
Il silenzio complice
Progetto Melting Pot Europa - Thursday, December 18, 2025Silence fini 1 è il racconto di tre settimane nel Mediterraneo centrale a bordo del veliero Nadir 2 di RESQSHIP, in cui ho vissuto il soccorso in mare e osservato da vicino le vite delle persone migranti e dell’equipaggio, tra responsabilità, vulnerabilità e privilegio, in un mare che resta coerente e implacabile.
Attraverso la mia esperienza personale, esploro cosa sia un soccorso e come frontiere, norme e gerarchie si manifestino nei corpi, nei gesti, nelle decisioni e negli sguardi.
Silence fini vuole aprire ad una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo contemporaneo.
Il racconto della navigazione a bordo di questo veliero della Civil fleet che opera monitoraggio e soccorso nel central med, vuole ricordare la violenza strutturale che colpisce chi attraversa, tra respingimenti, detenzioni e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali.
Il silenzio complice
Nel linguaggio della navigazione, “silence fini” è una formula che segna un confine.
Durante un’emergenza, la radio del mare impone il silenzio: solo chi coordina il soccorso può parlare. Tutto il resto tace. È un silenzio tecnico: lo spazio vuoto in cui una voce sola deve essere ascoltata.
Siamo alla fine di questa nostra missione, dopo l’ultimo soccorso, ci dirigiamo ancora una volta a sud in direzione delle isole KK, al largo della SAR tunisina e maltese.
Martedì 11 novembre. Abbiamo ripreso il mare lunedì, dopo aver consegnato a terra gli uomini del precedente soccorso. Entro mercoledì dobbiamo ricominciare a salire verso Malta, dove siamo di base. A Gozo, la nostra barca sarà a riposo per qualche mese prima di riprendere a navigare: richiede manutenzione dopo mesi di mare. Si chiude ora con i soccorsi e a partire da marzo si ricomincia.
Siamo stanchi. Tutti. Con il desiderio di un soccorso per strappare in salvo persone e con le ore di sonno che si contano sulle dita della mano accumulate negli ultimi giorni.
Sono da poco passate le nove di mattina di questo 11 novembre.
La radio VHF gracchia: “Mayday relay Maday relay Mayday relay. EAGLE 1 EAGLE 1 EAGLE 1”. L’aereo di Frontex. La voce dello speaker è chiara, liscia, lineare. Sembra quella di un annuncio in un supermercato, quando si chiede supporto alle casse perché ci sono troppi clienti che aspettano in fila.
Ci dirigiamo verso il target.
Ci vogliono poco più di due ore per raggiungerlo, indovinandone la traiettoria.
Questa volta si tratta di un gommone mezzo sgonfio, come il primo, coi motori che tossiscono inquinandone la direzione. Come accade spesso, le persone a bordo, non reagiscono ai nostri cenni, come se fossimo degli sconosciuti incontrati per caso a cui si guarda con diffidenza. Ci vuole sempre un tempo perché le persone a bordo comprendano che chi si avvicina loro non è un nemico che cerca di riportarli all’inferno.
Salutiamo a grandi cenni ancora e ancora. Finalmente rispondono e la comunicazione si instaura così. Ci avviciniamo sempre di più fino a mettere il RHIB in acqua coi gilet salvagente per prestare il primo soccorso. Sono 29 persone a bordo.
La consueta danza tra la barca madre e il nostro Rigid Hull Inflatable Boat che raggiunge l’imbarcazione migrante comincia via radio. Prima si cerca una persona che parli la stessa lingua e possa tradurre e poi si inizia con le comunicazioni di rito.
“Siamo qui per prestare soccorso. Siamo N, una barca europea. Non vi lasciamo soli”
E poi le domande: “Quanti siete? Quante donne? Quante sono incinta? quanti bambini? Quanti minori da soli? quanti uomini?” e ancora, la domanda che temo sempre: “Qualcuno dorme? Da quanto tempo?” per evitare, almeno all’inizio, la parola morte, che sempre aleggia.
La risposta che ci arriva dai colleghi ci gela il sangue. “Una donna incosciente, da due giorni”.
Con la dottoressa a bordo, prepariamo il letto per procedere alla rianimazione, come il protocollo prevede. Rimugino, tra me e me, che prima o poi doveva succedere. Mi ripeto che su tre soccorsi, due sono andati a buon fine, che non abbiamo visto né gente annegare, né persone morire tra le nostre braccia, come é successo a molti che io conosco.
Poi per fortuna i tre membri dell’equipaggio che stanno vicino al gommone richiamano dicendo che sono riusciti a svegliarla. Tiriamo tutti un respiro di sollievo, ringraziamo tutti i nostri dei personali.
E poi come sempre il trasbordo: prima le cime lanciate da poppa e da prua verso l’imbarcazione sgonfia e poi le persone che con disciplina seguono le istruzioni. Prima le donne, otto, tutte velate, poi un ragazzino, evidentemente minore, poi tutti gli uomini. Venti.
Salgono a bordo, come sempre, in questa rapida danza in cui seguono le nostre istruzioni, a cui indichiamo chi deve salire, a cui spieghiamo di alzare le braccia perché possiamo aiutarli ad entrare in un mondo sicuro.
Uno alla volta, con calma, pazienza, chiarezza. Ci proviamo almeno. Ma è un momento delicato: sia perché le barche rischiano sempre di capovolgersi, ma anche perché nelle aree di sovrapposizione con le aree SAR libiche e tunisine, si teme spesso l’arrivo delle cosiddette guardie costiere.
Tunisia e Libia sono paesi finanziati dall’UE per tenere a freno gli arrivi. A qualunque costo.
Riusciamo a portare a bordo tutti, seguiamo le procedure come la legge prevede. Le mail sono inviate prima del trasbordo a tutte le MRCC delle zone SAR coinvolte: Tunisina, Maltese, Italiana, tedesca per informazione. Seguono le telefonate.
Malta non risponde: c’è sempre una segreteria telefonica che chiede di lasciare un messaggio.
La Tunisia accetta la nostra offerta di soccorso già comunicata per iscritto. Come nel precedente soccorso, propongo di parlare in inglese o in francese. Scelgono quest’ultima lingua e accettano, come richiesto per mail, di lasciare le persone a bordo.
Eppure qualcosa funziona in modo diverso. Una motovedetta tunisina si avvicina a noi a tutta velocità. Si accosta minacciosa. Tre individui a bordo. Uno, giovane, si rivolge a noi con fare aggressivo. Presuntuoso, nella sua divisa cucita dai poteri accordati da stati europei che si lavano la coscienza finanziando mercenari in divisa.
Gli parlo io, traduco il capitano. Ci chiede le nazionalità delle persone a bordo. Sono tutti somali, ad eccezione di due persone egiziane e un ragazzo sudanese. Ma l’ufficiale tunisino non lo sa. Li indica e mi dice “prendiamo noi i due della Tunisia”.
Gli spiego che non vengono dal suo paese. Il colore della loro pelle lo inganna. E se anche lo fossero davvero, gli accordi scritti proteggono loro e noi. Siamo fermi. Con una finta e tesa gentilezza che non lascia posto alla negoziazione. Le persone sono a bordo di N e su N restano.
Che vergogna questo mondo in cui si negoziano le vite umane in questo modo, come merce di poco valore.
Si allontanano, ma solo dopo averci affiancato ancora per qualche miglia, nello stupido tentativo di farci sentire la loro forza, il loro potere. In realtà, mi lasciano solo la certezza che il diritto umanitario e quello marittimo in questo Mediterraneo centrale sono come le scie che in acqua che non lasciano segno.
A bordo, le donne sono all’interno della N, gli uomini a prua.
Cominciamo a lavarle. Tutti gli ospiti sono zuppi di acqua, sale e benzina. Le donne molto di più, perché nel gommone erano all’interno, che si impregna presto della miscela che rode la carne.
Sono timide queste ragazze. Tutte minorenni. La più giovane ha solo 15 anni. Si denudano a fatica, scoprono il capo timide. Le laviamo. Passiamo le nostra dita, puliamo con cura le piaghe di pelle corrosa. Mi resta impresso il colore rosso vivo, la consistenza di questa carne viva e macerata sotto le mie mani coperte dai guanti. Gli sguardi esprimono smorfie di dolore. Ma l’unico modo perché abbiano pace é proprio questo. Acqua, sapone, vaselina, vestiti asciutti e puliti.
Si rilassano poco alla volta. Si lasciano andare al sonno, dopo aver bevuto un the caldo e mangiato crackers che servono a smorzare per un attimo i morsi della fame.
Il ponte si copre di mantelline termiche dorate. Come sempre, lo stesso rumore stropicciato degli altri soccorsi. Lo stesso odore che mescola urina, gasolio, mare, vomito.
A qualche miglia da Lampedusa, il risveglio di chi si era appisolato. La vicinanza della terra ci spinge a dare loro qualche certezza momentanea e qualche informazione sicura. Non possiamo promettere protezione e documenti, perché queste sono previsioni che non possiamo emettere. Abbiamo però la certezza di sapere cosa aspetta loro a terra.
Chi sarà al molo commerciale ad accoglierli: medici, polizia, frontex, guardia costiera, croce rossa, associazioni del forum lampedusano. Un trasporto rapido all’hot spot per 24 ore e poi di nuovo a bordo per raggiungere la Sicilia e poi il continente. Cosa accadrà dopo, non lo sa nessuno. In fondo, Lampedusa è solo un’altra frontiera. Ne seguiranno molte altre, come vene e capillari di un corpo in cui si diramano strade, limiti, passaggi.
Spieghiamo con l’aiuto di due mediatori spontanei che fanno parte delle persone soccorse: l’unico sudanese a bordo parla inglese e arabo. Condividiamo la prima lingua con lui che traduce nella seconda ad un ragazzo somalo, che trasmette i messaggi alle persone della sua stessa origine.
Persone attrici del loro percorso. Soggetti, non solo vittime, ma anche. Prima di tutto, di un sistema assurdo che vieta il movimento a una grande parte delle persone che vivono in questo mondo, in cui i privilegiati stanno sempre dallo stesso lato, racchiusi in una fortezza.
Quello che sento è un insieme di compassione, rabbia, ammirazione. Queste persone viaggiano da anni, molte sono state arrestate, torturate e vendute in Libia. Il viaggio nel mediterraneo, che li rende avventurieri per un tempo, nel loro caso è durato 24 ore. Anche in questo caso, il prezzo della traversata è stato tra i 5000 e i 7000 euro. E’ una vergogna questo mondo.
Lampedusa diventa terra, molo, approdo, nuovo inizio di un percorso, di un viaggio.
Il piccolo Egiziano prima di scendere, con l’aiuto del ragazzo sudanese che parla arabo, mi chiede se potrà andare a scuola. Si illumina quando gli dico che potrà farlo. Vorrei vedere lo stesso sorriso nei ragazzi della mia città, per cui ogni diritto è un privilegio scontato. Non è colpa loro se non sanno che non è così per tutti. Fa parte delle responsabilità che noi adulti abbiamo.
Scendono a terra, con l’aiuto mio e di M., mentre la polizia a terra comincia il conto: “Uno, donna, minore; due, donna, minore”; e così ancora e ancora…..sette, otto, “nove, uomo, minore”, fino al numero ventinove. “uomo”.
Uomini, donne. Non numeri, non distress cases, clandestini, invasori, merce. Soggetti.
Quando sono tutti a terra e abbiamo risposto alle domande di rito fatte dagli agenti di Frontex e della polizia, spediamo per email il messaggio: “silence fini”.
Significa che il silenzio può terminare, che le comunicazioni ordinarie riprendono.
Niente di solenne: una frase breve, funzionale, precisa.
Una parola del mare, nella cui semplice eleganza francese resta il peso di ciò che è appena passato: la comunicazione può riprendere normale.
Ma anormale è questo silenzio politico dei governi europei, l’assente indignazione dell’Unione Europea che finge di lottare contro la criminalità organizzata e il traffico di esseri umani, mentre finanzia Libia e Tunisia perché facciano scomparire le tracce di chi cerca di attraversare, che riconosce l’operato di GC che usano armi e violenza per ricacciare le persone indietro. Non é vero che l’UE ignora cio’ che accade perché, finanziando l’azione dei militari di Libia e Tunisia, lo rende possibile.
Silence fini, ma solo alla radio. Quello degli Stati continua.
- Leggi gli altri episodi: Introduzione; Il deserto dei Tartari; Silence et regards: Anchise, Odisseo, Telemaco ↩︎
- Nadir è un veliero che svolge operazioni di search and rescue nel Mediterraneo e fa parte della Civil Fleet ↩︎