Camminare accanto ai nomi di Gaza
Da Brescia a Cremona, la memoria civile che prende forma
Ci sono giorni in cui una città continua la sua vita come sempre e, nel
frattempo, senza interrompersi, accoglie qualcosa che la attraversa e la rende
diversa. Il 29 novembre, Brescia ha visto passare un corteo silenzioso, un fiume
bianco di memoria che ha portato in cammino ventimila nomi, i bambini e le
bambine uccisi a Gaza. Quando queste righe arrivano al lettore, siamo già a metà
dicembre. Entrambe le iniziative di cui si parla si sono compiute. La prima a
Brescia, in un sabato pomeriggio di fine novembre. La seconda a Cremona, l’8
dicembre, nel cuore della piazza del Comune, dall’alba fino a sera. È passato
qualche tempo, ma ciò che è accaduto non appartiene a una data soltanto.
Appartiene a una coscienza collettiva che continua a muoversi, a interrogare, a
chiedere pace, anche quando l’attenzione pubblica si è già spostata altrove. La
vita cittadina proseguiva, negozi aperti, famiglie in uscita, persone in
movimento. Eppure, ovunque il corteo è passato, gli sguardi si sono posati su di
noi con rispetto, con un’attenzione che non aveva bisogno di parole. Quello
sguardo, più di qualsiasi silenzio totale, ha dato forza al cammino.
Dal Mo.Ca a Campo Marte: la memoria che cambia forma
L’iniziativa nasce come naturale prosecuzione dell’installazione esposta al
Mo.Ca, coordinata da Francesca Di Modica insieme alle insegnanti dei nidi e
delle scuole dell’infanzia comunali di Brescia, dove fino al 23 novembre erano
state raccolte ventimila strisce bianche, ventimila nomi e ventimila vite
spezzate. Dopo giorni trascorsi sulle pareti del museo, quei nomi avevano
bisogno di uscire dal chiuso, di essere affidati alle persone, di camminare
sulle nostre gambe. Di ritrovare l’aria, il cielo, lo spazio aperto.
Campo Marte: il miracolo di un gesto perfetto
All’inizio, nel prato di Campo Marte, sembravamo pochi. Le strisce bianche erano
adagiate sull’erba verde come un grande respiro trattenuto. Ci chiedevamo se
saremmo riusciti a portarle tutte, senza confusione. Poi il segnale:
sollevatele. E in un solo istante è accaduto qualcosa che non si può spiegare,
ma solo vedere. Centinaia di mani, senza prove, senza comandi, hanno sollevato
insieme ventimila nomi da terra. Il sole illuminava le dita che tiravano i fili
verso l’alto. Avrei voluto lì accanto il più grande regista del mondo: la scena
era perfetta, di una delicatezza e una bravura che non si fingono. È stato un
brivido collettivo, uno di quei momenti che non si dimenticano. Da quel gesto è
nato il corteo, un serpentone bianco, ordinato, lunghissimo, guidato da
un’armonia naturale.
Un corteo laico, un rito civile
Il corteo è avanzato come un rito antico, come un funerale laico. Una
processione civile che ricordava i Venerdì Santo del Sud, non per religiosità,
ma per la gravità del passo, per il dolore condiviso che veniva portato sulle
spalle. Le forze dell’ordine, polizia, carabinieri, Digos, accompagnavano
l’iniziativa con una protezione solenne e rispettosa. Una scorta che solitamente
si riserva alle autorità. E quel giorno, le personalità importanti erano loro, i
nomi.
La città che guarda
La città non si è fermata del tutto, e non era necessario che lo facesse. È
bastato che ci vedesse. Attraversando il centro storico, le vie strette, le
piazze luminose, le pietre antiche, la vita quotidiana si intrecciava al nostro
passaggio. Persone che rallentavano, che si voltavano, che seguivano con lo
sguardo quel bianco in cammino. Qualcuno si è fermato, qualcuno si è unito per
un tratto, qualcuno si è fatto serio. È stato un silenzio diverso, un silenzio
di rispetto, quello che nasce quando si comprende, anche solo per un istante,
che ciò che passa riguarda l’umanità intera.
La foto che resta: la mano della bambina
Tra tutte le immagini, una continua a tornarmi alla mente. Una mamma che avanza
tenendo la mano della sua bambina, e accanto a loro un papà che spinge la
carrozzina. Insieme sorreggono la striscia da cui pendono i nomi. In quella mano
piccola custodita in una mano grande c’è tutto, la vita che cresce, la vita che
guida, la vita che non c’è più. Una famiglia viva che cammina tra le famiglie
spezzate. Un’immagine che non si dimentica.
Piazza Duomo: un Hallelujah inatteso
All’ingresso in Piazza Duomo, la luce del pomeriggio si piegava sul marmo e la
luna era già visibile. Un chitarrista, lì per conto suo, ha iniziato a cantare
Hallelujah. Un canto non previsto, nato per caso, ma perfetto. Le note si sono
intrecciate al corteo come se fossero state attese. Dopo il canto sono
intervenuti Francesca Di Modica, Emanuela De Rocco e Sara Girelli della rete La
Scuola per la Palestina, Lyas Ashkar, Consigliere comunale di Brescia, e un
rappresentante del Movimento Nonviolento. Interventi brevi, misurati,
rispettosi.
Il ritorno nel buio: piegare la memoria
Finito il corteo, nessuno è andato via. Siamo tornati insieme verso Campo Marte.
La notte era scesa, i lampioni illuminavano il prato. Le maestre, gli educatori,
i volontari ripiegavano le strisce una a una, con lentezza e cura. Un gesto
semplice, quasi materno: rimettere al sicuro ciò che fragile è e fragile rimane.
Le scatole, a quel punto, erano pronte a partire. L’installazione sarebbe
diventata itinerante, richiesta da altre città. Perché la memoria deve
camminare, non restare ferma.
Non lasciarli soli
Nell’annuncio della manifestazione c’era scritto: «Li accompagneremo idealmente
per le vie del centro, per non lasciarli soli ancora una volta».
E così è stato. Abbiamo camminato accanto ai loro nomi per dire che non erano
numeri, non erano statistiche, non erano un elenco. Erano bambini. Erano
persone. Erano futuro negato.
Brescia
Cremona, 8 dicembre: le scarpe, il “mare immobile”, la stessa urgenza
A distanza di pochi giorni, l’8 dicembre, un’altra città lombarda ha raccolto
quel gesto e lo ha tradotto in una forma diversa. A Cremona, in Piazza del
Comune, è stata allestita un’installazione collettiva intitolata “Quanti sono
20.000 bambini?” visibile dalle 8 del mattino fino alle 19.30.
Lì non sono stati i nomi a camminare. Sono state le scarpe a parlare. Centinaia
di paia disposte con ordine sul selciato, un “mare immobile” che rendeva
visibile l’assenza. Anche questa iniziativa è stata promossa dal gruppo di
docenti La Scuola per la Palestina, con il patrocinio dell’amministrazione
comunale e la collaborazione della Tavola per la Pace e di altre realtà
associative del territorio, tra cui ALAC – Associazione Latinoamericana di
Cremona. L’idea, maturata nel lavoro di rete, è stata resa possibile anche
grazie all’impegno di insegnanti come Chiara Beccari, Josita Bassani e Luisa
Zanacchi, insieme ad altri volontari.
Dal Bresciano sono arrivate 1.593 scarpette, raccolte in punti diversi, tra la
Casa della Sinistra, il Lago di Garda, la Franciacorta, i Missionari Saveriani e
Ospitaletto. Scarpe di ogni tipo e misura: stivaletti da pioggia, scarpette da
montagna, calzine, scarpe per i bambini più piccoli. Ogni paio, un bambino o una
bambina uccisi. Al termine della giornata, le scarpe sono state destinate alla
beneficenza. Un modo per provare a trasformare la memoria in gesto concreto,
senza confondere il simbolo con la soluzione, ma senza rinunciare alla
responsabilità. Quando questo reportage esce, il tempo delle festività rischia
di rendere tutto più lontano. E invece le notizie che arrivano dai conflitti in
corso non sono incoraggianti. Si soffre ancora in Palestina e a Gaza, in
Ucraina, in Sudan. L’inverno si aggiunge al dramma delle guerre. Non è il tempo
delle illusioni. È però il tempo della lucidità. Anche perché il mondo è
attraversato oggi da quasi sessanta conflitti armati, e questa cifra, da sola,
dovrebbe impedirci ogni assuefazione. Brescia ha camminato accanto ai nomi.
Cremona ha reso visibili le assenze. Due gesti diversi, un’unica responsabilità:
non normalizzare, non voltarsi, non lasciare soli i bambini, nemmeno dopo.
Restano, più vere di tutto, le parole della maestra e amica Francesca Di Modica:
«Non sono solo numeri. Sono bambini, bambine, ragazzi, ragazze, famiglie,
persone». E questo, oggi come allora, riguarda tutti.
Cremona
Redazione Italia