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A Villar Dora Fermento lancia il crowdfunding per aprire un forno contadino di comunità
Quattro soci lavoratori stanno trasformando uno spazio in bassa Val di Susa in un panificio  cooperativo  che unisce pane a lievito madre, filiere agricole locali, biodiversità e partecipazione  territoriale.  La campagna su Produzioni dal Basso punta a raccogliere 10.000 euro per completare laboratorio e attrezzature. A Villar Dora, in bassa Val di Susa, sta prendendo forma FERMENTO – SocietàCooperativa di Comunità, un nuovo forno contadino di comunità nato dall’incontro tra panificazione, agricoltura e territorio. La cooperativa è stata fondata da Alice Ambrogio, Pauline Carbonnelle, Damiano Tua e Federico Giacometti, quattro soci lavoratori con percorsi tra economia, agraria, filosofia, sostenibilità, agroecologia e panificazione. Dopo la costituzione della cooperativa e l’avvio dei lavori nel laboratorio di via Fortunato Perino 5D, FERMENTO ha lanciato una campagna di crowdfunding su Produzioni dal Basso. L’obiettivo è raccogliere 10.000 euro per contribuire al completamento dei lavori e all’acquisto delle attrezzature necessarie all’apertura. L’investimento complessivo previsto per l’avvio dell’attività è di circa 65.000 euro, sostenuto in parte direttamente dai soci attraverso capitale sociale, prestiti infruttiferi e lavoro svolto in prima persona. Un forno, ma anche una filiera Il cuore del progetto sarà il panificio di Villar Dora, dove FERMENTO produrrà pane, focacce e altri prodotti da forno utilizzando lievito madre, farine biologiche integrali e semi-integrali, macinate a pietra e provenienti da filiere piemontesi conosciute direttamente. Le preparazioni saranno a base vegetale e la cottura avverrà nel forno a legna. L’attenzione non si ferma al prodotto finale. Il progetto nasce dalla volontà di ricostruire relazioni più dirette tra chi coltiva, chi trasforma e chi acquista il cibo, riducendo le distanze nella filiera e costruendo rapporti continuativi con agricoltori e molitori. Il riferimento è quello della sovranità alimentare: rendere le comunità piùpartecipi delle scelte che riguardano la produzione e la distribuzione del proprio cibo. Ercolino: il grano valsusino Tra i progetti già avviati c’è ERCOLINO, una microfiliera costruita attorno a una popolazione evolutiva di frumento, cioè un insieme di varietà antiche e moderne coltivate nello stesso campo. Stagione dopo stagione, la popolazione si adatta alle caratteristiche del territorio, mantenendo diversità genetica e capacità di risposta alle condizioni ambientali. ERCOLINO collega coltivazione, molitura e panificazione all’interno di una filiera territoriale, con l’obiettivo di rafforzare l’autonomia rispetto alle materie prime e valorizzare la biodiversità agricola locale. Welfare dal basso e condizioni del lavoro agricolo Alla microfiliera è legato anche un progetto di welfare dal basso insieme a Dambe So, ostello sociale del Saluzzese che accoglie lavoratori agricoli stagionali. L’iniziativa nasce dall’idea che una filiera alimentare non possa interrogarsi soltanto sulla qualità delle materie prime, ma anche sulle condizioni sociali del lavoro agricolo e sulle possibilità concrete di redistribuzione e supporto. Uno spazio aperto al territorio FERMENTO è già presente sul territorio attraverso mercati, fiere, laboratori e iniziative pubbliche, anche grazie a un forno mobile. Il futuro panificio non saràsoltanto un luogo di produzione e vendita: nello spazio di Villar Dora sono previsti incontri, laboratori, scambio di competenze e collaborazioni con produttori, associazioni e altre realtà locali, oltre alla vendita di prodotti agricoli. «Per noi fare pane non significa soltanto produrre un alimento. Significa interrogarsi su come vengono coltivati i cereali, su chi produce le materie prime, sulle condizioni del lavoro contadino e artigiano e sulle relazioni economiche che tengono insieme una filiera. Con il crowdfunding chiediamo al territorio di partecipare a una fase concreta del progetto: completare il laboratorio e avvicinarci all’apertura.» La campagna di crowdfunding La raccolta è attiva su Produzioni dal Basso con un obiettivo di 10.000 euro. Le risorse contribuiranno a coprire una parte dei lavori di adeguamento e delle attrezzature professionali necessarie al panificio. Dove possibile, la cooperativa sta cercando attrezzature usate o ricondizionate, con l’obiettivo di contenere i costi e recuperare strumenti ancora pienamente funzionali. Campagna: https://sostieni.link/41359 Giorgio Mancuso
October 19, 2026
Pressenza
VAL DI SUSA: IN 10MILA ALLA MARCIA POPOLARE NO TAV CONTRO LA LINEA AVIGLIANA-ORBASSANO
Si è svolta sabato 3 ottobre la marcia popolare chiamata dal Movimento No Tav insieme all’Unione Montana Valle Susa e ai Comuni di Sant’Ambrogio e Avigliana. Una lunga marcia che ha visto circa 10mila persone partire da Sant’Ambrogio e dirigersi ad Avigliana con l’obiettivo di dire no alla nuova linea Avigliana-Orbassano, un nuovo progetto di RFI che si inserisce nel quadro più ampio della Torino-Lione. La giornata di mobilitazione di sabato ha tuttavia mostrato, secondo il Movimento, non solo la capacità collettiva dei No Tav di “resistere, organizzarsi e mobilitarsi”, ma anche di intavolare un discorso in grado sia di “andare oltre la semplice opposizione a una singola opera”, sia di intrecciare altre lotte. “L’apertura di questo nuovo progetto non è semplicemente costruire nuove infrastrutture – scrive il Movimento sul proprio sito – ma decidere quali trasporti servono davvero a chi vive questo territorio e dove devono essere investite le risorse pubbliche. Ieri, insieme alla critica alla tratta Avigliana-Orbassano, è tornata quindi anche la richiesta di investire nel trasporto pubblico e nella metropolitana, invece di continuare a concentrare risorse su opere pensate secondo una logica diversa da quella dei bisogni quotidiani di chi abita la Valle e l’area metropolitana”. In marcia da Sant’Ambrogio e Avigliana, compagne, compagni, comitati e realtà che compongono il Movimento No Tav, amministratori locali e d’oltralpe, No Tav francesi, famiglie del territorio, politici, movimenti sociali, realtà legate alla Palestina, assemblee in difesa dei territori, come quella del Bosco Ospizio di Reggio Emilia, e molte, moltissime persone giovani. “Ci sono giornate in cui una valle intera decide di mostrarsi per quello che è. Ieri è successo tra Sant’Ambrogio e Avigliana. – si legge sui profili social del Movimento –  Un numero enorme di persone ha percorso insieme la Valsusa, in una marcia popolare che ha attraversato i due paesi portando in strada una cosa che forse è ancora più importante del numero dei partecipanti: la capacità di una Valle di riconoscersi, ancora una volta, nella difesa del proprio territorio (…) La Valle continuerà a organizzarsi, a prendere parola e a lottare”. Ai microfoni di Radio onda d’Urto, il bilancio e l’approfondimento di Fabrizio del Movimento No Tav Ascolta o scarica
October 5, 2026
Radio Onda d`Urto
3 ottobre in Val di Susa: tutti in marcia per dire NO alla cantierizzazione che avanza
È dal 2022 che inizia a circolare una nuova espressione nei documenti della nuova linea ferroviaria Torino-Lione. Nelle dichiarazioni ufficiali di TELT (Tunnel Euralpin Lyon Turin, promotore binazionale dell’opera), e della CIG (Commissione Inter-Governativa, l’organo istituzionale presieduto dalla Francia e l’Italia), si inizia a parlare di “cantiere unico” che raggrupperebbe tutti i cantieri TAV della sezione transfrontaliera, da Susa-Bussoleno a St. Jean-de-Maurienne. Nelle planimetrie di TELT, il progetto della Torino-Lione è infatti suddiviso in “cantieri operativi” (CO), ognuno con un numero di riferimento: * CO 01: Tunnel d’interconnessione Susa-Bussoleno e collegamento tra la nuova linea e quella esistente; * CO 02: Piana di Susa, tra cui la stazione internazionale, lo svincolo dell’autostrada A32, e altre opere annesse e connesse tra cui l’autoporto di San Didero) * CO 03, 04, 05, 06, 07: Tutti i cantieri per il tunnel di base e le altre opere accessorie (discenderie, pozzi di ventilazione, siti di sicurezza, ecc…). Questi cantieri si trovano a Chiomonte (03 e 04), a Villarodin-Bourget (05) e a Saint-Martin-La-Porte/La Praz (06 e 07) * CO 08: L’imbocco del tunnel di base a Saint-Julien-Montdenis * CO 09: Nuove opere a Saint-Jean-de-Maurienne, tra cui la nuova stazione ferroviaria e il collegamente tra la nuova linea e quella attuale. Ce ne sono poi alcuni che sono trasversali come i CO 10 e 11 adibiti alla “gestione e impiego dei materiali di scavo, in Italia (10) e in Francia (11)”. Questi “cantieri operativi” hanno tutti una localizzazione ben precisa che permette una mappatura con tanto di legenda, come quella che vedete nella foto, che si ritrova anche sul sito di TELT. MA LA REALTÀ DEI FATTI È BEN PIÙ COMPLESSA Alcuni cantieri operativi sono infatti spalmati su più siti: per fare un esempio, il cantiere di Salbertrand corrisponde principalmente alla sigla CO10, salvo un piccolo spicchietto che sta sotto il cantiere CO03/04. La mossa “innovativa” del cantiere unico permette ai promotori del TAV questo genere di scorciatoie: considerare ogni cantiere come un pezzo di un mosaico di cantieri molto più grande. Ma c’è dell’altro. Tra tutti, i cantieri operativi che ci permettono di capire al meglio il meccanismo del “cantiere unico” sono i cantieri CO 10 e CO 11, ossia quelli che hanno a che fare con la lavorazione e lo stoccaggio dello smarino (materiale di risulta) estratto dalla montagna durante i lavori di scavo. Stiamo parlando di circa 37 milioni tonnellate, di cui 30 estratti in Francia e 7 in Italia. Secondo TELT, fino al 60% del materiale estratto verrà riutilizzato, mentre il restante 40% verrà scartato e andrà a riempire enormi discariche. Secondo la versione ufficiale riportata nei comunicati stampa e sui siti dei promotori, il cantiere unico serve per la “valorizzazione del materiale” e per la “riqualificazione dei siti di stoccaggio,” il tutto in un’ottica di “economia circolare”. Andiamo a guardare più da vicino la situazione in Italia. Il Cantiere Operativo 10 coinvolge principalmente la zona di Salbertrand, dove è previsto un nuovo polo industriale per la fabbricazione dei “conci” di cemento che serviranno a rivestire l’interno del tunnel. Per anni, si diceva che il materiale che verrà scartato a Salbertrand, andrà a finire Caprie e a Torrazza Piemonte (nel Canavese), dove si trovano i siti di stoccaggio permanenti della Torino-Lione. In realtà, dai primi mesi del 2026 è diventato evidente che anche la Piana di Susa sarà impattata come sito di stoccaggio. A pieno regime, sono previste decine di migliaia di viaggi di camion all’anno durante il periodo di picco del cantiere. Sono cifre esorbitanti: centinaia di viaggi al giorno, in entrata e in uscita da un cantiere all’altro, tutto scritto nero su bianco nel cronoprogramma di TELT. Dalle carte, infatti, vediamo che il materiale che si trasporterà si suddivide in: * materiale per calcestruzzo (CL1); * materiale per rilevati e sottofondo (CL2); * materiale per ripristino ambientale (CL3a); * materiale per rifiuto speciale, tra cui amianto e arsenico (CL3b). Peccato che di quest’ultima categoria non si trovi alcuna previsione del numero di viaggi in camion! Il dispositivo del cantiere unico è stato progettato per creare una specie di enorme “black box”: il materiale entra ed esce dal cantiere unico, ma tutto quello che succede durante… chissà. Questo perché il cantiere unico crea – volutamente – un cortocircuito nelle normative in merito allo smarino. Il cantiere unico permette infatti ai proponenti del TAV di far finta che tutto il materiale che circola da un cantiere all’altro non esce mai dal cantiere, e può quindi essere riutilizzato in quanto “sottoprodotto di lavorazione.” Stando alla legge, se il materiale dovesse uscire dal cantiere diventerebbe “rifiuto”, e riutilizzarlo sarebbe più complicato in quanto richiederebbe controlli e accertamenti. L’assurdità dell’inghippo è palese: un colossale raggiro ai danni dello stato compiuto dalle stesse istituzioni statali che siedono nella CIG, nel nome di un’opera che lo stato considera di “importanza strategica”. Ma per chi vive in questi territori, sappiamo benissimo che il cantiere unico è una finzione: le nostre vallate non sono un’area di cantiere, bensì una zona vastissima, bella e fragile, con fiumi, boschi, montagne, rocce, creature viventi, di cui gli esseri umani sono solo una piccola parte. Il pericolo vero è che la logica del cantiere unico rischia di azzerare tutto il vivente che attraversa queste montagne, considerata nient’altro che “interferenza”: ostacolo da rimuovere. CHI CI GUADAGNA? Oltre a TELT e alle multinazionali che hanno vinto gli appalti per il tunnel, chi ci guadagna sono le tante ditte, grandi e piccole, che lavorano nel settore del movimento terra. Alcune di queste sono ditte infiltrate da cosche mafiose e ‘ndranghetiste, come documentato negli anni dalle varie inchieste Minotauro (2011), San Michele (2014) e Echidna (2024). Altre sono ditte piemontesi DOC, ma non per questo meno immanicate con la malavita. Tante di queste ditte girano intorno al feudo di Gavio, e quindi intorno alla “solita” galassia, tra cui Sitaf, Itinera, e Co.Ge.Fa. Altre invece fanno parte di schieramenti rivali. Alcune ditte sono più note di altre in quanto titolari degli appalti di volta in volta assegnati, per esempio l’appalto da €648 milioni per la gestione dello smarino, assegnato a Co.Ge.Fa., Cogeis e Cavit tra le altre. Altre ditte sono operative in subappalto per cui non risultano da nessuna parte, e si riconoscono solo per le scritte sui mezzi che entrano ed escono dai cantieri. Il radicamento profondo della malavita nei cantieri delle grandi opere in Piemonte – soprattutto attraverso la gestione del “movimento terra” – non è una novità. La differenza è che ora questo sistema risulta legittimato e promosso, come unico modello d’impresa possibile per lo sviluppo del territorio. NOI NON CI STIAMO! E CONTINUEREMO A OPPORCI FINCHÉ IL CANTIERE UNICO NON VERRÀ SMANTELLATO E LA TERRA SARÀ RESTITUITA A CHI LA ABITA. Centro Sereno Regis
September 30, 2026
Pressenza
I GENITORI MONTANI DISAGIATI – VAL DI SUSA SI MOBILITANO PER LA PRESENZA DI PEDIATRI SUL TERRITORIO
Ai nostri microfoni Anna Pierro, del “Comitato genitori montani disagiati della Val Susa”, che ha lanciato una petizione che richiede il ripristino di una presenza stabile di pediatri nel territorio. La petizione “Salviamo la sanità dei bambini in Valle di Susa” ha messo nero su bianco una serie di obiettivi per migliorare la vita delle famiglie con bambini che si vedono costrette, in molti casi, a spostamenti fino a 50-60 chilometri per raggiungere il pediatra più vicino. Ad oggi, la petizione ha raccolto 2865 firme.  Vivere in montagna non può significare avere meno diritti, soprattutto quando si parla della salute dei più piccoli. È con questo spirito che il nostro comitato informale, costituito lo scorso 7 agosto, si è messo in gioco.
September 16, 2026
Radio Blackout
Giorgio Rossetto torna in carcere: l’accanimento contro chi lotta in Val di Susa non si ferma
Senza alcun preavviso, il 21 agosto i Carabinieri hanno prelevato lo storico attivista No Tav dalla sua abitazione di Bussoleno e lo hanno trasferito alle Vallette. Revocata la misura alternativa per non meglio precisate violazioni delle prescrizioni. Il Movimento denuncia l’ennesimo capitolo di una persecuzione giudiziaria che da anni colpisce Giorgio e l’intera resistenza alla Torino-Lione. Giorgio Rossetto è di nuovo in carcere. Nella serata del 21 agosto, senza alcuna avvisaglia, i Carabinieri di Susa lo hanno prelevato dalla sua dimora sopra la Credenza di Bussoleno e trasferito nella casa circondariale Lorusso e Cutugno, le Vallette di Torino. A darne notizia è NoTav.info. A determinare il ritorno in carcere sarebbe stata la revoca della misura alternativa concessa dal Tribunale di Sorveglianza, a seguito di violazioni delle prescrizioni che, al momento, non risultano meglio specificate. È l’ennesimo capitolo di una vicenda giudiziaria che accompagna Rossetto da anni e che difficilmente può essere separata dalla sua storia politica e dalla lunga repressione che ha investito il Movimento No Tav. Giorgio avrebbe dovuto terminare in autunno la pena che stava scontando ai domiciliari. Il suo percorso detentivo era cominciato nel gennaio 2025 per alcune condanne definitive relative a episodi della lunga lotta contro la Torino-Lione: lo sgombero della Maddalena del 2011, la costruzione della baita in Clarea nel 2010 e una marcia No Tav del 2019. Già lo scorso febbraio le condizioni della detenzione erano state pesantemente aggravate dopo un’intervista concessa a Radio Onda d’Urto nella quale Rossetto aveva parlato dello sgombero di Askatasuna. Per avere espresso pubblicamente le proprie opinioni gli erano stati imposti il divieto di comunicazione e la riduzione a una sola ora del tempo consentito fuori dall’abitazione. Poi, a marzo, proprio quando avrebbe dovuto terminare quel periodo di detenzione, era arrivato un nuovo provvedimento. La dichiarazione di inammissibilità di un ricorso in Cassazione aveva determinato l’esecuzione di un’ulteriore pena di otto mesi. Giorgio era rimasto così ai domiciliari e avrebbe dovuto concludere la detenzione nell’autunno di quest’anno. Ora arriva invece il ritorno alle Vallette. Non siamo davanti a un episodio isolato. È difficile leggere questa decisione senza inserirla nella lunga storia di repressione giudiziaria che ha accompagnato la lotta No Tav. Migliaia di denunce, processi, condanne, fogli di via, misure cautelari e preventive hanno trasformato negli anni la Val di Susa in un laboratorio nel quale sperimentare strumenti di controllo del conflitto sociale successivamente estesi ad altri movimenti. La stessa estate 2026 ne offre una rappresentazione impressionante. Durante il Festival Alta Felicità e la manifestazione contro i cantieri della Torino-Lione sono state identificate migliaia di persone, anche attraverso riprese fotografiche e video che l’avvocato Gianluca Vitale ha denunciato come potenzialmente riconducibili a una vera e propria «schedatura di massa». Fogli di via, Daspo urbani, respingimenti alla frontiera e provvedimenti di allontanamento hanno preceduto e accompagnato la mobilitazione. E nelle Vallette si trovano tuttora anche i due ventenni tedeschi arrestati in flagranza differita dopo la giornata di lotta ai cantieri, per i quali il giudice ha confermato la custodia cautelare in carcere. È dentro questo scenario che il ritorno in carcere di Giorgio assume un significato che va oltre la sua vicenda personale. Colpire ripetutamente un militante conosciuto del Movimento significa anche inviare un messaggio a una comunità resistente che da oltre trent’anni continua a opporsi a una grande opera imposta attraverso militarizzazione del territorio, cantieri trasformati in fortini e un apparato repressivo divenuto strutturale. Lo aveva detto con estrema chiarezza Nicoletta Dosio già a marzo, quando era arrivato l’ennesimo prolungamento della detenzione: «È una persecuzione che ormai dura da tempo, che dura da anni, nei confronti di Giorgio ma anche nei confronti di tutto il Movimento No Tav». Quella denuncia oggi acquista ancora maggiore forza. Perché il punto non è costruire una figura eccezionale intorno a Giorgio Rossetto. È esattamente il contrario. La sua storia giudiziaria è parte della storia collettiva della Val di Susa: una storia fatta di persone trascinate per anni nei tribunali per blocchi, cortei, iniziative ai cantieri e pratiche di resistenza contro un’opera contestata da una parte consistente del territorio. Il carcere diventa così uno degli strumenti attraverso cui governare un conflitto politico che non si è riusciti a chiudere in oltre trent’anni. La sproporzione tra repressione e conflitto sociale è precisamente ciò che rende la Val di Susa un caso paradigmatico. Quando una mobilitazione sopravvive per decenni a governi di ogni colore, cantieri militarizzati, processi e migliaia di procedimenti giudiziari, la risposta dello Stato tende progressivamente a spostarsi dal terreno politico a quello penale. Non si riesce a eliminare il conflitto e allora si cerca di aumentarne continuamente il costo individuale. È il meccanismo del diritto penale del nemico denunciato più volte dagli attivisti No Tav: non soltanto sanzionare una determinata condotta, ma sottoporre alcune persone a un controllo permanente in ragione della loro storia, delle loro relazioni e della loro persistente appartenenza a un movimento considerato irriducibile. Ed è proprio questa persistenza che la repressione non è riuscita a cancellare. «Continueremo a fare sentire a Giorgio e all* compagn* tedesch* a cui è stato confermato il carcere la nostra vicinanza e solidarietà, in Valsusa come in città, nelle piazze come nei sentieri», scrive il Movimento No Tav. Perché la storia di Giorgio Rossetto non appartiene soltanto a Giorgio. Appartiene alle migliaia di persone che in questi decenni hanno attraversato i sentieri della Clarea, costruito barricate, partecipato alle marce, difeso i presidi e continuato a contestare la Torino-Lione. Le porte delle Vallette possono rinchiudere ancora una volta un uomo. Non possono rinchiudere una lotta che da più di trent’anni continua a tornare sui sentieri della valle. Giorgio libero subito. Liber tutt.** Osservatorio Repressione
August 25, 2026
Pressenza
Dalla Val di Susa al “terrorismo di piazza”: la nuova frontiera della criminalizzazione
Non si è ancora conclusa l’ondata repressiva seguita alla manifestazione No Tav di sabato scorso in Val di Susa. Mentre la Procura di Torino continua a scandagliare migliaia di immagini raccolte da telecamere e droni per individuare altri manifestanti, due giovani cittadini tedeschi di vent’anni restano nel carcere Lorusso e […] L'articolo Dalla Val di Susa al “terrorismo di piazza”: la nuova frontiera della criminalizzazione su Contropiano.
August 1, 2026
Contropiano
Nicoletta Dosio, “tra resistenza e repressione: la cronaca del corteo NO TAV raccontata da dentro”
Dopo la grancassa mediatica nei salotti televisivi del panorama italico e la narrazione mainstream convergente, offerta dal partito unico guerrafondaio della carta stampata, ai quali si è in fretta e furia unito il “coro politicista” di univoca condanna,  dagli scranni della maggioranza ai “centrini oppositori” fino all’eterogeneo “campo largo” (dove si pensa -in quest’ultimo recinto politico- di poter trovare  la “quadra sostanziale” nella corsa elettoralistica sul fronte della sicurezza, in  concorrenza alla politica governativa, accusata di essere nei fatti inefficace e inconcludente nonostante l’ondata dei decreti securitari posti in essere); per dovere d’informazione e completezza del dibattito ci sembra opportuno riprendere  la cronaca della giornata dello scorso fine settimana,  fatta da Nicoletta Dosio (pubblicata su “L’Indipendente”) salita sul banco degli imputati e già condannata dal pensiero unico legalista, il quale si trova oggi ad invocare unitariamente – da destra a sinistra – un’azione congiunta di forze istituzionali, per fronteggiare “la nuova emergenza terroristica di piazza”. La storica attivista No Tav, come ogni anno presente al festival dell’Alta Felicità, ritornata nella sua a casa in Valle, ha voluto racconta dal suo punto di osservazione i fatti della giornata di Venaus vissuti in prima persona. Insomma il nostro dovere di cronisti è anche quello di mettere in risalto il quadro documentale d’ insieme su ciò che accade nel conflitto sociale. Su questo concordiamo pienamente con quanto evidenziato da Francesco Zevio, nell’articolo ripreso ieri sulle pagine di Pressenza, grazie al nostro partner Comune-info: « I recenti fatti di Val Susa offrono l’occasione per ricordare due ordini di cose. Il primo è innanzitutto rivolto all’esterno, ovvero a quella parte di popolazione che “subisce” le notizie riguardanti questi fatti senza averne una conoscenza personale e di prima mano, senza aver disposto della possibilità di considerare autonomamente e criticamente la storia (oltre trentennale) della contestazione al cantiere per la nuova linea ferroviaria Torino-Lione. Il secondo ordine di cose si rivolge innanzitutto a quanti, per un motivo o per l’altro, hanno una maggiore cognizione del progetto di cui sopra e, più in generale, una qualche forma di partecipazione a questo o ad altri movimenti contestatari. Nulla di originale: ma penso valga la pena ricordare, anche solo fare il punto, circa ovvietà che restano essenziali»_   La cronaca di Nicoletta Dosio BUSSOLENO, VAL DI SUSA – Sono tornata alla mia casa, ai grandi alberi che mi accolgono al cancello, agli sguardi amorevoli delle creature che fanno parte della mia vita. Sono tornata dopo giorni in cui è stato bello ritrovare e ritrovarsi. L‘Alta Felicità non è solo lo slogan di un Festival: è la porta che ti riconduce in mezzo alle cose, nel cuore di una collettività attiva e fraterna. Giorni di assemblee, libri, dibattiti, concerti, ma soprattutto incontri: vecchie compagne e compagni che fedelmente ritornano, ma soprattutto giovani, adolescenti che, per la prima volta, sono venuti a vedere, a sentire, a documentarsi. Alta felicità di quanti, contro le sabbie mobili dell’interiorizzazione della sconfitta, riscoprono sogni e possibilità nel senso collettivo della lotta. E puntualmente, contro tutto ciò, Questura e Prefettura assediano il territorio con blocchi stradali non solo sulle statali, ma sulle strade comunali, divieti d’accesso, proibizione di vendere bevande e cibi in vetro e in scatola estesi ai Comuni di mezza Valle. Il controllo militare parte dalla stazione Torino-Porta Nuova, dove i passeggeri della linea Torino – Bardonecchia vengono identificati, fotografati e perquisiti. All’ingresso di Susa c’è folla: sui teli stesi nel piazzale si svuotano gli zaini: indumenti, libri, casseruole, borselli, tutto l’armamentario dei campeggiatori vengono attentamente vagliati da occhiuti censori. Ma, nonostante il clima pesantemente intimidatorio, ormai da dieci anni il Festival dell’Alta Felicità prende il volo, con il suo fitto programma e la gioiosa accampata di tende e cucine, sui prati che, in quel 2005 lontano ma mai dimenticato, furono luogo di lotta e riconquista. Il momento più atteso è come sempre il sabato. Nelle prime ore del pomeriggio parte la manifestazione verso i cantieri del TAV. Quest’anno la marcia si divide su più fronti: le mete si sono moltiplicate perché si sono moltiplicati i cantieri.Il Festival dell’Alta Felicità a Venaus Salbertrand, Traduerivi-San Giuliano, San Didero, la Clarea…A San Didero la statale è bloccata, ma il corteo arriva in treno, scendendo alla stazione di Bruzolo. Pochi passi sull’asfalto, poi si imbocca un viottolo tra i campi verso il nuovo autoporto in fase di ultimazione, opera congiunta di SITAF (la società autostradale) e TELT (la società del TAV). I lacrimogeni partono immediatamente. Il cordone dei poliziotti avanza a tenaglia, calpestando spietatamente il campo di granoturco che i manifestanti hanno rispettato. Reti, lacrimogeni a volontà, qualche fuoco d’artificio che si perde nella vampa incandescente del solleone. Si ritorna alla stazione di Bruzolo. Tutto sembra ormai concluso, non resta che aspettare il treno del rientro.  Ma ecco spuntare DIGOS e poliziotti che occupano la stazione e circondano i presenti. I treni pendolari sono bloccati per ore, mentre circolano i treni ad Alta Velocità: il TGV francese all’andata e al ritorno da Torino, nonché la Freccia Rossa diretta in Francia. Nei pressi della stazione rallentano; attraverso i finestrini si può scorgere l’interno quasi completamente vuoto. La situazione si sblocca dopo ore, con l’identificazione fotografica di tutti i presenti. Sui sentieri della Clarea le persone sono migliaia. Il cantiere – il primo, il più devastante – si raggiunge attraverso le vie dei boschi. È sempre un colpo al cuore arrivare in vista della voragine che un tempo fu il grande castagneto di alberi centenari e l’abitato dei Mulini di Clarea e che ora è un ammasso di soprelevate, reti, rottami. Ma  barriere, cancelli. mezzi militari posti a blindare la “Grande Opera ad interesse strategico” questa volta non servono a fermare la rabbia composta e lucida di un popolo stanco di subire. Oggi in quel fortino intasato di mezzi militari e presidiato da truppe in assetto antisommossa, in quel coacervo di ferro, cemento, prefabbricati, ruspe, trivelle, telecamere, torri-faro spiccano gli scheletri anneriti e le grandi scritte della rivolta liberatrice. Un particolare tra tutti, il più simbolico: quello che fu il salone pubblicitario , voluto e intitolato al defunto architetto Mario Virano, il maggior sostenitore del TAV e del modello di vita ad esso sotteso, nonché commissario straordinario per la costruzione della linea ad Alta Velocità Torino-Lyon e direttore generale di TELT, la società italo-francese per la realizazione del tunnel transfrontaliero. Una costruzione di metallo e vetro che si apre su una grande balconata panoramica, sorta nel punto finale e più alto, dal quale il cantiere è visibile in tutta la sua estensione. La struttura, progettata per diventare il centro nevralgico di un presunto “turismo di cantiere”, sala conferenze, punto informativo di accoglienza per scolaresche e comitive, è diventato per noi il simbolo transgenico del futuro innaturale e disumano che minaccia non solo la nostra Valle, ma l’intero Pianeta. Ora l’edificio scintillante di vetrate e cromature è diventato uno scheletro annerito e non può se non gioirne chi ricorda il paesaggio di un tempo, i prati di narcisi, le piccole vigne di Avanà, la “via dei pellegrini” fiorita di biancospino, che attraversava la foresta popolata di abitazioni mesolitiche sottoroccia per proseguire verso la Francia, sulla strada dei luoghi sacri, verso Santiago di Compostela. Intorno alla Valle che continua a resistere ed al Movimento che rivendica, “senza se e senza ma”, l’azione liberatrice contro il cantiere, è partita ora la “caccia alle streghe”, l’indignazione dei sepolcri imbiancati di sempre. Gli esponenti del Governo più che mai sordo ai bisogni dei territori ed ostile alle ragioni della lotta si precipitano in cantiere per dare solidarietà al sistema devastatore ed ai suoi servi schiocchi, promettendo l’inferno ai NO TAV ribelli. Quanto al Parlamento italiano ed alle istituzioni ad ogni livello, il “partito trasversale degli affari” ha ritrovato la propria compattezza nella condanna ad un popolo che resiste e che ha deciso di difendersi concretamente. Ma se i potenti ci sono nemici, la solidarietà degli oppressi è un grande abbraccio che ci giunge da ogni parte. Con noi sono le vittime delle “fabbriche della morte”, i malati che non riescono a curarsi per i tagli alla sanità pubblica, gli sfrattati, i pendolari vittime dello smantellamento dei trasporti pubblici, chi per non morire di fame deve ricorrere alle mense per poveri, i popoli che resistono contro guerre e genocidi. E ci sorride la madre terra con tutte le sue forme di vita. Il nostro abbraccio solidale va ai giovani compagni fermati e incarcerati che sentiamo  parte viva di noi. È più che mai per amore che la nostra lotta continua. Toni Casano
July 31, 2026
Pressenza
La Val di Susa sotto assedio. Ordinanza vieta il campeggio in tutti i comuni
La Val di Susa si è risvegliata sotto assedio. Ieri i blindati e le forze dell’ordine hanno invaso San Giuliano e Traduerivi in concomitanza con l’inizio del “Campeggio della Piana” che si sarebbe dovuto tenere sui terreni espropriati da Telt e in base ad una ordinanza prefettizia hanno istituito una […] L'articolo La Val di Susa sotto assedio. Ordinanza vieta il campeggio in tutti i comuni su Contropiano.
July 31, 2026
Contropiano