
L’ultima spiaggia dell’Unione Europea
Progetto Melting Pot Europa - Friday, January 30, 2026ELENA D’ONOFRIO 1
In un tratto di terra francese incastrato tra un supermercato e un’autostrada a 20 minuti di macchina dal confine con il Belgio, un ammasso eterogeneo di tende e teli di plastica blu emerge dalla copertura degli alberi.
In un qualsiasi momento, tra le mille e le duemila persone vivono in queste tende e in rifugi di fortuna costruiti con teloni e lamiere, con scarso accesso ad acqua potabile, bagni, docce e pasti. Stanno tutti aspettando di attraversare il canale della Manica per arrivare in Inghilterra, chiedere asilo e ricostruire la propria vita, molti per l’ennesima volta.
Veicoli della polizia francese durante uno sgombero nell’area intorno a DunkirkA novembre sono arrivata a Dunkirk per fare volontariato con un’organizzazione che fornisce servizi alle persone che vivono nei campi informali intorno a Dunkirk e Grande-Synthe.
Ho già fatto esperienze simili in Grecia, a Lesbo e ad Atene, ma questo luogo è completamente diverso: il primo giorno in cui arrivo al campo la polizia ha appena sgomberato un accampamento in una zona dove risiedono famiglie con donne e bambini, e c’è una lunga fila di persone che si muove verso un altro gruppo di alberi, portandosi dietro tende, sacchi a pelo, zaini e borsoni.
La camminata è lunga e fangosa, e la scena sembra uscita da un servizio televisivo su un disastro ambientale come un’alluvione o un terremoto; queste sono però scene quotidiane in questa zona della Francia, dove la polizia distrugge spessissimo gli accampamenti e gli averi delle persone.
Solo a novembre ci sono stati 12 sgomberi nell’area di Dunkirk e 16 intorno a Calais, per un totale di quasi uno al giorno (dati disponibili sul sito di Human Rights Observers, un’associazione francese che si occupa di monitorare la situazione nei campi informali).
Più tardi, la polizia torna e rade al suolo la zona dei negozi, un ammasso di tende dove si vendono bibite e merendine, ma che ospita anche una grande quantità di scafisti che organizzano la traversata verso l’Inghilterra.
La polizia circonda anche i nostri veicoli e il nostro “hub”, un gazebo con prese elettriche che costruiamo ogni mattina dove i residenti del campo possono ricaricare i loro telefoni. Ci circondano, ci chiedono i documenti e ci impediscono di andarcene per qualche ora.
Nel frattempo, molte persone si avvicinano per parlarci dello sgombero di stamattina: un ragazzo palestinese che fatico a credere sia maggiorenne mi dice che la polizia gli ha preso lo zaino con i soldi e il telefono, mentre una famiglia con bambini ci racconta che la loro tenda è stata distrutta e che non ne hanno un’altra dove dormire stanotte.
Solchi sulla sabbia lasciati dai veicoli nelle dune a Gravelines, dove molte persone si nascondono mentre aspettano l’arrivo della barca verso l’InghilterraMolte persone sono qua da mesi e hanno subìto decine di sgomberi e violenze da parte della polizia, ma rimangono nella speranza di raggiungere presto l’Inghilterra. Questi sgomberi sono direttamente pagati dal governo inglese, che ha firmato un patto di finanziamento con la Francia di 541 milioni di euro tra il 2023 e il 2026 per prevenire gli attraversamenti verso il Regno Unito.
«Non ho altra scelta», mi dice Fatima, dalla Somalia.
«Io e la mia famiglia abbiamo lasciato le nostre impronte digitali in Bulgaria, e quando abbiamo chiesto asilo in Francia ci hanno detto che ci avrebbero rimandato lì», racconta. «Non possiamo vivere in Bulgaria. C’è molto razzismo e la polizia è estremamente violenta».
Moltissime persone qui hanno una storia simile, e vogliono andare in Inghilterra per scappare dalla burocrazia del Regolamento di Dublino, per cui il primo stato europeo di entrata è responsabile della gestione della domanda di asilo di un richiedente.
Questo significa che se una persona arriva, per esempio, in Grecia, è obbligata a richiedere asilo lì e potrà essere riportata indietro se prova a fare domanda in un altro paese membro dell’Unione Europea.
Per motivi geografici, i paesi europei “di frontiera” come Italia, Grecia, Spagna e Bulgaria ricevono quindi la maggior parte delle richieste, nonostante molte persone vogliano poi spostarsi in paesi dell’Europa occidentale come Francia e Germania.

ORGANIZZAZIONI CHE OPERANO IN LOCO
Human Rights Observers. Organizzazione indipendente che monitora e documenta la violenza di Stato contro persone migranti e sfollate al confine tra Francia e Regno Unito.
Utopia 56. Associazione che mobilita la società civile per sostenere le persone colpite dalle politiche di confine e dalla crisi abitativa, e per difendere diritti e dignità.
Charitable Roots. Piccola ONG che fornisce servizi essenziali e sostenibili alle persone migranti e sfollate che vivono a Grande-Synthe, nel nord della Francia.
Anche se riesci a rimanere nel paese che hai scelto, ad esempio tramite il ricongiungimento familiare o dimostrando che il paese in cui verresti espulso non è attrezzato per gestire la tua richiesta di asilo, la situazione non diventa comunque più facile.
Abdul è afghano, ma è arrivato in Germania quando aveva nove anni. Ci parla in tedesco perfetto, e mi spiega che non ricorda quasi più la lingua Dari afghana. Ha studiato medicina e lavorava come anestesista in una città nel sud della Germania, ma ha dovuto lasciare il paese quando gli è stata negata la cittadinanza.
«Le mie sorelle hanno ottenuto il passaporto tedesco, perché sono donne e non possono tornare in Afghanistan», mi spiega.
«La mia domanda invece è stata rifiutata. Mi hanno detto che secondo loro posso tornare e unirmi ai talebani, che adesso il paese è sicuro per gli uomini».
La Germania non riconosce ufficialmente il governo talebano, ma già la scorsa estate aveva stipulato accordi con Kabul e cominciato a rimandare indietro alcuni richiedenti asilo a cui aveva negato la richiesta. Dopo il mancato rinnovo del suo permesso di soggiorno, Abdul ha quindi deciso di provare ad andare in Inghilterra.
«So che la traversata è pericolosa, e la vita qui a Dunkirk è disumana. Ma quale altra scelta ho? Non posso tornare in Afghanistan, e tutti gli altri paesi europei mi deporterebbero di nuovo in Germania, e da lì direttamente nelle braccia dei talebani».
La sua storia non è unica: ci sono moltissime famiglie con bambini nati in Austria e in Germania che non hanno diritto alla cittadinanza perché questi paesi non seguono il principio dello ius soli. Nonostante siano nati e cresciuti parlando tedesco a Vienna o a Berlino, sono costretti a lasciare tutto nella speranza di arrivare in Inghilterra e ricominciare da capo. Nel campo, quasi tutti parlano perfettamente almeno una lingua europea, soprattutto il tedesco e l’italiano.
Nei giorni successivi incontro molti ragazzi che hanno vissuto per mesi o anni in Italia: sono principalmente sudanesi, e mi raccontano di essere passati dalla Libia ed essere arrivati a Lampedusa.
Alcuni di loro mi spiegano che stavano aspettando una decisione sulla loro richiesta di asilo, ma che le condizioni nei centri d’accoglienza e l’idea di non riuscire a costruire una vita in Italia li hanno spinti a viaggiare fino in Francia.
Molti sono passati da Ventimiglia, dove la polizia francese respinge violentemente le persone in Italia, o da Oulx, dove la camminata su un sentiero di alta montagna per raggiungere il confine francese può durare anche 8 ore.
Una volta arrivati in Francia, alcuni si sono ritrovati a vivere per strada: nonostante il governo francese sia legalmente tenuto a fornire alloggio ai richiedenti asilo, una grave carenza di posti letto fa sì che molte persone rimangano senza casa, soprattutto nella capitale.
Hassan, un ragazzo sudanese appena maggiorenne, ha attraversato la Libia, l’Italia e la Francia da solo, per poi ritrovarsi a vivere in una tenda nelle strade di Parigi.
«Il mio avvocato mi ha detto che le possibilità di ottenere l’asilo in Francia erano alte, ma che ci sarebbe voluto quasi un anno per avere una risposta. Nel frattempo, non c’erano alloggi disponibili, quindi ho dormito per strada».
Ad agosto, oltre 200 richiedenti asilo hanno protestato contro la mancanza di alloggio a Parigi dormendo in tende piantate davanti al comune: tra di loro si contavano almeno 90 minori, tra cui molti non accompagnati.
Nonostante questo, la legge di bilancio francese del 2025 ha tagliato 69 milioni di euro dal budget per i centri di accoglienza, eliminando 6500 posti letto. Si stima che in Francia ci siano più di 50mila richiedenti asilo senza casa.
«Non parlando la lingua trovare lavoro è molto difficile, e non riuscivo a concentrarmi durante le lezioni di francese», continua Hassan. «Avevo sempre paura che qualcuno mi rubasse la tenda o il sacco a pelo».
È quindi così che le persone si ritrovano a Dunkirk, a vivere in una tenda in mezzo al fango senza bagni né docce e con accesso ad un solo pasto al giorno, pagando fino a €2000 a testa per la possibilità di salire su una barca strapiena senza salvagente.
Tutte le persone che finiscono qui hanno vissuto il fallimento dell’accoglienza europea sulla loro pelle e sono costrette ad affrontare le conseguenze delle norme anti-immigrazione che si fanno sempre più restrittive in tutta Europa.
Tra queste, l’ultimo patto tra Francia e Inghilterra firmato ad agosto stipula che il Regno Unito ha il diritto di rimandare in Francia fino a 50 migranti a settimana senza esaminare la loro richiesta d’asilo. In cambio, l’Inghilterra ha aperto una via di entrata legale nel paese, per cui accetterà un numero di persone pari a quelle espulse.
Tuttavia, i requisiti per qualificarsi a questo programma includono essere in possesso di un documento valido e non aver provato ad arrivare in Inghilterra in modo irregolare; molte persone al campo non possiedono però nessun documento.
L’accordo “uno a uno” tra Francia e Regno Unito
Un ulteriore passo verso la deumanizzazione delle persone migranti
Maria Giuliana Lo Piccolo
7 Agosto 2025
Inoltre, secondo la Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati del 1951, il metodo di entrata nel paese non deve influire sull’eventuale richiesta di asilo di una persona. Per moltissime nazionalità non esistono effettivamente metodi regolari per entrare in Inghilterra come visti o programmi di scambio, lasciando pochissime opzioni “legali” alle persone che vogliono chiedere asilo nel paese.
La mancanza di canali legali e il fallimento delle politiche di accoglienza nei paesi europei sono all’origine delle condizioni disumane a Dunkirk e Calais 2, dove le ONG sono necessarie per fornire servizi che dovrebbero essere garantiti dallo stato.
Non so se Fatima, Abdul e Hassan siano riusciti a raggiungere l’Inghilterra, né quali altri ostacoli li attendano nel loro cammino verso la sicurezza e l’asilo.
A Dunkirk nulla è mai certo: quando qualcuno che conosco scompare dal campo per qualche giorno dopo un attraversamento, posso solo sperare che quella barca lo abbia portato oltre la Manica, anche se il suo posto viene subito preso da un’altra persona che attende di lasciare l’ultima spiaggia dell’Unione Europea.
La spiaggia di Gravelines, da dove partono molte barche verso l’InghilterraFonti:
- Human Rights Observers, dati su sgomberi e violenze da parte della polizia nelle aree di Calais e Dunkirk
- Deutsche Welle, articolo sulla deportazione di immigrati afghani e sugli accordi tra Berlino e Kabul
- InfoMigrants, articolo sulle proteste dei richiedenti asilo senza casa contro il comune di Parigi
- Asylum Information Database e ECRE, ultimo rapporto sulla situazione di richiedenti asilo e rifugiati in Francia
- Portale per richiedere asilo tramite il programma “one-in-one-out” del governo britannico
- Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati del 1951
- House of Commons Library, riepilogo sulla collaborazione tra Inghilterra e Francia sulla migrazione
- Sono laureata in magistrale in giornalismo d’inchiesta alla Montfort University a Leicester (in Inghilterra) e vivo in Olanda e lavoro in un’ONG che si occupa di migrazione e diritto all’asilo. Ho collaborato con alcune pubblicazioni italiane ed olandesi, scrivendo spesso di migrazione ↩︎
- Calais Appeal unisce 6 organizzazioni (L’Auberge des Migrants with their two projects Channel Info Project and Woodyard, Calais Food Collective, La Capuche Mobilisée, Project Play, Refugee Women’s Centre, e Utopia 56 Calais & Grande-Synthe) che forniscono cibo, riparo e supporto e chiedono: Percorsi sicuri; Libertà di movimento; Fine della violenza al confine; Accesso ai servizi di base ↩︎