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Liberi di muoversi
-------------------------------------------------------------------------------- Una striscia del fumetto Indomabile dedicata alla Piazza del mondo che nasce ogni giorno a Trieste -------------------------------------------------------------------------------- Non abituarsi alle politiche di controllo, paura e securitarismo e alla loro capacità di produrre violenza e esclusione richiede un grande e costante esercizio di lucida resistenza. Lo racconta a modo suo anche il fumetto Indomabile edito da Cronache ribelli – con testi e inchieste di Valerio Nicolosi, sceneggiatura e disegni di Maria Chiara Gianolla – in cui si intrecciano le vicende di una famiglia curdo-siriana in viaggio lungo la rotta balcanica e quelle di un orso ribelle. Abbiamo rivolto qualche domanda a Maria Chiara Gianolla. Possiamo dire che il tema di fondo di Indomabile è la libertà di movimento? In cosa consiste per te questa libertà? Si, sicuramente e questa libertà é prima di tutto una condizione interna: essere liberi di muoversi tra tutte le dimensioni di sé fino a riconoscere la propria natura per poi rivendicare il diritto di esistere e di vivere in conformità ad essa. In alcuni casi a questo movimento interno corrisponde un movimento esterno se il paese in cui si vive non consente di vivere nel pieno rispetto di sé e della qualità della propria vita.  Il fumetto affronta in modo originale i temi delle politiche securitarie ma suggerisce anche alcune vie di fuga. Puoi indicarcene alcune? Intanto già parlare e costruire occasioni di riflessione su questi temi mi pare già un atto rivoluzionario. Nello specifico, il fumetto suggerisce la fuga non come un atto vile, ma come la possibilità di aprire varchi e di immaginare nuove prospettive. Non sempre le fughe consentono di raggiungere fisicamente le mete ambite, ma di certo rappresentano delle possibilità e fino a che abbiamo delle possibilità non siamo sconfitti. Nessuna gabbia é tanto stretta da imprigionare l’immaginazione. La mia generazione è cresciuta con il motto di Genova 2001 “un altro mondo è possibile” e in quella possibilità c’è la più forte opposizione all’approccio securitario.  Nelle presentazioni del libro cosa emerge? Quali sono i temi di cui c’è voglia di discutere? Antispecismo, ecologia, biopolitica, diritti… e una forte critica verso quei sistemi di potere che, dal positivismo in poi, hanno cercato di sottomettere la dimensione naturale a una dimensione artificiale e politica di stampo coloniale e suprematista. Dal 2019 sulle pagine di Comune, Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir raccontano chi sono i migranti della cosiddetta Rotta Balcanica e cosa accade ogni giorno nella piazza di Trieste dove alcune persone li incontrano. Descrivono spesso un gesto di cura profondamente politico, la lavanda dei piedi di chi ha spesso percorso migliaia di chilometri, un gesto concreto ma anche simbolico. Per loro è l’apertura di un varco, qualcosa che mostra una possibilità nuova… Cosa ne pensi? Ho conosciuto quella realtà da vicino e ho colto immediatamente il forte valore simbolico del gesto a cui corrisponde il più concreto atto di coraggio e di cura, nella storia dell’umanità del resto i simboli sono sempre strettamente collegati al reale. Le polizie di frontiera, legali o illegali, sottraggono tutto ai migranti per impedire il loro cammino, non possono però sottrarre loro i piedi: curarli significa consentire a queste persone, ancora una volta, di rimettersi in viaggio e di sentire l’amore di un’umanità che, per fortuna, esiste ancora. È un’iniezione di forza e di fiducia, un antidoto contro la violenza che subiscono.  Il libro ha legato testi e inchieste di Valerio Nicolosi con sceneggiatura e disegni da te curati: come avete lavorato? Lo abbiamo costruito insieme, passo passo. L’idea di unire le due storie è stata di Valerio. Abbiamo messo in fila i fatti, costruito uno Storyboard accurato, lui mi ha fornito molto del suo materiale documentario e i testi, frutto delle sue inchieste e interviste sul campo, così ho potuto procedere autonomamente nella costruzione dello storytelling e dei disegni. L’escamotage narrativo della nonna e della nipote é invece mio: un omaggio alla mia nonna friulana che fin da piccola mi ha insegnato a rispettare il bosco e al mio cane, a cui ho dedicato il fumetto, che mi ha insegnato ad attraversarlo.  -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Liberi di muoversi proviene da Comune-info.
July 23, 2026
Comune-info
7-13 giugno 2026, “il fiore di Srebrenica”*
Il viaggio organizzato dalle associazioni “Lungo la rotta balcanica” e “Buongiorno Bosnia- Dobardan Venecjia” intende  portare fisicamente  in luoghi di memoria o nella vita che continua chi è interessato a  conoscere un po’ più da vicino gli aspetti di una terra percorsa da persone che cercano degli altrove. Qui si intrecciano anche le evidenze di un negazionismo imperante riguardo alla pulizia etnica di 30 anni fa al tempo delle guerre balcaniche nell’ex Jugoslavia e  al genocidio accertato di Srebrenica in Bosnia nel luglio  1995. Soprattutto chi partecipa a questo tipo di viaggio per la prima volta non sa bene cosa aspettarsi esattamente, ma  ci fidiamo dei nostri formidabili accompagnatori Diego Saccora e Andrea Rizza Goldstein. In questo viaggio siamo sulle tracce  di un doppio negazionismo quello che nega un genocidio di 30 anni fa e quello che invisibilizza chi insegue  un futuro sostenibile, fosse anche solo un sogno per arrivare in Europa  attraverso la rotta balcanica. Luogo di passaggi invisibili perché a una parte del mondo non è dato di poter viaggiare liberamente. Di fronte a un autogrill dove sostiamo in Croazia  ci viene indicata una costruzione grigia, un campo di trattenimento di persone fermate in attesa di rimpatrio. Di fatto, un centro detentivo. Ripreso il viaggio ci imbattiamo nel primo evidente esempio di negazione come ri-semantizzazione che la nostra guida ci rende palese.  A Jasenovac in Croazia ci colpisce un enigmatico e gigantesco fiore di loto in pietra in mezzo a una radura verde con piccoli specchi d’acqua dove galleggiano fiori di loto. Proprio lì c’era un campo di sterminio, il terzo in Europa durante la seconda guerra mondiale, dove sono morti migliaia e migliaia di serbi per mano dei croati, con strumenti orridi usati in esecuzioni one to one.  Il fior di loto ricompone, tenta una narrativa plausibile alla fine della guerra e all’inizio della stagione titina che voleva  una Jugoslavia unita. A pochi kilometri dalla frontiera che separa la Croazia dalla Serbia ci sorprende un piccolo cimitero. Poche tombe scalcinate, o meglio piccole segnalazioni con nomi di giovani o la maggior parte NN che hanno finito il loro viaggio iniziato da molto lontano, presso quelle frontiere, che spesso sono fiumi impietosi come la Drina. Tra questi, Madina, bambina afghana ricacciata indietro con la sua famiglia dalla Croazia e travolta da un treno mentre camminando lungo i binari cercava di tenere una direzione. Sepolta in un lembo di terra serbo ai margini di un cimitero. Una raccolta fondi collettiva da parte di vari gruppi e di singole persone ha sostenuto i costi di una tomba non troppo esile, non troppo provvisoria per non dimenticare questa piccola vita di 8 anni vittima della violenza dei respingimenti. A Belgrado la mostra “Labirinto” curata dalla storica serba Dubravka Stojanovic è un esempio di resistenza alla cancellazione e un coraggioso tentativo di non rimuovere i passi che hanno portato alle guerre e al genocidio. Alcune foto esposte ritraggono le proteste delle Donne in nero che manifestavano contro le decisioni del governo e affollatissime altre proteste di gente scesa in piazza contro la guerra. Il pensiero corre ai nostri giorni, agli scioperi, ai presidi, alle piazze piene per la Palestina. Da 1.000 giorni stiamo assistendo a un genocidio in diretta e viene da pensare che la sua negazione sia l’altra faccia della catastrofe. La resistenza anima anche il movimento delle Donne in nero che collegate e presenti da Belgrado in Serbia fino a Tuzla in Bosnia sono intervenute nelle ricorrenze che ricordavano il genocidio o la scomparsa di molte vittime. Le vittime di quel genocidio che si vuole negare furono 8.372. Se alcune sono sopravvissute, molte altre donne separate dagli uomini sono finite nella macchina degli stupri anche per sostituzione etnica. Arriviamo in camion a una scuola in mezzo agli alberi in una località di montagna sopra Srebenica. Qui ci aspetta Mohammed  Avdic, già alunno di quella scuola, frequentata fino a dieci anni, fino all’abbandono forzato in un esodo imposto e incomprensibile Verso la scuola dove ci aspettava Mohammed Un racconto di tre ore, a tratti congestionato nell’ossessività dei dettagli di chi è riandato mille volte indietro a rivedere la sparizione nel nulla del padre, direttore della scuola; per vent’anni lo ha cercato invano, o ha cercato almeno un barlume di giustizia. Ascoltiamo in silenzio. Ci si può sintonizzare su quel senso di perdita e su quella domanda sottotesto che chiede una risposta? Il calore con cui, dopo l’incontro, ci serve la cena a casa sua, l’accoglienza che ci riserva la sua famiglia, l’ospitalità che traspira da ogni gesto ci parlano dell’importanza per loro della nostra presenza lì, del nostro essere testimoni in quel luogo ormai quasi  spopolato, dove è stata piantata la tenda della resistenza di chi ancora continua a sperare. Il racconto di Zijo Ribic a Skocic, villaggio rom di musulmani vicino a Zvornik, teatro di pulizia etnica a opera dei paramilitari cetnici ha l’oscura potenza di un horror. Abbiamo davanti un uomo che era un bambino al tempo di una mattanza dove ha perso tutta la sua numerosa famiglia insieme ad  altre famiglie rom del villaggio. E’ sopravvissuto da solo, fingendosi morto tra i loro cadaveri. L’odio porterebbe ad assomigliare agli aguzzini, conclude Zijo; per  questo non vuole odiare, ma continuare  a cercare giustizia. Zijo ama la vita. Il suo racconto fatto di sicuro mille volte in tante occasioni sgorga dalle sue parole e dai suoi occhi ed è essenziale essere lì a raccoglierlo, stringergli la mano e abbracciarlo come  riconoscimento di quella vita preziosa. Confida inoltre nel ritrovamento dei resti delle sue sorelle, per riunire tutta la sua famiglia nel piccolo cimitero rom. Il Memoriale di Srebrenica è un grandioso monumento che non può essere concepito a uso e consumo di una spettacolarizzazione. Enorme e in sinergia il lavoro di organizzazioni come Fond za humanitarno pravo di Belgrado che si batte contro il negazionismo del Paese e del governo, raccogliendo richieste di persone da ricercare, aggiornando elenchi che via via crescono di resti ritrovati o riconosciuti tramite analisi del dna dei parenti. Scorcio del cimitero dell’area del Memoriale con le classiche lapidi bianche dei musulmani Nella sede dell’organizzazione Djeluj.ba, il suo fondatore Nihad Suljic ci parla degli interventi con i ragazzi che transitano in Bosnia lungo la rotta balcanica. Incessante portatore di primi soccorsi a chi gli viene segnalato nelle più disparate situazioni di difficoltà, Nihad cerca di sopperire all’assenza istituzionale, coinvolgendo gruppi e singoli, soccorrendo i vivi e anche i morti. Il recupero dei corpi di chi perisce lungo la rotta, con le procedure di riconoscimento per una giusta restituzione alle famiglie richiede un lavoro intenso che per Nihad conosce poche soste. Rejha Avdic racconta a lungo di quegli assembramenti a Srebrenica alla sede degli olandesi che avevano promesso protezione, della separazione dalle figlie, del loro ritrovamento, della sparizione definitiva del marito. Rejha fa parte delle Donne in nero e racconta una vicenda fatta di disobbedienza, di non esecuzione di ordini, di coraggio che le ha permesso di ricomporre sia pur parzialmente la famiglia; ora si preoccupa  di prendersi cura dei figli di altre donne lontane, per rendere più umana la loro vita o più degna la loro morte. Anche Nihad e Rejha ci consegnano la responsabilità di non aver assistito come spettatori al dolore altrui. https://www.lungolarottabalcanica.it/ https://buongiornobosnia.blogspot.com/ *Il fiore di Srebrenica un piccolo fiore bianco con un centro verde con undici petali fatto dalle donne abilissime nel lavoro all’uncinetto: 11 luglio, bianco innocenza, verde speranza. Simbolo che colma un vuoto di conoscenza su un passato recente che ci riporta a mettere un tassello sul presente per contrastare l’oblio del prossimo futuro. Redazione Italia
July 5, 2026
Pressenza
“OLTRE IL FILO SPINATO”: HAMZA TAI TORNA SULLA ROTTA BALCANICA CON TELECAMERA E DOCUMENTI, IN BICI DA TRIESTE AD ISTANBUL
Il primo di maggio Hamza Tai è partito per realizzare il suo progetto documentaristico “Oltre il filo spinato”, incoraggiato da un nutrito gruppo di amiche e amici che hanno creduto in lui e che lo hanno accompagnato alla stazione di Verona Porta Vescovo. Il viaggio di Hamza inizia in treno, fino a Trieste, per poi continuare in bicicletta lungo i confini che nel 2019 attraversò da sud a nord per giungere in Italia. Pedalerà in Slovenia, Croazia, Bosnia-Herzegovina, Montenegro, Albania, Macedonia, Grecia e Turchia: l’arrivo è previsto tra un mese ad Istanbul. Hamza ha 28 anni e nel 2019 decide di lasciare la zona rurale di Casablanca, dove è cresciuto, per provare a raggiungere l’Europa. “In Marocco vedevo i miei amici e i miei cugini più grandi di me intrappolati in un sistema che non offriva futuro”, se non quello di laurearsi con la certezza di “scontrarsi con uno stipendio di 300 euro al mese e una stasi senza fine”. Così matura il sogno di “studiare psicologia in Germania”, ma è impossibile per un giovane marocchino ottenere un visto, poiché “le garanzie economiche richieste dai consolati sono muri invisibili, insuperabili per chi non possiede nulla”. L’unica strada era quella di tentare di arrivare in Europa percorrendo la rotta balcanica, partendo da Istanbul dove Hamza, come tanti giovani marocchini che hanno fatto la sua stessa scelta, ha potuto arrivare con un volo di linea e un documento che è valido solo per la Turchia. Dalla Grecia e per qualche anno, Hamza diventa invisibile poiché non ha i documenti in regola. Un viaggio che “è stato un mosaico di passi inifiniti, treni clandestini, boschi bui, segnato dal freddo del filo spinato che strappa i vestiti e la pelle. Dopo quattro mesi di pericolo e sfide al limite della sopravvivenza sono arrivato a Trieste“. Dopo costose e lunghe trafile burocratiche, Hamza riesce a regolarizzare la sua posizione grazie ad una sorella con cittadinanza italiana, che gli permette di accedere al ricongiungimento familiare, quindi di ottenere il permesso di soggiorno. A Verona impara l’italiano alla scuola gestita da volontari e volontarie “Moussa Balde”, si forma come pizzaiolo grazie ai corsi organizzati dal Laboratorio Autogestito Paratod@s e impara così la professione che svolge ancora oggi presso la pizzeria sociale “I Roersi” di Bosco Chiesanuova. Sviluppa anche le sue doti artistiche cimentandosi nelle arti plastiche alla “Falegnameria Resistente”, dove ha allestito il suo atelier. “Oggi la mia vita è in Italia. Sono una persona nuova, ho regolarizzato la mia posizione e ho trovato la mia stabilità, ma quei traumi non sono scomparsi, sono rimasti lì”. Per questo decide di ripartire, “questa volta legalmente e con una telecamera in mano” per documentare quello che accade lungo quei confini e “dare un volto a chi è invisibile”. La determinazione e l’entusiasmo di Hamza sono contagiosi: in poco tempo organizza tre serate per raccogliere fondi con i quali compra una bicicletta adatta a compiere il viaggio. Apre anche un crowdfunding “per coprire i costi vivi della produzione: attrezzatura video per riprese in condizioni difficili, logistica, sicurezza e la post-produzione per far sì che questo materiale diventi un documentario che tutti possano vedere”. Pianifica le tappe del viaggio con l’associazione One Bridge To, che da dieci anni svolge attività di volontariato lungo la rotta balcanica. Lungo il suo viaggio incontrerà le persone che stanno percorrendo la rotta, come ha fatto lui nel 2019 e le organizzazioni che le supportano, a partire dalla Diaconia Valdese e da No Name Kitchen. Un percorso di introspezione volto a connettersi con la propria essenza e un’occasione per “trasformare le ferite in una testimonianza collettiva”. Abbiamo intervistato Hamza Tai poche ore prima della sua partenza per Trieste. Ascolta o scarica
ROTTA BALCANICA: IN AUMENTO LE PERSONE IN FUGA DA GUERRE, FAME E CARESTIE. VOLONTARI BRESCIANI A TRIESTE A SUPPORTO DELLA RETE LOCALE DI ACCOGLIENZA
Lungo la “rotta balcanica” arriva in Italia e in Europa una parte rilevante dei rifugiati del nostro continente. Sono principalmente siriani, afghani, iracheni, iraniani, pakistani che fuggono da guerre, fame, persecuzioni politiche ed eventi climatici estremi. Lungo tutta la rotta a livello delle frontiere ( Turchia, Grecia, Bulgaria, Albania, Macedonia, Bosnia, Serbia, Croazia, Ungheria, Austria) continuano a verificarsi misure che mettono a rischio le persone migranti come violenze, torture, respingimenti e restrizioni arbitrarie. Trieste rappresenta la porta di ingresso per tutti quei migranti che vogliono raggiungere i paesi dell’Europa Occidentale. Da tempo a Trieste opera la Diaconia Valdese nel supporto ai migranti. In collaborazione con International Rescue Committee (IRC) Italia, la Diaconia monitora il flusso di migranti alla stazione centrale, offrendo assistenza legale e supporto informativo. Il monitoraggio del primo trimestre del 2026 certifica un leggero aumento rispetto allo stesso periodo del 2025. In totale sono state monitorate 2180 persone. Da segnalare un deciso aumento di persone in arrivo dal Nepal, 400 quelle certificate di cui almeno 100 donne. Tanti sono giovani uomini ma anche minori non accompagnati e piccoli nuclei famigliari con bambini piccoli. Afghanistan, Pakistan, Turchia, Nepal e Bangladesh i principali paesi di provenienza. Il punto sulla Rotta Balcanica con Marta Pacor, operatrice socio-legale di Diaconia Valdese a Trieste Ascolta o scarica  L’incontro con i migranti avviene nella piazza di fronte alla stazione centrale. Attorno alla piazza, gravitano in maniera stabile diverse realtà, che nel bene e nel male si danno da fare per supportare le persone in movimento. Una di queste è “Linea d’Ombra” che offre ai migranti cure mediche, indumenti puliti, cibo e socialità a chi passa in transito per la città di Trieste. Da diverso tempo compare in piazza anche una piccola parte di cittadini di Trieste in supporto alla rete dei Fornelli resistenti. I Fornelli resistenti sono l’esempio più interessante di quello che la “piazza del Mondo” vorrebbe fare ed essere: un centro di resistenza e di azione etico-politica volta a creare una comunità sociale e politica “messaggere di un futuro con cui dovremo fare i conti”. Nel corso del 2025 sono state accolte oltre “15.000 vite migranti, assistendole con cure sanitarie, scarpe, abbigliamento, giacche, zaini, coperte, sacchi a pelo”. In questi giorni a Trieste si trova la Rete Fornelli Resistenti di Brescia e Franciacorta insieme a una delegazione di Ape Brescia. Abbiamo raggiunto in piazza , durante la distribuzione del cibo, Siria e Stefano Ascolta o scarica 
April 17, 2026
Radio Onda d`Urto
Widad Tamimi: “Sto con i palestinesi e gli israeliani che cercano una pace vera e giusta”
“Forse può sembrare ingenuo, ma resto convinta che non ci siano alternative alla pace. La guerra consuma sempre: svuota, corrode, indebolisce anche chi crede di vincere. E i muri, prima o poi, mostrano la loro natura: sono sottrazione di possibilità, amputazione di futuro, un limite imposto tanto a chi li subisce quanto a chi li erige.” È uno dei passaggi più significativi dell’ultimo libro di Widad Tamimi, appena uscito per Feltrinelli, “Dal fiume al mare – Storia della mia famiglia divisa tra due popoli”. Del sottotitolo confessa di non essere soddisfatta, a non piacerle è quella parola: “divisa”. “La mia famiglia sul conflitto tra israeliani e palestinesi non è mai stata divisa”. La madre, Claudia Weiss, proveniva dalla grande borghesia intellettuale ebraica austroungarica, mentre il padre, Khader Tamimi (medico pediatra e attuale presidente della Comunità Palestinese della Lombardia, ndr) è un profugo palestinese ricco di ingegno e coraggio. Il mio nome significa ‘amore’ in arabo antico, una promessa non solo a me, ma quasi politica. Una coppia che aveva radici diverse e proveniva da esuli prometteva al mondo di potersi amare anche attraverso i figli che sarebbero arrivati. La famiglia di mia madre fuggì negli Stati Uniti dopo le ‘leggi razziali’, nessuno andò mai in Israele e nessuno della nostra famiglia ebraica condivise mai il progetto sionista. Fu mia madre però la vera artefice, la mente audace e rigorosa di quel progetto che rese possibile la nascita mia e di mia sorella. Mio padre ne è stato il cuore pulsante: accogliente, capace d’amore, com’è nella sua natura. Lei lasciò la casa di origine per un ideale di giustizia sociale, rinunciando al superfluo e alla sicurezza di una vita agiata, ben prima di conoscerlo. Era una vera sessantottina e lo rimase fino alla morte, avvenuta prematuramente nel 1991. Non sarà stato facile crescere senza di lei, scomparsa 35 anni fa… Mamma fu ricoverata per la prima volta quando avevo un anno, ma le sue battaglie con la depressione erano iniziate molto prima. Dei pochi anni che vissi con lei, soltanto cinque in casa e gli altri passati per poche ore al mese nelle varie cliniche psichiatriche in cui veniva rinchiusa, ricordo di averla consolata, tenuta tra le braccia, di averla temuta e persino odiata per quella sua debolezza che nessuno era in grado di spiegarmi. Nei momenti di maggiore angoscia e conflitto interiore mi domando cosa mi direbbe oggi, quando mi sento sola, accusata di essere una traditrice, una voltafaccia, una che si piega alle logiche del perbenismo o, al contrario, una che sta con il nemico. Colpevole, agli occhi di molti, della compassione che provo per gli uni e per gli altri e dello sguardo che poso su vite che considero – per ragioni diverse e con responsabilità differenti – ugualmente miserevoli. Pensa che dopo quasi 80 anni di sangue e dopo il genocidio la pace tra palestinesi e israeliani sia ancora possibile? Non indugio sulla sproporzione tra le sofferenze palestinesi e quelle israeliane. Preferisco volgere lo sguardo al futuro e alla necessità di restituire umanità a entrambi i popoli. L’umanità dell’uno non può sopravvivere senza quella dell’altro. È per questo che ogni progetto fondato sulla disumanizzazione inizia sempre dalla separazione: divide, impedisce la conoscenza reciproca, cancella la vicinanza, priva le persone della possibilità di riconoscersi simili e di condividere – nel suo senso originario – la compassione, il patire insieme. Il suo impegno per la pace e i diritti umani non si esaurisce nell’attività di scrittrice e giornalista… Durante la crisi della rotta balcanica, quando milioni di persone attraversavano anche la Slovenia per andare soprattutto verso la Germania e la Svezia, mi impegnai come volontaria della Croce Rossa per il programma Restoring family links. Lavoravo nei campi profughi dalle otto di sera alle otto del mattino, poi tornavo a casa e scrivevo le storie delle persone incontrate. Era un modo per smaltire il dolore e portarlo all’attenzione degli sloveni, che erano così poco abituati ad accogliere migranti di lingua non slava. Ho continuato a scrivere anche con i ragazzi palestinesi venuti a Lubiana per ricevere protesi e fare fisioterapia dopo le gravi amputazioni subite a Gaza. Già solo scrivere le loro storie significava offrire finalmente ascolto e restituire umanità a chi è sempre stato invisibile o al più un numero buono per le statistiche. Con alcune famiglie palestinesi abbiamo inviato quelle storie alla Corte Internazionale. Ricordiamo che ogni palestinese è testimone di crimini gravissimi. Ad aiutarmi è stato soprattutto un giovane avvocato israeliano in esilio; anche quella è una storia dolorosa. Le persone che per convinzione o professione mettono in discussione l’autorità dello Stato israeliano vengono allontanate o incarcerate. Per questo giovane avvocato tornare dai suoi genitori in patria è diventato impossibile. Con la rettrice della Statale di Milano e con il prorettore Stefano Simonetta e molti altri docenti stiamo facendo di tutto, inoltre, per riuscire a portare qui i 165 giovani palestinesi che hanno ricevuto borse di studio per venire a studiare in Italia: erano attesi a settembre, ma non sono ancora riusciti a lasciare la Palestina per l’Italia. Che cosa ha provato dopo il 7 ottobre? Fu come aprire la porta di casa e trovarsi di fronte un poliziotto venuto ad annunciare l’arresto, per un delitto atroce, di un padre amato. Provai smarrimento, sconforto, una tristezza feroce per i palestinesi che porto nel cuore da sempre, per quella loro capacità di sorriderti anche quando tutto crolla. La violenza cieca, la ferocia vendicativa, l’abuso sulle donne, il massacro dei bambini: ho temuto che stessimo perdendo la nostra resistenza più profonda. Non quella armata, ma quella interiore, palestinese: la capacità di restare se stessi nonostante decenni di soprusi, di fatiche, di violenze e di silenzi internazionali. Oltraggiare l’umanità dell’altro non è un gesto a senso unico. La disumanizzazione è una dinamica a specchio: ogni volta che neghiamo l’umanità di qualcuno, per riuscire a farlo dobbiamo anestetizzare anche la nostra. La rinuncia a ‘mettersi nei panni dell’altro’ comporta un danno profondo all’anima. Qualcuno potrebbe obiettare che è facile giudicare “da lontano”. È vero. Noi della diaspora ci sentiamo protetti dai diritti umani di cui godiamo. Non posso sapere per certo cosa avrei fatto se fossi nata in Israele e se avessi perso un figlio per mano di un palestinese, o se fossi cresciuta a Gaza, ma neppure se fossi vissuta sotto il fascismo o il nazismo. Per questo tutta la mia ammirazione va a chi vive laggiù e resiste all’odio, resta e lotta per la pace e cerca di dialogare con l’altro. È quella la scommessa più grande. Il minimo che possiamo fare noi che viviamo altrove è metterci in discussione e sostenere gli sforzi di chi ha il coraggio di andare controcorrente rispetto alla tentazione della vendetta e dell”occhio per occhio”. Mi sembra che questa sia proprio la scommessa di associazioni e gruppi come Women of the sun, la cui leader Reem al-Hajajreh è stata premiata da Gariwo al Giardino dei Giusti di Milano, che porta avanti un’iniziativa di pace insieme a Yael Admi, fondatrice dell’associazione israeliana Women Wage Peace. Pochi giorni fa a Roma le attiviste dei due movimenti hanno camminato a piedi nudi dall’Ara Pacis al Pincio per chiedere una pace vera e giusta. Infatti, per questo ho voluto invitare Reem a partecipare alle presentazioni del mio libro. Sul palco della Fondazione Feltrinelli ci ha detto: “Sono cofondatrice di un gruppo di donne che si battono per la libertà e per una pace giusta. Crediamo fermamente che il futuro dei nostri figli debba essere libero dall’ombra della violenza, lavoriamo per far sentire la voce delle donne e per costruire un domani di diritti e sicurezza per ogni essere umano. Nonostante il dolore e la rabbia della nostra quotidianità, abbiamo scelto di collaborare con quegli israeliani che hanno il coraggio di opporsi all’occupazione. Non è una strada semplice, richiede coraggio da entrambe le parti, significa sfidare il dolore da un lato e l’isolamento sociale dall’altro. Abbiamo aderito al ‘Mothers’ call’, l’appello delle madri, un grido comune di madri palestinesi e israeliane che si rifiutano di accettare l’idea che i propri figli debbano crescere schiacciati dalla guerra. Con questo appello chiediamo con forza ai leader di scegliere la vita, la comunità e una soluzione politica invece di perpetuare la violenza”. Ci sono quindi spiragli in questo mondo in cui il diritto internazionale viene quotidianamente calpestato? È molto facile perdere la speranza. Ci guardiamo in giro, leggiamo i giornali e il gioco è fatto. Non posso dire di svegliarmi di buon umore tutti i giorni e di sentirmi piena di energie e assolutamente lucida sulla possibilità di creare qualcosa di positivo; ci sono momenti in cui i crolli sono giganteschi per quello che vediamo. Non è solo il futuro, ma anche quello che si vive ora, le persone che soffrono oggi. Pensare a quello che succede in tante parti del mondo è un dolore gigantesco per tutti noi e per fortuna lo proviamo, sarebbe molto sbagliato non provarlo: mai indifferenti. È giusto soffrire con loro. Però sebbene ci sembri sempre che sia la fine, in realtà nella storia siamo sempre andati avanti. Certo, tendiamo a inciampare. È come se l’umanità non riuscisse a camminare dritta, ma continuasse a cadere e a rialzarsi. E ogni volta che ci rialziamo siamo più lucidi, più capaci, più presenti. Il diritto internazionale è stato fondato dopo le grandi tragedie del XX secolo, ma poi per decenni lo abbiamo dato per scontato invece che farlo crescere. L’abbiamo lasciato lì pensando: adesso siamo tutti salvi, invece avremmo dovuto lavorarci. Ora più che mai siamo tutti chiamati a questo compito. Nei prossimi mesi ci saranno a Tel Aviv incontri tra palestinesi e israeliani che cercano una pace vera e giusta e io sarò con loro. Invito ebrei, palestinesi, israeliani e la comunità internazionale a sostenere chi lotta per una pace giusta e per i diritti uguali per tutte le persone che vivono dal Giordano al Mediterraneo e oltre.         Claudia Cangemi
April 2, 2026
Pressenza
Dalle frontiere delle rotte balcaniche alle frontiere interne.
Abbiamo avuto ospite in studio un compagno dell’Assemblea MAI più cpr di Torino che ci fatto un dettagliato resoconto dell’incontro con compagni e compagne di Rotte Balcaniche. Dai confini lungo quella rotta ci siamo poi spostati al confine interno del CPR di Torino che negli scorsi giorni ha visto le ennesime rivolte dei reclusi. E poi ancora la repressione che stanno subendo alcuni medici di Ravenna per non aver sottoscritto l’idoneità all’ingresso nel CPR per alcuni migranti. Infine Milano dove al CPR di Via Corelli è stata aperta anche la sezione A che fino ad ora era rimasta chiusa. Buon ascolto. Questa la play list che ci ha accompagnato in questa puntata: 01 – Noura Mint Seymali: “Arbina” 02 – A Tribe Called Quest: “Electric Relaxation” 03 – D. D Dumbo: “Walrus” 04 – Dj Shadow: “Building steam with a grain of salt” 05 – Dangelo and the Vanguard: “Aint that easy” 06 – 4hero: “Loveless” 07 – Lamb: “Little things” 08 – LCD Soundsystem: “Losing My Edge” 09 – Kneecap: “I bhFiacha linne” 10 – Che Artur: “Light Goes Out” 11 – Danny the Darleans: “Girl” 12 – Ravi Shavi: “Great Escape” 13 – Irreversible Entanglements: “Open the gates” 14 – The Streets: “Lets Push Things Forward”
March 28, 2026
Radio Blackout - Info
Ogni sera in Piazza del Mondo
Comunicato stampa relativo alla consegna in Questura e Prefettura di Trieste delle firme raccolte affinché Piazza Libertà, ribattezzata Piazza del mondo, sia preservata come luogo di socialità, convivenza e amicizia tra le genti Il 17 febbraio abbiamo appreso dal social Trieste Café l’intenzione del gruppo Forza Nuova di chiedere alla Questura l’autorizzazione ad una manifestazione in piazza Libertà alle 19 di sera del 20 marzo. La richiesta è stata accompagnata dalla divulgazione di un manifesto pieno di violenza razzista. Come tutti sanno, proprio in quell’ora, in piazza si trova regolarmente ogni giorno l’ODV Linea d’Ombra, insieme ai “fornelli resistenti”, provenienti da tutta Italia, e ad altri gruppi di cittadini, scout, studenti, universitari, per accogliere i migranti della Rotta balcanica che giungono spesso in condizioni di sofferenza anche grave. È fin troppo evidente l’intenzione provocatoria di quest’associazione politica di matrice fascista: trasformare un luogo divenuto ormai da anni un centro di incontro, accoglienza e solidarietà fra cittadini italiani ed europei e chi proviene lungo la Rotta balcanica da paesi tormentati da guerre, carestie, crisi ambientali e violenze di ogni genere, in un luogo di odio e di violenza. Linea d’Ombra, insieme ad altre associazioni e cittadini, ha avviato una raccolta di firme, che ha quasi raggiunto la quota di cinquemila  (125 realtà associative e 4676 firme di persone fisiche) per chiedere, a chi ne ha il compito istituzionale, di preservare Piazza Libertà come luogo di incontro e di amicizia fra popoli, di cui oggi c’è un disperato bisogno. Lorena Fornasir (Presidente Linea d’Ombra ODV)   Redazione Friuli Venezia Giulia
March 2, 2026
Pressenza