
Google mette alla prova il concetto di data centre spaziali
L'INDIPENDENTE - Friday, September 25, 2026Negli scorsi mesi si è molto discusso dell’idea di realizzare data centre per l’addestramento delle intelligenze artificiali nello spazio, una soluzione la cui fattibilità concreta è stata ampiamente messa in dubbio. Al fine di ottenere dati reali sulla questione, Google si appoggerà a SpaceX per mandare in orbita un satellite contenente strumentazione elettronica, programmando una missione che mira a stabilire se lo spazio possa essere usato o meno per ospitare efficacemente le infrastrutture necessarie a costruire e alimentare le nuove tecnologie.
L’esistenza della missione è stata resa pubblica direttamente da Google, che giovedì 24 settembre ha pubblicato sul proprio blog una presentazione approfondita dei prossimi passi del Project Suncatcher, il “progetto acchiappasole” lanciato nel novembre 2025. La settimana prossima la Big Tech spedirà in orbita, grazie al sostegno dell’azienda satellitare Planet Labs e a un volo di SpaceX, quattro tensor processing unit (TPU) – i chip specializzati in IA sviluppati dalla stessa Google – per verificare l’effetto che lo spazio avrà sui singoli componenti.
Nonostante i risultati dei test in laboratorio, è infatti importante capire se la teoria possa reggere alla prova della concretezza, a partire dal fatto che i chip devono sopravvivere al decollo turbolento e alle vibrazioni legate al lancio. Altri elementi critici sono rappresentati dagli effetti delle radiazioni solari sulle componenti elettriche e, soprattutto, dall’efficacia della dispersione termica prodotta dai semiconduttori. L’idea di collocare i data centre in orbita si fonda infatti sulla possibilità di sfruttare un flusso costante di energia solare e il freddo siderale per tenere sotto controllo i picchi termici legati al funzionamento dei processori.
Entrambi questi propositi si scontrano però con due grossi ostacoli: le radiazioni emesse dal sole possono danneggiare e disturbare la strumentazione elettronica e l’assenza di atmosfera nello spazio rende molto più complessa la dispersione del calore, che sulla Terra viene tradizionalmente gestita tramite convezione nell’aria o nei liquidi. Alla luce di questi presupposti, Google precisa che la missione non è stata pensata per testare un vero e proprio data centre in miniatura, quanto piuttosto per “identificare i punti di guasto” e capire quali e quanti test di laboratorio possano effettivamente rispecchiare le condizioni reali dell’ambiente siderale.
Un precursore di un collaudo sul campo, insomma, che dovrebbe aprire la strada al lancio di due ulteriori satelliti, previsti entro il 2027. Un passo avanti importante, che però la stessa azienda ridimensiona facendo notare che il tipo di evoluzione tecnica a cui si punta richiederà molto tempo. La questione dei data centre in orbita non va dunque vista come una soluzione a problemi immediati, ma come un obiettivo che, internamente a Google, si spera di realizzare nel lungo periodo, dai cinque ai quindici anni – sempre ammesso che sia effettivamente realizzabile.
Gli stessi tecnici di Google, in una presentazione esclusiva rilasciata al New York Times, hanno infatti rivelato che, in laboratorio, le radiazioni solari simulate hanno causato errori tali da richiedere il riavvio occasionale delle TPU e che l’attuale sistema di raffreddamento concede ai processori solo 15 minuti di attività prima che si surriscaldino. Prestazioni che dovranno fare passi da gigante prima che si possa avere tra le mani un prodotto realmente in grado di competere con i data centre terrestri.
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