L’ultima spiaggia dell’Unione EuropeaELENA D’ONOFRIO 1
In un tratto di terra francese incastrato tra un supermercato e un’autostrada a
20 minuti di macchina dal confine con il Belgio, un ammasso eterogeneo di tende
e teli di plastica blu emerge dalla copertura degli alberi.
In un qualsiasi momento, tra le mille e le duemila persone vivono in queste
tende e in rifugi di fortuna costruiti con teloni e lamiere, con scarso accesso
ad acqua potabile, bagni, docce e pasti. Stanno tutti aspettando di attraversare
il canale della Manica per arrivare in Inghilterra, chiedere asilo e ricostruire
la propria vita, molti per l’ennesima volta.
Veicoli della polizia francese durante uno sgombero nell’area intorno a Dunkirk
A novembre sono arrivata a Dunkirk per fare volontariato con un’organizzazione
che fornisce servizi alle persone che vivono nei campi informali intorno a
Dunkirk e Grande-Synthe.
Ho già fatto esperienze simili in Grecia, a Lesbo e ad Atene, ma questo luogo è
completamente diverso: il primo giorno in cui arrivo al campo la polizia ha
appena sgomberato un accampamento in una zona dove risiedono famiglie con donne
e bambini, e c’è una lunga fila di persone che si muove verso un altro gruppo di
alberi, portandosi dietro tende, sacchi a pelo, zaini e borsoni.
La camminata è lunga e fangosa, e la scena sembra uscita da un servizio
televisivo su un disastro ambientale come un’alluvione o un terremoto; queste
sono però scene quotidiane in questa zona della Francia, dove la polizia
distrugge spessissimo gli accampamenti e gli averi delle persone.
Solo a novembre ci sono stati 12 sgomberi nell’area di Dunkirk e 16 intorno a
Calais, per un totale di quasi uno al giorno (dati disponibili sul sito di Human
Rights Observers, un’associazione francese che si occupa di monitorare la
situazione nei campi informali).
Più tardi, la polizia torna e rade al suolo la zona dei negozi, un ammasso di
tende dove si vendono bibite e merendine, ma che ospita anche una grande
quantità di scafisti che organizzano la traversata verso l’Inghilterra.
La polizia circonda anche i nostri veicoli e il nostro “hub”, un gazebo con
prese elettriche che costruiamo ogni mattina dove i residenti del campo possono
ricaricare i loro telefoni. Ci circondano, ci chiedono i documenti e ci
impediscono di andarcene per qualche ora.
Nel frattempo, molte persone si avvicinano per parlarci dello sgombero di
stamattina: un ragazzo palestinese che fatico a credere sia maggiorenne mi dice
che la polizia gli ha preso lo zaino con i soldi e il telefono, mentre una
famiglia con bambini ci racconta che la loro tenda è stata distrutta e che non
ne hanno un’altra dove dormire stanotte.
Solchi sulla sabbia lasciati dai veicoli nelle dune a Gravelines, dove molte
persone si nascondono mentre aspettano l’arrivo della barca verso l’Inghilterra
Molte persone sono qua da mesi e hanno subìto decine di sgomberi e violenze da
parte della polizia, ma rimangono nella speranza di raggiungere presto
l’Inghilterra. Questi sgomberi sono direttamente pagati dal governo inglese, che
ha firmato un patto di finanziamento con la Francia di 541 milioni di euro tra
il 2023 e il 2026 per prevenire gli attraversamenti verso il Regno Unito.
> «Non ho altra scelta», mi dice Fatima, dalla Somalia.
«Io e la mia famiglia abbiamo lasciato le nostre impronte digitali in Bulgaria,
e quando abbiamo chiesto asilo in Francia ci hanno detto che ci avrebbero
rimandato lì», racconta. «Non possiamo vivere in Bulgaria. C’è molto razzismo e
la polizia è estremamente violenta».
Moltissime persone qui hanno una storia simile, e vogliono andare in Inghilterra
per scappare dalla burocrazia del Regolamento di Dublino, per cui il primo stato
europeo di entrata è responsabile della gestione della domanda di asilo di un
richiedente.
Questo significa che se una persona arriva, per esempio, in Grecia, è obbligata
a richiedere asilo lì e potrà essere riportata indietro se prova a fare domanda
in un altro paese membro dell’Unione Europea.
Per motivi geografici, i paesi europei “di frontiera” come Italia, Grecia,
Spagna e Bulgaria ricevono quindi la maggior parte delle richieste, nonostante
molte persone vogliano poi spostarsi in paesi dell’Europa occidentale come
Francia e Germania.
ORGANIZZAZIONI CHE OPERANO IN LOCO
Human Rights Observers. Organizzazione indipendente che monitora e documenta la
violenza di Stato contro persone migranti e sfollate al confine tra Francia e
Regno Unito.
Utopia 56. Associazione che mobilita la società civile per sostenere le persone
colpite dalle politiche di confine e dalla crisi abitativa, e per difendere
diritti e dignità.
Charitable Roots. Piccola ONG che fornisce servizi essenziali e sostenibili alle
persone migranti e sfollate che vivono a Grande-Synthe, nel nord della Francia.
Anche se riesci a rimanere nel paese che hai scelto, ad esempio tramite il
ricongiungimento familiare o dimostrando che il paese in cui verresti espulso
non è attrezzato per gestire la tua richiesta di asilo, la situazione non
diventa comunque più facile.
Abdul è afghano, ma è arrivato in Germania quando aveva nove anni. Ci parla in
tedesco perfetto, e mi spiega che non ricorda quasi più la lingua Dari afghana.
Ha studiato medicina e lavorava come anestesista in una città nel sud della
Germania, ma ha dovuto lasciare il paese quando gli è stata negata la
cittadinanza.
> «Le mie sorelle hanno ottenuto il passaporto tedesco, perché sono donne e non
> possono tornare in Afghanistan», mi spiega.
«La mia domanda invece è stata rifiutata. Mi hanno detto che secondo loro posso
tornare e unirmi ai talebani, che adesso il paese è sicuro per gli uomini».
La Germania non riconosce ufficialmente il governo talebano, ma già la scorsa
estate aveva stipulato accordi con Kabul e cominciato a rimandare indietro
alcuni richiedenti asilo a cui aveva negato la richiesta. Dopo il mancato
rinnovo del suo permesso di soggiorno, Abdul ha quindi deciso di provare ad
andare in Inghilterra.
«So che la traversata è pericolosa, e la vita qui a Dunkirk è disumana. Ma quale
altra scelta ho? Non posso tornare in Afghanistan, e tutti gli altri paesi
europei mi deporterebbero di nuovo in Germania, e da lì direttamente nelle
braccia dei talebani».
La sua storia non è unica: ci sono moltissime famiglie con bambini nati in
Austria e in Germania che non hanno diritto alla cittadinanza perché questi
paesi non seguono il principio dello ius soli. Nonostante siano nati e cresciuti
parlando tedesco a Vienna o a Berlino, sono costretti a lasciare tutto nella
speranza di arrivare in Inghilterra e ricominciare da capo. Nel campo, quasi
tutti parlano perfettamente almeno una lingua europea, soprattutto il tedesco e
l’italiano.
Nei giorni successivi incontro molti ragazzi che hanno vissuto per mesi o anni
in Italia: sono principalmente sudanesi, e mi raccontano di essere passati dalla
Libia ed essere arrivati a Lampedusa.
Alcuni di loro mi spiegano che stavano aspettando una decisione sulla loro
richiesta di asilo, ma che le condizioni nei centri d’accoglienza e l’idea di
non riuscire a costruire una vita in Italia li hanno spinti a viaggiare fino in
Francia.
Molti sono passati da Ventimiglia, dove la polizia francese respinge
violentemente le persone in Italia, o da Oulx, dove la camminata su un sentiero
di alta montagna per raggiungere il confine francese può durare anche 8 ore.
Una volta arrivati in Francia, alcuni si sono ritrovati a vivere per strada:
nonostante il governo francese sia legalmente tenuto a fornire alloggio ai
richiedenti asilo, una grave carenza di posti letto fa sì che molte persone
rimangano senza casa, soprattutto nella capitale.
Hassan, un ragazzo sudanese appena maggiorenne, ha attraversato la Libia,
l’Italia e la Francia da solo, per poi ritrovarsi a vivere in una tenda nelle
strade di Parigi.
«Il mio avvocato mi ha detto che le possibilità di ottenere l’asilo in Francia
erano alte, ma che ci sarebbe voluto quasi un anno per avere una risposta. Nel
frattempo, non c’erano alloggi disponibili, quindi ho dormito per strada».
Ad agosto, oltre 200 richiedenti asilo hanno protestato contro la mancanza di
alloggio a Parigi dormendo in tende piantate davanti al comune: tra di loro si
contavano almeno 90 minori, tra cui molti non accompagnati.
Nonostante questo, la legge di bilancio francese del 2025 ha tagliato 69 milioni
di euro dal budget per i centri di accoglienza, eliminando 6500 posti letto. Si
stima che in Francia ci siano più di 50mila richiedenti asilo senza casa.
«Non parlando la lingua trovare lavoro è molto difficile, e non riuscivo a
concentrarmi durante le lezioni di francese», continua Hassan. «Avevo sempre
paura che qualcuno mi rubasse la tenda o il sacco a pelo».
È quindi così che le persone si ritrovano a Dunkirk, a vivere in una tenda in
mezzo al fango senza bagni né docce e con accesso ad un solo pasto al giorno,
pagando fino a €2000 a testa per la possibilità di salire su una barca strapiena
senza salvagente.
Tutte le persone che finiscono qui hanno vissuto il fallimento dell’accoglienza
europea sulla loro pelle e sono costrette ad affrontare le conseguenze delle
norme anti-immigrazione che si fanno sempre più restrittive in tutta Europa.
Tra queste, l’ultimo patto tra Francia e Inghilterra firmato ad agosto stipula
che il Regno Unito ha il diritto di rimandare in Francia fino a 50 migranti a
settimana senza esaminare la loro richiesta d’asilo. In cambio, l’Inghilterra ha
aperto una via di entrata legale nel paese, per cui accetterà un numero di
persone pari a quelle espulse.
Tuttavia, i requisiti per qualificarsi a questo programma includono essere in
possesso di un documento valido e non aver provato ad arrivare in Inghilterra in
modo irregolare; molte persone al campo non possiedono però nessun documento.
Notizie/Confini e frontiere
L’ACCORDO “UNO A UNO” TRA FRANCIA E REGNO UNITO
Un ulteriore passo verso la deumanizzazione delle persone migranti
Maria Giuliana Lo Piccolo
7 Agosto 2025
Inoltre, secondo la Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati del 1951,
il metodo di entrata nel paese non deve influire sull’eventuale richiesta di
asilo di una persona. Per moltissime nazionalità non esistono effettivamente
metodi regolari per entrare in Inghilterra come visti o programmi di scambio,
lasciando pochissime opzioni “legali” alle persone che vogliono chiedere asilo
nel paese.
La mancanza di canali legali e il fallimento delle politiche di accoglienza nei
paesi europei sono all’origine delle condizioni disumane a Dunkirk e Calais 2,
dove le ONG sono necessarie per fornire servizi che dovrebbero essere garantiti
dallo stato.
Non so se Fatima, Abdul e Hassan siano riusciti a raggiungere l’Inghilterra, né
quali altri ostacoli li attendano nel loro cammino verso la sicurezza e l’asilo.
A Dunkirk nulla è mai certo: quando qualcuno che conosco scompare dal campo per
qualche giorno dopo un attraversamento, posso solo sperare che quella barca lo
abbia portato oltre la Manica, anche se il suo posto viene subito preso da
un’altra persona che attende di lasciare l’ultima spiaggia dell’Unione Europea.
La spiaggia di Gravelines, da dove partono molte barche verso l’Inghilterra
Fonti:
* Human Rights Observers, dati su sgomberi e violenze da parte della polizia
nelle aree di Calais e Dunkirk
* Deutsche Welle, articolo sulla deportazione di immigrati afghani e sugli
accordi tra Berlino e Kabul
* InfoMigrants, articolo sulle proteste dei richiedenti asilo senza casa contro
il comune di Parigi
* Asylum Information Database e ECRE, ultimo rapporto sulla situazione di
richiedenti asilo e rifugiati in Francia
* Portale per richiedere asilo tramite il programma “one-in-one-out” del
governo britannico
* Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati del 1951
* House of Commons Library, riepilogo sulla collaborazione tra Inghilterra e
Francia sulla migrazione
1. Sono laureata in magistrale in giornalismo d’inchiesta alla Montfort
University a Leicester (in Inghilterra) e vivo in Olanda e lavoro in un’ONG
che si occupa di migrazione e diritto all’asilo. Ho collaborato con alcune
pubblicazioni italiane ed olandesi, scrivendo spesso di migrazione ↩︎
2. Calais Appeal unisce 6 organizzazioni (L’Auberge des Migrants with their two
projects Channel Info Project and Woodyard, Calais Food Collective, La
Capuche Mobilisée, Project Play, Refugee Women’s Centre, e Utopia 56 Calais
& Grande-Synthe) che forniscono cibo, riparo e supporto e chiedono: Percorsi
sicuri; Libertà di movimento; Fine della violenza al confine; Accesso ai
servizi di base ↩︎