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Camminare accanto ai nomi di Gaza
Da Brescia a Cremona, la memoria civile che prende forma Ci sono giorni in cui una città continua la sua vita come sempre e, nel frattempo, senza interrompersi, accoglie qualcosa che la attraversa e la rende diversa. Il 29 novembre, Brescia ha visto passare un corteo silenzioso, un fiume bianco di memoria che ha portato in cammino ventimila nomi, i bambini e le bambine uccisi a Gaza. Quando queste righe arrivano al lettore, siamo già a metà dicembre. Entrambe le iniziative di cui si parla si sono compiute. La prima a Brescia, in un sabato pomeriggio di fine novembre. La seconda a Cremona, l’8 dicembre, nel cuore della piazza del Comune, dall’alba fino a sera. È passato qualche tempo, ma ciò che è accaduto non appartiene a una data soltanto. Appartiene a una coscienza collettiva che continua a muoversi, a interrogare, a chiedere pace, anche quando l’attenzione pubblica si è già spostata altrove. La vita cittadina proseguiva, negozi aperti, famiglie in uscita, persone in movimento. Eppure, ovunque il corteo è passato, gli sguardi si sono posati su di noi con rispetto, con un’attenzione che non aveva bisogno di parole. Quello sguardo, più di qualsiasi silenzio totale, ha dato forza al cammino. Dal Mo.Ca a Campo Marte: la memoria che cambia forma L’iniziativa nasce come naturale prosecuzione dell’installazione esposta al Mo.Ca, coordinata da Francesca Di Modica insieme alle insegnanti dei nidi e delle scuole dell’infanzia comunali di Brescia, dove fino al 23 novembre erano state raccolte ventimila strisce bianche, ventimila nomi e ventimila vite spezzate. Dopo giorni trascorsi sulle pareti del museo, quei nomi avevano bisogno di uscire dal chiuso, di essere affidati alle persone, di camminare sulle nostre gambe. Di ritrovare l’aria, il cielo, lo spazio aperto. Campo Marte: il miracolo di un gesto perfetto All’inizio, nel prato di Campo Marte, sembravamo pochi. Le strisce bianche erano adagiate sull’erba verde come un grande respiro trattenuto. Ci chiedevamo se saremmo riusciti a portarle tutte, senza confusione. Poi il segnale: sollevatele. E in un solo istante è accaduto qualcosa che non si può spiegare, ma solo vedere. Centinaia di mani, senza prove, senza comandi, hanno sollevato insieme ventimila nomi da terra. Il sole illuminava le dita che tiravano i fili verso l’alto. Avrei voluto lì accanto il più grande regista del mondo: la scena era perfetta, di una delicatezza e una bravura che non si fingono. È stato un brivido collettivo, uno di quei momenti che non si dimenticano. Da quel gesto è nato il corteo, un serpentone bianco, ordinato, lunghissimo, guidato da un’armonia naturale.  Un corteo laico, un rito civile Il corteo è avanzato come un rito antico, come un funerale laico. Una processione civile che ricordava i Venerdì Santo del Sud, non per religiosità, ma per la gravità del passo, per il dolore condiviso che veniva portato sulle spalle. Le forze dell’ordine, polizia, carabinieri, Digos, accompagnavano l’iniziativa con una protezione solenne e rispettosa. Una scorta che solitamente si riserva alle autorità. E quel giorno, le personalità importanti erano loro, i nomi. La città che guarda La città non si è fermata del tutto, e non era necessario che lo facesse. È bastato che ci vedesse. Attraversando il centro storico, le vie strette, le piazze luminose, le pietre antiche, la vita quotidiana si intrecciava al nostro passaggio. Persone che rallentavano, che si voltavano, che seguivano con lo sguardo quel bianco in cammino. Qualcuno si è fermato, qualcuno si è unito per un tratto, qualcuno si è fatto serio. È stato un silenzio diverso, un silenzio di rispetto, quello che nasce quando si comprende, anche solo per un istante, che ciò che passa riguarda l’umanità intera. La foto che resta: la mano della bambina Tra tutte le immagini, una continua a tornarmi alla mente. Una mamma che avanza tenendo la mano della sua bambina, e accanto a loro un papà che spinge la carrozzina. Insieme sorreggono la striscia da cui pendono i nomi. In quella mano piccola custodita in una mano grande c’è tutto, la vita che cresce, la vita che guida, la vita che non c’è più. Una famiglia viva che cammina tra le famiglie spezzate. Un’immagine che non si dimentica. Piazza Duomo: un Hallelujah inatteso All’ingresso in Piazza Duomo, la luce del pomeriggio si piegava sul marmo e la luna era già visibile. Un chitarrista, lì per conto suo, ha iniziato a cantare Hallelujah. Un canto non previsto, nato per caso, ma perfetto. Le note si sono intrecciate al corteo come se fossero state attese. Dopo il canto sono intervenuti Francesca Di Modica, Emanuela De Rocco e Sara Girelli della rete La Scuola per la Palestina, Lyas Ashkar, Consigliere comunale di Brescia, e un rappresentante del Movimento Nonviolento. Interventi brevi, misurati, rispettosi.  Il ritorno nel buio: piegare la memoria Finito il corteo, nessuno è andato via. Siamo tornati insieme verso Campo Marte. La notte era scesa, i lampioni illuminavano il prato. Le maestre, gli educatori, i volontari ripiegavano le strisce una a una, con lentezza e cura. Un gesto semplice, quasi materno: rimettere al sicuro ciò che fragile è e fragile rimane. Le scatole, a quel punto, erano pronte a partire. L’installazione sarebbe diventata itinerante, richiesta da altre città. Perché la memoria deve camminare, non restare ferma. Non lasciarli soli Nell’annuncio della manifestazione c’era scritto: «Li accompagneremo idealmente per le vie del centro, per non lasciarli soli ancora una volta». E così è stato. Abbiamo camminato accanto ai loro nomi per dire che non erano numeri, non erano statistiche, non erano un elenco. Erano bambini. Erano persone. Erano futuro negato. Brescia Cremona, 8 dicembre: le scarpe, il “mare immobile”, la stessa urgenza A distanza di pochi giorni, l’8 dicembre, un’altra città lombarda ha raccolto quel gesto e lo ha tradotto in una forma diversa. A Cremona, in Piazza del Comune, è stata allestita un’installazione collettiva intitolata “Quanti sono 20.000 bambini?” visibile dalle 8 del mattino fino alle 19.30. Lì non sono stati i nomi a camminare. Sono state le scarpe a parlare. Centinaia di paia disposte con ordine sul selciato, un “mare immobile” che rendeva visibile l’assenza. Anche questa iniziativa è stata promossa dal gruppo di docenti La Scuola per la Palestina, con il patrocinio dell’amministrazione comunale e la collaborazione della Tavola per la Pace e di altre realtà associative del territorio, tra cui ALAC – Associazione Latinoamericana di Cremona. L’idea, maturata nel lavoro di rete, è stata resa possibile anche grazie all’impegno di insegnanti come Chiara Beccari, Josita Bassani e Luisa Zanacchi, insieme ad altri volontari. Dal Bresciano sono arrivate 1.593 scarpette, raccolte in punti diversi, tra la Casa della Sinistra, il Lago di Garda, la Franciacorta, i Missionari Saveriani e Ospitaletto. Scarpe di ogni tipo e misura: stivaletti da pioggia, scarpette da montagna, calzine, scarpe per i bambini più piccoli. Ogni paio, un bambino o una bambina uccisi. Al termine della giornata, le scarpe sono state destinate alla beneficenza. Un modo per provare a trasformare la memoria in gesto concreto, senza confondere il simbolo con la soluzione, ma senza rinunciare alla responsabilità. Quando questo reportage esce, il tempo delle festività rischia di rendere tutto più lontano. E invece le notizie che arrivano dai conflitti in corso non sono incoraggianti. Si soffre ancora in Palestina e a Gaza, in Ucraina, in Sudan. L’inverno si aggiunge al dramma delle guerre. Non è il tempo delle illusioni. È però il tempo della lucidità. Anche perché il mondo è attraversato oggi da quasi sessanta conflitti armati, e questa cifra, da sola, dovrebbe impedirci ogni assuefazione. Brescia ha camminato accanto ai nomi. Cremona ha reso visibili le assenze. Due gesti diversi, un’unica responsabilità: non normalizzare, non voltarsi, non lasciare soli i bambini, nemmeno dopo. Restano, più vere di tutto, le parole della maestra e amica Francesca Di Modica: «Non sono solo numeri. Sono bambini, bambine, ragazzi, ragazze, famiglie, persone». E questo, oggi come allora, riguarda tutti. Cremona Redazione Italia
Trescore Cremasco (CR): Divertirsi con la guerra. La militarizzazione avanza nei territori
Leggiamo il titolo apparso sul giornale locale di Cremona La Provincia (clicca qui) e già lui, da solo, ci sembra assurdo: “Soldati armati, ma è soltanto un gioco”. Ci domandiamo cosa ci si deve aspettare dalla lettura integrale del pezzo. Poi la prima fotografia e la prima sensazione di sorpresa si tramuta in sgomento. Ci chiediamo “Ma veramente è possibile posare sorridenti vestiti da militari in assetto di guerra, con tanto di tuta mimetica, caschetto, mitra spianati (fortunatamente finti) ed un manichino che fa le veci di un cadavere?”. Ci chiediamo quale progetto sottenda una tale macabra e irriverente immagine e ci sembra uno sfregio alle reali vittime di conflitti, veri, non posticci, che adesso, in questo momento, in ogni secondo delle nostre giornate, per ora, per noi, ancora pacifiche, affollano la Storia. Proseguendo nella lettura, sempre più affiora un sentimento di incredulità ed orrore nell’approcciare alcune frasi, talvolta scritte in grassetto, come per richiamare l’attenzione del lettore, che si suppone distratto da altro (un messaggio whatsapp, un reel sui social, una notifica con l’ultima mail?).  La scelta delle parole evidenziate rappresenta un ossimoro perpetuo, che andiamo a specificare. Si parla di “simulazione incruenta di guerra”, senza pensare che il termine guerra male si accosta all’aggettivo incruenta. La guerra è ciò che di più cruento si possa immaginare, associabile ad altri vocaboli, ad altre immagini, ad altri concetti, come distruzione, morte, violenza, dolore, disperazione, annientamento. L’articolo prosegue e specifica, a scanso di equivoci, che si tratta di una “simulazione militare pensata per il divertimento e la socializzazione”, e, se possibile, l’affermazione ci sembra un concentrato di assurdità. Da quando per divertirsi e socializzare si simula una guerra in perfetto stile? Qualcuno potrebbe obiettare che i bambini e le bambine giocano “alla guerra”, fanno finta di sparare oppure che i nostri giovani, e meno giovani, adulti, soprattutto maschi, si sfidano in videogiochi che simulano azioni armate. “E allora Risiko?”. Ammettiamo, sono obiezioni che potrebbero avere una loro logica fuori da un contesto, come quello attuale, della nostra Europa, del nostro mondo intero, nel quale i venti di guerra soffiano anche vicino a casa nostra, anzi proprio in casa nostra, dove il riarmo e la leva militare obbligatoria già hanno preso o stanno prendendo piede nei discorsi di chi ci governa. Ed allora sorge la domanda se sia opportuno far passare come un gioco la finzione che ha visto come scenario il paese di Trescore Cremasco, i cui abitanti sono stati preventivamente informati “riguardo lo svolgimento di questa nuova iniziativa sportiva. La manifestazione si svolgerà in sicurezza e non comporterà alcuna modifica o interruzione alla regolare viabilitàstradale all’interno o nelle zone limitrofe al centro paese” (cit.). L’avviso consentiva di non disturbare le attività della cittadina nel loro svolgersi abituale: la spesa, lo shopping natalizio, la passeggiata domenicale dopo il pranzo con i parenti. Però ci chiediamo: in che modo far passare come “attività sportiva” (cit.) una performance nella quale i partecipanti vengono arruolati, vestiti ed armati come soldati, in una realtà che, quasi quasi, potrebbe sembrare educativa, formativa, divertente, innocua? Qual è il messaggio che può passare tra le righe di tale vicenda? La normalizzazione della guerra? La banalità del male, che vediamo ogni giorno tramite i nostri canali di informazione? Noi pensiamo ai giovani, ucraini e russi, obbligati a combattere una guerra assurda, che muoiono a centinaia, cui è stato tolto il diritto all’istruzione, ad una vita sicura, e ci domandiamo cosa penserebbero di una attività ludica che sembra la presa in giro di una amara e sconcertante realtà vissuta, non per gioco. Certo, nell’articolo si specifica che ci sono “club e squadre che si sfidano in amichevoli, tappe di campionato, tornei ed eventi, organizzati sia di giorno, sia di notte, in sicurezza sotto il controllo dei delegati del club e della Xtag nazionale” (cit.). Sul sito dell’associazione Xtag si scopre un mondo fatto di vendita di oggetti, abbigliamento, “armi che emettono semplicemente fasci di luce infrarossa invisibile” (cit.), attività che appare ben strutturata e certamente redditizia. La manifestazione svoltasi domenica ha sicuramente rappresentato una bella vetrina pubblicitaria, magari a costo zero, in modo che sotto all’albero di Natale possa comparire un equipaggiamento completo da perfetto guerriero contemporaneo. Se può essere condiviso il detto filosofico per cui nominare le cose le fa esistere, di questi tempi sembra che stiamo nominando (e mostrando) un po’ troppo le realtà militarizzate, normalizzandole. Se l’obiettivo sia quello di farle anche esistere, è un dubbio che sorge. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Educare alla guerra e alla difesa personale: quando le finalità del militarismo coincidono
La notizia arriva da Cremona, dove l’A.S.D. Esercito 10° Guastatori, insieme alla Presidenza del Consiglio Comunale ha promosso un corso di difesa personale rivolto alle donne (clicca qui per la notizia). Il corso, tenuto dall’esercito, ha come scopo due obiettivi, ossia salvaguardare l’incolumità delle donne, prevenendo aggressioni, e addestrare all’autodifesa. Non è la prima volta che il corso si svolge, infatti esiste già un precedente nel 2024. L’iniziativa, come apprendiamo dalla stampa locale, rientrava nel programma dedicato alla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre. Il corso sarà gratuito, ma con la prenotazione obbligatoria e sarà strutturato su incontri teorici e pratici, una sorta di percorso tra l’educativo e l’addestramento a gestire aggressioni di varia tipologia. Fin qui nulla di nuovo, numerosi Enti locali gestiti dal centro destra hanno regalato spray al peperoncino, altri ancora hanno invitato le donne a partecipare a corsi di autodifesa, mettendo a disposizione, per tale scopo, strutture pubbliche e palestre mai concesse per altri percorsi e iniziative. Non è l’autodifesa a preoccuparci di per sé, ma questo pericoloso mix tra addestramento impartito dall’esercito ed esaltazione militare, l’immancabile presenza di istruttori dell’esercito, lo sdoganamento di pratiche di guerra esportate ad uso cosiddetto civile. E fa riflettere che, dopo anni di ricette securitarie come l’uso di agenti della Polizia Municipale per l’ordine pubblico, oggi le amministrazioni locali decidano di promuovere insieme all’esercito le pratiche di autodifesa, in un momento storico in cui si parla di richiamo alle armi per poche settimane all’anno dei cosiddetti riservisti, in cui si va prefigurando un ampliamento dei militari di professione e nel caso in cui non si arrivi ai numeri auspicati, c’è pur sempre l’esempio tedesco a portata di mano con il ripristino della leva obbligatoria. In questo contesto di assoggettamento alla cultura di guerra, bisogna leggere questi percorsi di autodifesa, dentro un clima sempre più belligerante, che sfrutta le insicurezze sociali e personali, i disagi sociali, le città ormai desertificate e buie con gli autoctoni spinti verso le degradate periferie. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Cremona: celebrazione guerra d’Etiopia con Carabinieri e scolaresche, ma era un’impresa fascista!
Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università riteniamo opportuno fare qualche precisazione in merito all’articolo pubblicato su CremonaOggi il 21 novembre 2025, riferito alla celebrazione in Cattedrale dei Carabinieri in occasione della Patrona Virgo Fidelis, che ha visto anche la partecipazione di studenti e studentesse di un Istituto cittadino, l’IIS Stradivari di Cremona (clicca qui per la notizia). Nell’articolo, al di là di quanto si possa essere d’accordo sugli eventi che mettono in risalto le forze armate, e mettendo per un attimo da parte il doveroso riconoscimento a persone che, nell’adempimento del loro dovere, svolto in nome dello Stato e della collettività, hanno perso la vita, preme soffermarsi sulla questione della celebrazione, contestuale alla suddetta  cerimonia, “dell’eroica difesa del caposaldo di Culqualber, un episodio della Guerra d’Etiopia del 21 novembre 1941, da parte del 1° Battaglione Carabinieri e Zaptie, nel quale si consumò il sacrificio in una delle ultime battaglie dell’esercito italiano” (il virgolettato è preso testualmente dall’articolo pubblicato). Se si volesse approfondire, si troverebbe tanto materiale che descrive nel dettaglio le azioni militari volte a difendere il territorio di Etiopia dall’attacco degli inglesi; lasciamo questa possibilità a chi voglia approfondirne il contenuto. Si parla di guerra, armi, combattimenti, prigionieri, morti ed, infine, di capitolazione. Le fonti dicono che, dopo mesi di resistenza e di attacco, durante l’ultima, disperata difesa, si distinsero in molti, militari del Regio Esercito, Camicie Nere, Ascari dei reparti coloniali, Carabinieri e Zaptiè, che sacrificarono la loro vita in nome dell’Italia. II Maggiore Carlo Garbieri, il Carabiniere Poliuto Penzo ed il Maggiore Alfredo Serranti, furono decorati di medaglia d’oro al valore militare alla memoria. Questa doverosa premessa è per conoscere i termini degli eventi di cui si parla nell’articolo. Riflettiamo quindi sui molti sottintesi storici di tale evento. Siamo nella Seconda Guerra Mondiale, a fianco dei nazisti, cioè dalla parte sbagliata della storia di quel periodo. Siamo su un territorio occupato con un’azione imperialista e colonialista: l’invasione e l’attacco ad uno Stato sovrano come l’Etiopia valse al Regno d’Italia, che ambiva ad avere il suo Impero, le sanzioni previste dall’allora Società delle Nazioni, che vietava azioni del genere, e che contribuirono al precipitare dello Stato Italiano nel baratro che porterà a quell’obbrobrio che fu la Seconda Guerra Mondiale. In Etiopia il nostro Regno, diventato malauguratamente Impero su base razzista, “francamente razzista”, per dirla con le parole del Duce, fu protagonista di atti terribili nei confronti della popolazione civile, con massacri, costruzione di campi di concentramento, rappresaglie, stupri e violenze nei confronti dei “mori”. Solo per citare qualche evento, si ricorda che tra il 19 e il 21 febbraio 1937 le truppe italiane, con il supporto dei civili e delle squadre fasciste, massacrarono circa ventimila abitanti di Addis Abeba, una feroce repressione a seguito del fallito attentato contro il maresciallo Rodolfo Graziani, allora viceré d’Etiopia, a opera di due giovani resistenti eritrei. Le violenze degli italiani durarono per mesi e si estesero ad altre parti del Paese, fino all’eccidio di chierici e fedeli nella cittadina monastica di Debre Libanos a maggio dello stesso anno. In tale circostanza le truppe italiane massacrarono più di duemila monaci e pellegrini al monastero etiope. Una strage che, come altri crimini di guerra commessi nelle colonie, trova spazio a fatica nel discorso pubblico, nonostante i passi fatti da storiografia e letteratura. Con quel passato il nostro Paese non ha mai fatto i conti, né sul piano giuridico né su quello materiale   Graziani è conosciuto come un crudele e violento, vendicativo e dispotico, che utilizza il proprio potere come mezzo di affermazione personale. L’eccidio messo in atto come rappresaglia è stato definito il più grande avvenuto nei confronti dei cristiani in Africa.  Il messaggio con cui dà ordine di massacrare i monaci è il seguente: “Questo avvocato militare mi ha comunicato proprio in questo momento che habet raggiunto la prova assoluta della correità dei monaci del convento di Debra Libanos con gli autori dello attentato. Passi pertanto per le armi tutti i monaci indistintamente, compreso il vice-priore. Prego farmi assicurazione comunicandomi il numero di essi”. Si è trattato di un vero e proprio crimine di guerra, poiché l’eccidio è stato qualcosa che è andato al di là della logica militare, andando a colpire dei religiosi, peraltro cristiani e inermi”.  In Italia manca una memoria consapevole sulle responsabilità per gli eccidi e le violenze commesse dagli italiani nel corso della loro “avventura” coloniale per andare alla ricerca di un “posto al sole” in Libia, in Eritrea, Somalia ed Etiopia al pari delle altre nazioni europee, vengono ancora oggi occultate dalla coscienza pubblica. Il colonialismo non è stato semplicemente un periodo storico, ma è anche una pratica economica che prevede occupazioni e stermini, con disumanizzazione della popolazione indigena. Vennero costruiti campi di concentramento, come a Danane, situato a quaranta chilometri da Mоgadiscio, in riva all’Oceano Indiano, ordinato sempre dal generale Graziani, per accogliere i prigionieri di guerra, resistenti, funzionari, partigiani, monaci copti scampati alla drastica liquidazione dei conventi, indovini e cantastorie, rei soltanto di aver predetto l’imminente tramonto del dominio italiano in Etiopia, di somali che hanno manifestato, in diverse maniere, la loro opposizione all’Italia. Sin dal momento in cui comincia a funzionare, il campo di Danane, come l’altro lager di Nocra in Eritrea, gode di una sinistra reputazione. Noi tutti, inoltre, siamo a conoscenza di come gli Italiani trattassero le popolazioni locali, ammantandosi di una funzione “civilizzatrice” nei confronti di persone che non potevano avere la stessa dignità umana né gli stessi diritti. La conclusione è che spesso gli italiani tendono a ricordare solo quelle pagine della loro storia funzionali alla costruzione di un’immagine positiva di sé come popolo e Nazione ma serve maturare una consapevolezza nuova che metta l’accento anche su una discrasia pericolosa: da un lato la giusta memoria delle stragi nazi-fasciste commesse ‘in Italia’ e dall’altro la pubblica amnesia sulle violenze commesse ‘dall’Italia’ nelle sue colonie in Africa. Questo distacco dalla storia è molto preoccupante perché lascia la coscienza pubblica in balìa di pericolose derive disumanizzanti, aprendo vuoti insidiosi e facilmente colmabili da slogan e da letture semplificate del passato. La partecipazione a eventi come questo da parte delle scuole non si può quindi ritenere neutra: la conoscenza approfondita dei fatti storici e del contesto è necessaria per educare gli studenti al pensiero critico (critico proprio perché informato e consapevole), fuori dagli stereotipi dello stato forte se armato. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Cremona, 3 e 13 dicembre: Corso “Formare cuori e menti per la pace o per la guerra?”
Oggi la guerra viene presentata come necessaria, il riarmo è giustificato da esigenze di sicurezza e gli interventi di militari nelle scuole di ogni ordine e grado sono diventati una normalità. Quale futuro si sta preparando? Qual è il compito formativo della scuola? Siamo proprio sicuri e sicure che non ci siano alternative? A Cremona una rete di associazioni impegnate per la pace e i Diritti Umani (Pax Christi, Amici di Emmaus ODV, Amnesty International, Emergency, Tavola della Pace Cremona e Oglio Po, Comunità Laudato Si Cremona e Oglio Po) insieme all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università propone a insegnanti e attivisti un corso gratuito online di due incontri: partendo dall’analisi del contesto internazionale, si propone di fornire strumenti che aiutino a leggere la complessità e mostrano possibilità differenti e strategie reali per andare oltre il paradigma della guerra. Mercoledì, 3 dicembre 2025, ore 17:30-19-30 A chi serve la guerra? Giorgio Beretta, Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere (OPAL) Serena Tusini, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Sabato, 13 dicembre 2025, ore 15:00-17:00 Pasquale Pugliese, Movimento nonviolento Per richiedere il link di iscrizione: paxcremona@gmail.com
Cremona, Festa della Repubblica: il reggimento Tuscania cerca adepti
In occasione delle celebrazioni per il 79esimo anniversario della nascita della Repubblica, la città di Cremona è stata teatro di una scenografica esibizione dei paracadutisti del 1^ Reggimento Tuscania dei Carabinieri, che sono atterrati “in caduta libera” nella centrale piazza Stradivari, gremita di persone, portando con sé un gigantesco tricolore di 70 metri quadrati, successivamente consegnato al prefetto. La manifestazione, organizzata dal Comune di Cremona, ha altresì previsto l’allestimento, in piazza Roma, di una serie di stand a cura di Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Esercito, Polizia Penitenziaria, nonché un’esibizione del Decimo Reggimento del Genio Guastatori dell’Esercito. Il reggimento Tuscania è un’unità dei Carabinieri con una lunga tradizione nel paracadutismo, non solo militare, ma anche sportivo. Al reggimento viene però riconosciuto un forte coinvolgimento nella cd. “terza dimensione” dell’azione militare, ovvero quella dello spazio aereo, con azioni di intelligence, supporto al fuoco nel corso di operazioni di guerra e identificazione di potenziali obiettivi militari. La sua attività si configura, in altre parole, come un particolare esempio di dual use civile-militare. La comunicazione pubblica dell’evento, a cura soprattutto dei media locali, ha infatti posto l’accento soprattutto sul paracadutismo come disciplina sportiva in ambito agonistico, evidenziando il ricco medagliere conquistato dagli “atleti” nel corso di prestigiose competizioni internazionali e sottolineando i requisiti richiesti a giovani eventualmente desiderosi di entrare a far parte del reggimento: preparazione fisica, forza di volontà, tenacia, elasticità mentale, capacità di lavorare in team, spirito di sacrificio.   La rilevanza assunta dall’evento, anche in virtù del suo carattere altamente spettacolare e della comunicazione mediatica di cui è stato fatto oggetto, costituisce un ulteriore capitolo della strategia di promozione del ruolo delle forze armate, tesa ad attrarre nei propri ranghi soprattutto esponenti delle generazioni più giovani. In tale quadro, si può inserire anche l’istituzione della figura del Carabiniere ausiliare volontario, recentemente annunciata dal comandante generale dell’Arma Salvatore Luongo, al festival dell’Economia di Trento, al fine di ovviare al decremento degli arruolamenti, in parte dipendente dal calo demografico (Per i Carabinieri investimento sui giovani tra i 18 e i 24 anni – Il Sole 24 ORE). Osservatorio contro la militarizzazione elle scuole e delle università
Festa della Repubblica a Cremona: Sfilate militari e messaggi di propaganda bellica
E anche a Cremona il 2 giugno, festa della Repubblica, è andata in scena la nuova “liturgia collettiva solenne e festosa” della propaganda militarista: il centro si trasforma in “Cittadella della sicurezza” (link qui e qui agli articoli del quotidiano locale) pieno di rappresentanze di corpi militari (bersaglieri, carabinieri, esercito…) che hanno offerto parate ed esercitazioni. «Il comparto della Difesa svela strategie e strumenti per disinnescare ordigni, mostra armature tecnologiche del peso di 40 chili, apparati radiografici, cannoni ad acqua»; «un robottino cingolato dell’esercito che, come un insetto metallico, ondeggia per la piazza issando il tricolore con fierezza»; «gli agenti della polizia locale che accendono le sirene delle moto, come un richiamo gioioso all’attenzione»; «In un angolo dei giardini, la bardatura cerimoniale dei cavalli della polizia diventa poesia in movimento: un’elegante sfilata che sa di fiaba e disciplina, tra il fruscio del verde e il brillare discreto delle fibbie». Tutto questo sotto gli occhi attenti di adulti, bambini e bambine. C’è pure lo show dei paracadutisti del primo reggimento Carabinieri Paracadutisti “Tuscania” in caduta libera su piazza Stradivari, allo scopo di «sottolineare l’importanza delle Forze armate nella storia e società italiana» (link all’articolo del quotidiano locale). Il pubblico con il naso all’insù, festoso e plaudente. Poi la sfilata delle autorità. Evidentemente i cittadini e le cittadine cremonesi non si sono ancora accorte/i che queste iniziative subdolamente suadenti e gioiose rientrano in un precisa opera di propaganda militare prevista dal “Programma di comunicazione 2025 del Ministero della Difesa” (link al nostro articolo): quello che le Forze Armate stanno mettendo in campo, e di cui si è perlopiù all’oscuro, non è altro che un piano ben ponderato di intervento, che prevede il reclutamento di 40.000 nuovi/e soldati/soldatesse (link all’articolo de Il Fatto quotidiano): i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze che a Cremona e in tante città d’Italia il 2 giugno applaudivano con il naso all’insù. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha documentato innumerevoli volte come la presenza sempre più dilagante delle Forze armate in manifestazioni civili è funzionale a camuffare e far digerire all’opinione pubblica i venti di riarmo, arruolamento e guerra su cui anche il Parlamento Europeo nella Risoluzione su politica di sicurezza e difesa comune votata il 2 aprile, spinge senza esitazioni. E sull’aumento delle spese militari, previste dal piano Rearm Europe, che toglieranno risorse al welfare pubblico, sbilanciando le priorità politiche verso una società e una cultura sempre più armata. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ci chiediamo anche come possano le amministrazioni locali, davanti a Gaza, all’Ucraina, al Sudan, focalizzare la festa della Repubblica su queste ostentazioni di guerra, assecondando la propaganda militarista agli occhi dei cittadini e delle cittadine, e contemporaneamente, esprimersi per la pace o magari esporre il sudario in solidarietà con le vittime palestinesi. Le armi, quando ci sono, vengono usate in scenari di guerra (i maggiori fornitori di armi di Israele sono Usa, Germania e Italia, quindi le armi usate per bombardare la popolazione di Gaza sono anche italiane –link all’articolo di Altreconomia), e le Forze Armate italiane non sono estranee alla partecipazione diretta in questi conflitti (la stessa Aeronautica Militare Italiana intrattiene una stretta collaborazione con la Forza aerea israeliana che sta bombardando la Striscia di Gaza come documentato attentamente dal sito Peacelink.it – link all’articolo). Stiamo ben ancorati con il naso all’ingiù. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Cremona
HANGSTROM / Indelible
HANGSTROM Release I”ndelible” Tracklist 1.Straight to the end 2.Crucified  3.Indelible  Indelible Release: [May 22nd 2025] HANGSTROMBase: Cremona, Italy Genre: alternative rock, psychedelic rock, shoegaze …”Crucified”  Indelible by Hangstrom buy / STREAMING  -   Contact
Militari nelle scuole a Brescia, Monza, Sondrio, Cremona: salvataggio animali e sicurezza alimentare
Leggiamo che quest’anno la polizia provinciale di Brescia avrà un suo stand nel grande parco giochi Seridò, evento organizzato ormai da ventisei anni e promosso dalla FSIM (Federazione Italiana Scuole Materne). Guiderà i bambini e le bambine nella simulazione di salvataggio di animali feriti o in pericolo. Per rappresentare gli animali verranno utilizzati dei peluche e i bambini e le bambine giocheranno a fare gli/le agenti utilizzando dei mini quad. Spostandoci un po’ sulla cartina troviamo che le classi terze della scuola secondaria di primo grado di Ornago e Burago sono state coinvolte in un progetto sulla legalità lungo tre anni con l’intervento dei carabinieri del territorio e, a conclusione del progetto hanno ricevuto dal raggruppamento dei carabinieri per la biodiversità di Mantova l’albero di Falcone. Nell’organizzazione è stato coinvolto anche il consiglio comunale dei ragazzi. Sempre in Lombardia nelle scuole di secondo grado troviamo un ciclo di incontri sulla legalità tenuto dai carabinieri del comando provinciale di Sondrio, alcune ore di formazione per il contrasto alla violenza di genere e alcune ore sul controllo e la prevenzione agroalimentare tenute dai carabinieri della compagnia di Cremona con le divisioni N.O.R e N.A.S, per un totale di quindici classi. I casi che qui riportiamo nei nostri articoli sono solo una piccola parte degli incontri tenuti sul territorio nazionale eppure danno l’idea di quanto il fenomeno stia pervadendo gli spazi dentro e fuori la scuola. Dalle scuole materne alle scuole secondarie di secondo grado e nei PCTO abbiamo il dovere come adulti di tutelare la qualità della relazione di apprendimento e dei contenuti trasmessi. La presenza di corpi militari negli spazi della formazione civile è un dato preoccupante. Vi invitiamo a seguire il lavoro dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, a segnalarci casi a vostra conoscenza a osservatorionomili@gmail.com e se condividete il nostro impegno a sostenerci con una donazione.  Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università