Tag - data center

Negli Stati Uniti la protesta dal basso ha già bloccato oltre 70 progetti di data center
Almeno 75 progetti di data center, i capannoni pieni di server che fanno funzionare l’intelligenza artificiale, sono stati bloccati o rinviati negli USA nei primi tre mesi del 2026 per l’opposizione delle comunità locali, per circa 130 miliardi di dollari di investimenti. Li ha contati Data Center Watch, il progetto della società di ricerca 10a Labs che segue i progetti contestati dai residenti, secondo cui si tratta della «più grande concentrazione in un singolo trimestre mai registrata», pari al valore di tutto il 2025. Solo tra aprile e giugno l’osservatorio ne ha registrati altri 45, per quasi 68 miliardi. Un numero complessivo preciso, però, non esiste e le due cifre di Data Center Watch non possono essere sommate perché molti progetti fermati nel primo trimestre sono rimasti contestati anche nel secondo. Il conteggio fa distinzione anche tra progetti bloccati, cioè ritirati dopo le proteste, e progetti solo rinviati, che possono ancora ripartire. A confermare la tendenza è un’inchiesta del Financial Times, che cita il conteggio della società RegLayers: almeno 47 grandi progetti rinviati, ritirati o bocciati dall’inizio dell’anno. È una stima prudente, perché considera solo i progetti più grandi, e comprende anche quelli fermati da permessi negati o da difficoltà di finanziamento. Secondo la stessa inchiesta, quest’anno oltre mille comunità locali hanno tentato di introdurre moratorie, cioè sospensioni temporanee delle nuove costruzioni, o altri limiti. Intanto i gruppi locali di opposizione sono più che raddoppiati rispetto alla fine del 2025 e sono presenti in 49 Stati su 50. Dietro i numeri ci sono storie di piccoli centri. Ad Archbald, cittadina della Pennsylvania di circa 7.500 abitanti, il 27 marzo il Consiglio Comunale ha respinto un complesso di 18 edifici proposto dalla texana Provident Realty Advisors, davanti a circa 200 residenti. La legge statale imponeva di votare entro quel giorno, altrimenti il progetto sarebbe stato approvato in automatico. Gli abitanti temevano rumore, inquinamento luminoso e dell’aria, la perdita di habitat naturali e il calo del valore delle case. «Non corrisponde alla retorica del “buon vicino” che continuano a propinarci» ha detto la residente Janessa Bednash a DeSmog. A Hoffman Estates, alla periferia di Chicago, settimane di mobilitazione hanno spinto l’1 luglio la società Karis Critical a ritirare la richiesta di trasformare 186 acri, circa 75 ettari, di terreni residenziali in area industriale. I residenti avevano scoperto che il Comune discuteva il progetto con l’azienda da un anno e mezzo e che negli atti pubblici non c’erano studi ambientali né dati sul consumo d’acqua. Chi si oppone contesta i consumi di elettricità e il conseguente aumento delle bollette, l’acqua usata per raffreddare i server, il rumore e le scarse ricadute positive sul territorio. Sulle bollette i timori hanno una base documentata. Nella rete gestita da PJM, l’operatore che porta l’elettricità a 13 Stati dell’est e del Midwest, il controllore indipendente del mercato ha calcolato che la domanda dei data center, esistente e prevista, ha fatto salire di 23,1 miliardi di dollari i pagamenti per la “capacità”, cioè le somme versate alle centrali per garantire che ci sia abbastanza potenza disponibile nei momenti di picco. Solo nelle ultime due aste, 13,8 miliardi sono finiti direttamente nelle bollette, e nei primi tre mesi del 2026 il costo all’ingrosso dell’elettricità è cresciuto del 75,5% rispetto a un anno prima. La mobilitazione, come avevamo raccontato, è poi passata dalle assemblee comunali ai parlamenti statali tanto che, nelle prime sei settimane dell’anno sono state depositate oltre 300 proposte di legge sui data center e in 14 Stati, su iniziativa sia di democratici sia di repubblicani, è stata proposta una moratoria statale. Lo Stato di New York ha sospeso per un anno i nuovi impianti più grandi, mentre in Maine la moratoria approvata dal parlamento è stata bloccata dal veto della governatrice democratica Janet Mills. Washington spinge nella direzione opposta. La Casa Bianca ha ordinato alle agenzie federali di accelerare i permessi per data center e centrali, e il senatore repubblicano Tom Cotton ha chiesto al Dipartimento di Giustizia di indagare se dietro gli attivisti ci siano potenze straniere con presunti interessi nel rallentare la proliferazione di queste strutture. Il 9 ottobre la FERC, l’autorità federale che regola le reti elettriche, ha approvato la creazione di un registro dei grandi consumatori da almeno 50 megawatt nella rete PJM, che raccoglierà date di allacciamento e fabbisogno di potenza dei nuovi impianti. Gli stop si sommano ai dubbi degli analisti. Secondo la banca d’investimento Bernstein, solo il 35% dei data center annunciati negli Stati Uniti è davvero realizzabile. La protesta, intanto, ha attraversato l’oceano. In Lombardia è nata a settembre la prima rete dal basso contro i data center, che ha già frenato due impianti e l’11 ottobre ha portato in piazza a Milano la richiesta di una moratoria. Pochi giorni dopo il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha annunciato una modifica della legge regionale, mentre il governo va nella direzione opposta e ha dimezzato i tempi della valutazione ambientale per i nuovi impianti.   L'Indipendente
October 22, 2026
Pressenza
“NO DATA CENTER”: MAXI SCRITTA DI EXTINCTION REBELLION SULL’EDIFICIO IN CUI DOVREBBE SORGERE IL DATA CENTER PIU’ GRANDE D’ITALIA
“No Data Center”. È l’enorme scritta realizzata da Extinction Rebellion sulla facciata dello stabilimento ex-Ilte di Moncalieri, alle porte di Torino, edificio al centro dell’iter per la realizzazione di quello che potrebbe diventare il più grande data center d’Italia. Accanto alla scritta principale, visibile anche dall’autostrada e da Moncalieri, una seconda scritta “Stop Tech Fascism” (Stop tecno-fascismo) è stata realizzata sulla facciata laterale e uno striscione srotolato su una terza facciata con scritto “Fermare l’ecocidio”. «Lasciamo qui questo messaggio affinché sia visibile ovunque e serva da monito a tutte le amministrazioni», spiega Extinction Rebellion. «Un data center di queste dimensioni ha impatti ambientali, sanitari e sociali pericolosissimi ed è incompatibile con qualsiasi obiettivo climatico. In un mondo che sta collassando e in cui il costo della vita sta soffocando la maggioranza della popolazione, non c’è spazio per investimenti miliardari per strutture ecocide». Al centro della protesta ci sono gli enormi consumi energetici e idrici dei data center, oltre ai possibili effetti sociali e sanitari. Un impianto come quello ipotizzato a Moncalieri, da 527 megawatt e 4,5 miliardi di euro, consumerebbe tanta energia quanto tutte le famiglie piemontesi. A ciò si aggiunge l’acqua necessaria a raffreddare i server, in una regione alle prese con una siccità cronica, che ad agosto ha avviato le procedure per chiedere lo stato di calamità naturale per l’emergenza idrica. Anche i refrigeranti identificati come soluzione al consumo d’acqua possono in realtà comportare rischi: molti contengono PFAS, le cosiddette «sostanze chimiche eterne», che si disperdono nell’ambiente e si accumulano nel corpo umano. Un problema che il Piemonte conosce bene: a Spinetta Marengo, nell’Alessandrino, la produzione di PFAS dello stabilimento Solvay ha già esposto gli abitanti alla contaminazione, e queste stesse sostanze sono state rilevate anche nell’acqua potabile di oltre 70 comuni del torinese. In ultimo, i data center sono diventati veri e propri bersagli militari strategici negli ultimi anni, trasformando le infrastrutture digitali e l’Intelligenza Artificiale in nuovi teatri di guerra. «Moltiplicare queste enormi infrastrutture è folle: significa aumentare la pressione sulle risorse naturali e la dipendenza dai combustibili fossili, proprio quando la crisi climatica impone di azzerare le emissioni e contenere i consumi», aggiunge Extinction Rebellion. Nel rapporto «Energy and AI» del 2025 dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), la domanda dei maxi data center è infatti indicata come uno dei motori della crescita della produzione elettrica da gas e carbone fino alla fine del decennio. Ci racconta i contorni di questa azione Francesco di ER Torino Ascolta o scarica 
October 22, 2026
Radio Onda d`Urto
Data center: chi paga il prezzo?
di Redazione «Diogene notizie – lotta alla povertà» Pochi giorni prima delle manifestazioni finite con l’assalto a negozi e altri danni, Milano è stata protagonista di una protesta ancora poco conosciuta in Italia. In piazza della Scala a Milano, il 10 ottobre, si sono ritrovati oltre mille manifestanti, arrivati soprattutto dai comuni dell’hinterland lombardo. Una quarantina di comitati riuniti per
October 21, 2026
La Bottega del Barbieri
Negli Stati Uniti la protesta dal basso ha già bloccato oltre 70 progetti di data center
Almeno 75 progetti di data center, i capannoni pieni di server che fanno funzionare l’intelligenza artificiale, sono stati bloccati o rinviati negli USA nei primi tre mesi del 2026 per l’opposizione delle comunità locali, per circa 130 miliardi di dollari di investimenti. Li ha contati Data Center Watch, il progetto della società di ricerca 10a Labs che segue i progetti contestati dai residenti, secondo cui si tratta della «più grande concentrazione in un singolo trimestre mai registrata», pari al valore di tutto il 2025. Solo tra aprile e giugno l’osservatorio ne ha registrati altri 45, per quasi 68 miliardi. Un numero complessivo preciso, però, non esiste e le due cifre di Data Center Watch non possono essere sommate perché molti progetti fermati nel primo trimestre sono rimasti contestati anche nel secondo. Il conteggio fa distinzione anche tra progetti bloccati, cioè ritirati dopo le proteste, e progetti solo rinviati, che possono ancora ripartire. A confermare la tendenza è un’inchiesta del Financial Times, che cita il conteggio della società RegLayers: almeno 47 grandi progetti rinviati, ritirati o bocciati dall’inizio dell’anno. È una stima prudente, perché considera solo i progetti più grandi, e comprende anche quelli fermati da permessi negati o da difficoltà di finanziamento. Secondo la stessa inchiesta, quest’anno oltre mille comunità locali hanno tentato di introdurre moratorie, cioè sospensioni temporanee delle nuove costruzioni, o altri limiti. Intanto i gruppi locali di opposizione sono più che raddoppiati rispetto alla fine del 2025 e sono presenti in 49 Stati su 50. Dietro i numeri ci sono storie di piccoli centri. Ad Archbald, cittadina della Pennsylvania di circa 7.500 abitanti, il 27 marzo il consiglio comunale ha respinto un complesso di 18 edifici proposto dalla texana Provident Realty Advisors, davanti a circa 200 residenti. La legge statale imponeva di votare entro quel giorno, altrimenti il progetto sarebbe stato approvato in automatico. Gli abitanti temevano rumore, inquinamento luminoso e dell’aria, la perdita di habitat naturali e il calo del valore delle case. «Non corrisponde alla retorica del “buon vicino” che continuano a propinarci» ha detto la residente Janessa Bednash a DeSmog. A Hoffman Estates, alla periferia di Chicago, settimane di mobilitazione hanno spinto l’1 luglio la società Karis Critical a ritirare la richiesta di trasformare 186 acri, circa 75 ettari, di terreni residenziali in area industriale. I residenti avevano scoperto che il Comune discuteva il progetto con l’azienda da un anno e mezzo e che negli atti pubblici non c’erano studi ambientali né dati sul consumo d’acqua. Chi si oppone contesta i consumi di elettricità e il conseguente aumento delle bollette, l’acqua usata per raffreddare i server, il rumore e le scarse ricadute positive sul territorio. Sulle bollette i timori hanno una base documentata. Nella rete gestita da PJM, l’operatore che porta l’elettricità a 13 Stati dell’est e del Midwest, il controllore indipendente del mercato ha calcolato che la domanda dei data center, esistente e prevista, ha fatto salire di 23,1 miliardi di dollari i pagamenti per la “capacità”, cioè le somme versate alle centrali per garantire che ci sia abbastanza potenza disponibile nei momenti di picco. Solo nelle ultime due aste, 13,8 miliardi sono finiti direttamente nelle bollette, e nei primi tre mesi del 2026 il costo all’ingrosso dell’elettricità è cresciuto del 75,5% rispetto a un anno prima. La mobilitazione, come avevamo raccontato, è poi passata dalle assemblee comunali ai parlamenti statali tanto che, nelle prime sei settimane dell’anno sono state depositate oltre 300 proposte di legge sui data center e in 14 Stati, su iniziativa sia di democratici sia di repubblicani, è stata proposta una moratoria statale. Lo Stato di New York ha sospeso per un anno i nuovi impianti più grandi, mentre in Maine la moratoria approvata dal parlamento è stata bloccata dal veto della governatrice democratica Janet Mills. Washington spinge nella direzione opposta. La Casa Bianca ha ordinato alle agenzie federali di accelerare i permessi per data center e centrali, e il senatore repubblicano Tom Cotton ha chiesto al Dipartimento di Giustizia di indagare se dietro gli attivisti ci siano potenze straniere con presunti interessi nel rallentare la proliferazione di queste strutture. Il 9 ottobre la FERC, l’autorità federale che regola le reti elettriche, ha approvato la creazione di un registro dei grandi consumatori da almeno 50 megawatt nella rete PJM, che raccoglierà date di allacciamento e fabbisogno di potenza dei nuovi impianti. Gli stop si sommano ai dubbi degli analisti. Secondo la banca d’investimento Bernstein, solo il 35% dei data center annunciati negli Stati Uniti è davvero realizzabile. La protesta, intanto, ha attraversato l’oceano. In Lombardia è nata a settembre la prima rete dal basso contro i data center, che ha già frenato due impianti e l’11 ottobre ha portato in piazza a Milano la richiesta di una moratoria. Pochi giorni dopo il presidente della regione Lombardia Attilio Fontana ha annunciato una modifica della legge regionale, mentre il Governo va nella direzione opposta e ha dimezzato i tempi della valutazione ambientale per i nuovi impianti. The post Negli Stati Uniti la protesta dal basso ha già bloccato oltre 70 progetti di data center appeared first on L'Indipendente.
October 21, 2026
L'INDIPENDENTE
24 ottobre, mobilitiamoci contro il nucleare
di Ecoresistenze Il governo ha approvato la legge delega sul nucleare: fermiamoli! Mobilitiamoci su tutti i territori contro il ritorno del nucleare in Italia!   Nella Giornata Internazionale Contro i Cambiamenti Climatici, il 24 ottobre, affermiamo chiaro e tondo che IL NUCLEARE È INSOSTENIBILE! Il Governo ha appena convertito in legge il quadro normativo per la reintroduzione del nucleare in
October 20, 2026
La Bottega del Barbieri
I Data Centre in Italia: territorio, regolazione e conflitti e il ruolo dei comitati territoriali
Giorgio Pirina esamina la diffusione dei data centre in Italia, territorialmente concentrata nell'area periurbana milanese. Dopo aver riferito dei "Critical Data Center Studies" e illustrato i rischi che sorgono per suolo, energia, acqua e qualità dell'aria, Pirina ricostruisce l'evoluzione della normativa nel 2026 sostenendo che essa risponde soprattutto alla richiesta di tempi certi da parte degli operatori e non a quelle dei comitati territoriali, che invece svolgono un lavoro di cura del territorio che l'etichetta Nimby non coglie. Leggi l'articolo
October 19, 2026
Pillole di info digitale
Lombardia: la protesta contro i data center costringe Fontana a modificare la legge
Sono bastati poco più di 4 mesi per rendere evidente che la legge delle Lombardia sui data center, la prima in Italia, avesse bisogno di modifiche. L'annuncio arriva direttamente dal presidente della Regione, Attilio Fontana, che a margine dell’assemblea di Assolombarda a Milano ha confermato che la Giunta sta rimettendo mano al testo approvato a fine maggio. «Stiamo preparando una modifica della legge regionale», ha detto, invitando però a non farsi prendere dal panico. Due giorni prima, in piazza della Scala, circa mille persone e almeno trenta comitati della Rete Stop Data Center, arrivati ... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.   ABBONATI / SOSTIENI   L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. Username Password Ricordami     Password dimenticata The post Lombardia: la protesta contro i data center costringe Fontana a modificare la legge appeared first on L'Indipendente.
October 14, 2026
L'INDIPENDENTE
Data center, intelligenza artificiale, nucleare e riarmo
Stiamo assistendo a un vero boom dei Data Center (DC) di pari passi con l’impetuoso sviluppo dell’Intelligenza artificiale (IA). Per capire meglio cosa sia un DC ovvero la casa fisica di Internet e dell’ IA è interessante il racconto fatto sull’ultimo numero di Rivista Studio da Federica Verona che aveva visitato a San Francisco l’Internet Archive con sede in una chiesa sconsacrata: “Ricordo bene le stanze gelide dei server: macchine nere e rumorose che contengono cavi e sono punteggiate da lucine quadrate intermittenti; due tecnici intenti a fare flessioni al freddo; le statue dei dipendenti in miniatura disposte tutte in tondo nell’aula centrale della chiesa. E poi una lunghissima scritta su carta: il numero 50 seguito da 15 zeri e, in fondo, le parole Byted Archived.” Ecco presentato il corpo fisico di Internet: migliaia di server riuniti in un edificio formano un DC. Un corpo che si sta espandendo sempre più come un gigantesco…blob. In 179 Paesi del mondo ci sono ad oggi 12.259 DC di cui quasi metà negli USA e ben 3500 in Europa. In Italia si tratta di 190 impianti operativi, più 20 in costruzione altri 30 previsti. Quelli nuovi sono molto più potenti, arrivano anche a 240 MW per impianto rispetto ai 50 MW della media attuale. Il fatturato è enorme e in crescita, destinato a raggiungere i 440 miliardi tra due anni. In Italia il centro di espansione dei DC è la fascia lombarda attorno a Milano ma sicuramente anche il Piemonte e pure il Biellese possono divenire aree appetibili. Un database elaborato da Confindustria Piemonte contiene la mappatura delle aree industriali dismesse e libere per l’attrazione di investimenti sul territorio piemontese. Investimento può essere di tutto: dal manifatturiero alla logistica, dal campus fotovoltaico fino appunto ai Data Center. In Lombardia ci sono Comuni come Pregnana attratti dagli incentivi offerti dagli investitori in DC e dalle possibilità occupazionali, ma altri come ad esempio il vicino Comune di Vanzago sede di Oasi WWF, per restare in zona, decisamente contrari. Un altro caso mette al confronto i confinanti comuni pavesi di Borgarello e di Certosa di Pavia con il primo che si oppone ai progetti di DC del secondo. Un DC è un “capannone come un altro” e che per di più contiene un’attività pulita? Non proprio, stando ai molti critici, comitati, associazioni, Comuni, si mettono in rilievo i molti aspetti negativi: speculazione edilizia, rumore, consumo energetico, consumo di acqua per il raffreddamento, infrastrutture elettriche che attraversano i territori, emissioni dai generatori di emergenza. L’IEA stima che nel 2025 a livello globale i DC abbiano consumato 485 Terawattora di energia elettrica ma entro il 2030 il consumo potrà raddoppiare superando la richiesta di elettricità dell’intero Giappone. Ovviamente i DC causano aumento considerevole del calore nelle porzioni di suolo circostanti stimabili in 2 gradi almeno ma tale riscaldamento può raggiungere picchi vicini ai 10 gradi nelle isole di calore. Evidenti quindi i nefasti effetti anche sulla resa agricola. Consideriamo poi che il governo di destra nell’intento di favorire in tutti i modi gli investimenti di Big Tech in questo settore rende agevoli le procedure con iter autorizzativi semplificati ed accelerati. Gettiamo ora uno sguardo più in là cercando di cogliere quali connessioni ci siano con due ambirti apparentemente lontani ovvero il nucleare rientrato di prepotenza di recente nella pianificazione energetica del governo di destra italiano e l’industria militare. I DC come si è visto consumano tanta energia, energia in gran parte oggi proveniente da fonti fossili, ma quand’anche arrivasse da fonti rinnovabili sarebbe comunque sottratta ad altri impieghi. Questa brama di energia evidentemente il governo pensa di colmarla coi famosi moduli da 300 MW dei reattori in “stile lego” che secondo il ministro Pichetto Fratin saranno disponibili e disseminati nella Penisola nel giro di pochi anni. E qui si innesta un’altra storia, quella del GCAP acronimo di (Global Combat Air Programme) il caccia di nuova generazione guidato dall’intelligenza artificiale in grado di dirigere una moltitudine di droni in volo. Questo “gioiello” di tecnologia bellica come spiega l’amministratore delegato di Edgewing sarà un vero “nodo iperconnesso” in grado di trasmettere volumi giganteschi di dati dialogando con terra, mare, aria, insomma con tutti gli elementi senza perdere di vista il quarto ovvero il fuoco perché è chiaro che questo nuovo geniale ritrovato dell’industria bellica è un formidabile strumento di morte anche se naturalmente spacciato come indispensabile contributo al sistema di difesa e sicurezza. Ecco quindi che dalla joint venture di Leonardo (Italia) , BAE Systems (UK) e JAIEC (Giappone), è pronta la progettazione del super caccia già finanziata con i primi 6 miliardi di euro dalle tre nazioni. La filiera operativa di GCAP sarà in Piemonte; tra Torino e gli stabilimenti di Caselle prenderà forma questo velivolo con profilo stealth del tutto invisibile ai radar nemici. Ed eccoci alla fine alla chiusura del cerchio, con l’evidenza delle connessioni di una intelligenza artificiale sempre più a servizio dell’industria militare che si deve servire di Data Center sempre più potenti e il cui profilo energivoro troverà una moltitudine di “piccole centrali nucleari pronte a sfamarlo. Giuseppe Paschetto
October 12, 2026
Pressenza
Data center … eppur si muove! Presidio a Milano
Una giornata significativa quella di sabato 10 ottobre. Ben due manifestazioni indette a livello nazionale hanno visto la partecipazione di migliaia di persone a Milano: quella in Piazza della Scala, per dire Stop alla realizzazione sconsiderata di Data Center sul territorio nazionale, in particolare su quello lombardo e milanese e la manifestazione per la giornata mondiale di mobilitazione per la Palestina. In una piazza gremita come in poche altre occasioni, si sono ritrovati cittadini richiamati e sollecitati dai numerosi comitati che si sono costituiti in questi ultimi mesi intorno all’emergenza conclamata relativa alla costruzione di mega Data Center; alcuni dei quali si stanno per realizzare, altri sono in procinto e numerosi sono in fase di valutazione da parte delle amministrazioni comunali. Circa sei mesi fa, grazie a un gruppo di cittadini particolarmente attivi, un mega vaso di Pandora si è scoperchiato, lasciando intravedere quello che ha allarmato gli abitanti dei vari Comuni: la scoperta della costruzione, sui loro territori, di enormi infrastrutture di calcolo, parchi di generatori di emergenza funzionanti a gasolio, giganteschi sistemi di raffreddamento ad aria o ad acqua, consumo sconsiderato di suolo anche agricolo, costruzione di mega centrali elettriche per il funzionamento di questi colossi energivori. Tutto senza che le amministrazioni comunali abbiano sentito la necessità di consultare la cittadinanza, grazie a una legge approvata alla Camera in febbraio con soli 6 astenuti e in corso di esame al Senato. Alla Regione Lombardia è stata approvata lo scorso maggio, con il voto contrario del Movimento 5 Stelle e di altri esponenti dell’opposizione. Nessuna regolamentazione, ma solo la nefasta classificazione a infrastrutture di interesse strategico nazionale che ha aperto la strada al manifestarsi di una giungla di richieste alle amministrazioni e autorizzazioni anche in aree di Comuni confinanti, senza alcuna attenzione alla creazione di isole di calore e alla sovrapposizione di impianti altamente inquinanti. La legge ha infatti offerto la possibilità alle amministrazioni comunali di svendere i propri territori e i reali interessi dei cittadini alle big tech, velocizzando i tempi di insediamento anche senza le necessarie e puntuali verifiche di impatto ambientale, sociale e sanitario. Questa manifestazione di piazza ha fatto seguito al convegno regionale organizzato a Milano il 26 settembre, sempre dalla rete dei comitati cittadini STOP DATA CENTER. Il video del convegno fa comprendere le dimensioni del problema che abbiamo davanti. Al convegno sono intervenuti tecnici altamente qualificati, sono stati presentati dati incontestabili e portate esperienze circostanziate. Al presidio del 10 ottobre in Piazza Scala, oltre a diversi dei soggetti già intervenuti al convegno, erano presenti comitati di molti Comuni dell’hinterland milanese (Rho, Bollate, Trezzano, Cornaredo, Lacchiarella…), insieme a comitati provenienti da altre provincie quali Siziano, Certosa etc… Ciascuna di queste realtà ha portato lo stato di fatto dei propri territori, gli stati di avanzamento dei progetti e la diffusa sensazione di essere più o meno ovunque scavalcati dalle amministrazioni che non sembrano considerare gli impatti dei data center sulla popolazione e vedono principalmente, nei cospicui oneri che possono derivarne, la possibilità di soddisfare esigenze della comunità relative a servizi che diversamente non riuscirebbero a soddisfare. Il classico cane che si morde la coda, dove non spicca certo il coraggio di opporsi e quello di affrontare con decisione una politica a livello nazionale che genera solo guerre fra poveri. Purtroppo gioca in tutto questo anche una discreta ignoranza di quello che è il rovescio della medaglia, ignoranza che la rete sta provando a colmare non solo presso le amministrazioni comunali, ma anche tra i cittadini che si stanno sensibilizzando e mobilitando come non succedeva da tempo. Alcune delle principali figure di questo movimento sono Enrico Duranti di Lacchiarella (dove è previsto uno dei maggiori e impattanti impianti di data center in Italia e in Europa), attivista che fra i primi, circa sei mesi fa, ha mosso la sensibilità sul tema attraverso una ricerca certosina di dati, Pietro Cataldi, consigliere comunale di minoranza di Zibido San Giacomo (Comune limitrofo), Sergio Manera, fisico e ricercatore dell’Università di Pavia, il Prof. Marco Mazzotti del Politecnico di Zurigo e numerosi altri. Partendo dalla consapevolezza di non essere salvaguardati e ascoltati dalle istituzioni, si sono rivolti ai cittadini sensibili; questi hanno risposto costituendosi in comitati che si scambiano dati, conoscenze, buone pratiche e assumendo un ruolo che spetterebbe agli amministratori pubblici a questo delegati. Ma ormai è chiaro che queste deleghe sono necessariamente da riprendere in mano. Il lavoro infaticabile di tutti questi soggetti ha prodotto una moratoria (https://drive.google.com/file/d/1TiV2kTbfJXbmn_1SQt7VUNmwa2PEg2cL/edit), che sarà a breve oggetto di una massiccia raccolta di firme con l’obbiettivo di mettere in discussione l’attuale modello di sviluppo tecnologico e dei suoi impatti, sospendere ogni lavoro e autorizzazione in attesa di un Piano nazionale che stabilisca quali siano i reali bisogni di nuove infrastrutture e quale sia l’impatto che queste hanno sinergicamente sul territorio. Più volte è stato ribadito che non si tratta di una battaglia ideologica contro la tecnologia e l’intelligenza artificiale, ma di una necessaria valutazione dei rischi e dei benefici, degli interessi, dei reali bisogni, degli impatti e della sicurezza dei territori. Dato l’enorme consumo di energia di questi impianti è già stata ipotizzata e paventata la possibilità di affiancare piccole centrali nucleari. Sembra di assistere, come è stato detto, a una corsa all’oro dove, a quanto pare ai cittadini è stato riservato il ruolo dei nativi americani. Dalla piazza è salito un invito forte a stare uniti di fronte a questi colossi.  Si è percepita la sensazione confortante che di qui non si passerà! Loretta Cremasco
October 12, 2026
Pressenza