Trescore Cremasco (CR): Divertirsi con la guerra. La militarizzazione avanza nei territori

Osservatorio contro militarizzazione di scuole e università - Tuesday, December 16, 2025

Leggiamo il titolo apparso sul giornale locale di Cremona La Provincia (clicca qui) e già lui, da solo, ci sembra assurdo: “Soldati armati, ma è soltanto un gioco”.

Ci domandiamo cosa ci si deve aspettare dalla lettura integrale del pezzo. Poi la prima fotografia e la prima sensazione di sorpresa si tramuta in sgomento. Ci chiediamo “Ma veramente è possibile posare sorridenti vestiti da militari in assetto di guerra, con tanto di tuta mimetica, caschetto, mitra spianati (fortunatamente finti) ed un manichino che fa le veci di un cadavere?”. Ci chiediamo quale progetto sottenda una tale macabra e irriverente immagine e ci sembra uno sfregio alle reali vittime di conflitti, veri, non posticci, che adesso, in questo momento, in ogni secondo delle nostre giornate, per ora, per noi, ancora pacifiche, affollano la Storia.

Proseguendo nella lettura, sempre più affiora un sentimento di incredulità ed orrore nell’approcciare alcune frasi, talvolta scritte in grassetto, come per richiamare l’attenzione del lettore, che si suppone distratto da altro (un messaggio whatsapp, un reel sui social, una notifica con l’ultima mail?).  La scelta delle parole evidenziate rappresenta un ossimoro perpetuo, che andiamo a specificare.

Si parla di “simulazione incruenta di guerra”, senza pensare che il termine guerra male si accosta all’aggettivo incruenta. La guerra è ciò che di più cruento si possa immaginare, associabile ad altri vocaboli, ad altre immagini, ad altri concetti, come distruzione, morte, violenza, dolore, disperazione, annientamento.

L’articolo prosegue e specifica, a scanso di equivoci, che si tratta di una “simulazione militare pensata per il divertimento e la socializzazione”, e, se possibile, l’affermazione ci sembra un concentrato di assurdità. Da quando per divertirsi e socializzare si simula una guerra in perfetto stile? Qualcuno potrebbe obiettare che i bambini e le bambine giocano “alla guerra”, fanno finta di sparare oppure che i nostri giovani, e meno giovani, adulti, soprattutto maschi, si sfidano in videogiochi che simulano azioni armate. “E allora Risiko?”. Ammettiamo, sono obiezioni che potrebbero avere una loro logica fuori da un contesto, come quello attuale, della nostra Europa, del nostro mondo intero, nel quale i venti di guerra soffiano anche vicino a casa nostra, anzi proprio in casa nostra, dove il riarmo e la leva militare obbligatoria già hanno preso o stanno prendendo piede nei discorsi di chi ci governa.

Ed allora sorge la domanda se sia opportuno far passare come un gioco la finzione che ha visto come scenario il paese di Trescore Cremasco, i cui abitanti sono stati preventivamente informati “riguardo lo svolgimento di questa nuova iniziativa sportiva. La manifestazione si svolgerà in sicurezza e non comporterà alcuna modifica o interruzione alla regolare viabilitàstradale all’interno o nelle zone limitrofe al centro paese” (cit.).

L’avviso consentiva di non disturbare le attività della cittadina nel loro svolgersi abituale: la spesa, lo shopping natalizio, la passeggiata domenicale dopo il pranzo con i parenti. Però ci chiediamo: in che modo far passare come “attività sportiva” (cit.) una performance nella quale i partecipanti vengono arruolati, vestiti ed armati come soldati, in una realtà che, quasi quasi, potrebbe sembrare educativa, formativa, divertente, innocua? Qual è il messaggio che può passare tra le righe di tale vicenda? La normalizzazione della guerra? La banalità del male, che vediamo ogni giorno tramite i nostri canali di informazione? Noi pensiamo ai giovani, ucraini e russi, obbligati a combattere una guerra assurda, che muoiono a centinaia, cui è stato tolto il diritto all’istruzione, ad una vita sicura, e ci domandiamo cosa penserebbero di una attività ludica che sembra la presa in giro di una amara e sconcertante realtà vissuta, non per gioco.

Certo, nell’articolo si specifica che ci sono “club e squadre che si sfidano in amichevoli, tappe di campionato, tornei ed eventi, organizzati sia di giorno, sia di notte, in sicurezza sotto il controllo dei delegati del club e della Xtag nazionale” (cit.).

Sul sito dell’associazione Xtag si scopre un mondo fatto di vendita di oggetti, abbigliamento, “armi che emettono semplicemente fasci di luce infrarossa invisibile” (cit.), attività che appare ben strutturata e certamente redditizia. La manifestazione svoltasi domenica ha sicuramente rappresentato una bella vetrina pubblicitaria, magari a costo zero, in modo che sotto all’albero di Natale possa comparire un equipaggiamento completo da perfetto guerriero contemporaneo.

Se può essere condiviso il detto filosofico per cui nominare le cose le fa esistere, di questi tempi sembra che stiamo nominando (e mostrando) un po’ troppo le realtà militarizzate, normalizzandole. Se l’obiettivo sia quello di farle anche esistere, è un dubbio che sorge.

Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

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