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Sovraffollamento, caldo e cimici: l’inferno delle carceri italiane in un rapporto
Che la questione delle carceri costituisca un’emergenza ormai strutturale non è una novità. Tuttavia, con le ondate di calore eccezionale che stanno interessando l’Italia in questo periodo, la situazione si è ulteriormente aggravata. Lo certifica l’associazione Antigone, nel suo rapporto di metà anno, che descrive una emergenza umanitaria «gravissima» nei confronti della quale le politiche governative non sanno offrire «nessuna soluzione efficace». Al 28 luglio, il tasso di sovraffollamento superava il 139%, con oltre 18mila detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare. I disagi propri di questa condizione vengono ulteriormente esacerbati dal caldo, complici l’inadeguatezza delle strutture e la carenza di ventilatori e altri strumenti di raffrescamento. Una situazione che contribuisce ad aggravare le già precarie condizioni sanitarie, tra carenze idriche e infestazioni di cimici. La situazione è grave al punto da essere «al limite della sopravvivenza», scrive l’associazione. Il 60% dei detenuti è infatti sottoposto al regime di cosiddetta “custodia chiusa”, con non più di otto ore a disposizione al di fuori della cella, dove le temperature possono superare facilmente i 40 gradi. Dal 26 aprile di quest’anno, inoltre, una circolare del DAP ha disposto la rimozione di frigoriferi e congelatori da celle e corridoi perchè, in caso di rivolta, potrebbero essere impiegati «come strumenti atti a offendere» – rendendo così impossibile per molti disporre di acqua fresca. Senza contare, poi, le infestazioni di cimici da letto e le interruzioni del servizio idrico – che a Milano Opera si sono prolungate al punto da richiedere l’utilizzo di bottiglie d’acqua distribuite dalla Croce Rossa. A metà giugno, nel carcere fiorentino di Sollicciano sono state sequestrate (per la prima volta in Italia) sette sezioni proprio a causa di problematiche legate alla pulizia delle sezioni, all’abitabilità dei dormitori e alle condizioni degli impianti elettrici, con oltre 200 detenuti che sono stati trasferiti provvisoriamente in altre strutture penitenziarie. Il tutto avviene in un contesto in cui i livelli di «saturazione», scrive Antigone, sono ormai «insostenibili», con il numero dei detenuti in eccesso che sono raddoppiati in poco più di due anni. Nessuna Regione della penisola è esente dal problema del sovraffollamento, che raggiunge picchi del 257% a Lucca e di oltre il 220% a San Vittore (Milano) e Latina. In alcune celle, lo spazio calpestabile è inferiore ai 3 metri quadri a persona. Eppure, lo scorso anno il governo aveva annunciato il controverso “piano carceri”, con il quale sarebbero dovuti essere predisposti circa 10mila posti in più negli istituti penitenziari, tra costruzione di nuove strutture, ampliamenti e ristrutturazioni. Un anno più tardi, invece che aumentare, i posti a disposizione sono addirittura diminuiti di 424 unità. In questo contesto, «con il blocco alle attività scolastiche e il rallentamento anche di molte attività di volontariato, le persone detenute sono sempre più sole in un’apatia generalizzata che è anche un vettore per i suicidi». Sono almeno una dozzina le persone che si sono tolte la vita, dall’inizio dell’estate ad oggi, 6 agosto, 38 dall’inizio dell’anno. Parallelamente, Antigone segnala un aumento dei casi di autolesionismo, con una media di oltre 26 casi per ogni 100 detenuti, mentre più del 9% dei detenuti ha diagnosi di patologie psichiatriche gravi. Per Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, la situazione è «l’effetto diretto e drammatico di un governo che crea in continuazione nuovi reati e inasprisce le pene» secondo una logica «emergenziale e repressiva». The post Sovraffollamento, caldo e cimici: l’inferno delle carceri italiane in un rapporto appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 6, 2026
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Pozzuoli, i cittadini bloccano il porto e ottengono le prime risposte dopo il terremoto
Ai Campi Flegrei la terra trema e i suoi abitanti tornano in piazza. A quattro giorni dalla scossa più violenta degli ultimi quarant’anni, più di un migliaio di persone hanno sfidato il caldo, riversandosi tra le strade di Pozzuoli per chiedere il rispetto dei propri diritti. Dal terremoto di venerdì mancano acqua e corrente nelle case, i controlli sull’agibilità procedono a rilento e centinaia di persone sono costrette a vivere da sfollati. Al grido di “la terra trema e le istituzioni dormono”, il corteo ha raggiunto il porto cittadino, occupandolo. Grazie alla mobilitazione, i cittadini hanno ottenuto un primo risultato: la partecipazione al tavolo in prefettura alla presenza del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Contestualmente, il governo Meloni ha approvato un primo stanziamento da 100 milioni di euro per far fronte ai danni del terremoto. La scossa di magnitudo 4.7 registrata venerdì scorso poco prima delle 20 ha reso inagibili oltre 50 edifici, portando allo sgombero di centinaia di famiglie dalle proprie abitazioni. Il numero cresce man mano che le operazioni di controllo vanno avanti. Intere porzioni del territorio puteolano sono senz’acqua e corrente, mentre il bilancio dei feriti riporta ancora cinque persone ricoverate, di cui due in condizioni serie. Ieri mattina comitati, movimenti politici e residenti hanno portato la loro esasperazione tra le strade di Pozzuoli, di fronte all’ennesima scossa che rende poco puntuali i discorsi sull’emergenza. Il fenomeno del bradisismo flegreo è strutturale, mai come negli ultimi anni ha mostrato una continuità così intensa, e pertanto richiede una risposta adeguata, non più interventi sconnessi tra loro. È ciò che denunciano le quasi duemila persone riunitesi in Piazza della Repubblica. Da lì è partito un corteo in direzione del porto cittadino, che è stato occupato dai manifestanti per circa un’ora, fino a ottenere un incontro con Piantedosi. Oggi, infatti, una delegazione cittadina ha preso parte all’incontro convocato in prefettura, alla presenza del ministro dell’Interno. Tra le richieste avanzate dagli abitanti figurano: il ripristino della rete idrica ed elettrica nell’intero territorio di Pozzuoli; soluzioni abitative per gli sfollati e, soprattutto, la realizzazione di «un piano di messa in sicurezza idrogeologica e degli edifici a carico dello Stato», come scrive il Laboratorio Politico Iskra, tra i promotori del corteo. Essendo «consapevoli che questi tavoli istituzionali sono nient’altro che fumo davanti agli occhi», Iskra ha invitato gli abitanti dei Campi Flegrei a non calare l’attenzione, convocando per le 18 un nuovo presidio in Piazza della Repubblica. Il ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare Nello Musumeci ha annunciato ieri un primo stanziamento da 100 milioni di euro destinati a finanziare gli interventi di riparazione degli edifici danneggiati dal terremoto. Questa mattina, durante un’informativa urgente al Senato, Musumeci è tornato sulla questione, dichiarando che per i Campi Flegrei «siamo tutti chiamati a ridurre i disagi alla popolazione colpita e a mitigarne l’esposizione al rischio. Sì, perché chi parla di messa in sicurezza sui Campi Flegrei dice una grande bugia». Secondo Musumeci, i residenti sono ormai assuefatti al rischio: «se il cittadino non percepisce il rischio, qualunque intervento dall’alto rischia di non essere efficace». Questo scaricabarile di responsabilità, duramente criticato dai banchi dell’opposizione, pare funzionale a un cambio di percezione tra gli abitanti, portandoli verso l’abbandono della convivenza con il bradisismo, a differenza di quanto avevano fatto le generazioni precedenti, quando — dice ancora Musumeci — «il cittadino affidava il rapporto fra sé e il rischio al fato, o al dio cattolico, o al dio greco o, se volete, al destino». La risposta degli abitanti, pronti a riscendere tra pochi minuti in piazza, è altrettanto chiara: «Qui siamo nati, qui vogliamo restare». The post Pozzuoli, i cittadini bloccano il porto e ottengono le prime risposte dopo il terremoto appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 5, 2026
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Cala Finanza, altra vittoria per i cittadini: controlli e sigilli alla villa del maxi resort
Abusi edilizi e violazioni della normativa paesaggistica. Sono questi i motivi per cui la Procura di Tempio Pausania, in Sardegna, ha disposto il sequestro preventivo di Villa Joy, nell’area di Cala Finanza. L’edificio è interessato da un progetto della multinazionale brasiliana del turismo JHSF Participações, che intende realizzare nell’area un maxi villaggio turistico di lusso. La zona è una delle più incontaminate dell’isola ed è sottoposta a molteplici livelli di tutela ambientale. Contro il progetto si è sollevata fin da subito un’ampia fetta della popolazione, che nei mesi scorsi era già riuscita a ottenere il ritiro del via libera del governo alla sua realizzazione. Il provvedimento della Procura è stato eseguito ieri, 4 agosto, nel corso di un’operazione condotta dal Corpo forestale e di vigilanza ambientale di Tempio Pausania, con il supporto dei Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Cagliari e del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Sassari. Oltre a Villa Joy, il sequestro ha interessato una porzione di terreno nella quale sarebbero emersi elementi di interesse storico-archeologico. Sono state sequestrate anche alcune piste che sarebbero state realizzate abusivamente, oltre a diversi prefabbricati collegati alla struttura principale. L’ipotesi è la possibile non conformità dei moduli sequestrati rispetto alla destinazione urbanistica dell’area. La Procura ha affermato di stare indagando su diversi soggetti in merito a possibili violazioni del Testo unico dell’edilizia e del Codice dei beni culturali e del paesaggio; l’area di potenziale interesse storico-archeologico è invece stata affidata ai funzionari archeologi della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Sassari e Nuoro per gli accertamenti sul suo valore. Villa Joy rientra nel progetto di JHSF che intende costruire un resort di lusso nell’area di Cala Finanza. Gestito dalla cordata Tavolara Bay, esso si estenderebbe su decine di ettari e sorgerebbe a pochi metri dal mare: di preciso, prevede la costruzione di un hotel a cinque stelle da 50 stanze, 30 ville, ristoranti, strutture sportive e un porto esclusivo. Il villaggio affaccerebbe sull’Area Marina Protetta di Tavolara-Punta Coda Cavallo, istituita nel 1997 e sottoposta a molteplici livelli di tutela ambientale, in una zona dove il Piano Paesaggistico Regionale sardo vieta qualsiasi edificazione entro trecento metri dalla battigia. Per tale motivo è stato oggetto di forti contestazioni da parte della società civile che ha protestato contro la deriva di speculazione edilizia che sta interessando le aree naturali della Sardegna. Per la realizzazione del villaggio, Tavolara Bay ha deciso di puntare sulle procedure semplificate della Zona Economica Speciale (ZES), istituita nel 2023 per favorire le attività produttive nel Sud e nelle Isole. Da allora, per i progetti di interesse strategico, una Struttura di missione presso la Presidenza del Consiglio rilascia un’autorizzazione unica, accorpando tutti i permessi necessari; così è stato anche per il resort di Tavolara Bay. Dopo le proteste dei cittadini, tuttavia, il governo ha deciso di fare marcia indietro e ritirare l’autorizzazione. Poco prima, i comitati erano riusciti a ottenere anche le dimissioni di Riccardo Biancu, assessore del Comune di Loiri Porto San Paolo e fratello di Alberto Biancu, amministratore delegato della società Tavolara Bay, nonché il ritiro della delibera comunale n. 50/2025, con cui l’amministrazione guidata da Francesco Lai aveva rimosso la tutela integrale dell’area. The post Cala Finanza, altra vittoria per i cittadini: controlli e sigilli alla villa del maxi resort appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 5, 2026
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Dentro lo Spin Time di Roma: un’esperienza sociale a rischio sgombero
Lo Spin Time, centro sociale e abitativo di Roma, occupato dal 2010 da oltre 120 famiglie e sede di numerose attività mutualistiche, è al centro di un possibile sgombero dopo l’incendio scoppiato nella notte dello scorso 31 luglio in un piccolo magazzino dell’edificio. Le verifiche di vigili del fuoco e Protezione civile hanno lasciato circa 400 persone fuori dal palazzo, mentre Comune, proprietà e occupanti trattano in Prefettura una possibile acquisizione pubblica dell’immobile. Con il rischio di cancellare non solo un’esperienza abitativa, ma anche un importante presidio sociale, sanitario e culturale della città. «So che c’è una sorta di ambulatorio con infermieri e medici volontari a cui ho dato disponibilità per turni, ed anche attività ricreative per minori. E qui sto aspettando mi dicano chi coordina. Oggi sono andata per portare abiti perché col caldo immagino si debbano cambiare spesso e ho trovato una situazione tipo guerra…Mi veniva da piangere…Protezione civile, vigili urbani e alcuni volontari molto carini e accoglienti. La Polizia presidia tutte le entrate. La gente in 5 seduti su una brandina…i volti “sfatti” dalla stanchezza e delusione…una poveretta era completamente fuori agitata parlava da sola e accennava passi di danza, accettata, seguita e coccolata da chi era lì come lei rimasto senza nulla».  Davanti allo Spin Time, il palazzo (quasi) sgomberato in via S.Croce in Gerusalemme a Roma, non lontano dalla Basilica di S.Giovanni, questo racconta una delle tante e tanti romani che in questi giorni si sono recati a portare solidarietà a chi, in un attimo, è stato messo fuori casa e lasciato su sedie e brandine di fortuna. Il cancello di accesso all’edificio è chiuso e sprangato, presidiato dall’interno da una dozzina di agenti che controllano al di là delle sbarre. La situazione è questa dalla notte del 31 luglio, quando andò a fuoco un piccolo magazzino. L’incendio, domato grazie all’intervento tempestivo delle famiglie del palazzo, ha dato il via a una specie di Odissea, con l’intervento dei vigili del fuoco e della Protezione civile, le cui perizie sulla stabilità dell’edificio, a distanza di quattro giorni, hanno avuto più l’aspetto di una volontà di sgombero vero e proprio. Sono circa 400 persone, oltre 120 famiglie, lasciate a stazionare in presidio davanti allo Spin Time, con le temperature infuocate di questo periodo. Nei giorni successivi, la stessa Protezione Civile e la Sala Operativa Sociale del Comune hanno cercato alla bell’e meglio di portare assistenza con tende, bagni chimici, qualche sdraio e alcuni ventilatori che tuttavia, con l’afa asfissiante, ben poco possono fare. La vicenda dello Spin Time è sicuramente singolare, nel panorama delle occupazioni dei comitati di lotta per la casa a Roma: nell’edificio – che fino al 2010 ospitava gli uffici dell’INPDAP e poi, rimasto vuoto, è stato occupato dai comitati di lotta – non viene infatti affrontata soltanto la questione abitativa. Nel palazzo di quasi 17mila metri quadrati, articolato su 10 livelli (otto piani e due interrati di cui uno è un’ampia sala congressi) le attività sono molteplici: oltre agli appartamenti in cui abitano le famiglie ci sono un’osteria popolare, uno sportello legale per chi subisce uno sfratto, un ambulatorio e un servizio di supporto psicologico, un doposcuola, una falegnameria, un auditorium per concerti e spettacoli e una redazione di giovani giornalisti, quella di Scomodo. Nel tempo, gli attivisti hanno anche creato un legame con le realtà ecclesiastiche cittadine: dalla presenza fissa di don Mattia Ferrari, che in occasione del Giubileo organizzò nello stabile proprio il Giubileo dei Movimenti Popolari, ai corsi di formazione e doposcuola a cui partecipano anche delle suore. Una risonanza particolare ebbe la vicenda accaduta nel 2019, quando l’ACEA staccò la corrente elettrica a tutto il palazzo e il cardinale Konrad Krajevskij, Elemosiniere di papa Francesco, intervenì personalmente per riattaccare i contatori, anche a fronte del fatto che nell’edificio vivevano persone malate, qualcuna delle quali dipendente dalle macchine per l’ossigeno. Ma è difficile comprendere la vicenda se non si riannoda il filo a quel 2004, anno delle cartolarizzazioni di Tremonti e delle note Scip 1 e Scip 2, che prevedevano l’alienazione a privati di proprietà immobiliari pubbliche per fare cassa. Un’operazione definita nel complesso da fonti autorevoli come lavoce.info un vero e proprio disastro finanziario per le casse dello Stato. Proprio il palazzo dello Spin Time venne venduto ala società InvestiRE sgr ad un prezzo ben al di sotto del valore di mercato di un simile immobile. Come se non fosse abbastanza, essendo gli uffici dell’INPDAP ancora funzionanti (e lo furono ancora per dieci anni), lo stesso ministero dell’Economia lo prese in affitto proprio dalla società a cui lo aveva venduto, ad un canone questa volta ben superiore agli standard medi del mercato di locazione. Risultato: quella cifra incassata e sottostimata dal ministero fu quasi tutta restituita ai nuovi proprietari che gli avevano affittato il palazzo. Un’operazione insomma quasi a saldo zero – in barba al fatto che quel “dissanguamento” di beni immobili pubblici era stato deciso per sanare il debito pubblico di quegli anni.  All’oggi in questa situazione, pur in fase di stallo (e nella sofferenza degli occupanti) vede aprirsi qualche spiraglio: sono in corso infatti da giorni incontri in Prefettura tra Comune di Roma, la proprietà immobiliare dell’edificio e il comitato di occupanti, con la presenza discreta della Chiesa. La proposta del Campidoglio è quella di acquisto da parte del palazzo per mantenere il più possibile quell’esperienza mista questione abitativa/attività sociali.  Fino a poco tempo la InvestiRE sgr aveva sempre respinto la proposta. Ora, come raccontato dallo stesso assessore capitolino per le Politiche abitative, Tobia Zevi, sembra che il percorso possa avere uno sbocco positivo (anche se è troppo presto per dirlo). Negli anni lo Spin Time è stato un luogo-simbolo di un nuovo tipo di aggregazione sociale, visitato da delegazioni internazionali, attivisti da mezzo mondo e personalità come la giornalista russa, Oksana Chelysheva, amica e “sorella” della cronista di guerra della Novaja Gazeta, uccisa venti anni fa a Mosca, Anna Politkovskaja. The post Dentro lo Spin Time di Roma: un’esperienza sociale a rischio sgombero appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 3, 2026
L'INDIPENDENTE
Ogni volta che la legge contro cannabis light e CBD arriva in tribunale i giudici la smontano
La guerra senza quartiere che il governo Meloni ha dichiarato al fiore di canapa, ormai noto come cannabis light, sta andando a sbattere contro sentenze e tribunali, che puntualmente sconfessano l’impostazione repressiva portata avanti negli ultimi anni. Nonostante le diverse leggi messe in campo, da quella che voleva inquadrare il CBD, principio attivo non psicotropo della pianta dai diversi effetti terapeutici, come uno stupefacente, all’emendamento del primo decreto sicurezza che inquadrava nello stesso modo l’infiorescenza, a prescindere dai livelli di THC contenuti, i provvedimenti non reggono alla prova dei fatti. L’ultima pronuncia, in ordine di tempo, è arrivata oggi dal consiglio di Stato: a decidere sull’annosa questione del CBD sarà la Corte di Giustizia europea, stessa sorte dei fiori, per i quali il rinvio – nato dal ricorso delle associazioni di categoria contro il decreto del 2022 che inserendo la canapa tra le piante officinali ne limitava gli usi a fibra e semi – era stato deciso a novembre 2025. Per i fiori la domanda di fondo è se il divieto italiano sia compatibile con la libera circolazione delle merci e con la politica agricola comune. Per il CBD, che l’OMS ha raccomandato di non inserire in nessuna tabella a livello internazionale, il ricorso sosteneva che non ci fosse bisogno del divieto e dell’inserimento tra gli stupefacenti, visto che già normato a livello europeo sia come cosmetico, che come farmaco. «Che il CBD isolato non sia di per sé stupefacente lo riconosce anche il Consiglio di Stato», spiega l’avvocato Giacomo Bulleri, che ha seguito il ricorso. «I dubbi restano sull’estratto, per le possibili impurità residue del processo di lavorazione e per l’interazione con il THC, che potrebbe generare effetti avversi: su questi profili di proporzionalità, precauzione e adeguatezza il giudice preferisce non essere definitivo e rimette tutto alla Corte di Giustizia». Le tempistiche, avverte Bulleri, non saranno brevi: «Il rinvio sui fiori, che tocca la politica agricola comune, ha avuto un iter più rapido del previsto. Il CBD riguarda invece la libera circolazione delle merci, un fronte diverso: per una decisione definitiva serviranno probabilmente due anni, il biennio 2027-2028, complice anche l’entrata in vigore della nuova Politica Agricola Comune». Mentre gli estratti aspettano il verdetto europeo, sul fronte interno il decreto sicurezza colleziona bocciature. Negli ultimi otto mesi tre giudici hanno sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 18: il 2 dicembre 2025 il gip di Brindisi, su un carico di canapa bloccato dalle Dogane; il 28 aprile scorso il Tribunale di Trani, sul sequestro di un distributore automatico di infiorescenze a Barletta; il 15 luglio il Tribunale di Brescia, con ventisei pagine di ordinanza, dopo l’arresto ai domiciliari di un commerciante di Sirmione trovato con due chili di fiori. Per il giudice bresciano Luca Tringali, la presunzione assoluta di pericolosità della cannabis light «appare smentita, in radice, dalle acquisizioni scientifiche recepite dallo stesso ordinamento». I numeri raccolti dall’Osservatorio art. 18 di Canapa Sativa Italia raccontano la stessa parabola: delle 29 inchieste monitorate, 18 si sono chiuse con la restituzione della merce sequestrata, 6 con l’archiviazione, una con un’assoluzione piena. A Sassari i giudici hanno bocciato un sequestro su THC fra lo 0,08 e lo 0,33 per cento; in Sardegna il Riesame ha restituito oltre 5mila piante e 257 chili di biomassa a un’azienda florovivaistica; a Torino la maxi-inchiesta che aveva sequestrato due tonnellate di infiorescenze per 18 milioni di euro si è chiusa con un’archiviazione, dopo aver messo in ginocchio diverse aziende. Anche la giustizia amministrativa segue lo stesso copione: a giugno il TAR della Liguria ha sospeso l’ordinanza con cui il Comune di Ventimiglia aveva chiuso un cannabis shop. A guardare cosa succede a Bruxelles, la direzione sembra già scritta. Il Parlamento europeo ha votato in commissione Agricoltura, e poi confermato in commissione Sviluppo regionale, l’inclusione dell’intera pianta di canapa — fiori compresi — tra i prodotti agricoli leciti, con una soglia unica di THC allo 0,5 per cento per tutti gli Stati membri. Gli emendamenti di Fratelli d’Italia per bloccare il testo sono stati respinti. La nuova PAC entrerà in vigore nel 2028, ma il segnale politico è già arrivato: mentre il governo insiste sulla linea repressiva, l’Europa si muove nella direzione opposta. The post Ogni volta che la legge contro cannabis light e CBD arriva in tribunale i giudici la smontano appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 3, 2026
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Venezia, proteste e ricorsi contro il progetto edilizio vicino alla riserva di Ca’ Roman
Torna al centro del dibattito un contestato intervento edilizio alle porte di un’area naturale protetta della laguna veneziana. A Venezia è riemerso il piano per realizzare 77 villette a Ca’ Roman, già bocciato dal TAR Veneto e dal Consiglio di Stato, ma riproposto su un’area adiacente. Il progetto, approvato dalla Municipalità locale, interessa un habitat di elevato valore naturalistico, che ospita circa 200 specie di uccelli ed è tutelato a livello europeo. Ambientalisti e cittadini denunciano i rischi per la fauna e per il sistema dunale e hanno avviato una petizione online che ha raccolto oltre 38mila firme in meno di una settimana. Sul caso sono intervenute anche le opposizioni, presentando interrogazioni e criticando l’iter accelerato dell’intervento, oltre a segnalare possibili violazioni, tra cui un prelievo idrico vietato e la necessità di una bonifica. Il nuovo progetto edilizio è stato presentato dalla società proprietaria dell’area, Ca’ Roman Srl. La riserva naturale di Ca’ Roman si trova all’estremità meridionale dell’isola di Pellestrina e costituisce uno dei pochi tratti di costa ancora incontaminati, non interessati da stabilimenti balneari o insediamenti turistici, tra la laguna di Venezia e il mare Adriatico. L’area è gestita dalla Lipu, un’associazione ambientalista impegnata nella tutela dell’avifauna in Italia e in Europa. La riserva si estende per 48 ettari e ospita circa 190 specie di uccelli, tra esemplari stanziali e migratori. Fa inoltre parte della rete ecologica europea Natura 2000 per la tutela della biodiversità ed è classificata sia come Zona di Protezione Speciale, ai sensi della Direttiva Uccelli dell’Unione europea, sia come Zona Speciale di Conservazione, ai sensi della Direttiva Habitat. L’area naturale di Ca’ Roman. L’intervento presentato da Ca’ Roman Srl interessa un’area adiacente alla riserva naturale, dove un tempo sorgeva una colonia di suore canossiane. Il progetto prevede una serie di interventi, tra cui la demolizione di quasi tutti gli edifici fatiscenti (a eccezione di due) e la costruzione di nuovi immobili di pari volume. In totale, sono previste 77 villette destinate a ospitare circa 300 turisti. L’operazione è stata approvata dal Consiglio della Municipalità di Lido e Pellestrina lo scorso 23 luglio e, secondo quanto riportano i media locali, avrebbe già ottenuto anche il via libera della Regione. Il prossimo passaggio decisivo sarà il voto della Giunta comunale di Venezia. Il piano ha incontrato non poche ostilità. Le opposizioni del Comune di Venezia hanno presentato interrogazioni, sollevando perplessità sia sui contenuti del progetto sia sull’iter istruttorio e denunciando il mancato coinvolgimento della cittadinanza. Anche il Comune di Chioggia, il più vicino tra quelli confinanti con l’area, ha approvato una mozione con cui chiede un maggiore coinvolgimento dell’amministrazione comunale e della comunità nella discussione del progetto. A muoversi è anche la società civile: diverse associazioni ambientaliste, tra cui Italia Nostra e la stessa Lipu, hanno contestato il piano. Un volontario di quest’ultima ha lanciato una petizione online che, in soli cinque giorni, ha superato le 38mila firme. Quello in discussione in questi giorni non è il progetto originario per l’area che, piuttosto, risale al 2012. Il primo via libera arrivò dal Consiglio comunale guidato dal sindaco Orsoni, mentre due anni dopo la giunta del commissario straordinario Zappalorto approvò il piano di edificazione. Nel 2017 il TAR del Veneto stabilì l’inedificabilità dell’area e, nel 2024, il Consiglio di Stato confermò la sentenza. The post Venezia, proteste e ricorsi contro il progetto edilizio vicino alla riserva di Ca’ Roman appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 3, 2026
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Trump ha revocato la protezione alle terre indigene per permettere l’estrazione petrolifera
L’amministrazione Trump ha assestato un altro duro colpo ai diritti dei popoli indigeni e alla tutela ambientale, annunciando una revoca delle protezioni federali su due dei più importanti parchi nazionali e siti sacri dello Utah: il Bears Ears National Monument e il Grand Staircase-Escalante. La regione contiene migliaia di siti archeologici e culturali, tra cui abitazioni nelle rocce, arte rupestre, luoghi cerimoniali e villaggi ancestrali. I cittadini tribali continuano anche a cacciare, raccogliere piante medicinali e condurre pratiche culturali tradizionali in tutta l’area. La decisione riduce la superficie tutelata di oltre il 90%. Non si tratta di un mero riassetto burocratico della gestione territoriale, ma di un vero e proprio atto di aggressione neocoloniale. Smantellando le tutele costruite faticosamente, la Casa Bianca riapre circa due milioni di acri di terre ancestrali native agli appetiti delle corporazioni energetiche, spianando la strada a trivellazioni petrolifere e a massicce campagne di estrazione mineraria.  La superficie protetta nei due siti passerebbe da più di 3 milioni di acri complessivi a circa 300.000 acri complessivi. La mossa, presa lo scorso 13 luglio, ha innescato un’immediata sollevazione delle nazioni indigene, pronte alla battaglia legale per difendere non solo un ecosistema, ma la propria sovranità culturale, spirituale e politica. La decisione di Trump ha portato anche allo scioglimento della Bears Ears National Monument, una commissione di co-gestione che riuniva i rappresentanti di cinque nazioni native (Navajo, Hopi, Ute Indian Tribe, Ute Mountain Ute e Zuni), incaricata di gestire queste aree. Questo modello di governance rappresentava un raro esempio, negli Stati Uniti, di integrazione tra le istituzioni federali e la sovranità indigena, riconoscendo formalmente il diritto dei popoli originari di amministrare i luoghi che abitano da millenni. Cancellare questa commissione con un colpo di spugna significa riportare la gestione di questi territori a un modello di stampo coloniale, fortemente centralizzato, in cui le decisioni che incidono sulle comunità native vengono prese a Washington senza il loro coinvolgimento diretto e in contrasto con i trattati storici vincolanti. I leader nativi, tra cui Georgie Pongyesva (Hopi), Crystalyne Curley, (Navajo Nation Council), Curtis Yanito, (Navajo Nation Council), Gwen Cantsee, (vicepresidente della Ute Mountain Ute Tribe e commissario di Bears Ears) Mikah Kewanimptewa (vicepresidente della tribù Hopi e commissario Bears Ears), Betsy Chapoose (Ute Indian Tribe of Uintah and Ouray Reservation Cultural Rights and Protection Director e commissario Bears Ears), affiancati dal Native American Rights Fund (NARF), hanno condannato l’atto come apertamente illegale e incostituzionale. Per le nazioni indigene, Bears Ears e Grand Staircase-Escalante non sono mai stati semplici appezzamenti di terreno, né mere “risorse” paesaggistiche o rovine archeologiche destinate al turismo. Sono, al contrario, paesaggi intrinsecamente vivi. Come sottolineato dai rappresentanti delle comunità, ogni roccia, canyon e sorgente di queste terre custodisce le preghiere dei loro antenati: sono luoghi sacri in cui si tramandano le memorie storiche e si celebrano le cerimonie.  Come dichiarato da Matthew Campbell, vicedirettore del Native American Rights Fund, l’offensiva legale e politica che le tribù stanno organizzando si preannuncia come una delle più importanti battaglie della nostra epoca. Le cause intentate puntano a dimostrare che il presidente in carica non possiede l’autorità legale per smantellare un monumento nazionale precedentemente istituito ai sensi dell’Antiquities Act del 1906. Al di là del cruciale cavillo giuridico, la sfida che si giocherà nei tribunali rappresenta l’emblema di uno scontro tra due visioni del mondo radicalmente inconciliabili.  Dietro la retorica dello sviluppo economico e della presunta indipendenza energetica, il provvedimento svela l’ennesimo capitolo di una logica estrattiva che subordina sistematicamente i diritti umani, l’autodeterminazione dei popoli e la salvaguardia dell’ambiente al profitto. Le corporazioni del fossile e dell’uranio, da tempo in pressing sulle istituzioni, ottengono un via libera senza precedenti per sfruttare territori un tempo incontaminati. È l’espressione di un modello di sviluppo predatore, che concepisce il pianeta come un serbatoio di risorse e le popolazioni locali come ostacoli da marginalizzare. In questa prospettiva, la lotta per Bears Ears non si limita a rappresentare una questione locale, ma riflette dinamiche più ampie, in cui i i diritti e le terre dei popoli originari vengono minacciati da interessi economici legati allo sfruttamento delle risorse naturali. The post Trump ha revocato la protezione alle terre indigene per permettere l’estrazione petrolifera appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 29, 2026
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