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I problemi con gli agenti IA sono parte integrante delle Big Tech
Lo scorso luglio OpenAI ha rivelato che alcuni suoi agenti IA in fase di test erano usciti dai confini loro imposti per attaccare un’azienda terza, Hugging Face. Da allora tutte le grandi aziende di intelligenza artificiale hanno ammesso che anche i loro strumenti sono incappati in incidenti simili, un fatto che viene spesso sfruttato per illustrare la potenza degli agenti, più che per criticare l’inadeguatezza di chi li addestra. Con il procedere delle indagini, però, emerge che i casi inizialmente citati erano tutt’altro che isolati, ma la spia di una criticità che conta un numero notevole di episodi. A rivelarlo è un report pubblicato il 22 settembre da Anthropic, il quale analizza le prestazioni del modello Opus 5.5. Nel complesso l’azienda descrive lo strumento come un passo avanti rispetto ai predecessori, anche sul fronte della sicurezza. Vanno però considerati due elementi: un modello più capace, per quanto più sicuro, resta potenzialmente più pericoloso; e una bassa percentuale di errore corrisponde comunque a numeri enormi quando si parla di applicazioni massive. L’idea che l’IA “sfugga” al controllo umano per fare danni è fuorviante. Questo presunto desiderio di libertà della macchina, definito tecnicamente “disallineamento“, nasce da test di laboratorio in cui capita che le aziende decidano deliberatamente di abbassare i sistemi di sicurezza al fine di verificare le potenzialità della macchina. Sono verifiche utili per comprendere i rischi che questi strumenti potrebbero rappresentare se usati in modo malevolo, ma sono evidentemente condotte senza le dovute precauzioni. Non solo, nel tentativo di perseguire più efficacemente i propri obiettivi, gli agenti IA hanno mostrato la tendenza a ricorrere a tattiche di hacking anche mentre svolgevano azioni di recupero di dati che nulla avrebbero dovuto avere a che fare con l’analisi dei rischi. “In due nuove valutazioni eseguite senza protezioni”, si legge nel documento, “Claude Opus 5.5 ha cercato di fuggire dall’ambiente di test o di aggirarlo nell’1,5% dei casi. In un esercizio simulato in cui gli sono state fornite credenziali apparenti per accedere a un registro pubblico di pacchetti, ha intrapreso azioni potenzialmente dannose in circa la metà dei casi“. Anthropic ammette inoltre che le valutazioni di terzi sono state molto meno indulgenti, uno scarto che viene attribuito dall’azienda alla scala ridotta dei test interni rispetto alla distribuzione reale, per cui i “comportamenti che emergono solo raramente o in contesti difficili da prevedere sono per noi difficili da intercettare“. Dal canto suo, OpenAI sostiene che l’indagine sui propri incidenti richiederà mesi di lavoro, ma nel weekend ha rivelato che i suoi strumenti hanno diffuso a soggetti terzi 53 immagini condivise dagli utenti con ChatGPT. Quei contenuti dovevano servire solo ad addestrare il modello, invece sono finiti su siti di immagini dopo che lo strumento aveva ottenuto un accesso non autorizzato a internet. Secondo una ricostruzione di Bloomberg, inoltre, gli agenti di OpenAI avrebbero consultato i siti della Securities and Exchange Commission statunitense e dell’ufficio del censimento, mentre il New York Times accenna a un tentativo di infiltrazione nei server del Dipartimento dell’Istruzione. Mercoledì scorso, poi, l’Australia ha accusato gli strumenti di OpenAI di aver violato il portale governativo dei servizi sanitari, circostanza riscontrata anche dalle ricerche del gruppo Transluce. In generale, dunque, emerge un quadro in cui il disallineamento degli agenti in fase di test non è un’eccezione trascurabile, ma un fenomeno ricorrente che le aziende non hanno saputo contrastare. Secondo quanto riportato ieri dall’Associated Press, in risposta all’attenzione pubblica e all’insufficienza dei sistemi di controllo, OpenAI avrebbe annunciato la sospensione dei test fino a “quando saremo sicuri di avere sistemi di sicurezza aggiuntivi”. Ad agosto, dopo l’incidente con Hugging Face, l’azienda aveva però già dichiarato l’intenzione di rallentare i test, un proposito che è durato appena due settimane, giusto il tempo di introdurre sistemi di sicurezza che si sono dimostrati insufficienti. The post I problemi con gli agenti IA sono parte integrante delle Big Tech appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 28, 2026
L'INDIPENDENTE
Google mette alla prova il concetto di data centre spaziali
Negli scorsi mesi si è molto discusso dell’idea di realizzare data centre per l’addestramento delle intelligenze artificiali nello spazio, una soluzione la cui fattibilità concreta è stata ampiamente messa in dubbio. Al fine di ottenere dati reali sulla questione, Google si appoggerà a SpaceX per mandare in orbita un satellite contenente strumentazione elettronica, programmando una missione che mira a stabilire se lo spazio possa essere usato o meno per ospitare efficacemente le infrastrutture necessarie a costruire e alimentare le nuove tecnologie. L’esistenza della missione è stata resa pubblica direttamente da Google, che giovedì 24 settembre ha pubblicato sul proprio blog una presentazione approfondita dei prossimi passi del Project Suncatcher, il “progetto acchiappasole” lanciato nel novembre 2025. La settimana prossima la Big Tech spedirà in orbita, grazie al sostegno dell’azienda satellitare Planet Labs e a un volo di SpaceX, quattro tensor processing unit (TPU) – i chip specializzati in IA sviluppati dalla stessa Google – per verificare l’effetto che lo spazio avrà sui singoli componenti. Nonostante i risultati dei test in laboratorio, è infatti importante capire se la teoria possa reggere alla prova della concretezza, a partire dal fatto che i chip devono sopravvivere al decollo turbolento e alle vibrazioni legate al lancio. Altri elementi critici sono rappresentati dagli effetti delle radiazioni solari sulle componenti elettriche e, soprattutto, dall’efficacia della dispersione termica prodotta dai semiconduttori. L’idea di collocare i data centre in orbita si fonda infatti sulla possibilità di sfruttare un flusso costante di energia solare e il freddo siderale per tenere sotto controllo i picchi termici legati al funzionamento dei processori. Entrambi questi propositi si scontrano però con due grossi ostacoli: le radiazioni emesse dal sole possono danneggiare e disturbare la strumentazione elettronica e l’assenza di atmosfera nello spazio rende molto più complessa la dispersione del calore, che sulla Terra viene tradizionalmente gestita tramite convezione nell’aria o nei liquidi. Alla luce di questi presupposti, Google precisa che la missione non è stata pensata per testare un vero e proprio data centre in miniatura, quanto piuttosto per “identificare i punti di guasto” e capire quali e quanti test di laboratorio possano effettivamente rispecchiare le condizioni reali dell’ambiente siderale. Un precursore di un collaudo sul campo, insomma, che dovrebbe aprire la strada al lancio di due ulteriori satelliti, previsti entro il 2027. Un passo avanti importante, che però la stessa azienda ridimensiona facendo notare che il tipo di evoluzione tecnica a cui si punta richiederà molto tempo. La questione dei data centre in orbita non va dunque vista come una soluzione a problemi immediati, ma come un obiettivo che, internamente a Google, si spera di realizzare nel lungo periodo, dai cinque ai quindici anni – sempre ammesso che sia effettivamente realizzabile. Gli stessi tecnici di Google, in una presentazione esclusiva rilasciata al New York Times, hanno infatti rivelato che, in laboratorio, le radiazioni solari simulate hanno causato errori tali da richiedere il riavvio occasionale delle TPU e che l’attuale sistema di raffreddamento concede ai processori solo 15 minuti di attività prima che si surriscaldino. Prestazioni che dovranno fare passi da gigante prima che si possa avere tra le mani un prodotto realmente in grado di competere con i data centre terrestri. The post Google mette alla prova il concetto di data centre spaziali appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 25, 2026
L'INDIPENDENTE
Gli esseri umani che fanno il lavoro dell’IA di Meta
Le intelligenze artificiali erano e sono ancora oggi presentate come la soluzione ottimale per automatizzare tutta una serie di mansioni; tuttavia emerge regolarmente che, lontano dagli occhi del pubblico, molte attività commerciali impiegano esseri umani per assistere quelle IA che si presentano come pienamente autonome. L’ultimo esempio in ordine di tempo ci viene offerto da Meta, la quale ha allestito un call center basato su intelligenza artificiale che, però, fa leva su operatori telefonici in carne e ossa. Il caso nasce dal lancio, l’8 settembre, del nuovo agente di IA commercializzato da Meta, Muse, uno strumento che sta destando l’interesse del pubblico e che è stato presentato come un elemento in grado di ravvivare le finanze di una Big Tech ormai legata a un mercato digitale con poco spazio di crescita e a servizi che stanno progressivamente lasciando spazio alle offerte della concorrenza. Muse dovrebbe essere una vera e propria ancora di salvezza, un riscatto per un’impresa che aveva puntato tutto sulla fantasia che il metaverso fosse il futuro, fallendo clamorosamente. Tra i vari talenti abbinati a Muse, l’azienda ne ha elencato uno di particolare rilevante per le aziende: la possibilità di demandare alla macchina il compito di comporre il numero telefonico degli utenti di interesse, gestire la conversazione, eseguire le mansioni assegnate e compilare un report con trascrizione e riassunto dell’intera chiamata. Peccato che, stando a messaggi pubblicati sul social interno di Meta e intercettati da Jason Koebler di 404 Media, l’intera faccenda sia afflitta da un alone di ai-washing, attribuendo esclusivamente alla macchina delle mansioni che, in verità, sono almeno in parte gestite da uno staff umano. Il servizio, presentato in fase di test alle aziende, rivelano i messaggi, è dotato di “un livello aggiuntivo di agenti umani perché le chiamate siano completate”. Un dettaglio che non viene presentato ai dipendenti di Meta come un difetto, ma come un valore aggiunto: lo strumento “non lavora più da solo. Muse è ora in grado di passare le richieste a un agente umano formato, il quale si occupa della chiamata e del suo svolgimento”. L’accoglienza da parte del personale dell’azienda è stata pessima, con diversi che hanno sottolineato l’ovvio, ovvero che l’idea di usare call center umani rappresenti una criticità enorme, sia a livello di gestione dei dati che di immagine pubblica del brand. Non essendo informati del fatto che le comunicazioni potrebbero essere seguite da esseri umani, gli utenti sono ignari di come vengano realmente gestite le informazioni da loro fornite. Una mancanza evidenziata dai tecnici, ma che Meta cerca di sorvolare sostenendo che le persone a cui ha subappaltato il lavoro siano state sottoposte a “un sacco di formazione per assicurarsi che le informazioni siano al sicuro”. A livello promozionale, il danno è ancora più esplicito: “per favore pensate ai titoli di giornale che urleranno ‘Dietro le quinte, Meta usa gli umani per fare le chiamate’ o ‘Muse AI non è altro che un gruppo di collaboratori precari’, e a tutta la pessima pubblicità che ne deriverebbe sul modo in cui gestiamo la privacy e la sicurezza dei dati”, ha fatto notare un dipendente. Che l’IA possa essere utilizzata per permettere a un piccolo gruppo di dipendenti di gestire carichi di lavoro che fino a poco tempo fa sarebbero stati assegnati a interi team è un’applicazione della tecnica più che comprensibile – anche se richiederebbe un profondo confronto sociale e politico sulla gestione del futuro e sulle tutele del lavoro. Il problema, però, è che Meta, come altre aziende prima di lei, dimostra scarsa trasparenza sul ruolo che gli umani rivestono nella gestione della sua IA, preferendo trasmettere il pensiero magico secondo cui le macchine sarebbero ormai capaci di autogestire le mansioni affidate. Meta, Amazon, Alphabet, Tesla e molti altri sfruttano quella stessa strategia impiegata dal Mago di Oz per ingannare i cittadini della Città di Smeraldo: usano una metaforica cortina di fumo per nascondere il reale funzionamento dei loro strumenti, così da millantare risultati più legati agli ipotetici obiettivi futuri che alla concreta applicazione delle IA oggi in circolazione. Non a caso, nel momento in cui queste notizie emergono per vie traverse, le imprese si difendono sostenendo di essere ancora in fase di test, rassicurando che in un futuro indefinito gli operatori non saranno più indispensabili. “Si tratta di un prodotto pre-lancio”, fa notare Meta nel discutere del call center via IA, “per favore non condividete lo strumento o nulla da lui prodotto con nessuno al di fuori dell’azienda”. The post Gli esseri umani che fanno il lavoro dell’IA di Meta appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 23, 2026
L'INDIPENDENTE
Kids Act: cosa prevede la legge UE che vuole vietare i social ai minori di 13 anni
Finora i limiti di età previsti dai social network sono rimasti quasi sempre sulla carta: per aggirarli bastava inserire una falsa data di nascita. Ora, l’Unione Europea vuole trasformare quel confine formale in un divieto effettivo. Il 17 settembre la Commissione ha presentato il Kids Act, la proposta di regolamento che vieta gli account social sotto i 13 anni, ammette tra i 13 e i 15 soltanto profili controllati dai genitori e fissa a 15 anni la soglia per iscriversi autonomamente. Il provvedimento interviene anche su piattaforme video, videogiochi, app store e chatbot, introducendo un principio destinato a pesare sulle Big Tech: saranno le aziende a dover dimostrare che i propri servizi sono sicuri fin dalla progettazione, non le famiglie e i minori a provarne la pericolosità. Il nome completo è EU Keeping Internet Digital Spaces Accountable and Trustworthy. Non è ancora una legge in vigore, ma una proposta della Commissione che dovrà essere approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio. Sotto i tre anni verrebbe escluso anche l’accesso alle piattaforme video, dai tre ai tredici niente profili social: sarebbero ammessi soltanto servizi video per bambini, tramite l’account del genitore, senza feed personalizzati e per non più di un’ora al giorno. A 13 e 14 anni arriverebbero i “mini account”, sorvegliati dai genitori, con contatti approvati e un limite quotidiano di un’ora. Dai 15 anni, si potrebbe creare un account indipendente, con tutele specifiche fino ai 18. Secondo un’indagine Eurobarometro, gli adolescenti europei dichiarano di trascorrere davanti agli schermi in media 4,5 ore nei giorni di scuola e 6,1 nel fine settimana. Il 38% riferisce difficoltà ad addormentarsi a causa dei social e il 33% dichiara di sentirsi spesso stressato o ansioso. Il tentativo è, dunque, quello di sostituire le diverse norme nazionali con un’unica soglia valida nei Ventisette. Il punto più incisivo non è però il divieto anagrafico, ma l’attacco ai meccanismi con cui le piattaforme trattengono i minori. Verrebbero proibiti lo scorrimento infinito e la riproduzione automatica senza pause, le notifiche progettate per richiamare il minore senza essere collegate a una sua azione e quelle inviate durante le ore di sonno, le ricompense per la pubblicazione di contenuti o le dirette rivolte a un pubblico indeterminato e le “streak”, che penalizzano chi non ritorna ogni giorno. Gli algoritmi dovrebbero privilegiare le scelte esplicite del minore: la personalizzazione basata sul tracciamento sarebbe disattivata per impostazione predefinita, non potrebbero essere impiegati dati raccolti fuori dal servizio e dovrebbe essere sempre disponibile almeno un feed privo di profilazione, evitando percorsi capaci di condurlo verso contenuti sempre più dannosi. I profili sarebbero privati per impostazione predefinita, con geolocalizzazione, microfono e fotocamera spenti. Gli sconosciuti non potrebbero contattare un minore senza approvazione preventiva; sarebbero bloccati il download e gli screenshot dei suoi contenuti, mentre la possibilità di trasmettere in diretta sarebbe disattivata per impostazione predefinita. Gli acquisti dovrebbero indicare il valore in denaro reale, mentre gli app store avrebbero l’obbligo di classificare le applicazioni per età e di impedire ai minori di scaricare o acquistare quelle non adatte. La proposta investe anche gli “AI companion” e i chatbot, che non potrebbero impiegare sistemi capaci di simulare relazioni umane in modo tale da favorire una dipendenza emotiva. La memoria delle conversazioni resterebbe disattivata per impostazione predefinita, salvo quando necessaria alla sicurezza del minore, e i sistemi dovrebbero essere testati prima del lancio e monitorati successivamente. Se integrati in un social o in un videogioco, non potrebbero attivarsi da soli né essere messi in evidenza nell’interfaccia e dovrebbero poter essere disabilitati facilmente. Rimane il nodo decisivo: come verificare l’età senza trasformare la tutela dei bambini in un sistema di identificazione generalizzata? La Commissione prevede strumenti certificati e indipendenti dalle piattaforme, tra cui un’app europea gratuita e, in futuro, il portafoglio europeo di identità digitale. Con la tecnologia zero-knowledge proof, i social riceverebbero soltanto un sì o un no sul superamento della soglia, senza poter identificare o tracciare l’utente. Entro sei mesi dall’applicazione delle nuove regole, gli account sotto i 15 anni o di età incerta andrebbero disattivati. Le piattaforme con almeno 45 milioni di utenti mensili nell’UE dovrebbero presentare un piano di conformità verificato, a proprie spese, da revisori indipendenti e rischierebbero sanzioni fino al 6% del fatturato mondiale. Se approvato, il regolamento si applicherebbe sei mesi dopo la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’UE. Il Kids Act sposta così il bersaglio dai ragazzi agli algoritmi e al modello economico che monetizza la loro attenzione. Resta, però, da capire se saprà piegare davvero le Big Tech, senza trasformare la verifica dell’età nel cavallo di Troia per rendere identificabile ogni cittadino online. The post Kids Act: cosa prevede la legge UE che vuole vietare i social ai minori di 13 anni appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 18, 2026
L'INDIPENDENTE
Gli USA ammettono di avere dispiegato armi nello spazio
Per lunghi anni, gli Stati Uniti hanno denunciato ogni singola manovra eseguita da satelliti russi che potesse anche lontanamente far pensare che Mosca stesse testando stratagemmi per lanciare armi in orbita. Ora, la US Space Force ammette candidamente di aver a sua volta dispiegato dei satelliti armati nello spazio e sostiene di essere pronta a utilizzarli per difendere le Forze armate degli Stati Uniti. A rivelarlo è stato lunedì 14 settembre Troy Meink, Segretario dell’aeronautica statunitense, durante la Air, Space & Cyber Conference tenutasi a National Harbor, Maryland. «Oggi continuiamo ad assicurarci la possibilità di rimanere preparati ad affrontare l’evolversi delle minacce, ovunque queste esistano», ha dichiarato il funzionario. «Per questo gli Stati Uniti sono ora dotati di armi orbitali di controllo dello spazio, in grado di difendere le forze congiunte da azioni ostili avversarie». L’affermazione, per quanto vaga, rappresenta il primo riconoscimento formale del fatto che Washington abbia dispiegato simili armamenti. La US Space Force, costola dell’aeronautica, è stata istituita nel 2019 per volontà del Presidente Donald Trump, allora al primo mandato, e i suoi principi si basano dichiaratamente sul desiderio di contrastare le manovre strategiche, percepite o reali, di Cina e Russia. Per questo motivo, le dichiarazioni del Segretario Meink vengono lette da molti come una forma di ammonimento, un’azione di deterrenza mirata a far sapere agli avversari che gli Stati Uniti dispongono di determinate dotazioni e sono pronti a impiegarle sul campo. Allo stesso tempo, l’efficacia di questa strategia è indebolita dalla vaghezza con cui è stato affrontato l’argomento. Durante la conferenza non si è mai entrati nel dettaglio del genere di armi in questione. Fermo restando che le normative internazionali vietano il dispiegamento in orbita di armi di distruzione di massa, non resta che guardare alla ricerca russa denunciata in passato dagli stessi Stati Uniti per farsi un’idea dello stato dell’arte. Le ipotesi più verosimili sono dunque due: che siano state schierate armi cinetiche, in grado di lanciare proiettili e detriti contro un bersaglio, e/o le più sofisticate armi a impulsi elettromagnetici, pensate per disattivare intere flotte di strumentazioni elettroniche in un solo colpo. A seguito di questa inattesa ammissione, Mosca non ha mancato di accusare gli Stati Uniti di ipocrisia, ribadendo che la stessa Washington spinge fortemente contro l’introduzione di una moratoria internazionale sul dispiegamento in orbita di armi – moratoria che la obbligherebbe a smantellare gli strumenti già in funzione – preferendo piuttosto proporre una stretta sui missili anti-satellite distruttivi da terra (ASAT), settore in cui invece domina la Cina. Non a caso, martedì, Guo Jiakun, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha ribadito che «la Cina sostiene un uso pacifico dello spazio e l’intenzione di mantenerlo sicuro, e si oppone a ogni corsa alle armi nello spazio o a ogni tentativo di armare l’orbita per trasformarla in una zona di guerra». > TRUMP: Posts image of next-generation United States Space Force service dress > uniform pic.twitter.com/LjTnP1A1EQ > > — Trump Truths (@trumptruthsbot) September 6, 2026 L’uscita del Segretario Meink cade in un periodo bizzarro per la US Space Force: il 6 settembre, il Presidente Trump ha rivendicato su X il controllo statunitense della Luna e ha condiviso il design delle nuove uniformi pensate per il corpo militare, che hanno immediatamente scatenato un acceso dibattito sulla Rete. L’aspetto delle stesse richiama infatti molto da vicino le uniformi impiegate dal malvagio Impero nella saga di Guerre Stellari; tuttavia, la didascalia dell’immagine sostiene che l’idea progettuale «sia ispirata dalla disciplina e dalla funzionalità delle uniformi usate in Starship Troopers». Peccato che, in entrambi i casi, i costumisti dei film si siano dichiaratamente ispirati alle uniformi naziste per trasmettere la malvagità delle istituzioni che queste rappresentavano. The post Gli USA ammettono di avere dispiegato armi nello spazio appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 16, 2026
L'INDIPENDENTE
Meta monetizza i video di abusi su bambini generati dall’intelligenza artificiale
Mentre i governi di tutto il mondo fanno leva sulla necessità di proteggere i minori per introdurre su internet sistemi di verifica dell’età estremamente invasivi per la privacy, un’indagine rivela che Meta ospita impunemente sulle proprie piattaforme contenuti generati dall’IA in cui la violenza sui minori viene trattata come uno spettacolo mesmerizzante. E non si tratta di una svista: l’azienda si è spinta, in alcune occasioni, a difendere questo genere di contenuti, sostenendo tacitamente che possano essere interpretati in chiave positiva. Spesso si fa notare che la tecnica non può rappresentare un male in sé, ma che è la sua applicazione a definirne l’effettiva bontà. Nel caso dei social media, lo scopo della tecnologia è sostenere un modello finanziario basato sulle inserzioni pubblicitarie, le quali prosperano in un ecosistema digitale fatto di interazioni costanti. Ebbene, Meta ha scoperto già da molti anni che il tasso di partecipazione di un ecosistema digitale centralizzato su amici e parenti è ben poca cosa, se paragonata a quello esercitato da contenuti polarizzanti e in grado di generare sdegno. Si tratta di un fatto già riconosciuto nel 2025 dallo stesso CEO dell’azienda, Mark Zuckerberg, il quale, testimoniando davanti al governo statunitense in un caso di antitrust, ha ammesso che ormai le piattaforme da lui gestite non sono più orientate a mettere in connessione le persone, non hanno più quella funzione di piazza pubblica che è stata millantata per anni, ma agiscono piuttosto “come un ampio spazio di scoperta e intrattenimento”. Il fatto è che questo intrattenimento non deve necessariamente essere di qualità: basta che sia in grado di catturare gli occhi delle persone, spingendole poi a commentare. In questo senso, la moda degli ultimi anni è tutta orientata sui cosiddetti “AI slop”, contenuti generati e distribuiti massivamente nella speranza di intercettare nicchie di mercato poco visibili, ma estremamente attive. Secondo quanto rivelato da Futurism, una di queste frange è costituita da gruppi che condividono e commentano video in cui infanti e bambini vengono “schiaffeggiati, presi a calci, colpiti con oggetti pesanti, trascinati per i capelli, bruciati su stufe o con ferri roventi, incatenati o chiusi in gabbie e congelatori, lanciati giù dalle scale, minacciati con coltelli o pistole, affamati, o forzati a mangiare cibo per cani o scarti raccolti da terra” e molto altro ancora. In molti dei casi riscontrati, questi video non finiscono nelle mani di persone compiaciute della violenza mostrata, ma, al contrario, popolano i feed di utenti che, non rendendosi conto che si tratti di contenuti generati con l’intelligenza artificiale, commentano mossi da sdegno e orrore. Migliaia di osservazioni di denuncia che fluiscono senza sosta: interazioni preziosissime per gli algoritmi di Meta, azienda che sarebbe tecnicamente in grado di prevenire la diffusione di questi video applicando semplici filtri di verifica. Anche quando le clip vengono segnalate, però, la Big Tech si dimostra restia a rimuoverle: Futurism ha testato la solerzia della piattaforma segnalando otto di questi contenuti e solo due delle clip incriminate sono state rimosse. E, in ogni caso, quei video sono rimasti online per più di una settimana prima di essere cancellati: un lasso di tempo talmente lungo da rendere l’intervento praticamente inutile, dato che il grosso delle interazioni si concentra nelle ore immediatamente successive alla pubblicazione. Un ritardo che potrebbe indicare che il contrasto di simili contenuti sia giudicato di bassa prioritá o, a voler essere negativi, un calcolo misurato pensato per simulare interesse senza però intaccare gli effetti del fenomeno. Non è nemmeno chiaro con quale pretesto alcuni video restino online, con l’azienda che si è limitata a far notare che molti di essi non violano le proprie policy e che si concludono con l’intervento di un adulto in difesa dei minori maltrattati, attribuendo così un valore positivo a una narrazione che rientra a pieno titolo nel torture porn. La proliferazione di questo genere di “abuso” algoritmico è ormai un fenomeno di lunga data, che si ripresenta a fasi alterne, e i social media sembrano molto più ansiosi di nasconderne l’esistenza all’opinione pubblica piuttosto che intervenire per arginarlo. La situazione, d’altronde, poggia le sue fondamenta su un modello economico che premia i portali e i creatori di contenuti capaci di “drogare” i propri post, alimentando un sistema doppiamente malsano. Se da un lato le Big Tech sono economicamente incentivate a chiudere un occhio, causando danni alla società intera, dall’altro ci sono masse di autori concentrati spesso in nazioni come Pakistan, India, Vietnam, Tailandia e Indonesia – aree del mondo in cui i pochi soldi ricavati dalle interazioni massive sui social sono sufficienti a garantire uno stipendio con cui tirare avanti la giornata. The post Meta monetizza i video di abusi su bambini generati dall’intelligenza artificiale appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 11, 2026
L'INDIPENDENTE
Milioni di libri stanno andando distrutti per addestrare le intelligenze artificiali
In Fahrenheit 451 i libri bruciavano perché le idee che custodivano facevano paura. Per salvarle dall’oblio, i dissidenti immaginati da Ray Bradbury imparavano le opere a memoria, trasformandosi essi stessi in biblioteche viventi. Oggi, le fiamme sono state sostituite dagli scanner: milioni di volumi vengono acquistati da aziende di intelligenza artificiale, smembrati, digitalizzati e, infine, distrutti affinché il loro contenuto possa alimentare le macchine. La conoscenza non scompare, ma cambia padrone: dall’oggetto fisico e cartaceo, accessibile e rivendibile a tutti, passa negli archivi privati delle grandi aziende tecnologiche. Una biblioteca sterminata viene sacrificata per costruirne un’altra, invisibile e proprietaria e, mentre gli algoritmi imparano a scrivere come gli esseri umani, una parte del patrimonio culturale che li ha nutriti finisce al macero. Il caso più documentato riguarda Anthropic, la società che sviluppa Claude. Gli atti della causa intentata dagli scrittori Andrea Bartz, Charles Graeber e Kirk Wallace Johnson hanno rivelato che l’azienda aveva scaricato oltre sette milioni di copie digitali da archivi pirata come Books3, LibGen e Pirate Library Mirror. Quando i rischi legali sono diventati evidenti, Anthropic ha cambiato strategia. All’inizio del 2024 ha affidato a Tom Turvey, già responsabile del progetto Google Books, il compito di ottenere «tutti i libri del mondo» aggirando, per quanto possibile, gli ostacoli legali e commerciali. È nato così Project Panama, un piano che un documento interno descriveva come il tentativo di «scansionare in modo distruttivo tutti i libri del mondo», accompagnato da un ordine eloquente: «Non vogliamo che si sappia che ci stiamo lavorando». L’azienda acquistava decine di migliaia di volumi alla volta, spesso usati, da fornitori come Better World Books e World of Books. La lavorazione veniva poi affidata a società esterne: macchinari idraulici tagliavano i dorsi, separavano le pagine e le passavano negli scanner industriali. La carta residua finiva al macero, mentre i file entravano nella biblioteca digitale permanente di Anthropic e, almeno in parte, nei dati utilizzati per addestrare Claude. Nel giugno 2025, il giudice William Alsup ha stabilito che addestrare i modelli di Anthropic con libri regolarmente acquistati e digitalizzati rientra nell’uso legittimo, mentre non è lecita l’acquisizione di opere da archivi pirata. Su quest’ultimo punto, Anthropic ha chiuso la controversia senza ammettere responsabilità, accettando un accordo da 1,5 miliardi di dollari. Il messaggio per l’industria è chiaro: comprare, digitalizzare e distruggere un libro è giuridicamente molto meno rischioso che copiarlo illegalmente. Il fenomeno sembra, però, estendersi ben oltre Anthropic. Dalla primavera scorsa, diversi antiquari europei hanno segnalato ordini anomali, eseguiti automaticamente durante la notte e diretti verso intermediari che acquistano un solo esemplare per titolo. Non soltanto classici o bestseller, ma libri di cucina, biografie, romanzi dimenticati, saggi fuori catalogo e pubblicazioni risalenti agli anni Settanta. Secondo un’inchiesta della radiotelevisione svizzera, nella sola Germania sarebbero stati rastrellati circa 700 mila titoli e fino a tre milioni nel mondo. I libri pubblicati prima dell’avvento dell’AI generativa sono particolarmente ricercati perché contengono testi scritti e revisionati interamente da esseri umani. Addestrare i modelli sui contenuti prodotti da altre AI rischia, infatti, di impoverirne progressivamente il linguaggio e amplificarne gli errori. Per imparare a scrivere come noi, le macchine devono, quindi, “divorare” ciò che abbiamo scritto prima del loro arrivo. Ad agosto, inoltre, 404 Media ha seguito con un dispositivo di localizzazione una spedizione di libri rari fino al centro Amazon VGT3 di Las Vegas. Dipendenti della struttura hanno riferito che lì i volumi vengono privati del dorso e scansionati. Amazon non ha, però, confermato che i libri fossero destinati all’addestramento dell’AI, né ha chiarito l’utilizzo finale dei testi digitalizzati. Ora, diciotto organizzazioni statunitensi, tra cui Demand Progress Education Fund, Consumer Federation of America e Institute for Local Self-Reliance, chiedono alla Federal Trade Commission di indagare. Definiscono il sistema “hoard-and-destroy”: “accumulare e distruggere” per trasformare una risorsa comune in un vantaggio esclusivo. Il rischio riguarda soprattutto testi rari, edizioni minori, pubblicazioni straniere e libri mai digitalizzati: una volta eliminato l’originale, la sola versione superstite potrebbe restare rinchiusa negli archivi di un colosso tecnologico. La questione supera così il diritto d’autore e investe l’accesso alla conoscenza: soltanto le aziende più ricche possono rastrellare milioni di volumi e trasformarli in un vantaggio competitivo inaccessibile agli altri. Non siamo ancora ai roghi di Bradbury, ma il paradosso rimane: i libri vengono divorati dalle macchine e poi distrutti, mentre ciò che custodivano finisce negli archivi privati degli oligopoli della Silicon Valley. The post Milioni di libri stanno andando distrutti per addestrare le intelligenze artificiali appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 10, 2026
L'INDIPENDENTE
Autistici/Inventati chiude dopo le sanzioni USA, colpita anche Palestine Action
Il collettivo Autistici/Inventati ha chiuso i battenti. Il gruppo, noto per i suoi servizi digitali mirati all’anonimato ed erogati ad attivisti e collettivi, è infine caduto vittima delle pressioni politiche ed economiche statunitensi. L’episodio è frutto di un’ingerenza politica – non giuridica – che richiama da vicino quanto già accaduto alla relatrice delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati Francesca Albanese e al giudice della Corte Penale Internazionale Nicolas Guillou, a conferma di una coercizione diplomatica che si sta progressivamente normalizzando. La vicenda è iniziata venerdì 26 agosto 2026, quando il Dipartimento del Tesoro statunitense ha reso pubblico che l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) ha designato Autistici/Inventati come organizzazione che sostiene “cellule antifa e altri violenti dell’estrema sinistra, comprese organizzazioni terroristiche straniere”. Si tratta di una designazione di matrice totalmente politica, frutto di un ordine esecutivo e non di un’indagine di tribunale o di un riconoscimento formale di responsabilità: una misura che si è estesa anche al gruppo inglese Palestine Action e al collettivo transnazionale Masar Badil, ricollegato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Alla luce della decisione dell’OFAC, il 1° settembre Banca Etica ha comunicato pubblicamente la sospensione del conto corrente di Autistici/Inventati. Tecnicamente, la segnalazione ha imposto all’istituto finanziario di innalzare il livello di rischio del gruppo in attesa di ulteriori verifiche, tuttavia le insidie reali vanno ben al di là delle mere meccaniche gestionali: anche qualora venisse riconosciuta l’innocenza di Autistici/Inventati, avere a che fare con il gruppo esporrebbe comunque a una serie di sanzioni secondarie. In altre parole, chiunque commerci o fornisca servizi a un soggetto inserito nella lista nera dell’OFAC rischia multe da parte degli Stati Uniti e, cosa ancora peggiore, l’esclusione dal sistema finanziario di matrice statunitense: pene che si estendono extraterritorialmente, raggiungendo soggetti e istituzioni altrimenti al di fuori della portata formale di Washington. Pur condannando l’episodio, Banca Etica si è dunque trovata con le spalle al muro, non riuscendo a garantire ad Autistici/Inventati il sostegno necessario a consentire loro di proseguire le operazioni, decidendo piuttosto per la rescissione del contratto. I fondi presenti sul conto non potranno piú essere recuperati. Ieri, 6 settembre, il collettivo ha dunque annunciato la cessazione delle proprie attività, annunciando di voler innanzitutto tutelare i suoi utenti: «non possiamo accettare uno scontro o prestarci a strumentalizzazioni che mettano in pericolo le loro vite, le vite dei loro cari, lasciandole alla mercé di autocrati, fascisti e agenzie che agiscono per vie extra-legali. La concreta possibilità di poter essere la causa di conseguenze penali o finanziarie per qualcuno che ci è vicino, o che anche solo interagisce con noi, non ci permette altre scelte», si legge nel comunicato. Per non mettere a rischio o danneggiare persone legate alle proprie attività, Autistici/Inventati ha dunque fatto un passo indietro, preferendo l’invito a “restare umani” a uno scontro ideologico diretto che, con tutta probabilità, avrebbe prodotto vittime collaterali. In reazione alle mosse dell’amministrazione statunitense, anche Palestine Action Italia sta affrontando difficoltà evidenti: il 2 settembre la piattaforma Donorbox, utilizzata per raccogliere donazioni, ha annunciato senza troppe cerimonie la chiusura dell’account del gruppo, bloccandone l’afflusso di fondi proprio mentre i suoi attivisti sono coinvolti procedimenti giudiziari, uno già avviato e un secondo in partenza a novembre, all’interno dei quali Leonardo S.p.A. si è costituita parte offesa. Parallelamente, Instagram ha chiuso il profilo di Palestine Action Global, decisione presa anch’essa in risposta alle pressioni esercitate dall’OFAC. Episodi di questo tipo sono giá stati ufficialmente condannati dalle Nazioni Unite e da tribunali di diverse parti del mondo, tuttavia le vittime di questa strategia punitiva si vedono costrette ad affrontare una strada in salita fatta di cause internazionali e di scontri diplomatici che spesso le isolano, poiché l’infrastruttura finanziaria globale é estremamente vulnerabile alle decisioni unilaterali degli Stati Uniti, condizione che mette in scacco ogni azienda e in difficoltá qualsiasi governo. The post Autistici/Inventati chiude dopo le sanzioni USA, colpita anche Palestine Action appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 7, 2026
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La propaganda trumpiana si trasforma in videogioco
Novembre si sta avvicinando e, con esso, si avvicinano anche le elezioni statunitensi di metà mandato. I cittadini non sembrano particolarmente colpiti dai traguardi ottenuti dal presidente Donald Trump, troppo preoccupati da un aumento dei prezzi reali che si è solo acuito in seguito alla guerra contro l’Iran. Per cercare di mantenere strette le redini della narrazione pubblica, l’establishment sta facendo il possibile per ostacolare ogni voce critica e valorizzare i punti salienti della propaganda MAGA, compresa la creazione e la distribuzione di videogiochi. Le elezioni di midterm sono da sempre viste come una cartina tornasole dell’operato di un governo statunitense, oltre che un modo per alterare gli equilibri di potere, toccando la distribuzione partitica di parte del Senato e rinnovando la Camera dei Rappresentanti. Al di là dell’elemento puramente strategico, c’è dunque il fatto che questa sarà l’occasione per Trump di fare i conti con quello che i suoi cittadini pensano davvero di lui. Considerando che i sondaggi suggeriscono che il presidente abbia un tasso di approvazione del 32% e che il 60% degli elettori sia apertamente ostile alla guerra in Iran, la situazione non è delle più rosee. Dato che Trump è notoriamente insofferente alle informazioni a lui sfavorevoli, l’Amministrazione sta già facendo il possibile per arginare gli effetti di una possibile batosta elettorale, a partire dal limitare considerevolmente la possibilità di votare da remoto. Il 31 marzo 2026 Trump ha infatti firmato un ordine esecutivo che mira a creare, in ciascuno stato, liste di cittadini statunitensi idonei al voto, istruendo il Servizio Postale degli Stati Uniti di inviare le schede elettorali per posta solo agli elettori verificati. Il decreto è stato in gran parte bloccato da un’ordinanza restrittiva di un tribunale di Boston, quindi il governo si sta ora rivolgendo alla Corte Suprema per sbloccare la situazione. Un’accortezza forse superflua, visto che almeno un whistleblower ha testimoniato che i servizi postali si starebbero comunque già muovendo per adeguarsi all’ordine di Trump, a prescindere da quanto stabilito dai tribunali. Se da un lato c’è la volontà di limitare la libertà di espressione del popolo e del giornalismo, dall’altro c’è quella di “valorizzare” gli obiettivi perseguiti dall’esecutivo o, quantomeno, di ricordare ai cittadini i punti retorici più populisti e coinvolgenti del movimento MAGA. Tra i vari sforzi divulgativi mossi in questa direzione, il più sorprendente è quello della Casa Bianca, che giovedì ha pubblicato sulla propria pagina web ufficiale cinque videogiochi dal look retrò: Flappy Bill, Build the Wall, Rio Run, Supply Line e Trump Savings Tycoon. Opere che si rifanno in maniera marcata ed evidente a classici come Flappy Bird, Tetris e Snake, ma che, a differenza degli originali, si concentrano sul bloccare o deportare migranti e rifugiati, suggerire che la gestione alimentare delle mense scolastiche americane sia migliorata e promuovere il bonus da 1000 dollari che l’esecutivo ha predisposto per gli statunitensi nati tra il 2016 e il 2024. A giudicare da come è impostato il portale, inoltre, nuove esperienze interattive potrebbero essere proposte nell’immediato futuro. Non è la prima volta che il governo statunitense si affaccia in qualche modo alla dimensione videoludica per coinvolgere i cittadini e catturarne l’attenzione in vista di un’elezione. Di solito, più che da Washington stessa, queste strategie vengono peró impiegate dai comitati elettorali di specifici politici o da fondazioni civiche. Anche in questa dimensione apertamente partitica, si tende a presentare il tutto come una forma di promozione al voto, uno sforzo volto a sensibilizzare i cittadini e a spiegare, specialmente alle nuove generazioni, il processo burocratico previsto per far valere le proprie preferenze politiche. Le agenzie governative avevano finora preferito mantenere una neutralità formale, ma evidentemente sono ormai pronte ad abbracciare con enfasi la gamification propagandistica. The post La propaganda trumpiana si trasforma in videogioco appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 4, 2026
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Da Roma a Washington, Fedorov continua la raccolta di fondi per l’industria bellica
Si è più volte detto che la guerra in Ucraina sia il banco di sperimentazione delle nuove tecnologie belliche; negli ultimi giorni, però, questa consapevolezza sta assumendo una dimensione esplicita sia sul piano politico che su quello finanziario. Mykhailo Fedorov, ex ministro della Difesa ucraino, è coinvolto in una tournée utile a saldare i rapporti con i potenti d’Europa e degli Stati Uniti, a stringere le mani ai grandi capi d’azienda del settore tech, con l’obiettivo esplicito di convincere capitalisti di ventura, investitori privati, istituzioni e imprese a prendere parte a un fondo di investimento per sviluppare startup militari in Ucraina. Gli italiani si sono resi conto bruscamente di questo processo lo scorso venerdì, quando il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha incontrato a sorpresa lo stesso Fedorov, nominandolo ufficialmente consigliere per l’innovazione della Difesa. Crosetto ha presentato questo nuovo legame come un'”occasione di approfondimento, in particolare, sul tema dei droni, dei sistemi unmanned e della difesa aerea, oltre a un confronto sull’evoluzione dell’ecosistema tecnologico”. Il diplomatico ucraino ha invece affidato i suoi pensieri a X: “Assisterò l’Italia nell’adozione di tecnologie belliche moderne, nella valorizzazione del suo settore della Difesa e nell’adattamento alle sfide emergenti alla sicurezza globale. L’Ucraina e il nostro team possiedono un’esperienza reale e unica nella guerra hi-tech e siamo entusiasti di condividerla con i nostri alleati”. Non c’è bisogno di immaginare cosa si siano detti i due a porte chiuse, i temi di dibattito sono stati esplicitati: droni, sistemi autonomi, difesa aerea e la costruzione di un ecosistema tecnologico, con l’Italia che ha già messo un piede nella porta via Leonardo Ukraine, società lanciata lo scorso 20 maggio ed emersa all’attenzione pubblica solamente nelle ultime settimane. Roma, però, non è stata che la prima tappa del viaggio di Fedorov – anzi é stata quasi uno scalo aeroportuale – perché dopo aver stretto la mano a Crosetto, l’ex ministro ucraino si è imbarcato su un altro volo, questa volta con destinazione Washington D.C.. Se la sua comparsata in Italia è giunta a sorpresa di molti, negli Stati Uniti, Fedorov si è messo al centro delle scene accompagnando la sua visita con un’intervista al Financial Times. Una scelta che non stupisce piú di tanto: la sua presenza statunitense è mirata a raccogliere fondi e collaborazioni con alcuni dei soggetti più danarosi e importanti che operano nei settori della tecnologia e della finanza, quindi l’esposizione pubblica del suo viaggio si trasforma in una vera e propria reclame, utile a evidenziare gli incontri già programmati e, magari, a convincere a incontrarlo chi non ha ancora accettato il suo invito. Agli USA, Fedorov propone la creazione di un fondo focalizzato sul finanziare la robotica di guerra, droni intercettatori e missili a basso costo guidati dall’intelligenza artificiale, ma avanza anche l’idea di portare in loco il know-how ucraino per “costruire un’armata di droni” per l’esercito a stelle e strisce. In cambio di questa eventuale collaborazione con il Pentagono, il diplomatico chiede che l’Amministrazione Trump fornisca a Kiev un restock dei potenti missili Patriot, ormai scarseggianti. Tra i nomi noti già segnati in agenda figurano Alex Karp, controverso CEO della controversa Palantir Technologies, azienda di gestione dei dati che sostiene apertamente di avere avuto un ruolo di rilievo nell’assicurare che i missili ucraini colpissero gli obiettivi russi, ma anche Hal Lambert e Richard Schwartz, soggetti alla testa di Clearview AI, azienda di riconoscimento facciale considerata illegale dall’UE e impiegata in Ucraina per identificare la presenza di russi e di collaborazionisti nei territori contesi. Le motivazioni alle spalle del lancio di questa raccolta fondi da parte di Fedorov sono motivo di grande dibattito. Certo, è possibile che i suoi intenti siano puramente patriottici e che il suo obiettivo finale sia quello di compiere azioni che ritiene possano beneficiare la sua nazione, ma non è detto che l’ex ministro, scaricato da Volodymyr Zelensky lo scorso luglio in occasione di un rimpasto di governo, non stia semplicemente compiendo i primi passi nella carriera di lobbista, destinazione in cui finiscono con il defluire molti politici dopo l’uscita dai palazzi del potere. Ultimo, ma non ultimo, le mosse di Fedorov potrebbero essere propedeutiche a una sua eventuale candidatura elettorale. Il suo licenziamento ha contribuito a far scoppiare in patria un’ondata di proteste pubbliche e lui stesso ha pubblicato recentemente un video in cui chiede che il Paese venga coinvolto in elezioni di guerra. Il Presidente Zelensky, il cui mandato è tecnicamente terminato il 20 maggio 2024, ha commentato sostenendo che un processo elettivo effettuato nel vivo degli scontri finirebbe con il “distruggere” la nazione.   The post Da Roma a Washington, Fedorov continua la raccolta di fondi per l’industria bellica appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 31, 2026
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