Stéfanie Prezioso: «Oggi l’antifascismo è strumentalizzato dall’estrema destra»È un incidente che ha assunto una forte connotazione politica. Sabato 14
febbraio, Quentin Deranque, militante di estrema destra di 23 anni, è morto dopo
essere stato picchiato a margine di una conferenza dell’eurodeputata de La
France Insoumise (LFI) Rima Hassan, che si svolgeva alla Sciences Po di Lione.
Il giovane sarebbe stato reclutato per garantire la sicurezza delle attiviste
del collettivo identitario Némésis, che aveva previsto un’azione davanti alla
sede della facoltà. Dall’indagine per omicidio volontario successivamente
aperta, sembrerebbe confermarsi l’ipotesi di uno scontro di piazza tra gruppi
militanti, di estrema destra da un lato e antifascisti dall’altro.
Una decina di persone sono state arrestate nella regione di Lione, nell’Isère e
nella Drôme e poste in stato di fermo a Lione, nell’ambito di un’indagine
preliminare aperta per “omicidio”, “associazione a delinquere” “violenze
aggravate dall’associazione e dall’uso di armi improprie e dall’occultamento del
volto”. Molte delle persone sospette sono schedate con la lettera «S» a indicare
una radicalizzazione politica, per via della loro appartenenza alla Jeune Garde,
collettivo antifascista cofondato nel 2018 da Raphaël Arnault, poi eletto
deputato con il partito LFI nel 2024.
Ufficialmente sciolta nel giugno 2025 su richiesta di Bruno Retailleau, allora
ministro dell’Interno, la Jeune Garde ha presentato ricorso al Consiglio di
Stato, richiesta ancora all’esame della magistratura. A causa dei suoi legami
diretti con la Jeune Garde, anche LFI è stata ampiamente presa di mira negli
ultimi giorni. Il partito e i suoi rappresentanti sono quindi ritenuti
responsabili di questo dramma dall’intera estrema destra, da una parte della
sinistra e dallo stesso governo. Lunedì 16 febbraio, la portavoce del governo,
Maud Bregeon, ha affermato su “BFM” che LFI aveva «una responsabilità morale nei
confronti del clima politico e del clima di violenza».
I media di estrema destra del gruppo Bolloré, dal canto loro, si sbizzarriscono,
sostenendo che «l’antifascismo è una forma di terrorismo come un’altra». A un
mese dalle elezioni comunali, i partiti si rimpallano la responsabilità di
un’escalation di violenza, di cui sarebbe responsabile “l’estrema sinistra”, e
di cui l’antifascismo – pratica politica che mira, in nome dell’uguaglianza, a
combattere le idee di odio, razziste o autoritarie incarnate dall’estrema destra
– sarebbe uno dei sintomi pericolosi. Come si è arrivati a questo punto?
Intervista a Stéfanie Prezioso, docente di storia contemporanea alla Facoltà di
scienze sociali e politiche dell’Università di Losanna e autrice di Découvrir
l’antifascisme (Éditions sociales, 2025).
Basta! : Stiamo assistendo, a partire dalla morte di Quentin Deranque, a una
sorta di equiparazione tra fascismo e antifascismo. È già accaduto in passato?
Stéfanie Prezioso: Il problema dell’equiparazione in realtà fa parte del
dibattito pubblico da circa 40 anni. Analizzando il caso dell’Italia, ad
esempio, di cui sono esperta, ci si rende conto che questo parallelismo emerge a
partire dagli anni ’90, con l’idea che in fin dei conti si tratti di militanti
che, da entrambi gli schieramenti, lottano per idee “estremiste” e ricorrono
alla violenza allo stesso modo. Questo discorso è chiaramente integrato da circa
30 anni in quelle posizioni politiche che consentono in qualche modo di
estrapolare l’antifascismo dal contesto della lotta per l’uguaglianza e i
diritti democratici e sociali per presentarlo come un elemento negativo,
violento, persino affine al terrorismo.
> «Da un punto di vista storico, equiparare fascismo e antifascismo equivale a
> mettere sullo stesso piano carnefici e vittime».
Lo storico italiano Enzo Traverso sottolinea il fatto che dopo la Seconda guerra
mondiale l’antifascismo è stato spesso assimilato al totalitarismo, perché
associato all’Unione Sovietica e ai crimini dell’era stalinista e
post-stalinista. Da quel momento in poi, l’antifascismo è stato designato come
nemico. È qualcosa che ha attraversato la storia stessa del concetto perché, in
fin dei conti, l’antifascismo è un movimento multiforme, complesso, con modalità
e forme d’azione diverse. Tuttavia, dal punto di vista storico, operare questa
equiparazione equivale a mettere sullo stesso piano i carnefici e le loro
vittime.
Cosa li differenzia nelle loro modalità di azione? La non violenza è uno degli
elementi costitutivi dell’antifascismo?
Questo è l’aspetto più complicato da spiegare e comprendere. Innanzitutto, va
detto che la violenza è una componente centrale dell’ideologia e dell’azione
dell’estrema destra, per non parlare della relativa retorica. Quando l’estrema
destra arriva al potere, questa istituzionalizza la violenza contro i suoi
oppositori. Per l’antifascismo, l’uso delle armi del nemico solleva una
questione morale, etica e politica. Negli anni che vedono l’ascesa dei fascismi
prima della guerra, dover prendere le armi è percepito come un dramma da
antifascisti e antifasciste, che difendono una società egualitaria, socialmente
giusta, se non addirittura rivoluzionaria. Da un punto di vista etico e morale,
l’uso della violenza a fini di giustizia sociale li pone di fronte a un dilemma.
Come scriverà Simone de Beauvoir: «A che serve lottare, se nella lotta si
eliminano tutte le ragioni per cui si era scelto di lottare […]. È assurdo, per
rispetto dei valori che si desidera far trionfare, assicurarne la sconfitta; ma
non è meno assurdo rinnegare un’idea con il pretesto di garantirne l’efficacia».
Come si può giustificare la legittimità della violenza e dell’uso delle armi per
persone che lottano proprio contro un mondo che valorizza la violenta
oppressione della maggioranza?
Qui sta la differenza fondamentale tra fascismo e antifascismo, perché,
contrariamente all’antifascismo, il fascismo, qualunque esso sia, considera la
violenza un valore in sé. Essa è parte integrante della sua stessa struttura e
del suo quadro di pensiero. La sua ideologia è virilista, guerriera e
preannuncia la persecuzione delle persone che colloca al di fuori della nazione
o che difendono diritti conquistati a caro prezzo.
Non c’è stata, in ogni caso, un’evoluzione nelle modalità di azione
dell’antifascismo? Non si tende forse a una maggiore violenza, man mano che il
contesto politico si inasprisce e l’estrema destra avanza in Francia e nel
mondo? Che ne è di un antifascismo pacifico a fronte di correnti ideologiche che
riprendono alcuni attributi di quello che è stato il fascismo al suo apice?
Per rispondere a questa domanda, occorre innanzitutto definire l’antifascismo.
Parliamo di gruppi che si definiscono antifascisti? Ci riferiamo anche alle
centinaia di migliaia di persone che scandiscono “siamo tutti antifascisti”
durante le manifestazioni in tutto il mondo? Se escludiamo il caso drammatico e
sconcertante di quel giovane morto sotto i colpi di altri a Lione, penso che la
situazione in cui vivono le persone oggi sia, in generale, estremamente
violenta. Sofferenza sociale e negazione della democrazia sono elementi
essenziali di ciò che vive oggi la popolazione.
> «Contrariamente all’antifascismo, il fascismo considera la violenza un valore
> in sé. La sua ideologia è virile, bellicosa e votata alla persecuzione».
Detto questo, come storica ho potuto osservare che la presa delle armi da parte
degli antifascisti non avviene mai in modo evidente. Negli anni ’20 in Italia,
il partito socialista era contrario all’uso della violenza contro le squadre
fasciste armate che terrorizzavano la popolazione. Il movimento fascista, poi
diventato un partito, consisteva inizialmente in una milizia armata che
raggiunse i 300.000 uomini prima della presa del potere. Bisogna immaginare che
tra il 1919 e il 1922 ci furono 3000 morti in Italia. La questione della
teorizzazione della violenza era quindi una questione esistenziale, di vita o di
morte, e quindi centrale per pensare la lotta antifascista.
Foto di Banderole via Flickr
Alcuni politologi, come Jean-Yves Camus, trovano deplorevole l’uso che si fa
attualmente dei termini antifascista e fascista i quali, secondo lui, sarebbero
oggi utilizzati in modo improprio. Non c’è, però, una continuità tra il fascismo
storico degli anni ’30 e l’attuale comportamento di alcuni leader politici o
movimenti di estrema destra?
Certo che nell’estrema destra odierna, e in particolare negli Stati Uniti, ci
sono chiari richiami al fascismo storico. Vi è dunque un filo conduttore.
Tuttavia, sono molto critica sull’uso del termine fascismo oggi, non in
continuità con quanto afferma Jean-Yves Camus, ma piuttosto in opposizione. Mi
colloco infatti nella prospettiva di coloro che ritengono necessario riflettere
sulla situazione attuale, che è senza precedenti, con occhi nuovi.
Perché se non sappiamo chi è il nemico oggi, ci ritroviamo nella stessa
situazione degli antifascisti degli anni ’20 e ’30, la stragrande maggioranza
dei quali non aveva capito chi fosse il nemico e cosa portasse di nuovo. Non è
perché la situazione politica è meno spaventosa – al contrario, penso che forse
lo sia ancora di più – che dico che il termine fascismo non è il più
appropriato. Tanto più che l’uso di questo termine non ha più presa sulla
popolazione.
In Italia, ad esempio, lo spauracchio del termine fascismo mobilita pochissime
persone. Lo stesso vale anche per la Francia. Non si tratta di mettere da parte
il passato, ma piuttosto di non rimanere troppo legati a questa storia, per non
perdere di vista la gravità della situazione attuale. A questo proposito, penso
che il termine fascismo non permetta di comprendere in quale momento storico ci
troviamo oggi.
Il concetto di antifascismo sembra invece svuotato di significato e
completamente demonizzato. Qual è la sua analisi di questo capovolgimento di
valori e di discorsi a cui assistiamo oggi?
Si parla di inversismo, ovvero un processo di inversione dei valori che si è
gradualmente affermato come normale, attraverso la banalizzazione di forme del
discorso che non vengono più messe in discussione perché considerate parte del
senso comune. È ciò che il filosofo Antonio Gramsci chiamava filosofia dei non
filosofi. Questo processo di inversione dei valori fa parte di una svolta
avvenuta negli anni ’80. Non è più la solidarietà collettiva ad essere
valorizzata, ma le responsabilità individuali a diventare un mantra. «There is
no such thing as society» («la società non esiste», ndt), affermava Margaret
Thatcher. È il momento in cui emerge il revisionismo, che impone una rilettura
della storia degli oppressi e delle lotte sociali.
> «Voler classificare l’antifascismo come terrorismo significa attaccare ciò che
> questo movimento rappresenta: i diritti democratici, la giustizia sociale e la
> solidarietà con le persone migranti».
Nei discorsi pubblici e in quelli politici, questa inversione di valori è stata
favorita dal fatto che le parole sono state gradualmente svuotate del loro
significato. Il termine “libertà”, ad esempio, non si riferisce più alla libertà
dei popoli, conquistata a caro prezzo, ma a quella dei multimilionari che
dettano sempre più le regole del gioco. È diventato un significante vuoto di cui
l’estrema destra può appropriarsi. Questo processo di riscrittura della lingua e
della storia oggi è in pieno svolgimento.
Diverse personalità e media di destra e di estrema destra ormai sostengono che
«l’estrema sinistra», e con essa l’antifascismo, «uccide». Questa affermazione
non distorce i fatti?
Si tratta ovviamente di una strumentalizzazione politica intollerabile, a un
mese dalle elezioni comunali e a un anno dalle presidenziali. Invece di lasciare
che sia la giustizia a fare il proprio lavoro, ora sono i politici a determinare
chi sono i colpevoli. Non mi pronuncerò quindi su questo dramma in particolare,
ma posso citare diversi studi che hanno determinato che la violenza è stata
soprattutto osservata da parte dell’estrema destra, poiché è parte integrante
del suo programma ideologico.
Negli Stati Uniti, ad esempio, l’estrema destra è coinvolta nel 93% degli
omicidi di matrice estremista, con 347 assassini in 20 anni, contro i nove
dell’estrema sinistra. Nel 2022, un’indagine dell’Anti-Defamation League ha
inoltre stabilito che, dei 444 omicidi politici registrati tra il 2013 e il
2022, il 75% era stato commesso dall’estrema destra e solo il 4% era stato
attribuito all’estrema sinistra.
Dopo l’omicidio dell’influencer di estrema destra Charlie Kirk negli Stati
Uniti, Donald Trump ha annunciato la classificazione del movimento antifascista
come «organizzazione terroristica». Ora anche Marine Le Pen in Francia chiede lo
stesso. Cosa ne pensa?
Alla morte di Charlie Kirk, Trump ha effettivamente emanato il decreto. Esso
punta il dito contro le e gli antifascisti, ma si tratta di un aggettivo, un
concetto, che non può riferirsi a persone in particolare. Se leggete il decreto,
vi rendete conto che Trump punta il dito contro tutti coloro che considera
antiamericani, che non corrispondono ai valori tradizionali della famiglia. Si
tratta quindi di una versione incredibilmente vaga di ciò che è l’antifascismo.
In definitiva, ci si rende conto che, per quanto lo riguarda, si tratta di una
battaglia su tutti i fronti contro tutto ciò che non appartiene alla cultura
MAGA [abbreviazione di Make America Great Again, ndr]. Questo aggettivo gli
permette di individuare tutto ciò che non si avvicina alla sua corrente
politica. Alla morte di Charlie Kirk, tutta una serie di altri partiti di
estrema destra aveva già chiesto che l’antifascismo fosse condannato e
classificato come terrorista.
Il 1° ottobre 2025, il gruppo Patriotes pour l’Europe, presieduto da Jordan
Bardella del Rassemblement National, ha persino presentato al Parlamento europeo
una proposta di risoluzione volta a classificare gli antifascisti come
organizzazione terroristica, sulla stessa linea di Donald Trump. Sapendo, ancora
una volta, che l’antifascismo come organizzazione non esiste. Quindi senza alcun
senso.
Nel 2013, alla morte del giovane militante antifascista Clément Méric, avvenuta
durante il pestaggio subito da uno skinhead di estrema destra, il termine
“antifa” aveva una connotazione piuttosto positiva. Cosa è cambiato?
Penso che l’antifascismo sia ancora percepito positivamente da un’ampia fascia
della popolazione. Le centinaia di migliaia di persone che manifestano
pacificamente per le strade cantando «siamo tutti antifascisti» continuano ad
associare l’antifascismo alla lotta per l’uguaglianza, la giustizia sociale,
l’emancipazione e la democrazia, contro coloro che vogliono attaccare questi
diritti, la separazione dei poteri e tenere la popolazione separata. Rispetto a
loro, questo slogan riunisce milioni di persone in tutto il mondo.
Dal punto di vista della destra e dell’estrema destra, penso che l’antifascismo
oggi venga strumentalizzato, come fa Trump, non per attaccare il movimento in
sé, ma ciò che esso rappresenta, ovvero i diritti democratici, la giustizia
sociale e la solidarietà con le persone migranti sostenuti dalla collettività.
L’attuale demonizzazione dell’antifascismo e, allo stesso tempo, di un partito
di sinistra come La France Insoumise (LFI), non è il nuovo segno di un notevole
processo di banalizzazione dell’estrema destra?
Penso di sì. Questa banalizzazione è portata avanti in particolare da tutta una
serie di media e personalità politiche. Ma in definitiva si tratta di una
battaglia per l’egemonia culturale, che la sinistra per il momento ha perso.
Abbiamo visto quanto siano sotto attacco oggi le scienze sociali. Ora, gli
attacchi contro l’antifascismo prendono di mira anche le persone che osservano
il mondo con spirito critico. Attaccare LFI significa anche attaccare uno dei
partiti che oggi incarna la principale alternativa di sinistra in Francia, e
questo non è del tutto irrilevante in vista delle elezioni locali e nazionali.
Pubblicato su Basta! Il 18 febbraio 2026. Traduzione a cura di Benedetta Rossi
La copertina è di Doubichlou14 via Flickr
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