al Pilaastro
La responsabilità politica delle scene cilene di questa sera al Pilastro è della Giunta Lepore-Clancy che ha chiuso ogni possibilità di soluzione politica, dando invece completamente la gestione di una legittima protesta sociale in mano a Polizia e Carabinieri. Non è la prima volta che succede a Bologna, è la […] L'articolo Bologna. Scene cilene stanotte al Pilaastro su Contropiano.
March 3, 2026
Contropiano
Solo sì è sì: lo speciale sul ddl Bongiorno
A novembre, a pochi giorni dalla Giornata internazionale contro la violenza delle donne, alla Camera è stato approvato all’unanimità un progetto di legge per riformulare integralmente la formulazione dell’art. 609-bis del Codice penale sulla violenza sessuale, per legare esplicitamente il reato di violenza sessuale al concetto di consenso libero e attuale. Ma già il 25 novembre 2025, giornata simbolica e data prevista per l’approvazione in Aula del Senato, la maggioranza blocca la votazione, rinviando l’esame e «chiedendo approfondimenti» sul testo. La proposta dovrebbe intervenire sulla legge contro la violenza sessuale varata nel 1996, frutto di lunghi anni di battaglie, e che trasformò la violenza sessuale da un reato contro la morale a un reato contro la persona. L’impianto della legge del 1996 lega la violenza sessuale alla presenza della minaccia e dell’abuso, un modello coercitivo, ma ormai superato dalla giurisprudenza, che dopo l’approvazione della Convenzione di Istanbul, ha iniziato a riconoscere il modello fondato sul consenso come principio cardine per valutare se c’è stata o no violenza sessuale. Qualche settimana fa è presentato in Commissione il nuovo disegno di legge è a cura della Senatrice Giulia Bongiorno (Lega), che sostituisce il “consenso” con la «volontà contraria all’atto sessuale», introducendo il concetto di “dissenso” e riportando l’Italia indietro di cinquant’anni. Leggi il nostro speciale per approfondire. Foto di Non una di meno Roma DDL “CONSENSO”: QUANDO IL “DISSENSO” SERVE A PROTEGGERE LO STUPRATORE Di Giada Sarra Dopo l’accordo bipartisan sul reato di violenza sessuale, promosso da Meloni e Schlein, la sostituzione del “consenso” con il “dissenso” rivela una chiara scelta politica, facendo apparire la proposta originaria come l’ennesima manovra di gender washing Foto di Daniele Napolitano BE FREE: «IL DDL BONGIORNO STRAVOLGE IL SIGNIFICATO DELLA CONVENZIONE DI ISTANBUL» di redazione La norma in discussione alle camere sta suscitando proteste e mobilitazioni. Con l’approvazione, si arriverà a dare per scontata la legittimità predatoria del rapporto sessuale e l’esigibilità dei corpi femminili, causando un grave arretramento giuridico in un Paese dove la violenza di genere è un fenomeno ancora così diffuso e spesso sommerso Foto di Margherita Caprili LA CULTURA DELLO STUPRO COME TECNICA DI POTERE di Babs Mazzotti Dalla guerra alle carceri, dai centri di detenzione ai tribunali, la violenza sessuale emerge come dispositivo politico e strumento di dominio. Un’analisi che intreccia genealogia storica, conflitti contemporanei, contesto italiano e il dibattito sul consenso e sul ddl Bongiorno Immagine di copertina di Non una di meno Roma SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Solo sì è sì: lo speciale sul ddl Bongiorno proviene da DINAMOpress.
March 2, 2026
DINAMOpress
Prevenire la violenza maschile
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Quali possono essere le strade per prevenire la violenza maschile contro le donne? Per un cambiamento culturale così profondo, che passa attraverso la “presa di coscienza” di ogni singolo o singolo, più che attraverso le leggi e l’aggravio delle pene per gli aggressori, sono necessari interventi che vadano alle radici del problema: un processo educativo che cominci dai primi anni di vita e la formazione degli adulti, in modo particolare di quelli che hanno un rapporto diretto con le donne vittime di violenza, ma non solo. Prima di tutto è necessario che la questione uomo-donna venga assunta in tutta la sua gravità e per il peso politico che ha, che non vuol dire, come si sente ripetere spesso, dare pieni diritti, riconoscere “dignità” alla donna -come se fosse sempre e comunque una “questione femminile” -, ma chiedersi se anche gli uomini non abbiano da guadagnare in libertà e umanità dalla messa in discussione dell’ordine esistente: ripensare la divisione del lavoro, riconoscere che il “tempo di vita” è un bene per uomini e donne, che la cura dei figli, della famiglia, non è un destino femminile e tanto meno una questione privata, ma una “responsabilità collettiva”. Se gli uomini si abituassero ad avere familiarità col corpo – del bambino, del malato, dell’anziano, e del proprio, per tutte le vicende che lo attraversano -, e le donne si rassegnassero a quel potere sostitutivo di realizzazioni mancate che è “il rendersi indispensabili all’altro” – schiave che vogliono rendere schiavi gli altri” (Virginia Woolf) – forse gli uni darebbero la morte con meno facilità e le altre riconoscerebbero più facilmente l’ambiguità di tante apparenti “prove” d’amore. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Intercettare “uomini in crisi” -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Prevenire la violenza maschile proviene da Comune-info.
February 28, 2026
Comune-info
Intercettare “uomini in crisi”
TRIBUNALI, CONSULTORI FAMILIARI, ASSOCIAZIONI CHE ORGANIZZANO CORSI PRE-PARTO, MA ANCHE UNIVERSITÀ E SCUOLE SUPERIORI. A PESCARA E CATANIA STANNO PRENDENDO FORMA RETI TERRITORIALI INEDITE COLLEGATE AI CENTRI PER UOMINI AUTORI DI VIOLENZA, CON UN OBIETTIVO PRECISO: INTERCETTARE IN ANTICIPO UOMINI CHE VIVONO SITUAZIONI DI AGGRESSIVITÀ, FRAGILITÀ ECONOMICA O DIFFICOLTÀ RELAZIONALI, E OFFRIRE LORO STRUMENTI E ASCOLTO PRIMA CHE LA VIOLENZA VENGA AGITA. NON PIÙ SOLTANTO INTERVENTI A DANNO COMPIUTO, DUNQUE, MA UN LAVORO DI PREVENZIONE CHE CERCA DI COINVOLGERE ISTITUZIONI, MONDO DELL’EDUCAZIONE E REALTÀ SOCIALI. UN’ALLEANZA AMPIA PER PROVARE A SPOSTARE IL BARICENTRO: DAL DOPO AL PRIMA. SONO APPUNTI CONCRETI DI NUOVI PERCORSI DI INCONTRO E TRASFORMAZIONE DEL MASCHILE, TANTO URGENTI QUANTO NECESSARI, MESSI IN CAMPO DAL PROGETTO “PRIMA CHE SIA TARDI” DOPO ALCUNI MESI DI RICERCA unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- C’è chi sostiene che gli abusi sessuali e i femminicidi emersi dagli Epstein files segnino una linea di confine. Raramente il patriarcato e la sua relazione con il capitalismo si sono mostrati con una brutalità così esplicita e documentata. Eppure, nonostante la portata delle rivelazioni, è concreto il rischio che tutto venga diluito dal rumore per lo scandalo che coinvolge volti noti. In questo scenario, rimettere al centro il tema della violenza maschile e favorire trasformazioni profonde del maschilità, restano sforzi di cui abbiamo sempre più bisogno. L’associazione Maschile Plurale, che da anni lavora in quella direzione, insieme al “Centro per uomini autori di violenza” (Cuav) di Catania-Siracusa e a quello di Pescara da alcuni mesi ha avviato il progetto “Prima che sia tardi”, sottotitolo “Nuovi percorsi di incontro e trasformazione del maschile”. Si tratta di un inedito percorso annuale di ricerca, prevenzione, formazione sulla violenza di genere, ma anche di presa in carico di persone che non hanno ancora un coinvolgimento penale, i cosiddetti “ammoniti”. L’ammonimento del questore è infatti una misura di prevenzione della violenza nell’ambito delle relazioni familiari o affettive: il destinatario viene invitato a partecipare a percorsi sulle condotte violente. Tuttavia, secondo l’esperienza ancora poco raccontata dei Cuav, le persone che hanno avuto l’ammonimento vivono più o meno le stesse vicende e spesso anche le stesse gravità riscontrate nelle situazioni che riguardano il penale. Le attività del progetto prevedono percorsi individuali e di gruppo centrati sui modelli di maschilità, sulla consapevolezza emotiva, sulle dinamiche relazionali e sull’assunzione di responsabilità rispetto ai comportamenti violenti, affiancati dalla produzione di materiali comunicativi. Un elemento centrale è il lavoro di rete con i servizi territoriali, attraverso momenti di confronto e formazione, con l’obiettivo di rafforzare pratiche condivise di invio, accoglienza e accompagnamento. A che punto si trova “Prima che sia tardi”? Nei Cuav di Catania e a Pescara è forte una consapevolezza: percorsi di questo tipo si muovono su contesti di prevenzione e formazione ma rientrano prima di tutto nell’ambito della tutela di situazioni potenzialmente pericolose per le donne. Guai a dimenticarlo. “A Catania siamo a un ottimo punto – dice Antonello Arculeo – Abbiamo dovuto rallentare. Siamo un po’ avanti perché il lavoro con gli ammoniti lo portiamo avanti già da tempo e abbiamo quindi adattato e modificato situazioni che erano in corso. Ora abbiamo una serie di persone nuove che dovrebbero entrare nel gruppo di ammoniti interessati al percorso e abbiamo deciso di utilizzare il know-how già raccolto”. Su 160 contattati, una ventina si sono resi disponibili al percorso: alcuni hanno cominciato, altri sono in attesa, altri in valutazione, molti hanno rifiutato. Nel 2025 gli uomini che hanno usufruito del servizio “Il Primo Passo” – dedicato all’ascolto e al lavoro con uomini che hanno agito comportamenti violenti (servizio che fa parte della Rete italiana dei centri che lavorano con uomini autori di violenza, RE.LI.VE, Relazioni Libere dalla Violenze) – nei territori di Catania e Siracusa sono stati 333 (98% di nazionalità italiana), di cui 177 “ammoniti”. I numeri degli ammonimenti del territorio di Catania sono tra i più alti d’Italia. Qui, del resto, è partita l’azione diretta “I Panni sporchi si lavano in pubblico, di violenza si può e si deve parlare” che ha coinvolto numerose scuole, associazioni e istituzioni del territorio ed è stata replicata in altre città (la prossima data unica nazionale sarà il 6 giugno 2026). Pescara invece vive la fase di preparazione del protocollo con la Polizia e della formazione di alcuni agenti: l’obiettivo è creare nei prossimi mesi il primo gruppo di ammoniti interessati al percorso. Qui gli ammoniti sono complessivamente 25, quindi numeri più contenuti. In marzo i due Cuav insieme al gruppo di ricercatori e ricercatrici costituito da Maschile Plurale promuoveranno un momento di formazione che coinvolgerà diversi enti, per presentare i dati raccolti e trovare insieme punti di incontro tra la parte scientifica e quella sperimentata sul campo. Intanto è stato avviato anche il lavoro per la costruzione nei territori di due reti che possano essere in grado di rintracciare gli “uomini in crisi”. “A Pescara abbiamo fatto un lavoro capillare per intercettare uomini che potrebbero avere problemi di aggressività, rabbia, delusione, difficoltà economiche o relazionali, in modo da chiedere aiuto prima che la violenza venga agita – racconta Luca Battaglia – Abbiamo raccolto informazioni e stiamo per creare sei o sette gruppi conoscitivi ed esplorativi con stakeholder diversi”. Queste reti mettono insieme realtà molto differenti come il Gruppo Antiviolenza in Tribunale (legato a Polizia di Stato e Carabinieri), i consultori, ma anche alcune associazioni che propongono percorsi pre-parto, dove gli uomini accompagnano le donne ma non hanno spazi dedicati. “Siamo stati accolti molto bene. Stiamo entrando in relazione anche con i corsi prematrimoniali per proporre incontri rivolti agli uomini – aggiunge Battaglia – Ma abbiamo lavorato anche con professori universitari maschi per intercettare studenti e colleghi, e con scuole superiori e università”. È evidente che la sperimentazione di queste reti, dove ad esempio sarà possibile trovare materiali informativi (frutto del confronto promosso dai due Cuav attraverso focus group) su processi da intraprendere per cambiare, è una delle parti più interessanti del progetto e, una volta verificati punti di forza e nodi critici, potrebbe ispirare azioni analoghe in molti altri territori. Nell’accurato rapporto 2025 sule Attività dell’Associazione Centro Famiglie, responsabile del Cuav di Catania-Siracusa, nel contrasto alla violenza intrafamiliare, tra l’altro, si legge: “I dati relativi agli ammonimenti del 2025 confermano la centralità del Cuav come snodo territoriale tra sistema di prevenzione, servizi e percorsi di presa in carico che uniscono attività individuali e di gruppo, e sottolineano l’importanza di rafforzare azioni di aggancio, orientamento e accompagnamento verso percorsi di responsabilizzazione e cambiamento”. Progetti come “Prima che sia tardi” diventano importanti per il legame con i territori ma anche perché pensati come parte di un cambiamento politico e culturale più ampio. In un articolo dedicato al bisogno di costruire pratiche politiche meno colonizzate dall’immaginario patriarcale (Per un’altra radicalità), scrive Stefano Ciccone tra i promotori della rete Maschile plurale: «Chi costruisce iniziative di contrasto ai femminicidi e alla violenza maschile contro le donne non lo fa perché “considera più grave la violenza in base a chi la subisce”, ma perché riconosce un fenomeno sociale specifico che è la violenza determinata da una cultura, da ruoli e modelli di genere…». -------------------------------------------------------------------------------- . . . . . . . . -------------------------------------------------------------------------------- “Prima che sia tardi” è finanziato da ActionAid International Italia E.T.S e Fondazione Realizza il Cambiamento nell’ambito del progetto NORA against GBV* cofinanziato dall’Unione Europea. *NORA against GBV Il progetto NORA against GBV (Network of Organization for Rights and Autonomy against gender-based violence) cofinanziato dall’Unione Europea e promosso da Fondazione Realizza il Cambiamento e ActionAid International Italia E.T.S. intende contribuire alla prevenzione e al contrasto della violenza maschile contro le donne in Italia attraverso il sostegno, il potenziamento e lo sviluppo delle capacità delle organizzazioni della società civile attive a livello nazionale, regionale e locale. Il progetto coinvolge cinquanta realtà attive in tutta Italia, creando così una rete del cambiamento in grado di ascoltare e rispondere ai bisogni specifici e concreti di ogni territorio e comunità. -------------------------------------------------------------------------------- Il contenuto di questa comunicazione rappresenta l’opinione degli autori che ne sono esclusivamente responsabili. Né L’Unione europea né DG JUST possono ritenersi responsabili per le informazioni che contiene né per l’uso che ne venga fatto. Analogamente non possono ritenersi responsabili ActionAid International Italia E.T.S. e Fondazione Realizza il Cambiamento. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Intercettare “uomini in crisi” proviene da Comune-info.
February 27, 2026
Comune-info
Rizomatica 26-02-2026
Questa uscita di Rizomatica è dedicata al tema della guerra. Questa forma di relazione è antica e probabilmente nasce con la civiltà umana. Identificare un nemico e combatterlo è un modo per costruire una soggettività collettiva, non l'unico ma certamente uno dei più sperimentati. L'invito è di rivolgere il conflitto e la violenza, ineliminabili dalla natura umana, verso i ricchi e i potenti da cui siamo dominati, e non verso degli stranieri presentati come nemici. Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
Perché la guerra? Una riflessione psicoanalitica
La strutturale ambivalenza emotiva del soggetto umano, i meccanismi di difesa della negazione e della proiezione, la sintomatologia depressiva e maniacale, nonchè le figure cliniche della melanconia e della paranoia, hanno qualcosa a che fare con lo scatenamento della guerra? E la morte, con la conseguente più o meno riuscita elaborazione del lutto? Infine, è la guerra, nelle sue trasformazioni intervenute storicamente, un’invariante comportamentale connaturata alla specie umana? Per rispondere a tali domande indagheremo, seguendo diverse linee di pensiero, le dinamiche inconsce che agiscono all’interno dell’essere umano nel fenomeno guerra. Va infatti sottolineato che, al di là delle motivazioni di ordine politico militare con le quali viene combattuta, siano esse di ordine difensivo piuttosto che offensivo, in ogni guerra sono sempre implicati moventi reali e moventi fantasmatici inconsci, che sebbene illusori, contribuiscono a innescarla. Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
Oltre l’illusione della pace
Non è la guerra in sé a costituire l’anomalia. L’anomalia è un ordine mondiale che non riesce più a produrre integrazione, stabilità, futuro condiviso, e che per questo ricorre ciclicamente alla forza. Gli accordi su Gaza, come molti altri prima, non intervengono sulle condizioni materiali che rendono la violenza necessaria. Congelano il conflitto, rassicurano i mercati, consentono la ripresa dei flussi economici e diplomatici. La ricostruzione viene già pensata come opportunità di investimento; la pace come pausa funzionale alla riorganizzazione dei rapporti di forza. Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
Stéfanie Prezioso: «Oggi l’antifascismo è strumentalizzato dall’estrema destra»
È un incidente che ha assunto una forte connotazione politica. Sabato 14 febbraio, Quentin Deranque, militante di estrema destra di 23 anni, è morto dopo essere stato picchiato a margine di una conferenza dell’eurodeputata de La France Insoumise (LFI) Rima Hassan, che si svolgeva alla Sciences Po di Lione. Il giovane sarebbe stato reclutato per garantire la sicurezza delle attiviste del collettivo identitario Némésis, che aveva previsto un’azione davanti alla sede della facoltà. Dall’indagine per omicidio volontario successivamente aperta, sembrerebbe confermarsi l’ipotesi di uno scontro di piazza tra gruppi militanti, di estrema destra da un lato e antifascisti dall’altro. Una decina di persone sono state arrestate nella regione di Lione, nell’Isère e nella Drôme e poste in stato di fermo a Lione, nell’ambito di un’indagine preliminare aperta per “omicidio”, “associazione a delinquere” “violenze aggravate dall’associazione e dall’uso di armi improprie e dall’occultamento del volto”. Molte delle persone sospette sono schedate con la lettera «S» a indicare una radicalizzazione politica, per via della loro appartenenza alla Jeune Garde, collettivo antifascista cofondato nel 2018 da Raphaël Arnault, poi eletto deputato con il partito LFI nel 2024. Ufficialmente sciolta nel giugno 2025 su richiesta di Bruno Retailleau, allora ministro dell’Interno, la Jeune Garde ha presentato ricorso al Consiglio di Stato, richiesta ancora all’esame della magistratura. A causa dei suoi legami diretti con la Jeune Garde, anche LFI è stata ampiamente presa di mira negli ultimi giorni. Il partito e i suoi rappresentanti sono quindi ritenuti responsabili di questo dramma dall’intera estrema destra, da una parte della sinistra e dallo stesso governo. Lunedì 16 febbraio, la portavoce del governo, Maud Bregeon, ha affermato su “BFM” che LFI aveva «una responsabilità morale nei confronti del clima politico e del clima di violenza». I media di estrema destra del gruppo Bolloré, dal canto loro, si sbizzarriscono, sostenendo che «l’antifascismo è una forma di terrorismo come un’altra». A un mese dalle elezioni comunali, i partiti si rimpallano la responsabilità di un’escalation di violenza, di cui sarebbe responsabile “l’estrema sinistra”, e di cui l’antifascismo – pratica politica che mira, in nome dell’uguaglianza, a combattere le idee di odio, razziste o autoritarie incarnate dall’estrema destra – sarebbe uno dei sintomi pericolosi. Come si è arrivati a questo punto? Intervista a Stéfanie Prezioso, docente di storia contemporanea alla Facoltà di scienze sociali e politiche dell’Università di Losanna e autrice di Découvrir l’antifascisme (Éditions sociales, 2025). Basta! : Stiamo assistendo, a partire dalla morte di Quentin Deranque, a una sorta di equiparazione tra fascismo e antifascismo. È già accaduto in passato? Stéfanie Prezioso: Il problema dell’equiparazione in realtà fa parte del dibattito pubblico da circa 40 anni. Analizzando il caso dell’Italia, ad esempio, di cui sono esperta, ci si rende conto che questo parallelismo emerge a partire dagli anni ’90, con l’idea che in fin dei conti si tratti di militanti che, da entrambi gli schieramenti, lottano per idee “estremiste” e ricorrono alla violenza allo stesso modo. Questo discorso è chiaramente integrato da circa 30 anni in quelle posizioni politiche che consentono in qualche modo di estrapolare l’antifascismo dal contesto della lotta per l’uguaglianza e i diritti democratici e sociali per presentarlo come un elemento negativo, violento, persino affine al terrorismo. > «Da un punto di vista storico, equiparare fascismo e antifascismo equivale a > mettere sullo stesso piano carnefici e vittime». Lo storico italiano Enzo Traverso sottolinea il fatto che dopo la Seconda guerra mondiale l’antifascismo è stato spesso assimilato al totalitarismo, perché associato all’Unione Sovietica e ai crimini dell’era stalinista e post-stalinista. Da quel momento in poi, l’antifascismo è stato designato come nemico. È qualcosa che ha attraversato la storia stessa del concetto perché, in fin dei conti, l’antifascismo è un movimento multiforme, complesso, con modalità e forme d’azione diverse. Tuttavia, dal punto di vista storico, operare questa equiparazione equivale a mettere sullo stesso piano i carnefici e le loro vittime. Cosa li differenzia nelle loro modalità di azione? La non violenza è uno degli elementi costitutivi dell’antifascismo? Questo è l’aspetto più complicato da spiegare e comprendere. Innanzitutto, va detto che la violenza è una componente centrale dell’ideologia e dell’azione dell’estrema destra, per non parlare della relativa retorica. Quando l’estrema destra arriva al potere, questa istituzionalizza la violenza contro i suoi oppositori. Per l’antifascismo, l’uso delle armi del nemico solleva una questione morale, etica e politica. Negli anni che vedono l’ascesa dei fascismi prima della guerra, dover prendere le armi è percepito come un dramma da antifascisti e antifasciste, che difendono una società egualitaria, socialmente giusta, se non addirittura rivoluzionaria. Da un punto di vista etico e morale, l’uso della violenza a fini di giustizia sociale li pone di fronte a un dilemma. Come scriverà Simone de Beauvoir: «A che serve lottare, se nella lotta si eliminano tutte le ragioni per cui si era scelto di lottare […]. È assurdo, per rispetto dei valori che si desidera far trionfare, assicurarne la sconfitta; ma non è meno assurdo rinnegare un’idea con il pretesto di garantirne l’efficacia». Come si può giustificare la legittimità della violenza e dell’uso delle armi per persone che lottano proprio contro un mondo che valorizza la violenta oppressione della maggioranza? Qui sta la differenza fondamentale tra fascismo e antifascismo, perché, contrariamente all’antifascismo, il fascismo, qualunque esso sia, considera la violenza un valore in sé. Essa è parte integrante della sua stessa struttura e del suo quadro di pensiero. La sua ideologia è virilista, guerriera e preannuncia la persecuzione delle persone che colloca al di fuori della nazione o che difendono diritti conquistati a caro prezzo. Non c’è stata, in ogni caso, un’evoluzione nelle modalità di azione dell’antifascismo? Non si tende forse a una maggiore violenza, man mano che il contesto politico si inasprisce e l’estrema destra avanza in Francia e nel mondo? Che ne è di un antifascismo pacifico a fronte di correnti ideologiche che riprendono alcuni attributi di quello che è stato il fascismo al suo apice? Per rispondere a questa domanda, occorre innanzitutto definire l’antifascismo. Parliamo di gruppi che si definiscono antifascisti? Ci riferiamo anche alle centinaia di migliaia di persone che scandiscono “siamo tutti antifascisti” durante le manifestazioni in tutto il mondo? Se escludiamo il caso drammatico e sconcertante di quel giovane morto sotto i colpi di altri a Lione, penso che la situazione in cui vivono le persone oggi sia, in generale, estremamente violenta. Sofferenza sociale e negazione della democrazia sono elementi essenziali di ciò che vive oggi la popolazione. > «Contrariamente all’antifascismo, il fascismo considera la violenza un valore > in sé. La sua ideologia è virile, bellicosa e votata alla persecuzione». Detto questo, come storica ho potuto osservare che la presa delle armi da parte degli antifascisti non avviene mai in modo evidente. Negli anni ’20 in Italia, il partito socialista era contrario all’uso della violenza contro le squadre fasciste armate che terrorizzavano la popolazione. Il movimento fascista, poi diventato un partito, consisteva inizialmente in una milizia armata che raggiunse i 300.000 uomini prima della presa del potere. Bisogna immaginare che tra il 1919 e il 1922 ci furono 3000 morti in Italia. La questione della teorizzazione della violenza era quindi una questione esistenziale, di vita o di morte, e quindi centrale per pensare la lotta antifascista. Foto di Banderole via Flickr Alcuni politologi, come Jean-Yves Camus, trovano deplorevole l’uso che si fa attualmente dei termini antifascista e fascista i quali, secondo lui, sarebbero oggi utilizzati in modo improprio. Non c’è, però, una continuità tra il fascismo storico degli anni ’30 e l’attuale comportamento di alcuni leader politici o movimenti di estrema destra? Certo che nell’estrema destra odierna, e in particolare negli Stati Uniti, ci sono chiari richiami al fascismo storico. Vi è dunque un filo conduttore. Tuttavia, sono molto critica sull’uso del termine fascismo oggi, non in continuità con quanto afferma Jean-Yves Camus, ma piuttosto in opposizione. Mi colloco infatti nella prospettiva di coloro che ritengono necessario riflettere sulla situazione attuale, che è senza precedenti, con occhi nuovi. Perché se non sappiamo chi è il nemico oggi, ci ritroviamo nella stessa situazione degli antifascisti degli anni ’20 e ’30, la stragrande maggioranza dei quali non aveva capito chi fosse il nemico e cosa portasse di nuovo. Non è perché la situazione politica è meno spaventosa – al contrario, penso che forse lo sia ancora di più – che dico che il termine fascismo non è il più appropriato. Tanto più che l’uso di questo termine non ha più presa sulla popolazione. In Italia, ad esempio, lo spauracchio del termine fascismo mobilita pochissime persone. Lo stesso vale anche per la Francia. Non si tratta di mettere da parte il passato, ma piuttosto di non rimanere troppo legati a questa storia, per non perdere di vista la gravità della situazione attuale. A questo proposito, penso che il termine fascismo non permetta di comprendere in quale momento storico ci troviamo oggi. Il concetto di antifascismo sembra invece svuotato di significato e completamente demonizzato. Qual è la sua analisi di questo capovolgimento di valori e di discorsi a cui assistiamo oggi? Si parla di inversismo, ovvero un processo di inversione dei valori che si è gradualmente affermato come normale, attraverso la banalizzazione di forme del discorso che non vengono più messe in discussione perché considerate parte del senso comune. È ciò che il filosofo Antonio Gramsci chiamava filosofia dei non filosofi. Questo processo di inversione dei valori fa parte di una svolta avvenuta negli anni ’80. Non è più la solidarietà collettiva ad essere valorizzata, ma le responsabilità individuali a diventare un mantra. «There is no such thing as society» («la società non esiste», ndt), affermava Margaret Thatcher. È il momento in cui emerge il revisionismo, che impone una rilettura della storia degli oppressi e delle lotte sociali. > «Voler classificare l’antifascismo come terrorismo significa attaccare ciò che > questo movimento rappresenta: i diritti democratici, la giustizia sociale e la > solidarietà con le persone migranti». Nei discorsi pubblici e in quelli politici, questa inversione di valori è stata favorita dal fatto che le parole sono state gradualmente svuotate del loro significato. Il termine “libertà”, ad esempio, non si riferisce più alla libertà dei popoli, conquistata a caro prezzo, ma a quella dei multimilionari che dettano sempre più le regole del gioco. È diventato un significante vuoto di cui l’estrema destra può appropriarsi. Questo processo di riscrittura della lingua e della storia oggi è in pieno svolgimento. Diverse personalità e media di destra e di estrema destra ormai sostengono che «l’estrema sinistra», e con essa l’antifascismo, «uccide». Questa affermazione non distorce i fatti? Si tratta ovviamente di una strumentalizzazione politica intollerabile, a un mese dalle elezioni comunali e a un anno dalle presidenziali. Invece di lasciare che sia la giustizia a fare il proprio lavoro, ora sono i politici a determinare chi sono i colpevoli. Non mi pronuncerò quindi su questo dramma in particolare, ma posso citare diversi studi che hanno determinato che la violenza è stata soprattutto osservata da parte dell’estrema destra, poiché è parte integrante del suo programma ideologico. Negli Stati Uniti, ad esempio, l’estrema destra è coinvolta nel 93% degli omicidi di matrice estremista, con 347 assassini in 20 anni, contro i nove dell’estrema sinistra. Nel 2022, un’indagine dell’Anti-Defamation League ha inoltre stabilito che, dei 444 omicidi politici registrati tra il 2013 e il 2022, il 75% era stato commesso dall’estrema destra e solo il 4% era stato attribuito all’estrema sinistra. Dopo l’omicidio dell’influencer di estrema destra Charlie Kirk negli Stati Uniti, Donald Trump ha annunciato la classificazione del movimento antifascista come «organizzazione terroristica». Ora anche Marine Le Pen in Francia chiede lo stesso. Cosa ne pensa? Alla morte di Charlie Kirk, Trump ha effettivamente emanato il decreto. Esso punta il dito contro le e gli antifascisti, ma si tratta di un aggettivo, un concetto, che non può riferirsi a persone in particolare. Se leggete il decreto, vi rendete conto che Trump punta il dito contro tutti coloro che considera antiamericani, che non corrispondono ai valori tradizionali della famiglia. Si tratta quindi di una versione incredibilmente vaga di ciò che è l’antifascismo. In definitiva, ci si rende conto che, per quanto lo riguarda, si tratta di una battaglia su tutti i fronti contro tutto ciò che non appartiene alla cultura MAGA [abbreviazione di Make America Great Again, ndr]. Questo aggettivo gli permette di individuare tutto ciò che non si avvicina alla sua corrente politica. Alla morte di Charlie Kirk, tutta una serie di altri partiti di estrema destra aveva già chiesto che l’antifascismo fosse condannato e classificato come terrorista. Il 1° ottobre 2025, il gruppo Patriotes pour l’Europe, presieduto da Jordan Bardella del Rassemblement National, ha persino presentato al Parlamento europeo una proposta di risoluzione volta a classificare gli antifascisti come organizzazione terroristica, sulla stessa linea di Donald Trump. Sapendo, ancora una volta, che l’antifascismo come organizzazione non esiste. Quindi senza alcun senso. Nel 2013, alla morte del giovane militante antifascista Clément Méric, avvenuta durante il pestaggio subito da uno skinhead di estrema destra, il termine “antifa” aveva una connotazione piuttosto positiva. Cosa è cambiato? Penso che l’antifascismo sia ancora percepito positivamente da un’ampia fascia della popolazione. Le centinaia di migliaia di persone che manifestano pacificamente per le strade cantando «siamo tutti antifascisti» continuano ad associare l’antifascismo alla lotta per l’uguaglianza, la giustizia sociale, l’emancipazione e la democrazia, contro coloro che vogliono attaccare questi diritti, la separazione dei poteri e tenere la popolazione separata. Rispetto a loro, questo slogan riunisce milioni di persone in tutto il mondo. Dal punto di vista della destra e dell’estrema destra, penso che l’antifascismo oggi venga strumentalizzato, come fa Trump, non per attaccare il movimento in sé, ma ciò che esso rappresenta, ovvero i diritti democratici, la giustizia sociale e la solidarietà con le persone migranti sostenuti dalla collettività. L’attuale demonizzazione dell’antifascismo e, allo stesso tempo, di un partito di sinistra come La France Insoumise (LFI), non è il nuovo segno di un notevole processo di banalizzazione dell’estrema destra? Penso di sì. Questa banalizzazione è portata avanti in particolare da tutta una serie di media e personalità politiche. Ma in definitiva si tratta di una battaglia per l’egemonia culturale, che la sinistra per il momento ha perso. Abbiamo visto quanto siano sotto attacco oggi le scienze sociali. Ora, gli attacchi contro l’antifascismo prendono di mira anche le persone che osservano il mondo con spirito critico. Attaccare LFI significa anche attaccare uno dei partiti che oggi incarna la principale alternativa di sinistra in Francia, e questo non è del tutto irrilevante in vista delle elezioni locali e nazionali. Pubblicato su Basta! Il 18 febbraio 2026. Traduzione a cura di Benedetta Rossi La copertina è di Doubichlou14 via Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Stéfanie Prezioso: «Oggi l’antifascismo è strumentalizzato dall’estrema destra» proviene da DINAMOpress.
February 23, 2026
DINAMOpress
Gli atleti israeliani
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- In questi giorni si stanno svolgendo i XXV Giochi olimpici invernali, noti anche come Milano Cortina 2026, e, mentre il mondo celebra l’universalità dello spirito olimpico, io cerco i volti dei miei carnefici, fra gli “atleti” israeliani. Come si passa dall’essere un’educatrice che vuole portare aiuti umanitari a una persona che cerca i volti dei propri torturatori in una cerimonia olimpica? In un mondo giusto io dovrei essere a Gaza a svolgere il mio lavoro di educatrice in emergenza, con il pieno sostegno del mio Stato e protetta dal diritto internazionale. Invece mi ritrovo davanti a uno schermo a scrutare i volti di ex IOF israeliani che sfilano come eroi, per cercare qualsiasi dettaglio che mi permetta di riconoscere chi mi ha fatto del male. Quando sono partita da Otranto, sulla nave “ospedale” Conscience, ero piena di speranza ma consapevole di non avere la certezza di arrivare a Gaza. Ero anche a conoscenza del “trattamento” riservato dagli israeliani a tutti coloro che cercano di portare aiuti umanitari in Palestina. Non mi sono mai illusa di tornare illesa, ma sapevo che non c’era assolutamente nulla che potessero fare al mio corpo che non avessero già fatto alla mia anima in questi due anni di genocidio. E soprattutto sapevo che qualsiasi cosa sarebbe stata temporanea e infinitamente insignificante rispetto a quello che le mie sorelle e i miei fratelli palestinesi subiscono ogni giorno. E avevo ragione, su tutto. Ad eccezione di una cosa che non avevo calcolato: le torture e gli abusi fisici finiscono; la violenza istituzionale, no. Da quando sono tornata ho cercato in tutti i modi di resistere all’identità di “vittima”, anche per mantenere il focus su chi continua a soffrire: quello che ho subito io in pochi giorni, i palestinesi lo subiscono da decenni, e sentire sulla mia pelle parte di ciò che provano mi ha fatto sentire “allineata” per la prima volta in due anni. Ma io sono potuta tornare a casa. Loro no. E per settimane ho vissuto una specie di sindrome del sopravvissuto che mi ha fatto sentire colpevole di non essere ancora lì, impedendomi di raccontare ciò che avevo subito perché troppo “insignificante” se paragonato a quello che vivono a Gaza. Vedere celebrati come atleti, quasi come eroi, persone che potrebbero avermi torturato mi ha risvegliato da questo limbo emotivo: quello che sto vivendo rappresenta esattamente lo stesso tipo di impunità sistematica che permette ciò che sta accadendo a Gaza. Non devo scegliere tra di-gnificare il mio dolore e onorare il loro. Entrambi meritano spazio, perché entrambi denunciano lo stesso sistema di violenza e impunità. Un sistema che si manifesta anche — e forse soprattutto — nelle azioni del mio stesso Stato, attraverso un percorso sistematico di violenza istituzionale che si aggiunge al trauma originario e che si sviluppa su tre livelli progressivi: il mancato riconoscimento di ciò che abbiamo subito, come se la tortura, gli abusi, la violazione dei nostri diritti umani non fossero accaduti o — peggio — non contassero affatto; il victim blaming, ovvero l’accusa di “averlo cercato”, per trasformare un atto di solidarietà in una provocazione che merita punizione; e la celebrazione dei carnefici, presentati come eroi olimpici, anche se potrebbero benissimo essere i nostri aguzzini. Questa progressione non è casuale; al contrario, ha un’intenzione e un messaggio politico preciso: la nostra esperienza non conta e viene delegittimata, mentre chi ci ha fatto del male viene onorato, in una forma di gaslighting istituzionale perfetta che aggiunge trauma psicologico al trauma fisico già subito. Tutto questo ha un nome preciso e delle conseguenze ampiamente documentate nella letteratura scientifica: l’assenza di protezione da parte dello Stato di fronte a un male, unita all’attiva celebrazione di chi potrebbe esserne l’artefice, è tradimento istituzionale, e le conseguenze vanno oltre il trauma originario. Studi scientifici lo dimostrano da decenni: PTSD (Post traumatic stress disorder) complesso, alienazione dalla tua stessa comunità, perdita totale di fiducia nelle istituzioni, isolamento sociale — perché chi ti crederà se lo Stato stesso ti smentisce? E poi c’è la rivittimizzazione: vedere presentati come eroi “olimpici” ex soldati che potrebbero essere responsabili degli abusi che io e le mie compagne abbiamo subito è un’esperienza traumatica. Il fatto che io debba chiedermi “era lui?”, guardando quelle facce, aggiunge un livello di violenza psicologica alla violenza già subita; vedere i carnefici liberi, o addirittura celebrati, è una forma di ritraumatizzazione riconosciuta dalla ricerca scientifica. Anche la vittimizzazione secondaria è documentata da oltre vent’anni, mostrando l’impatto psicologico negativo conseguente alle difficoltà affrontate da chi cerca assistenza presso le istituzioni dopo violenze e aggressioni. E quando le istituzioni che dovrebbero aiutarti ti accusano e ti ostacolano, le vittime ritirano le denunce e quelle future imparano a tacere. Si crea così una cultura di complicità, e questa è una scelta: il tradimento istituzionale sistemico non è un errore isolato, ma la dichiarazione politica di quali vite contano e quali no. Io appartengo alla seconda categoria. E Gaza anche. Ma anche fra le persone di serie B esiste chi conta più di altri: quello che è successo a me può essere testimoniato proprio perché sono tornata. I palestinesi non hanno questo privilegio. Le loro testimonianze vengono seppellite sotto le macerie. La differenza tra me e loro non sta solo nella gravità della violenza subita, ma anche nel passaporto che ho in mano e nel colore della mia pelle. Eppure neanche questi privilegi bastano quando usi la tua voce per chi non ne ha una. Non è solo “mancanza di giustizia”, ma anche perpetuazione del trauma. L’evidente discrepanza tra la retorica pubblica sulla violenza di genere e sulla protezione delle vittime di violenza e la realtà che io e le mie compagne stiamo vivendo dimostra come i principi di tutela delle vittime vengano applicati in modo selettivo quando sono politicamente convenienti e ignorati quando le vittime sono “scomode” o i carnefici servono determinati interessi. Se questo è il trattamento riservato a una cittadina italiana, quale giustizia possono aspettarsi i palestinesi? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Gli atleti israeliani proviene da Comune-info.
February 21, 2026
Comune-info
Pedagogia della crudeltà, necropolitica e nuove élite
GLI EPSTEIN FILES NON RIVELANO UN’ECCEZIONE, NUTRITA DI PEDAGOGIA DELLA CRUDELTÀ, MA SONO IL VOLTO DEL POTERE CHE DECIDE CHI PUÒ VIVERE E CHI PUÒ MORIRE Foto di Rob Griffin su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Con pedagogia della crudeltà Rita Segato indica il processo attraverso cui la violenza viene insegnata, appresa e normalizzata come competenza necessaria all’esercizio del potere. Non si tratta di devianza individuale né di eccesso morale, ma di un addestramento sistemico: la crudeltà è trasmessa come sapere pratico, come capacità di scindere l’azione dal legame, il godimento dalla responsabilità, la decisione dalla colpa. La pedagogia della crudeltà agisce come dispositivo di disattivazione del vincolo: essa non distrugge semplicemente i legami, ma li rovescia, trasformando la relazione in dominio e il contatto in violazione. Il corpo dell’altro diventa superficie di iscrizione del potere (qui un’intervista di Raúl Zibechi a Rita Segato a proposito di potere maschile, guerre attuali e Gaza: Contro la legge del potere di morte). Gli Epstein Files rendono visibile questa pedagogia nella sua forma più nuda. Il sistema costruito attorno a Jeffrey Epstein non va letto primariamente come rete criminale privata, ma come dispositivo iniziatico occulto per la formazione delle élite necropolitiche. In questo dispositivo convergono quattro funzioni fondamentali. La prima è l’addestramento alla scissione: i soggetti coinvolti apprendono a separare radicalmente vita pubblica e vita segreta, decisione e desiderio, potere e legge. Questa scissione è una competenza politica: consente di esercitare violenza senza simbolizzazione. La seconda è la produzione di complicità irreversibile. La partecipazione a pratiche indicibili genera un vincolo negativo: non il legame che obbliga alla cura, ma quello che obbliga al silenzio. Il vincolo non è più circolazione, ma ricatto permanente. La terza è l’iniziazione alla disumanizzazione. Le vittime non sono semplicemente abusate: sono pedagogicamente trasformate in oggetti. Il messaggio è chiaro: alcuni corpi non contano, alcune vite sono disponibili. La quarte, infine, è la naturalizzazione della impunità. La violenza sistemica e la perversione delle élite non sono residui arcaici, ma dispositivi di addestramento necropolitico funzionali alla riproduzione del potere. Il sistema insegna che la legge non è un limite universale, ma una risorsa selettiva. Chi appartiene al circuito è al di sopra della norma; chi ne è escluso è esposto. In questo senso, gli Epstein Files non rivelano un’eccezione, ma una tecnologia di governo coerente con ciò che Achille Mbembe definisce necropolitica: il potere che decide chi può vivere e chi può morire, chi è protetto e chi è sacrificabile. Qui la morte non è solo fisica: è morte civile, simbolica, relazionale. Le élite così formate non sono semplicemente ciniche: sono educate alla crudeltà. La pedagogia della crudeltà costituisce il loro curriculum implicito, il prezzo di accesso a un potere che non riconosce più il vincolo come limite. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MAURA BENEGIAMO: > Classe e consenso: la politica dei corpi e i file Epstein -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTA INTERVISTA DI A. SAVATER-FERNANDEZ: > La resistenza viscerale -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Pedagogia della crudeltà, necropolitica e nuove élite proviene da Comune-info.
February 18, 2026
Comune-info