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L’ultima spiaggia dell’Unione Europea
ELENA D’ONOFRIO 1 In un tratto di terra francese incastrato tra un supermercato e un’autostrada a 20 minuti di macchina dal confine con il Belgio, un ammasso eterogeneo di tende e teli di plastica blu emerge dalla copertura degli alberi. In un qualsiasi momento, tra le mille e le duemila persone vivono in queste tende e in rifugi di fortuna costruiti con teloni e lamiere, con scarso accesso ad acqua potabile, bagni, docce e pasti. Stanno tutti aspettando di attraversare il canale della Manica per arrivare in Inghilterra, chiedere asilo e ricostruire la propria vita, molti per l’ennesima volta.  Veicoli della polizia francese durante uno sgombero nell’area intorno a Dunkirk A novembre sono arrivata a Dunkirk per fare volontariato con un’organizzazione che fornisce servizi alle persone che vivono nei campi informali intorno a Dunkirk e Grande-Synthe. Ho già fatto esperienze simili in Grecia, a Lesbo e ad Atene, ma questo luogo è completamente diverso: il primo giorno in cui arrivo al campo la polizia ha appena sgomberato un accampamento in una zona dove risiedono famiglie con donne e bambini, e c’è una lunga fila di persone che si muove verso un altro gruppo di alberi, portandosi dietro tende, sacchi a pelo, zaini e borsoni. La camminata è lunga e fangosa, e la scena sembra uscita da un servizio televisivo su un disastro ambientale come un’alluvione o un terremoto; queste sono però scene quotidiane in questa zona della Francia, dove la polizia distrugge spessissimo gli accampamenti e gli averi delle persone. Solo a novembre ci sono stati 12 sgomberi nell’area di Dunkirk e 16 intorno a Calais, per un totale di quasi uno al giorno (dati disponibili sul sito di Human Rights Observers, un’associazione francese che si occupa di monitorare la situazione nei campi informali). Più tardi, la polizia torna e rade al suolo la zona dei negozi, un ammasso di tende dove si vendono bibite e merendine, ma che ospita anche una grande quantità di scafisti che organizzano la traversata verso l’Inghilterra. La polizia circonda anche i nostri veicoli e il nostro “hub”, un gazebo con prese elettriche che costruiamo ogni mattina dove i residenti del campo possono ricaricare i loro telefoni. Ci circondano, ci chiedono i documenti e ci impediscono di andarcene per qualche ora. Nel frattempo, molte persone si avvicinano per parlarci dello sgombero di stamattina: un ragazzo palestinese che fatico a credere sia maggiorenne mi dice che la polizia gli ha preso lo zaino con i soldi e il telefono, mentre una famiglia con bambini ci racconta che la loro tenda è stata distrutta e che non ne hanno un’altra dove dormire stanotte. Solchi sulla sabbia lasciati dai veicoli nelle dune a Gravelines, dove molte persone si nascondono mentre aspettano l’arrivo della barca verso l’Inghilterra Molte persone sono qua da mesi e hanno subìto decine di sgomberi e violenze da parte della polizia, ma rimangono nella speranza di raggiungere presto l’Inghilterra. Questi sgomberi sono direttamente pagati dal governo inglese, che ha firmato un patto di finanziamento con la Francia di 541 milioni di euro tra il 2023 e il 2026 per prevenire gli attraversamenti verso il Regno Unito. > «Non ho altra scelta», mi dice Fatima, dalla Somalia. «Io e la mia famiglia abbiamo lasciato le nostre impronte digitali in Bulgaria, e quando abbiamo chiesto asilo in Francia ci hanno detto che ci avrebbero rimandato lì», racconta. «Non possiamo vivere in Bulgaria. C’è molto razzismo e la polizia è estremamente violenta». Moltissime persone qui hanno una storia simile, e vogliono andare in Inghilterra per scappare dalla burocrazia del Regolamento di Dublino, per cui il primo stato europeo di entrata è responsabile della gestione della domanda di asilo di un richiedente. Questo significa che se una persona arriva, per esempio, in Grecia, è obbligata a richiedere asilo lì e potrà essere riportata indietro se prova a fare domanda in un altro paese membro dell’Unione Europea. Per motivi geografici, i paesi europei “di frontiera” come Italia, Grecia, Spagna e Bulgaria ricevono quindi la maggior parte delle richieste, nonostante molte persone vogliano poi spostarsi in paesi dell’Europa occidentale come Francia e Germania. ORGANIZZAZIONI CHE OPERANO IN LOCO Human Rights Observers. Organizzazione indipendente che monitora e documenta la violenza di Stato contro persone migranti e sfollate al confine tra Francia e Regno Unito. Utopia 56. Associazione che mobilita la società civile per sostenere le persone colpite dalle politiche di confine e dalla crisi abitativa, e per difendere diritti e dignità. Charitable Roots. Piccola ONG che fornisce servizi essenziali e sostenibili alle persone migranti e sfollate che vivono a Grande-Synthe, nel nord della Francia. Anche se riesci a rimanere nel paese che hai scelto, ad esempio tramite il ricongiungimento familiare o dimostrando che il paese in cui verresti espulso non è attrezzato per gestire la tua richiesta di asilo, la situazione non diventa comunque più facile.  Abdul è afghano, ma è arrivato in Germania quando aveva nove anni. Ci parla in tedesco perfetto, e mi spiega che non ricorda quasi più la lingua Dari afghana. Ha studiato medicina e lavorava come anestesista in una città nel sud della Germania, ma ha dovuto lasciare il paese quando gli è stata negata la cittadinanza. > «Le mie sorelle hanno ottenuto il passaporto tedesco, perché sono donne e non > possono tornare in Afghanistan», mi spiega. «La mia domanda invece è stata rifiutata. Mi hanno detto che secondo loro posso tornare e unirmi ai talebani, che adesso il paese è sicuro per gli uomini». La Germania non riconosce ufficialmente il governo talebano, ma già la scorsa estate aveva stipulato accordi con Kabul e cominciato a rimandare indietro alcuni richiedenti asilo a cui aveva negato la richiesta. Dopo il mancato rinnovo del suo permesso di soggiorno, Abdul ha quindi deciso di provare ad andare in Inghilterra.  «So che la traversata è pericolosa, e la vita qui a Dunkirk è disumana. Ma quale altra scelta ho? Non posso tornare in Afghanistan, e tutti gli altri paesi europei mi deporterebbero di nuovo in Germania, e da lì direttamente nelle braccia dei talebani». La sua storia non è unica: ci sono moltissime famiglie con bambini nati in Austria e in Germania che non hanno diritto alla cittadinanza perché questi paesi non seguono il principio dello ius soli. Nonostante siano nati e cresciuti parlando tedesco a Vienna o a Berlino, sono costretti a lasciare tutto nella speranza di arrivare in Inghilterra e ricominciare da capo. Nel campo, quasi tutti parlano perfettamente almeno una lingua europea, soprattutto il tedesco e l’italiano. Nei giorni successivi incontro molti ragazzi che hanno vissuto per mesi o anni in Italia: sono principalmente sudanesi, e mi raccontano di essere passati dalla Libia ed essere arrivati a Lampedusa. Alcuni di loro mi spiegano che stavano aspettando una decisione sulla loro richiesta di asilo, ma che le condizioni nei centri d’accoglienza e l’idea di non riuscire a costruire una vita in Italia li hanno spinti a viaggiare fino in Francia. Molti sono passati da Ventimiglia, dove la polizia francese respinge violentemente le persone in Italia, o da Oulx, dove la camminata su un sentiero di alta montagna per raggiungere il confine francese può durare anche 8 ore. Una volta arrivati in Francia, alcuni si sono ritrovati a vivere per strada: nonostante il governo francese sia legalmente tenuto a fornire alloggio ai richiedenti asilo, una grave carenza di posti letto fa sì che molte persone rimangano senza casa, soprattutto nella capitale. Hassan, un ragazzo sudanese appena maggiorenne, ha attraversato la Libia, l’Italia e la Francia da solo, per poi ritrovarsi a vivere in una tenda nelle strade di Parigi.  «Il mio avvocato mi ha detto che le possibilità di ottenere l’asilo in Francia erano alte, ma che ci sarebbe voluto quasi un anno per avere una risposta. Nel frattempo, non c’erano alloggi disponibili, quindi ho dormito per strada». Ad agosto, oltre 200 richiedenti asilo hanno protestato contro la mancanza di alloggio a Parigi dormendo in tende piantate davanti al comune: tra di loro si contavano almeno 90 minori, tra cui molti non accompagnati. Nonostante questo, la legge di bilancio francese del 2025 ha tagliato 69 milioni di euro dal budget per i centri di accoglienza, eliminando 6500 posti letto. Si stima che in Francia ci siano più di 50mila richiedenti asilo senza casa. «Non parlando la lingua trovare lavoro è molto difficile, e non riuscivo a concentrarmi durante le lezioni di francese», continua Hassan. «Avevo sempre paura che qualcuno mi rubasse la tenda o il sacco a pelo». È quindi così che le persone si ritrovano a Dunkirk, a vivere in una tenda in mezzo al fango senza bagni né docce e con accesso ad un solo pasto al giorno, pagando fino a €2000 a testa per la possibilità di salire su una barca strapiena senza salvagente. Tutte le persone che finiscono qui hanno vissuto il fallimento dell’accoglienza europea sulla loro pelle e sono costrette ad affrontare le conseguenze delle norme anti-immigrazione che si fanno sempre più restrittive in tutta Europa. Tra queste, l’ultimo patto tra Francia e Inghilterra firmato ad agosto stipula che il Regno Unito ha il diritto di rimandare in Francia fino a 50 migranti a settimana senza esaminare la loro richiesta d’asilo. In cambio, l’Inghilterra ha aperto una via di entrata legale nel paese, per cui accetterà un numero di persone pari a quelle espulse. Tuttavia, i requisiti per qualificarsi a questo programma includono essere in possesso di un documento valido e non aver provato ad arrivare in Inghilterra in modo irregolare; molte persone al campo non possiedono però nessun documento. Notizie/Confini e frontiere L’ACCORDO “UNO A UNO” TRA FRANCIA E REGNO UNITO Un ulteriore passo verso la deumanizzazione delle persone migranti Maria Giuliana Lo Piccolo 7 Agosto 2025 Inoltre, secondo la Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati del 1951, il metodo di entrata nel paese non deve influire sull’eventuale richiesta di asilo di una persona. Per moltissime nazionalità non esistono effettivamente metodi regolari per entrare in Inghilterra come visti o programmi di scambio, lasciando pochissime opzioni “legali” alle persone che vogliono chiedere asilo nel paese.  La mancanza di canali legali e il fallimento delle politiche di accoglienza nei paesi europei sono all’origine delle condizioni disumane a Dunkirk e Calais 2, dove le ONG sono necessarie per fornire servizi che dovrebbero essere garantiti dallo stato. Non so se Fatima, Abdul e Hassan siano riusciti a raggiungere l’Inghilterra, né quali altri ostacoli li attendano nel loro cammino verso la sicurezza e l’asilo. A Dunkirk nulla è mai certo: quando qualcuno che conosco scompare dal campo per qualche giorno dopo un attraversamento, posso solo sperare che quella barca lo abbia portato oltre la Manica, anche se il suo posto viene subito preso da un’altra persona che attende di lasciare l’ultima spiaggia dell’Unione Europea. La spiaggia di Gravelines, da dove partono molte barche verso l’Inghilterra Fonti: * Human Rights Observers, dati su sgomberi e violenze da parte della polizia nelle aree di Calais e Dunkirk * Deutsche Welle, articolo sulla deportazione di immigrati afghani e sugli accordi tra Berlino e Kabul * InfoMigrants, articolo sulle proteste dei richiedenti asilo senza casa contro il comune di Parigi * Asylum Information Database e ECRE, ultimo rapporto sulla situazione di richiedenti asilo e rifugiati in Francia * Portale per richiedere asilo tramite il programma “one-in-one-out” del governo britannico  * Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati del 1951  * House of Commons Library, riepilogo sulla collaborazione tra Inghilterra e Francia sulla migrazione 1. Sono laureata in magistrale in giornalismo d’inchiesta alla Montfort University a Leicester (in Inghilterra) e vivo in Olanda e lavoro in un’ONG che si occupa di migrazione e diritto all’asilo. Ho collaborato con alcune pubblicazioni italiane ed olandesi, scrivendo spesso di migrazione ↩︎ 2. Calais Appeal unisce 6 organizzazioni (L’Auberge des Migrants with their two projects Channel Info Project and Woodyard, Calais Food Collective, La Capuche Mobilisée, Project Play, Refugee Women’s Centre, e Utopia 56 Calais & Grande-Synthe) che forniscono cibo, riparo e supporto e chiedono: Percorsi sicuri; Libertà di movimento; Fine della violenza al confine; Accesso ai servizi di base ↩︎
Tra fango e frontiera: le organizzazioni che resistono tra Calais e Grande-Synthe
Tre volte a settimana, poco dopo le due e mezza del pomeriggio, il furgone del Refugee Women’s Centre parte verso Port Fluvial, la fermata dell’autobus più vicina alla jungle di Grande-Synthe. All’ombra dei pali della segnaletica, decine di donne aspettano in silenzio: nuove arrivate o presenze di lunga data, in cerca di un nome sulla lista e di un sacchetto di beni essenziali. È il rito ordinario di un luogo che vive nell’attesa – quella di chi distribuisce aiuti e quella, più incerta, di chi spera di attraversare la frontiera franco-britannica. È a queste donne che il Refugee Women’s Centre dedica la sua attenzione. L’organizzazione distribuisce vestiti, scarpe, prodotti per neonati e, soprattutto, tende, coperte e sacchi a pelo – gli unici strumenti che permettono di resistere al lungo e gelido inverno di questa frontiera. In mancanza di spazi ufficiali, molte di loro vivono in accampamenti informali, spesso insieme a familiari o amiche, in una precarietà che si rinnova ogni giorno. Le volontarie del Centre registrano i nomi, raccolgono richieste e, nelle ore stabilite, tornano con ciò che serve a garantire un minimo di sopravvivenza a chi è costretto ad attendere ancora. Reportage e inchieste/Confini e frontiere LE INVISIBILI: DONNE IN MOVIMENTO TRA CALAIS E GRANDE-SYNTHE Resistere e sopravvivere ai margini della frontiera franco-britannica Aurora Porcelli 30 Giugno 2025 Due volte a settimana, le registrazioni servono anche a organizzare un momento diverso: la possibilità, rara, di una doccia calda lontano dalle tende. Le volontarie del Refugee Women’s Centre accompagnano le donne fino a una palestra messa a disposizione dal comune, dove possono lavarsi, cambiarsi, scegliere nuovi vestiti. Mentre alcune si concedono pochi minuti di silenzio sotto l’acqua, i bambinə giocano con i giocattoli sparsi sul pavimento – un frammento di normalità in mezzo alla precarietà quotidiana. Il Women’s Centre non è solo in questo lavoro quotidiano di sostegno. Tra Calais e Grande-Synthe opera una rete fitta di organizzazioni che, con strumenti diversi, cercano di rispondere all’emergenza umanitaria e di colmare tale vuoto. Questa rete di solidarietà è fluida ma fortemente interconnessa: le associazioni si coordinano, condividono informazioni e risorse, si alternano nei turni per garantire una presenza costante sul campo. In stretta collaborazione con Utopia56 – attiva soprattutto di notte e durante le emergenze, come i naufragi – il Women’s Centre mantiene aggiornati i registri delle famiglie da assistere. Quando un’organizzazione conclude il proprio turno, l’altra raccoglie i nomi delle persone in difficoltà e li trasmette al mattino seguente, così che nessunə venga dimenticatə. Si tratta di un sistema fondato su comunicazioni rapide e fiducia reciproca, ma è proprio questa interdipendenza che permette di non lasciare indietro nessunə. Eppure, anche questa rete così compatta arriva ogni giorno al limite delle proprie forze. La solidarietà tra organizzazioni permette di spingere il lavoro oltre ciò che sarebbe possibile da sole, ma non basta a compensare le fragilità profonde di questa frontiera. Gli sgomberi si susseguono, le risorse restano scarse e l’adattamento all’ultimo minuto diventa l’unico modo per garantire una presenza costante in un contesto dove pianificare a lungo termine è semplicemente impossibile. La continua necessità di ripensare distribuzioni, trasporti e turni genera una pressione crescente su volontarie e volontari, che non solo devono fare i conti con mezzi ridotti, ma anche con stanchezza e la frustrazione di offrire aiuti pensati per l’emergenza in un contesto che di emergenziale ha solo la durata infinita. In questo contesto di improvvisazione continua, la capacità di adattamento diventa parte stessa del lavoro. Per capire cosa significhi lavorare in un contesto così instabile, ho incontrato Caro, che ha trascorso quasi un anno lungo questa frontiera: prima come volontaria del Refugee Women’s Centre, poi come play worker per Project Play – organizzazione che sostiene e tutela bambinə e famiglie in movimento offrendo attività ludiche, supporto alla genitorialità e assistenza personalizzata – e infine come Activities Coordinator, ruolo che ha ricoperto per oltre cinque mesi. Insieme abbiamo parlato di tutto ciò che spesso resta invisibile dall’esterno: di come lavorare sul campo cambi la percezione della frontiera, dei momenti più difficili o significativi nel coordinamento dei progetti, delle sfide quotidiane e di ciò che chi osserva dall’esterno fatica a comprendere di questa realtà. Lavorare sul campo, racconta Caro, ha cambiato radicalmente la sua percezione della frontiera. Prima di arrivare a Calais, conosceva la situazione solo in termini generali; essere lì le ha mostrato quanto le condizioni di vita delle persone in movimento fossero disumane e degradanti. Famiglie che avevano vissuto per anni in Germania, costruendo una vita stabile, si trovano ancora a rischiare la vita al confine, esposte a violenze e privazioni quotidiane. Come dice Caro: “Non avevo idea di quanto fossero effettivamente disumane e degradanti le condizioni di vita – anche dopo anni di lavoro con richiedenti asilo in Germania.” I momenti più difficili sono legati alla crescente precarietà del contesto: sgomberi frequenti, aggressioni da parte della polizia e di gruppi di estrema destra, condizioni di vita sempre più pericolose negli insediamenti informali. Come coordinatrice, il peso maggiore è bilanciare la gestione di emergenze, notizie di violenze e testimonianze traumatiche provenienti da bambinə, insieme al benessere dei volontari, tutti conviventi nello stesso spazio. Approfondimenti/Confini e frontiere L’ARITMETICA DELLE POLITICHE MIGRATORIE: IL CONFINE TRA CALAIS E DOVER Accordi bilaterali e sgomberi sistematici trasformano vite in statistiche e diritti in eccezioni Aurora Porcelli 9 Ottobre 2025 I momenti più significativi nascono dai piccoli successi quotidiani: vedere i bambinə divertirsi durante le attività organizzate da Project Play, ritrovare un po’ di autonomia e leggerezza anche solo per qualche ora, conferma l’importanza di spazi sicuri in cui possano giocare. Le sfide organizzative sono numerose. I progetti sul campo, spesso a capacità ridotta e con risorse limitate, dipendono quasi interamente dai volontari, che provengono da background diversi e devono convivere e collaborare in condizioni stressanti. Caro conferma come l’imprevedibilità della frontiera renda impossibile prepararsi a tutto: non si sa mai se un giorno porterà sgomberi, testimonianze di violenze, casi di protezione preoccupanti o il numero di bambinə che parteciperanno alle attività. Sottolinea: “È semplicemente impossibile prepararsi a tutto: ogni giorno porta qualcosa di completamente nuovo.” Infine, quando le chiedo cosa secondo lei le persone al di fuori di Calais non riescano a capire di questo contesto, lei afferma: «La gravità della situazione, davvero. La mia prospettiva, probabilmente, è influenzata dal fatto che sono tedesca. Ma la maggior parte delle persone sembra completamente all’oscuro di ciò che sta accadendo a Calais, o crede che sia ‘qualcosa che è successo nel 2015’. Forse per la mancanza di copertura mediatica, forse per ignoranza. Almeno in Germania, molti sembrano completamente inconsapevoli delle conseguenze reali che discorsi e politiche razziste e discriminatorie hanno sulle persone che sono venute in Germania a chiedere asilo e, più in generale, nell’Unione Europea». Eppure, tra sgomberi, risorse limitate e incertezze quotidiane, la forza di questa rete risiede nella capacità di non arrendersi mai: ogni piccolo gesto, ogni turno organizzato, ogni momento di gioco per i bambinə diventa un atto di resistenza e di cura, la dimostrazione concreta che, anche in un contesto ostile e imprevedibile, la solidarietà può farsi presente e lasciare un segno.
L’aritmetica delle politiche migratorie: il confine tra Calais e Dover
Sulle coste ventose di Calais, tende e rifugi di fortuna sorgono e scompaiono nel giro di poche ore, spazzate via da sgomberi regolari. Qui, sulla soglia del Canale della Manica, si consuma ogni giorno una delle frontiere più simboliche d’Europa: quella tra Francia e Gran Bretagna. Reportage e inchieste/Confini e frontiere LE INVISIBILI: DONNE IN MOVIMENTO TRA CALAIS E GRANDE-SYNTHE Resistere e sopravvivere ai margini della frontiera franco-britannica Aurora Porcelli 30 Giugno 2025 Non è solo un confine geografico, ma uno dei punti cardine delle politiche di esternalizzazione che caratterizzano l’intero continente in tema di migrazione. Ed è proprio lungo queste coste che migliaia di persone ogni anno cercano di varcare il mare, con la speranza di raggiungere il Regno Unito. Le politiche di esternalizzazione delle frontiere non sono una prerogativa italiana. Francia e Gran Bretagna hanno segnato una svolta nel 2003 con la firma del Trattato di Le Touquet, entrato in vigore l’anno successivo, il quale ha ridefinito i controlli alla frontiera marittima con l’obiettivo di gestire i flussi migratori. Al confine tra Francia e UK, il 2024 è stato l’anno più mortale per i bambini. Dal 2018, 1/5 delle persone escluse dalle rotte sicure per il Regno Unito erano bambini. Età media? Solo 7 anni. (Fonte: Calais Appeal 1) Tale accordo si distingue per una peculiarità: il suo testo completo non è mai stato pubblicato, e per leggerlo bisogna risalire agli archivi delle Nazioni Unite, nel registro dei trattati depositato nel 2006 2 L’accordo ha di fatto ridefinito la gestione dei controlli di frontiera tra Francia e Regno Unito. Chi vuole entrare in Inghilterra viene sottoposto ai controlli della polizia britannica già sul lato francese della Manica, mentre chi intende raggiungere la Francia deve affrontare i controlli delle autorità francesi direttamente in territorio inglese. Il risultato è che alle persone in movimento alle quali viene negato l’ingresso nel Regno Unito, si ritrovano automaticamente bloccate in Francia. L’articolo 9 del medesimo inoltre, contiene un elemento controverso: esclude la possibilità di presentare domanda di asilo direttamente alla frontiera. In pratica, chi intende chiedere protezione deve riuscire a raggiungere il territorio del Regno Unito; altrimenti la richiesta viene respinta immediatamente, privando così i migranti non solo di un canale legale di accesso, ma anche del diritto a chiedere protezione riconosciuto dalle convenzioni internazionali. Pochi giorni fa, nel Regno Unito è arrivato la prima persona migrante nell’ambito del cosiddetto “one in-one out deal”. L’accordo, discusso tra giugno e luglio ed entrato in vigore il 4 agosto 2025, punta a scoraggiare le traversate del Canale della Manica su imbarcazioni di fortuna. In base all’intesa, la Francia riprende i migranti senza legami familiari nel Regno Unito, mentre Londra concede asilo a chi può dimostrare connessioni familiari. Notizie/Confini e frontiere L’ACCORDO “UNO A UNO” TRA FRANCIA E REGNO UNITO Un ulteriore passo verso la deumanizzazione delle persone migranti Maria Giuliana Lo Piccolo 7 Agosto 2025 L’accordo presenta diverse criticità. Innanzitutto, limita l’accesso all’asilo ai soli migranti con legami familiari nel Regno Unito, contravvenendo non solo al principio di non-refoulement, ma più in generale ai dettami della Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Presentato come deterrente ma, al contrario, rischia di spingere le persone a intraprendere traversate ancora più pericolose. Sul piano pratico, scarica sulla Francia il peso dei respinti, aggravando la già fragile situazione di Calais e di altre città di confine come Dunkerque. Infine, il meccanismo “uno dentro-uno fuori” riduce le persone a numeri intercambiabili: chi non ha parenti nel Regno Unito viene respinto a prescindere dal proprio bisogno di protezione e senza possibilità di vedere esaminata la propria domanda d’asilo. Dunque, se a livello politico le persone in movimento vengono trattate come numeri da scambiare tra Londra e Parigi, sul terreno questa aritmetica si traduce in sgomberi continui. Lo smantellamento della cosiddetta Jungle nell’ottobre 2016 non ha risolto il problema, ma lo ha semplicemente disperso lungo la costa. Oggi, ogni due giorni tende e rifugi vengono demoliti, costringendo uomini, donne e bambini a ricominciare da zero, mentre le ONG vedono il loro lavoro vanificato dai sequestri o dalla distruzione sistematica di tende e beni. Tuttavia, il lavoro delle organizzazioni non si esaurisce nella distribuzione di beni di prima necessità. Fondamentale è anche la denuncia pubblica di quanto quotidianamente accade lungo la frontiera. In questo senso, un ruolo centrale è svolto da Human Rights Observers 3, un team di volontari attivo tra Calais e Grande-Synthe. La loro missione è monitorare, documentare e contestare le pratiche delle autorità, con l’obiettivo di difendere i diritti fondamentali delle persone in movimento, attraverso l’osservazione diretta delle operazioni di polizia e la raccolta di testimonianze sia dai migranti sia dai volontari presenti sul campo. PH: Human Rights Observers Ma cosa si intende quando si parla di ‘sgombero’? Secondo la definizione dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, si definisce una ‘forced eviction’: “the permanent or temporary removal against their will of individuals, families and/or communities from the homes and/or land which they occupy, without the provision of, and access to, appropriate forms of legal or other protection” 4. Tenendo questa definizione in mente, le operazioni di sgombero a Calais sono caratterizzate dalla loro frequenza e regolarità. Ogni 48h, dunque, convogli composti da prefettura, polizia francese, gendarmeria mobile e talvolta CRS (Compagnie républicaine de sécurité) arrivano negli accampamenti informali di Calais per sgomberare gli alloggi di fortuna. Armati e accompagnati da squadre di pulizia, obbligano le persone a spostarsi in aree designate portando con sé tutti i beni. Inoltre, durante tali operazioni, la polizia effettua controlli d’identità che spesso sfociano in arresti, talvolta persino di minorenni che per legge dovrebbero godere di protezione statale. L’osservazione e la documentazione di queste operazioni è particolarmente complicata: gli osservatori, volontari, avvocati e giornalisti vengono tenuti fuori dal vasto perimetro di sicurezza, limitando la possibilità di monitorare ciò che accade sul campo. In questo scenario, la trasparenza diventa un’illusione. Ogni sgombero a Calais ripete lo stesso schema: vite trasformate in numeri, diritti ridotti al silenzio, speranze spezzate e storie cancellate in pochi istanti, mentre le persone restano intrappolate in un limbo di precarietà e invisibilità, dove ogni politica di sicurezza e respingimento apre la strada a una nuova ferita sociale. E, come sottolineato in un rapporto del Relatore Speciale sui diritti dei migranti: “la percezione dei migranti da parte di molti attori come “illegali” è controproducente e non si basa su fatti né sulle disposizioni del diritto internazionale. Sebbene i migranti che arrivano nell’Unione Europea senza documenti si trovino in una situazione irregolare (o “senza documenti” o “non autorizzata”), non hanno commesso alcun reato. […] Ciò ha anche avuto un impatto sulla percezione generale dei migranti da parte dell’opinione pubblica, legittimando politiche non conformi alle garanzie dei diritti umani e contribuendo a xenofobia e discriminazione” 5. 1. Calais Appeal unisce 6 organizzazioni (L’Auberge des Migrants with their two projects Channel Info Project and Woodyard, Calais Food Collective, La Capuche Mobilisée, Project Play, Refugee Women’s Centre, e Utopia 56 Calais & Grande-Synthe) che forniscono cibo, riparo e supporto e chiedono: Percorsi sicuri; Libertà di movimento; Fine della violenza al confine; Accesso ai servizi di base ↩︎ 2. United Nations, Treaty Series, 2006, p. 160 ↩︎ 3. Human Rights Observers, Forced evictions in Calais and Gande-Synthe ↩︎ 4. OHCHR, Forced evictions, Special Rapporteur on the right of adequate housing ↩︎ 5. Human Rights Council, Report of the Special Rapporteur on the human rights of migrants, François Crépeau, A/HRC/29/36, 8 Maggio 2015, p. 14, para. n. 72 ↩︎
Abriendo Fronteras a Calais, l’ultima frontiera
Non ci sono prati a Calais. Ogni fazzoletto di erba è stato coperto con grossi massi bianchi. Neppure i parchi pubblici sono stati risparmiati. Lo hanno fatto per impedire ai migranti di accamparsi. Hanno voluto togliere loro anche lo spazio per sistemare un sacco a pelo e passarci una notte. I sociologi francesi lo chiamano “arredo a vocazione disciplinare“, è di fatto un arredo urbano anti-povero e prolifera in tante città specialmente di frontiera, anche italiane. Calais è l’ultima frontiera per le persone migranti dirette nel Regno Unito. Una frontiera dove la Francia, di fatto, fa da «barriera preventiva», come i Paesi di transito balcanici lo fanno per l’Europa. PH: Carovane Migranti «I migranti sono relegati e abbandonati in un ghetto, una sorta di tendopoli fatiscente senza il minimo servizio – spiega Damiana Massara, attivista torinese di Carovane Migranti -. Ogni due o tre giorni arriva la polizia e sbaracca tutto: taglia i sacchi a pelo, sequestra i cellulari, rompe tutto quello che si può rompere». Si stima siano più di 1.800 le persone che sopravvivono in condizioni difficilissime in un’area compresa tra Calais e Dunquerke, in insediamenti informali senza accesso all’acqua, al cibo, all’assistenza sanitaria. Damiana è arrivata a Calais seguendo la Caravana Abriendo Fronteras. Le attiviste e gli attivisti spagnoli sono partiti da Irun l’11 luglio. A Parigi hanno raccolto la delegazione italiana, composta da una quindicina di persone e, dopo una partecipata manifestazione a Place de la Bastille, sono partiti per la Francia settentrionale, sino a raggiungere Calais. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Caravana Abriendo Fronteras (@caravanaabriendofronteras) Dal 15 al 17 luglio il gruppo di carovanieri ha partecipato a manifestazioni di protesta, momenti di commemorazione delle morti di frontiera, azioni di denuncia e seminari formativi sulla criminalizzazione della solidarietà, sui diritti dei minori e la sorveglianza tecnologica delle frontiere. Come di consueto nei suoi viaggi verso le frontiere d’Europa, Carovane Migranti ha portato i lenzuoli della memoria: lunghi teli bianchi dove vengono ricamati i nomi delle persone migranti uccise dalle frontiere. «A Calais abbiamo aperto un nuovo lenzuolo: il primo nome è stato quello di un migrante morto nel tentativo di attraversare la Manica proprio il giorno del nostro arrivo», racconta Damiana. PH: Carovane Migranti Quante persone sono state uccise, non dal mare, ma dalla frontiera tra Francia e Gran Bretagna? L’anno più mortifero è stato il 2024, con 89 morti. Quest’anno siamo a quota 25. Con Carovane sono arrivati a Calais anche tre testimoni di altre frontiere assassine: Laila, la madre, e le sue due giovani figlie, Fatima e Setayesh. Il fratello di Laila, sua moglie e i loro tre figli sono stati uccisi nel naufragio di Cutro. Il corpo di uno dei ragazzi non è ancora stato trovato e Carovane Migranti ha chiesto alla Comunità Europea di attivarsi per recuperare il relitto e poter dare un nome a tutti coloro che sono periti in quella tragedia. Non è solo una questione di rispetto. Senza un corpo su cui piangere, i familiari non possono fare a meno di coltivare dolorose speranze. «A Calais abbiamo toccato con mano le conseguenze di una frontiera. Una frontiera tanto inutile quanto sanguinosa – prosegue Damiana -. Ma abbiamo trovato anche tanta solidarietà. Come quel grande magazzino gestito da un collettivo di associazioni, come Human Rights Observers, dove le attiviste e gli attivisti raccolgono materiale come sacchi a pelo, suppellettili, cellulari usati per rimpiazzare ciò che la polizia distrugge durante gli sgomberi. Poi c’è la Caritas, che ha organizzato un efficiente punto di accoglienza dei migranti, con bagni pubblici e docce, corrente elettrica, consulenza legale e informazioni.» PH: Carovane Migranti Calais, assieme alle spiagge della Normandia, è un punto di passaggio obbligato per le rotte migratorie. Arrivano dai Paesi subsahariani, dalla Libia, Siria, Pakistan, Eritrea, Iran, Iraq, Kuwait, soprattutto. Un passaggio costa circa 1.500 euro. Negli ultimi tempi sono giunti anche migranti vietnamiti. «A loro i trafficanti chiedono un prezzo maggiore, perché si dice che siano i più ricchi – spiega l’attivista Marta Peradotto -. Un giro d’affari milionario che ormai viaggia online. Il che dimostra quanto sia ridicolo, oltre che criminale, pensare di poter risolvere la questione migratoria alzando muri o ricorrendo a sgomberi o altre brutalità. Gommoni, barche e motori vengono messi all’asta su internet alla luce del sole. Il passaggio a Dover è diventato una merce acquistabile e vendibile online. Discorso diverso per i giubbotti di salvataggio, che sono stati praticamente messi fuori commercio. Non se ne trovano in tutta la città e le persone sono costrette a imbarcarsi anche senza questa minima protezione. E se non è criminale questo…». A Calais è evidente l’ipocrisia delle politiche migratorie europee, che esternalizzano le frontiere, reprimono la solidarietà e bloccano il diritto di migrare. «Di fronte a ciò – ha scritto Abriendo Fronteras – insistiamo sulla necessità urgente di vie legali e sicure, di una protezione reale per chi fugge dalla guerra, dalla miseria o dal saccheggio, e del riconoscimento politico delle reti di sostegno che si prendono cura delle vite che gli Stati violano». PH: Caravana Abriendo Fronteras