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Il mondo della cultura dice stop alla sponsorizzazione Eni al Festivaletteratura di Mantova
Per la prima volta, dall’interno del Festivaletteratura di Mantova,  una voce corale di autori e autrici internazionali prende pubblicamente posizione contro la  sponsorizzazione di ENI e chiede al Festival di non rinnovare la partnership, aprendo al tempo stesso  una riflessione più ampia sulla responsabilità delle istituzioni culturali nella scelta dei propri  finanziatori.  Eyal Weizman, Isabella Hammad, Lina Attalah e altri autori e autrici internazionali hanno aderito  alla lettera promossa da BDS Italia e hanno scelto di portare questa richiesta anche negli spazi  pubblici del Festival, utilizzando la visibilità dei loro interventi per denunciare le responsabilità di ENI e le sue relazioni con il regime di occupazione israeliano.  Nel corso del Festival, gli autori hanno richiamato il coinvolgimento logistico di ENI nell’invio di  greggio a Israele attraverso il terminale di Taranto e l’alleanza societaria tra la sua filiale britannica  e Ithaca Energy, controllata dalla multinazionale israeliana Delek Group, inserita dalla  Commissione d’inchiesta ONU nella lista delle imprese coinvolte nelle attività connesse agli  insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati.  Eyal Weizman ha posto la questione in termini netti: «ENI ha un debito da saldare, non dovrebbe  essere un sostenitore della letteratura. Dovremmo invece sostenere e prendere esempio dalle azioni  del BDS, uno dei modi più efficaci sul versante della resistenza e della solidarietà con i palestinesi».  Anche Isabella Hammad, dialogando con Veronica Fernandes, ha espresso con chiarezza la  contraddizione alla base della protesta: «ENI non è interessata alla cultura, né sul palco né fuori dal  palco». Dichiarazioni che riportano al centro una domanda che il mondo della cultura italiana non può più eludere: quale cultura si promuove quando un’istituzione accetta il sostegno di un’azienda la cui attività è oggetto di profonde contestazioni sul piano ambientale, politico e dei diritti umani?  La presa di parola degli autori e delle autrici al Festivaletteratura arriva a trent’anni dalla nascita del  Festival e si inserisce in una discussione che da tempo attraversa il mondo della cultura e che  riguarda un modello nel quale istituzioni, festival e luoghi della cultura diventano parte di  operazioni di cultural washing: imprese coinvolte in controversie ambientali, sociali o politiche  cercano nel sostegno alla cultura prestigio, consenso e legittimazione, mentre la cultura finisce per  offrire loro un’immagine pubblica separata dalle responsabilità e dalle attività dell’azienda.  Quello che quest’anno è accaduto a Mantova costringe l’organizzazione a riconoscere che anche le  scelte dei propri partner fanno parte dei valori che un’istituzione culturale decide di rappresentare e  che gli stessi partecipanti al festival esigono che chi produce cultura non si senta estraneo alle  conseguenze delle proprie scelte di finanziamento e alle forme di legittimazione che esse  producono.  Lettera autrici FestivaletteraturaDownload È anche a partire da questa consapevolezza che BDS Italia continuerà a raccogliere adesioni alla lettera per chiedere a Festivaletteratura di non rinnovare la sponsorizzazione di Eni e di adottare una politica chiara, pubblica e trasparente sulle sponsorizzazioni, fondata su criteri etici e coerente  con i principi di giustizia climatica e rispetto dei diritti umani.  The post Il mondo della cultura dice stop alla sponsorizzazione Eni al Festivaletteratura di Mantova appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 15, 2026
L'INDIPENDENTE
Biella, il nuovo mercato mette a rischio 48 ciliegi: monta la protesta
A Biella infuria la protesta per un progetto che intreccia il futuro del centro storico e la tutela di un importante spazio verde. Il Comune, guidato dal sindaco Marzio Olivero di Fratelli d’Italia, vuole infatti trasferire il mercato tri-settimanale da piazza Falcone ai Giardini Zumaglini, nonostante l’opposizione degli ambulanti e degli ambientalisti, le critiche degli agronomi e i dubbi esplicitamente espressi da nove presidenti di quartiere. L’operazione mette a rischio un filare di 48 ciliegi ornamentali, il cui eventuale trapianto presenta, secondo gli esperti, un rischio elevato di insuccesso. La vicenda, emersa in prima battuta negli ultimi giorni del 2025, si è trascinata per mesi tra vibranti proteste, raccolte firme e un consiglio comunale aperto durato otto ore. Attualmente il mercato si svolge tre giorni alla settimana in piazza Falcone, nel quartiere Villaggio La Marmora, vicino allo stadio e servito da parcheggi. L’amministrazione intende riportarlo in centro, a suo dire con l’obiettivo di «rivitalizzare» la zona commerciale nel cuore della città, che nei giorni feriali attirerebbe pochi clienti. La giunta ha approvato il progetto di fattibilità tecnico-economica della riqualificazione, da candidare al bando regionale Città Rigenerative, nell’ambito del Programma FESR 2021-2027. Tuttavia, durante la seduta del 7 settembre, Olivero ha precisato che «un atto amministrativo sul mercato ancora non esiste», confermando che il trasferimento non è stato, ad oggi, formalmente approvato. La questione degli alberi è altrettanto complessa. Un’interrogazione depositata a luglio indica 48 ciliegi nel filare settentrionale, impiantato tra il 1996 e il 2003. Il Comune esclude l’abbattimento: in un comunicato del 24 luglio prospetta il riposizionamento nell’area oppure il trasferimento altrove, subordinando la scelta alle valutazioni tecniche. Precisa che «una quindicina di ciliegi sono già stati sostituiti» e che le radici soffrono per l’impermeabilizzazione del terreno. Il sindaco ha dichiarato: «Se i tecnici riterranno che la soluzione migliore sia spostare le piante, lo faremo per tutelarle e per metterle in condizioni più favorevoli. Se invece sarà possibile mantenerle dove sono, spostandole di pochi metri, sarà valutata anche questa soluzione». Promette inoltre che, in caso di trasferimento, «non avremo meno alberi, ma più alberi». Secondo gli esperti, la realtà è però ben diversa. Gli agronomi Andrea Polidori e Massimo Tirone hanno contestato la fattibilità del trapianto: Polidori ha evidenziato l’elevata probabilità di insuccesso; Tirone ha stimato costi che potrebbero raggiungere i 20mila euro per esemplare. Le obiezioni riguardano anche l’intero giardino: passaggio dei mezzi, compattazione del terreno, rifiuti e possibili sversamenti potrebbero compromettere l’equilibrio dell’area verde. Sul versante economico, gli operatori chiedono di conoscere le analisi che giustificherebbero il trasloco. Michelangelo Trotta, della Federazione Italiana Venditori Ambulanti, ha sollecitato verifiche su traffico, parcheggi, accessibilità e organizzazione dei banchi. 122 ambulanti su 122 si sono detti contrari al progetto ed è stata effettuata una raccolta firme contro il progetto, che su Change.org è arrivata a oltre 2.660 sottoscrizioni. Il dissenso attraversa anche i quartieri e la coalizione di governo. Tutti i nove presidenti di quartiere intervenuti hanno espresso dubbi, con sfumature diverse. Il Villaggio La Marmora teme di perdere un servizio e un polo di attrazione. Nella maggioranza, la leghista Barbara Greggio ha proposto mercati tematici ai Giardini Zumaglini e il rafforzamento di quelli rionali; Forza Italia e Lista Gentile hanno manifestato disponibilità a discutere alternative. Anche le modalità del confronto hanno alimentato le proteste. L’assemblea aperta si è effettivamente svolta, proseguendo per circa otto ore, mentre i cittadini la seguivano anche da piazza Duomo. La mobilitazione sembra comunque aver portato frutti: Olivero continua a difendere il trasferimento come risposta alla crisi del centro, ma ha dichiarato che lascerebbe il mercato dov’è se gli venisse proposta un’alternativa capace di rivitalizzarlo in tempi brevi. Resta da vedere se questa apertura porterà a una revisione del progetto. The post Biella, il nuovo mercato mette a rischio 48 ciliegi: monta la protesta appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 14, 2026
L'INDIPENDENTE
Il ddl Antisemitismo arriva in Commissione alla Camera: proteste in tutta Italia
Torino, Milano, Lecce, Cagliari, Firenze: sono solo alcune delle decine di piazze convocate oggi in tutta Italia. Il grido è lo stesso: «antisionismo non è antisemitismo». Mentre in Commissione Affari costituzionali della Camera riprendeva l’iter del ddl n. 1004, centinaia di persone hanno dato vita a un presidio partecipato in piazza Montecitorio. Ribattezzata ddl Antisemitismo, la proposta presentata dal leghista Massimiliano Romeo gode di un sostegno bipartisan, coinvolgendo diversi pezzi della maggioranza e dell’opposizione. A marzo ha incassato il sì del Senato e ora i sostenitori puntano a farla diventare legge. L’obiettivo è contrastare gli atti di antisemitismo. Per farlo, viene proposto di adottare la definizione che ne dà l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA). Le critiche verso Israele sono qui equiparate a posizioni antisemite, creando il pretesto ottimale per reprimere attivismo, dissenso e dibattito pubblico sulle politiche di Tel Aviv. «È un decreto incostituzionale, puzza di incostituzionalità perché viola chiaramente il diritto alla libertà di espressione» ha dichiarato Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Cartelli, striscioni e bandiere della Palestina hanno inaugurato il primo appuntamento della mobilitazione odierna. In centinaia sono accorsi a Roma, in piazza Montecitorio, posizionandosi dietro uno striscione eloquente: «No ddl Antisemitismo». «Difendiamo il diritto di critica. Sempre» e «Solidarietà alla popolazione palestinese» sono alcune delle scritte mostrate in piazza, mentre alla Camera riprendeva, dopo la pausa estiva, l’esame in Commissione Affari costituzionali. In questi minuti è atteso l’inizio delle altre 45 manifestazioni organizzate in tutta Italia: da Venezia a Palermo, passando per Torino, Cagliari e Firenze. Più di 250 le sigle promotrici, tra cui il ramo italiano della Global Sumud Flotilla (GSF), protagonista delle ultime missioni umanitarie dirette a Gaza e fermate illegalmente dall’esercito israeliano. Insieme alla Rete Liberi di Lottare — nata contro i decreti sicurezza — la delegazione italiana della GSF ha tracciato i confini ideologici della protesta odierna: «Per la libertà di espressione. Per il diritto al dissenso. Per la libertà accademica e di stampa. Per la solidarietà al popolo palestinese. Contro l’occupazione, l’apartheid e il genocidio». Al Senato, oltre al favore della maggioranza, il ddl Romeo ha incassato il consenso di diverse forze dell’opposizione: da Azione a Italia Viva, passando per alcuni pezzi del Partito Democratico. L’approvazione del ddl n. 1004 alzerebbe di parecchio il livello della repressione che in questi ultimi tre anni si è abbattuta sul movimento solidale con la Palestina, limitando di fatto le critiche contro lo Stato di Israele e le sue politiche. Nella definizione elaborata dall’IHRA, vengono citati quali atti antisemiti le critiche all’esistenza di Israele, l’equiparazione della sua condotta a quella nazista o l’applicazione di «due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro Stato democratico». Lo scorso anno, un rapporto del Fondazione CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea) ha elencato 877 episodi recenti di antisemitismo prendendo proprio la definizione dell’IHRA come riferimento. Tra di essi figurano un murales con la scritta «Palestina libera»; un adesivo dove l’acronimo RAI veniva storpiato in Radio Televisione Israeliana; una scritta fuori da una scuola elementare che recitava «In Palestina i coetanei di tuo figlio muoiono sotto le bombe»; altri adesivi che invitavano a boicottare i prodotti israeliani. «L’incorporazione della definizione di antisemitismo dell’IHRA nella legislazione nazionale rischia di soffocare il dibattito pubblico, la libertà accademica e l’azione della società civile, dando priorità alle relazioni politiche con lo stato d’Israele rispetto alla giustizia e limitando la capacità di chiamare le autorità israeliane a rispondere di crimini di diritto internazionale da esse commessi», ha dichiarato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. La differenza tra antisemitismo e antisionismo è uno degli argomenti cardini affrontati nel nostro primo libro: Palestina Papers. Se l’antisemitismo ha a che fare con il «pregiudizio, la paura o l’odio verso gli ebrei», l’antisionismo è invece l’opinione di chi rifiuta il sionismo, l’ideologia su cui si fonda lo Stato di Israele. Secondo la narrazione sionista, gli ebrei sarebbero «un popolo senza terra che è andato ad abitare una terra senza popolo». Tuttavia, a inizio Novecento, la Palestina era abitata da circa 800 mila persone: 700mila arabi-musulmani, circa 80mila cristiani e 20mila ebrei — in una convivenza pacifica stravolta poi dall’ascesa del sionismo. Diversi intellettuali ebrei sono antisionisti, come Ilan Pappé, secondo cui quest’ideologia è oggi agli sgoccioli. Nel suo ultimo libro, La fine di Israele (Fazi Editore, 2025), confuta l’idea dei “due popoli, due Stati”, auspicando invece la nascita di «uno Stato palestinese democratico e decolonizzato, con il ritorno dei rifugiati, la coesistenza di ebrei e palestinesi come cittadini con pari diritti e la guarigione delle ferite del passato». Un desiderio che, con l’approvazione del ddl Romeo, sarebbe in Italia perseguito. The post Il ddl Antisemitismo arriva in Commissione alla Camera: proteste in tutta Italia appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 9, 2026
L'INDIPENDENTE
Grosseto: centinaia in piazza contro il mega impianto fotovoltaico israeliano
Centinaia di persone hanno riempito le strade di Ribolla, frazione del comune di Roccastrada in provincia di Grosseto, per dire no a un mega impianto agrivoltaico che una società riconducibile al colosso israeliano Shikun & Binui intende realizzare nell’area. La protesta, organizzata dal Collettivo Diritti in Palestina, ha unito in un unico fronte la difesa del territorio dalla speculazione e la denuncia delle violazioni dei diritti umani commesse dall’azienda nei territori palestinesi occupati, con un’ampia rappresentanza civica e politica. Nello specifico, si prevede l’installazione di oltre 36mila pannelli su una superficie di circa 30 ettari, per una produzione di oltre 19 megawatt. Il progetto ha già superato la valutazione d’impatto ambientale, ma deve ancora ottenere l’autorizzazione definitiva. Bandiere palestinesi e cartelli hanno riempito la frazione grossetana, in cui sono giunti manifestanti da Massa Marittima, dall’Argentario, dall’Amiata e da altre località della provincia. Alla manifestazione sfociata dalla mobilitazione, tenutasi nel weekend, hanno partecipato circa 400 persone, riunite in un network di associazioni, comitati e forze politiche. Alla protesta hanno aderito, tra gli altri, il Movimento 5 Stelle regionale e grossetano, Rifondazione comunista Toscana e Alleanza Verdi e Sinistra. L’area divenuta oggetto del contendere si trova nel Parco nazionale delle Colline Metallifere, in una zona di rilevanza storica legata alla tragedia mineraria del 1954, nella quale morirono 43 lavoratori. Durante l’evento, il Collettivo Diritti in Palestina di Ribolla ha contestato sia la dimensione del parco sia il coinvolgimento del gruppo, accusato di contribuire all’occupazione dei territori palestinesi. Durante la manifestazione è stata denunciata la «speculazione energetica» nelle aree meno abitate. I partecipanti intendono ora avviare tavoli di lavoro tra realtà ambientaliste e movimenti per la Palestina, chiedendo alla Regione Toscana di respingere il progetto. Come ricostruito già negli scorsi mesi dagli attivisti, la società proponente, SPV Energy 3 Srl, con sede a Milano, che vede un capitale sociale di soli 2.500 euro e nessun dipendente, è posseduta al 100% da Shikun & Binui Energy Europe B.V., con sede ad Amsterdam, a sua volta controllata dal gruppo israeliano Shikun & Binui. Il colosso, specializzato in edilizia e infrastrutture, è inserito nel database di Who Profits come azienda che «ha un ruolo significativo nella costruzione ed espansione degli insediamenti e delle infrastrutture di occupazione nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est» e ha «partecipato alla costruzione della barriera che circonda la Striscia di Gaza assediata». Il gruppo figura anche nella banca dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani relativa alle imprese coinvolte in attività connesse agli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati. Il progetto ha già ottenuto a maggio l’autorizzazione ambientale, nonostante i Comuni interessati avessero espresso parere contrario. A ottobre si terrà la conferenza dei servizi decisiva per il via libera definitivo. Alla manifestazione era presente l’assessora comunale Marcella Fiorenti, che ha letto una lettera del sindaco Francesco Limatola, assente perché impegnato a Firenze. Il primo cittadino ha ricordato che l’amministrazione ha già formalizzato il proprio parere contrario durante la conferenza dei servizi sulla valutazione d’impatto ambientale e manterrà la stessa posizione quando sarà esaminata l’autorizzazione definitiva. Sul fronte politico, il capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra in Regione Toscana, Lorenzo Falchi, ha annunciato il deposito di un’interrogazione alla Giunta per chiedere verifiche sui legami societari e sul rispetto del diritto internazionale. «Siamo assolutamente favorevoli alla transizione energetica – ha dichiarato –. Tuttavia, la transizione non può avvenire calpestando il diritto internazionale». Anche il Partito Democratico di Roccastrada ha espresso posizioni analoghe, ribadendo che la transizione energetica deve essere «anche etica» e non può tradursi in speculazione. Gli attivisti, nel frattempo, hanno lanciato una raccolta firme con lo slogan «Impediamo la colonizzazione della Maremma» che ha già raccolto oltre 12mila adesioni, e annunciano nuove iniziative per i prossimi mesi. The post Grosseto: centinaia in piazza contro il mega impianto fotovoltaico israeliano appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 8, 2026
L'INDIPENDENTE
Livorno: migliaia in piazza contro la privatizzazione degli Orti Urbani
Oltre duemila persone hanno preso parte, a Livorno, alla manifestazione nazionale contro la cementificazione e il consumo di suolo. La protesta è stata organizzata dal comitato degli Orti Urbani di Livorno, che stanno vivendo il pericolo imminente di una colata di cemento sull’ultima zona verde non antropizzata della città, e supportata e partecipata da comitati e associazioni provenienti da varie regioni d’Italia. Dopo 14 anni nei quali il territorio è stato autogestito dalla cittadinanza in favore della cittadinanza, la giunta Comunale è riuscita nel suo intento di vendere l’area ad un privato, l’imprenditore livornese Stefano Frangerini. Ieri si è invece concluso il campeggio libero che era stato inaugurato giovedì 3 settembre, presso gli Orti Urbani di via Goito, costituendo una quattro giorni di incontri e di laboratori. Il comitato locale promette piena battaglia e si dice intenzionato a continuare a presidiare, insieme alla cittadinanza, quello che viene definito “l’ultimo polmone verde della città”, con l’intento di resistere allo sgombero forzoso.   «Chi semina cemento raccoglie resistenza», è uno degli slogan che i comitati hanno portato alla manifestazione nazionale di sabato 5 giugno, tenutasi a Livorno. Partenza del corteo da via Goito, dove insistono gli Orti Urbani, l’area di 6 ettari che la cittadinanza si è ripresa dal degrado e dall’abbandono, trasformandola in una oasi verde a disposizione di tutti. Il corteo si è diretto verso Piazza Mazzini, poi ai 4 Mori e, infine, nella Piazza del Municipio, dove è avvenuto il concentramento finale, con qualche migliaio di persone. Nel comunicato del comitato degli Orti Urbani si legge: «La difesa dell’ambiente e del verde cittadino dalla speculazione privata è un tema politico prioritario. Per noi non esistono compromessi possibili, neanche un centimetro quadrato di cemento deve essere colato. L’interesse pubblico contro il profitto privato. Il consiglio Comunale di Livorno, in maniera compatta, da destra a “sinistra” (compresa AVS), ha rigettato una mozione, presentata dai consiglieri della lista Buongiorno Livorno e da Potere al Popolo, per impedire la cementificazione». Nel frattempo, come viene fatto notare in maniera tragicomica nel comunicato, «la Regione Toscana si sta attivando, con delle linee di indirizzo, contro il consumo di suolo e la salvaguardia del verde. Per capire quanto siano credibili basta vedere cosa sta succedendo a Livorno con una Giunta guidata dagli stessi partiti che governano a Firenze». 1 di 4 Il 30 luglio di quest’anno l’area è stata venduta all’asta per un milione e duecento mila euro ad un imprenditore livornese: Stefano Frangerini. Entro 120 giorni il Tribunale deve consegnare il terreno «libero da persone e cose», quindi nelle prossime settimane è previsto lo sgombero. E che la guerra sia iniziata lo si capisce dal lancio della campagna Controllo Popolare in tutti i Cantieri, inaugurata il 4 settembre con 3 blitz simultanei condotti dagli attivisti in altrettanti cantieri della ditta Frangerini. In due di essi, gli operai sono stati trovati a lavorare all’esterno, alle ore 15, nonostante l’ordinanza regionale del presidente Giani imponga lo stop del lavoro all’aperto dalle 12:30 alle 16 nelle giornate a rischio alto indicate dal sito istituzionale worklimate (e il 4 settembre era una giornata da “bollino rosso”). A questo si aggiunge il discorso del rapporto con i lavoratori. «Nei cantieri abbiamo trovato solo dei “responsabili” della ditta Frangerini. Tant’è che da visura aggiornata risultano assunti solo 27 operai. Gli altri? Appalti esterni. Il modo più semplice per scaricare responsabilità e rispetto delle normative di sicurezza su altri soggetti», è quanto riportato dagli attivisti. Come spiegato dagli organizzatori, la campagna produrrà un dossier sulle condizioni di lavoro degli operai della ditta e dei cantieri Frangerini. I blitz saranno seguiti da “l’ennesima segnalazione alla Asl e all’Ispettorato”. Insomma, la questione degli Orti Urbani di Livorno non è assolutamente decisa e ci saranno senz’altro importanti aggiornamenti e sviluppi. E per quanto riguarda la speculazione, la cementificazione e l’uso di suolo pubblico, sarà senz’altro un tema sempre più dirimente in tutta Italia, per cui si sta formando una rete di comitati e associazioni che sono decisi a portare avanti le proprie lotte locali su di un livello nazionale.  The post Livorno: migliaia in piazza contro la privatizzazione degli Orti Urbani appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 7, 2026
L'INDIPENDENTE
In Lombardia è nata la prima rete dal basso per opporsi ai data center
I comitati nati in diversi territori contro la costruzione di nuovi centri di elaborazione dati hanno deciso di coordinarsi. Si sono riuniti nella Rete dei Comitati Cittadini Stop Data Center, che ha pubblicato il suo manifesto “Verso un movimento contro lo sviluppo irrazionale dei Data Center”. Il documento contiene le motivazioni delle mobilitazioni sorte in diversi territori lombardi, e in altre aree del Paese, accostando agli impatti ambientali e sociali il contesto economico e politico in cui i progetti si inseriscono. «Il nostro intento è quello di dare un quadro generale della situazione, e di illuminare questioni che sono comuni a tutti i progetti» si legge nel testo. Tra queste: inquinamento ambientale e acustico, consumo di suolo e di acqua, pressione sulla rete elettrica e aumento delle isole di calore. Un data center è un edificio che ospita server, sistemi di archiviazione e apparati di rete, insieme agli impianti che li tengono in funzione senza interruzione: alimentazione elettrica ridondante, generatori di emergenza e sistemi di raffreddamento. I data center servono per sviluppare la potenza di calcolo richiesta dall’intelligenza artificiale, dalla digitalizzazione e dal commercio su internet. Il documento individua la ragione della concentrazione italiana nella posizione geografica, al centro dei corridoi digitali che collegano l’Europa con Israele, i Paesi arabi e l’India, e pone la domanda che attraversa tutte le vertenze locali: se un territorio è adatto, ne consegue automaticamente che debba diventare una delle principali aree di concentrazione europee? Sul tema la Regione Lombardia è stata la prima a dotarsi di una legge in materia che indirizza i nuovi impianti verso le aree industriali dismesse o degradate, con procedure semplificate e sconti sul contributo di costruzione per chi rispetta i criteri di localizzazione, efficienza idrica e recupero del calore di scarto. Le imprese possono comunque scegliere di costruire in aree diverse da quelle individuate come prioritarie dalla Regione, a condizione che versino un contributo di costruzione maggiorato del 50%. Tra le criticità ambientali il manifesto dedica particolare spazio alle isole di calore, e su questo la letteratura scientifica si è mossa proprio nei mesi scorsi. Uno studio dell’Earth Observation group dell’Università di Cambridge di marzo 2026, ha analizzato migliaia di impianti nel mondo confrontando le misurazioni satellitari della temperatura superficiale con le medie degli ultimi vent’anni. Il risultato: dopo l’entrata in funzione di un data center la temperatura del suolo circostante aumenta in media di 2 gradi, con picchi fino a 9,1 gradi e un effetto misurabile a dieci chilometri di distanza. Gli autori chiamano il fenomeno «data heat island effect». Il capitolo sanitario ruota invece attorno ai generatori di emergenza. Definirli così, avverte il documento, non rende trascurabile il loro impatto: entrano in funzione proprio quando la rete salta, cioè in situazioni già critiche, producendo emissioni concentrate. Nel progetto del datacenter di Lacchiarella se ne contano 160, capaci secondo il comitato locale di immettere gas serra pari al 10 per cento delle emissioni dell’intera Milano. Ciò che la Rete dei Comitati Cittadini Stop Data Center richiede è una la valutazione cumulativa dell’impatto sanitario di più impianti nello stesso territorio. Più impianti significano più generatori, più raffreddamento, più rumore e maggiore esposizione della popolazione, e questo non emerge esaminando un progetto per volta. A firmare le prime adesioni sono le decine di comitati nati in pochi mesi, da Ciarlasco a Rho, da Travagliato a Trezzano sul Naviglio, da Bollate al Casalasco e a Cremona, da Buscate ad Abbiategrasso, da Milano Sud a Magenta, da San Bovio a Peschiera Borromeo, fino a Colleferro alle porte di Roma. Diversi di quei comuni compaiono anche negli elenchi dei progetti dichiarati strategici. Le date delle manifestazioni autunnali sono già fissate. Il 12 settembre una mobilitazione diffusa con banchetti informativi sui territori, sabato 26 settembre un convegno regionale alla Sala Convegni dell’Arci di Milano (in via Bellezza 16) per la presentazione pubblica del movimento, sabato 10 ottobre alle 15 un presidio e una manifestazione regionale. The post In Lombardia è nata la prima rete dal basso per opporsi ai data center appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 3, 2026
L'INDIPENDENTE
USA, gli operai vincono la battaglia sindacale: stipendi più alti dopo 42 giorni di sciopero
Gli operai dell’impianto texano della Ashland Specialty Chemicals hanno dovuto scioperare per un mese e mezzo prima di ottenere un nuovo contratto segnato da aumenti salariali e maggiori tutele. La lotta dei lavoratori, canalizzata dal sindacato AFL-CIO, ha costretto l’azienda americana a ritornare sui propri passi. A far scattare la protesta operaia era stata infatti la presentazione di un nuovo contratto con il quale il gruppo Ashland puntava a ridurre i benefici dei lavoratori, riducendo ad esempio le indennità di malattia. A margine di una trattativa serrata, accompagnata dallo sciopero di 70 operai, AFL-CIO ha strappato condizioni migliori per i lavoratori, inserendo la protesta texana in un più ampio filone di lotte sindacali che sta scuotendo gli Stati Uniti. Quando a giugno la Ashland Specialty Chemicals ha presentato il rinnovo del contratto per i suoi lavoratori impegnati nell’impianto texano non si aspettava una reazione così ferrea della controparte. Di fronte al regresso sociale prospettato dall’azienda chimica, 70 operai hanno infatti incrociato le braccia, dando il via a uno sciopero serrato che si è concluso ad agosto con l’ottenimento di un nuovo contratto assai diverso da quello proposto inizialmente. A sostenere i lavoratori è stata l’American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations (AFL-CIO), tra le principali sigle sindacali degli USA. È proprio quest’ultima, in una nota, a riportare i dettagli del nuovo contratto siglato per i lavoratori del ramo texano della Ashland Specialty Chemicals. Per i prossimi tre anni è previsto un aumento salariale del 9,25%. A ciò si aggiungono 80 ore retribuite per i congedi di malattia. In caso di inabilità temporanea sono previste fino a un massimo di 25 settimane di congedo. C’è anche un aumento dei giorni di ferie, mentre vengono ripristinati i diritti per i lavoratori senior, che godranno dell’anzianità di servizio per accedere in via preferenziale a nuove posizioni interne. Il messaggio che manda il nuovo contratto, secondo il sindacalista Leonard Aguilar, è chiaro: «quando i lavoratori restano uniti, vincono e costruiscono un futuro più forte per sé e per le loro famiglie». La vittoria dei lavoratori della Ashland Specialty Chemicals è in effetti solo l’ultima di una lunga serie di battaglie condotte con successo dai sindacati americani negli ultimi anni: dalle fabbriche agli hotel, passando per i supermercati e i magazzini. Lo stesso sindacato AFL-CIO rende noto che i lavoratori della catena di supermercati PCC Community Markets hanno di recente ottenuto la firma di nuovi contratti collettivi, segnati da aumenti salariali, maggiorazioni per i turni notturni e protezione contro gli agenti dell’immigrazione (ICE). Nel 2022, negli Stati Uniti, i magazzinieri hanno conquistato l’inedito traguardo della sindacalizzazione. Migliaia di lavoratori del magazzino Amazon di Staten Island, a New York, si sono iscritti alla prima Amazon Labor Union (ALU). Due anni dopo è avvenuto il salto di categoria: l’alleanza con la International Brotherhood of Teamsters (IBT), uno dei sindacati più antichi d’America, attivo nel settore dei trasporti. L’unione di logistica e servizi ha ingrossato la voce dei lavoratori, che hanno preso a denunciare ritmi di lavoro estremi, sorveglianza costante e alti tassi di infortuni. L’esperienza organizzativa e il supporto legale dell’IBT hanno incontrato il fermento dei magazzinieri, dando vita a scioperi in giro per gli USA e ottenendo condizioni lavorative migliori in diversi hub logistici. The post USA, gli operai vincono la battaglia sindacale: stipendi più alti dopo 42 giorni di sciopero appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 2, 2026
L'INDIPENDENTE
Torture sui ragazzi in prigione: sospesi tre secondini del carcere minorile di Roma
Pestaggi, spedizioni punitive notturne, umiliazioni di vario genere: sono alcuni dei trattamenti cui sarebbero stati sottoposti dodici adolescenti detenuti presso il carcere di Casal del Marmo. A perpetrare le violenze sarebbero stati tre agenti della polizia penitenziaria, per i quali il gip di Roma, che ha parlato esplicitamente di torture, ha ora disposto la sospensione per un anno dal servizio. A denunciare i fatti, su segnalazione dell’Associazione Antigone, è stato il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità. Le vittime, la cui età è compresa tra i 15 e i 19 anni, sono tutte di nazionalità straniera. A far emergere i fatti, che si sarebbero svolti tra il febbraio e il novembre del 2025, sono stati gli operatori del carcere, i quali temevano che le violenze sarebbero potute costare la vita a qualcuno dei ragazzini. Successivamente, i racconti delle vittime hanno dipinto un quadro di violenza e abusi sistematici da parte degli agenti, con referti medici a corroborare quanto da loro raccontato agli inquirenti. I pestaggi nei confronti dei ragazzi, spesso portati a termine con oggetti, sarebbero stati frequenti, soprattutto nelle zone buie del penitenziario, non sorvegliate da videocamere. A queste si sarebbero sommate umiliazioni di vario genere, incluse di genere sessuale: un ragazzo ha raccontato come, dopo essere stato malmenato con dei libri, è stato costretto ad abbassarsi pantaloni e slip mentre un secondino minacciava di tagliargli i testicoli con delle forbici. Secondo l’associazione per i diritti dei detenuti Antigone, la situazione richiede un approccio che vada oltre quello giudiziario, che chiami in causa anche le responsabilità politiche e istituzionali. «Se un giudice arriva a scrivere che dei ragazzi minorenni sono stati torturati, la risposta non puà essere limitata alla sospensione di alcuni agenti e all’attesa del processo» ha dichiarato Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. D’altronde, le criticità all’interno dell’istituto sono state ampiamente documentate dall’associazione, che nel solo 2024 ha registrato 188 episodi di autolesionismo e 17 tentati suicidi. L’istituto si è inoltre trovato a fare i conti con il problema del sovraffollamento (dovuto in larga parte agli effetti del decreto Caivano), aggravato dalla fatiscenza di alcune parti dell’edificio. The post Torture sui ragazzi in prigione: sospesi tre secondini del carcere minorile di Roma appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 1, 2026
L'INDIPENDENTE
Forlì: la lotta dei cittadini contro l’impianto di accumulo elettrochimico
A Forlì i cittadini sono in mobilitazione contro il maxi impianto di accumulo elettrochimico (BESS) che potrebbe sorgere in località Malmissole. La struttura immagazzina l’energia elettrica in batterie ricaricabili, per una potenza massima di 100 MW, salvo poi rilasciarla all’occorrenza. I cittadini — riuniti nel Comitato di Poggio, Malmissole e Durazzanine — chiedono all’amministrazione comunale di abbandonare il progetto, avanzando una serie di criticità, a partire dai rischi geologici. I 3,5 ettari interessati dall’impianto rientrerebbero infatti in un’area di potenziale allagamento. A nemmeno due chilometri di distanza è già in programma la realizzazione di un altro impianto BESS, vicino alla stazione elettrica gestita da Terna, che vorrebbe farne il punto di arrivo della Dorsale Adriatica, un’infrastruttura energetica lunga 600km, da Foggia a Forlì. Quello che la RNE19 Srl ha in mente per Forlì, in località Malmissole, è un nuovo impianto di accumulo elettrochimico (BESS), in un’area di 3 ettari e mezzo dove realizzare 18 isole BESS, composte ciascuna da una stazione di ricarica e da 8 container di accumulo, da posizionare su basi di cemento armato. L’impianto BESS immagazzina infatti l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili, rilasciandola quando la rete ne ha necessità. Per il momento, il progetto da 100 MW è fermo alla carta. L’Agenzia regionale per la prevenzione, l’ambiente e l’energia dell’Emilia-Romagna (ARPAE) deve ancora esprimersi nel merito. Il Comitato di Poggio, Malmissole e Durazzanine ha deciso di giocare in anticipo, sollecitando l’ente tramite il deposito di un «Atto Unico di Opposizione Tecnica e Legale», trasmesso anche al Comune di Forlì e alle varie istituzioni coinvolte nella Conferenza dei Servizi. All’interno del documento, elaborato con il supporto di tecnici, vengono elencate le presunte criticità del progetto targato RNE19: dall’impatto ambientale ai rischi geologici. Quella scelta dal proponente — denuncia il comitato — è un’area a rischio idraulico e sismico. Dito puntato anche contro le prescrizioni anti-incendio previste dal progetto e ritenute insufficienti dai cittadini, perché prive di qualsiasi calcolo sullo sfogo della sovrapressione in caso di esplosione. Le critiche alla documentazione tecnica riguardano anche la classificazione, come rifiuti non pericolosi, dei container di accumulo esausti. Un capitolo a parte è dedicato alla questione urbanistica, a partire dai dubbi relativi alla viabilità. Il perimetro del progetto si inserisce in un’area di campagna, tra terreni agricoli e case coloniche, offrendo ai mezzi pesanti delle vie di collegamento inadeguate. Per mitigare l’impatto visivo delle barriere previste lungo il perimetro (alte cinque metri ed estese per quasi un chilometro), RNE19 ha previsto la piantumazione di alberi a ridosso della recinzione. Ma è una soluzione che non convince gli abitanti, i quali temono un crollo del valore immobiliare. A maggior ragione se si considera la presenza di esternalità negative già in essere, come il termovalorizzatore nella zona industriale di Coriano. A nemmeno due chilometri di distanza è stata già programmata un’altra struttura BESS, nei pressi della stazione elettrica gestita da Terna, che vorrebbe farne il capolinea della Dorsale Adriatica. Si tratta di un elettrodotto che dovrebbe trasportare energia da Foggia a Forlì, coprendo una distanza di circa 600km. Il Comitato di Poggio, Malmissole e Durazzanine si è detto pronto a impugnare eventuali autorizzazioni rilasciate dagli enti locali davanti al TAR, dando il via alla battaglia legale per il territorio. The post Forlì: la lotta dei cittadini contro l’impianto di accumulo elettrochimico appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 31, 2026
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In Lombardia c’è stato il primo suicidio assistito gestito interamente dalla sanità pubblica
Domenico Zuccarella, 59 anni, è la prima persona in Lombardia ad accedere al suicidio assistito con il completo supporto del Sistema sanitario regionale. A dare la notizia è stata l’Associazione Luca Coscioni, che seguiva l’uomo, affetto da sclerosi multipla secondariamente progressiva. Il caso è il terzo suicidio assistito nella regione e il secondo in Italia a essere interamente gestito dalla sanità pubblica, dalla fase di assistenza sanitaria alla fornitura degli strumenti necessari all’autosomministrazione del farmaco. Il percorso, tuttavia, è stato particolarmente lungo, come quello di diverse persone che hanno avuto accesso alla pratica. In Italia, infatti, non esiste ancora una legge che disciplini il suicidio assistito e l’eutanasia, mentre la disciplina attuale si fonda sulla sentenza 242/2019 della Corte costituzionale. La sentenza non stabilisce quando il suicidio assistito sia in generale attuabile, ma individua le condizioni in presenza delle quali non è punibile chi agevola l’esecuzione del proposito suicidario. Il percorso che ha portato Domenico ad accedere al suicidio assistito è stato segnato da numerosi ostacoli. L’uomo aveva presentato la propria richiesta all’ASST Ovest Milanese l’8 novembre 2025, fa sapere l’Associazione Luca Coscioni. Dalla richiesta alla sua attuazione sono dunque trascorsi 290 giorni, il doppio rispetto ai termini previsti dalle linee guida regionali del 13 maggio 2026. «Dopo mesi di attesa, solleciti e diffide, il collegio legale di studio e difesa di Domenico aveva presentato a fine maggio un ricorso d’urgenza al Tribunale, chiedendo che la procedura fosse conclusa in tempi compatibili con la progressione della sua malattia e che, in caso di verifica positiva, venisse concretamente organizzata anche la fase attuativa». Il ricorso ha fatto emergere che la commissione aveva concluso la propria relazione proprio nel mese di maggio, accertando la sussistenza dei requisiti indicati dalla sentenza Cappato per l’accesso al suicidio medicalmente assistito. La commissione aveva inoltre individuato i farmaci, i dosaggi e le modalità di autosomministrazione attraverso cui Domenico avrebbe potuto accedere alla pratica. «Il percorso si è infine concluso all’interno del Servizio sanitario regionale lombardo, non limitandosi alla verifica dei requisiti», fa sapere l’Associazione. «Il servizio pubblico ha organizzato anche la fase attuativa: il personale sanitario disponibile su base volontaria, il farmaco e la strumentazione necessari, la modalità di autosomministrazione compatibile con le condizioni di Domenico, l’assistenza sanitaria e il luogo nel quale esercitare la propria scelta». Il caso di Domenico è così diventato il primo in Lombardia e il secondo in Italia a essere interamente gestito dalla sanità pubblica; il primo era avvenuto a Trieste nel 2023. Oggi l’accesso al suicidio assistito non è regolato da una legge nazionale, ma si fonda sulla cosiddetta “sentenza Cappato”, emanata dalla Corte costituzionale nel 2019 in seguito al caso Cappato-Dj Fabo. La sentenza individua i requisiti e la procedura da seguire affinché l’aiuto al suicidio non costituisca reato, successivamente integrati da un’ulteriore pronuncia. In primo luogo, la persona interessata deve presentare una richiesta di verifica delle proprie condizioni alla struttura sanitaria competente, che è tenuta ad accertare la sussistenza dei quattro requisiti necessari affinché l’aiuto al suicidio non sia punibile. La persona deve essere: capace di prendere decisioni libere e consapevoli; affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ritiene intollerabili; tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale; e pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. I quattro requisiti devono sussistere contemporaneamente. Una volta accertata la loro presenza, la struttura sanitaria procede con la richiesta di un parere obbligatorio, ma non vincolante, del Comitato etico e definisce le modalità operative, compresi strumentazione, farmaco e modalità di autosomministrazione. Sulla base di questo quadro giuridico e di una proposta di legge elaborata dalla stessa Associazione Luca Coscioni, Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna hanno approvato leggi regionali volte a disciplinare le procedure di accesso alla pratica. The post In Lombardia c’è stato il primo suicidio assistito gestito interamente dalla sanità pubblica appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 27, 2026
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