Tag - morte

LAVORO: ANCORA UN OPERAIO MORTO NEL BRESCIANO, QUESTA VOLTA ALLE ACCIAIERIE VENETE DI SAREZZO
Aveva 47 anni l’operaio deceduto dopo essere rimasto schiacciato in un cestello elevatore in un omicidio sul lavoro avvenuto questa mattina alle Acciaierie Venete di Sarezzo, in provincia di Brescia. L’uomo, dipendente di una ditta esterna, era impegnato in interventi nello stabilimento siderurgico quando, secondo una prima ricostruzione, il cestello su cui stava lavorando sarebbe stato urtato da un mezzo pesante. L’impatto lo avrebbe schiacciato contro la struttura del cestello. L’azienda, in concertazione con i sindacati, ha fermato completamente le attività per tutta la giornata di oggi. Il collegamento con Maurizo Oreggia, segretario generale Fiom Cgil Brescia, che si è recato alle Acciaierie Venete di Sarezzo appena appreso dell’accaduto. Ascolta o scarica
October 20, 2026
Radio Onda d`Urto
Maricarmen, il centro di un mondo impazzito
Le grandi crisi di civiltà – e di un modo di produzione – si riconoscono dalla convergenza dei fatti in un solo punto. Tutti i fatti. Quelli “sistemici” – congiuntura economica, guerre, disorientamento sociale, catastrofi ambientali, ecc – e quelli individuali. Vicende altrimenti destinate all’anonimato assurgono a motivo scatenante la […] L'articolo Maricarmen, il centro di un mondo impazzito su Contropiano.
October 8, 2026
Contropiano
La morte di Ivan Il’ič di Lev Tolstoj: un libro straordinario da leggere almeno una volta
E se la morte non fosse la cosa peggiore? Cosa si prova a morire? Cosa accade veramente quando si muore? Ma soprattutto se la morte non è la cosa peggiore che ci possa capitare, di cosa dobbiamo aver paura? Sono queste le domande che ci pone quel libro straordinario che ognuno di noi dovrebbe leggere almeno una volta nella vita: La morte di Ivan Il’ič di Lev Tolstoj.  Ivan Il’ič è un uomo perfettamente inserito nella società del suo tempo. Ha fatto carriera, si è sposato, ha avuto dei figli, ha cercato per tutta la vita di vivere in modo onesto, decoroso, rispettabile. Non c’è nulla, nella sua vita, che scandalizzi il mondo nel quale vive. Al contrario Ivan Il’ič è esattamente il genere di uomo che il mondo considera riuscito. Ed è proprio per questo che Tolstoj lo sceglie. Non mette davanti alla morte un santo, un filosofo, un uomo che abbia trascorso l’esistenza a interrogarsi sul senso dell’essere, ma un uomo comune, un uomo che in fondo ha sempre vissuto senza porsi troppi problemi.  E poi Ivan Il’ič si ammala. All’inizio crede che si tratti di un disturbo passeggero, nega, razionalizza, evita di soffermarsi troppo su quel dolore sgradevole che avverte nello stomaco, ma poi a poco a poco il suo stato di salute peggiora, e Ivan comprende qualcosa che gli altri non vogliono comprendere. Sta morendo. «Van Ilijc capiva di morire ed era disperato. Nel profondo del suo spirito egli sapeva di dover morire, ma non soltanto non si era abituato a quest’idea, ma non la poteva concepire. (…) Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, quindi Caio è mortale, gli era parso, in tutta la sua vita, giusto soltanto nei riguardi di Caio. (…)Forse che Caio aveva sentito il fruscio che facevano le pieghe del vestito di seta della mamma? Forse che Caio aveva fatto rissa per i pasticcini a scuola? Forse che Caio era stato innamorato come lui? Forse che Caio poteva condurre a termine l’istruzione d’un processo? Caio, sì, è mortale, ed è giusto che muoia, ma non io, Vania, Ivan Ilijc, con tutte le mie sensazioni, i miei pensieri; per me è un altro affare». Queste parole dannò i brividi. È difficile trovare una descrizione più precisa di quella che potremmo chiamare la menzogna fondamentale dell’esistenza: sappiamo di essere mortali, ma organizziamo la nostra esistenza come se la morte riguardasse sempre qualcun altro. Abbiamo costruito un sistema nel quale la morte semplicemente non esiste. Non deve interrompere la giornata, non deve disturbare il pranzo, non deve entrare nei salotti, non deve mettere in discussione il funzionamento ordinario delle cose. Deve al contrario essere amministrata, medicalizzata, confinata in luoghi nei quali non siamo costretti a guardarla. Tolstoj, infatti, non è interessato soltanto a raccontarci che cosa succede a un uomo quando scopre di essere destinato a morire, quello che gli interessa è osservare che cosa succede intorno a quell’uomo: come reagiscono famiglia, amici, colleghi, medici, il mondo intero, insomma. Cosa succede quando la morte irrompe in una società che ha costruito la propria ragion d’essere sulle convenienze, il decoro e la convinzione che in fondo la morte non esista?  La moglie di Ivan Il’ič continua a comportarsi secondo le convenzioni della vita familiare, i medici continuano a parlare il linguaggio asettico della scienza fatto di diagnosi, (sbagliate) cure, e prescrizioni, le persone che lo circondano cercano di mantenere un’apparenza di normalità. Tutti sanno, tutti vedono, tutti comprendono, ma nessuno vuole pronunciare la parola che cambierebbe ogni cosa. Ivan Il’ič sta morendo.  Lo scrittore Lev Tolstoj nel suo studio «Il maggior tormento di Ivan Ilijc era la menzogna, la menzogna adottata da tutti che consisteva nel dire che egli era soltanto malato e che se ne doveva star tranquillo e curarsi e tutto sarebbe andato bene. (…) E questa menzogna lo tormentava; lo tormentava il vedere che nessuno voleva confessare ciò che tutti sapevano, che lui stesso sapeva, e invece si mentiva sul suo orrendo caso, si voleva che anche lui prendesse parte a quella menzogna. Menzogna, menzogna, suprema menzogna alla vigilia della sua morte, che abbassava il tremendo, solenne atto della sua morte allo stesso livello di tutte quelle visite, delle tende, dello storione per i pranzi». Quello che tormenta Ivan non è soltanto la paura di morire, è la falsità. È il fatto che coloro che gli stanno attorno continuino a comportarsi come se la cosa più terribile che possa accadere a un essere umano fosse soltanto una spiacevole interruzione della normale amministrazione della vita. Ecco l’accusa che Tolstoj rivolge alla società. Perché che cos’è la convenienza, se non un modo per stabilire quali verità possono essere pronunciate e quali invece devono essere taciute? Che cos’è la morte se non l’oggetto per eccellenza della censura? Il problema che si pone la società di Ivan Il’ič non è «sta morendo un uomo», ma «come facciamo a gestire questa situazione?». Ivan Il’ič ha passato la vita a rispettare le convenienze. Le ha rispettate così bene che ormai ne è diventato quasi una personificazione: sa come vestirsi, come parlare, come comportarsi, quali relazioni coltivare, quali sentimenti mostrare. Ma la morte ha un difetto imperdonabile: rompe tutte le convenzioni. Ivan non accetta più di partecipare alla finzione generale. E che cosa fa la società quando un uomo inizia a dire ciò che non può essere detto? Lo isola, lo criminalizza, lo condanna. È quello che accade a Ivan: i medici lo biasimano, sua moglie lo accusa di comportarsi in modo poco appropriato e di drammatizzare il suo stato di salute, i suoi figli evitano la sua compagnia, i suoi amici fingono che non abbia nulla. Ivan Il’ič si ritrova solo; «vedeva che nessuno aveva pietà di lui, perché nessuno voleva capire il suo stato».  Tolstoj non risparmia nessuno. In fondo era un membro di quella stessa aristocrazia che descrive con tanta precisione nei suoi romanzi e che ci mostra mentre si agita tra convenzioni, denaro, ambizioni, e il desiderio continuo di ottenere prestigio e approvazione sociale. Ma poi la distanza tra ciò che la società considera una vita accettabile e ciò che egli considerava una vita autentica diventò per lui sempre più insopportabile. Tolstoj arrivò a mettere in discussione la propria ricchezza, la propria posizione, la propria fama, il modo stesso in cui viveva. E lo stesso fa il suo personaggio. Ivan non è un uomo che ha scelto consapevolmente una vita falsa, ha semplicemente seguito la corrente. Ha cercato di vivere secondo i criteri del suo mondo. E proprio per questo, quando la morte arriva, incomincia a chiedersi: era davvero questa la vita? O era soltanto la vita che gli altri avevano detto essere giusta? Ed ecco allora che la cosa terribile che gli accade non è scoprire di dover morire, è accorgersi di aver vissuto invano. Ivan all’improvviso si rende conto di aver inseguito passioni, sogni, aspirazioni che non gli appartenevano, si accorge aver detto parole che non pensava e taciuto quelle che avrebbe voluto davvero pronunciare, soltanto perché era così che si doveva fare. L’approssimarsi della morte non distrugge soltanto la sua vita, ma distrugge le menzogne nelle quali era vissuto. Ed è questa la cosa più inquietante e sorprendente di questo racconto: Tolstoj non si è limitato a scrivere la storia di un uomo che muore. Ci ha fatto entrare dentro la sua pelle e ci ha mostrato tutto il dolore che prova un uomo che si accorge non di avere paura della morte o che non sa come comportarsi davanti alla morte, ma di un uomo che se ne va senza aver risposto alla domanda: ho vissuto per davvero? The post La morte di Ivan Il’ič di Lev Tolstoj: un libro straordinario da leggere almeno una volta appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 24, 2026
L'INDIPENDENTE
Gaza. Ogni cosa è causa di morte
Sulla soglia di una città dove il dolore della terra si riversa nel mare, le penne tacciono. Cosa si può dire, commentare, analizzare o raffigurare di un bambino sotto le macerie, che dice: “Zio, sono vivo”, prima di svanire nell’oscurità dei cuori, lasciando dietro di sé un dolore tale da […] L'articolo Gaza. Ogni cosa è causa di morte su Contropiano.
September 20, 2026
Contropiano
Per Enzo Bianchi
È morto un uomo che ha fatto della riforma della Chiesa e del dialogo interreligioso la sua ragione di vita. Pubblichiamo lo scritto delle sue sorelle e dei suoi fratelli anche come esempio di capacità di riconciliazione dopo un conflitto. Anche per i non credenti sei stato importante. Grazie Enzo Bianchi PER IL NOSTRO FRATELLO ENZO 1 settembre 2026  > Cristo è risorto dai morti, > con la morte ha distrutto la morte > e ai morti nei sepolcri > fa dono della vita. Con le parole del tropario di Pasqua, che cantiamo ogni domenica mattina, quando esprimiamo la nostra fede nella resurrezione di Cristo dai morti, vi diamo la triste notizia che questa mattina, 1° settembre, il nostro fratello Enzo si è addormentato nel Signore. La nostra fede nella resurrezione ci fa sperare che la comunione non viene meno. Eppure ogni distacco è perdita. Ma è anche motivo di memoria e di ringraziamento per quello che abbiamo vissuto, pur fra tante contraddizioni. Ora questo si fa memoria e occasione di rendimento di grazie per colui che è stato all’inizio della Comunità di Bose e che l’ha accompagnata per lungo tempo, come priore. Come sapete, amici e amiche, gli ultimi anni sono stati per la nostra Comunità molto dolorosi. Abbiamo sofferto e vi abbiamo fatto soffrire. Il male però non vanifica il bene e in questo momento vogliamo rendere grazie per tutto quello che Enzo ci ha insegnato e per il fratello che è stato e che resta. Il tempo ci ha impedito di giungere a una riconciliazione visibile, che proprio qualche settimana fa si andava esprimendo in passi concreti. Ci sembra dunque doveroso farvi partecipi dei passaggi più significativi dell’ultimo scambio di messaggi che c’è stato tra Enzo e il priore della Comunità, in occasione della festa della Trasfigurazione del Signore. Messaggio di Enzo Caro Sabino, cari fratelli e sorelle avrei voluto scrivervi nei giorni intorno al 20 luglio, ma purtroppo una infezione agli occhi mi ha reso cieco e ancora adesso non riesco a vedere bene dall’unico occhio che mi resta. La salute non è proprio buona anzi dovrò tornare presto in dialisi e ho la consapevolezza che ormai sono alla fine dei miei giorni e che è venuto davvero il tempo di sciogliere le vele … Vorrei proprio in questi ultimi giorni che si trovassero cammini di riconciliazione visibile con voi e che fosse possibile incontrarci e vederci … Spero che questo avvenga prima che io me ne vada. Troviamo una via perché io possa morire in pace e riconciliazione con voi … Buona festa, siate nella gioia e nella speranza e contate sulla mia e sulla nostra intercessione, con affetto fedele Enzo Risposta di Sabino Caro Enzo, grazie del tuo messaggio e delle tue parole fraterne. Sono contento di sentirti, soprattutto in questo giorno in cui facciamo memoria della nostra alleanza con il Signore e tra di noi. Alleanza che, benché messa alla prova dalla nostra pochezza, non viene meno, perché il Signore è fedele. Per questo anche noi ti ricordiamo a ogni eucaristia. Il tuo desiderio di un incontro raggiunge anche il mio, nella speranza che possiamo scambiarci parole di riconciliazione. Ho chiesto più volte di rivederti. Ora accolgo con gioia la tua richiesta. Credo sia bene, come tu dici, che ci vediamo … per immaginare insieme il modo in cui potresti incontrare i fratelli e le sorelle … Fammi sapere quando ti è possibile. Prego anche per la tua salute, perché il peso non ti sia troppo gravoso. Il Signore porti a compimento questi pensieri di pace. Ti abbraccio e auguro a te e a quanti vivono con te una serena festa della Trasfigurazione. Tuo fratello Sabino Purtroppo, subito dopo questo scambio, Enzo è stato ricoverato in ospedale perché la sua salute era gravemente compromessa. Questo ha impedito l’incontro desiderato da ambedue le parti. Noi fratelli e sorelle custodiamo, come un dono prezioso, questo desiderio che ora si realizza nelle mani di Dio, che solo conosce il cuore di ciascuno. Abbiamo creduto importante condividere anche con voi, amici e amiche, queste parole. Con voi che avete sofferto per quello che ha ferito la nostra Comunità. Con voi che avete pregato e sperato insieme a noi. Con Enzo ricordiamo anche i fratelli e le sorelle che gli sono stati vicini in questi ultimi anni alla Madia, e i fratelli di Cellole. testo originale https://www.monasterodibose.it/comunita/notizie/17158-per-il-nostro-fratello-enzo Ettore Macchieraldo
September 2, 2026
Pressenza
Rientra la salma del giornalista italiano “morto” negli USA. Poche domande e niente risposte
La salma del giornalista Daniele Compatangelo rientrerà in Italia domani, 2 settembre, con un volo da Washington. I funerali dovrebbero essere celebrati il 3 settembre a  Roma, mentre il 5 si terrà la sepoltura a Sauze di Cesana. Tra l’accertamento della sua morte negli USA – il 20 luglio – […] L'articolo Rientra la salma del giornalista italiano “morto” negli USA. Poche domande e niente risposte su Contropiano.
September 1, 2026
Contropiano
La storia si scrive dalle crepe
di Mauro Armanino Nelle ferite, nelle frontiere, nei volti dei migranti e dei poveri si nascondono le tracce di un mondo diverso. Una riflessione sull’apocalisse come rivelazione, insurrezione e possibilità …
CPR di Palazzo San Gervasio: Lassoued Dhoui ucciso dalla detenzione amministrativa@1
Il 10 agosto 2026, Lassoued Dhoui di origini tunisine e recluso da due settimane nel CPR di Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza è stato dichiarato morto dalle autorità del posto. Forti le proteste delle persone recluse a seguito di quello che è stato catalogato come suicidio o gesto estremo: chi con lui ha condiviso la detenzione sa bene chi ha la responsabilità di quest’ennesima vita spezzata. Lassoued era in possesso di documentazione medica che attestava la sua inidoneità al trattenimento. Il Giudice di pace di Melfi, invece, aveva convalidato la detenzione per 90 giorni la stessa mattina del 10 Agosto. Le proteste, che già prima dell’accaduto erano in corso contro le condizioni detentive, sono state represse attraverso l’intervento di numerosi reparti di celere. I segni dell’intervento della polizia sono stati immediatamente visibili sui corpi dei reclusi arrestati con l’accusa di rivolta in un centro detentivo prevista dal recente decreto sicurezza e processati nei giorni seguenti per direttissima. Tre degli arrestati hanno deciso di dichiarare durante il processo che Lassoued era in stato di grave sofferenza da giorni e che aveva chiesto ripetutamente cure mai ricevute. A due anni dalla morte nello stesso centro di Oussama Darkaou i CPR si palesano e riconfermano ancora una volta come luoghi di tortura. Insieme a due attiviste dell’Assemblea Lucano No CPR ricostruiamo quanto accaduto e forniamo aggiornamenti sulla repressione delle proteste attraverso i microfoni di Radio Blackout. Francesca, attivista e avvocata: Yasmine, attivista:
August 17, 2026
Radio Blackout - Info
CPR di Palazzo San Gervasio: Lassoued Dhoui ucciso dalla detenzione amministrativa@0
Il 10 agosto 2026, Lassoued Dhoui di origini tunisine e recluso da due settimane nel CPR di Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza è stato dichiarato morto dalle autorità del posto. Forti le proteste delle persone recluse a seguito di quello che è stato catalogato come suicidio o gesto estremo: chi con lui ha condiviso la detenzione sa bene chi ha la responsabilità di quest’ennesima vita spezzata. Lassoued era in possesso di documentazione medica che attestava la sua inidoneità al trattenimento. Il Giudice di pace di Melfi, invece, aveva convalidato la detenzione per 90 giorni la stessa mattina del 10 Agosto. Le proteste, che già prima dell’accaduto erano in corso contro le condizioni detentive, sono state represse attraverso l’intervento di numerosi reparti di celere. I segni dell’intervento della polizia sono stati immediatamente visibili sui corpi dei reclusi arrestati con l’accusa di rivolta in un centro detentivo prevista dal recente decreto sicurezza e processati nei giorni seguenti per direttissima. Tre degli arrestati hanno deciso di dichiarare durante il processo che Lassoued era in stato di grave sofferenza da giorni e che aveva chiesto ripetutamente cure mai ricevute. A due anni dalla morte nello stesso centro di Oussama Darkaou i CPR si palesano e riconfermano ancora una volta come luoghi di tortura. Insieme a due attiviste dell’Assemblea Lucano No CPR ricostruiamo quanto accaduto e forniamo aggiornamenti sulla repressione delle proteste attraverso i microfoni di Radio Blackout. Francesca, attivista e avvocata: Yasmine, attivista:
August 17, 2026
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