Danni di immagine o ferite reali?Quindici anni fa, in Val di Susa si scriveva una pagina importante della storia
del Movimento No Tav: quella della Libera Repubblica della Maddalena e della
resistenza collettiva per difendere quel luogo dalla macchina della
devastazione.
Vogliamo oggi riportare la memoria a una di quelle giornate di lotta e
partecipazione: l’8 dicembre 2011, quando migliaia di persone raggiunsero la Val
Clarea per riprendersi un luogo sottratto alla collettività e consegnato alla
controparte per la realizzazione della grande opera.
A distanza di quindici anni, quella giornata torna al centro di una vicenda
giudiziaria che coinvolge cinque attivisti No Tav. Nei loro confronti è stata
avanzata una richiesta di risarcimento di 250mila euro per quelli che vengono
definiti gli «incidenti» con le forze dell’ordine avvenuti durante la
manifestazione.
La somma richiesta riguarda i danni che lo Stato ritiene di aver subito,
comprese le spese per l’impiego delle forze dell’ordine e per le attività
investigative. Di questi 250mila euro, ben 200mila sarebbero riconducibili al
presunto danno d’immagine. Spetterà al Tribunale civile di Torino stabilire se i
danni contestati possano essere effettivamente considerati risarcibili.
Sappiamo bene quanto sia profonda la differenza tra i danni che subiamo e quelli
che la controparte pretende di aver subito. Che oggi si cerchi di individuare
cinque persone come responsabili di un presunto danno all’immagine dello Stato,
chiedendo loro di farsene carico economicamente, ha qualcosa di paradossale.
Soprattutto se si considera che quell’immagine è stata compromessa anche dalle
scelte dello Stato stesso e dal modo in cui ha deciso di imporre quest’opera al
territorio.
Quel giorno, in Val di Susa, c’erano migliaia di persone. Migliaia di persone
che avevano scelto di esserci e di manifestare collettivamente il proprio
dissenso. Non cinque.
La Val di Susa e il Movimento No Tav hanno a cuore la salute dei luoghi in cui
viviamo e delle persone che li attraversano. È per questo che, oggi come allora,
siamo al fianco di chi continua a pagare le conseguenze di quella giornata di
lotta. A loro va tutta la nostra solidarietà, il nostro affetto e il nostro
sostegno.
Perché quella dell’8 dicembre 2011 è una storia collettiva, che non può essere
ridotta alle responsabilità attribuite a cinque persone. E perché, anche a
quindici anni di distanza, continuiamo a sapere da che parte stare.
Ma se parliamo di danni, vogliamo parlare anche di quelli che non compaiono
nelle richieste di risarcimento dello Stato. Di quelli che non si possono
ridurre a una cifra e che, in questi anni, hanno segnato profondamente la vita
di tante persone.
Danni fisici e psicologici, subiti da chi quel giorno si è trovato a fare i
conti con la violenza perpetrata dalle forze dell’ordine e da chi, nel corso di
questi anni di lotta, ha continuato a pagarne le conseguenze. Danni ai corpi,
alla salute e alla psiche, a cui si aggiungono quelli inflitti all’ambiente e a
un territorio che continua a pagare il prezzo di un’opera imposta.
L’8 dicembre 2011, durante la manifestazione, le forze dell’ordine fecero un uso
massiccio di gas lacrimogeni. Quel giorno Yuri, un ragazzo che allora aveva
appena sedici anni, venne colpito alla testa, accanto all’orecchio sinistro, da
un candelotto lanciato dalle forze dell’ordine ad «altezza uomo».
Dopo l’impatto, Yuri iniziò a perdere molto sangue e a vomitare. Nonostante le
sue condizioni, gli venne impedito per circa quaranta minuti di raggiungere
l’ambulanza. Le conseguenze di quel colpo non si sono esaurite quel giorno: Yuri
ha perso parte dell’udito all’orecchio sinistro e ancora oggi la zona del viso
interessata è più sensibile rispetto al resto.
Quello di Yuri è uno degli esempi, purtroppo numerosi, dei danni provocati
dall’utilizzo indiscriminato e irresponsabile dei lacrimogeni.
Le immagini di lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, con traiettorie tese e
dirette contro i manifestanti, si sono ripetute innumerevoli volte, in Val di
Susa come in tante altre piazze italiane. Una pratica che solleva interrogativi
profondi sulle regole che disciplinano l’impiego di queste armi, sulla loro
effettiva applicazione e sulla responsabilità di chi ne dispone l’utilizzo.
I lacrimogeni vengono spesso definiti armi «meno letali», ma questa definizione
non significa che siano innocui. Gli effetti dell’esposizione possono essere
particolarmente gravi: anche a basse concentrazioni, gli agenti lacrimogeni
hanno un’azione irritante su cute, occhi, apparato respiratorio e tratto
gastrointestinale. In determinate circostanze, l’esposizione può provocare
lesioni anche serie e coinvolgere altri organi, con possibili conseguenze a
lungo termine.
A questi effetti si aggiunge la componente psicologica: il panico, il
disorientamento e la difficoltà di respirare in una situazione di tensione
possono aggravare ulteriormente le condizioni di chi viene colpito o si trova
nelle immediate vicinanze. Non si tratta soltanto di ciò che accade nell’istante
in cui il gas viene disperso, ma anche di quello che rimane dopo.
Ci sono poi le conseguenze ambientali. Alcuni residui dei dispositivi
lacrimogeni, compresi gli additivi utilizzati per favorire la dispersione
dell’agente, possono depositarsi al suolo e persistere nell’ambiente, con la
possibilità di essere nuovamente sollevati sotto forma di polveri. L’impatto
dipende dalla composizione dei prodotti utilizzati e dalle condizioni di
esposizione, ma resta una questione che non può essere ignorata, soprattutto
quando questi strumenti vengono impiegati ripetutamente in un territorio abitato
e attraversato da migliaia di persone.
E allora viene da chiedersi quale sia il senso di un uso così massiccio di
questi strumenti per «disperdere» i manifestanti. Perché ciò che abbiamo visto e
continuiamo a vedere in Val di Susa va ben oltre l’immagine di un intervento
finalizzato a ristabilire l’ordine: troppo spesso, la gestione dell’ordine
pubblico si traduce in lanci diretti e situazioni in cui le persone vengono
esposte a rischi concreti per la propria incolumità.
Anche noi, dunque, vogliamo parlare di danni. Di quelli che la Val di Susa ha
subito e continua a subire, senza che le venga riconosciuto alcun risarcimento.
Di quelli che si accumulano sui corpi delle persone, nella loro salute e
nell’ambiente in cui vivono.
Per il danno d’immagine dello Stato si chiedono centinaia di migliaia di euro.
Ma chi risarcirà le persone che hanno riportato conseguenze permanenti? Chi
risarcirà un territorio ferito, gli ecosistemi compromessi e tutto ciò che è
stato distrutto in nome di un’opera imposta?
L’immagine dello Stato, in un modo o nell’altro, troverà sempre il modo di
essere difesa. La salute, invece, non si restituisce con una sentenza. E ciò che
viene compromesso nell’ambiente non sempre può essere ripristinato.
Ogni lacrimogeno lanciato lascia conseguenze che vanno ben oltre il momento in
cui viene sparato. Ogni ferita che non guarisce, ogni danno che si accumula,
ogni equilibrio ambientale compromesso ci ricorda che esiste un prezzo reale,
umano e collettivo.
Ma la storia della Val di Susa non è soltanto una storia di ferite e
ingiustizie. È quella di una comunità che ha saputo organizzarsi, resistere e
immaginare un futuro diverso, senza mai smettere di difendere la propria terra.
A quindici anni da quella giornata, continuiamo a rivendicare le ragioni di
quella lotta e a opporci a un modello di sviluppo che devasta i territori e
sacrifica la salute delle persone in nome del profitto e degli interessi di
pochi.
E se oggi lo Stato pretende 250mila euro per i danni che sostiene di aver
subito, è necessario ribaltare la prospettiva: la responsabilità del danno alla
sua immagine non può essere scaricata sul Movimento No Tav, ma va ricercata
nelle scelte dello Stato stesso. Nell’impositione di un’opera contestata da una
comunità, nella militarizzazione di un territorio e nella gestione del conflitto
che ne è derivato. Non è chi si oppone a un’opera a compromettere l’immagine
delle istituzioni, ma sono le istituzioni stesse a dover rispondere delle
proprie scelte e delle loro conseguenze.
Non saranno le richieste di risarcimento a cancellare le ragioni della nostra
lotta, né a trasformare una vicenda collettiva nella responsabilità di cinque
persone. Continueremo a difendere la Val di Susa, a sostenere chi viene chiamato
a rispondere per una lotta che appartiene a migliaia di persone e a costruire
un’alternativa concreta a un modello che mette il profitto davanti ai territori
e alle comunità.
La nostra storia non può essere ricondotta a dei presunti danni da risarcire. La
nostra è una lotta collettiva che continua, perché il futuro della Val di Susa
vogliamo deciderlo noi. Si parte e si torna insieme, sempre.
NuovoCSDownload