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Milano. Rinviato a giudizio un carabiniere per morte di Ramy
E’ passato un anno e mezzo dalla morte di Ramy ElGaml durante un inseguimento dei Carabinieri. La Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per il carabiniere Antonio Lenoci, alla guida dell’auto che inseguiva lo scooter sul quale era a bordo Ramy, e per Fares Bouzidi, che guidava […] L'articolo Milano. Rinviato a giudizio un carabiniere per morte di Ramy su Contropiano.
April 4, 2026
Contropiano
Al Polo Tecnologico “Manetti-Porciatti” di Grosseto orientamento a pilotare strumenti di morte?
Alla serie in continua estensione delle iniziative di commistione tra scuola e Forze Armate, si aggiunge quella del Polo Tecnologico “Manetti-Porciatti” di Grosseto, che nei giorni scorsi ha accompagnato gli studenti e le studentesse delle classi quinte in uscita “didattica” [sic!] presso il locale aeroporto militare per svolgere attività di FSL ed orientamento in uscita. Ovvero per diventare piloti o loro truppa di supporto per azioni in teatri di guerra. L’aeroporto “Baccarini”, elemento fortemente caratterizzante della realtà locale, è sede del 4º Stormo dell’Aeronautica Militare e base dei caccia intercettori Eurofighter Typhoon F-2000. Resta da conoscere che cosa vi sia di didattico in una visita ad una base aerea che ospita caccia intercettori dotati di sistemi per il bombardamento a bassa quota, con relativa scuola di addestramento per i piloti. Ovvero, che ospita velivoli incapaci di spegnere un incendio o di prestare un soccorso, ma capaci soltanto di seminare morte e distruzione in un raggio di oltre 3000 Km di distanza. Bene si presta, quindi, ad offrire terreno ideale per promuovere quella cultura militare che sistematicamente si sta inoculando nelle giovani e giovanissime generazioni, per coltivare in loro quello spirito combattivo facilmente presentabile come positiva competitività che può tornare utile in momenti di scontro militare, ovvero in quelle situazioni di guerra che, attraverso la propaganda (anche non tanto velata) dell’informazione diffusa a 360° gradi, stanno ormai entrando nell’immaginario collettivo come probabili, o forse necessarie o forse anche indispensabili. É facile fare leva sullo spirito avventuristico dei ragazzi, sul loro desiderio-bisogno di affermazione di sé e proporne la soddisfazione attraverso la proposta di azioni fuori dall’ordinario: la velocità, la competenza tecnica del padroneggiare strumentazioni sofisticate, la sfida con cui misurarsi in azioni quanto mai lontane dalla grigia routine della vita dell’impiegato-tipo. Ci si chiede quale sia la consapevolezza di quei docenti che hanno approvato tali uscite. Soprattutto quanto sia diffusa l’idea che la scuola, più che diffondere i valori dell’obbedienza e della gerarchia, sia il luogo per coltivare autonomia di pensiero, spirito critico, disponibilità al confronto, al dialogo ed alla collaborazione, partecipazione consapevole. Le norme che regolano la vita e l’azione del mondo militare sono necessariamente basate sull’assenza di domande e di dubbi; il concetto stesso di verticalità nei rapporti tra settori e tra persone nega quello dell’apertura al confronto ed alla collaborazione: dunque, la visita ad uno spazio militare non è una scelta come tante, non è un’opzione neutrale: è la proposta di una strada che con il concetto di formazione ad una cittadinanza attiva non ha proprio nulla a che vedere. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Grosseto -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Perché la guerra? Una riflessione psicoanalitica
La strutturale ambivalenza emotiva del soggetto umano, i meccanismi di difesa della negazione e della proiezione, la sintomatologia depressiva e maniacale, nonchè le figure cliniche della melanconia e della paranoia, hanno qualcosa a che fare con lo scatenamento della guerra? E la morte, con la conseguente più o meno riuscita elaborazione del lutto? Infine, è la guerra, nelle sue trasformazioni intervenute storicamente, un’invariante comportamentale connaturata alla specie umana? Per rispondere a tali domande indagheremo, seguendo diverse linee di pensiero, le dinamiche inconsce che agiscono all’interno dell’essere umano nel fenomeno guerra. Va infatti sottolineato che, al di là delle motivazioni di ordine politico militare con le quali viene combattuta, siano esse di ordine difensivo piuttosto che offensivo, in ogni guerra sono sempre implicati moventi reali e moventi fantasmatici inconsci, che sebbene illusori, contribuiscono a innescarla. Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
Philip Dick e il gioco del labirinto mortale
Un romanzo mai scritto di Philip Dick che si sarebbe dovuto chiamare: "Il nome del gioco è morte". La sua trama costituisce una metafora del conflitto che a breve potrebbe caratterizzare le nostre società. Il romanzo, avrebbe dovuto narrare la contrapposizione tra due filosofie dell'uomo, della "natura umana". La prima è quella che vede l'uomo come un individuo isolato, proteso in una permanente lotta contro i suoi simili per affermarsi e prevalere, l'altra è quella che vede il genere umano come una sorta di unico organismo "poliencefalico" la cui caratteristica principale consiste nel condividere esperienze e conoscenze. Sembra soltanto una versione aggiornata dell'ormai frusta diatriba tra individualismo e collettivismo. La mia opinione è che la posizione di Dick non dovrebbe essere letta in termini così manichei... Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
Sei morto?
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Non temiamo la Morte. Ciò che ci terrorizza è che nessuno si accorga che è successo. “Are You Dead?” Non inquieta perché controlla se sei vivo: inquieta, e mai, perché la vita è ridotta a un promemoria. “Are You Dead?” è il nome di un’app che in poche settimane è diventata la più scaricata tra quelle a pagamento in Cina. Il meccanismo è semplice: devi confermare periodicamente di essere vivo premendo un pulsante. Se non lo fai entro il tempo stabilito, l’app avvisa i contatti di emergenza o le autorità. Non è un social, non è un gioco, non è una provocazione adolescenziale. È una risposta tecnologica a una realtà brutale: la paura di morire da soli e nessuno se ne accorge per giorni. Può ricordare il Telesalvalavita Beghelli. Ma qui cambia completamente il contesto: non anziani fragili, bensì giovani lavoratori single, studenti lontani da casa, persone che vivono sole per scelta o necessità e vogliono un “compagno di sicurezza”. Esiste una serie, Pluribus: un virus trasforma quasi tutta l’umanità in una mente collettiva pacifica. Solo pochi restano immuni. La protagonista, Carol, è biologicamente viva ma simbolicamente morta. È una metafora fin troppo evidente della società iperconnessa, formalmente libera. Vivi da solo. Lavori da remoto. Ordini tutto online. Sei “autonomo”. Ma questa autonomia ha un prezzo: il terrore che nessuno sappia se più esisti. Diversamente dagli hikikomori, che si ritirano dal mondo, qui non si fugge. Si resta perfettamente funzionali. Connessi. Efficienti. Eppure soli. E le gambe iniziano a tremare. Allora arriva l’app: non ti dà comunità, non ti dà relazioni. Ti assegna una funzione: premi un bottone, sei vivo; non lo premi, forse sei morto. La soggettività diventa un aggiornamento di stato. L’iper-capitalismo non elimina il soggetto con la forza. Lo lascia solo. Poi gli vende un’interfaccia per gestire la sua solitudine. L’Altro è un algoritmo a pagamento. Non è tua madre, non è un amico, non è il vicino. È una notifica. Il riconoscimento diventa procedura. In Pluribus il rischio è la fusione totale. Qui il rischio è l’opposto: un isolamento così perfetto che l’unico legame rimasto sia un sistema di allerta. Il soggetto non è più conflitto, desiderio, politica: è un nodo nella rete. E così Are You Dead? ci mette nudi davanti allo specchio. Noi non temiamo la morte: temiamo che non venga notificata. Meno Male. Questo il Manifesto tangping (tratto dal substack): Gloria al tangping, gloria all’inazione. Perché gridare gloria al tangping? Perché abbiamo diritto alla contemplazione. Cosa ci ha dato la civilizzazione? La produzione di massa, La possibilità di farla finita (fino a un certo punto) con la fame. È possibile lavorare venti ore alla settimana? Sì. Abbiamo diritto alla pigrizia e alla felicità Perché grido gloria al tangping? Perché nella primavera della pigrizia fiorisce la creatività Tangping è immergere il muso in profondità nella foresta che è la vita finché non trovi i tartufi della bellezza. dodici ore di lavoro al giorno non porteranno ricchezza ma una landa desolata di morte e di noia Perché gridiamo gloria al tangping? perché non lavoreremo più per loro. Insisti a lavorare giorno e notte Perché hai dei sogni di grandezza? O per la liberazione dell’umanità? A chi appartiene il frutto del vostro lavoro? Forse appartiene a voi? Forse al vostro futuro? E’ passato il tempo in cui tagliavamo le vene della nostra giovinezza Per far scorrere il sangue Così che ne uscissero gloriose torri al neon, viali verdi E grandi ingorghi a sei corsie. E’ passato quel tempo. Di tutto questo nulla ci appartiene. Per questo ci dedichiamo al tangping. Tangping non è depressione Ma rispetto della vita Non è irresponsabile gesto verso il mondo Ma voce che grida: abbasso il lavoro. Da dove nasce questo manifesto? Dai social media cinesi, ovviamente. Questo non è affatto il manifesto ufficiale di Tangping. Pochi utenti cinesi usano i loro veri nomi online, il che significa che gran parte dei contenuti relativi al movimento (disapprovato dal Partito Comunista Cinese) è apparso in forma anonima. Poesie, manifesti e, soprattutto, meme. Esistono innumerevoli manifesti di Tangping: nessuno di loro è l’originale. Tangping è, per sua stessa natura, caos e proliferazione. Se vogliamo, è un rizoma. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sei morto? proviene da Comune-info.
February 15, 2026
Comune-info
E’ scomparso Guido Salerno Aletta
Abbiamo appreso con vero sconcerto l’improvvisa scomparsa di Guido Salerno Aletta, analista economico da cui abbiamo appreso molto e ripreso diversi giudizi. Non era ovviamente del “nostro giro”, ma certamente è stato uno dei pochi a ragionare in modo davvero indipendente e scientifico su molti dei passaggi più importanti degli […] L'articolo E’ scomparso Guido Salerno Aletta su Contropiano.
January 9, 2026
Contropiano
Scavare il linguaggio: l’insegnamento di Paolo Virno – di Christian Marazzi
La notte del 7 novembre 2025 è scomparso Paolo Virno. Filosofo e intellettuale critico e militante, appartente a Potere Operaio, negli anni Settanta fu indagato nell'ambito dell'inchiesta 7 aprile e poi scagionato da tutte le accuse. È stato redattore di Luogo Comune, rivista che per prima ha scandagliato le trasformazione del lavoro dopo la [...]
November 8, 2025
Effimera
Per una critica radicale alla perfezione del corpo e alla chirurgia estetica
Il corpo è sempre stato un terreno di scontro, segnato dall’antica visione della paura e del sospetto nei suoi confronti in quanto origine di seduzione, desiderio, sregolatezza, terreno di perdizione, mozione delle pulsioni, sessualità, sensualità carnale, sessualizzazione, qualcosa di incontrollabile, origine di peccato e quindi oggetto di penitenza. “Controllerai i ventri e controllerai le genti” è il motto all’origine di quello che hanno attuato i regimi autoritari e che viviamo anche noi oggi in Occidente tanto con le retoriche allucinanti del natalismo, del familismo, del parto di Stato, degli imbarazzanti Fertility Day quanto sui temi etici riguardanti l’aborto legale, il suicidio assistito e l’eutanasia. La cristianità, ovvero la cultura sorta intorno al cristianesimo, ha tramandato un’idea rigida del corpo, come una “prigione della nostra anima”, un “sacco di sterco” come lo ha definito Teresa D’Avila, un mero “involucro” da abbandonare quando diventerà inservibile. Questo è stato il pensiero dualistico e gerarchico occidentale, tramandato anche dalla teologia tradizionale cristiana, che differisce totalmente dal cuore del cristianesimo (e dalla mistica cristiana) che si presenta – nonostante tutto – come l’unica, tra le religioni abramitiche, a dare una grande importanza alla corporeità: “Il Verbo si fece carne” si legge nel Vangelo secondo Giovanni (1:14). Il cristianesimo onora il corpo come principio dell’individualità senza cui l’anima non raggiungerebbe mai la sua pienezza. Come ci ricorda la teologa femminista Teresa Forcades: “Tommaso d’Aquino ha affermato che non possiamo essere “persone” senza il corpo. La sola anima non costituisce una persona. L’amore tra esseri umani non può esistere senza il corpo, perché l’essere umano non può esistere senza di esso. C’è un corpo terreno e un corpo celeste, un corpo fisico e un corpo spirituale. Ma rimane sempre il bisogno di avere un corpo come principio che personalizza la nostra identità.” – ed aggiungo io, la nostra unicità, la nostra diversità. Il cristianesimo parla dell’incarnazione di Gesù Cristo e di “resurrezione della carne” nello stesso modo in cui ha posto fine a qualunque iconoclastia, facendo fiorire l’incommensurabile arte nei suoi luoghi di culto fatta di statue carnali, corpi formosi, affreschi di angeli nudi, quadri di corpi nudi eleganti vestiti solo di veli, per non parlare dei corpi straziati e martoriati come San Sebastiano Martire sanguinante attraversato da frecce e Santa Giulia legata ad un palo mentre una forca le raspa il seno. L’arte cristiana, pur essendo in balia contrastante tra la teologia rigorista e il messaggio cristiano, ha esaltato il corpo sia nella sua bellezza sia nella sua crudezza. Nonostante ciò, la visione patriarcale è quella che ha continuato a vigere nella cristianità come nel capitalismo dei consumi di oggi dove utilitarismo, efficientismo ed apparenza vanno di pari passo con una cultura della competizione, della prestazione, della mercificazione e dello scarto. Come direbbe Papa Francesco, la “cultura dello scarto” è una “cultura della morte”. Ciò che non serve viene scartato, a meno che lo “scartato” si adegui/rispetti/rispecchi precisi canoni e può quindi tornare utile. Nella visione contemporanea, il corpo è ridotto a merce, oggetto di desiderio, desiderabile e commercializzabile, utilizzabile e usufruibile, discriminato e controllato. Il corpo deve essere prestante secondo precisi canoni/convenzioni di bellezza: esaltato quando “giovane”, scartato quando “vecchio” e recuperabile quando può ancora essere funzionale all’industria dell’immagine, a costo di essere medicalizzato e ritoccato. Nel 2023 è uscito il film Barbie, con protagonista Margot Robbie. Un “film in rosa” che ha incassato cifre astronomiche cercando di “combattere i pregiudizi sulle donne”, venendo addirittura definito assurdamente “femminista” e rivolto all’empowerment femminile. Nulla di più falso e intriso di purplewashing. Come ha dichiarato giustamente la comica Valentina Persia: “Barbie è un fake, un’illusione ottica, una menzogna. La prima che ha fatto bodyshaming a tutte noi, facendoci sentire inadeguate, grasse, povere e poco bionde…. Tutta apparenza e ostentazione, ma guadagnati come?  Chiedetelo a Ken che nel frattempo è sparito perché la signorina in questione gli ha fottuto tutto per fare la bella vita…” – afferma Persia sollevando una polemica – “Fate una bambola più vicina alle donne vere, quelle che si fanno il mazzo tutto il giorno, quelle donne che sorridono nonostante le chiappe e le tette cadenti, quelle donne che sanno essere donne nonostante siano nate in un corpo maschile, quelle donne che scappano spesso proprio da quel Ken che a differenza tua, invece di donare ville, roulotte o macchine rosa, picchia e picchia forte… Spostati biondina che siamo un esercito!” – concludeva la Persia. Interessante che a dire queste parole di estrema verità sia stata proprio la Persia che, non accettandosi fisicamente per come era, ha fatto ricorso alla chirurgia estetica. Il rincorrere le aspettative di questi canoni, nella nostra società attuale, ha preso di mira tutti, uomini e donne. Se Barbie ha fatto danni, ora è Ken a infliggere l’ennesima ansia da prestazione: sempre più ragazzi sono ossessionati dal mito del corpo palestrato, dalla pesistica, dal cross-fit, dal mito del virilismo, dal corpo apparentemente forte e muscoloso, ma in realtà reso tale solo dal gonfiore dato dalla ritenzione di liquidi e dall’assunzione spropositata di creatina in barba a qualunque attenzione per la propria salute. Anche se questo è un fenomeno in drastico aumento tra gli uomini, ad essere presi di mira sono la vecchiaia e il corpo delle donne attraverso la tossicità di tre strumenti: il photoshop, che ritocca o altera un’immagine di una persona espropriandola delle sue caratteristiche reali; l’intelligenza artificiale, vittima di bias cognitivi legati agli stessi stereotipi ageisti e di genere, oltre che alle norme/convenzioni e canoni di bellezza di cui noi stessi siamo vittima; e la chirurgia estetica, che alimenta un’industria dell’apparenza sulla pelle di migliaia di ragazze, adulte ed anziane, medicalizzandone e colonizzandone il corpo con sostanze chimiche e protesi artificiali per rincorrere canoni desiderabili e irraggiungibili su modello pubblicitario, ma funzionali alla norma vigente. Il grande psicanalista e filosofo argentino Miguel Benasayag, in Funzionare o esistere?, parla del concetto di plasticità: il vivente deve trasformarsi in un senza-forma iperplastico che si lascia plasmare, contro ogni forma di pensiero complesso. Nella “cultura dello scarto” gli anziani sono considerati “vecchi”, fuori dal ciclo produttivo, di sviluppo e di consumo e – per questo motivo – “inutili”, “senza funzione”, ovvero che non possono più funzionare. Lo stesso subiscono le donne a causa delle gravi ed ataviche connotazioni di genere dei canoni di bellezza, stratificati nella nostra cultura e funzionali al desiderio maschile: fino a quando sono giovani, belle, formose, fertili vengono considerate prestanti e utili; ma quando l’età avanza, arrivano la menopausa e le rughe, il corpo subisce degli sbalzi ormonali, ecco che la donna viene considerata non funzionale ad un sistema che – nutrendosi di maschilismo interiorizzato – rincorre il desiderio maschile. In una società consumistica, come la nostra, che ti obbliga ad inseguire questo flusso senza fine, le persone si sentono spinte ad inseguire il mito dell’eterna giovinezza, per essere utili, e dell’eterna bellezza, per essere prestanti e desiderabili. È la desacralizzazione dei corpi, come la chiamava Gandhi: il proprio corpo non è più un’entità che unisce spirito e fisico, un mezzo per esprimere i propri principi e per influenzare gli altri, o uno strumento di lotta politica e di resistenza, ma bensì un’immagine tra le altre che spesso viene trasformata plasticamente per compiacere qualcosa di esterno, in funzione degli altri, per trovare una falsa accettazione di Sé nella tendenza perversa di questa società post-moderna o ipermoderna. Nel marzo 2025, parlando del suo libro Il corpo gioia di Dio (Gabrielli editori) , in una interessantissima intervista di Ritanna Armeni per L’Osservatore Romano contenuta nell’ inserto Donne Chiesa Mondo, Teresa Forcades affermava: “Nella nostra cultura tardo capitalistica esiste lo sfruttamento e la mercificazione del corpo. Ragazze sempre più giovani (e anche ragazzi) vengono sessualizzati e sottoposti a standard di bellezza irrealistici e in costante mutamento.  L’età di chi si ammala di anoressia si è abbassata e la percentuale dei casi è aumentata. La chirurgia estetica è diventata comune e viene applicata alle parti più intime del corpo. C’è tanto da criticare nella nostra cultura per quanto riguarda il modo in cui tratta il corpo. (…) È l’ineludibile e irrisolvibile contraddizione del patriarcato: le donne sono viste come oggetto di desiderio (sono pure, ispirano, curano, guariscono) e al tempo stesso come inferiori (son malvage, bisognose di guida e di controllo, inaffidabili). È impossibile essere entrambe le cose. Il corpo delle donne deve essere “perfetto” secondo standard di bellezza sempre più irrealistici e deve essere controllato attraverso la violenza psicologica e fisica.” Spesso, attraverso i canoni di bellezza imposti dal mercato, dalla pubblicità e dalle illusorie manie di perfezione, assistiamo a una prepotente medicalizzazione dei corpi attraverso i più vari rami della chirurgia estetica che, in quanto frutto dei canoni propri delle società patriarcali, si trovano ad avere una forte connotazione di genere che vede nelle donne il bersaglio principale, il consumatore da conquistare fino ad arrivare a interventi chirurgici come la labioplastica, l’intervento di chirurgia estetica che consiste nel taglio delle piccole labbra della vulva per renderle uguali. È così che la medicalizzazione del corpo femminile diventa il braccio armato del nuovo capitalismo cognitivo fondato su omologazione, perfezione, competizione per l’immagine e il conformismo. Questa mentalità maniacale per la perfezione sta mettendo in serio pericolo anni e anni di conquiste femministe, oltre che la cultura della cura e dell’allattamento nelle giovani ragazze e madri. Purtroppo oggi, l’esterofilia americana dei “corpi perfetti” ha fatto dell’allattamento non più una conquista in nome dei diritti delle donne, dei bambini e della salute di entrambi, ma bensì un qualcosa di “obsoleto”, sostituibile con le nuove tecnologie e con i latti artificiali. Negli USA il seno è oggetto primariamente sessuale, a causa dell’uso distorto e sessualizzato che ne fanno l’industria cinematografica, l’industria pornografica e la pubblicità televisiva, intrise di eterosessismo. Spesso ciò porta le donne a non ricorrere all’allattamento naturale proprio per rincorrere i canoni di bellezza introiettati dalla società patriarcale secondo cui i loro corpi devono essere belli, perfetti, proporzionati ma soprattutto sessualizzati come nelle sfilate di moda e nella pubblicità. L’arrivo di un bambino e delle sue necessità vengono visti come un fenomeno di degradazione del seno: visione influenzata anche dall’atteggiamento dei partner che disincentivano le donne all’allattamento per motivi puramente estetici. La donna che allatta deve negoziare continuamente fra un ruolo sessuale e un ruolo materno, generando tensione, stress, difficoltà e ostacolo all’allattamento. Questo, a lungo andare porta culturalmente all’abbandono dell’allattamento, alla perdita della cultura della cura e a trovare la soluzione più semplice: il ricorso ai latti artificiali che fanno gola all’industria. Sicuramente la televisione, la pubblicità, l’industria cinematografica, il capitalismo cognitivo[1] hanno influito molto – dagli anni del riflusso in poi – a consolidare questi canoni tossici e un ricorso sempre più massivo alla chirurgia estetica. Attrici di successo, donne dello spettacolo, cantanti, showgirl, modelle, pornostar, ballerine, veline sono state rispettivamente – su modello di Hollywood – le prime a ricorrere alla chirurgia estetica con modificazioni sostanziali del viso, degli zigomi, delle labbra, delle gambe, dei glutei, del seno anche con mastoplastica additiva, dando inizio ad un effetto domino che oggi sembra inarrestabile soprattutto tra le giovani generazioni di ragazze. Ed ecco la dilagante moda della liposuzione per non parlare del filler in bellissime ragazze giovanissime, delle “labbra a canotto”, del botox, dei precocissimi “nasi da fata” in adolescenti e della ormai decennale guerra alle rughe inaugurata con botulino, acido ialuronico e lifting. Un’epidemia di non-accettazione e alienazione tra le donne, che non riescono ad essere loro stesse a causa delle forti pressioni delle convenzioni sociali, di mercato, e dei canoni tossici di bellezza. «Lasciami tutte le rughe, non me ne togliere nemmeno una. Le ho pagate tutte care. C’ho messo una vita a farmele!» –  è la celebre frase che la grande attrice Anna Magnani disse al suo truccatore parecchi anni fa, quasi ad ironizzare sulla moda dilagante di fermare il tempo, partendo dal trucco fino ad arrivare a ritocchini o interventi chirurgici. Il concetto di bellezza è associato, nell’immaginario comune, alla giovane età e a una pelle liscia, elastica e luminosa, ma anche il viso di una persona matura esprime bellezza disarmante: la pelle e le rughe sanno raccontare la nostra storia e la nostra evoluzione, che passa attraverso esperienze diverse, disagi, gioie, dolori, lotte quotidiane e successi. Credo che nessuno possa smentire il fascino della cicatrice sul viso di Paola Turci. Come non definire tutto questo, bellezza? Anna Magnani più di mezzo secolo fa parlava di bodypositive quando ancora nessuno ne conosceva il significato. Un’estetica, la sua, basata sulla trasformazione dell’unicità in punto di forza, meravigliosamente descritta dalle sue stesse parole: «Ce metti una vita intera per piacerti, e poi, arrivi alla fine e te rendi conto che te piaci. Che te piaci perché sei tu, e perché per piacerti c’hai messo na vita intera: la tua. Ce metti una vita intera per accorgerti che a chi dovevi piacè, sei piaciuta… E a chi no, mejo così. Ce metti na vita per contà i difetti e riderce sopra, perché so belli, perché so i tuoi. Perché senza tutti quei difetti, e chi saresti? Nessuno. Quante volte me sò guardata allo specchio e me so vista brutta, terrificante. Co sto nasone, co sti zigomi e tutto il resto. E quando la gente me diceva pe strada “bella Annì! Anvedi quanto sei bona!” io nun capivo e tra me e me pensavo “bella de che?”. Eppure, dopo tanti anni li ho capiti. C’ho messo na vita intera per piacermi. E adesso, quando me sento dì “bella Annì, quanto sei bona!”, ce rido sopra come na matta e lo dico forte, senza vergognarmi, ad alta voce “Anvedi a sto cecato!”». Sulla stessa lunghezza d’onda la grandissima attrice statunitense Jamie Lee Curtis, 67 anni, vincitrice del premio alla miglior attrice non protagonista per Everything Everywhere All at Once, che in una recente intervista a The Guardian ha dichiarato: «mi sto auto-pensionando da 30 anni. Mi sto preparando a uscire di scena, in modo da non dover soffrire come ha fatto la mia famiglia. Voglio lasciare la festa prima di non essere più invitata». L’attrice ha avuto infatti la sua serie di ostacoli da affrontare sulla strada verso la fama fin dal suo esordio nel 1978 in Halloween, ma il colpo più duro è arrivato dall’ageismo di Hollywood quando ha assistito al declino della carriera dei suoi celebri genitori, gli attori Tony Curtis e Janet Leigh, in tarda età, a causa del fatto che Hollywood dà valore alla giovinezza sopra ogni altra cosa. «Ho visto i miei genitori perdere proprio ciò che ha dato loro fama, vita e sostentamento, quando a una certa età il settore li ha rifiutati» – dice Curtis a The Guardian – «Li ho visti raggiungere un successo incredibile per poi vederlo lentamente svanire fino a scomparire. E questo è molto doloroso». Proprio per questo Curtis non è disposta a rimanere in gioco ricorrendo alla chirurgia estetica. La star ha applaudito pubblicamente la famosa decisione di Pamela Anderson di ridurre il trucco nel 2023, proclamando via Instagram che «La rivoluzione della bellezza naturale è ufficialmente iniziata!». Curtis afferma di «credere che abbiamo cancellato una o due generazioni di aspetto umano naturale. L’idea che si possa alterare il proprio aspetto attraverso sostanze chimiche, interventi chirurgici, filler, sta sfigurando generazioni di persone, soprattutto donne». Com’è noto, la star ha accettato orgogliosamente i suoi capelli grigi e si è fatta fotografare senza indumenti intimi modellanti o ritocchi, due mosse che hanno aiutato le donne a capire che gli ideali da red carpet sono irraggiungibili come obiettivi quotidiani. La consapevolezza e la sicurezza di sé espressa, purtroppo non rispecchia quella delle nuove generazioni che –  dopo aver cavalcato per un breve periodo l’onda del bodypositive – sembrano oggi non riuscire a sfondare il muro delle convenzioni, scendendo a compromessi ed aderendo passivamente a canoni vecchi per paura di non essere accettati e di precludersi a varie possibilità anche lavorative e di carriera. Ciò che mi domando è se veramente c’è consapevolezza di quello che significa sfigurarsi il volto per opportunismo, o perché il mercato lo richiede, o perché il settore lavorativo lo richiede, o perché la convenzione sociale lo richiede, o perché il partner lo richiede, o perché la paura di invecchiare lo richiede, o perché le manie di perfezione lo richiedono. La domanda che sorge è: se non ci fossero tutte queste richieste esterne, voi come vi vorreste? Vi vorreste come siete o vorreste mostrare ciò che non siete? Mi domando cosa direbbe il grande filosofo Emmanuel Levinas difronte all’attuale modificazione sistematica del “volto”: lui che sul “volto”, inteso come “nudità dell’anima”, ha fondato tutta la sua teoria dell’etica della società. L’essere umano, come lo chiamavano i greci, è sia θάνατον (mortale), ma anche πρόσωπον, il “volto che ho di fronte”: l’essere umano che in relazione con gli esseri umani si riconosce tale. Per Levinas è nel volto che abbiamo di fronte che è racchiuso il segreto supremo della vita e che mai riusciremo ad afferrare per intero. Mi domando dunque oggi quale impatto possa avere la modificazione del viso. Quanto è difficile “il faccia a faccia con l’altro”, in un mondo che presenta non più “volti”, ma “maschere” (altro significato negativo di πρόσωπον) ricostruite omologate, sformate e trapiantate in un corpo. La domanda è chi abbiamo di fronte? Cosa nascondono queste maschere? Quale immensa fragilità e vulnerabilità abbiamo di fronte? Quale enorme smarrimento, confusione e perdita del Sé abbiamo di fronte in un mondo nichilistico che punta a somigliare al viso piallato di un avatar digitale piuttosto che ambire, come direbbero gli indù, alla condizione di avatara[2] reale? La paura della vecchiaia e il voler essere ciò che non si è, aspirando a modelli esterni, è una caratteristica assolutamente occidentale che l’occidentalizzazione ha diffuso nel mondo. Come direbbe Benasayag, “la nostra è la prima società che non sa cosa farsene del negativo. Le società ‘non moderne’, non occidentali, incorporano il negativo (inteso in senso generale, cioè la morte, la malattia, la tristezza, in una parola: la perdita) in modo organico, come qualcosa che fa parte del tutto.” In Occidente reprimiamo il “negativo” perchè lo definiamo tale e non lo concepiamo come parte integrante dei meccanismi di autoregolazione del mondo e della vita. Ecco dunque che ci fa paura la vecchiaia e il fatto di non essere considerati in base a fattori esterni esattamente come abbiamo paura della morte perché non accettiamo la caducità della vita. Concepiamo cristianamente e scientificamente il tempo come una linea retta infinita, un presente eterno, vivendo come se alcune cose non debbano mai cambiare, non debbano mai finire, per scombussolare la nostra comfort-zone mentale. “L’uomo, nella sua ricerca di gioia e di felicità, fugge dal proprio Essere, dal proprio Sè, che è la vera fonte di ogni gioia. Si considera molto brutto e noioso perché non è in grado di stabilire un rapporto intimo col proprio Essere. L’uomo cerca la gioia nel denaro, nelle proprietà materiali, nel potere, nell’amore egoista ed infine nella religione, che ugualmente lo attira al di fuori di se. Il problema è: che cosa si deve fare per interiorizzare la propria attenzione? Questo Essere interiore che è la nostra consapevolezza è energia.” – disse Shri Mataji Nirmala Devi in un suo celebre discorso sul Sahaja Yoga. La medicalizzazione del corpo, il nostro cambiamento fenomenologico, la chirurgia estetica, il rincorrere i modelli di perfezioni irreali e irraggiungibili, la repressione della vecchiaia e la cancellazione del volto nascono dall’alienazione e dalla non-accettazione di Sè perchè non siamo consapevoli della cosa più naturale di tutte: la caducità della vita. Siamo “volti”; siamo chi siamo; siamo autentici e non copie; siamo coloro che si guardano in faccia e si vedono per quello che sono; siamo il dettaglio che ci contraddistingue. Spesso ci comportiamo da “maschere” per nasconderci, ma non lasciamo che un parte del “negativo” ci totalizzi. Non siamo “maschere” perchè per ogni cosa che facciamo “ci mettiamo la faccia”.   Altre info: Lorenzo Poli, Guerra al latte materno: tra esterofilia, industria alimentare e medicalizzazione (pag 60) https://www.blog-lavoroesalute.org/wp-content/uploads/2023/04/lavoroesalute4aprile2023_lastlast.pdf Francesca Rigotti, De senectute, Giulio Einaudi Editore, 2018 Maria Rita Parsi, Noi siamo bellissimi. Elogio della vecchiaia adolescente, Mondadori novembre 2023 Paolo Mantegazza, Elogio della vecchiaia, Angelo Pontecorboli Editore, luglio 2017   [1] Il capitalismo cognitivo è un concetto che descrive un’evoluzione del capitalismo in cui la produzione di conoscenza e le capacità cognitive diventano elementi centrali per la creazione di valore e l’accumulazione di capitale. In questo contesto, il lavoro non è più limitato alle attività manuali o industriali, ma si estende alla sfera cognitiva, includendo la produzione di idee, informazioni, e competenze. [2] Nell’induismo, un avatara (in sanscrito) è la discesa di una divinità, in particolare Vishnu o Shiva, sulla Terra in forma fisica, per ristabilire l’ordine cosmico (dharma) e aiutare l’umanità. Gli avatara sono considerati manifestazioni divine che appaiono quando il male minaccia di prevalere sul bene. Lorenzo Poli
August 3, 2025
Pressenza
BBC, AFP, AP e Reuters: i giornalisti di Gaza “sempre più impossibilitati a sfamarsi” a causa della carestia provocata da Israele
Gaza – Quds News. Associated Press, AFP, BBC News e Reuters hanno rilasciato giovedì una dichiarazione congiunta esprimendo profonda preoccupazione per i loro giornalisti a Gaza, che sono “sempre più incapaci di sfamarsi e sfamare le proprie famiglie”, mentre Israele continua a bloccare l’ingresso degli aiuti nell’enclave da oltre quattro mesi. “Siamo estremamente preoccupati per i nostri giornalisti a Gaza, che sono sempre più incapaci di procurarsi il cibo per sé e per le loro famiglie” — hanno dichiarato le quattro principali testate giornalistiche. “Per molti mesi, questi giornalisti indipendenti sono stati gli occhi e le orecchie del mondo sul campo a Gaza. Ora si trovano ad affrontare le stesse condizioni disperate delle persone di cui stanno raccontando”. “I giornalisti sopportano molte privazioni e difficoltà nelle zone di guerra. Siamo profondamente allarmati dal fatto che ora anche la fame sia una di queste”. La dichiarazione chiede a Israele di permettere ai giornalisti di entrare e uscire da Gaza e di autorizzare l’ingresso di adeguati rifornimenti alimentari nel territorio. “Rinnoviamo il nostro appello alle autorità israeliane affinché permettano ai giornalisti di entrare e uscire da Gaza. È essenziale che la popolazione riceva rifornimenti alimentari adeguati”. Mercoledì, anche Al Jazeera Media Network ha sollecitato la comunità giornalistica, le organizzazioni per la libertà di stampa e gli organi legali competenti a “intraprendere azioni decisive” per fermare “la fame forzata e i crimini” commessi da Israele contro i giornalisti e i professionisti dei media a Gaza. “Da oltre 21 mesi, i bombardamenti israeliani e la fame sistematica inflitta a quasi due milioni di persone a Gaza hanno portato un’intera popolazione sull’orlo della morte” — ha dichiarato l’emittente. “I giornalisti sul campo, che hanno coraggiosamente denunciato questo genocidio in corso, hanno messo a rischio le proprie vite e quelle delle loro famiglie per dare visibilità a queste atrocità. Ma ora lottano per la propria sopravvivenza”. Il 19 luglio, i giornalisti di Al Jazeera hanno iniziato a pubblicare messaggi strazianti sui social media, segnalando che la loro capacità di continuare a lavorare sta venendo meno. “Non ho smesso di raccontare ciò che accade nemmeno per un momento, in 21 mesi, e oggi lo dico chiaramente… e con un dolore indescrivibile. Sto annegando nella fame, tremo per la stanchezza e resisto agli svenimenti che mi colgono a ogni istante… Gaza sta morendo. E noi moriamo con lei” — ha scritto Anas al-Sharif di Al Jazeera. Mostefa Souag, direttore generale di Al Jazeera Media Network, commentando la situazione dei giornalisti a Gaza, ha dichiarato: “Dobbiamo amplificare le voci dei coraggiosi giornalisti di Gaza e porre fine alle insopportabili sofferenze che stanno subendo a causa della fame forzata e delle uccisioni mirate da parte delle forze di occupazione israeliane”. “La comunità giornalistica e il mondo hanno una grande responsabilità: è nostro dovere far sentire la loro voce e mobilitare tutti i mezzi disponibili per sostenere i nostri colleghi in questa nobile professione. Se non agiamo ora, rischiamo un futuro in cui non ci sarà più nessuno a raccontare le nostre storie. La nostra inazione sarà ricordata come un fallimento monumentale nella difesa dei nostri colleghi giornalisti e come un tradimento dei principi che ogni giornalista dovrebbe difendere”. 232 giornalisti palestinesi sono stati uccisi negli attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza dall’inizio del genocidio in corso, nell’ottobre 2023. Domenica, anche l’AFP ha lanciato un grave allarme: i suoi giornalisti a Gaza rischiano di morire di fame, una tragedia mai vissuta nei suoi 80 anni di storia. “Per la prima volta temiamo di perdere colleghi a causa della fame” — ha affermato in un comunicato la Società dei Giornalisti (SDJ) dell’agenzia. “Abbiamo assistito a ferite di guerra, incarcerazioni e morti sul campo, ma mai a questo”. Gli avvertimenti arrivano mentre continua ad aumentare il numero delle vittime dell’assedio e della carestia imposti da Israele. Secondo quanto riferito mercoledì dal ministero della Sanità palestinese, dall’inizio del genocidio nell’ottobre 2023, sono morte per fame e malnutrizione 111 persone, tra cui 81 bambini. Oltre 100 organizzazioni umanitarie — tra cui Amnesty International, Medici Senza Frontiere (MSF) e Oxfam — hanno avvertito mercoledì che la “fame di massa” si sta diffondendo a Gaza, con i loro colleghi nell’enclave che si consumano per la fame mentre Israele continua a bloccare l’ingresso degli aiuti da oltre quattro mesi. “I medici segnalano tassi record di malnutrizione acuta, in particolare tra i bambini e gli anziani” — si legge in una nota. “Si diffondono malattie come la diarrea acquosa acuta, i mercati sono vuoti, i rifiuti si accumulano, e gli adulti crollano per le strade per la fame e la disidratazione”. “A Gaza arrivano in media solo 28 camion al giorno — ben lontani dal soddisfare i bisogni di oltre due milioni di persone, molte delle quali non ricevono aiuti da settimane” — hanno aggiunto. “Il sistema umanitario guidato dall’ONU non ha fallito: gli è stato impedito di funzionare”. Le ONG hanno dichiarato che i governi devono smettere di aspettare un’autorizzazione per agire. “È il momento di agire con decisione: chiedere un cessate il fuoco immediato e permanente; revocare tutte le restrizioni burocratiche e amministrative; aprire tutti i valichi di frontiera; garantire accesso completo a tutta Gaza; rifiutare modelli di distribuzione controllati dai militari; ripristinare una risposta umanitaria guidata dall’ONU, fondata su principi, e continuare a finanziare organizzazioni umanitarie imparziali e indipendenti”. “Accordi parziali e gesti simbolici, come lanci aerei o accordi di aiuto difettosi, sono solo una cortina fumogena per l’inazione” — conclude la dichiarazione. “Non possono sostituire gli obblighi legali e morali degli Stati di proteggere i civili palestinesi e garantire un accesso efficace e su larga scala. Gli Stati possono e devono salvare vite umane prima che non ne resti più nessuna da salvare”.
July 25, 2025
InfoPal