Tag - Roberta Derosas

Smisurata preghiera
Questo contributo assume la forma di una lettera aperta rivolta a chi opera, studia e attraversa le frontiere contemporanee. A partire dall’incontro con una giovane donna migrante, il testo ricostruisce una traiettoria migratoria segnata da violenze strutturali, detenzione arbitraria, pratiche di riscatto e forme di schiavitù contemporanea in Libia. La storia mette in luce il nesso tra controllo dei confini, sistemi detentivi informali, attori criminali e logiche di profitto che trasformano le persone migranti in “oro nero”, merce scambiabile lungo una filiera che va dalla cattura allo sfruttamento lavorativo e sessuale. Il testo interroga anche la posizione di chi fa ricerca sul campo nelle aree di frontiera, problematizzando la distanza tra osservazione e coinvolgimento, tra denuncia e protezione effettiva. La frontiera emerge così non solo come linea geopolitica o dispositivo di esclusione, ma come spazio politico e morale in cui si ridefiniscono valore, dignità e libertà delle vite in movimento. La storia di Victoire rende tangibile la permanenza di forme di schiavitù ancora presenti nel nostro mondo  e tenta, in questo modo, di interrogare profondamente la responsabilità etica e politica di ogni singolo essere umano. Questa è una lettera aperta. Un invito a tutti gli operatori di frontiera che agiscono con il corpo, l’anima e il sudore ogni giorno in quel contesto senza pace e senza limite che è un confine. A tutte le ricercatrici e ricercatori: per questioni legate ai loro studi, finiscono per ficcare il naso in temi che non sono oggetti di studio, ma vite, spogliate di dignità e di valore. Anche loro oltrepassano un confine, che li porta fuori dall’accademia. Si spostano nel campo fino a trovarsi invischiati nel terreno melmoso di vite che ancora respirano ma non hanno spazio di esistere, anche quando vorrebbero ancora. È una lettera alle persone che lavorano nel sociale. A chi si ritrova legato a uomini e donne che vivono tra le frontiere, le attraversano, le subiscono, le bruciano, le incarnano. Persone che troppo spesso si incastrano nella loro carne, come spine che penetrano e ci si incistano dentro. A chi sceglie di starci ed esserci, senza sapere che agisce nelle frontiere che stanno “fuori” per capire le proprie, che stanno “dentro”. I confini configurano il mondo, delimitano territori, eppure sono costantemente soggetti a cambiamenti apparendo e scomparendo, qualche volta cristallizzandosi nella forma di muri che rompono e riordinano spazi politici un tempo unificati, attraversano la vita di milioni di uomini e donne che se li portano addosso. In luoghi come il Mediterraneo centrale, sono liquidi, fluidi, intersezione tra pratiche di attraversamento e di chiusura; non luoghi in cui si scontrano tensioni politiche e sociali, sito di esclusione, ma anche spazio di resistenza e di contestazione.  Il limine è uno spazio politico, un modo di vivere.  È una lettera aperta, questa, che chiama a raccolta il dolore e la rabbia. Nomina la fatica che si incastra nell’anima, nell’eterna ricerca della giusta distanza con chi si incontra, in un movimento talvolta estenuante perché come un pendolo si agita tra un troppo vicino che brucia e un troppo lontano che non è abbastanza. So che tutte queste persone che agiscono nelle frontiere combattendo per affermare il sacrosanto diritto di ogni singolo essere vivente, capiranno la storia che segue.  Parla di una donna di 21 anni, madre di un bambino di appena due mesi. La chiamerò Victoire qui. Ovviamente non è il suo vero nome. Le attribuisco questo, perché sa di lotta e di gloria. Sa di storia che ha un lieto fine.  Victoire è giovane; nei pochi anni che ha dietro di sé, c’è già troppa violenza.  Nata in un paese dell’Africa dell’est, è rimasta orfana molto presto. L’ha crescita una zia che l’ha obbligata a sposarsi quando aveva diciassette anni con un uomo che aveva più del doppio della sua età. “Era un modo per liberarsi di me”, mi ha detto. Victoire non voleva. Ha implorato, ma questo le era destinato. Allora ha scelto di andarsene, sola. Ha avuto il coraggio della lotta e dell’avventura.  Del suo percorso attraverso l’Africa non so molto, non ne abbiamo parlato oggi. La ascolterò se avrà voglia di raccontarmelo un’altra volta. Deciderà lei. Oggi mi ha raccontato che è finita in Libia e che qui viveva con un uomo incontrato durante l’avventura. Lo definisce così, il suo percorso, come fanno le persone migranti.  È in Libia che ha dato alla luce il figlio di questo uomo e compagno. Non l’ha fatto in ospedale, ma da sola, nella casa che condivideva con altre venti persone. Per andare in una clinica ci vogliono soldi e poi, è pur sempre vero che troppo spesso le persone migranti dell’Africa sub sahariana si fanno respingere come cose sgradite. Certe volte, le cacciano proprio anche lì. Ha partorito da sola all’inizio di dicembre 2025. Una sera, nella casa in cui viveva, in una città sulla costa, un gruppo di sette persone armate e incappucciate è entrato con la forza. Li chiamano Asma boys o Isma Boys. Gruppi criminali attivi in Libia, composti prevalentemente da giovani uomini e spesso collegati, in modo diretto o indiretto, a milizie locali o a reti informali di controllo del territorio. Non si tratta di un’organizzazione formalmente strutturata. Sono banditi che intervengono nella gestione informale delle strutture, nei trasferimenti dei detenuti e in pratiche connesse allo sfruttamento lavorativo o sessuale, in attività riconducibili al traffico di esseri umani. Sono criminali armati e violenti che operano all’interno di un sistema frammentato e caratterizzato da un forte legame tra poteri ufficiali e attori informali. Non hanno scrupoli: non vedono persone davanti a loro, ma merce di scambio, da sfruttare, da vendere. Le chiamano or noir, oro nero, sottolineandone il valore economico. E in questa prospettiva, le persone diventano una fonte di profitto paragonabile a una risorsa preziosa: ogni passaggio – dalla detenzione al trasporto, fino allo sfruttamento lavorativo o sessuale – genera guadagni per chi controlla il sistema. L’aspetto paradossale e drammatico è proprio questo: i migranti vengono considerati “preziosi” in quanto merce redditizia, non in quanto esseri umani. Il loro valore è calcolato esclusivamente in termini monetari, mentre sul piano umano sono privati di diritti, dignità e tutela. Così, pur essendo trattati come una risorsa economica di grande pregio, nella pratica quotidiana subiscono violenze, abusi e condizioni di totale spersonalizzazione e reificazione. La loro vita non ha valore in sé, in quanto vita. Ha valore in quanto merce. È un bene scambiabile, stimata per il profitto che può generare. Victoire è oro nero. E poi è giovane e donna: vale di più sul mercato. Gli asma boys, in dicembre, l’hanno arrestata insieme agli altri con cui viveva, l’hanno caricata su un camion chiuso insieme agli altri compagni, stipati come animali, scaricati in una prigione che lei non sa identificare.  Chissà dov’è quel luogo, dalle stanze ampie, in cui le donne, sole e con figli sono detenute insieme, senza materassi per terra, senza teli, con una sola finestra che non si può raggiungere, perché troppo in alto. Dove sarà questo centro di detenzione nel cui cortile ci sono altalene per far giocare i bambini, ma in cui lei e nessun altro detenuto ha avuto diritto di andare, messe li, ad ingannare gli osservatori dei diritti umani o le organizzazioni che ogni tanto hanno l’autorizzazione di entrare? È in Libia certo, questo inferno recintato dove lei, come tutte le persone che ci sono arrivate insieme, prima di entrare nella stanza, sono state denudate davanti a tutti e perquisite, che si sono viste infilare le dita in ogni pertugio, perché -si sa- il corpo è un nascondiglio, la cachette più efficace. Perquisiscono anche i bambini, ché non si sa mai che nel pannolino ci siano beni preziosi nascosti, sfuggiti alle infinite precedenti perquisizioni. Suo figlio aveva due settimane quando è entrata lì dentro.  Victoire ha provato a descrivermi il luogo e si è soffermata negli angoli dello stanzone, in cui, ad ondate, nuove donne sono arrivate e altre sono riuscite ad uscire perché qualcuno ne ha pagato il riscatto. Si è soffermata su quelli, perché è lì che le donne sono violentate. Generalmente ne prendono due o tre e le portano in quegli angoli. E le obbligano ad avere rapporti orali, davanti alle altre detenute. Poi c’è un bagnetto. Uno solo. Piccolo, con escrementi e poca acqua. E spesso, se manca, devono bere quella dello scarico. Allora se una donna viene portata lì dietro, sarà sodomizzata.  È stata cruda, nel suo racconto Victoire: mi ha fatto entrare in quel luogo, mi ha fatto guardare gli angoli di quella stanza e ha usato le parole sporche della violenza, taglienti, rudi, ruvide.  In un attimo, le ho sentite insinuarsi dentro, mi hanno investita, travolta, sopraffatta le grida di quelle donne, le suppliche di smettere e di lasciarle andare, i pianti dei figli che vedono. Lei, è stata risparmiata dal subirle, non dall’obbligo di esserne spettatrice. Ha visto donne entrare e uscire, fino a quando un uomo in contatto con le guardie, un “fratello nero”, un intermediario tra la prigione e il mondo, le ha proposto di acquistare per lei la sua liberazione. Ha comprato la sua libertà, insieme a quella di altre otto persone. Perché funziona così: da una prigione in Libia si esce perché qualcuno paga il riscatto o perché si muore.  Quell’uomo le ha promesso che l’avrebbe liberata. L’ha pagata 7000 dinari. Quasi mille euro. In cambio, Victoire doveva lavorare per lui o per chi lui avrebbe deciso. Lei ha accettato.  Due settimane fa, è arrivata in una nuova prigione che assomiglia ad una casa. Ci sono le finestre con sbarre, c’è un bagno. Ogni sera va a lavorare da una ricca donna libica che parla solo arabo e la tratta male, come mi dice. Esce alle sei e finisce a mezzanotte. Sempre rigorosamente scortata. Talvolta è la stessa padrona libica che la riaccompagna nella sua “casa”.  Lavoro a parte, Victoire non può uscire quando vuole e se lo fa, qualcuno, che lavora per l’uomo che se l’è comprata, la accompagna e la sorveglia.  Il venerdì non lavora: in fondo è gentile questo suo proprietario che domanda a tutta la sua merce umana cosa vogliano fare del giorno libero che lui benevolmente accorda.  Io oggi, prima di parlarle, non lo sapevo che fosse una schiava. Io provo a fare una ricerca che tenta di comprendere come vivano le persone migranti  prima di attraversare il mare per arrivare in Europa e quali siano le dinamiche di solidarietà che che si sviluppano lungo il percorso migratorio. Ho ascoltato persone che vivono nei campi di insediamento informale alle periferie di Zawiya e Zuwara, quelle che lavorano nelle case in costruzione a Tripoli. Alcune che vivono negli Zitounes in Tunisia. Io, oggi, non mi aspettavo di parlare con una schiava. Perché questo è Victoire: una persona di fatto privata della libertà, controllata, sfruttata come oggetto per trarne profitto, attraverso coercizione, violenza, abuso di vulnerabilità o inganno. Questo pensiero non mi dà pace, mi tormenta. Ho avuto a che fare con donne che erano state sfruttate, ma libere quando le ho incontrate o ancora coatte, ma con reali ed effettive possibilità di protezione, di liberazione, di riacquisizione della libertà. Victoire è schiava. Ora.  Il suo valore ammonta a 7000 dinari. Quasi 1000 euro. In Europa, molti potrebbero comprarla. Non riesco a smettere di pensare che oggi nel mondo in cui vivo, c’è chi tira a campare, chi si compra una macchina e chi acquista un essere umano e lo rivende.  Oggi ho ascoltato Victoire. Mi ha detto cose che non avevo previsto di sentire: mi ha parlato della sua sorte di schiava.  Non mi ha chiesto i soldi per ridurre i tempi della sua detenzione, ma di raccontare la sua storia, proprio la sua.  Allora tengo fede alla promessa. Oggi, ascoltando la sua storia, mi chiedo che valore abbia denunciare che tutto questo accade ancora. Perché la mia denuncia non la protegge e non le restituisce la libertà che lei, come tutte le altre persone vendute devono avere di diritto.  Per questo lascio che la sua storia sia una lettera aperta. Destinata a chi, come me, opera in frontiera, a chi l’ha attraversata, ci lavora, la difende, la calpesta. A tutti quelli che la immaginano come una linea, come un corpo che incarna, come un muro da erigere o abbattere. A chi pensa che vada difesa o a chi ne dichiara l’assoluta e ingiusta esistenza. A chi vorrà consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità. Ad ogni essere umano che si fermerà, anche solo un istante per incontrare Victoire, proprio quella di questa storia. Che la immaginerà fragile e forte, sola e spaventata. Isolata, stanca, persa. Ancora viva. E schiava, come l’ho incontrata io. 
Black: nero non è solo un colore
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 La terza parola del Contro Dizionario del Confine esprime molto di più di una sfumatura cromatica: è una presa di posizione, è l’incarnazione di una soggettività. «Nous les blacks» è l’espressione con cui molti soggetti razzializzati si autodefiniscono lungo la rotta tunisina e nel Maghreb, trasformando uno stigma in emblema di orgoglio e fratellanza. Nello sguardo dominante, “nero” è marchio di inferiorizzazione, ma gli aventuriers gli attribuiscono solidarietà, appartenenza, riconoscimento reciproco che va oltre l’appartenenza allo stesso Paese o l’uso comune di una lingua. “Noi neri” è un soggetto plurale non privo di tensioni: dentro le violenze delle frontiere, le gerarchie di classe e le eredità della tratta transahariana, Black attraversa tanto la migrazione quanto lo spazio della cittadinanza, affrontando le sfide di essere riconosciuti come cittadini in una società che esclude e discrimina. Black è allora una parola che racconta insieme oppressione, resistenza e ambivalenze delle relazioni di potere lungo le rotte degli aventuriers. BLACK Questa parola è stata curata da Filippo Torre, Luca Queirolo Palmas e Franck Yotedjie dell’Università di Genova. Filippo Torre ha, inoltre, curato l’edizione del Contro Dizionario del confine. Ogni identità collettiva si costruisce come posizionamento dentro uno spazio di relazioni. Nous les blacks è un’espressione ricorrente attraverso cui soggetti razzializzati si autodefiniscono lungo le diverse tappe dell’avventura migratoria dentro lo spazio tunisino e del Maghreb più in generale. Se per la società ospitante l’etichetta di «nero» è un segno di inferiorizzazione (si veda Jebri) che può operare fra i soggetti razzializzati in chiave di autocensura, delimitando ciò che si può dire, fare o rivendicare, nous les black si articola dentro una dimensione di orgoglio, di trasformazione di uno stigma in emblema. In qualità di autodefinizione si contrappone a or noir, che incarna lo sguardo espresso dai locali – les chefs arabes – che nei blacks vedono una risorsa da sfruttare (si veda Or noir). Eppure colore, oppressione, migrazione e solidarietà si depositano in contesti sociali e politici che sono attraversati essi stessi da dibattiti, presenze, lotte per il riconoscimento agite dai maghrebini neri; cittadini la cui presenza porta il segno di un passato legato alla schiavitù domestica, a secoli di tratta transahariana. La linea del colore nella migrazione si sovrascrive ed entra in frizione con la linea del colore dentro lo spazio della cittadinanza nel Maghreb. In particolare il processo attraverso cui si «diventa neri» lungo la rotta tunisina è stato alimentato dall’eredità storica della tratta di schiavi transahariana, dalla crescente delega del controllo delle frontiere europee al regime tunisino, dalla circolazione di discorsi e legittimazioni di tipo etno-nazionalista e sovranista che hanno raggiunto la loro massima espressione nel discorso del presidente Kaïs Saïed del febbraio 2023, con cui evocava «un piano criminale ordito all’alba di questo secolo per modificare la composizione demografica della Tunisia, al fine di trasformarla in un paese solo africano e offuscare il suo carattere arabo e musulmano». Il noi nero degli aventurier se da un lato agisce come denominatore di una fratellanza possibile, da attivare, dall’altro occulta lo spazio soggiacente delle disuguaglianze, di classe e di potere. Arnaqueur, kidnappeur, falsi cokseur, guardiani di prigioni e torturatori sono spesso predatori neri che agiscono contro altri neri; inoltre chi fa il viaggio attraverso il deserto è in termini di classe distinto da quanti arrivano con visti e aerei per iscriversi nelle università del Maghreb. Quanti sono in solidarietà durante il viaggio afferiscono allora a cerchie più ristrette, di frères e soeurs (si veda Frères/soeurs), di amici e parenti, di boys e uncles, di relazioni dettate spesso dall’anzianità e dalla protezione. Infine, questa dimensione binaria – nous les blacks, loro les arabes – nasconde gli incontri solidali e di interesse che spesso mettono insieme locali e aventurier. Per fare la traversata c’è sempre bisogno di un arab che procura il materiale necessario e che provi a corrompere le guardie; e ancora, durante le marce per attraversare le frontiere e il deserto ed evitare le deportazioni, sono spesso gli abitanti locali che, mossi da una solidarietà fondata sulla religione, offrono cibo e riparo ai viaggiatori nonostante i rischi della repressione a opera delle autorità. ESEMPI DAL CAMPO Noi parliamo di noi con il colore. Noi siamo gli africani neri, loro, gli arabi, sono gli africani bianchi. È un termine che usiamo fra noi. Non ci stanno designando altri, non è razzismo. Lo usiamo noi per chiamare noi che siamo qui. È la solidarietà fra noi neri, anche un sudanese è un nero, non c’entra la lingua. È la fratellanza, fratellanza di pelle, di colore. Non conta la nazionalità. I sudanesi, i senegalesi, sono black come noi, anche se parliamo lingue diverse. Black per noi è una parola universale, vuol dire fratello. Gli arabi invece li chiamiamo in diversi modi, suraka, mukala, mbozo, mkassa. Intervista con William, Corrispondente del Giornale delle rotte Quando diciamo nous les blacks è un modo per elevare il nostro colore, perché qui in Tunisia, e ovunque nel Maghreb, noi neri siamo discriminati, visti come meno di niente, noi soffriamo il loro razzismo. Intervista con Popina, Corrispondente del Giornale delle rotte Sono storie di fughe, di caccia, di torture, di violenze e anche di piccoli incontri solidali in cui devi decidere se fidarti o meno di chi hai di fronte. Perché nel viaggio c’è sempre chi conosce la strada e chi non la conosce; e i primi dipendono dai secondi, o attraverso la solidarietà o attraverso la compra-vendita di servizi. Quando chiedo a Buba se usava l’espressione we the blacks, quando stava in viaggio o negli accampamenti in Tunisia, ride. Sono i neri che mi hanno sequestrato, sono i neri che mi hanno torturato. Lui parla invece come leader di un gruppo in viaggio, usando spesso l’espressione my boys o attraverso il titolo attraverso cui veniva chiamato dai suoi boys: uncle. Il suo racconto è la storia di come il gruppo in viaggio sia l’unità di base della solidarietà, quasi l’unica, di come i boys si perdano e si reincontrino lungo le diverse stazioni che dal Gambia conducono alle coste del Mediterraneo. Estratto dei diari di campo, marzo 2025
Aventure: “Come viene, viene, e continuare comunque”
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Nelle rotte dell’Africa occidentale e del Mediterraneo centrale una parola viene usata da chi attraversa o tenta di farlo: “avventura“. È un termine che restituisce una mobilità esistenziale e sociale fatta di coraggio quotidiano, violenza strutturale, disuguaglianze radicali e solidarietà necessarie. Parla di sopravvivenza, desiderio di futuro e forza di spirito. Descrive donne e uomini che sfidano l’ingiunzione all’immobilità per provare, semplicemente, a vivere, per continuare a farlo con dignità, con forza. La parola, in questo Contro Dizionario del Confine, è stata redatta da Franck Yotedje, Vincenza Pellegrino e Luca Queirolo Palmas che l’hanno raccolta e ripensata insieme agli avventurieri.  Loro, ci regalano una poesia collettiva che hanno redatto insieme e che trova spazio nel The Routes Journal. Avventura Per me, l’avventura è la scuola della vita. È uscire dalla propria zona di comfort, aprire la porta all’ignoto, all’incertezza, al rischio, alla scoperta. Per me, l’avventura è un’esperienza che racconta i sentieri che ci si prepara a percorrere ancora prima di sapere dove conducono. È una destinazione sconosciuta, un futuro che si spera migliore, con tutte le difficoltà lungo il cammino, le cadute, le deviazioni, i colpi duri che ti spezzano e allo stesso tempo ti rendono più forte per continuare ad andare avanti. Per me, l’avventura è un evento inatteso, sorprendente, dal finale incerto, spesso rischioso. È la scoperta dell’ignoto, un impegno prezioso, una scommessa fatta con la speranza di costruire qualcosa di migliore. Per me, l’avventura è scoprire una vita nuova, è credere che, nonostante le prove, un giorno andrà meglio. L’avventura è partire senza una destinazione, lasciare la famiglia alle spalle, andare avanti, attraversare il deserto senza acqua, con la fame, il vento, il caldo e poi il Mar Mediterraneo. Camminare dicendosi nella testa: «come viene, viene» e continuare comunque. Perché l’avventura è reale. È vissuta. È una preistoria fatta di fatti veri. E questa storia, andrebbe insegnata, trasmessa, raccontata alle generazioni future. AVENTURE Migrante/immigrato è ormai una parola abusata nel linguaggio mainstream – sia quello accademico sia quello comune – ed è carica di controindicazioni: pietrifica una condizione, la rende eredità, attraverso un participio passato, o inchioda in un presente continuo che non lascia scampo al cambiamento, a risoggettivarsi sotto un’altra luce che non sia quella del movimento passato o del movimento perpetuo. Raramente abbiamo ascoltato la parola migrante/immigrato facendo ricerca fra coloro che provano ad attraversare il Mediterraneo centrale. I nostri interlocutori provenienti dall’Africa Occidentale e che abbiamo imparato a conoscere nelle loro peripezie fra Marocco, Algeria, Libia, Tunisia, ne privilegiano altre. Una fra tutte è avventura, e il modo soggettivo di definirsi è quindi quello di avventurieri. Con questo termine si allude a un campo di situazioni e significati che eccede il movimento in sé e mette in rilievo la dimensione del rischio, la sua assunzione volontaria, l’investimento personale, la gioia della scoperta e la trasformazione dello sguardo attraverso il viaggio e gli incontri, la costruzione di un sapere utile a destreggiarsi, l’aleatorietà e imprevedibilità delle situazioni. La parola aventure restituisce quindi, nei molti casi in cui viene citata, l’idea del movimento nello spazio come principale dinamica della mobilità esistenziale e sociale, principale concreto strumento di sottrazione all’inedia e allo sfruttamento, dimensione necessaria alla sopravvivenza ancor prima psichica e culturale che materiale per chi nasce e cresce in contesti dove la precarietà è tanta e il contesto aleatorio (in Africa come in tutto il mondo, verrebbe da dire). Ma in questo contesto la violenza è sempre dietro l’angolo (e maggiore è la necessità di nascondersi maggiore sarà la violenza derivante dalla non visibilità forzata), e diventa spesso violenza sessuale quando l’avventura è quella delle donne. Si tratta quindi di conservare tutta la portata semantica del termine avventura nel senso di «ingiunzione alla vita» (provare a vivere è un dovere), mettendo in secondo piano invece la dimensione romantica ed esotica che spesso viene evocata da questa parola, che in questo contesto non ha nulla della eccezionalità di eroismi individuali e si pone invece come epopea collettiva, come forza vitale dell’uomo e della donna comune davanti all’insufficiente e all’avverso. In tal senso altri sostantivi attraverso i quali le persone interdette al movimento identificano il proprio gruppo sociale (si veda Soldat) non sono (sol)tanto alternativi a quello di aventurier, quanto piuttosto integrati a esso, come due facce della stessa medaglia. Da un lato l’aventurier cerca di aprirsi una via di vita, cerca di darsi una vita altrimenti impossibile in contesti di origine fortissimamente disuguali, dall’altro il soldat è la figura di una base piramidale in cui il singolo aventurier vale poco o niente se non si unisce ad altri, non potrà sopravvivere se non ubbidisce, sa di avere poche speranze di riuscita. Se boza si riferisce all’atto di sfidare la frontiera, di tirare i dadi in una partita che si vince o si perde (si veda Boza), l’aventure inizia quando si lascia casa e ci si mette in una situazione di ricerca, senza una destinazione fissa, predeterminata. Il termine opera come un fattore distintivo che rimanda a due elementi: la dimensione generazionale, perché la popolazione degli aventurier è composta nella stragrande maggioranza da persone giovani dotate di una cospicua dotazione di capitale corporeo (forza fisica, resistenza, agilità, ecc.); e la classe sociale di appartenenza. Così da un lato troviamo gli aventurier (a volte anche designati come «quelli del deserto»), dall’altro gli studenti, quelli che si muovono con i visti e gli aerei. Una composizione sociale che ci permette di capire come le condizioni di mobility injustice configurino percorsi geografici e condizioni sociali di movimento radicalmente differenti già a partire dal paese di origine. Questa distinzione, se riafferma a volte un orgoglio subalterno, dall’altro offusca gli spazi di scambio e solidarietà che si danno in un contesto come quello tunisino in cui il razzismo di stato contro la popolazione black (si veda Black) non fa molti sconti in relazione ai documenti che si hanno in tasca. Sono tutti «oro nero» e in quanto tali vittime di deportazioni e tratta di stato verso la Libia (si veda Or noir). Capita allora che gli studenti e i loro spazi quotidiani divengano a volte un rifugio provvisorio per i loro fratelli più poveri, mettendo a disposizione abitazioni e relazioni. Gli stessi studenti quando prendono il mare divengono aventurier e bozayeur (si veda Boza). Aventure infine è riaffermare una sete di conoscenza e una forza dello spirito che spinge soggetti subalterni e razzializzati in una sfida continua al fine di cambiare la propria vita e quella delle proprie famiglie. Il termine, diffuso lungo tutte le rotte terrestri e marine nel Maghreb e in Africa subsahariana, è stato registrato dalla letteratura socio-antropologica più attenta sin dai primi anni 2000. ESEMPI DAL CAMPO Un viaggio ha una meta, l’avventura non ha destinazione. Cerchi solo una vita migliore, anche senza risorse ti metti in avventura. L’avventura è uno spirito, la capacità di far fronte all’ignoto. C’è il sogno, l’eldorado, per intraprendere il cammino, c’è la speranza che con la forza della volontà e la benedizione del cielo si arriverà in un luogo in cui i giorni saranno migliori. È uno stato dell’animo, più che un itinerario che si può descrivere. Prevede anche un pensiero da soldato, perché il cammino, si sa, è difficile. Come dice una canzone, «Io vado avanti con gli occhi chiusi» e un’altra ancora «La marcia indietro è rotta». Se sei aventurier non puoi che andare avanti. Intervista con il testimone numero 5 del rapporto State trafficking L’aventure è la stessa per le donne e per gli uomini. Ma alle donne viene chiesto di donare il corpo per ottenere qualche cosa. La donna ha più rischi dell’uomo quando decide di andare in avventura. Io stessa sono stata vittima di violenza sessuale. E se non sei sostenuta finanziariamente, la tua avventura è molto difficile. Dall’inizio della mia avventura non ho mai avuto sostegno, mi sono retta da sola, mi sono battuta da sola per arrivare sino in Tunisia. Per le donne è impossibile evitare la violenza sessuale, soprattutto nel deserto. E poi c’è la prostituzione, la donna si prostituisce per avere un po’ di denaro. La donna se non ha nessuno che la sostiene ha bisogno della prostituzione per avanzare nel cammino… Intervista con la testimone numero 2 del rapporto State trafficking  L’avventura? Il mio viaggio è stato… Andare verso nulla e senza niente e, quasi per magia, arrivare a una destinazione imprevista. Intervista con Kamto, una volta arrivato in Italia
Arnaqueur: la parola della promessa tradita
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu.  È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Arnaqueur è la prima parola. Quella che apre il Contro Dizionario.  L’ha redatta Enrico Fravega. L’ha ascoltata in Tunisia la prima volta, l’ha ritrovata nella pagina facebook di Marino Dubois, mama Africa, l’ha tessuta discutendo con le persone in movimento che ha incontrato negli Zitounes. Arnaqueur nomina una figura centrale e ambigua del viaggio: è chi regala la promessa di attraversare e al contempo tradisce la fiducia di chi parte. Non è solo un truffatore. È un nodo opaco delle reti informali che rendono possibile e al contempo rischiosa  la mobilità nel Mediterraneo Centrale.  La sua reputazione si costruisce sul tradimento di una promessa a cui non ha tenuto fede.  Le azioni dell’arnaqueur producono perdita economica per le persone in movimento e sono la traduzione di un mercato che, come tale, lascia spazio agli scambi, ma anche alla truffa. Come qualunque altro mercato.  Quando l’Arnaqueur viene identificato e denunciato, spesso tramite messaggi che passano sulle reti sociali come un tam tam, per lui è la fine. Esposto alla pubblica gogna, segnalato, isolato, paga il prezzo del suo inganno col corpo e con l’esclusione dalle reti sociali.  Questa voce  del Controdizionario mostra come il viaggio di chi cerca di arrivare in Europa non sia fatto solo di rotte e barche, di cammini, sentieri e strade percorse, ma di relazioni fragili, fiducia negoziata e violenze che passano anche attraverso le parole. ARNAQUEUR Utilizzato anche come sinonimo di voleur, escroc o fake-cokseur e derivato dal francese arnaquer («truffare»), questo termine, traducibile come «truffatore», identifica chi, attraverso il raggiro, trae un vantaggio economico dagli aventuriers che cercano di attraversare il Mediterraneo a partire dalle coste tunisine. Normalmente l’arnaque comporta la vendita di falsi passaggi per l’Europa, il mancato rimborso del denaro versato per il passaggio su tobà (si veda Tobà) non effettivamente partite, o la vendita di falsi visti che non va a buon fine. Può implicare anche il pagamento per beni che non sono poi resi disponibili (per esempio il mancato conferimento del motore fuoribordo o dei salvagenti). Molte delle piattaforme social che costituiscono l’infrastruttura informativa attraverso la quale bozayeurs (Si veda boza) e aventuriers organizzano la propria quotidianità e il proprio viaggio riportano dei veri e propri avis de recherche, corredati da tutte le informazioni necessarie a identificare l’arnaqueur, come nomi, cognomi, soprannomi, nazionalità, fotografie della persona e descrizione della truffa operata. La pubblicazione dell’avis de recherche si configura sia come una risorsa informativa per chi potrebbe trovarsi ad avere a che fare con il truffatore, sia come una forma di svalorizzazione del capitale sociale dell’arnaqueur. In questo senso l’avis de recherche si configura come una sorta di gogna social che permette l’identificazione dell’arnaqueur e, operando in modo non dissimile dal modo in cui funzionano le piattaforme di recensioni online (per esempio Tripadvisor, ma anche Google e lo stesso Facebook), rivela il ruolo cruciale della reputazione nelle reti informali attraverso cui prende forma il viaggio. Oltre alle sanzioni simboliche (biasimo e rifiuto sociale), qualora siano catturati, gli arnaqueurs possono essere soggetti a sanzioni negative economiche (multe) o fisiche. In altre parole, si applica loro il fakop (si veda Fakop). La figura dell’arnaqueur testimonia la densità e l’opacità delle relazioni che legano gli aventuriers alle reti degli intermediari che operano nello spazio stratificato delle migrazioni, e che si strutturano lungo linee reticolari legate all’amicizia, alla parentela, all’identità etnica o a relazioni di conoscenza maturate nel corso dei viaggi stessi. In questo quadro la rottura della relazione di fiducia attraverso la quale opera la truffa mostra l’importanza del legame sociale e delle forme di riconoscimento reciproco in tutte le interazioni e le negoziazioni che danno forma alla mobilità illegalizzata. ESEMPI DAL CAMPO TUNISIA…  Cocxeur disonesto  Nome: _viapi  Nazionalità: guineana  Era stato concordato che versassi il deposito il 10 seconda data il 20 ottobre… nessuna notizia nessuna risposta alle chiamate telefoniche arnaqueur. Mafia, come dice il tuo passeggero…  Post sulla pagina facebook marino dubois officiel
Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume a cura di Filippo Torre, è edito da Tamu.  È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. PRESENTAZIONE Cara lettrice, caro lettore,  quante volte hai preso in mano un dizionario? Sicuramente, hai iniziato da bambina. Se chiudi gli occhi, te ne ricordi il peso, la copertina rigida, l’odore delle pagine sottili ingiallite e sfogliate molte volte. Lo hai aperto per tradurre il mondo: le parole cercate, una alla volta, ti hanno salvato dall’incertezza, sciolto dubbi, rimesso ordine, riportato in un mondo sicuro perché comprensibile. Ti hanno regalato senso. Probabilmente più di uno, talvolta instillandoti il dubbio che del mondo non c’è un’unica versione possibile. In certi dizionari, pare che ogni cosa abbia il suo posto. Raccontandoti cosa vuol dire un termine che ti è sconosciuto, lo hanno trasportato da un’altra lingua che non è la tua. Ti hanno fatto viaggiare, ma solo per un breve momento.  Ora invece stai per entrare in un vocabolario che ti spingerà al movimento, un atlante linguistico che ti aiuterà a capire gli attraversamenti del Mediterraneo Centrale. Approfondimenti PAROLE IN MOVIMENTO: UN VOCABOLARIO PER CAPIRE LE FRONTIERE E CHI LE ATTRAVERSA Sul libro «Controdizionario del confine» Giovanna Vaccaro 15 Gennaio 2026 Lo farai attraverso le parole usate da chi migra cercando di raggiungere l’Europa a partire dall’Africa del nord, ma anche dalle persone che effettuano soccorsi in mare, da chi abita le isole, le comunità costiere, dai pescatori. Se l’hai visto in libreria e l’hai preso in mano, ti ha colpito la copertina di cartone color cartadazucchero, il dorso decorato da strane lettere che sembrano di un antico alfabeto, tanto antico quanto il movimento degli esseri umani su terra. Allora hai letto le parole, nella quarta di copertina. Se l’hai sollevato, ti ha sorpreso il suo formato tascabile e leggero e il titolo: Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale.  I dizionari classici portano verso o attraverso. Alcuni, come questo, Contro. Lo scoprirai qui, su Melting Pot, leggendo una voce alla volta per quarantadue settimane. Avrai la sensazione di trovarti in un mare aperto attraversato da rotte invisibili, pattuglie, attese, respingimenti. In questo spazio di limine, dove le frontiere non sono tracce ma pratiche, le parole possono aiutarti a non andare alla deriva. E per questo il Contro dizionario ti sarà utile. Questo testo non punta a nord: è una bussola strana. Non è rotta, nel senso che non va aggiustata. Però, come rotta, – nel senso di direzione – ti offre quarantadue parole, disposte in ordine alfabetico, come fari sparsi. Non sono le parole delle leggi, dei comunicati ufficiali o dei titoli di giornale. Sono invece quelle che circolano tra chi attraversa, soccorre, pesca, attende. Sono parole nate nel movimento, inventate, storpiate, riappropriate, ridisegnate, condivise da chi viaggia. Le si usa per indicare un alleato, riconoscere un pericolo, nominare una violenza o illuminare una speranza. Non è un dizionario che sta sulla cattedra: insegna, piuttosto, un sapere condiviso che ne ha permesso la scrittura.  Le sue parole rivendicano la forza della contaminazione tra tunisino, francese, italiano, siciliano. Sono libere e autentiche, perché portano dentro rabbia e desiderio, paura e ostinazione. Ti spostano, ti spingono a guardare il Mediterraneo centrale da un punto che raramente riesci a trovare nello spazio pubblico. Partono da una realtà: quella del confine come esperienza che attraversa i corpi, le lingue, le relazioni. Le sue parole sono strumento di sopravvivenza. In questo atlante linguistico, si scoprono le tracce lasciate da chi si muove in uno spazio che l’Europa rende sempre più mortifero, perché delega la violenza del controllo a polizie, governi e mercenari che eseguono e applicano le sue decisioni.  Attenzione: non si tratta di un manuale di magia. In quel caso, le parole raccolte come formule cancellerebbero la violenza. Qui, invece, la si nomina e la si riconosce. Se continuerai a leggere, scoprirai anche che questo Contro dizionario non serve solo a definire, ma a stare dentro: dentro un mare attraversato da disuguaglianze, dentro un linguaggio che resiste, dentro una mobilità che non accetta paralisi, che si oppone alla narrazione dominante fatta da un linguaggio che criminalizza “gli spostamenti di alcuni soggetti e gli sforzi di chi li sostiene”. L’autore è un intero equipaggio, quello della Tanimar. “Sembrano pirati”, avrai pensato. La ricerca da cui prende forma è collettiva, coordinata dalle università di Genova e Parma, attraversata da ricercatrici e ricercatori con sguardi, strumenti ed esperienze differenti, capaci di muoversi secondo traiettorie variabili. Dal 2021, gli autori hanno percorso il Mediterraneo centrale seguendo rotte molteplici in questo mare. Non hanno semplicemente osservato luoghi, piuttosto, seguito i movimenti di chi lo attraversa. In due occasioni il lavoro sul campo si è svolto a bordo di una barca a vela, la Tanimar, che ha dato nome all’autore collettivo di questo Contro dizionario: un equipaggio di ricerca in navigazione per un’etnografia del mare. Ma i ricercatori non sono gli unici autori. Le parole sono scritte a più mani, insieme a chi quelle parole le vive e le trasmette: persone in viaggio esperte di viaggio, magici narratori incontrati lungo il percorso, soggetti collettivi impegnati in pratiche di testimonianza, singole persone in viaggio ma anche soggetti dentro progetti abolizionisti collettivi, quali i corrispondenti della pagina Instagram The Routes Journal o i testimoni del rapporto State Trafficking. Gli incontri che lo hanno generato non sono episodici: sono trama continua di relazioni. Un lessico costruito camminando e stando accanto, seguendo parole che, come le persone, restano in movimento. Se queste persone non esistessero, il Contro dizionario non ci sarebbe. Non esisterebbe la copertina blu cartadazucchero, le quarantadue voci, ma neanche la descrizione di quel movimento e la narrazione profonda che descrive il confine. Non ci sarebbe il significato delle parole, ma anche il loro uso sociale e il loro potenziale di rottura.  Ora, caro lettore, cara lettrice, puoi finalmente iniziare. Comincia la prefazione e dalla settimana prossima il Contro dizionario ti lancerà all’aventure. PREFAZIONE DEL LIBRO  di Georges Kouagang In Camerun esiste una lingua chiamata camfranglais, talvolta chiamata francanglais o francamglais; è una forma mista, un vernacolo urbano nato dall’incrocio tra francese camerunense, inglese camerunense, Cameroonian Pidgin English ed elementi di lingue indigene del Camerun. Nasce come codice pratico e creativo utilizzato soprattutto dai giovani nelle aree urbane dove coesistono francofoni e anglofoni. Il camfranglais ha iniziato a emergere a metà degli anni ’70, subito dopo la riunificazione tra l’ex Camerun francese e l’ex Camerun inglese. È nato nei mercati, porti, scuole e stadi delle grandi città camerunensi. La sua popolarità è cresciuta dalla fine degli anni ’90 grazie anche al suo utilizzo nella musica urbana da musicisti come Koppo, Krotal e Ak Sang Grave, e anche da parte di alcuni scrittori. Spesso adoperato dai giovani (in particolare tra i dodici e i ventisei anni), è stato inizialmente più usato dagli uomini ma oggi più anche dalle donne. In contesti scolastici (soprattutto secondari) diventa un linguaggio nascosto utile per conversazioni tra coetanei, anche per comunicare in modo criptico rispetto agli adulti. Sul web e sui social è ampiamente presente, contribuendo alla formazione di un’identità urbana moderna, distaccata dai contesti coloniali o etnici. Mi chiamo Georges. Sono nato in Camerun e per anni ho lottato per i diritti del mio popolo. Sono un attivista; parlavo troppo, forse, in un paese dove la verità fa paura. Nel 2011 sono stato costretto a fuggire. La mia voce era diventata pericolosa. La mia vita un bersaglio. Ricordo ancora il giorno in cui ho lasciato casa. Non avevo niente con me, solo la speranza e una convinzione profonda: non sarei morto in silenzio. Il mio viaggio verso l’Europa è cominciato così. Lungo, difficile, spesso disumano. Attraversare il deserto, dormire sotto le stelle o sotto i colpi della polizia, ho sempre cercato di sopravvivere. Durante quel cammino ho imparato una parola nuova. Una parola che circolava sottovoce, come una formula segreta tra noi migranti: boza. La sentii per la prima volta in Camerun ma il suo vero significato lo capii in Marocco. Boza voleva dire «saltare il muro», entrare in Europa senza pagare, senza documenti, senza passare dalle mani dei trafficanti. Era il sogno di attraversare Melilla o Ceuta e gridare «ce l’ho fatta!» al mondo intero. Boza era libertà. Ma anche dolore. Con il passare del tempo la parola è cambiata. È diventata boza free, che significava più genericamente superare il confine via terra o via mare senza soldi, solo con il coraggio, solo con i piedi, solo con la voglia di vivere. Era un codice, una chiave che – come il camfranglais – usavamo tra noi, persone in movimento, persone che il mondo non voleva vedere e non vuole nemmeno oggi. Tra noi le parole erano un mezzo di comunicazione sicuro, invisibile agli occhi degli altri. Boza non era solo un termine: era una promessa. Una parola nata dalla strada, destinata a cambiare, a trasformarsi, come noi. Oggi sono in Italia. Vivo, continuo a lottare ma in un altro modo. Ogni tanto chiudo gli occhi e torno lì con la mente, a quel viaggio, a quel deserto, a quel confine. E sento ancora boza risuonare nella mia testa. Non è solo un ricordo: è la mia storia. È il mio nome inciso sulla strada verso la libertà. Ogni viaggio porta con sé una lingua. Una lingua fatta non solo di suoni e grammatica ma di urgenze, paure, speranze. Questo controdizionario nasce dall’ascolto di quelle parole che, troppo spesso, non trovano spazio nei documenti ufficiali, nei notiziari o nelle statistiche. Sono le parole dei migranti in transito: termini inventati, adattati, presi in prestito o trasformati, che circolano nei campi informali, nei centri di accoglienza, lungo le frontiere e nei luoghi di attesa. Parole che raccontano la geografia del viaggio, i rapporti di potere, la solidarietà, le strategie di sopravvivenza. A volte sono parole in codice, altre volte piccoli lampi poetici in mezzo al trauma. Raccoglierle non è solo un fenomeno linguistico: è un atto politico. Significa riconoscere che anche in condizioni estreme le persone continuano a nominare il mondo, a reinventare il linguaggio per raccontarsi e orientarsi. Significa accettare che esiste un vocabolario parallelo, precario, ma straordinariamente vivo, che nasce ai margini dei confini, nei silenzi delle istituzioni, nelle pieghe del quoti- diano. Il controdizionario non vuole tradurre i migranti ma piuttosto aprire un varco di ascolto. Ogni parola è qui accompagnata dal suo contesto, dalla sua origine, dalla voce di chi l’ha usata o raccolta. Perché capire queste parole non significa solo comprendere un lessico: significa comprendere una condizione umana. A chi legge, l’invito è di entrare in queste pagine con attenzione e rispetto. Non si tratta solo di parole: si tratta di vite che continuano a parlare anche quando il mondo sembra non volerle ascoltare.
La favola dell’Europa: Frontex e le politiche europee
La prova dell’efficacia delle politiche di controllo, cooperazione con i Paesi terzi ed esternalizzazione delle frontiere esiste. I dati diffusi da Frontex il 15 gennaio 2026 lo rivelano: parlano di un calo del 26% degli attraversamenti irregolari verso l’Unione Europea. Ma qual è il costo umano di questa diminuzione? Accordi con Libia e Tunisia, delocalizzazione delle procedure d’asilo, ricatto degli aiuti allo sviluppo, invisibilizzazione delle persone migranti. Violenze, detenzioni, respingimenti e migliaia di morti nel Mediterraneo e alle frontiere sono taciuti dietro i numeri in diminuzione.  La narrazione securitaria trasforma la mobilità umana in minaccia e l’Europa in una fortezza che misura il proprio successo sulla capacità di respingere e mai su quella di proteggere. Se le cifre degli ingressi calano, la ragione è semplice: le vite delle persone in movimento si spezzano fuori le mura della fortezza nel tentativo di entrare. PH: Roberta Derosas FRONTEX E L’EUROPA CHE DEVE RIMANERE PREPARATA Sono del 15 gennaio 2026 i numeri diffusi da Frontex 1 e rilanciati dall’ANSA 2. Parlano chiaro, ci fanno davvero tirare un sospiro di sollievo. Ci danno la certezza della salvezza dall’orda di persone che cercano disperatamente di entrare nella nostra perfetta fortezza. Nell’ultimo comunicato stampa di qualche giorno fa, l’agenzia Europea Frontex dichiara che nel 2025 gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Unione europea sono diminuiti del 26%: circa 178 mila persone. Meno della metà rispetto al 2023. Il livello più basso dal 2021. Uno “sviluppo significativo” si dice. È la prova che la strategia adottata negli ultimi anni sta finalmente dando i risultati voluti. Una strategia fatta di rafforzamenti dei controlli, di cooperazione con i Paesi terzi, di presenza operativa di Frontex sul campo. Una politica che si realizza su alcuni pilastri fondamentali: la Cooperazione con i Paesi di Transito, la Creazione di “Zone Cuscinetto“, la Delocalizzazione delle Procedure, il ricatto degli aiuti allo sviluppo. Il cuore di questa politica? Non solo uno, ma molti. Accordi bilaterali o multilaterali. Lo Stato di destinazione fornisce finanziamenti, equipaggiamento (motovedette, droni, radar) e addestramento alle forze di polizia o alle guardie costiere dei paesi terzi. In cambio, questi ultimi si impegnano a impedire le partenze dai loro porti o confini; intercettare i migranti in mare o nel deserto, riammettere sul proprio territorio i cittadini espulsi. Si pensi a quello che succede con Libia e Tunisia, custodi ufficiali delle nostre frontiere, che però trasformano sotto i nostri occhi la vita delle persone che migrano in un vero e proprio inferno di compravendita, schiavitù, morte. Ma anche la delocalizzazione delle procedure, che permette di spostare l’esame delle domande d’asilo in centri situati fuori dal territorio nazionale. Un esempio recente e chiaro tra tutti: il celebre centro in Albania che tratta le domande che arrivano dall’Italia. Un modo, tra gli altri, di rendere invisibile e sconosciuto un altro essere umano. Banale. Se l’altro non ha volto, tutto diventa possibile contro di lui. Se lo si rende anonimo, lo si può privare di ogni diritto. Lo diceva anche H. Arendt. Anche il ricatto economico però è un’idea interessante. Di fatto significa che gli aiuti economici e i visti commerciali per i paesi in via di sviluppo vengono vincolati alla loro capacità di gestire la migrazione. Se un paese non collabora nel bloccare le partenze, rischia di perdere finanziamenti internazionali. È un’idea in fondo vecchia come il mondo e assolutamente attuale: le vite umane contano come merce di scambio da vendere, scambiare, bloccare, controllare. Controllo ed esternalizzazione delle frontiere. Si tratta di una politica efficace che però tace questioni di una certa rilevanza: la tutela dei diritti fondamentali. Mette in silenzio il costo umano delle politiche di contenimento e l’effetto della progressiva normalizzazione dell’approccio securitario alla mobilità. MEDITERRANEO CENTRALE: CALO DEI NUMERI, AUMENTO DELLE VIOLENZE, ROTTE CHE CAMBIANO, PRESSIONE CHE SI SPOSTA Nel breve aggiornamento di Frontex del 15 gennaio 2025, si sottolinea il calo complessivo degli ingressi irregolari e tutta la preoccupazione di continuare a rafforzare le politiche di contenimento e controllo. L’aggiornamento continua: Nel 2025 il Mediterraneo centrale è rimasto la rotta migratoria più attiva verso l’UE, con livelli di individuazione sostanzialmente in linea con il 2024. Le partenze dalla Libia sono rimaste un fattore chiave che ha plasmato i movimenti verso l’Italia. Sulla rotta del Mediterraneo orientale, le rilevazioni sono complessivamente diminuite, continuando una tendenza al ribasso. Le partenze dalla Libia continuano a rappresentare il principale fattore che plasma i movimenti verso l’Italia e confermano il ruolo centrale di un Paese che, pur non garantendo alcuna tutela per le persone migranti, è diventato il pilastro delle politiche europee di esternalizzazione delle frontiere. Eppure, cosa accade prima e dopo l’attraversamento verso la fortezza?  Non si citano le intercettazioni in mare da parte dello stato tunisino, la compravendita di esseri umani alla frontiera con la Libia, i mesi trascorsi nei centri di detenzione libici, le violenze documentate da organizzazioni internazionali, i respingimenti. Non si cita il fatto che tutto questo è reso possibile dalla cooperazione tra autorità europee e guardia costiera libica e tunisina. La diminuzione degli arrivi non equivale a una riduzione della sofferenza, ma convalida la persistenza di una rotta che distrugge, prima ancora della possibilità di movimento, il diritto alla dignità e alla vita di esseri umani che cercano di arrivare in Europa. Esiste un vuoto di garanzie che la cooperazione con i Paesi di origine e di transito genera. Il calo degli arrivi è solo la parte più superficiale e visibile, ma quella che a molti piace ascoltare, perché rafforza l’idea di un sistema che tiene al sicuro all’Europa. E poi chi lo dice quanti sono i morti che abbassano le cifre di chi arriva? Chi conta quei corpi che non arriveranno mai? Ridurre la “pressione” significa spesso impedire alle persone di raggiungere il territorio europeo senza offrire alternative legali e sicure. Significa delegare il controllo delle frontiere a Paesi in cui l’accesso all’asilo è inesistente e in cui i respingimenti collettivi sono una pratica diffusa.  Frontex avverte che la situazione alle frontiere europee rimane incerta. La pressione migratoria può spostarsi rapidamente da una rotta all’altra, modellata da conflitti, instabilità e reti di trafficanti. L’Unione europea sta già affrontando i tentativi di attori ostili di sfruttare i flussi migratori per esercitare pressioni sulle frontiere esterne dell’UE.  Già: la pressione migratoria cambia rotta. Perché le persone che migrano si adattano e modificano le rotte per tentare di arrivare. Se una strada viene chiusa o resa più difficile, se ne aprono altre, spesso più lunghe e pericolose. Ci sono le reti di trafficanti. Ci sono attori ostili che minacciano. Frontex sottolinea i forti cali registrati su altre direttrici: -63% sulla rotta dell’Africa occidentale, -42% su quella dei Balcani occidentali, diminuzioni significative anche nel Mediterraneo orientale., ma emerge un dato che conferma quanto la pressione migratoria perché gli attraversamenti dalla Libia orientale verso l’isola di Creta sono più che triplicati. IL 2026 E IL PATTO SU MIGRAZIONE E ASILO. NUMERI IN CALO, MORTI CHE NON SCOMPAIONO Secondo Frontex, il 2026 sarà un anno cruciale. A giugno entrerà pienamente in vigore il Patto europeo su migrazione e asilo, insieme a strumenti come il sistema di ingressi/uscite (EES) e il lancio di ETIAS 3 . Per l’Agenzia, sono passaggi necessari per “rimanere preparati” di fronte a possibili cambiamenti improvvisi dei flussi. Patti che promettono efficienza e controllo, ma non cancellano dubbi sulla reale capacità di garantire protezione e standard di accoglienza adeguati. In mare, i rischi rimangono gravi, con bande criminali di contrabbando che spesso costringono le persone a tentare pericolose traversate in barche sovraffollate e indegne di mare. Secondo le stime dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, almeno 1 878 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo nel 2025, rispetto alle 2 573 dell’anno precedente. Gli aerei e le navi Frontex sostengono le autorità nazionali individuando le imbarcazioni in pericolo e condividendo tali informazioni in tempo reale, contribuendo a migliorare la conoscenza situazionale e la preparazione in materia di ricerca e soccorso. Nel 2025 almeno 1.878 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. Un numero ufficiale inferiore a quello del 2024, che non comprende i dispersi e le morti non raccontate, le stragi di Stato e i naufragi causati da chi fa morire in mare chi cerca di partire. Ne parlano State Trafficking e anche l’ultimo rapporto di Amnesty International sulla Tunisia 4. Frontex allora ricorda il proprio ruolo di supporto alle autorità nazionali nelle operazioni di ricerca e soccorso, attraverso sorveglianza aerea e marittima e condivisione di informazioni. Ma chi sono le bande criminali citate da Frontex? Nelle testimonianze di persone che hanno tentato il viaggio, i responsabili di naufragi e incarcerazioni sono anche gli agenti di Stato in Tunisia e Libia.  DIETRO LE RILEVAZIONI, LE PERSONE “Rilevamenti” e “Attraversamenti irregolari”. Persone, spesso provenienti da Bangladesh, Egitto e Afghanistan, le tre nazionalità più frequentemente individuate nel 2025. Persone la cui storie di guerre, crisi economiche, persecuzioni e mancanza di prospettive genera la partenza. Le voci di queste persone trovano spazio nei comunicati ufficiali?  La tendenza si sta muovendo nella giusta direzione, ma i rischi non scompaiono”, ha dichiarato il direttore esecutivo di Frontex Hans Leijtens. “Questo calo dimostra che la cooperazione può produrre risultati. Non è un invito a rilassarsi. La nostra responsabilità è stare all’erta, sostenere gli Stati membri sul campo e garantire che l’Europa sia pronta per nuove sfide alle sue frontiere.” “Rimanere preparati riguarda le scelte pratiche”, ha aggiunto Leijtens. “Significa funzionari in servizio, mezzi pronti e stretta cooperazione con le autorità nazionali e i partner al di fuori dell’UE. È così che Frontex aiuta l’Europa a rimanere pronta per ciò che verrà dopo. Le parole di Hans Leijtens sembrano un comunicato di guerra. Stare all’erta, i rischi non scompaiono. Si potrebbe quasi tradurre in: “Prepariamoci a un’orda di barbari”.  Le parole del direttore di Frontex evocano un immaginario preciso: quello di un impero sotto assedio. Il calo degli arrivi diventa la prova che le mura tengono, che le alleanze con i territori di confine funzionano. Un monito a non abbassare la guardia. I migranti diventano così una minaccia neanche troppo latente, una massa potenzialmente destabilizzante che può riapparire in qualsiasi momento, da contenere e respingere con soldati schierati, mezzi pronti e una sorveglianza permanente. Un’Europa in assetto di guerra che dispiega una difesa militare contro chi prova ad attraversare il confine.  La mobilità umana, ma solo della popolazione che arriva dal sud, è un pericolo. L’Europa è una fortezza invincibile e restituisce la grandezza del proprio successo sull’efficienza con cui respinge non sulla qualità di come accoglie. Parla di scelte politiche precise, che privilegiano il controllo alla protezione e la negazione dei diritti, veicola e descrive la migrazione come una minaccia da contenere, finge di credere che la difesa determina la protezione. Ma di chi? Non certo delle vite che restano sospese, non delle rotte sempre più pericolose.  Nel frattempo, chi cerca di migrare, continua a morire. E non solo quando attraversa il mare. Ma, in Europa, dentro la fortezza, vissero tutti felici e contenti. 1. Frontex: Irregular border crossings down 26% in 2025, Europe must stay prepared (15.01.2026) ↩︎ 2. Frontex, gli ingressi irregolari nell’Ue calati del 26% nel 2025, Ansa (15 gennaio 2026) ↩︎ 3. L’entrée en service progressive des systèmes EES et ETIAS, Ministero dell’Europa e degli affari esteri del Governo Francese ↩︎ 4. Consulta il rapporto ↩︎
Morti senza necrologio. I naufragi invisibili nel Mediterraneo centrale
Otto casi SAR hanno segnalato la scomparsa in mare di centinaia di persone partite da Sfax, in Tunisia, nel Mediterraneo centrale in tempesta. A Malta, il soccorso di un solo superstite tra 50 persone a bordo, partito dalla Tunisia. A Lampedusa sono arrivate 61 persone migranti, ma due gemelline che erano a bordo sono disperse. Stragi invisibili, rese possibili dall’assenza di vie legali e sicure di accesso all’Europa e dalla trasformazione del mare in confine fortificato, dove le morti restano senza nome e senza necrologio. > 🔴 380 Persone disperse in mare: mancano all'appello da dieci giorni. > > Un unico dispaccio di allerta a "tutte le navi in area" raggruppa ben otto > casi SAR per otto imbarcazioni che nei giorni scorsi hanno preso il largo da > Sfax 🇹🇳 > > Il dispaccio SAR – trasmesso in data odierna… pic.twitter.com/iGKeoux3gS > > — Sergio Scandura (@scandura) January 24, 2026 14 gennaio  * 20:00 UTC (#SARCASE69) 36 persone, barca in ferro, partite da Sfax * 21:00 UTC (#SARCASE58) 42 persone, gommone, partite da Sfax * 21:00 UTC (#SARCASE57) 53 persone, barca in ferro, partite da Sfax * 21:00 UTC (#SARCASE56) 45 persone, barca in ferro, partite da Sfax 18 gennaio  * 18:00–19:00 UTC (#SARCASE81) 45–50 persone, partite da Sfax 20 gennaio  * 01:00 UTC (#SARCASE80) 51 persone, barca in ferro, partite da Sfax 20 gennaio *  00:00 UTC (#SARCASE85) 54 persone, imbarcazione non definita, partite da Sfax 21 gennaio *  02:00 UTC (#SARCASE88) 49 persone, barca in ferro, partite da Sfax Questo è l’elenco dei Casi SAR trasmesso il 24 gennaio 2026 sulla rete InmarSAT dal centro di Coordinamento e Soccorso ITMRCC della Guardia Costiera Italiana, unico dispaccio di allerta a “tutte le navi in area” e reso noto dal giornalista di Radio Radicale Sergio Scandura. Raggruppa ben otto casi SAR, per otto imbarcazioni tutte salpate nei giorni scorsi da Sfax, porto noto della Tunisia per le partenze delle persone migranti che cercano di arrivare in Europa. I dispersi in mare mancano all’appello da dieci giorni. Erano partiti quando il Mediterraneo centrale era spazzato da venti estremamente violenti e le onde pare abbiano raggiunto più di 7 metri di altezza. Col mare in queste condizioni, esistono poche speranze di ritrovare qualcuno ancora in vita. Una barca solida farebbe fatica ad affrontare quel mare e le imbarcazioni che partono dalle coste del nord Africa sono fatiscenti, incapaci di garantire sicurezza. Gommoni sgonfi, barche di lamiera mal saldata, sottili come carta velina. Sovraccariche.  Generalmente, le persone che vi imbarcano non hanno giubbotti di salvataggio. Nel migliore dei casi, copertoni neri che indossano incastrandoli tra una spalla e la testa. Pezzi di gomma incapaci di tenerli a galla. Se ne vedono tanti quando si partecipa alle operazioni di soccorso in mare, o navigando nel Central Med. Resti trasportati dalla corrente.  Ph: Roberta Deroras (le immagini si riferiscono ad una precedente operazione SAR) A questi numeri, ne vanno aggiunti altri. Associated Press ha dato notizia di un uomo, unico superstite di un’altra strage. È stato soccorso in zona SAR maltese il 23 gennaio. Ha raccontato di essere l’unico tra i 50 a bordo: partiti dalla Tunisia, la loro barca è stata ribaltata dalla furia delle onde. Altri 49 dispersi, dunque. A questi, vanno sommate anche due bambine, gemelle di un anno: sono state ingoiate dal mare. Navigavano con altre 61 persone, tra cui la loro madre e circa 22 minori non accompagnati e due bambini: sono stati soccorsi e sono approdati a Lampedusa il 23 gennaio. Ne ha dato notizia Save The Children, informando anche della morte di un uomo avvenuta poco dopo l’arrivo a terra. I sopravvissuti hanno raccontato di essere partiti dalla Tunisia e di avere affrontato per almeno tre giorni il mare in tempesta.  Numeri e frammenti di storie che dipingono un quadro drammatico nel Mediterraneo centrale, perché intere imbarcazioni rischiano di scomparire senza lasciare traccia, se non in un dispaccio satellitare o nel racconto spezzato di chi, per caso, riesce a sopravvivere. Di queste morti, si dirà che i responsabili sono i trafficanti di esseri umani, che caricano le imbarcazioni fino a sfinirle, in cambio di denaro e di una promessa di salvezza. Uomini senza scrupoli. Ma i trafficanti esistono anche perché non ci sono vie sicure e legali di partenza, perché l’Europa è una fortezza, perché accordi e memorandum con i Paesi di transito e di origine mirano a trattenere le persone lontano dai confini europei. A qualunque costo. È proprio in questo sistema di chiusure, respingimenti, esternalizzazione delle frontiere europee e assenza di alternative legali e sicure, che queste traversate continuano ad esistere. E con queste, le stragi e i morti che il mare si ingoia. 380 persone sono dichiarate disperse. Una strage. Una ferita dolorosa. Ma ieri il ministro Piantedosi, come riportato da Mediterranea, dichiara: “A gennaio 2026 siamo alla metà degli arrivi dell’anno scorso. Un grande successo”. Successo?  A che prezzo diminuiscono gli ingressi? Continuare a documentare queste vite disperse è un atto di responsabilità civile: per sottrarre queste morti all’oblio, per riconoscere valore ad ogni esistenza perduta e rivendicare il diritto alla verità, anche quando il mare cancella le prove. Io vorrei poter scrivere il nome di ogni essere umano disperso e un necrologio per ciascuna delle persone che non c’è più: indicarne il nome, l’età, la provenienza. Per onorare la vita che ha preceduto la morte, restituire dignità ad esseri umani a cui è stata loro sottratta.  Senza corpi e senza nomi, il lutto resta sospeso e anche la morte rischia di diventare invisibile. Per rendere loro onore, lascio parola a V., donna camerunense: anche lei, partita da Sfax tentando di arrivare in Europa, ha fatto naufragio. Lei non è morta in mare: riportata a terra, è stata arrestata e venduta dalla Garde Nationale tunisina alle milizie libiche. Così parla dei morti del Mediterraneo, nell’ultima strage: Potrebbe essere tua sorella, tuo fratello, tua moglie, tua cugina, tuo cugino… Partiti per un viaggio senza ritorno, soprattutto travolti dal mare, là dove non puoi nemmeno gridare aiuto… e dove nessuno esce a salvarti. L’acqua è senza limiti. Anche se mostri tutta la tua forza, l’acqua ti trascina e sarai sempre esausto. Sono naufragata nel mare Mediterraneo, miei cari fratelli e sorelle, e non è stato facile. Le lacrime mi salgono agli occhi quando ci penso. Immagino quante volte abbiano sofferto prima che la morte arrivasse. Dio, volgi il tuo sguardo verso di noi qui. Dietro di noi, nulla va bene. Ecco i tuoi figli rimasti nell’acqua, mio Signore. Che le loro anime riposino in pace nel regno dei cieli e che la tua pace consoli il cuore delle loro famiglie.
Le fosse comuni che l’Europa non vede
Una fossa. Un rettangolo scavato nella sabbia. A vederlo, non sembra neppure tanto profondo.  Al suo interno ci sono corpi. Sono incastrati tra loro, con precisione, con ordine. Sembrano ebano e argilla. Distesi uno accanto all’altro, compatti, rigidi, in un abbraccio involontario. Come viaggiatori stipati in un vagone che non li ha mai portati a destinazione, hanno le gambe intrecciate e le schiene curve. Sembrano sospesi in un’attesa che non ha fine. Una coperta rossa copre i volti di alcuni. Chissà se per decenza, pudore, vergogna. Intorno, il deserto vasto, indifferente. Qualche rifiuto attorno. Le persone in piedi ai bordi della fossa restano ai margini del perimetro. Stivali, guanti, una tuta bianca. Oggetti che fanno pensare che una procedura è in corso: quella di sottrazione alla polvere del deserto di resti umani. Per loro il viaggio nel tentativo di arrivare in Europa è finito in quel buco. La sabbia sembra cancellarne i contorni, trasformarli, rendendo ancora più anonimi questi esseri umani uccisi dalla violenza, dalle torture. Perché neri, perché migranti. Perché venduti, merce da liberare previo riscatto. Morti con la complicità dell’Europa che finanzia e finge di non sapere cosa accade in Libia.  L’immagine risale a pochi giorni fa, al 16 gennaio 2026. Sono tutte visibili nella pagina social del Attorney General Office – State of Libya ovvero l’Ufficio del Procuratore Generale dello Stato della Libia. Corpi rigidi dentro sacchi neri, corpi nella fossa, corpi morti. Poi ce n’è un’altra: qui si intravede un uomo morto, coperto di terra e polvere. Il volto è volutamente sfuocato per nascondere dettagli sensibili. Accanto a questo essere umano,  un cartoncino bianco: c’è scritto il numero 14, a mano, in blu. Quel numero sarà il suo nome. Le immagini raccontano fatti avvenuti nelle aree di Ajdabiya e Kufra, in Libia. Riportano al centro dell’attenzione una realtà conosciuta da troppo tempo, ma spesso taciuta. Insabbiata, val la pena di dirlo. Parlano di un sistema di detenzione e sfruttamento dei migranti in questo paese, una pratica strutturale, violenza sistemica lungo le rotte migratorie verso l’Europa. Sono passati pochi giorni dalla diffusione della notizia che ha annunciato il ritrovamento di almeno 21 corpi di migranti. Sono stati tutti rinvenuti in una fossa comune nei pressi di Ajdabiya, nella provincia di Brega, Libia orientale, dopo che le autorità hanno fatto irruzione in una fattoria dove i 195 sopravvissuti hanno denunciato torture e abusi. Proprio loro, uomini, donne e bambini, in pessime condizioni, hanno riferito alle autorità che altri migranti trattenuti con loro erano scomparsi. Ingoiati dalla sabbia di quel deserto arancione. Le dichiarazioni dei sopravvissuti hanno portato le forze di sicurezza alla scoperta della fossa comune.  Secondo quanto anche comunicato dall’OIM, le indagini preliminari indicano che le vittime erano state tenute in cattività e torturate per costringere le famiglie a pagare riscatti. Una pratica nota e ampiamente documentata in Libia. A distanza di qualche giorno, in una seconda operazione, condotta a Kufra, le forze di sicurezza hanno scoperto un centro di detenzione illegale sotterraneo, scavato a circa tre metri di profondità. Presumibilmente gestito da una rete libica di trafficanti di esseri umani 1. Qui sono state liberate 221 persone detenute in modo illegale. Tra loro, donne e bambini, incluso un neonato di appena un mese. Le prime informazioni parlano di una detenzione prolungata in condizioni di estrema disumanità; almeno dieci persone hanno dovuto essere trasferite con urgenza in ospedale. «Questi casi scioccanti mettono in luce i gravi rischi affrontati dai migranti che cadono preda delle reti criminali operative lungo le rotte migratorie», ha dichiarato Nicoletta Giordano, Capo Missione dell’OIM in Libia. Sul campo, le équipes dell’OIM hanno fornito assistenza immediata alle persone liberate, con screening sanitari, invio dei casi più gravi alle strutture ospedaliere e distribuzione di indumenti e beni di prima necessità.  Il contesto drammatico in cui queste persone si trovano, segnato da violenze e abusi, riemerge per un istante, insieme a questa notizia. Mi chiedo quanti racconti di persone migranti parlano di questo sistema disumano che continua a prosperare nell’impunità. La cooperazione europea con la Libia sul controllo delle frontiere e il contenimento delle partenze continua a sollevare interrogativi profondi sulla corresponsabilità dell’Unione europea e degli Stati membri. Questa alleanza, infatti, non solo facilita il rimpatrio di migranti, ma contribuisce anche a perpetuare una situazione di grave violazione dei diritti umani. Ricorda la complicità della Fortezza europea rispetto alle violazioni sistematiche dei diritti umani subite dalle persone in movimento. Apre gli occhi, ancora, sull’assoluta negazione del diritto alla dignità e alla vita riservata a chi cerca di arrivare in Europa.  Questi omicidi, ennesimi di una lunga serie che di solito non fa notizia, sono avvenute in una zona che si trova sotto il controllo del regime del generale Khalifa Haftar. L’Italia «sta avviando o rafforzando nuovi accordi economici e militari, inclusi quelli in materia di cosiddetto “contrasto all’immigrazione clandestina”» con questo stesso regime, secondo quanto affermato da Mediterranea Saving Humans. Non c’è molto da aggiungere alle dichiarazioni fatte dalla Ong che sottolinea:  «Un sistema che favorisce la proliferazione di criminali trafficanti di esseri umani, diretti responsabili di uccisioni e fosse comuni come quelle appena scoperte. Un sistema costruito anche dai governi e dalle istituzioni europee. Le politiche di esternalizzazione delle frontiere, i respingimenti per procura, il finanziamento della detenzione e la negazione del diritto d’asilo rendono questi crimini prevedibili e ripetuti». Dopo questa scoperta raccapricciante, una domanda continua a restare senza risposta: fino a quando ancora?  Perché, mentre si finge di credere che la risposta al traffico di esseri umani sia nei pushback, nel controllo del movimento, negli accordi con i paesi terzi che ci fanno da frontiera, a qualunque costo, la vita e la libertà di migliaia di persone si perde tra la sabbia del deserto e quella del mare, tra fosse comuni e profondità del Mediterraneo Centrale. Notizie LIBIA ORIENTALE, FOSSE COMUNI E CENTRI DI DETENZIONE “CLANDESTINI” La denuncia di Mediterranea mentre Italia e UE rafforzano la “cooperazione” con il governo di Haftar Redazione 22 Gennaio 2026 1. Si veda: The National Institution for Human Rights in Libya ↩︎
Dare i numeri sulla Libia
A partire dall’ultimo Displacement Tracking Matrix (DTM) – Round 59 dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni 1, si propone una lettura critica dei numeri utilizzati per descrivere la presenza migrante in Libia. In un contesto segnato da violenze sistematiche, frammentazione istituzionale e accesso umanitario ridotto, la produzione stessa dei dati e la loro lettura è fondamentale perché propone una lettura della realtà. Ma se molte persone restano fuori da ogni rilevazione perché intercettate, detenute arbitrariamente, intrappolate in circuiti informali di sfruttamento o costrette a una mobilità continua cosa raccontano le cifre? E ancora: l’assenza strutturale di dati è neutra? I numeri, indispensabili, se parziali, finiscono così per produrre un’illusione di conoscenza e  non descrivono quel  mondo in cui le violazioni dei diritti umani restano sistematicamente invisibili. PH: A.S. PH: B.M. Numeri. Dati.  Si usano per descrivere la realtà quando si parla di migrazione e persone in movimento. Tracciarle è complesso e forse ora avrebbe più senso parlare di people intercepted o blocked e non people on mouv. Perché questo è il loro attuale destino: restare bloccate tra Tunisia e Libia. Cifre che non sono mai precise, ma sempre troppo approssimative.  «Migrant report Round 59 (august-october 2025)» del programma Displacement Tracking Matrix (Dtm) dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) è un rapporto 2 edito il 22 dicembre 2025 e riguarda le persone migranti provenienti dall’Africa sub- sahariana. Sul piano metodologico, Mobility Tracking del Dtm raccoglie dati con cadenza bimestrale attraverso interviste a non ben definiti informatori chiave a livello municipale e comunitario e dichiara di coprire formalmente tutte le 100 municipalità libiche.  In quest’ultimo report di OIM, si racconta che in Libia sono stati identificati 928.839 migranti nel periodo compreso tra agosto e ottobre 2025. Rispetto alla precedente rilevazione, si assiste ad un aumento: nel Round 58 3, che raccoglie dati tra maggio-luglio 2025, si parlava di 894.890 presenze. Si tratta di una stima che riguarda persone migranti presenti sul territorio libico, censite in 100 municipalità e appartenenti a 44 nazionalità. Le comunità più numerose provengono da Sudan (36%), Egitto (20%), Niger (19%), Ciad (9%) e Nigeria (3%). Un elemento centrale del quadro delineato dall’Oim è la condizione socio-economica: il 74% dei migranti risulta senza lavoro, una situazione che aumenta l’esposizione allo sfruttamento, alla detenzione arbitraria e alla violenza. Ovviamente, la grande maggioranza sono uomini, sfruttati nei lavori edili. Nel Displacement Tracking Matrix (Dtm). Round 59, dal punto di vista geografico, si racconta che la Libia occidentale resta l’area a maggiore densità migratoria, con il 52% delle presenze. Segue la Libia orientale, che ospita il 37% del totale, un dato che riflette il crescente ruolo della Cirenaica come snodo logistico delle rotte migratorie. Le regioni meridionali del Fezzan, pur essendo punti chiave dei transiti transfrontalieri, concentrano circa l’11% dei migranti. Il report segnala inoltre una persistente concentrazione nelle zone costiere e un consolidamento della presenza straniera anche nel mercato del lavoro locale. Quanto alla situazione abitativa, continua il rapporto: La maggior parte dei migranti intervistati (86%) ha dichiarato di vivere in alloggi in affitto, con gli affitti privati che rappresentano la principale opzione abitativa in tutta la Libia. Un gruppo più ristretto di migranti (7%) risiede nel proprio luogo di lavoro, mentre il 5% vive con famiglie ospitanti. Solo il 2% risiede in altri alloggi, come campi informali. La stragrande maggioranza dei migranti (97%) non ha subito minacce o è stata oggetto di sfratto. Il 3% che è stato sfrattato o ha subito minacce di sfratto ha citato una serie di motivi. Una verità inconfutabile emerge al suo interno:  Viaggiare verso e attraverso la Libia espone le persone migranti a gravi pericoli, tra cui tortura, violenza sessuale, lavoro forzato e detenzione arbitraria, spesso perpetrati da attori non statali, comprese reti di contrabbando e tratta di esseri umani, e in alcuni contesti anche da autorità statali, come documentato da fonti indipendenti sui diritti umani 4 . Purtroppo, trovare documentazione indipendente recente sui diritti umani è molto complesso. L’ultimo rapporto di Amnesty International, pubblicato ad aprile del 2025 5, dipinge una situazione agghiacciante. Le organizzazioni internazionali che operano ancora il Libia sono pochissime; alcune sono state costrette a lasciare il paese, come MSF durante il 2025. La sede dell’IOM in Libia resta attiva e opera in questo senso: Attraverso il Risultato Collettivo 2 (CO2) del Quadro di cooperazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile (UNSDCF) sulla gestione delle migrazioni, OIM e UNHCR continuano a mantenere aggiornati tutti i partner umanitari sugli sviluppi alle frontiere, inclusa l’assistenza salvavita fornita da tutte le agenzie delle Nazioni Unite. L’OIM coordina inoltre la risposta umanitaria operativa di tutti i partner alle frontiere con la Tunisia e l’Algeria. Ora: qualche semplice considerazione è doverosa: in Libia, in un contesto segnato da frammentazione istituzionale e violenze sistematiche, la produzione stessa dei dati è parte del problema. Le cifre restituite nel rapporto di IOM sono solo una fotografia parziale. PH: B.M. Quante persone restano fuori da ogni conteggio e rilevazione possibile, perché in movimento continuo, trattenute in luoghi informali, inserite in circuiti di sfruttamento per scomparire ad ogni tentativo di monitoraggio indipendente? Quante persone riescono ad accedere agli uffici di OIM? Quanti operatori di questa organizzazione hanno accesso alle carceri in cui i migranti sono detenuti arbitrariamente e illegalmente? L’assenza strutturale di dati non è mai neutra. In questo caso, è frutto diretto delle politiche europee di esternalizzazione del controllo delle frontiere attuate attraverso programmi come il Support to Integrated Border and Migration Management in Libya (SIBMMIL) e la missione EUBAM Libya, ma anche da accordi bilaterali tra EU e autorità libiche. I programmi rafforzano capacità di intercettazione e contenimento delle persone migranti senza garantire trasparenza, accesso alle informazioni e meccanismi effettivi di responsabilità. In questo quadro, la mancanza di dati affidabili rende più difficile accertare violazioni dei diritti umani, frammenta le responsabilità politiche, ma soprattutto contribuisce a normalizzare un sistema fondato sull’opacità.  I numeri dell’Oim, pur indispensabili, vanno quindi letti anche per quello che non riportano: come segnali di ciò che resta fuori campo, di quello che non si dice. Raccontano, tra le righe, che il Mediterraneo centrale è governato anche attraverso il silenzio statistico, che in Libia non si sa quante persone migranti siano davvero presenti, né quante arbitrariamente torturate, detenute, vendute, scambiate con privati o con gli agenti di stato tunisini. Non si conosce il numero di chi è ricatturato in mare, chi è detenuto, chi vive nei campi informali. Non sia sa quante persone siano destinate alla schiavitù lavorativa, quante alle servitù domestica, o a quella sessuale. E allora le cifre hanno una lettura politica. I numeri che circolano producono l’illusione di conoscenza, ma in realtà richiamano all’invisibile. Contano chi può essere contato, registrano chi riesce a emergere per un istante, ma lasciano fuori chi è intrappolato: nei centri informali, nelle carceri, nei circuiti di tratta e sfruttamento che prosperano. 1. Oim, in Libia censiti 928.839 migranti tra agosto e ottobre 2025, AnsaMed (7 gennaio 2026) ↩︎ 2. Migrant report Round 59 (august-october 2025), OIM ↩︎ 3. Migrant report Round 58 (may-july 2025), OIM ↩︎ 4. Mission Overview, IOM Lybia (maggio 2025) ↩︎ 5. Consulta le informazioni ↩︎
Sar sickness, la malattia della SAR e le stragi di Stati
Silence fini 1 è il racconto di tre settimane nel Mediterraneo centrale a bordo del veliero Nadir 2di RESQSHIP, in cui ho vissuto il soccorso in mare e osservato da vicino le vite delle persone migranti e dell’equipaggio, tra responsabilità, vulnerabilità e privilegio, in un mare che resta coerente e implacabile. Attraverso la mia esperienza personale, esploro cosa sia un soccorso e come frontiere, norme e gerarchie si manifestino nei corpi, nei gesti, nelle decisioni e negli sguardi. Silence fini vuole aprire ad una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo contemporaneo. Il racconto della navigazione a bordo di questo veliero della Civil fleet che opera monitoraggio e soccorso nel central med, vuole ricordare la violenza strutturale che colpisce chi attraversa, tra respingimenti, detenzioni e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. PROLOGO ALL’ULTIMO EPISODIO Screenshot di un video ricevuto da Alarm Phone che mostra come i pescatori hanno trovato il sopravvissuto Una piccola doverosa precisazione. L’episodio numero 5, l’ultimo di questo reportage, è stato scritto a inizio dicembre. Oggi è il 25 e la sera del 18, un’imbarcazione di legno blu ha lasciato le coste di Zuwara, con a bordo 117 persone. Non si sa chi fosse il fabbricante, chi il cokseur che ha raccolto i soldi, chi l’arabo 3 che poi ha incastrato a bordo le persone, strette strette perchè più ne salgono e più il guadagno è alto. Maglie di una catena, organizzazione che esiste grazie ai finanziamenti e alle politiche migratorie pensate e applicate dall’Europa.  Le persone sono fatte partire la sera. E’ inverno. Fa freddo anche in Libia.  La sera del 18 dicembre, pare il mare sia cresciuto, il vento aumentato. Alarm Phone 4 ha perso quasi subito il contatto con la barca. Ha chiamato tutte le autorità competenti, tutti quelli che avrebbero dovuto soccorrere. Pare che la Guardia Costiera italiana “abbia interrotto la chiamata” e quella libica “comunicato telefonicamente di non aver soccorso né intercettato alcuna imbarcazione il 18 o 19 dicembre”. Ha provato a cercarla inutilmente Seabird, uno degli aerei della flotta civile. Il 21 dicembre, alcuni pescatori tunisini hanno soccorso un uomo, che derivava a bordo di una barca blu in mezzo al Mediterraneo. Ha raccontato di essere l’unico sopravvissuto: a bordo c’erano 117 esseri umani.  Forse, se ne parlerà forse nei prossimi giorni. Si parlerà di tragedia. Sarà l’ennesima narrazione deviante. Non è una tragedia. È una strage.  Non si tratta di un evento doloroso e inevitabile, ma di un omicidio collettivo causato da un’omissione di soccorso. Strage di Stati che sacrificano, come in quest’ultimo caso, donne, uomini, bambini.  Penso a queste persone, a tutti i dispersi, a tutti i morti, ai loro cari. E a tutti i compagni che continuano ad amare il Mediterraneo, nonostante sia pieno di cadaveri. EPISODIO 5. SAR SICKNESS, LA MALATTIA DELLA SAR E LE STRAGI DI STATO Quando si torna dalla SAR, il mare non è più lo stesso.  Sono passate tre settimane dalla fine di questa rotation #10 e io non lo guardo più con gli stessi occhi. Al mio arrivo a casa a metà novembre, ne ho parlato con un amico. Il nickname che si è scelto dice molto di lui: Nemo. Era meccanico in una barca che svolgeva operazioni di ricerca e soccorso e a gennaio di questo anno quasi trascorso, ha portato a bordo della “sua” nave un gruppo di esseri umani: alcuni sono affogati davanti ai suoi occhi, altri sono morti a bordo. Tra loro un bambino.  Era fine gennaio quando è accaduta questa tragedia. Da allora, ha smesso di partecipare alle operazioni che la nave per cui lavorava ha continuato a compiere nei mesi dopo quel tragico naufragio. Non riesce più a salire a bordo. Mi dice: “Il Mediterraneo è pieno di cadaveri, eppure io continuo ad amarlo”. Anche per lui, il mare non è più lo stesso: il Search and Rescue lo ha obbligato a vedere ciò che in fondo già sapeva: la dissonanza tra la perfezione di quel cobalto liquido e i morti causati dall’assenza di risposte politiche adeguate. Lo sanno tutti i volontari e operatori che svolgono azioni di soccorso in mare; lo sospettano. Poi, ne diventano certi partecipando alle prime operazioni e se lo riconfermano nelle volte che seguono. Un semplice passaggio: dal dubbio alla certezza che esistano vite interrotte e corpi che scompaiono. I cadaveri del Central Med sono fantasmi. Non perché tutti si perdano nei fondali. Ce ne sono alcuni che derivano fino alle coste, gonfi, ma li vedono solo i soccorritori e i pescatori che li raccolgono incagliati nelle loro reti e mai chi continua a rafforzare la fortezza europea spingendone le mura sempre più a sud. Per questo, il Mediterraneo Centrale è una nuova Tebe: in scena, nel dramma, persone che, come moderne Antigoni non credono ai fantasmi ed esigono la ricerca e la sepoltura dei loro fratelli. Nemo mi ha raccontato di quella notte lacerata nella sua memoria, del soffio gelido di panico che ha attraversato la barca. Tutto l’equipaggio per un tempo che ora lui non sa dire, si è paralizzato: il ponte si è riempito di un’improvvisa tensione, coperto di corpi, come se la barca vivesse trattenendo il respiro. La morte, cruda, rigida e incontestabile, aveva conquistato la notte.  Molti membri dell’equipaggio, dopo l’approdo a terra, sono stati incapaci di risalire a bordo. Quando si torna dalla SAR, il mondo che ci accoglie, nelle nostre case, non è più lo stesso, come se la terra fosse un urto a cui bisogna resistere. Le città sembrano continuare il loro rumore, le conversazioni la loro indispensabile banalità. Sarà forse perché nei soccorsi a cui ho partecipato i migranti acquistano volti e nomi, sarà perché le barche di cui mi avevano parlato non sono fotografie prese da internet, sarà perché ho ascoltato il Mayday relay annunciato dalla radio e ne ho trascritto io le coordinate. O chissà: sarà perché la Garde Nationale tunisina ci ha affiancati minacciosamente per riprendersi a bordo persone dopo che le avevamo soccorse. Allora le morti non sono più un concetto astratto: sono uomini, donne, bambini che non arrivano, che non saranno mai riconosciuti. O forse sarà che, chi sopravvive e sale a bordo porta tracce indelebili: la paura, la fatica, le cicatrici e quell’odore di acqua salata, vestiti fradici, gasolio ed escrementi.  La SAR si insinua come una malattia silente, cronica, latente. Una forma ostinata di Eros che agisce dentro uno spazio governato da Thanatos. Entra nella vita di chi partecipa ai soccorsi, anche quelli che generano un porto sicuro e lascia come cicatrice indelebile la coscienza ostinata.  Ci vorrebbe un gruppo anonimo fatto di volontari, capitani, meccanici, anime perse o ritrovate che vi operano che si raduna una volta alla settimana. Per condividere ciò che non può essere detto fuori, ciò che rimane tra te, il mare e quelle persone che hanno guardato la morte in faccia. Io, questa volta, sono stata graziata dall’assenza di morti. Se così non fosse stato, forse non vorrei andare in mare di nuovo.  Sono tornata dalla SAR, ma le piattaforme di petrolio e di gas non sono immagine lontana, come non lo è il mare, né Sfax, le KK islands, Sabratah, Zaouia, Tripoli.  Libia, Tunisia. Qualche giorno fa, l’otto dicembre, il Consiglio UE ha approvato una proposta che modifica il concetto di “paese terzo sicuro” e ha dato il via libera alla prima lista comune di “paesi di origine sicuri”. Tra gli Stati inclusi nella lista figurano Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia: una scelta che avrà effetti diretti sulle modalità di esame delle richieste di protezione internazionale nell’Unione. Secondo il testo approvato a Bruxelles, l’istituzione dell’elenco permetterà agli Stati membri di applicare procedure di asilo più rapide nei confronti delle persone provenienti da questi Paesi, sulla base dell’assunto che essi siano considerati “sufficientemente sicuri” per rifiutare una domanda di protezione senza esaminarne il merito. Questa svolta arriva nel quadro più ampio del Patto europeo su migrazione e asilo e potrebbe influenzare in modo significativo le pratiche applicative anche in Italia, dove il tema dei paesi considerati a basso rischio di persecuzione ha già alimentato dibattiti politici e giuridici.  Io penso all’ultimo soccorso in mare, quando la GN tunisina ci ha accostati minacciosamente per tentare di riprendersi a bordo le persone. Penso anche alle testimonianze di persone migranti che hanno raccontato come, durante i viaggi per arrivare in Europa, le motovedette della suddetta guardia costiera si avvicinano alle barche che partono, già sgonfie e sovraccariche e fanno in modo di increspare il mare per ribaltarle. Quando le persone finiscono in acqua, le osservano affogare. Poi, quelle che sopravvivono, sono portate a terra, picchiate, caricate negli autobus, portate al confine con la Libia. Vendute. Una volta in Libia sono detenute e liberate sotto riscatto.  Ma la Tunisia è un Paese di origine sicuro. Le persone di origine sub sahariana che ci arrivano sono chiamate oro nero e diventano merce di scambio. Per questo la Tunisia è un Paese di origine sicuro. Perché vende in modo sicuro alla Libia. Anche la Libia fra poco sarà considerato un luogo pacifico per le persone in movimento, anche se la so called guardia costiera spara anche a chi effettua i soccorsi in mare e le persone detenute nelle prigioni escono solo previo pagamento di un riscatto. Non ha importanza che i soldi della liberazione siano estorti alle famiglie facendo loro ascoltare le suppliche dei loro cari sotto tortura o perché qualche ricco estraneo ricompra queste persone per utilizzarle come meglio desidera. Non è più questione di diritti umani violati: è proprio l’umanità che manca. Ci sono migliaia di persone che vivono nascoste nei campo’ -come molte chiamano gli insediamenti abusivi in cui vivono a Zouara o Zouaia o chissà, quale altro snodo di case in Libia, destinati ai migranti deportati dalla Libia e usciti di prigione-, o negli Zitounes sulle coste della Tunisia. Vivono appese, sopravvivendo mentre aspettano di arrivare in Europa.  Ne conosco alcune, che hanno voluto condividere con me la loro storia.  Qualche giorno fa, dieci dicembre, due uomini mi hanno detto che stavano per lasciare la Libia. Tripoli. Uno ce l’ha fatta. Finalmente al sicuro, riconosciuto rifugiato da UNHCR, è stato accompagnato all’aeroporto. Un visto in tasca, al polso un braccialetto con un codice a barre. Nella valigia, qualche vestito. Sull’aereo, aveva un posto numerato per sedersi, un assistente di volo lo ha accolto a bordo. Gli ha offerto da bere. All’aeroporto d’arrivo in Italia, lo ha accolto una delegazione: politici e associazioni che hanno costruito per mesi un corridoio umanitario per farlo arrivare insieme ad altri. Ora, lo aspetta un nuovo paese, una nuova lingua, una nuova frontiera. Il secondo mi ha scritto, mentre aspettava in un hangar. Il pavimento era freddo, le pareti ruvide, la porta chiusa. Di giorno, era andato alla ricerca di un giubbotto di salvataggio. Ha aspettato. So che ha già tentato l’avventura e l’ultima volta, quando la sua barca era già nelle acque internazionali, sono arrivate le motovedette della Garde Nationale Tunisina a fingere di prestare soccorso dopo aver generato il rovesciamento della barca su cui era a bordo. Sono morti in molti. Lui è sopravvissuto “par la grace de Dieu”. Dopo essere stato torturato e venduto. Il dieci dicembre 2025 era pronto, con un giubbotto salvataggio appena comprato e il numero di Alarm Phone da contattare.  Di lui non ho notizie. Forse non è riuscito a partire. Spero che il suo telefono sia muto solo perché la batteria si è scaricata e non perché è stato ingoiato dal mare, ennesima vittima di una strage di Stati. 1. Leggi gli altri episodi: Introduzione; Il deserto dei Tartari; Silence et regards: Anchise, Odisseo, Telemaco; Il silenzio complice ↩︎ 2. Nadir è un veliero che svolge operazioni di search and rescue nel Mediterraneo e fa parte della Civil Fleet ↩︎ 3. Col termine arabo si indica la persona che ha materialmente messo a bordo le persone. Si definisce anche bananier o organisateur. Si veda EQUIPAGGIO DELLA TANIMAR, Controdizionario del confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale, Tamu, Napoli 2025 ↩︎ 4. Alarm Phone fears yet another deadly shipwreck in the Central Mediterranean ↩︎