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Incendiato il Presidio di Borgone
Questa notte hanno dato fuoco al presidio di Borgone. E la prima cosa che sentiamo è la rabbia. Rabbia per un luogo che fa parte della nostra storia, per uno spazio costruito e vissuto in anni di lotta, per tutto quello che un presidio rappresenta per il Movimento No Tav. Perché questo presidio non è soltanto una struttura, qualche tavolo, delle sedie e un tetto sotto cui ripararsi. È un luogo che abbiamo fatto vivere con la nostra presenza, con le iniziative, le assemblee e le serate trascorse insieme. Il presidio di Borgone è nato nel 2005. Da allora sono passati più di vent’anni. Generazioni diverse hanno attraversato questo luogo, portandoci pezzi della propria vita e contribuendo a costruire una storia collettiva che non si misura in muri e strutture, ma nelle relazioni che abbiamo saputo creare e nella determinazione con cui continuiamo a difendere la nostra terra. Ma c’è un elemento che rende questa vicenda ancora più grave: il presidio sorgeva su terreni che devono essere espropriati. Un luogo che, proprio per la sua storia e per quello che rappresenta, si è trovato al centro di interessi e conflitti ben precisi. Per tutto ciò non abbiamo intenzione di far passare quanto accaduto come un “semplice”incendio. Questi sono modi di fare mafiosi: colpire, distruggere, pensare di risolvere con il fuoco ciò che non si riesce ad affrontare apertamente. È un metodo che conosciamo e che rifiutiamo, tanto più quando viene preso di mira uno spazio collettivo costruito in anni di impegno e partecipazione. Vedere un luogo così finire in fiamme fa male. E non abbiamo intenzione di nasconderlo dietro parole di circostanza. Ma sappiamo anche cosa significa appartenere a questo movimento. Sappiamo che i nostri luoghi vivono perché ci siamo noi, perché siamo capaci di prendercene cura, di ricostruire, di ritrovarci e ripartire. Non è la prima volta che ci troviamo davanti alla distruzione di uno spazio che abbiamo costruito insieme. E ogni volta, quello che conta è la volontà di non lasciare che siano le fiamme a scrivere l’ultima parola. Il presidio di Borgone è parte della nostra storia. Non lasceremo che questa storia finisca tra le ceneri. Oggi c’è rabbia, c’è amarezza, ma c’è anche la consapevolezza di quello che siamo e di tutto quello che abbiamo costruito in questi anni. I nostri luoghi non sono soltanto luoghi: sono il modo concreto in cui una comunità si incontra, si organizza e continua a lottare. Ci ritroveremo anche a Borgone. Perché quel luogo è parte della nostra storia e di una lotta che, da oltre vent’anni, continua a vivere nelle persone che la portano avanti.
October 23, 2026
notav.info
Quando le aule si svegliano: l’autunno delle occupazioni e il bisogno di futuro
Negli ultimi giorni, le notizie che arrivano dagli istituti della Val di Susa, dal liceo Scafidi di Sangano al Norberto Rosa di Bussoleno, fino al polo Darwin-Romero-Natta di Rivoli e al Galilei di Avigliana, descrivono un panorama omogeneo: tra le aule di questi istituti gli studenti hanno deciso di fermare la didattica ordinaria e occupare le scuole. Di fronte a queste mobilizzazioni, la risposta di istituzioni e media locali è stata immediata: l’allarmismo sulla legalità e la retorica dei “danni” e della “devastazione”. Un racconto distorto, platealmente smentito. A Rivoli, il sopralluogo delle stesse autorità locali ha confermato la realtà dei fatti: non ci sono aule devastate né finestre rotte, ma spazi attraversati da studenti che si organizzano per trasformare la propria scuola, anche solo per qualche giorno, in un luogo vivo. La narrazione criminalizzante serve unicamente a deviare l’attenzione dalla questione reale: la spaccatura tra le esigenze materiali e politiche delle nuove generazioni e un sistema che sulla scuola pubblica applica da anni solo tagli e disinvestimenti.  Il contrasto tra la maturità degli studenti e l’intransigenza degli apparati direttivi emerge con chiarezza nei casi di Bussoleno e Avigliana. Dove chi occupa chiede assemblee, dibattiti e momenti di autogestione per riflettere sul presente e sul proprio futuro, l’istituzione risponde invocando regolamenti, il “patto di corresponsabilità” o minacciando l’intervento delle autorità. L’ossessione per il rispetto delle norme si traduce in un vero e proprio ricatto disciplinare: la minaccia di sanzioni sui voti di condotta e le segnalazioni alle autorità diventano gli unici strumenti con cui le dirigenze tentano di silenziare il dissenso. Questo approccio rivela la profonda crisi di una scuola che ha smesso di esercitare una funzione educativa per ridursi alla mera gestione dell’ordine pubblico e della burocrazia aziendale. Quando il dissenso viene bollato immediatamente come “atto illegale”, la scuola si rivela per ciò che è diventata: una struttura rigida che tollera la partecipazione solo quando è innocua e sottomessa. Mentre si tenta di congelare ogni iniziativa, le motivazioni di fondo dell’ondata di occupazioni testimoniano una chiara consapevolezza dello stato delle cose. Le proteste nascono dal rifiuto di una scuola ridotta a istituzione standardizzata e sacrificata dallo Stato, piegata agli interessi privati, delle multinazionali e della corsa agli armamenti. Luogo che dovrebbe garantire formazione, opportunità e spazio all’espressività individuale, la scuola pubblica viene invece smantellata insieme al futuro delle giovani generazioni.  A fronte di ciò, l’occupazione si configura come l’atto concreto per far sentire la propria voce a chi ha sempre ignorato il disagio giovanile. Non si tratta di episodi isolati, ma dell’adesione a una mobilitazione internazionale che unisce gli studenti da Roma a Parigi, lungo un’ondata di riscatto che attraversa l’Europa per dare senso e prospettiva al futuro. L’ondata di mobilitazioni studentesche che sta attraversando il nostro territorio non è un’interruzione arbitraria della didattica: è l’espressione di una generazione che rifiuta di essere spettatrice passiva dello smantellamento del proprio futuro. Chi oggi invoca la disciplina e la punizione dimostra la propria totale incapacità di garantire un futuro degno alle nuove generazioni. Supportare le occupazioni e le lotte degli studenti significa difendere la possibilità stessa di un pensiero critico e alternativo all’interno e all’esterno delle aule.  Le occupazioni di questi giorni non sono un problema di ordine pubblico: sono la risposta necessaria di chi ha deciso di prendersi cura del proprio futuro, partendo dai luoghi in cui vive e studia ogni giorno.
October 22, 2026
notav.info
Sito di Orbassano: passa anche dal FAI il greenwashing del TAV
Lo scorso lunedì 12 ottobre un gruppo di Ambassador della Federazione Autotrasportatori Italiani ha visitato il terminal ferroviario di SITO Logistica a Orbassano. La visita è stata raccontata dall’associazione stessa come “un’occasione di approfondimento e conoscenza diretta di una delle realtà strategiche per la logistica e il trasporto merci del Nord-Ovest”. Il terminal è interessato dal progetto della tratta nazionale della Torino Lione proposto da RFI, quello stesso progetto per cui si è lungamente e aspramente discusso ai tavoli di lavoro in Regione coinvolgendo anche le istituzioni comunali dei territori su cui insiste il progetto, l’Unione Montana Valle Susa e il suo comitato tecnico. Un precedente progetto preliminare era stato depositato da RFI nel 2011, per la realizzazione della tratta di accesso italiana al tunnel di base, da Bussoleno a Settimo Torinese. Tale progetto non è mai stato approvato e successivamente è stato oggetto di una revisione da parte del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, che ha cancellato larga parte delle previsioni iniziali. A fine 2025 RFI ha ridepositato un progetto definitivo per la realizzazione di un tratto di 23 km tra Avigliana e lo scalo merci di Torino Orbassano in aggiunta alla linea ferroviaria esistente. Progetto per il quale se da un lato il costo aggiornato è già fuori controllo (pari a 3 miliardi di euro senza alcuna speranza di ottenere finanziamenti dall’Europa), dall’altro si basa su delle previsioni trasportistiche completamente inconsistenti, aspetti che d’altronde caratterizzano l’intero progetto della linea Torino-Lione. La linea esistente è sottoutilizzata, si parla di un uso pari a meno di un terzo della sua capacità. Infatti i treni merci di autostrada ferroviaria tra Orbassano e Aiton sono stati già abbandonati da Trenitalia e SNCF, perché scarsamente utilizzati ed economicamente insostenibili. Inoltre la Francia ha più volte ribadito che non intende realizzare nuove linee di accesso prima del 2045. Viene quindi spontaneo chiedersi se Enzo Pompilio D’Alicandro, amministratore delegato di SITO Logistica e presidente di FAI provinciale di Torino, che ha ripercorso la storia e le origini dell’interporto di Orbassano, illustrandone l’evoluzione rispetto al progetto TAV ai giovani Ambassador, li abbia edotti anche su questi dati di realtà. Più che un’occasione di approfondimento com’è stata promossa dalla federazione, la visita sembra un’occasione per lusingare chi a Palazzo Chigi spinge per questa – costosa quanto inutile – infrastruttura e per colmare l’assordante silenzio della federazione stessa sulle rivendicazioni di piazza portate avanti degli autotrasportatori al Sud.
October 20, 2026
notav.info
TAV, l’Impero fallisce ancora
“Non vi fermate, dovete costruire la vostra torre, la Torre di Babele, sempre più grande, sempre più alta e bella …Siete o non siete i padroni della terra?” Cantava così Edoardo Bennato con un pizzico di sfottò, nella sua profetica “La torre di Babele”, nell’omonimo album del 1976. Con una pungente ironia della Storia, esattamente cinquant’anni dopo è proprio Tunnel Euralpin Lyon Turin (TELT) a dire “Noi non ci fermiamo”, richiamando inconsapevolmente il calzante parallelismo con il suo “tunnel di Babele”. Una goffa excusatio non petita che tradisce per intero l’affanno dell’Impero del TAV, la cui martellante macchina di propaganda da tempo ha scatenato tutto e tutti, con tragicomici risultati. Ecco alcuni esempi recenti: * incauti caporedattori inebriati dall’odore di zolfo delle esplosioni delle mine, che si dimenticano della talpa da centinaia di milioni di euro incagliata da un anno negli scisti dell’Ambin; * immarcescibili direttori generali che ripetono a macchinetta indimostrabili date di entrata in esercizio, sconfessati dagli organismi degli stessi stati che li nominano; * grigi commissari di governo che dicono “basta parole”, mentre pontificano dell’ennesima accelerazione che non accelererà mai; * spauriti progettisti mandati allo sbaraglio dai grigi commissari con progetti indifendibili; * commissari pensionati che si agitano compulsivamente, nella speranza di un ultimo scampolo di visibilità; * politici pensionati che convocano manifestazioni flop, disertate dai loro stessi “cheerleader”. Un buffo e grottesco teatrino di cartone che non incanta più nessuno. Il tempo dei bilanci arriva per tutti, anche per la più grande opera inutile d’Europa. In oltre un quarto di secolo è stato scavato appena il 18% del tunnel di base, che a sua volta rappresenta meno di un quarto dei 270 km di nuova ferrovia che era stata ipotizzata tra Torino e Lione. Un disegno irrealizzato e già abbandonato in larga parte. Da ben dieci anni la Francia ha infatti rinunciato a costruire nuove tratte di accesso al megatunnel tra Lyon e St Jean de Maurienne, rinviate sine die. Gli organismi governativi d’Oltralpe non prevedono aumenti del traffico merci che pertanto potrà passare sulle linee già esistenti con alcuni interventi di potenziamento. Anche in Italia le tratte di accesso sono state in larga parte abbandonate. Tutte depennate dalle spending review governative di una quindicina di anni fa, eccetto un moncone relittuale tra Avigliana e le porte di Torino, su cui Stato e Ferrovie insistono nel delirante progetto di traforare per 8 km l’acquifero morenico da cui arriva il 20% dell’acqua potabile che bevono i torinesi. Concepito nella metà degli anni ’90, il mitologico progetto Torino-Lione è fermo, di fatto non esiste più e non ha la minima speranza di dare risultati utili nei tempi annunciati e continuamente rinviati. Sui media è ormai sinonimo di ritardi e inaffidabilità, una barzelletta nel mondo delle infrastrutture. Persino i supporter più agguerriti si chiedono pubblicamente “perché non vanno avanti?”. Dove sono le gallerie, i binari, i treni, i presunti benefici? Una delle possibili risposte sta nell’ormai conclamata assenza di copertura finanziaria del progetto Torino-Lione, le cui spese stanno letteralmente esplodendo. Era stimato in circa 5 miliardi di euro il costo del tunnel di base, quando i governi decisero di iniziarlo un quarto di secolo fa. Oggi è più che triplicato fino a oltre 16 miliardi. Contando le parti finora ipotizzate delle tratte nazionali, il conto supera i 27 miliardi. L’Unione Europea, che avrebbe dovuto coprire una fetta importante di queste spese, ha già messo le mani avanti dicendo che non ha la capacità di erogare contributi così rilevanti in pochi anni, scaricando la prevalenza degli oneri sugli stati. Seppure la realizzazione delle sue opere sia ferma al palo, il TAV sta già creando una voragine finanziaria che si allarga a vista d’occhio, come dimostrano i ripetuti stanziamenti urgenti che il governo italiano si è affannato ad assegnare. Una vera e propria bomba a orologeria nel Bilancio dello Stato, talmente grande da non potere più essere nascosta. “Nella montagna d’Europa, la Torino-Lione non è più una promessa” ma un vero e proprio fallimento. Da indiscutibile opera futurista di progresso a simbolo dell’inconcludenza e della sciagura economica: una vera e propria inversione della narrazione che i milioni di euro profusi nella comunicazione non sono riusciti a fermare. L’irrompere della realtà dei fatti mette a nudo una valanga di contraddizioni per il mondo dell’economia e della politica, che da sempre è parte del servile caravanserraglio dell’Impero del TAV. “Vi conviene stare zitti e buoni”. Sparato a tutto volume dal camioncino che sabato 10 ottobre apriva il corteo per la Metropolitana da Collegno a Rivoli, il verso dei Måneskin riassume perfettamente la sordina che buona parte dei politici torinesi e nazionali tentano imporre sul disastro TAV: fare finta di niente, tutti quanti zitti e buoni. Ma ormai è troppo tardi. Il viceministro alle Infrastrutture e ai Trasporti e il suo capo, come tutti i loro predecessori, si sono fatti fregare: cantieri fermi, costi alle stelle, richieste di revisioni degli appalti. L’Impero del TAV e i Signori delle grandi opere inutili e imposte li hanno lasciati con un pugno di mosche in mano. Davvero credono che i loro generosi sostenitori nel mondo imprenditoriale rimarranno zitti e buoni mentre si accorgono di quante favole gli sono state raccontate su Torino-Lione, Terzo Valico, Ponte sullo Stretto, …? Il Presidente della Regione Piemonte pochi giorni fa ha dato di matto in Consiglio Regionale. “Se serve lo scavo io con le mie mani”, ha detto, quando ha scoperto dai media che TELT e il governo della sua parte politica lo avevano tenuto per mesi all’oscuro dell’ennesimo ritardo nei lavori del megatunnel. Davvero crede che i piemontesi in lista d’attesa per una visita o un intervento rimarranno zitti e buoni mentre una speisa morta come la Torino-Lione continua a bruciare risorse che potrebbero invece andare alla sanità regionale? Il Sindaco di Torino conferma l’inossidabile sostegno, suo e della sua amministrazione, alla Torino-Lione, strategica a prescindere a dispetto di ogni evidenza. Davvero crede che i torinesi rimarranno zitti e buoni, mentre la più grande opera inutile d’Europa continua a rubare alla loro città proprio quei miliardi di euro che mancano per completare e ampliare le linee della metropolitana? I sindaci della Zona Ovest sono rimasti zitti e buoni sabato 10 ottobre. Hanno manifestato contro l’effetto, i cantieri fermi in corso Francia lamentando l’assenza di finanziamenti. Guai però a parlare della causa, il TAV che ruba quei finanziamenti. Un capolavoro di equilibrismo per i loro pruriti di partito. Non rimarranno zitti e buoni i loro cittadini, gli unici a cui sono tenuti a rispondere. Come pensano di fare in concreto per ottenere il completamento della Metropolitana? E quando si decideranno a schierarsi contro il progetto della Avigliana-Orbassano che devasterebbe il loro territorio? Il progetto Torino-Lione si regge su una fitta rete di bugie, meticolosamente costruita in anni di valutazioni tecniche deviate, osservatori fasulli, procedure addomesticate, compensazioni truffa. Bugie ora sotto gli occhi di tutti, che stanno trasformando il TAV in una micidiale zavorra al collo di chi ancora si ostina a difenderlo. La lista di quelli che non lo hanno ancora capito è lunga: tanti auguri, vi guarderemo andare a fondo. Babele crolla, l’Impero del TAV sta fallendo. La grande estate di lotta, la meravigliosa manifestazione Sant’Ambrogio-Avigliana del 3 ottobre: abbiamo appena iniziato, la mobilitazione continua. No, non siete i padroni della terra. La terra è nostra, e la difenderemo.
October 19, 2026
notav.info
Fermare i cantieri per fermare i costi
Secondo il viceministro delle infrastrutture e dei trasporti Edoardo Rixi, le mobilitazioni contro il Tav costerebbero allo Stato oltre 200 milioni di euro ogni anno. Una cifra che, a suo dire, deriverebbe dai mesi di fermo dei cantieri, dai costi della sicurezza e da tutte le spese «a cascata» legate alle proteste. Una cifra enorme, che però Rixi utilizza per costruire un racconto molto semplice: ci sono i cantieri, ci sono le proteste e quindi il conto sarebbe da presentare al Movimento No Tav. Peccato che, anche prendendo per buona la cifra fornita dal viceministro, il ragionamento possa essere tranquillamente rovesciato. Quei costi esistono perché esistono i cantieri Tav. Senza i cantieri non ci sarebbe bisogno di proteggerli con un imponente dispositivo di sicurezza. Non ci sarebbero le spese straordinarie necessarie a presidiare le aree di lavoro, né quelle legate alle interruzioni. Non ci sarebbe, soprattutto, la necessità di continuare a spendere denaro pubblico per gestire le conseguenze di un’opera che da oltre trent’anni incontra una forte opposizione sul territorio. Il punto, quindi, non è soltanto quanto costa una protesta, ma quanto costa continuare a costruire il Tav. È una distinzione tutt’altro che secondaria, perché sposta l’attenzione dalla conseguenza alla causa. Il Governo Meloni continua a raccontare la Torino-Lione come un’opera strategica, necessaria e indispensabile per il futuro delle Alpi, dell’Italia e dell’Europa tutta. Nel frattempo, i lavori procedono tra ritardi, cantieri militarizzati e una presenza permanente delle forze dell’ordine sul territorio. E mentre si continua a scavare, si continua a spendere. C’è però un aspetto che le dichiarazioni di Rixi sembrano voler rimuovere: se oggi i lavori accumulano ritardi, è anche grazie alle mobilitazioni del Movimento No Tav, che in oltre trent’anni ha ostacolato l’avanzamento dei cantieri e impedito che l’opera procedesse indisturbata secondo i programmi dei suoi sostenitori. Una lotta che ha saputo mettere in discussione il progetto non soltanto sul piano politico, ma anche attraverso l’opposizione concreta sul territorio. Non ci troviamo, dunque, davanti ad un semplice costo collaterale da mettere a bilancio, ma di fronte ad un agire collettivo che ha contribuito a rallentare la realizzazione dell’opera e che continua a contestarne le ragioni, mentre le istituzioni cercano di portarla avanti nonostante un’opposizione mai venuta meno. Esiste però un modo molto semplice per eliminare quei costi: non realizzare l’opera. Mentre il Governo continua a investire nella Torino-Lione, il territorio indica altre priorità. A inizio ottobre, migliaia di persone hanno attraversato la Valle di Susa nella marcia da Sant’Ambrogio ad Avigliana, insieme ad amministratori locali, cittadini e realtà territoriali, ribadendo la necessità di mettere in discussione il progetto e di destinare le risorse a infrastrutture réellement utili, a partire dal trasporto pubblico locale. Quella mobilitazione racconta una realtà molto diversa da quella che, generalmente, si prova a rappresentare. La Valle di Susa non è semplicemente un territorio che protesta contro un’opera imposta: da trent’anni mette in discussione la necessità stessa della Torino-Lione. Ed è proprio su questo terreno che il racconto ufficiale mostra le sue contraddizioni. Un’infrastruttura di queste dimensioni dovrebbe essere valutata sulla base dei bisogni reali di mobilità, dei traffici che dovrà sostenere e dei benefici che produrrà rispetto alle risorse necessarie per realizzarla. Non basta ripetere che collegherà l’Italia all’Europa o che farà viaggiare le merci sulle rotaie: la sua utilità deve essere dimostrata attraverso dati concreti. Eppure si continua a costruire un’opera gigantesca mentre la linea ferroviaria storica esistente dispone di capacità ancora largamente inutilizzata e mentre il traffico merci attraverso le Alpi non giustifica, secondo il Movimento No Tav, la necessità di un’infrastruttura di queste dimensioni. Il risultato è un’enorme quantità di denaro pubblico impegnata in un progetto la cui utilità viene presentata come un atto di fede, più che dimostrata sulla base delle necessità effettive del territorio. Le risorse destinate alla Torino-Lione potrebbero invece essere impiegate per affrontare problemi molto più concreti e immediati: scuole, sanità, trasporto pubblico, manutenzione del territorio e servizi. È qui che la discussione sui 200 milioni diventa ancora più surreale. Si insiste sul costo delle proteste per difendere un’opera della cui utilità si dovrebbe continuare a discutere, dati alla mano, evitando che una scelta politica venga presentata come inevitabile. C’è poi un’altra contraddizione nelle parole di Rixi: pensare di portare avanti quest’opera aumentando progressivamente le risorse destinate alla sicurezza, come se fosse possibile neutralizzare con uomini e mezzi una mobilitazione. Finché qualsiasi Governo continuerà a imporre la Torino-Lione, il Movimento No Tav continuerà a opporsi. Non saranno le dichiarazioni dei ministri né la militarizzazione dei cantieri a cancellare le ragioni di una lotta radicata nel territorio. Pretendere di proseguire a ogni costo significa mettere in conto il protrarsi di una gestione dei cantieri sempre più onerosa per le casse pubbliche. Una conseguenza della quale il Governo deve assumersi la responsabilità politica. Non è il Movimento No Tav ad aver deciso di trasformare la Valle di Susa in un enorme cantiere, a destinare miliardi di euro alla Torino-Lione o a militarizzare il territorio per proteggerla. È una scelta precisa, che continua a produrre costi economici, ambientali e sociali. Prima di presentare il conto a chi resiste, dunque, bisognerebbe riconoscere chi ha deciso di aprire quei cantieri e continuare a finanziarli. Perché il modo più semplice per non spendere 200 milioni all’anno per difendere i cantieri Tav è anche il più ovvio: fermare i cantieri. Dopo trent’anni di opposizione, mobilitazioni e lotte, la Valle di Susa continua a dirlo con chiarezza. Non è la resistenza a essere un costo. È il Tav.
October 19, 2026
notav.info
Il Movimento No Tav sta con lə studentə in lotta!
Come Movimento No Tav stiamo assistendo con attenzione e preoccupazione a ciò che sta succedendo in questi giorni nelle scuole di Torino e non solo. Nelle ultime settimane almeno 20 scuole superiori torinesi e della provincia sono state occupate. Tra le rivendicazioni vediamo la contestazione alla riforma Valditara e all’aumento della spesa bellica a discapito dei finanziamenti destinati alla scuola pubblica. La risposta a questa mobilitazione diffusa ha visto, contrariamente a quanto accade in Francia, i presidi di alcuni istituti chiedere l’intervento delle forze dell’ordine che hanno attuato la strategia di accerchiare, inseguire, arrestare e intimidire ragazze e ragazzi che cercano di esercitare il loro diritto a protestare e a immaginare un futuro diverso. La pratica dell’occupazione degli istituti scolastici esiste da più di mezzo secolo nel nostro paese, che si è svolta sempre senza incidenti se si permette a studenti e studentesse di poter rivendicare la scuola come fucina di idee e punto di partenza del cambiamento. Ieri, durante la mobilitazione nata in risposta a quanto sta accadendo nel nostro paese e nel mondo, in piazza Castello abbiamo assistito a cariche a freddo e senza motivo contro ragazzi minorenni che chiedono fondi per la scuola e non per le armi, con idranti e lacrimogeni usati contro di loro. Sotto la Prefettura abbiamo visto uomini adulti e armati rincorrere a manganello alzato la testa del corteo fatta di giovanissimi che stavano indietreggiando. Non ci stupiamo di questa deriva intollerante di uno stato di polizia che non ammette il dissenso e cerca di reprimerlo con la forza, ma ci riempie di sdegno che si concentri sulle giovani generazioni per intimidire e sradicare le proteste per il futuro. Unico vero progresso che potrebbe cambiare le sorti di questo paese. Queste pratiche le conosciamo bene. Sappiamo cosa significa essere inseguiti, identificati, schedati. Sappiamo cosa vuol dire vedersi appiccicare addosso l’etichetta di “violenti” al fine di criminalizzare chi si batte per la propria terra, la propria casa, il proprio futuro. Così come conosciamo bene la strategia del “dividi et impera” che lancia appelli a fare la divisione tra buoni e cattivi. La tecnica è sempre la stessa: intimidire, frammentare, far passare chi protesta come un nemico da neutralizzare. Insieme alla lotta, la solidarietà è l’unica risposta possibile. Insieme possiamo farci forza, senza lasciare solo o indietro nessuno, così che le loro intimidazioni non possano scoraggiare i giovani e le giovani che sognano un mondo che li vede protagonisti del futuro e non succubi di queste politiche devastatrici e guerrafondaie, isolati in scuole-caserme.  Gli studenti e le studentesse stanno vivendo sulla propria pelle quello che noi viviamo da anni: un sistema che prova a spegnere il dissenso con manganelli, denunce, ordinanze prefettizie e intimidazioni. Le scuole che cadono a pezzi, la vita che diventa sempre più cara, spese militari che crescono mentre i servizi pubblici vengono smantellati. Non sono “teppisti”, sono ragazzi e ragazze a cui è stato negato un futuro e che hanno deciso di non restare in silenzio. Come Movimento No Tav esprimiamo piena e incondizionata solidarietà ai giovanissimi fermati e arrestati durante le proteste e a tutte le studentesse e gli studenti mobilitati. Ci schieriamo al loro fianco, nelle piazze e nelle scuole, contro la guerra e la repressione del dissenso e per la costruzione di un futuro diverso, in cui siamo noi a rappresentare il progresso e non le loro macchine di morte. Movimento No Tav
October 17, 2026
notav.info
Terzo Valico, il fallimento delle grandi opere: altri miliardi richiesti, operai in cassa integrazione
Altri miliardi di soldi pubblici per mandare avanti il Terzo Valico, mentre 300 lavoratori finiscono in cassa integrazione. È la fotografia di un modello di sviluppo che conosciamo bene: le risorse per le grandi opere si trovano sempre, i costi lievitano, i problemi vengono scaricati sui territori e a pagare sono anche le lavoratrici e i lavoratori. Altro che progresso! Il Terzo Valico conferma tutte le contraddizioni di un’opera imposta in nome di interessi presentati come prioritari per tutti. Il 13 ottobre è arrivata la conferma: nei cantieri di Radimero, ad Arquata Scrivia, e Val Lemme, a Voltaggio, è scattata la cassa integrazione ordinaria per 300 dipendenti della Seli Overseas. Tredici settimane di ammortizzatori sociali, mentre si registrano trasferimenti di personale e si affacciano i primi esuberi nelle imprese subappaltatrici. Non è una vicenda marginale né un semplice incidente di percorso. È una nuova crepa nella narrazione con cui il Terzo Valico viene giustificato da anni: quella di una grande infrastruttura indispensabile, capace di garantire sviluppo, occupazione e benessere ai territori. La realtà, ovviamente, è un’altra. I cantieri rallentano, l’incertezza aumenta e il futuro occupazionale si fa più fragile. I sindacati temono inoltre che la cassa integrazione possa estendersi ai cantieri liguri, coinvolgendo complessivamente circa 1.800 lavoratori, compreso l’indotto. Di fronte a questa situazione, non si tratta di capire come salvare a ogni costo il progetto, ma di mettere in discussione le priorità che continuano a sostenerlo. È necessario interrogarsi sulle ragioni per cui si investono risorse tanto ingenti in un’opera segnata da problemi tecnici ed economici, lasciando in secondo piano le conseguenze sociali e territoriali. La vicenda occupazionale (manco a dirlo!) si intreccia anche qui con quella economica. Infatti, la scorsa estate Webuild, avrebbe chiesto al ministero delle Infrastrutture nuovi finanziamenti per proseguire i lavori. Le cifre circolate vanno da 2,1 a 3 miliardi di euro aggiuntivi. Miliardi. Non una somma marginale, ma risorse pubbliche che devono essere discusse alla luce delle priorità collettive, soprattutto in un Paese in cui interi territori devono fare i conti con servizi insufficienti, trasporti locali in difficoltà e crisi industriali. Nel frattempo, lo scavo del tunnel appenninico deve affrontare problemi legati alla conformazione delle rocce e alla presenza di gas. L’opera incontra dunque difficoltà tecniche che si aggiungono a quelle economiche, mentre la richiesta di nuovi finanziamenti viene accompagnata dall’avvertimento che, senza ulteriori stanziamenti, i lavori potrebbero rallentare. Ci troviamo dunque di fronte al tipico meccanismo delle grandi opere: una volta avviato il progetto, ogni problema diventa un argomento per chiedere nuove risorse e ogni ulteriore investimento viene presentato come indispensabile per non perdere quanto già speso. Ma i soldi pubblici non sono un pozzo senza fondo e un investimento già effettuato non può trasformarsi in un obbligo a continuare a spendere, indipendentemente dai risultati, dai costi complessivi e dalle alternative possibili. Il fatto che un’opera sia già in costruzione non la rende automaticamente utile. E il denaro già speso non è una ragione sufficiente per spenderne ancora. Secondo quanto riferito dai sindacati, alla base della cassa integrazione ci sarebbe anche un contenzioso economico tra il Cociv, il consorzio incaricato della realizzazione del Terzo Valico, e Rete Ferroviaria Italiana, la società committente. Su questo fronte, al momento, mancano chiarimenti pubblici da parte dei soggetti coinvolti. Ma le conseguenze occupazionali sono già concrete. Mentre si discute di risorse e rapporti economici tra i soggetti responsabili dell’opera, 300 lavoratori si ritrovano in cassa integrazione. E altri potrebbero essere coinvolti se la situazione dovesse estendersi. È una contraddizione evidente. Per sostenere le grandi infrastrutture si invocano continuamente l’interesse nazionale, lo sviluppo e la competitività. Quando emergono problemi, però, le conseguenze ricadono sui lavoratori e sui territori, mentre si torna a chiedere alla collettività di finanziare la prosecuzione dei progetti. Non si tratta di mettere in contrapposizione il lavoro con l’opposizione al Terzo Valico. Al contrario: significa rifiutare che l’occupazione venga usata come argomento per giustificare qualsiasi opera, senza interrogarsi sulla qualità, sulla stabilità e sulla distribuzione dei benefici di quei posti di lavoro. Un lavoro legato a un cantiere non può diventare il pretesto per sottrarre un’infrastruttura al confronto pubblico. E la tutela dei lavoratori non può ridursi alla richiesta di nuovi finanziamenti per proseguire a ogni costo. Da anni il Terzo Valico viene sostenuto con la promessa di migliorare i collegamenti ferroviari e favorire lo sviluppo economico. Una narrazione che presenta la grande infrastruttura come una necessità indiscutibile e relega le critiche a ostacolo da superare. Il punto di vista deve però essere spostato su una prospettiva diversa: lo sviluppo non può essere valutato sulla base delle sole promesse, ma deve essere misurato sui benefici reali per la collettività, sui costi economici e ambientali e sulle conseguenze sociali che produce. Non basta evocare genericamente i benefici futuri di un’opera per dimostrarne l’utilità collettiva. Occorre confrontare quei benefici con i costi economici, ambientali e sociali, considerare le alternative e discutere apertamente di come vengono impiegate le risorse pubbliche. Il Terzo Valico attraversa territori che conoscono da vicino le conseguenze dei grandi cantieri. Ora, alla questione degli impatti sul territorio si aggiunge quella occupazionale: 300 lavoratori in cassa integrazione e il rischio di un coinvolgimento molto più ampio. Intanto, la provincia di Alessandria deve già affrontare altre situazioni industriali difficili. In questo contesto, la promessa che una grande opera avrebbe garantito automaticamente un futuro migliore appare ancora meno sufficiente a giustificare le priorità politiche ed economiche che la sostengono. Questa vicenda è l’occasione per ribadire una critica che riguarda ben più di un singolo cantiere: la trasformazione delle grandi infrastrutture in una priorità sottratta alla discussione, da finanziare anche quando costi e problemi continuano ad accumularsi. Non è accettabile che la parola «sviluppo» diventi una giustificazione universale, né che ogni nuova difficoltà venga affrontata invocando altri miliardi pubblici. Le risorse collettive devono essere valutate in base ai bisogni reali delle persone, non alla necessità di portare a termine un progetto soltanto perché è già stato avviato. Occorre mettere in discussione un modello che privilegia le grandi opere rispetto a una pianificazione dei trasporti capace di partire dalle esigenze quotidiane, dal rafforzamento del servizio ferroviario esistente, dalla manutenzione delle infrastrutture e dalla tutela dei territori. Il lavoro va difeso, ma non può essere utilizzato per rendere intoccabile qualsiasi cantiere. I soldi pubblici vanno investiti nell’interesse collettivo, non considerati automaticamente disponibili per coprire ogni ulteriore costo di un’opera. E i territori devono poter discutere le scelte che li riguardano, senza essere messi davanti a decisioni presentate come inevitabili. Altri miliardi richiesti, 300 lavoratori in cassa integrazione e il timore che la crisi si allarghi. È questa la realtà con cui fare i conti, al di là della propaganda. La risposta non può essere un assegno in bianco per il Terzo Valico: deve essere una discussione radicale sulle priorità, sui costi e sul modello di sviluppo che vogliamo. Perché nessuna grande opera può essere considerata più importante delle persone e dei territori su cui pretende di imporre il proprio futuro.
October 16, 2026
notav.info
Sabato 17 ottobre: via i veleni da Taranto – Manifestazione
𝐂𝐇𝐈𝐔𝐒𝐔𝐑𝐀 𝐄𝐗 𝐈𝐋𝐕𝐀 – 𝐒𝐀𝐋𝐔𝐓𝐄 – 𝐁𝐎𝐍𝐈𝐅𝐈𝐂𝐇𝐄 – 𝐋𝐀𝐕𝐎𝐑𝐎 𝐃𝐈𝐆𝐍𝐈𝐓𝐎𝐒𝐎 – 𝐀𝐋𝐓𝐄𝐑𝐍𝐀𝐓𝐈𝐕𝐄 𝐄𝐂𝐎𝐍𝐎𝐌𝐈𝐂𝐇𝐄 Da decenni Taranto vive un conflitto che non dovrebbe esistere: quello tra salute e lavoro. Sabato 17 ottobre: 𝐓𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐭𝐨𝐫𝐧𝐚 𝐚 𝐯𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞! Ritrovo alle 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟔:𝟎𝟎 𝐚 𝐩𝐢𝐚𝐳𝐳𝐚𝐥𝐞 𝐃𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐭𝐞. La produzione siderurgica ha lasciato sul territorio un costo enorme in termini sanitari, ambientali, sociali ed economici. Ed ha condizionato per troppo tempo le possibilità di immaginare e costruire un modello di sviluppo diverso per la città. 𝐏𝐫𝐞𝐭𝐞𝐧𝐝𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐚 𝐓𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐬𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐩𝐢𝐞𝐧𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐠𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐢𝐭𝐢 𝐢 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐢 𝐬𝐚𝐧𝐜𝐢𝐭𝐢 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐂𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐚 𝐂𝐡𝐢𝐞𝐝𝐢𝐚𝐦𝐨: – chiusura del polo siderurgico e l’avvio di decontaminazione e riconversione delle aree; – bonifica dell’intero SIN di Taranto, con tempi, risorse e responsabilità definite; – intervento speciale dello Stato per Taranto e la sua provincia, che trasformi i danni subìti in investimenti in: salute pubblica, servizi, ambiente, conoscenza e qualità della vita; – piano per il futuro di Taranto: formazione, ricerca, innovazione, nuove competenze, riqualificazione professionale dei lavoratori e opportunità per le nuove generazioni; – rilancio sociale, culturale, ambientale ed economico del territorio, capace di creare lavoro e nuove prospettive che garantiscano sia la salute che il lavoro. Chiudere e bonificare è necessario. Ma non basta. Taranto ha bisogno di costruire ciò che viene dopo. Ora la voce passa a TARANTO Consulta il documento della manifestazione qui: https://bit.ly/3VPYV3k 𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐩𝐮𝐨𝐢 𝐟𝐚𝐫𝐞? – Stampare la locandina da qui https://bit.ly/4jHROUq in formato A3 o A4 e affiggerla nelle attività della tua zona – Stampare i volantini da qui https://bit.ly/4y4lMFV in formato A5 fronte/retro e distribuirli – Condividere i post dei nostri canali social. Invitare contatti all’evento Facebook che trovi qui https://www.facebook.com/events/1072582692435507 Come raggiungere piazzale Democrate? Apri il link https://bit.ly/4rSQhNG e fatti guidare da Google Maps Scopri l’itinerario cliccando qui https://bit.ly/4B1pB1o #ondadelfuturo#taranto#exilva#manifestazione#TarantoLibera
October 15, 2026
notav.info
I nuovi Hunger Games si giocano in Val di Susa
Non sappiamo se a qualcuno di voi lettori sia capitato di vedere il rendering della nuova stazione internazionale di Susa. A primo impatto, per gli amanti del genere, ricorda molto l’arena del secondo Hunger Games. Una struttura lucida, asettica, piantato in mezzo a una valle martoriata (ma che i designer di TELT ci tengono a ritrarre tutta verde, piena di alberi, assolutamente priva di tutta la colata di cemento che piano piano sta invadendo il nostro territorio). Ma i tributi, cari lettori, in questo film che purtroppo non è un film, siamo noi. La valle, i suoi abitanti, chi da trent’anni si oppone a questo scempio. Mercoledì 14 ottobre TELT ha pubblicato in Gazzetta Ufficiale Europea il bando per la stazione internazionale di Susa: 155 milioni di euro per un’opera inutile, obsoleta prima ancora di nascere. Ma parliamo dell’argomento preferito, parliamo di soldi. Nel 2012, quando fu presentato il progetto, si parlava di 48,5 milioni. Poi ad un certo punto si è passati ad 80. Oggi siamo arrivati a 155. Parliamo di più del triplo in dieci anni. E non finisce qui: c’è pure la tranche opzionale per tre anni di manutenzione, cioè altro denaro pubblico gentilmente regalato. Ma d’altronde, cosa aspettarsi dalla macchina mortale che come un fastidioso parassita continua a insinuarsi sul nostro territorio? E soprattutto cosa aspettarsi dall’amministrazione segusina, che mai si è esposta contro quest’opera né interessata alla salute e al benessere dei suoi cittadini? Nel siparietto da circo che si erge attorno a quest’ennesimo futuro cantiere che attanaglierà la Val di Susa, c’è anche Bussoleno, dove, secondo la sindaca Zoggia (la quale ora è molto arrabbiata per non aver avuto la sua fetta di torta) la stessa stazione sarebbe costata meno di 10 milioni se costruita nel suo comune, sfruttando in parte lo snodo già esistente. Insomma, oltre al danno la beffa, in una valle che avrebbe proprio bisogno di tutti quei soldi per risolvere ben altri evidenti problemi, a partire dalla sanità e dall’istruzione, passando per un possibile potenziamento della già esistente linea ferroviaria. Ma come al solito, le decisioni vengono prese altrove, dall’alto, sulla nostra pelle. Non che la stazione la volessimo a Bussoleno, sia chiaro: non la vogliamo da nessuna parte, però diciamo che manca proprio il buon senso. Non siamo stupiti, ma ogni tanto superano le aspettative. Intanto, mentre loro parlano di soldi, di dove costruire la loro arena dentro alla quale potremo combattere all’ultimo sangue per un tocco di pane, fuori dai cantieri e dalle sale decisionali la gente comune fa i conti con la realtà. Per andare dal benzinaio conviene prima fare un salto a mano armata in banca, perché abbiamo ormai superato i 2 euro al litro, le famiglie faticano ad arrivare a fine mese e a fare la spesa, e con l’arrivo dell’inverno i costi dei riscaldamenti toccheranno le stelle. Dei veri e propri giochi della fame sulla pelle dei pochi, di chi ingiustamente non ha voce in capitolo. Da trent’anni ci propinano la favola delle merci che passano dalla gomma alla rotaia, ma ribadiamo che i numeri li smentiscono ogni volta. Nel 2008 sulla linea storica del Frejus passavano 4,6 milioni di tonnellate di merci. Le previsioni ipotizzavano un raddoppio in dieci anni, con tassi di crescita del 3,3% annuo — superiore a quello del PIL — e coefficienti di elasticità degni di un esercizio di fantasia dei migliori. Gli stessi tecnici della Comunità Montana le definirono anomale. E infatti: la saturazione della linea storica è stata spostata dopo il 2030. Nel frattempo, per far quadrare i conti, hanno aggiunto treni regionali e metropolitani al conteggio, quanto bastava per far apparire i numeri sostenibili. Oggi la realtà è ancora più brutale. I collegamenti dall’Alta Valle, da Bardonecchia e dalla Francia con la stazione di Susa richiederanno autobus e camion, alla faccia del riequilibrio modale. E comunque chiunque abbia un minimo di buon senso sa che le merci su rotaia arrivano solo se la stazione è attaccata ai luoghi dove le merci devono entrare. E non è questo il caso. Mentre si pubblica il bando per Susa, i cantieri sono un cimitero di promesse non mantenute e di scheletri di progetti incompleti. In Italia non è stato scavato un metro di tunnel e la Francia stessa è dubbiosa. La cara talpa Viviana continua a scavare 1,5 metri al giorno contro i 12 previsti, nonostante Manuela Rocca, vicedirettrice generale di TELT, alla conferenza tenutasi con la cittadinanza a Susa, sostenga che non ci saranno ritardi. Pare un po’ una presa per i fondelli. I 155 milioni della stazione di Susa sono l’ennesima tassa che paghiamo per un progetto imposto dall’alto, che da trent’anni promette un futuro di sviluppo e prosperità che fatichiamo a vedere. La partita per fermare questa follia continua ad essere aperta. NO TAV. Ora e sempre.
October 15, 2026
notav.info
Danni di immagine o ferite reali?
Quindici anni fa, in Val di Susa si scriveva una pagina importante della storia del Movimento No Tav: quella della Libera Repubblica della Maddalena e della resistenza collettiva per difendere quel luogo dalla macchina della devastazione. Vogliamo oggi riportare la memoria a una di quelle giornate di lotta e partecipazione: l’8 dicembre 2011, quando migliaia di persone raggiunsero la Val Clarea per riprendersi un luogo sottratto alla collettività e consegnato alla controparte per la realizzazione della grande opera. A distanza di quindici anni, quella giornata torna al centro di una vicenda giudiziaria che coinvolge cinque attivisti No Tav. Nei loro confronti è stata avanzata una richiesta di risarcimento di 250mila euro per quelli che vengono definiti gli «incidenti» con le forze dell’ordine avvenuti durante la manifestazione. La somma richiesta riguarda i danni che lo Stato ritiene di aver subito, comprese le spese per l’impiego delle forze dell’ordine e per le attività investigative. Di questi 250mila euro, ben 200mila sarebbero riconducibili al presunto danno d’immagine. Spetterà al Tribunale civile di Torino stabilire se i danni contestati possano essere effettivamente considerati risarcibili. Sappiamo bene quanto sia profonda la differenza tra i danni che subiamo e quelli che la controparte pretende di aver subito. Che oggi si cerchi di individuare cinque persone come responsabili di un presunto danno all’immagine dello Stato, chiedendo loro di farsene carico economicamente, ha qualcosa di paradossale. Soprattutto se si considera che quell’immagine è stata compromessa anche dalle scelte dello Stato stesso e dal modo in cui ha deciso di imporre quest’opera al territorio. Quel giorno, in Val di Susa, c’erano migliaia di persone. Migliaia di persone che avevano scelto di esserci e di manifestare collettivamente il proprio dissenso. Non cinque. La Val di Susa e il Movimento No Tav hanno a cuore la salute dei luoghi in cui viviamo e delle persone che li attraversano. È per questo che, oggi come allora, siamo al fianco di chi continua a pagare le conseguenze di quella giornata di lotta. A loro va tutta la nostra solidarietà, il nostro affetto e il nostro sostegno. Perché quella dell’8 dicembre 2011 è una storia collettiva, che non può essere ridotta alle responsabilità attribuite a cinque persone. E perché, anche a quindici anni di distanza, continuiamo a sapere da che parte stare. Ma se parliamo di danni, vogliamo parlare anche di quelli che non compaiono nelle richieste di risarcimento dello Stato. Di quelli che non si possono ridurre a una cifra e che, in questi anni, hanno segnato profondamente la vita di tante persone. Danni fisici e psicologici, subiti da chi quel giorno si è trovato a fare i conti con la violenza perpetrata dalle forze dell’ordine e da chi, nel corso di questi anni di lotta, ha continuato a pagarne le conseguenze. Danni ai corpi, alla salute e alla psiche, a cui si aggiungono quelli inflitti all’ambiente e a un territorio che continua a pagare il prezzo di un’opera imposta. L’8 dicembre 2011, durante la manifestazione, le forze dell’ordine fecero un uso massiccio di gas lacrimogeni. Quel giorno Yuri, un ragazzo che allora aveva appena sedici anni, venne colpito alla testa, accanto all’orecchio sinistro, da un candelotto lanciato dalle forze dell’ordine ad «altezza uomo». Dopo l’impatto, Yuri iniziò a perdere molto sangue e a vomitare. Nonostante le sue condizioni, gli venne impedito per circa quaranta minuti di raggiungere l’ambulanza. Le conseguenze di quel colpo non si sono esaurite quel giorno: Yuri ha perso parte dell’udito all’orecchio sinistro e ancora oggi la zona del viso interessata è più sensibile rispetto al resto. Quello di Yuri è uno degli esempi, purtroppo numerosi, dei danni provocati dall’utilizzo indiscriminato e irresponsabile dei lacrimogeni. Le immagini di lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, con traiettorie tese e dirette contro i manifestanti, si sono ripetute innumerevoli volte, in Val di Susa come in tante altre piazze italiane. Una pratica che solleva interrogativi profondi sulle regole che disciplinano l’impiego di queste armi, sulla loro effettiva applicazione e sulla responsabilità di chi ne dispone l’utilizzo. I lacrimogeni vengono spesso definiti armi «meno letali», ma questa definizione non significa che siano innocui. Gli effetti dell’esposizione possono essere particolarmente gravi: anche a basse concentrazioni, gli agenti lacrimogeni hanno un’azione irritante su cute, occhi, apparato respiratorio e tratto gastrointestinale. In determinate circostanze, l’esposizione può provocare lesioni anche serie e coinvolgere altri organi, con possibili conseguenze a lungo termine. A questi effetti si aggiunge la componente psicologica: il panico, il disorientamento e la difficoltà di respirare in una situazione di tensione possono aggravare ulteriormente le condizioni di chi viene colpito o si trova nelle immediate vicinanze. Non si tratta soltanto di ciò che accade nell’istante in cui il gas viene disperso, ma anche di quello che rimane dopo. Ci sono poi le conseguenze ambientali. Alcuni residui dei dispositivi lacrimogeni, compresi gli additivi utilizzati per favorire la dispersione dell’agente, possono depositarsi al suolo e persistere nell’ambiente, con la possibilità di essere nuovamente sollevati sotto forma di polveri. L’impatto dipende dalla composizione dei prodotti utilizzati e dalle condizioni di esposizione, ma resta una questione che non può essere ignorata, soprattutto quando questi strumenti vengono impiegati ripetutamente in un territorio abitato e attraversato da migliaia di persone. E allora viene da chiedersi quale sia il senso di un uso così massiccio di questi strumenti per «disperdere» i manifestanti. Perché ciò che abbiamo visto e continuiamo a vedere in Val di Susa va ben oltre l’immagine di un intervento finalizzato a ristabilire l’ordine: troppo spesso, la gestione dell’ordine pubblico si traduce in lanci diretti e situazioni in cui le persone vengono esposte a rischi concreti per la propria incolumità. Anche noi, dunque, vogliamo parlare di danni. Di quelli che la Val di Susa ha subito e continua a subire, senza che le venga riconosciuto alcun risarcimento. Di quelli che si accumulano sui corpi delle persone, nella loro salute e nell’ambiente in cui vivono. Per il danno d’immagine dello Stato si chiedono centinaia di migliaia di euro. Ma chi risarcirà le persone che hanno riportato conseguenze permanenti? Chi risarcirà un territorio ferito, gli ecosistemi compromessi e tutto ciò che è stato distrutto in nome di un’opera imposta? L’immagine dello Stato, in un modo o nell’altro, troverà sempre il modo di essere difesa. La salute, invece, non si restituisce con una sentenza. E ciò che viene compromesso nell’ambiente non sempre può essere ripristinato. Ogni lacrimogeno lanciato lascia conseguenze che vanno ben oltre il momento in cui viene sparato. Ogni ferita che non guarisce, ogni danno che si accumula, ogni equilibrio ambientale compromesso ci ricorda che esiste un prezzo reale, umano e collettivo. Ma la storia della Val di Susa non è soltanto una storia di ferite e ingiustizie. È quella di una comunità che ha saputo organizzarsi, resistere e immaginare un futuro diverso, senza mai smettere di difendere la propria terra. A quindici anni da quella giornata, continuiamo a rivendicare le ragioni di quella lotta e a opporci a un modello di sviluppo che devasta i territori e sacrifica la salute delle persone in nome del profitto e degli interessi di pochi. E se oggi lo Stato pretende 250mila euro per i danni che sostiene di aver subito, è necessario ribaltare la prospettiva: la responsabilità del danno alla sua immagine non può essere scaricata sul Movimento No Tav, ma va ricercata nelle scelte dello Stato stesso. Nell’impositione di un’opera contestata da una comunità, nella militarizzazione di un territorio e nella gestione del conflitto che ne è derivato. Non è chi si oppone a un’opera a compromettere l’immagine delle istituzioni, ma sono le istituzioni stesse a dover rispondere delle proprie scelte e delle loro conseguenze. Non saranno le richieste di risarcimento a cancellare le ragioni della nostra lotta, né a trasformare una vicenda collettiva nella responsabilità di cinque persone. Continueremo a difendere la Val di Susa, a sostenere chi viene chiamato a rispondere per una lotta che appartiene a migliaia di persone e a costruire un’alternativa concreta a un modello che mette il profitto davanti ai territori e alle comunità. La nostra storia non può essere ricondotta a dei presunti danni da risarcire. La nostra è una lotta collettiva che continua, perché il futuro della Val di Susa vogliamo deciderlo noi. Si parte e si torna insieme, sempre. NuovoCSDownload
October 14, 2026
notav.info
Torino è contro il riarmo: corteo 24 ottobre
“Noi la guerra non la paghiamo” nasce dal percorso cittadino che ha visto una tappa il 19-20 settembre scorso una data di mobilitazione cittadina con respiro regionale per sabato 24 ottobre: contro il riarmo, contro il caro-benzina, contro i data center e per rivendicare risorse per salute, formazione e casa.
October 13, 2026
notav.info
“Si parte e si torna insieme”. Documentario No Tav.
Il documentario “Si parte e si torna insieme” si inserisce nella campagna di raccolta fondi per le spese legali e i maxi risarcimenti richiesti ai militanti e attivisti condannati per le grandi mobilitazioni contro il TAV, che avvennero il 27 giugno e il 3 luglio 2011 in Valsusa. Grandi manifestazioni che diedero luogo a una forte repressione e a un’estrema resistenza, in varie forme, del movimento No TAV. In seguito, una grande inchiesta e il cosiddetto Maxi processo No TAV. Il documentario tenta di fornire una visione d’insieme dall’inizio della lotta, ovvero dai primi anni ’90. Ricorda alcune vicende e momenti che negli anni hanno segnato alcune tappe fondamentali, nonché la quotidianità della lotta. Senza retoriche e facili idealismi, il Maxi processo No TAV resta il simbolo di un processo a una lotta divenuto processo di lotta grazie all’estesa, radicale e continua solidarietà! Per la controparte, questo e altri processi vorrebbero fungere da monito contro vasti strati di popolazione e, soprattutto, contro chiunque non intenda abbassare la testa e accettare diktat dei vari governi dello Stato di guerra (interna ed esterna) che vediamo sempre più chiaro al giorno d’oggi! Socializzare e continuare a diffondere il patrimonio politico di alcune lotte diventa non solo un sostegno a chi è direttamente colpito, ma un segno di partecipazione attiva! Ora e sempre Resistenza! Ora e sempre No TAV! per chi volesse organizzare proiezione contattare lorenzo.minani@gmail.com
October 12, 2026
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