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La Humanity 1 bloccata per 60 giorni a Trapani per aver obbedito alla legge del mare
La nave di soccorso Humanity 1 è stata fermata per 60 giorni nel porto di Trapani. Il provvedimento, notificato il 13 febbraio, prevede anche una multa da 10mila euro. A renderlo noto è l’Ong tedesca SOS Humanity, che denuncia la criminalizzazione in corso e l’ulteriore stretta contro le operazioni civili di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. Secondo quanto riferito dall’organizzazione, il provvedimento riguarda un’operazione SAR in cui erano state soccorse 33 persone in pericolo e avvistati due cadaveri in acqua. Le autorità italiane contestano alla nave di non aver comunicato preventivamente con il Centro di coordinamento dei soccorsi libico. Nella sostanza, si tratta di una fotocopia del fermo notificato a marzo 2024, che sia il Tribunale sia la Corte d’Appello di Catanzaro, nel novembre 2025, hanno definito illegittimo, ribadendo che la cosiddetta Guardia Costiera libica non può essere considerata un’autorità legittima di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Notizie/In mare SOS HUMANITY VINCE LA SUA PRIMA CAUSA CONTRO IL FERMO ILLEGALE DI NAVI DI SOCCORSO La Corte d’Appello di Catanzaro conferma la sentenza del Tribunale di Crotone Redazione 4 Novembre 2025 Non è un caso che il fermo arrivi a poche ore dalla presentazione, da parte del governo Meloni, del disegno di legge che introduce la possibilità del cosiddetto “blocco navale” per le navi delle ONG, ennesima misura securitaria per cercare di impedirne l’ingresso nelle acque territoriali italiane dopo aver svolto una operazione di soccorso. Su X il ministro dell’Interno Piantedosi ha subito rivendicato il provvedimento con un post di propaganda: «L’ONG ancora una volta – scrive – non ha rispettato gli obblighi di legge previsti durante le operazioni in mare. Non si tratta solo di una grave violazione della normativa ma di un comportamento irresponsabile che mette a rischio la vita stessa delle persone». La replica di SOS Humanity non si è fatta attendere: «Il nostro equipaggio ha informato tutti i centri di coordinamento dei soccorsi competenti in conformità con il diritto marittimo internazionale», ha dichiarato Viviana di Bartolo, coordinatrice delle operazioni di ricerca e soccorso. «Abbiamo deliberatamente deciso di non comunicare con gli attori libici, poiché non possono essere considerati autorità di ricerca e soccorso legittime: sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti delle persone in cerca di protezione». L’Ong ha poi aggiunto che si tratta della terza detenzione in tre mesi di una nave appartenente all’alleanza “Justice Fleet”. Nell’agosto 2025, ricorda, la cosiddetta Guardia Costiera libica ha aperto il fuoco contro una nave di soccorso non governativa. «Questo ribalta pericolosamente la realtà. Mentre noi salviamo vite umane e veniamo puniti per questo, la cosiddetta Guardia Costiera libica viene sostenuta, le stesse forze che abusano e uccidono le persone in fuga», ha affermato Marie Michel, esperta di politiche. E’ il secondo fermo in tre mesi che SOS Humanity subisce: «Chiediamo il rilascio immediato della nostra nave di soccorso». In precedenza era stata bloccata anche la Sea-Watch 5, una delle principali navi umanitarie operative nel Mediterraneo centrale. Con due grandi imbarcazioni ferme in porto, sottolinea infine l’organizzazione, si riduce ulteriormente la capacità di soccorso in un tratto di mare sempre più pericoloso. Nel frattempo il numero delle persone migranti morte nel Mediterraneo centrale continua a crescere. Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), dall’inizio dell’anno almeno 484 persone risultano morte o disperse a seguito di diversi naufragi, spesso legati alla mancanza di soccorsi tempestivi. Ma bilancio reale è purtroppo molto più grave. Numerosi sono infatti i naufragi “invisibili”, mai ufficialmente registrati. Tra questi, quelli denunciati da Refugees in Libya e Tunisia, insieme a Mediterranea, durante il ciclone Harry: un evento che può essere definito come una delle più grandi stragi degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale, con oltre un migliaio di persone disperse.
Ciclone Harry: forse 1.000 le persone disperse in mare
«Si stanno delineando i contorni della più grande strage degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale e i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito». Così denuncia Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans, rilanciando le nuove testimonianze e i dati raccolti negli ultimi giorni da Refugees in Libya e Tunisia. Nessuna di queste imbarcazioni era stata localizzata e non era stato confermato alcun soccorso. Le partenze sono avvenute durante condizioni marittime estreme, con onde superiori a sette metri e raffiche oltre 54 nodi causate dal ciclone Harry: le imbarcazioni non sono semplicemente scomparse, ma si sono perse in quello che è stato uno dei mari più pericolosi degli ultimi vent’anni. Refugees ha raccolto testimonianze e dati dalle comunità tunisine, che rivelano interi convogli scomparsi senza lasciare traccia. Le partenze sono avvenute da punti lungo la costa di Sfax – noti come “chilometri 19, 21, 25, 27, 30, 31, 33, 35 e 38” – e molti dei convogli non sono mai tornati. Alcune barche trasportavano tra le 50 e le 55 persone, spesso organizzate dallo stesso trafficante, noto come Mohamed “Mauritania”. Dal 15 gennaio in poi, secondo Refugees, diversi convogli sono partiti da più punti costieri, mentre i militari tunisini aumentavano i controlli e le devastazioni negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax. Persone costrette a restare indietro per mancanza di denaro e parenti dei partenti riferiscono che interi convogli non sono mai tornati. Un caso emblematico è quello di Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone. Sopravvissuto per più di 24 ore in mare, racconta: «La barca su cui ero con circa 50 persone è affondata. Ho perso mio fratello, la moglie di mio fratello, mio nipote e almeno altre 47 persone». Konte è stato recuperato da una barca a vela e consegnato alla Guardia costiera maltese. La sua esperienza conferma che le imbarcazioni partivano in condizioni letali senza alcuna presenza di soccorso preventiva. Il mercantile Star, guidato da Ahmed Omar Shafik, ha documentato il salvataggio di Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone. Partito da Sfax a bordo di un’imbarcazione con circa 50 persone, la barca si è capovolta. Konte è sopravvissuto più di 24 ore in mare, circondato dai corpi dei compagni di viaggio, prima di essere recuperato a est della Tunisia, a sud di Malta. Successivamente è stato consegnato alla Guardia Costiera maltese. Secondo le informazioni ufficiali trasmesse attraverso i dispacci Inmarsat dall’MRCC di Roma e segnalate dal giornalista Sergio Scandura, al 24 gennaio risultavano disperse almeno 380 persone su otto imbarcazioni partite da Sfax tra il 14 e il 21 gennaio 2026, con 36-54 persone ciascuna, tra donne, uomini e bambini. Altri sopravvissuti riportano di barche capovoltesi e convogli interi scomparsi, mentre le famiglie rimaste a terra vivono in uno stato di incertezza insopportabile. Come il medico Dr. Ibrahim, che ha perso cinque familiari: «Il mio bambino, le mie due mogli e altri parenti sono scomparsi». Decine di corpi sono stati recuperati dalle autorità maltesi, mentre altri sono stati salvati dai soccorritori della Ocean Viking nella zona SAR maltese. Ma il numero reale dei dispersi supera ampiamente quello ufficiale, perché molte partenze non vengono registrate e convogli interi restano senza traccia. Refugees in Libya sottolinea che la frammentarietà dei dati non è dovuta a negligenza, ma all’assenza di un sistema centralizzato di monitoraggio e soccorso. La comunità chiede a Italia, Malta, Spagna e Unione Europea di avviare immediatamente operazioni di ricerca e soccorso su larga scala, per riportare le persone a casa, vive o morte. In un Mediterraneo sempre più segnato da tempeste estreme come il ciclone Harry, i numeri ufficiali non possono raccontare da soli la realtà. Dietro ogni cifra c’è una vita spezzata, una strage con responsabilità precise, e il silenzio delle istituzioni europee contribuisce a renderla possibile. «Rimaniamo in contatto», conclude RIL, «con le famiglie e le comunità che vivono attraverso questa incertezza. Ribadiamo la nostra richiesta urgente a Italia, Malta, Spagna e Unione Europea di avviare operazioni di ricerca e soccorso immediate, trasparenti e su larga scala, riportando a casa le persone morte o vive». Per Mediterranea Saving Humans, l’urgenza è politica e umanitaria: «Di fronte a questa strage, il silenzio e l’inazione dei governi sono agghiaccianti», afferma la presidente Laura Marmorale. L’appello è chiaro: verità sui dispersi, giustizia per le vittime e revisione delle politiche migratorie che spingono migliaia di persone a sfidare il mare in condizioni estreme.
Morti senza necrologio. I naufragi invisibili nel Mediterraneo centrale
Otto casi SAR hanno segnalato la scomparsa in mare di centinaia di persone partite da Sfax, in Tunisia, nel Mediterraneo centrale in tempesta. A Malta, il soccorso di un solo superstite tra 50 persone a bordo, partito dalla Tunisia. A Lampedusa sono arrivate 61 persone migranti, ma due gemelline che erano a bordo sono disperse. Stragi invisibili, rese possibili dall’assenza di vie legali e sicure di accesso all’Europa e dalla trasformazione del mare in confine fortificato, dove le morti restano senza nome e senza necrologio. > 🔴 380 Persone disperse in mare: mancano all'appello da dieci giorni. > > Un unico dispaccio di allerta a "tutte le navi in area" raggruppa ben otto > casi SAR per otto imbarcazioni che nei giorni scorsi hanno preso il largo da > Sfax 🇹🇳 > > Il dispaccio SAR – trasmesso in data odierna… pic.twitter.com/iGKeoux3gS > > — Sergio Scandura (@scandura) January 24, 2026 14 gennaio  * 20:00 UTC (#SARCASE69) 36 persone, barca in ferro, partite da Sfax * 21:00 UTC (#SARCASE58) 42 persone, gommone, partite da Sfax * 21:00 UTC (#SARCASE57) 53 persone, barca in ferro, partite da Sfax * 21:00 UTC (#SARCASE56) 45 persone, barca in ferro, partite da Sfax 18 gennaio  * 18:00–19:00 UTC (#SARCASE81) 45–50 persone, partite da Sfax 20 gennaio  * 01:00 UTC (#SARCASE80) 51 persone, barca in ferro, partite da Sfax 20 gennaio *  00:00 UTC (#SARCASE85) 54 persone, imbarcazione non definita, partite da Sfax 21 gennaio *  02:00 UTC (#SARCASE88) 49 persone, barca in ferro, partite da Sfax Questo è l’elenco dei Casi SAR trasmesso il 24 gennaio 2026 sulla rete InmarSAT dal centro di Coordinamento e Soccorso ITMRCC della Guardia Costiera Italiana, unico dispaccio di allerta a “tutte le navi in area” e reso noto dal giornalista di Radio Radicale Sergio Scandura. Raggruppa ben otto casi SAR, per otto imbarcazioni tutte salpate nei giorni scorsi da Sfax, porto noto della Tunisia per le partenze delle persone migranti che cercano di arrivare in Europa. I dispersi in mare mancano all’appello da dieci giorni. Erano partiti quando il Mediterraneo centrale era spazzato da venti estremamente violenti e le onde pare abbiano raggiunto più di 7 metri di altezza. Col mare in queste condizioni, esistono poche speranze di ritrovare qualcuno ancora in vita. Una barca solida farebbe fatica ad affrontare quel mare e le imbarcazioni che partono dalle coste del nord Africa sono fatiscenti, incapaci di garantire sicurezza. Gommoni sgonfi, barche di lamiera mal saldata, sottili come carta velina. Sovraccariche.  Generalmente, le persone che vi imbarcano non hanno giubbotti di salvataggio. Nel migliore dei casi, copertoni neri che indossano incastrandoli tra una spalla e la testa. Pezzi di gomma incapaci di tenerli a galla. Se ne vedono tanti quando si partecipa alle operazioni di soccorso in mare, o navigando nel Central Med. Resti trasportati dalla corrente.  Ph: Roberta Deroras (le immagini si riferiscono ad una precedente operazione SAR) A questi numeri, ne vanno aggiunti altri. Associated Press ha dato notizia di un uomo, unico superstite di un’altra strage. È stato soccorso in zona SAR maltese il 23 gennaio. Ha raccontato di essere l’unico tra i 50 a bordo: partiti dalla Tunisia, la loro barca è stata ribaltata dalla furia delle onde. Altri 49 dispersi, dunque. A questi, vanno sommate anche due bambine, gemelle di un anno: sono state ingoiate dal mare. Navigavano con altre 61 persone, tra cui la loro madre e circa 22 minori non accompagnati e due bambini: sono stati soccorsi e sono approdati a Lampedusa il 23 gennaio. Ne ha dato notizia Save The Children, informando anche della morte di un uomo avvenuta poco dopo l’arrivo a terra. I sopravvissuti hanno raccontato di essere partiti dalla Tunisia e di avere affrontato per almeno tre giorni il mare in tempesta.  Numeri e frammenti di storie che dipingono un quadro drammatico nel Mediterraneo centrale, perché intere imbarcazioni rischiano di scomparire senza lasciare traccia, se non in un dispaccio satellitare o nel racconto spezzato di chi, per caso, riesce a sopravvivere. Di queste morti, si dirà che i responsabili sono i trafficanti di esseri umani, che caricano le imbarcazioni fino a sfinirle, in cambio di denaro e di una promessa di salvezza. Uomini senza scrupoli. Ma i trafficanti esistono anche perché non ci sono vie sicure e legali di partenza, perché l’Europa è una fortezza, perché accordi e memorandum con i Paesi di transito e di origine mirano a trattenere le persone lontano dai confini europei. A qualunque costo. È proprio in questo sistema di chiusure, respingimenti, esternalizzazione delle frontiere europee e assenza di alternative legali e sicure, che queste traversate continuano ad esistere. E con queste, le stragi e i morti che il mare si ingoia. 380 persone sono dichiarate disperse. Una strage. Una ferita dolorosa. Ma ieri il ministro Piantedosi, come riportato da Mediterranea, dichiara: “A gennaio 2026 siamo alla metà degli arrivi dell’anno scorso. Un grande successo”. Successo?  A che prezzo diminuiscono gli ingressi? Continuare a documentare queste vite disperse è un atto di responsabilità civile: per sottrarre queste morti all’oblio, per riconoscere valore ad ogni esistenza perduta e rivendicare il diritto alla verità, anche quando il mare cancella le prove. Io vorrei poter scrivere il nome di ogni essere umano disperso e un necrologio per ciascuna delle persone che non c’è più: indicarne il nome, l’età, la provenienza. Per onorare la vita che ha preceduto la morte, restituire dignità ad esseri umani a cui è stata loro sottratta.  Senza corpi e senza nomi, il lutto resta sospeso e anche la morte rischia di diventare invisibile. Per rendere loro onore, lascio parola a V., donna camerunense: anche lei, partita da Sfax tentando di arrivare in Europa, ha fatto naufragio. Lei non è morta in mare: riportata a terra, è stata arrestata e venduta dalla Garde Nationale tunisina alle milizie libiche. Così parla dei morti del Mediterraneo, nell’ultima strage: Potrebbe essere tua sorella, tuo fratello, tua moglie, tua cugina, tuo cugino… Partiti per un viaggio senza ritorno, soprattutto travolti dal mare, là dove non puoi nemmeno gridare aiuto… e dove nessuno esce a salvarti. L’acqua è senza limiti. Anche se mostri tutta la tua forza, l’acqua ti trascina e sarai sempre esausto. Sono naufragata nel mare Mediterraneo, miei cari fratelli e sorelle, e non è stato facile. Le lacrime mi salgono agli occhi quando ci penso. Immagino quante volte abbiano sofferto prima che la morte arrivasse. Dio, volgi il tuo sguardo verso di noi qui. Dietro di noi, nulla va bene. Ecco i tuoi figli rimasti nell’acqua, mio Signore. Che le loro anime riposino in pace nel regno dei cieli e che la tua pace consoli il cuore delle loro famiglie.
Strage di Cutro: ONG e familiari chiedono verità e giustizia
Si sarebbe dovuto aprire domani, 14 gennaio, davanti al Tribunale di Crotone il processo penale sul naufragio avvenuto al largo di Steccato di Cutro nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, una delle stragi più gravi della storia recente italiana. In quel naufragio persero la vita almeno 94 persone, mentre il numero dei dispersi non è mai stato accertato. Solo 80 persone riuscirono a sopravvivere. Nel procedimento sono imputati sei ufficiali tra Guardia Costiera e Guardia di Finanza, accusati di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. A costituirsi parte civile sono Emergency, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity e SOS Mediterranee. Notizie/In mare NAUFRAGIO DI CUTRO: QUATTRO FINANZIERI E DUE MILITARI DELLA GUARDIA COSTIERA RINVIATI A GIUDIZIO Le Ong parte civile al processo: «Si avvicina la possibilità di ottenere verità e giustizia» Redazione 24 Luglio 2025 Le organizzazioni di ricerca e soccorso spiegano di aver scelto la via giudiziaria per «ottenere verità e giustizia per la catena di eventi, decisioni ed omissioni che hanno portato» al naufragio. Al centro della loro denuncia vi sono i ritardi e le scelte operative delle autorità italiane nella gestione dell’allarme. «Come la tempestività è fondamentale nei soccorsi, così i ritardi nell’attivare interventi di salvataggio non sono un semplice incidente ma una negligenza da sanzionare», hanno scritto le ONG, sottolineando che «in questo caso specifico, le autorità italiane hanno prima dato priorità all’operazione di polizia e poi ignorato il loro dovere di soccorso; come noto, quella gestione ha avuto conseguenze drammatiche». Secondo le organizzazioni SAR, quanto accaduto tre anni fa è l’emblema di quanto avviene sempre più spesso a causa dei ritardi nell’avvio delle operazioni di salvataggio in mare, che «hanno portato a tante evitabili stragi». Per questo motivo, il processo dovrebbe alzare lo sguardo verso l’alto: «Il giudizio non può fermarsi ai funzionari di grado inferiore e ogni decisione, anche quelle delle autorità superiori, deve essere presa in considerazione risalendo la catena di comando». Le ONG richiamano esplicitamente il quadro normativo internazionale: «Il diritto internazionale, la tutela della vita e il dovere di soccorrere chi è in difficoltà in mare devono essere la priorità e vanno rispettati sempre». E aggiungono: «È inaccettabile che le persone continuino ad annegare nel Mediterraneo e non si deve più consentire che i responsabili, a tutti i livelli, di questo come di altri naufragi restino impuniti». Il ricorso al condizionale è d’obbligo perché, nel frattempo, è sopraggiunto un rinvio: l’udienza è stata rimandata a data da destinarsi. Le ONG fanno comunque sapere che, quando il processo inizierà, saranno presenti rappresentanti di tutte le organizzazioni costituite parte civile, che nel corso del dibattimento saranno ascoltati insieme ai consulenti tecnici inseriti nelle liste testi. L’obiettivo dichiarato è anche quello di «supportare le famiglie delle vittime nella loro richiesta di giustizia». Proprio alle famiglie dà voce il comunicato diffuso da Carovane Migranti, che rende pubblica una lettera inviata da un gruppo di familiari delle vittime e dai sopravvissuti della barca “Summer Love”. Un testo che esprime dolore, rabbia e un profondo senso di abbandono. «È difficile vivere senza giustizia. È difficile sopravvivere ogni giorno con le ombre dei nostri cari, che sono arrivati morti sulle vostre coste», scrivono le famiglie. «Ci fa più male di tutto la sensazione che vi siate dimenticati di noi. Passa un anno, poi due e già si avvicina un’altra commemorazione». Nel mirino ci sono le promesse istituzionali rimaste senza seguito: «Alle promesse del vostro Primo Ministro non sono seguiti fatti concreti. I ricongiungimenti familiari in cui abbiamo creduto e che abbiamo sperato non si sono realizzati. Nessuna delle altre promesse che i politici ci hanno fatto in questi anni è stata mantenuta». La lettera propone anche nuove iniziative pubbliche: «Con le unghie e con i denti, con l’amore per la verità, faremo in modo di tornare a Roma nei luoghi delle promesse infrante». E pone una domanda diretta alle istituzioni: «Perché vi siete dimenticati di noi?». Carovane Migranti spiega che, nonostante il rinvio dell’udienza – «un mero rinvio ad altra composizione collegiale», con una nuova data ancora da fissare – si è scelto di rendere comunque pubblica la lettera. «Pensiamo valga la pena dare voce alle famiglie», scrivono, ritenendo il testo «una buona premessa per la costruzione delle iniziative per il prossimo 26 febbraio». L’appello è aperto a tutte e tutti e si può firmare scrivendo a carovanemigranti@gmail.com : «Sarebbe auspicabile raccogliere le adesioni di quanti credono che la strage non debba essere dimenticata, perché si risponda con verità e giustizia alle domande dei sopravvissuti e delle famiglie delle vittime». Un processo che, per ONG e familiari, non riguarda solo le responsabilità individuali, ma il modo in cui il governo Meloni ha scelto, e continua a scegliere, di non gestire il soccorso in mare, bensì di esternalizzare le frontiere e stringere accordi con le milizie libiche. Un processo che, come chiedono da tempo famiglie delle vittime e persone sopravvissute, dovrà fare i conti non solo con i fatti, ma anche con le promesse mancate.
Le stragi di Natale: naufragi invisibili nel Mediterraneo e nell’Atlantico
Un altro Natale segnato da morte, disperazione e cinismo sulle rotte migratorie verso l’Europa. Tra il Mediterraneo centrale e l’oceano Atlantico, almeno 128 persone hanno perso la vita negli ultimi giorni, in naufragi avvenuti lontano dagli sguardi, nel silenzio delle autorità impegnate nelle feste natalizie e nell’assenza di operazioni di ricerca e soccorso statali ed europee. Il caso più grave riguarda il Mediterraneo centrale. Secondo Alarm Phone, nella notte tra il 18 e il 19 dicembre una barca con 117 persone a bordo, partita da Zuwara, in Libia, sarebbe affondata. L’allarme è stato lanciato il 20 dicembre, quando l’organizzazione è stata informata della scomparsa dell’imbarcazione e della perdita di contatto con il telefono satellitare. «Temiamo che nella notte del 19 dicembre si sia verificato un altro naufragio», scrive Alarm Phone. «Di fronte al silenzio e all’indifferenza delle autorità, chiediamo risposte. Le famiglie che cercano i loro cari scomparsi hanno diritto alla verità». Secondo le informazioni raccolte, l’unico sopravvissuto sarebbe stato trovato il 21 dicembre da pescatori tunisini, allo stremo delle forze, su una barca di legno. L’uomo avrebbe raccontato che, poche ore dopo la partenza, le condizioni meteo sono peggiorate drasticamente, con venti fino a 40 km orari e mare agitato. Il naufragio sarebbe avvenuto poco dopo. Il sopravvissuto sarebbe stato trasferito in un ospedale in Tunisia, ma Alarm Phone non è ancora riuscita a verificare ufficialmente la sua sorte. Nei giorni successivi, l’organizzazione ha contattato ripetutamente le guardie costiere italiana, libica e tunisina. «Ci è stato detto che non risultano soccorsi o intercettazioni e che le condizioni meteo rendevano “impossibile” uscire in mare», riferisce Alarm Phone. Dal 18 al 21 dicembre, inoltre, nessuna imbarcazione proveniente dalla Libia è arrivata a Lampedusa. Le ONG presenti nell’area non hanno potuto intervenire: la Sea-Watch 5 aveva già lasciato la zona, mentre ResQPeople non si trovava abbastanza a sud. Il 22 dicembre, l’aereo Seabird 3 di Sea-Watch ha effettuato una ricerca aerea senza individuare tracce del naufragio. Nello stesso periodo, un velivolo di Frontex – Osprey 4 – ha sorvolato la zona il 20 dicembre, due volte il 21 dicembre e nuovamente il 22 dicembre. «Cosa ha visto Frontex e perché queste informazioni non sono state rese pubbliche?», chiede Alarm Phone. «Perché non sono state avviate operazioni di ricerca e soccorso proattive una volta che l’imbarcazione è scomparsa?». Anche la società civile tunisina ha tentato di rintracciare il presunto sopravvissuto, senza ottenere risposte dalle istituzioni. «Questo silenzio riflette il restringimento dello spazio civico», denuncia l’organizzazione, ricordando casi precedenti in cui sopravvissuti a naufragi sono stati deportati nel deserto senza nemmeno ricevere cure mediche. Durissimo il commento di Mem.Med – Memoria Mediterranea, che parla di «un Natale mortale nell’ennesima strage nel Mediterraneo centrale». «Il regime di frontiera uccide altre 116 persone nell’ennesimo naufragio del 2025», scrive l’associazione che offre supporto ai familiari per la ricerca delle persone migranti disperse nel Mediterraneo e monitora le pratiche di frontiera. «Nessuna ricerca in atto per recuperare i corpi, nessuna notizia per denunciarne le cause. Pretendiamo risposte, esigiamo verità e giustizia per tutte le persone ancora disperse e per chi è ancora in mare, lontano dalle vostre tavole imbandite di indifferenza». Prima di quest’ultima strage, nel solo 2025, secondo i dati del Missing Migrants Project di OIM, 1.575 persone avevano già perso la vita nel cimitero Mediterraneo. Ma la scia di morte, come spesso avviene, non si ferma al Mediterraneo. Anche sulla rotta atlantica verso le isole Canarie si è consumata un’altra tragedia. Sempre secondo Alarm Phone e fonti dell’agenzia di stampa AFP, almeno 12 persone sono morte dopo il capovolgimento di un’imbarcazione al largo della città senegalese di Mbour. A bordo ci sarebbero state circa 100 persone: 32 o 33 i sopravvissuti, mentre altri secondo l’agenzia sarebbero riusciti a fuggire prima dell’arrivo delle autorità. «Questi naufragi, come tanti altri prima, non sono incidenti», conclude Alarm Phone. «È il risultato di una deliberata mancata assistenza, della violenza razzista alle frontiere e del rifiuto di garantire la libertà di movimento e il diritto alla vita». «Nessuna frontiera. Nessuna morte. Nessun silenzio».
Sar sickness, la malattia della SAR e le stragi di Stati
Silence fini 1 è il racconto di tre settimane nel Mediterraneo centrale a bordo del veliero Nadir 2di RESQSHIP, in cui ho vissuto il soccorso in mare e osservato da vicino le vite delle persone migranti e dell’equipaggio, tra responsabilità, vulnerabilità e privilegio, in un mare che resta coerente e implacabile. Attraverso la mia esperienza personale, esploro cosa sia un soccorso e come frontiere, norme e gerarchie si manifestino nei corpi, nei gesti, nelle decisioni e negli sguardi. Silence fini vuole aprire ad una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo contemporaneo. Il racconto della navigazione a bordo di questo veliero della Civil fleet che opera monitoraggio e soccorso nel central med, vuole ricordare la violenza strutturale che colpisce chi attraversa, tra respingimenti, detenzioni e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. PROLOGO ALL’ULTIMO EPISODIO Screenshot di un video ricevuto da Alarm Phone che mostra come i pescatori hanno trovato il sopravvissuto Una piccola doverosa precisazione. L’episodio numero 5, l’ultimo di questo reportage, è stato scritto a inizio dicembre. Oggi è il 25 e la sera del 18, un’imbarcazione di legno blu ha lasciato le coste di Zuwara, con a bordo 117 persone. Non si sa chi fosse il fabbricante, chi il cokseur che ha raccolto i soldi, chi l’arabo 3 che poi ha incastrato a bordo le persone, strette strette perchè più ne salgono e più il guadagno è alto. Maglie di una catena, organizzazione che esiste grazie ai finanziamenti e alle politiche migratorie pensate e applicate dall’Europa.  Le persone sono fatte partire la sera. E’ inverno. Fa freddo anche in Libia.  La sera del 18 dicembre, pare il mare sia cresciuto, il vento aumentato. Alarm Phone 4 ha perso quasi subito il contatto con la barca. Ha chiamato tutte le autorità competenti, tutti quelli che avrebbero dovuto soccorrere. Pare che la Guardia Costiera italiana “abbia interrotto la chiamata” e quella libica “comunicato telefonicamente di non aver soccorso né intercettato alcuna imbarcazione il 18 o 19 dicembre”. Ha provato a cercarla inutilmente Seabird, uno degli aerei della flotta civile. Il 21 dicembre, alcuni pescatori tunisini hanno soccorso un uomo, che derivava a bordo di una barca blu in mezzo al Mediterraneo. Ha raccontato di essere l’unico sopravvissuto: a bordo c’erano 117 esseri umani.  Forse, se ne parlerà forse nei prossimi giorni. Si parlerà di tragedia. Sarà l’ennesima narrazione deviante. Non è una tragedia. È una strage.  Non si tratta di un evento doloroso e inevitabile, ma di un omicidio collettivo causato da un’omissione di soccorso. Strage di Stati che sacrificano, come in quest’ultimo caso, donne, uomini, bambini.  Penso a queste persone, a tutti i dispersi, a tutti i morti, ai loro cari. E a tutti i compagni che continuano ad amare il Mediterraneo, nonostante sia pieno di cadaveri. EPISODIO 5. SAR SICKNESS, LA MALATTIA DELLA SAR E LE STRAGI DI STATO Quando si torna dalla SAR, il mare non è più lo stesso.  Sono passate tre settimane dalla fine di questa rotation #10 e io non lo guardo più con gli stessi occhi. Al mio arrivo a casa a metà novembre, ne ho parlato con un amico. Il nickname che si è scelto dice molto di lui: Nemo. Era meccanico in una barca che svolgeva operazioni di ricerca e soccorso e a gennaio di questo anno quasi trascorso, ha portato a bordo della “sua” nave un gruppo di esseri umani: alcuni sono affogati davanti ai suoi occhi, altri sono morti a bordo. Tra loro un bambino.  Era fine gennaio quando è accaduta questa tragedia. Da allora, ha smesso di partecipare alle operazioni che la nave per cui lavorava ha continuato a compiere nei mesi dopo quel tragico naufragio. Non riesce più a salire a bordo. Mi dice: “Il Mediterraneo è pieno di cadaveri, eppure io continuo ad amarlo”. Anche per lui, il mare non è più lo stesso: il Search and Rescue lo ha obbligato a vedere ciò che in fondo già sapeva: la dissonanza tra la perfezione di quel cobalto liquido e i morti causati dall’assenza di risposte politiche adeguate. Lo sanno tutti i volontari e operatori che svolgono azioni di soccorso in mare; lo sospettano. Poi, ne diventano certi partecipando alle prime operazioni e se lo riconfermano nelle volte che seguono. Un semplice passaggio: dal dubbio alla certezza che esistano vite interrotte e corpi che scompaiono. I cadaveri del Central Med sono fantasmi. Non perché tutti si perdano nei fondali. Ce ne sono alcuni che derivano fino alle coste, gonfi, ma li vedono solo i soccorritori e i pescatori che li raccolgono incagliati nelle loro reti e mai chi continua a rafforzare la fortezza europea spingendone le mura sempre più a sud. Per questo, il Mediterraneo Centrale è una nuova Tebe: in scena, nel dramma, persone che, come moderne Antigoni non credono ai fantasmi ed esigono la ricerca e la sepoltura dei loro fratelli. Nemo mi ha raccontato di quella notte lacerata nella sua memoria, del soffio gelido di panico che ha attraversato la barca. Tutto l’equipaggio per un tempo che ora lui non sa dire, si è paralizzato: il ponte si è riempito di un’improvvisa tensione, coperto di corpi, come se la barca vivesse trattenendo il respiro. La morte, cruda, rigida e incontestabile, aveva conquistato la notte.  Molti membri dell’equipaggio, dopo l’approdo a terra, sono stati incapaci di risalire a bordo. Quando si torna dalla SAR, il mondo che ci accoglie, nelle nostre case, non è più lo stesso, come se la terra fosse un urto a cui bisogna resistere. Le città sembrano continuare il loro rumore, le conversazioni la loro indispensabile banalità. Sarà forse perché nei soccorsi a cui ho partecipato i migranti acquistano volti e nomi, sarà perché le barche di cui mi avevano parlato non sono fotografie prese da internet, sarà perché ho ascoltato il Mayday relay annunciato dalla radio e ne ho trascritto io le coordinate. O chissà: sarà perché la Garde Nationale tunisina ci ha affiancati minacciosamente per riprendersi a bordo persone dopo che le avevamo soccorse. Allora le morti non sono più un concetto astratto: sono uomini, donne, bambini che non arrivano, che non saranno mai riconosciuti. O forse sarà che, chi sopravvive e sale a bordo porta tracce indelebili: la paura, la fatica, le cicatrici e quell’odore di acqua salata, vestiti fradici, gasolio ed escrementi.  La SAR si insinua come una malattia silente, cronica, latente. Una forma ostinata di Eros che agisce dentro uno spazio governato da Thanatos. Entra nella vita di chi partecipa ai soccorsi, anche quelli che generano un porto sicuro e lascia come cicatrice indelebile la coscienza ostinata.  Ci vorrebbe un gruppo anonimo fatto di volontari, capitani, meccanici, anime perse o ritrovate che vi operano che si raduna una volta alla settimana. Per condividere ciò che non può essere detto fuori, ciò che rimane tra te, il mare e quelle persone che hanno guardato la morte in faccia. Io, questa volta, sono stata graziata dall’assenza di morti. Se così non fosse stato, forse non vorrei andare in mare di nuovo.  Sono tornata dalla SAR, ma le piattaforme di petrolio e di gas non sono immagine lontana, come non lo è il mare, né Sfax, le KK islands, Sabratah, Zaouia, Tripoli.  Libia, Tunisia. Qualche giorno fa, l’otto dicembre, il Consiglio UE ha approvato una proposta che modifica il concetto di “paese terzo sicuro” e ha dato il via libera alla prima lista comune di “paesi di origine sicuri”. Tra gli Stati inclusi nella lista figurano Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia: una scelta che avrà effetti diretti sulle modalità di esame delle richieste di protezione internazionale nell’Unione. Secondo il testo approvato a Bruxelles, l’istituzione dell’elenco permetterà agli Stati membri di applicare procedure di asilo più rapide nei confronti delle persone provenienti da questi Paesi, sulla base dell’assunto che essi siano considerati “sufficientemente sicuri” per rifiutare una domanda di protezione senza esaminarne il merito. Questa svolta arriva nel quadro più ampio del Patto europeo su migrazione e asilo e potrebbe influenzare in modo significativo le pratiche applicative anche in Italia, dove il tema dei paesi considerati a basso rischio di persecuzione ha già alimentato dibattiti politici e giuridici.  Io penso all’ultimo soccorso in mare, quando la GN tunisina ci ha accostati minacciosamente per tentare di riprendersi a bordo le persone. Penso anche alle testimonianze di persone migranti che hanno raccontato come, durante i viaggi per arrivare in Europa, le motovedette della suddetta guardia costiera si avvicinano alle barche che partono, già sgonfie e sovraccariche e fanno in modo di increspare il mare per ribaltarle. Quando le persone finiscono in acqua, le osservano affogare. Poi, quelle che sopravvivono, sono portate a terra, picchiate, caricate negli autobus, portate al confine con la Libia. Vendute. Una volta in Libia sono detenute e liberate sotto riscatto.  Ma la Tunisia è un Paese di origine sicuro. Le persone di origine sub sahariana che ci arrivano sono chiamate oro nero e diventano merce di scambio. Per questo la Tunisia è un Paese di origine sicuro. Perché vende in modo sicuro alla Libia. Anche la Libia fra poco sarà considerato un luogo pacifico per le persone in movimento, anche se la so called guardia costiera spara anche a chi effettua i soccorsi in mare e le persone detenute nelle prigioni escono solo previo pagamento di un riscatto. Non ha importanza che i soldi della liberazione siano estorti alle famiglie facendo loro ascoltare le suppliche dei loro cari sotto tortura o perché qualche ricco estraneo ricompra queste persone per utilizzarle come meglio desidera. Non è più questione di diritti umani violati: è proprio l’umanità che manca. Ci sono migliaia di persone che vivono nascoste nei campo’ -come molte chiamano gli insediamenti abusivi in cui vivono a Zouara o Zouaia o chissà, quale altro snodo di case in Libia, destinati ai migranti deportati dalla Libia e usciti di prigione-, o negli Zitounes sulle coste della Tunisia. Vivono appese, sopravvivendo mentre aspettano di arrivare in Europa.  Ne conosco alcune, che hanno voluto condividere con me la loro storia.  Qualche giorno fa, dieci dicembre, due uomini mi hanno detto che stavano per lasciare la Libia. Tripoli. Uno ce l’ha fatta. Finalmente al sicuro, riconosciuto rifugiato da UNHCR, è stato accompagnato all’aeroporto. Un visto in tasca, al polso un braccialetto con un codice a barre. Nella valigia, qualche vestito. Sull’aereo, aveva un posto numerato per sedersi, un assistente di volo lo ha accolto a bordo. Gli ha offerto da bere. All’aeroporto d’arrivo in Italia, lo ha accolto una delegazione: politici e associazioni che hanno costruito per mesi un corridoio umanitario per farlo arrivare insieme ad altri. Ora, lo aspetta un nuovo paese, una nuova lingua, una nuova frontiera. Il secondo mi ha scritto, mentre aspettava in un hangar. Il pavimento era freddo, le pareti ruvide, la porta chiusa. Di giorno, era andato alla ricerca di un giubbotto di salvataggio. Ha aspettato. So che ha già tentato l’avventura e l’ultima volta, quando la sua barca era già nelle acque internazionali, sono arrivate le motovedette della Garde Nationale Tunisina a fingere di prestare soccorso dopo aver generato il rovesciamento della barca su cui era a bordo. Sono morti in molti. Lui è sopravvissuto “par la grace de Dieu”. Dopo essere stato torturato e venduto. Il dieci dicembre 2025 era pronto, con un giubbotto salvataggio appena comprato e il numero di Alarm Phone da contattare.  Di lui non ho notizie. Forse non è riuscito a partire. Spero che il suo telefono sia muto solo perché la batteria si è scaricata e non perché è stato ingoiato dal mare, ennesima vittima di una strage di Stati. 1. Leggi gli altri episodi: Introduzione; Il deserto dei Tartari; Silence et regards: Anchise, Odisseo, Telemaco; Il silenzio complice ↩︎ 2. Nadir è un veliero che svolge operazioni di search and rescue nel Mediterraneo e fa parte della Civil Fleet ↩︎ 3. Col termine arabo si indica la persona che ha materialmente messo a bordo le persone. Si definisce anche bananier o organisateur. Si veda EQUIPAGGIO DELLA TANIMAR, Controdizionario del confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale, Tamu, Napoli 2025 ↩︎ 4. Alarm Phone fears yet another deadly shipwreck in the Central Mediterranean ↩︎
Il silenzio  complice
Silence fini 1 è il racconto di tre settimane nel Mediterraneo centrale a bordo del veliero Nadir 2 di RESQSHIP, in cui ho vissuto il soccorso in mare e osservato da vicino le vite delle persone migranti e dell’equipaggio, tra responsabilità, vulnerabilità e privilegio, in un mare che resta coerente e implacabile. Attraverso la mia esperienza personale, esploro cosa sia un soccorso e come frontiere, norme e gerarchie si manifestino nei corpi, nei gesti, nelle decisioni e negli sguardi. Silence fini vuole aprire ad una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo contemporaneo. Il racconto della navigazione a bordo di questo veliero della Civil fleet che opera monitoraggio e soccorso nel central med, vuole ricordare la violenza strutturale che colpisce chi attraversa, tra respingimenti, detenzioni e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. IL SILENZIO  COMPLICE Nel linguaggio della navigazione, “silence fini” è una formula che segna un confine. Durante un’emergenza, la radio del mare impone il silenzio: solo chi coordina il soccorso può parlare. Tutto il resto tace. È un silenzio tecnico: lo spazio vuoto in cui una voce sola deve essere ascoltata. Siamo alla fine di questa nostra missione, dopo l’ultimo soccorso, ci dirigiamo ancora una volta a sud in direzione delle isole KK, al largo della SAR tunisina e maltese.  Martedì 11 novembre. Abbiamo ripreso il mare lunedì, dopo aver consegnato a terra gli uomini del precedente soccorso. Entro mercoledì dobbiamo ricominciare a salire verso Malta, dove siamo di base. A Gozo, la nostra barca sarà a riposo per qualche mese prima di riprendere a navigare:  richiede manutenzione dopo mesi di mare. Si chiude ora con i soccorsi e a partire da marzo si ricomincia. Siamo stanchi. Tutti. Con il desiderio di un soccorso per strappare in salvo persone e con le ore di sonno che si contano sulle dita della mano accumulate negli ultimi giorni.  Sono da poco passate le nove di mattina di questo 11 novembre. La radio VHF gracchia: “Mayday relay Maday relay Mayday relay. EAGLE 1 EAGLE 1 EAGLE 1”. L’aereo di Frontex. La voce dello speaker è chiara, liscia, lineare. Sembra quella  di un annuncio in un supermercato, quando si chiede supporto alle casse perché ci sono troppi clienti che aspettano in fila. Ci dirigiamo verso il target. Ci vogliono poco più di due ore per raggiungerlo, indovinandone la traiettoria. Questa volta si tratta di un gommone mezzo sgonfio, come il primo, coi motori che tossiscono inquinandone la direzione. Come accade spesso, le persone a bordo, non reagiscono ai nostri cenni, come se fossimo degli sconosciuti incontrati per caso a cui si guarda con diffidenza. Ci vuole sempre un tempo perché le persone a bordo comprendano  che chi si avvicina loro non è un nemico che cerca di riportarli all’inferno.  Salutiamo a grandi cenni ancora e ancora. Finalmente rispondono e la comunicazione si instaura così. Ci avviciniamo sempre di più fino a mettere il RHIB in acqua coi gilet salvagente per prestare il primo soccorso. Sono 29 persone a bordo. La consueta danza tra la barca madre e il nostro Rigid Hull Inflatable Boat  che raggiunge l’imbarcazione migrante comincia via radio. Prima si cerca una persona che parli la stessa lingua e possa tradurre e poi si inizia con le comunicazioni di rito. “Siamo qui per prestare soccorso. Siamo N, una barca europea. Non vi lasciamo soli” E poi le domande: “Quanti siete? Quante donne? Quante sono incinta? quanti bambini? Quanti minori da soli? quanti uomini?” e ancora, la domanda che temo sempre: “Qualcuno dorme? Da quanto tempo?” per evitare, almeno all’inizio, la parola morte, che sempre aleggia.  La risposta che ci arriva dai colleghi ci gela il sangue. “Una donna incosciente, da due giorni”. Con la dottoressa a bordo, prepariamo il letto per procedere alla rianimazione, come il protocollo prevede. Rimugino, tra me e me, che prima o poi doveva succedere. Mi ripeto che su tre soccorsi, due sono andati a buon fine, che non abbiamo visto né gente annegare, né persone morire tra le nostre braccia, come é successo a molti che io conosco. Poi per fortuna i tre membri dell’equipaggio che stanno vicino al gommone richiamano dicendo che sono riusciti a svegliarla. Tiriamo tutti un respiro di sollievo, ringraziamo tutti i nostri dei personali. E poi come sempre il trasbordo: prima le cime lanciate da poppa e da prua verso l’imbarcazione sgonfia e poi le persone che con disciplina seguono le istruzioni. Prima le donne, otto, tutte velate, poi un ragazzino, evidentemente minore, poi tutti gli uomini. Venti.  Salgono a bordo, come sempre, in questa rapida danza in cui seguono le nostre istruzioni, a cui indichiamo chi deve salire, a cui spieghiamo di alzare le braccia perché possiamo aiutarli ad entrare in un mondo sicuro. Uno alla volta, con calma, pazienza, chiarezza. Ci proviamo almeno. Ma è un momento delicato: sia perché le barche rischiano sempre di capovolgersi, ma anche perché nelle aree di sovrapposizione con le aree SAR libiche e tunisine, si teme spesso l’arrivo delle cosiddette guardie costiere. Tunisia e Libia sono paesi  finanziati dall’UE per tenere a freno gli arrivi.  A qualunque costo.  Riusciamo a portare a bordo tutti, seguiamo le procedure come la legge prevede. Le mail sono inviate prima del trasbordo  a tutte le MRCC delle zone SAR coinvolte: Tunisina, Maltese, Italiana, tedesca per informazione. Seguono le telefonate. Malta non risponde: c’è sempre una segreteria telefonica che chiede di lasciare un messaggio. La Tunisia accetta la nostra offerta di soccorso già comunicata per iscritto. Come nel precedente soccorso, propongo di parlare in inglese o in francese. Scelgono quest’ultima lingua e accettano, come richiesto per mail, di lasciare le persone a bordo. Eppure qualcosa funziona in modo diverso. Una motovedetta tunisina si avvicina a noi a tutta velocità. Si accosta minacciosa. Tre individui a bordo. Uno, giovane, si rivolge a noi con fare aggressivo. Presuntuoso, nella sua divisa cucita dai poteri accordati da stati europei che si lavano la coscienza finanziando mercenari in divisa.  Gli parlo io, traduco il capitano. Ci chiede le nazionalità delle persone a bordo. Sono tutti somali, ad eccezione di due persone egiziane e un ragazzo sudanese. Ma l’ufficiale tunisino non lo sa. Li indica e  mi dice “prendiamo noi i due della Tunisia”. Gli spiego che non vengono dal suo paese. Il colore della loro pelle lo inganna. E se anche lo fossero davvero, gli accordi scritti proteggono loro e noi. Siamo fermi. Con una finta e tesa gentilezza che non lascia posto alla negoziazione. Le persone sono a bordo di N e su N restano. Che vergogna questo mondo in cui si negoziano le vite umane in questo modo, come merce di poco valore.  Si allontanano, ma solo dopo averci affiancato ancora per qualche miglia, nello stupido tentativo di farci sentire la loro forza, il loro potere. In realtà, mi lasciano solo la certezza che il diritto umanitario e quello marittimo in questo Mediterraneo centrale sono come le scie che in acqua che non lasciano segno. A bordo, le donne sono all’interno della N, gli uomini a prua. Cominciamo a lavarle. Tutti gli ospiti sono zuppi di acqua, sale e benzina. Le donne molto di più, perché nel gommone erano all’interno, che si impregna presto della miscela che rode la carne. Sono timide queste ragazze. Tutte minorenni. La più giovane ha solo 15 anni. Si denudano a fatica, scoprono il capo timide. Le laviamo. Passiamo le nostra dita, puliamo con cura le piaghe di pelle corrosa.  Mi resta impresso il colore rosso vivo, la consistenza di questa carne viva e macerata sotto le mie mani coperte dai guanti. Gli sguardi esprimono smorfie di dolore. Ma l’unico modo perché abbiano pace é proprio questo. Acqua, sapone, vaselina, vestiti asciutti e puliti.  Si rilassano poco alla volta. Si lasciano andare al sonno, dopo aver bevuto un the caldo e mangiato crackers che servono a smorzare per un attimo i morsi della fame. Il ponte si copre di mantelline termiche dorate. Come sempre, lo stesso rumore stropicciato degli altri soccorsi. Lo stesso odore che mescola urina, gasolio, mare, vomito. A qualche miglia da Lampedusa, il risveglio di chi si era appisolato. La vicinanza della terra ci spinge a dare loro qualche certezza momentanea e qualche informazione sicura. Non possiamo promettere protezione e documenti, perché queste sono previsioni che non possiamo emettere. Abbiamo però la certezza di sapere cosa aspetta loro a terra. Chi sarà al molo commerciale ad accoglierli: medici, polizia, frontex, guardia costiera, croce rossa, associazioni del forum lampedusano. Un trasporto rapido all’hot spot per 24 ore e poi di nuovo a bordo per raggiungere la Sicilia e poi il continente. Cosa accadrà dopo, non lo sa nessuno. In fondo, Lampedusa è solo un’altra frontiera. Ne seguiranno molte altre, come vene e capillari di un corpo in cui si diramano strade, limiti, passaggi. Spieghiamo con l’aiuto di due mediatori spontanei che fanno parte delle persone soccorse: l’unico sudanese a bordo parla inglese e arabo. Condividiamo la prima lingua con lui che traduce nella seconda ad un ragazzo somalo, che trasmette i messaggi alle persone della sua stessa origine.  Persone attrici del loro percorso. Soggetti, non solo vittime, ma anche. Prima di tutto, di un sistema assurdo che vieta il movimento a una grande parte delle persone che vivono in questo mondo, in cui i privilegiati stanno sempre dallo stesso lato, racchiusi in una fortezza.  Quello che sento è un insieme di compassione, rabbia, ammirazione. Queste persone viaggiano da anni, molte sono state arrestate, torturate e vendute in Libia. Il viaggio nel mediterraneo, che li rende avventurieri per un tempo, nel loro caso è durato 24 ore. Anche in questo caso, il prezzo della traversata è stato tra i 5000 e i 7000 euro. E’ una vergogna questo mondo.  Lampedusa diventa terra, molo, approdo, nuovo inizio di un percorso, di un viaggio.  Il piccolo Egiziano prima di scendere, con l’aiuto del ragazzo sudanese che parla arabo, mi chiede se potrà andare a scuola. Si illumina quando gli dico che potrà farlo. Vorrei vedere lo stesso sorriso nei ragazzi della mia città, per cui ogni diritto è un privilegio scontato. Non è colpa loro se non sanno che non è così per tutti. Fa parte delle responsabilità che noi adulti abbiamo. Scendono a terra, con l’aiuto mio e di M., mentre la polizia a terra comincia il conto: “Uno, donna, minore; due, donna, minore”; e così ancora e ancora…..sette, otto, “nove, uomo, minore”, fino al numero ventinove. “uomo”.  Uomini, donne. Non numeri, non distress cases, clandestini, invasori, merce. Soggetti. Quando sono tutti a terra e abbiamo risposto alle domande di rito fatte dagli agenti di Frontex e della polizia, spediamo per email il messaggio: “silence fini”. Significa che il silenzio può terminare, che le comunicazioni ordinarie riprendono. Niente di solenne: una frase breve, funzionale, precisa.  Una parola del mare, nella cui semplice eleganza francese resta il peso di ciò che è appena passato: la comunicazione può riprendere normale.  Ma anormale è questo silenzio politico dei governi europei, l’assente indignazione dell’Unione Europea che finge di lottare contro la criminalità organizzata e il traffico di esseri umani, mentre finanzia Libia e Tunisia perché facciano scomparire le tracce di chi cerca di attraversare, che riconosce l’operato di GC che usano armi e violenza per ricacciare le persone indietro. Non é vero che l’UE ignora cio’ che accade perché, finanziando l’azione dei militari di Libia e Tunisia, lo rende possibile. Silence fini, ma solo alla radio. Quello degli Stati continua.  1. Leggi gli altri episodi: Introduzione; Il deserto dei Tartari; Silence et regards: Anchise, Odisseo, Telemaco ↩︎ 2. Nadir è un veliero che svolge operazioni di search and rescue nel Mediterraneo e fa parte della Civil Fleet ↩︎
Piantedosi insiste, i giudici lo smentiscono
Il governo Meloni continua a usare lo strumento amministrativo e repressivo contro le navi della flotta civile, ma ancora una volta la magistratura frena la macchina sanzionatoria costruita attorno al Decreto Piantedosi. Nel giro di 48 ore, due vicende mostrano materialmente quanto sia profonda la distanza fra propaganda politica e realtà giuridica quando si tratta di rispettare le norme del diritto internazionale: da un lato il nuovo sequestro della Humanity 1 a Ortona, dall’altro la decisione del tribunale di Agrigento che sospende il fermo amministrativo inflitto alla nave Mediterranea. Dal 2023, 36 navi e 2 aerei umanitari hanno accumulato 960 giorni di fermi illegali: un attacco strutturale alla capacità civile di soccorso, ma anche una strategia del governo per screditare il lavoro delle Ong impegnate in attività SAR e togliere testimoni scomodi dal Mediterraneo centrale.  AGRIGENTO: IL GIUDICE BLOCCA L’ENNESIMO ABUSO L’11 dicembre il Tribunale di Agrigento ha sospeso il fermo amministrativo di 60 giorni e la sanzione da 10mila euro decisi dalla Prefettura il 12 novembre scorso contro Mediterranea. Un provvedimento che il Tribunale ha ritenuto così privo di fondamento da intervenire con urgenza, “inaudita altera parte”, senza neppure convocare l’Avvocatura dello Stato. Per Mediterranea Saving Humans, non è solo la fine di un fermo illegale, ma la conferma dell’esistenza di una strategia repressiva: «C’è una strategia illegale del governo che mira a confiscare la nostra nave di soccorso. Ma ancora una volta viene sconfitta davanti ai Tribunali». Una strategia che l’organizzazione definisce come «il reiterato abuso, arbitrario e addirittura illegale, dei poteri sanzionatori previsti dal Decreto Legge Piantedosi» con l’obiettivo di ostacolare o impedire il soccorso civile. Il fermo era arrivato dopo tre interventi di salvataggio tra il 2 e il 3 novembre, che avevano portato a bordo 92 persone, di cui ben 31 minori non accompagnati. L’accusa del Viminale: la nave avrebbe rifiutato di dirigersi verso Livorno, un porto di approdo lontano quasi 1.200 chilometri dalla zona di salvataggio con un viaggio di navigazione della durata di quattro giorni. Ma lo sbarco avallato dalla Procura dei Minori di Palermo e dalla Procura di Agrigento aveva chiuso la questione il 4 novembre ed evitato altra sofferenza a naufraghi già provati. Notizie/In mare «ABBIAMO AGITO PER SALVARE VITE»: SBARCATE LE 92 PERSONE SOCCORSE DA MEDITERRANEA Lo Stato minaccia nuove sanzioni per aver scelto Porto Empedocle Redazione 5 Novembre 2025 L’organizzazione italiana non è la prima volta che subisce questa strategia repressiva: «Vogliono arrivare alla definitiva confisca della nave… togliere di mezzo testimoni scomodi che denunciano quotidianamente le violazioni dei diritti delle persone migranti e la distruzione sistematica del diritto internazionale». Tuttavia, ogni volta che i provvedimenti del decreto vengono portati davanti a un giudice, «sono clamorosamente smentiti e cancellati».  Ed è proprio sulla base di questo che Mediterranea rivendica il proprio obiettivo: «Il nostro obiettivo è che il Decreto Legge Piantedosi, così come tutte le norme che calpestano i diritti delle persone, sia abolito. E che ogni abuso di potere contro la vita degli esseri umani e la solidarietà che li soccorre, sia denunciato e sanzionato». ORTONA: LA HUMANITY 1 SEQUESTRATA PER NON AVER COMUNICATO CON LA LIBIA Mentre i giudici di Agrigento smontano l’ennesimo fermo illegittimo, due giorni prima il Viminale ne firma un altro. Il 9 dicembre, l’Ong SOS Humanity, della nuova alleanza Justice Fleet, ha ricevuto il provvedimento di fermo di 20 giorni per la nave Humanity 1 e una multa di 10mila euro. Il motivo? Essersi rifiutata di comunicare con il Centro di coordinamento dei soccorsi libico, dal quale dipende la cosiddetta guardia costiera libica.  Notizie/In mare HUMANITY 1 TRATTENUTA A ORTONA: L’ENNESIMO FERMO CONTRO IL SOCCORSO CIVILE «Incompatibile con il diritto internazionale» Redazione 3 Dicembre 2025 Secondo SOS Humanity, la decisione è la prova che il governo italiano pretende che le navi umanitarie riconoscano come autorità legittima proprio quell’apparato libico che da anni l’ONU, tribunali europei e osservatori indipendenti considerano coinvolto in violenze sistematiche: «Mentre gli attori criminali libici continuano a ricevere il sostegno dell’Europa, la nave Humanity 1, di cui c’è urgente bisogno, viene trattenuta per non aver comunicato con le autorità libiche», denuncia Marie Michel, esperta politica di SOS Humanity. Ph: Marcel Beloqui Evardone La nuova alleanza Justice Fleet, composta da 13 organizzazioni del soccorso civile, ha deciso di interrompere le comunicazioni operative con Tripoli per non legittimare milizie accusate di crimini contro l’umanità. Una scelta coerente con quanto afferma l’ECCHR: «Quando le autorità italiane o altre autorità europee ordinano alle navi delle ONG di coordinarsi con le unità libiche, in realtà chiedono loro di partecipare a un sistema illegale. Obbedire a tali ordini comporta il rischio di complicità; pertanto, il rifiuto non è disobbedienza, ma rispetto del diritto internazionale», spiega Allison West, consulente legale senior presso l’European Centre for Constitutional and Human Rights. Intanto le conseguenze ricadono sulle persone in pericolo di vita: «Molte persone potrebbero rischiare di perdere la vita in mare senza ricevere assistenza. Trattenendo la Humanity 1 in porto per motivi politici, il governo italiano si assumerà la responsabilità di ulteriori vittime», aggiunge il capitano nella nave Loic Glavany. L’organizzazione punta il dito anche contro la complicità europea, silente tanto per le violenze della guardia costiera libica, quanto per la strategia repressiva italiana: «C’è qualcosa di profondamente sbagliato quando chi difende i diritti umani viene punito, mentre chi li viola viene protetto e attivamente sostenuto dall’UE», denuncia Janna Sauerteig. «L’UE deve porre fine alla sua complicità nei crimini quotidiani delle milizie libiche». Infine, SOS Humanity chiede l’immediato rilascio della sua nave di soccorso e ha già intrapreso azioni legali contro la detenzione illegittima della sua nave. Sea-Watch: «Il diritto internazionale è dalla nostra parte. Non ci fermiamo» Al fianco della Humanity 1, le altre Ong della flotta civile si sono subito strette in solidarietà.    «Nelle ultime settimane, per tre volte, le milizie della cosiddetta Guardia Costiera libica hanno sparato contro le navi di soccorso – scrive Sea-Watch -. Nonostante questo, sono le stesse navi della società civile a essere sanzionate».  L’Ong, ricordando che solo quest’anno più di 1.700 persone sono morte nel Mediterraneo, collega i due casi: «Il sequestro di Humanity 1 è un attacco a tutti noi e al diritto internazionale. La sua illegittimità è confermata dalla notizia della sospensione del fermo di Mediterranea, anch’essa punita per aver salvato vite», afferma la portavoce Giorgia Linardi. E aggiunge: «Il diritto primeggia sulle politiche razziste degli stati e sulla criminalizzazione forzata delle Ong portata avanti dal Governo Meloni. In queste ore noi di Sea-Watch siamo in mare con Sea-Watch 5 e la nostra nave veloce Aurora che ha appena sbarcato 48 persone soccorse nel Mediterraneo centrale. Non ci fermiamo». Le due vicende mostrano con chiarezza la realtà della battaglia in corso: mentre il governo Meloni prosegue nella sua campagna di criminalizzazione di Ong e persone migranti accusandole di scafismo, i tribunali continuano a certificare che il vero elemento fuori legge è l’applicazione del Decreto Piantedosi.
Silence et regards: Anchise, Odisseo, Telemaco
Silence fini è il racconto di tre settimane nel Mediterraneo centrale a bordo del veliero Nadir 1 di RESQSHIP, in cui ho vissuto il soccorso in mare e osservato da vicino le vite delle persone migranti e dell’equipaggio, tra responsabilità, vulnerabilità e privilegio, in un mare che resta coerente e implacabile. Attraverso la mia esperienza personale, esploro cosa sia un soccorso e come frontiere, norme e gerarchie si manifestino nei corpi, nei gesti, nelle decisioni e negli sguardi. Silence fini vuole aprire ad una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo contemporaneo. Il racconto della navigazione a bordo di questo veliero della Civil fleet che opera monitoraggio e soccorso nel central med, vuole ricordare la violenza strutturale che colpisce chi attraversa, tra respingimenti, detenzioni e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. SILENCE ET REGARDS: ANCHISE, ODISSEO, TELEMACO Approdo. Pulizia della nave, burocrazia. Carte, mail da inviare, libera pratica sanitaria, spesa. Sono distrutta. Mi salva il vento feroce che ci da una tregua di 24 ore. Se Eolo esistesse, lo ringrazierei in persona, perché solo lui ci salva alla foga di questo capitano che ci farebbe ripartire subito, senza concedere riposo.  Invece il vento inclemente ci regala ventiquattro ore ancorati e poi di nuovo a sud, verso Miskar.  Il secondo soccorso non ci trova impreparati. È solo preceduto da una notte senza fine in cui partiamo alla ricerca di una barca che non troveremo mai segnalata da AP con più di 60 persone a bordo. Le cerchiamo per ore senza successo. Reportage e inchieste/In mare IL DESERTO DEI TARTARI Silence fini. Il racconto di una navigazione a bordo del veliero Nadir Roberta Derosas 4 Dicembre 2025 Il Mediterraneo è un colabrodo. Una rete dalle maglie molto larghe, talvolta. Troppo. Ritorniamo a dormire senza aver rispettato nessuno dei nostri turni, ci svegliamo qualche ora dopo, la mattina, distrutti dalla fatica. Ai limiti della zona Sar tunisina e maltese ci arriva la comunicazione di una barca. Dista a sole due ore da noi e decidiamo di dirigerci verso le persone che hanno tentato l’avventura.  Vige calma a bordo. Siamo molto disciplinati. Ultimi preparativi: radio VHF, caschi, giacche. E ugualmente: funzioni, ruoli, attività. Chi deve stare a prua e chi a poppa, chi dentro N. e chi fuori. Poi finalmente li avvistiamo e loro ci vedono. Esitano, esultano. Parliamo a gesti, col corpo. Una danza si genera: il RHIB si muove attorno. Le informazioni a bordo ci arrivano via radio dai tre membri dell’equipaggio che li hanno avvicinati col RHIB. 47 uomini. nessuno di loro parla inglese bene e nessuno francese. A bordo in arabo sappiamo solo dire poche parole. Sono ordinati e seduti in una barca in vetroresina nera. È sovraffollata, ma è un viaggio di lusso il loro: hanno  un satellitare e navigano su una barca più resistente di quelle in metallo, gomma o in legno. Non hanno i giubbotti salvataggio, ma li portiamo loro e li indossano. Con calma. Vige il silenzio. Finalmente iniziamo il trasbordo.  Salgono: uno e poi ancora e ancora. Fino all’ultimo essere umano. Provo di nuovo ammirazione per l’ultimo che sale a bordo. Sarei terrorizzata al suo posto, con l’idea di non riuscire a salire, di vedere il soccorso allontanarsi inspiegabilmente . Come nel soccorso precedente, mentre entrano, indico loro dove devono sedersi.  Sono felici ed è un sentimento condiviso questo.  Fradici, d’acqua e viaggio. Tremanti di freddo.  Poi di nuovo la parte più delicata di comunicazione con le autorità, scritta e inviata per mail prima, poi per telefono.  “Oui Bonjour, ici N. Vous préférez que je parle anglais ou Français?” Chiedo a MRCC Tunisi. “ Gli ospiti sono con noi, provengono dalla Libia.” L’ufficiale di servizio da Tunisi  mi risponde: “Certo, va bene. Grazie mille per la vostra collaborazione“. Assurdo. Da quando queste GC che strappano al soccorso, che riportano a terra persone, che, nei racconti degli aventuriers che ho ascoltato provocano volontariamente il capovolgimento delle toba, ringraziano per la collaborazione? Loro, che di solito riportano in Tunisia i migranti, per poi imprigionarli e venderli, in un ciclo che si ripete e si arresta solo con un soccorso o un naufragio. Persone scambiate per una tanica di benzina o per droga. O vendute per un centinaio di euro. Le donne più care degli uomini: ça va sans dire, valgono di più perché destinate al mercato del sesso.  Sono a bordo al sicuro, ora questi uomini. 47: dal Bangladesh, Pakistan, Eritrea e Egitto. Pare che un uomo venga dall’Afganistan. Il più giovane ha 17 anni. Viaggia con altri che hanno più o meno la stessa età. Il più anziano ne ha 65 e arriva dal Pakistan. Partiti da Zwara, Libia, hanno pagato il viaggio 5000 euro.75 000 in totale è stato il guadagno del trafficante. Era un viaggio di lusso: barca in vetroresina, due motori Yamaha che poi hanno smesso di funzionare e gps satellitare a bordo.  Di questi uomini, mi restano gli sguardi silenziosi: quello dell’uomo più anziano. È di una tristezza più grande di questo mare che attraversa, il suo dolore più remoto del luogo da cui proviene. Sta seduto composto, trema di freddo. Lo copriamo dopo avergli dato vestiti asciutti. Ringrazia e quella parola è l’unica che conosce in inglese. Non dirà niente altro che “thank you” durante il viaggio. Ho voglia di abbracciarlo, di consolarlo. Mi commuove. Mi mostra la mano aprendola e chiudendola, fa un segno di dolore. Chiedo al nostro medico di verificare se non sia rotta. Forse, sono solo le manette con cui qualche verme gli ha stretto i polsi. Resta docile per tutta la traversata, con quello sguardo triste che si confonde con l’orizzonte . Vorrei talmente sapere da dove venga e quale sia la sua storia. Non abbiamo un briciolo di lingua comune. Mi fa pensare ad Anchise,  padre che Enea si carica sulle spalle quando abbandona la sua terra in cerca di salvezza. Un altro uomo, che pare avere tra i 40 e i 50 anni, trema: i denti battono, le mani, le braccia e le gambe. Un compagno dell’equipaggio, M., lo aiuta a spogliarsi e a indossare vestiti caldi. Gli diamo una mantellina termica e a poco a poco il tremore si calma, mentre M. gli strofina la schiena per aiutarlo a scaldarsi. Il suo sguardo, occhi neri profondi, è pieno di gratitudine. Ci guarda, mi attraversa.  È un Odisseo stremato, quest’uomo. M. si commuove. Gli scendono le lacrime mentre si allontana da lui. Lo abbraccio mentre mi dice “è così ingiusto”. Lo stringo forte. Ha ragione: siamo spettatori dell’ingiustizia umana, dell’assoluta assenza di compassione, dell’annullamento della pietà verso esseri umani che non valgono, a cui si può destinare l’oblio in questo mare.  E poi questo giovane egiziano. Il suo è uno sguardo pieno di vita, di energia, di gioia. Si fa selfie appena sale a bordo, ride, mi saluta, mi osserva e sorride senza sosta. E fuma: gli diciamo di smettere e lui getta le sigarette fuori bordo con due occhi finto contriti, per poi riniziare appena distogliamo lo sguardo. È accattivante, furbo, veloce. Mi fa pensare che in quei 17 anni deve aver vissuto esperienze e pericoli che non corrispondono alla sua età. Lui è Telemaco,  quello in cui l’esuberanza e la paura convivono. Durante i soccorsi c’è un punto comune: quando scende la notte , le persone si lasciano andare sfinite al sonno. La prua e la poppa si ricoprono di corpi stretti che respirano.  Poi, ancora una volta, il risveglio e l’attesa: Lampedusa è un’isola che si ingrandisce. Un approdo prima del nostro ci ritarda al largo fino alle due di notte. Poi, finalmente arriva abbiamo l’accordo di entrare e ancorare.  Io e M. tocchiamo terra per primi: aiutiamo le persone a passare dal ponte della N alla pietra pungente del molo.  C è un dislivello, quindi le dobbiamo proprio sostenere perché le gambe arrivino al molo. Siamo veloci: uno dopo l’altro toccano terra mentre dedichiamo loro parole di benvenuto. “Goodbye my brother“ dice M. Una pacca sulla spalla in cui conteniamo il desiderio di un abbraccio più caloroso. “Welcome in Italy”. Ci sfuggono via veloci. A terra, sono messi in fila indiana mentre gli agenti di Frontex e polizia cominciano le loro domande.  Il nostro ponte è vuoto ora. Dei nostri ospiti rimangono solo vestiti fradici chiusi in sacchi di plastica nera, le mantelline dorate stropicciate e una kefiah che porto in salvo, feroce ricordo di un altro dolore imposto da esseri umani ad altri esseri umani.  Che il nostro sia un mondo miserabile è un pensiero che non mi dà pace.  Fumiamo in silenzio, chiudiamo gli occhi dopo le 3. Lampedusa è spazzata da un vento che non può sollevare l’indecenza e la vergogna che sento.  Reportage e inchieste/In mare SILENCE FINI Il racconto di una navigazione a bordo del veliero Nadir Roberta Derosas 27 Novembre 2025 1. Nadir è un veliero che svolge operazioni di search and rescue nel Mediterraneo e fa parte della Civil Fleet ↩︎
Assolti i quattro “capitani”: dopo 17 mesi di carcere si riconosce lo stato di necessità
Diciassette mesi di detenzione cautelare. Diciassette mesi di vita sospesa, di una libertà negata a chi era già sopravvissuto alla guerra, alla prigionia in Libia, alla traversata del Mediterraneo. Il Tribunale di Napoli ha assolto nei giorni scorsi quattro rifugiati, provenienti dal Sudan e dal Ciad, accusati di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. È caduta l’imputazione che li aveva tenuti reclusi a Poggioreale dal luglio 2024, giorno del loro arrivo in Italia. La sentenza riconosce ciò che le difese e le testimonianze avevano dimostrato lungo tutta l’istruttoria: i quattro uomini hanno agito in stato di necessità. Erano persone in fuga, sopravvissute a detenzioni e torture documentate, vittime dei conflitti presenti nei loro paesi di origine e dei centri di detenzione libici. «L’assoluzione di oggi – spiegano le organizzazioni firmatarie del comunicato stampa (ASGI Campania, Clinica legale dell’immigrazione e della cittadinanza – Università Roma Tre, Clinica socio-giuridica – Università di Parma e Mediterranea Saving Humans) – indica in modo chiaro che gli oltre 1.300 detenuti nelle carceri sono solo il frutto della repressione della libertà di movimento e la conseguenza dell’inevitabile esito di politiche repressive e di criminalizzazione, in cui la storia delle persone coinvolte, diventa il sottofondo assordante di chi grida solo all’invasore». Il caso dei quattro “capitani” non è un’eccezione 1, ma uno dei tanti tasselli di una repressione sistemica. Il reato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare è diventato negli anni una scorciatoia giudiziaria: un grimaldello – come lo definiscono le realtà firmatarie – utilizzato per colpire indistintamente chi migra e chi soccorre. Dietro questo paradigma, c’è un meccanismo che annulla la storia individuale delle persone, trasformandole in capri espiatori delle politiche di confine. Chi sopravvive e arriva al porto viene immediatamente separato dalla sua esperienza e dalla sua umanità: “guidare” un mezzo diventa, nella rappresentazione penale, il tratto unico e definitivo della persona, cancellando il contesto e lo stato di necessità. La decisione del Tribunale di Napoli ha un valore politico e giuridico. Politico, perché incrina la narrazione che criminalizza la libertà di movimento, usata come merce di scambio elettorale da anni. Giuridico, perché riafferma che il diritto penale non può essere applicato ciecamente ai fenomeni migratori, senza considerare la complessità delle loro cause strutturali. «Il riconoscimento dello stato di necessità in questa vicenda giudiziaria, rappresenta il punto di svolta per superare l’utilizzo di questo reato per colpire la libertà: libertà di scegliere il proprio destino e la libertà di movimento», concludono le organizzazioni. Questa sentenza restituisce libertà a quattro persone, ma ci interpella tuttə. Ricorda che dietro i numeri e le procedure ci sono vite segnate da violenze e resistenze. E afferma, almeno per un momento, che sopravvivere non è un crimine. Approfondimenti/Interviste/In mare NON CHIAMIAMOLI “SCAFISTI” Il secondo episodio di Radio Melting Pot (stagione 2024/2025) Radio Melting Pot 27 Aprile 2024 1. Consulta il progetto Dal mare al carcere ↩︎