Sar sickness, la malattia della SAR e le stragi di Stati
Silence fini 1 è il racconto di tre settimane nel Mediterraneo centrale a bordo
del veliero Nadir 2di RESQSHIP, in cui ho vissuto il soccorso in mare e
osservato da vicino le vite delle persone migranti e dell’equipaggio, tra
responsabilità, vulnerabilità e privilegio, in un mare che resta coerente e
implacabile.
Attraverso la mia esperienza personale, esploro cosa sia un soccorso e come
frontiere, norme e gerarchie si manifestino nei corpi, nei gesti, nelle
decisioni e negli sguardi.
Silence fini vuole aprire ad una riflessione sulle contraddizioni etiche e
politiche del Mediterraneo contemporaneo. Il racconto della navigazione a bordo
di questo veliero della Civil fleet che opera monitoraggio e soccorso nel
central med, vuole ricordare la violenza strutturale che colpisce chi
attraversa, tra respingimenti, detenzioni e pratiche di Stati che negano
sicurezza e diritti fondamentali.
PROLOGO ALL’ULTIMO EPISODIO
Screenshot di un video ricevuto da Alarm Phone che mostra come i pescatori hanno
trovato il sopravvissuto
Una piccola doverosa precisazione. L’episodio numero 5, l’ultimo di questo
reportage, è stato scritto a inizio dicembre. Oggi è il 25 e la sera del 18,
un’imbarcazione di legno blu ha lasciato le coste di Zuwara, con a bordo 117
persone.
Non si sa chi fosse il fabbricante, chi il cokseur che ha raccolto i soldi, chi
l’arabo 3 che poi ha incastrato a bordo le persone, strette strette perchè più
ne salgono e più il guadagno è alto. Maglie di una catena, organizzazione che
esiste grazie ai finanziamenti e alle politiche migratorie pensate e applicate
dall’Europa.
Le persone sono fatte partire la sera. E’ inverno. Fa freddo anche in Libia.
La sera del 18 dicembre, pare il mare sia cresciuto, il vento aumentato. Alarm
Phone 4 ha perso quasi subito il contatto con la barca. Ha chiamato tutte le
autorità competenti, tutti quelli che avrebbero dovuto soccorrere.
Pare che la Guardia Costiera italiana “abbia interrotto la chiamata” e quella
libica “comunicato telefonicamente di non aver soccorso né intercettato alcuna
imbarcazione il 18 o 19 dicembre”.
Ha provato a cercarla inutilmente Seabird, uno degli aerei della flotta civile.
Il 21 dicembre, alcuni pescatori tunisini hanno soccorso un uomo, che derivava a
bordo di una barca blu in mezzo al Mediterraneo. Ha raccontato di essere l’unico
sopravvissuto: a bordo c’erano 117 esseri umani.
Forse, se ne parlerà forse nei prossimi giorni. Si parlerà di tragedia. Sarà
l’ennesima narrazione deviante. Non è una tragedia. È una strage.
Non si tratta di un evento doloroso e inevitabile, ma di un omicidio collettivo
causato da un’omissione di soccorso. Strage di Stati che sacrificano, come in
quest’ultimo caso, donne, uomini, bambini.
Penso a queste persone, a tutti i dispersi, a tutti i morti, ai loro cari. E a
tutti i compagni che continuano ad amare il Mediterraneo, nonostante sia pieno
di cadaveri.
EPISODIO 5. SAR SICKNESS, LA MALATTIA DELLA SAR E LE STRAGI DI STATO
Quando si torna dalla SAR, il mare non è più lo stesso.
Sono passate tre settimane dalla fine di questa rotation #10 e io non lo guardo
più con gli stessi occhi. Al mio arrivo a casa a metà novembre, ne ho parlato
con un amico. Il nickname che si è scelto dice molto di lui: Nemo.
Era meccanico in una barca che svolgeva operazioni di ricerca e soccorso e a
gennaio di questo anno quasi trascorso, ha portato a bordo della “sua” nave un
gruppo di esseri umani: alcuni sono affogati davanti ai suoi occhi, altri sono
morti a bordo. Tra loro un bambino.
Era fine gennaio quando è accaduta questa tragedia. Da allora, ha smesso di
partecipare alle operazioni che la nave per cui lavorava ha continuato a
compiere nei mesi dopo quel tragico naufragio. Non riesce più a salire a bordo.
Mi dice: “Il Mediterraneo è pieno di cadaveri, eppure io continuo ad amarlo”.
Anche per lui, il mare non è più lo stesso: il Search and Rescue lo ha obbligato
a vedere ciò che in fondo già sapeva: la dissonanza tra la perfezione di quel
cobalto liquido e i morti causati dall’assenza di risposte politiche adeguate.
Lo sanno tutti i volontari e operatori che svolgono azioni di soccorso in mare;
lo sospettano. Poi, ne diventano certi partecipando alle prime operazioni e se
lo riconfermano nelle volte che seguono.
Un semplice passaggio: dal dubbio alla certezza che esistano vite interrotte e
corpi che scompaiono. I cadaveri del Central Med sono fantasmi. Non perché tutti
si perdano nei fondali.
Ce ne sono alcuni che derivano fino alle coste, gonfi, ma li vedono solo i
soccorritori e i pescatori che li raccolgono incagliati nelle loro reti e mai
chi continua a rafforzare la fortezza europea spingendone le mura sempre più a
sud.
Per questo, il Mediterraneo Centrale è una nuova Tebe: in scena, nel dramma,
persone che, come moderne Antigoni non credono ai fantasmi ed esigono la ricerca
e la sepoltura dei loro fratelli.
Nemo mi ha raccontato di quella notte lacerata nella sua memoria, del soffio
gelido di panico che ha attraversato la barca. Tutto l’equipaggio per un tempo
che ora lui non sa dire, si è paralizzato: il ponte si è riempito di
un’improvvisa tensione, coperto di corpi, come se la barca vivesse trattenendo
il respiro. La morte, cruda, rigida e incontestabile, aveva conquistato la
notte.
Molti membri dell’equipaggio, dopo l’approdo a terra, sono stati incapaci di
risalire a bordo.
Quando si torna dalla SAR, il mondo che ci accoglie, nelle nostre case, non è
più lo stesso, come se la terra fosse un urto a cui bisogna resistere. Le città
sembrano continuare il loro rumore, le conversazioni la loro indispensabile
banalità.
Sarà forse perché nei soccorsi a cui ho partecipato i migranti acquistano volti
e nomi, sarà perché le barche di cui mi avevano parlato non sono fotografie
prese da internet, sarà perché ho ascoltato il Mayday relay annunciato dalla
radio e ne ho trascritto io le coordinate. O chissà: sarà perché la Garde
Nationale tunisina ci ha affiancati minacciosamente per riprendersi a bordo
persone dopo che le avevamo soccorse.
Allora le morti non sono più un concetto astratto: sono uomini, donne, bambini
che non arrivano, che non saranno mai riconosciuti. O forse sarà che, chi
sopravvive e sale a bordo porta tracce indelebili: la paura, la fatica, le
cicatrici e quell’odore di acqua salata, vestiti fradici, gasolio ed
escrementi.
La SAR si insinua come una malattia silente, cronica, latente. Una forma
ostinata di Eros che agisce dentro uno spazio governato da Thanatos. Entra nella
vita di chi partecipa ai soccorsi, anche quelli che generano un porto sicuro e
lascia come cicatrice indelebile la coscienza ostinata.
Ci vorrebbe un gruppo anonimo fatto di volontari, capitani, meccanici, anime
perse o ritrovate che vi operano che si raduna una volta alla settimana. Per
condividere ciò che non può essere detto fuori, ciò che rimane tra te, il mare e
quelle persone che hanno guardato la morte in faccia.
Io, questa volta, sono stata graziata dall’assenza di morti. Se così non fosse
stato, forse non vorrei andare in mare di nuovo.
Sono tornata dalla SAR, ma le piattaforme di petrolio e di gas non sono immagine
lontana, come non lo è il mare, né Sfax, le KK islands, Sabratah, Zaouia,
Tripoli.
Libia, Tunisia.
Qualche giorno fa, l’otto dicembre, il Consiglio UE ha approvato una proposta
che modifica il concetto di “paese terzo sicuro” e ha dato il via libera alla
prima lista comune di “paesi di origine sicuri”.
Tra gli Stati inclusi nella lista figurano Bangladesh, Colombia, Egitto, India,
Kosovo, Marocco e Tunisia: una scelta che avrà effetti diretti sulle modalità di
esame delle richieste di protezione internazionale nell’Unione.
Secondo il testo approvato a Bruxelles, l’istituzione dell’elenco permetterà
agli Stati membri di applicare procedure di asilo più rapide nei confronti delle
persone provenienti da questi Paesi, sulla base dell’assunto che essi siano
considerati “sufficientemente sicuri” per rifiutare una domanda di protezione
senza esaminarne il merito.
Questa svolta arriva nel quadro più ampio del Patto europeo su migrazione e
asilo e potrebbe influenzare in modo significativo le pratiche applicative anche
in Italia, dove il tema dei paesi considerati a basso rischio di persecuzione ha
già alimentato dibattiti politici e giuridici.
Io penso all’ultimo soccorso in mare, quando la GN tunisina ci ha accostati
minacciosamente per tentare di riprendersi a bordo le persone. Penso anche alle
testimonianze di persone migranti che hanno raccontato come, durante i viaggi
per arrivare in Europa, le motovedette della suddetta guardia costiera si
avvicinano alle barche che partono, già sgonfie e sovraccariche e fanno in modo
di increspare il mare per ribaltarle.
Quando le persone finiscono in acqua, le osservano affogare. Poi, quelle che
sopravvivono, sono portate a terra, picchiate, caricate negli autobus, portate
al confine con la Libia. Vendute. Una volta in Libia sono detenute e liberate
sotto riscatto.
Ma la Tunisia è un Paese di origine sicuro.
Le persone di origine sub sahariana che ci arrivano sono chiamate oro nero e
diventano merce di scambio. Per questo la Tunisia è un Paese di origine sicuro.
Perché vende in modo sicuro alla Libia. Anche la Libia fra poco sarà considerato
un luogo pacifico per le persone in movimento, anche se la so called guardia
costiera spara anche a chi effettua i soccorsi in mare e le persone detenute
nelle prigioni escono solo previo pagamento di un riscatto.
Non ha importanza che i soldi della liberazione siano estorti alle famiglie
facendo loro ascoltare le suppliche dei loro cari sotto tortura o perché qualche
ricco estraneo ricompra queste persone per utilizzarle come meglio desidera. Non
è più questione di diritti umani violati: è proprio l’umanità che manca.
Ci sono migliaia di persone che vivono nascoste nei campo’ -come molte chiamano
gli insediamenti abusivi in cui vivono a Zouara o Zouaia o chissà, quale altro
snodo di case in Libia, destinati ai migranti deportati dalla Libia e usciti di
prigione-, o negli Zitounes sulle coste della Tunisia. Vivono appese,
sopravvivendo mentre aspettano di arrivare in Europa.
Ne conosco alcune, che hanno voluto condividere con me la loro storia.
Qualche giorno fa, dieci dicembre, due uomini mi hanno detto che stavano per
lasciare la Libia. Tripoli.
Uno ce l’ha fatta. Finalmente al sicuro, riconosciuto rifugiato da UNHCR, è
stato accompagnato all’aeroporto. Un visto in tasca, al polso un braccialetto
con un codice a barre. Nella valigia, qualche vestito. Sull’aereo, aveva un
posto numerato per sedersi, un assistente di volo lo ha accolto a bordo. Gli ha
offerto da bere.
All’aeroporto d’arrivo in Italia, lo ha accolto una delegazione: politici e
associazioni che hanno costruito per mesi un corridoio umanitario per farlo
arrivare insieme ad altri. Ora, lo aspetta un nuovo paese, una nuova lingua, una
nuova frontiera.
Il secondo mi ha scritto, mentre aspettava in un hangar. Il pavimento era
freddo, le pareti ruvide, la porta chiusa. Di giorno, era andato alla ricerca di
un giubbotto di salvataggio. Ha aspettato. So che ha già tentato l’avventura e
l’ultima volta, quando la sua barca era già nelle acque internazionali, sono
arrivate le motovedette della Garde Nationale Tunisina a fingere di prestare
soccorso dopo aver generato il rovesciamento della barca su cui era a bordo.
Sono morti in molti. Lui è sopravvissuto “par la grace de Dieu”. Dopo essere
stato torturato e venduto. Il dieci dicembre 2025 era pronto, con un giubbotto
salvataggio appena comprato e il numero di Alarm Phone da contattare.
Di lui non ho notizie. Forse non è riuscito a partire. Spero che il suo telefono
sia muto solo perché la batteria si è scaricata e non perché è stato ingoiato
dal mare, ennesima vittima di una strage di Stati.
1. Leggi gli altri episodi: Introduzione; Il deserto dei Tartari; Silence et
regards: Anchise, Odisseo, Telemaco; Il silenzio complice ↩︎
2. Nadir è un veliero che svolge operazioni di search and rescue nel
Mediterraneo e fa parte della Civil Fleet ↩︎
3. Col termine arabo si indica la persona che ha materialmente messo a bordo le
persone. Si definisce anche bananier o organisateur. Si veda EQUIPAGGIO
DELLA TANIMAR, Controdizionario del confine. Parole alla deriva nel
Mediterraneo Centrale, Tamu, Napoli 2025 ↩︎
4. Alarm Phone fears yet another deadly shipwreck in the Central Mediterranean
↩︎