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Brasile: il Mata-Mata alle urne tra Lula e Bolsonaro
Il buongiorno all’indomani del primo turno elettorale in Brasile non ha avuto di certo l’oro in bocca, anche se un sospiro di sollievo ce lo ha comunque regalato, dal momento che ad un certo punto dello spoglio l’innominabile era al 51%…  Sapevamo però che i risultati del Nordeste, da sempre roccaforte della sinistra brasiliana dall’Indipendenza ad oggi, vengono conteggiati sempre un pelino più tardi: non perché il conteggio inizi effettivamente dopo, ma perché le urne delle diverse sezioni vengono trasmesse e totalizzate a velocità diverse, e in alcune aree del Nordeste le difficoltà logistiche e di collegamento possono rallentare la trasmissione dei dati. Non è la prima volta infatti che assistiamo alla rimonta del PT in piena notte… Lo scenario che ci troviamo davanti è quello cui avevamo assistito durante la turbolenta campagna elettorale e che pure ci avevano predetto i sondaggi, ovvero un Paese profondamente polarizzato: i risultati di lunedì 5 ottobre ci restituiscono un Brasile ancora più spaccato e diviso per i prossimi giorni di campagna elettorale, fino al secondo turno di domenica 25 ottobre, nel ballottaggio tra i due candidati che hanno ottenuto più consensi. Da una parte Luiz Inácio Lula da Silva, presidente in carica e leader storico del Partido dos Trabalhadores (il Partito dei lavoratori, PT), in corsa per un quarto mandato non consecutivo. Dall’altra Flávio Nantes Bolsonaro, senatore del Partido Liberal (PL) e figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, il quale si presenta in perfetta continuità e coerenza con l’eredità politica del padre e del bolsonarismo di estrema destra che ha tristemente segnato il Brasile negli ultimi anni e per le prossime decadi. > La partita politica che si sta giocando dietro e oltre i due candidati è > davvero decisiva, fuori e dentro il Paese, e riguarda profonde differenze > culturali, ideologiche ed economiche. Il pericolo più grande che sta correndo ora il Brasile con queste elezioni è il ritorno al governo di quell’ideologia di estrema destra liberale e mafiosa che combina conservatorismo sociale, nazionalismo, autoritarismo, securitarismo, militarismo, clientelismo, negazionismo ai tempi del COVID e patriarcalismo, come direbbe Gilberto Freire. La situazione in Congresso era già piuttosto critica prima delle elezioni: tradizionalmente dominato da partiti di centro e centrodestra, riuniti sotto l’etichetta di Centrão, dal 2018 ha visto crescere progressivamente la presenza delle forze di estrema destra. La nuova composizione parlamentare all’indomani delle elezioni, con il peso del PT sostanzialmente invariato rispetto alla legislatura precedente, conferma uno scenario sfavorevole per Lula, che già prima del voto si trovava ad affrontare notevoli difficoltà di agibilità governativa nel costruire maggioranze e portare avanti la propria agenda politica. DeputatƏ e senatorƏ sono infatti figure centrali del sistema legislativo brasiliano: riuniti nel Congresso Nazionale, l’equivalente del Parlamento italiano, elaborano e approvano le leggi federali ed esercitano funzioni di controllo sull’operato del governo. Cominciamo dunque col dire che anche in caso di vittoria, il leader del PT si ritroverebbe a fare i conti con un Senato a forte presenza del PL: il Partito Liberale di Bolsonaro, dopo aver conquistato 19 dei 54 seggi in palio, che si aggiungono ai 9 già in carica, porterà a 28 il numero dei propri senatori a partire dal 2027, diventando il partito con la maggiore rappresentanza al Senato federale brasiliano. Se poi si sommano i senatori e le senatrici di destra, il conteggio arriva a 49, vale a dire i 3/5 del senato, quanto basta per approvare proposte di riforma costituzionale (Proposta de Emenda à Constituição: PEC). Il resto del senato è dunque composto da 27 deputatƏ schierate a sinistra e 5 al centro. SENATO Brasile · 81 seggi · distribuzione per area politica 27Sinistra 5Centro 49Destra Fonte: poder360 · elaborazione DinamoPress Per un procedimento di impeachment – la messa in stato di accusa del Presidente – bastano 54 voti, facilmente e realisticamente raggiungibili con il sostegno delle forze politiche di centro. Secondo una ricostruzione del giornale Folha, sono almeno 51 i senatori e le senatrici che hanno manifestato, seppure con posizioni diverse, un orientamento favorevole a esercitare forte pressione sulla Corte Suprema, chiamata a pronunciarsi sulle sorti di Bolsonaro padre “dopo il ballottaggio”. Dunque, il rischio più immediato è di impeachment contro i giudici del Supremo Tribunale Federale (STF) che hanno condannato Jair Bolsonaro per il tentato Golpe del 2022-2023, il giudice Alexandre de Moraes in primis. Per la Camera il discorso è analogo, perché i deputati e le deputate del partito di Bolsonaro sono 121, ma in coalizione con gli altri partiti di destra il numero schizza a 283, contro i 123 del centro e i 107 di sinistra. Lula e il PT si troverebbero dunque in una posizione di estrema debolezza e con scarso margine di iniziativa in tutto il Congresso.  CAMERA DEI DEPUTATI Brasile · 513 seggi · distribuzione per area politica 107Sinistra 123Centro 283Destra Fonte: poder360 · elaborazione DinamoPress CHI SONO LE SENATRICI E DEPUTATI DEL BOLSONARISMO E DELLA SINISTRA BRASILIANA Tra le diverse persone elette, alcune meritano una pur rapida menzione. Del PL abbiamo l’imbarazzo (letteralmente) della scelta, ed è senza dubbio degna di nota la rapida ascensione da influencer a personaggi prima pubblici, poi politici, grazie all’impiego strategico delle tecnologie social. Tra le più virali ritroviamo Eduarda Campobiano, di 23 anni, deputata statale del PL per lo stato di São Paulo, la più eletta con quasi 2 milioni di voti: il volto arrogante e sprezzante dell’ipocrisia bolsonarista della peggior specie. Una giovane rampolla di una ricca famiglia proprietaria terriera originaria di Caserta e giunta in Brasile all’epoca in cui, in virtù del decreto N°272 del 10 dicembre 1884 al fine di «sbiancare» la popolazione brasiliana, il governo offriva politiche di accoglienza all’immigrazione europea. E quindi, vissuta senza mai dover lavorare mezza giornata della sua agiata vita, si batte per il merito scagliandosi contro le quote razziali. A tal punto è importante il merito individuale nel suo discorso che non ha presentato nessuna e dico nessuna proposta elettorale: ha costruito un’intera campagna sui social all’insegna di Deus, pátria e família, sferrando animate e violente critiche ai femminismi, ringraziando dio per l’evangelizzazione dei popoli nativi, pronunciandosi contraria al diritto di voto per le donne ma per la difesa incondizionata della vita del feto e della donna rigorosamente biologica e uterodotata, cui l’uomo ha tutto il diritto di dire «tornatene in cucina». Conosciamo sin troppo da vicino quel fenomeno di matrice patriarcale che coopta donne e altre soggettività e le porta a dominare la politica usando argomenti tutti antifemministi, pur avvalendosi delle conquiste dei movimenti femministi e transfemministi, come il diritto di voto o la possibilità stessa di stare in politica. Poi c’è Júlia Zanatta, deputata federale del PL per Santa Catarina, con 560.223 voti, la parlamentare più votata nella storia dello Stato. Le immagini divenute virali della sua commemorazione per le strade di Florianópolis con in mano un chicote (uno scudiscio di memoria schiavista) che faceva schioccare a terra e una tiara di fiori in testa (in allusione ad un’estetica associata al nazismo) ci fanno riflettere su quanto suprematista, razzista e violenta riesca ad essere la semiotica della destra bolsonarista. Screenshot dai video Lucas Pavanatto, giovane imberbe candidato «antiwoke», eletto deputato federale con un record di voti nello Stato di São Paulo, promuove una piattaforma profondamente conservatrice su aborto, identità di genere e politiche d’esclusione per le persone trans (escluderle dai bagni pubblici è la sua principale battaglia). Insieme all’alleata Eduarda fanno reel e interviste dai contenuti fortemente transfobici e razzismi che accalappiano milioni di like. C’è Nikolas Ferreira, anche lui giovane uomo bianco, uno dei principali esponenti e promessa nascente del bolsonarismo di destra, tutto dovuto ad una presenza molto forte sui social e ad una comunicazione politica rivolta alla fascia più giovane della popolazione: deputato federale per Minas Gerais, alle elezioni del 4 ottobre è stato rieletto con tre milioni e passa di voti, come Pavanatto, il risultato più alto mai ottenuto da un candidato alla Camera federale in Brasile. È un cristiano evangelico conservatore: la sua principale attività politica, sostenuta da un’importante costellazione di fake news, comprende l’attacco continuo e costante alla cosiddetta “ideologia di genere”, ai femminismi, al linguaggio neutro e alla cosiddetta “cultura woke”. > Negano con forza e tigna rara l’esistenza del fenomeno del femminicidio > appellandosi alla natura dei ruoli di genere, alla Bibbia, al nome di dio, > alla costola di Adamo ma soprattutto avvalendosi di toni incalzanti, > interruzioni continue e dichiarazioni sensazionalistiche che rendono la logica > rasa delle loro argomentazioni il focus stesso del discorso. L’unica proposta > a sostegno della difesa delle donne (bianche, cis, di classe alta) è quella di > armarle di pistola. Della sinistra brasiliana vale la pena menzionare Ana Elisa Santos Silva, di soli 21 anni: una giovane donna nera figlia di mãe solo. Viene eletta deputata federale per Minas Gerais nelle liste del PT con oltre 500 mila voti, risultando la seconda candidata più votata per la Camera nello Stato, dietro Nikolas Ferreira. Così come la sua antagonista Eduarda, la sua campagna è stata costruita soprattutto attraverso i social, mettendo a disposizione del partito il proprio corpo e la propria biografia di donna nera cresciuta dentro la scuola pubblica, con una comunicazione politica semplice, diretta, intelligente ed efficace. In una delle sue dichiarazioni all’indomani dei risultati ha criticato la sconfitta della sinistra al primo turno dicendo che «seppure un like non corrisponde necessariamente a un voto, l’errore è quello di non considerare le reti sociali terreno di scontro», e invitando a «calçar a sandália da humildade» (indossare i sandali dell’umiltà), nel senso di fare un bagno di umiltà e scendere ad occupare anche quel campo di battaglia.  Poi c’è lei: la diva, Erika Hilton, deputata trans del Partito socialismo e libertà (PSOL) di São Paulo che con più di un milione e mezzo di voti si colloca nella storia della Camera dei deputati del Brasile come la donna più votata di sempre. I suoi interventi sono paragonabili a dei dolci mantra da ascoltare e riascoltare durante il risveglio muscolare la mattina o il rilassamento la sera prima di andare a dormire tranquillƏ e sognare la caduta del patriarcato. E infine Anielle Franco, sorella di Marielle, già ministra dell’Uguaglianza Razziale nel governo Lula 2023-2026, eletta deputata federale per Rio de Janeiro nelle liste del PSOL, vicina politicamente e molto legata affettivamente a Mônica Benício, la vedova di Marielle che ha preso il suo posto di consigliera comunale di Rio nel 2020: insieme lottano per i diritti umani, delle donne e della comunità LGBTQIA+. TORNIAMO AL BALLOTTAGGIO DEI DUE CANDIDATI Bolsonaro al primo turno non ha avuto un sostegno coeso da parte dell’intera destra. Una frammentazione che potrebbe essere decisiva al secondo turno e che da una parte, paradossalmente, potrebbe ora favorirlo: al ballottaggio, infatti, una parte consistente dei voti raccolti dai candidati di destra e centrodestra potrebbe confluire sul PL.  È il caso di Ronaldo Caiado, ex governatore di Goiás, candidato del PSD (Partido Social Democrático) e uomo di riferimento dell’agronegócio, che dopo averlo attaccato durante la campagna ha infine annunciato il proprio sostegno al candidato del PL. Una convergenza non priva di imbarazzi e che non cancella le precedenti tensioni, come anche lasciava intuire la smorfia di Caiado quando, durante l’evento di Goiânia, dal palco Flávio ha promesso di cambiare la Costituzione, evocando la possibilità di «redemocratizzare» il Paese. Tuttavia, l’appoggio del leader non garantisce il trasferimento dei suoi voti: secondo i sondaggi pubblicati a ottobre, una parte dell’elettorato di Caiado — tra il 23% e il 35% nelle rilevazioni citate — dichiara di voler votare Lula al secondo turno.  Anche Romeu Zema, ex governatore di Minas Gerais e candidato di una destra liberale e liberista, ha finito per schierarsi con Flávio. Più complessa, invece, la posizione di Renan Santos, leader del Movimento Brasil Livre e candidato del Missão, espressione della destra conservatrice: dopo il primo turno ha scelto di non appoggiare formalmente nessuno dei due candidati. > La destra, insomma, non si è ricomposta interamente attorno al leader del PL > ma il candidato del PL parte con un vantaggio significativo nel bacino > elettorale dei suoi ex avversari. Un sondaggio Datafolha pubblicato prima del > voto mostrava già che, tra lƏ elettorƏ di Zema, Renan Santos, Caiado e Augusto > Cury, il figlio di coiso raccoglieva il 43% delle preferenze contro il 30% di > Lula.  La buona notizia è però che la destra bolsonarista di Flávio è una semplificazione talmente caricaturale e ignorante persino della stessa ideologia di destra, da spingere diversƏ elettorƏ della destra «civilizada» e do Centrão a preferire le politiche di Lula al suicidio economico, politico, ambientale, sociale che si prospetta con Bolsonaro jr Presidente e Alfredo Gaspar, accusato dello stu*pro di una tredicenne, a vice. Lo slogan di questa campagna è stato infatti «destra e sinistra con il bolsonarismo». Il vero nodo, ora, è che ci sono più di 30 milioni di persone astenute che possono decidere le sorti del Brasile alle urne di questo 25 ottobre ormai prossimo: anche Lula potrebbe recuperare consensi tra chi ha lasciato la scheda in bianco (quasi il 10%) o non ha votato al primo turno e deciderà di farlo al secondo (21,06-8%). La campagna elettorale si sta concentrando infatti sull’invito a recarsi alle urne, a scendere in strada, a parlare con le persone, a condividere la campagna digitale. E non appena Lula ha condiviso il suo invito Bora pra rua (andiamo in strada), migliaia di studenti hanno inondato le strade cantando olé olé olé olá, Lula Lula; la Avenida Paulista un fiume rosso infinito; a Rio de Janeiro pienone a sostegno di Lula come fu per Madonna nel 2024. Sui social, la rete di artistƏ, influencer, capoeiristas del Nordeste e non solo sta rilanciando l’enorme mobilitazione digitale in vista del ballottaggio, attraverso video, slogan, hashtag e contenuti pensati per raggiungere nuovi segmenti di elettorato.  Un ruolo particolare e imprescindibile in questa incredibile campagna elettorale senza precedenti è quello di André Janones (“Danone” per i meme), deputato federale dello Stato di Minas Gerais e tra i principali artefici della comunicazione digitale a sostegno di Lula. Con i suoi video urlanti, un carisma contagioso e gli addominali esibiti, il gruppo WhatsApp «Exército do Lula» è riuscito a dettare un’urgenza politica mai vista e a raggiungere 5 milioni di iscrittƏ. La controparte ha subito risposto con un altro canale di mobilitazione a sostegno del leader del PL, ma il gruppo «Tropa do Flávio» ha raggiunto appena un milione e mezzo di iscrizioni. E mentre il gruppo di destra gode dell’appoggio delle grandi Big Tech e quindi della preferenzialità algoritmica nella diffusione di meme e fake news che incitano all’odio e che denigrano la sinistra, quello del PT è stato persino sospeso in ben due episodi dal chiaro e amaro sapore di censura: l’ultimo, gravissimo, durante la votazione di mercoledì 14 che riguardava la tanto discussa e divisiva Proposta de Emenda à Constituição (PEC) relativa alla fine della settimana lavorativa nella formula 6x1. Su questo proposito, vale la pena di sottolineare che nonostante gli attacchi e i sabotaggi, le bugie e le false promesse, il passaggio da 44 ore lavorative a 40, garantendo due giorni di riposo senza riduzione salariale, segna una vittoria storica nella conquista dei diritti della classe lavoratrice grazie alla perseveranza di deputatƏ come Erika Hilton e Rick Azevedo – ex commesso di farmacia, divenuto noto nel settembre 2023 grazie a un video in cui denunciava le conseguenze della settimana lavorativa di sei giorni: dopo aver fondato il movimento Vida Além do Trabalho (VAT: Vita Oltre il Lavoro), nel 2024 è stato eletto consigliere comunale a Rio de Janeiro e a quest’ultime è stato eletto deputato federale per il PSOL, con 191.371 voti. L’enorme azione digitale del 17 ottobre scorso, ad esempio, ha riscosso tantissimo successo sul piano simbolico: l’appello a indossare le magliette gialle e a tornare a esibire il verde e il giallo oro della bandiera brasiliana – colori e simboli sussunti dal precedente governo Bolsonaro in un processo di identificazione forzata con l’estrema destra – ne ha riaffermato il carattere nazionale. > La contesa elettorale si è spostata così anche sul piano dell’identità visiva, > dunque, nello sforzo di rinnovare l’immaginario di sinistra, al fine di > renderla gostosa (sexy), giovane, tonica e persino “patriottica” nel senso > democratico del termine.  Insomma. Per chi si ostina a pensare che non ci sia partita, già il sondaggio di Vox Brasil del 9 ottobre indicava Lula avanti di 1 punto e mezzo: la distanza tra i due candidati è inferiore al margine di errore e quasi unƏ elettorƏ su dieci non ha ancora espresso una preferenza, restituendo non un vantaggio statisticamente accertato, ma sì un quadro di sostanziale equilibrio che ci lascia ben sperare nella svolta, a virada. Anche all’interno del PT un po’ di entropia non manca. Nel commentare i risultati all’indomani delle elezioni, lo stesso Lula non nasconde un po’ di delusione («Eu gostaria de ter ganho no primeiro turno», ovvero: «Mi sarebbe piaciuto aver vinto al primo turno») e un velo di stanchezza e paura – paura per quello che potrebbe succedere al Brasile se cadrà in mano a questa banda di miliziani corrotti, disonesti, arrivisti, megalomani, misogini e razzisti. Ma non è la prima volta che Lula si trova a disputare la presidenza al ballottaggio e a pensare che gli sarebbe piaciuto vincere al primo turno. Lui stesso afferma che «lo avevamo già pensato nell’89 anche se poi non era andata, nel ’94, nel ’98, nel 2002, nel 2006, e poi lo abbiamo pensato nel 2010 con Dilma, nel 2014, poi l’ho pensato con Haddad nel 2018…»: non passa al primo turno, dice, con la solita ironia che lo contraddistingue, perché alla gente piace vederlo «giocare ai supplementari», perché è molto bravo nel mata-mata, il testa a testa. > Quanto alla strategia comunicativa da mettere in campo nella corsa alla > presidenza, c’è chi invoca una campagna più rigorosa e radicale, capace come > stiamo vedendo di parlare soprattutto attraverso i social network e di mettere > sul tavolo progetti ambiziosi di politica pubblica per conquistare la parte di > elettorato ancora indecisa. Tra le proposte circolate c’è per esempio quella di rendere gratuiti i trasporti pubblici durante il fine settimana — un terreno sul quale il PT rivendica risultati quali la realizzazione e l’inaugurazione  della metropolitana di Salvador de Bahia — con il rischio, tuttavia, di provocare una reazione dei ceti medi, chiamati attraverso la fiscalità a sostenere servizi dai quali non si sentono direttamente beneficiati. Un’altra componente del partito preferirebbe puntare invece su politiche di austerità, nel tentativo di rassicurare le forze conservatrici e indurle a ripiegare su un Lula ancora più ricattabile e indebolito dall’esito elettorale. Chiara e condivisa è la necessità di condurre una campagna più incisa e contundente, tesa a «smascherare» le frodi, gli scandali e le accuse che vedono coinvolto l’avversario, e a denunciarne un disegno politico che avrebbe quale unico proposito l’asservimento del Brasile agli Stati Uniti e la cessione di sovranità all’amministrazione Trump. In rete circolano migliaia di video di denuncia sulla frode finanziaria del Banco Master, sulle rachadinhas e su tutta la banda di politici corrotti, miliziani, mercenari, ex poliziotti militari e trafficanti che attestano il coinvolgimento di Flávio Bolsonaro finanche nell’omicidio di Marielle Franco e Anderson Gomes.  Di nuovo in primo piano il caso del fratello di Flávio, Eduardo, rifugiatosi negli Stati Uniti per fuggire alla condanna a quattro anni e due mesi per coercizione nell’ambito del procedimento a carico del padre (appoggiato dal Governo di Trump): l’8 ottobre 2026 riceve dal giudice Alexandre de Moraes un mandato di arresto e la revoca del passaporto brasiliano.   Il nome di Alexandre de Moraes, uno dei giudici più influenti dell’STF che ha condannato Jair Bolsonaro per il Colpo di Stato e ora il figlio Eduardo, costituisce un problema anche per Lula in questa campagna: a inizio settembre sono emersi presunti contatti tra Alexandre de Moraes e Daniel Vorcaro, attualmente in detenzione preventiva. Sono inoltre emersi rapporti professionali tra l’ex banchiere e lo studio legale della moglie del giudice. A rendere pubblica parte dei documenti è stato André Mendonça, ministro del STF indicato da Jair Bolsonaro nel 2021 e relatore del caso. La vicenda ha innescato uno scontro interno alla Corte, alimentando i dubbi sulla sua imparzialità e finendo per avere ricadute anche sul governo Lula, che negli ultimi anni ha trovato nell’STF uno dei principali argini al bolsonarismo. Forse delegando troppo e con ingenuità? BOLSONARISMO E POLITICHE PUBBLICHE Il bolsonarismo ha effettivamente costruito consenso anche tra le classi popolari e nelle aree rurali e periferiche, grazie anche – direttamente e indirettamente – alla presenza capillare delle chiese evangeliche e neo pentecostali, che accolgono migliaia di persone alla ricerca di speranza, sostegno e forza per andare avanti malgrado condizioni di vita spesso segnate da povertà, violenza e grandi tragedie sociali, umane e ambientali. È proprio dentro queste fragilità che il bolsonarismo ha saputo intercettare due sentimenti potentissimi: la paura e l’insicurezza. Coerentemente con quello che da sempre fanno le destre. > In un Paese segnato da criminalità organizzata, disuguaglianze abissali e > violenza sociale, la promessa di più ordine, più repressione e più sicurezza > può diventare una proposta politica molto efficace. Inoltre, le politiche pubbliche di Lula sono spesso percepite come assistenzialistiche non solo dalle classi privilegiate, le quali non si sentono dirette beneficiarie e anzi sentono che ne debbono sopportare il «peso fiscale», ma anche da quella parte della popolazione più povera che può aver interiorizzato una narrazione sociale che ne svaluta la condizione e la confina ai margini. L’introiezione dello sguardo coloniale non sempre permette di rivendicare la propria origine sociale: il rifiuto di una condizione percepita inferiorizzante e il desiderio di identificarsi con il potente, con o capitão, possono diventare meccanismi profondi e difficili da scardinare. > In questa prospettiva, il modello sociale proposto da Lula può essere > percepito anche da una parte delle fasce più povere della popolazione > brasiliana alla stregua di una conferma della propria condizione, mentre la > promessa di ricchezza e potere, incarnata dal modello esaltante ed egocentrico > di Bolsonaro, sulla scia del sogno americano e della Teologia da Prosperidade, > appare più allettante e vicina. Ancora: una parte del discorso della sinistra rischia a volte di risultare lontana e scollata dall’esperienza quotidiana di una parte della popolazione. Spesso analisi politiche complesse, linguaggi settoriali e riferimenti culturali hanno creato una distanza tra leader politici ed elettorato. Al contrario, alcune forze della destra radicale e populista come lƏ candidatƏ bolsonaristas sopra menzionatƏ costruiscono la propria comunicazione attorno a pochi concetti, spesso in perfetta antitesi con quelli proposti dalla controparte, facendo leva su dichiarazioni d’impatto e bisogni concreti. Questa semplicità – e superficialità – comunicativa, finanche aggressiva, contribuisce a coinvolgere quelle persone che si sentono solitamente escluse dal linguaggio delle élite culturali e politiche, offrendo loro non soltanto una risposta immediata, ma anche il senso di essere finalmente ascoltate, viste, rappresentate, difese. Questa sensazione di vicinanza tra elettorato e lƏ candidatƏ è poi amplificata dalla comunicazione nelle reti sociali, dove ogni singolƏ cittadinƏ può commentare, scrivere, domandare, insomma interagire direttamente con il “proprio” Presidente. > Che Lula riesca o meno nell’impresa della rimonta, tuttavia, da questo momento > entriamo nella prospettiva di una sinistra brasiliana in crisi nella società e > nelle istituzioni, con la durissima sfida di rinnovarsi senza dover fare > affidamento sulla figura salvatrice del Paese. Su questo, anche all’interno della stessa sinistra esiste un dibattito sulla forte personalizzazione della politica intorno alla figura pur carismatica e benvoluta di Lula e sulla necessità di costruire comunque nuove leadership. Anche perché Lula, per quanto si faccia i selfie e pubblichi le storie mentre corre e si allena e saltelli a ritmo di musica durante le parate… ha sempre e comunque 80 anni: noi gli auguriamo lunga vita, a lui e alla democrazia che rappresenta, ma questa è molto probabilmente la sua ultima compagna elettorale. E con lui tramonterà un modo di fare politica. President Donald J. Trump poses for a Family Photo with world leaders at the Shield of the Americas summit at Trump National Doral, Saturday, March 7, 2026, in Miami, Florida. (Official White House Photo by Daniel Torok) IL RUOLO DI TRUMP E DEL BRASILE NELL'EQUILIBRIO DELL'AMERICA LATINA Queste elezioni non riguardano solo Lula, il Brasile e il suo popolo: riguarda tutto il Latino America, gli Stati Uniti, riguarda l’Europa, riguarda i rapporti con la Cina, il modo di intendere e agire la democrazia e la sovranità di un Paese… La minaccia del bolsonarismo ci riguarda tuttƏ da così vicino che a guardarci dentro riusciamo a specchiarci.  Nei primi anni Duemila, le mobilitazioni sociali e popolari attraversarono l’America Latina, aprendo la stagione della «marea rosa», con l’ascesa di governi progressisti come quelli di Lula in Brasile, Chávez in Venezuela, Morales in Bolivia e Correa in Ecuador. A quella stagione si affiancarono l’ondata transfemminista di Ni Una Menos e la «marea verde» per il diritto all’aborto: quei venti hanno soffiato forte e chiaro anche oltreoceano, e la marea ha inondato anche i movimenti nostrani. > Poi il vento ha cambiato direzione: dodici delle ultime quindici elezioni > presidenziali latinoamericane sono state vinte da candidati di destra o > centrodestra. Questa svolta si accompagna al coordinamento internazionale delle destre, di cui Trump e il suo governo giocano un ruolo centrale, come dimostrano la creazione «Scudo delle Americhe», lanciato nel marzo 2026, e la conferenza dedicata alla presunta rinascita del «terrorismo politico di estrema sinistra» e convocata a Washington a luglio dal Segretario di Stato Marco Rubio. Sotto la bandiera della sicurezza e della lotta al narcotraffico e all’estremismo, queste iniziative statunitensi accostano fenomeni profondamente diversi e delineano una strategia di contrasto e criminalizzazione dei movimenti di protesta. Una strategia che ha già colpito anche in Italia: dopo la triste vicenda di Francesca Albanese, nell’agosto 2026 gli Stati Uniti inseriscono il collettivo Autistici/Inventati nelle liste delle organizzazioni sanzionate per «terrorismo». Sappiamo inoltre quanto il peso della politica di Donald Trump sull’economia latinoamericana sia preponderante: le scelte di Washington non si fermano ai confini degli Stati Uniti, ma incidono sulle esportazioni, sugli investimenti, sui prezzi e sui margini di autonomia economica dei Paesi latinoamericani. Per il Brasile, questo intreccio è particolarmente importante perché combina rapporti commerciali con gli Stati Uniti, legami con la Cina e interessi strategici nell’agroindustria e nelle materie prime. Nel luglio 2026, gli USA hanno introdotto dazi del 25% su diverse categorie di prodotti brasiliani, tra cui macchinari agricoli, legname, etanolo e abbigliamento, coinvolgendo scambi per un valore stimato tra 7 e 11 miliardi di dollari. La disputa commerciale ha così assunto anche un significato politico, mettendo al centro il costo meramente economico dei rapporti con l’amministrazione statunitense. La posta in gioco si fa ancora più alta se appunto allarghiamo lo sguardo oltre il Continente: dietro la pressione commerciale di Washington, infine, c’è anche la competizione strategica con Pechino. > Per i paesi latinoamericani, e per il Brasile in particolare, la sfida > consiste nel preservare l’accesso al mercato statunitense senza compromettere > i rapporti economici con la Cina, importante destinazione delle esportazioni e > partner commerciale di primo piano.  È in questo scenario che si inserisce il ballottaggio brasiliano. Un eventuale ritorno del bolsonarismo al governo rafforzerebbe innanzitutto i legami del Paese con la politica trumpiana e con tutta la rete internazionale delle destre. Di fronte a questa prospettiva, Lula rivendica l’autonomia e la sovranità del Brasile con una frase che è insieme dichiarazione politica e monito: «O Brasil não cabe no quintal de ninguém» — il Brasile non è il cortiletto di nessuno. Perché il Brasile non è soltanto O pais do Carnaval che ci descriveva il grande Jorge Amado: è il Paese più grande dell’America Latina, una superpotenza economica e agricola, ha un peso enorme sulle questioni ambientali e climatiche ed è centrale negli equilibri politici dell’intero continente. Per questo motivo, ciò che abbiamo visto finora e che vedremo fino a questa domenica non è stato e non sarà solamente un confronto tra due candidati. Sarà il confronto tra due progetti politici, due letture del presente, due idee diverse del ruolo che il Brasile dovrebbe avere nel mondo, nell’economia mondiale: o da protagonista, che impara a valorizzare, ottimizzare, impiegare, coltivare le proprie risorse, o da gregario, che semplicemente le svende al miglior offerente. Una dicotomia che soprattutto non vedrà risoluzione il 25 ottobre.  Il Brasile continuerà a misurarsi con le profonde disuguaglianze sociali, con la questione ambientale e la crisi climatica, con la violenza sistemica e strutturale, con il rapporto tra istituzioni e forze economiche, con il ruolo delle chiese evangeliche e del crimine organizzato all’interno delle comunità, e con la domanda di rappresentanza dei corpi e dei popoli storicamente esclusi. Immagine di copertina Lula official Flickr Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. 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October 22, 2026
DINAMOpress
Come essere liceale – di François Dubet e Marie Duru-Bellat
Nel giorno delle manifestazioni studentesche in Italia e nel prosieguo di quelle in Francia, riprendiamo un articolo di François Dubet e Marie Duru-Bellat, noti sociologi, che ripercorrono l'evoluzione del sistema scolastico francese per indagare le vere cause rimosse del disagio di questa generazione. La versione originale si trova sulla rivista AOC media - Analyse [...]
October 16, 2026
Effimera
Gerontofascismo
-------------------------------------------------------------------------------- Disegno di Davide Puglielli. Spiega l’autore: “È il frutto della lettura di alcuni articoli di Bifo pubblicati su Comune e del suo libro Respirare. Caos e poesia (Luca Sossella Editore)“. La difficoltà di respirare è ciò che ogni giorno proviamo nel mondo in cui la bestia razzista e fascista dilaga -------------------------------------------------------------------------------- È innegabile il carattere fascista del regime che si è instaurato negli Stati Uniti d’America, nell’ultimo decennio, da quando ha vinto le elezioni presidenziali un individuo che incarna in maniera esemplare l’ignoranza, la tracotanza e il razzismo. Violenza contro le minoranze, negazione della divisione tra i poteri dello Stato, razzismo dichiarato e ostentato, deportazioni di massa, aggressività militare. Eppure la parola «fascismo» deve essere contestualizzata, perché non è sufficiente a definire la novità di quello che sta accadendo, non solo negli Stati Uniti ma in tutto l’Occidente. Il fascismo – fenomeno anzitutto italiano – si manifestò un secolo fa come espressione di una popolazione giovane. Il Futurismo italiano fu l’anticipazione non soltanto estetica, ma psicologica e anche politica di quello che Benito Mussolini trasformò in movimento di massa, fino a impadronirsi del potere politico e fino a portare l’Italia alla catastrofe della Seconda guerra mondiale. La giovinezza e l’aggressività maschile erano caratteri essenziali di quel movimento, nella sua versione artistica come nella sua versione politica. Giovinezza significava culto del futuro, sfida contro le tradizioni e contro il principio femminile che mal si concilia con il militarismo. Il fascismo in effetti fu espressione dei giovani che avevano combattuto nella Prima guerra mondiale, dei reduci che protestavano contro gli inglesi e i francesi, le potenze «plutocratiche» che al congresso di Versailles avevano umiliato l’Italia. Il fascismo del secolo ventuno Cento anni dopo la realtà demografica è radicalmente mutata: la società italiana come l’intero Occidente conosce un fenomeno di invecchiamento inarrestabile. L’effetto congiunto della denatalità e del prolungamento del tempo di vita sta provocando una dilagante senilità. La proporzione degli anziani è cresciuta enormemente nei primi decenni del nuovo secolo. Inoltre occorre considerare che la depressione, la solitudine, l’anoressia sessuale tendono a fare della senilità un carattere della stessa ultima generazione. Se il fascismo storico fu un fenomeno di aggressività giovanile, il fascismo del secolo ventuno è un tentativo rabbioso di reagire alla depressione senile. Se il fascismo storico fu espressione di un’energia del corpo sociale, oggi il corpo sociale è depresso ed esausto, e solo grazie alla potenza delle tecnologie può esprimere la sua violenza. Così, se la violenza del fascismo novecentesco era essenzialmente fondata sulla forza bruta dei manganelli squadristi, nel secolo ventuno il potere fascista investe prima di tutto la mente, mobilitando l’energia nervosa, sottomettendo l’elaborazione psichica e modellando il funzionamento della mente fino a sostituire l’attività dell’intelligenza umana con i dispositivi di intelligenza artificiale. Ma proprio perché la società novecentesca era espressione di energie giovani, allora era possibile l’attesa di un futuro alternativo, democratico, liberale o socialista. Al nazionalismo e alla guerra si opponeva la prospettiva internazionalista. Al suprematismo razzista si opponeva un movimento anticolonialista in espansione. Anche oggi, naturalmente, gran parte della società si oppone al fascismo e alla guerra, ma dove sono le energie necessarie per rovesciare il regime dell’oppressione e dell’ignoranza? Quali sono le forme politiche capaci di raccogliere le energie sociali e scatenarle contro l’oppressione tecno-fascista? E soprattutto, in quale tempo potrà emergere un’alternativa, dal momento che il tempo che viene è offuscato dalla crescente devastazione climatica, e soprattutto dal dilagare della senilità incipiente? Il futuro non compare nell’immaginario e nel discorso quotidiano, se non come oggetto di un timore, di un’angoscia indefinita. Da quando si è dissolta l’alternativa che aveva nel movimento operaio il suo soggetto sociale centrale, e nell’internazionalismo la forma generale dell’azione politica, il pensiero critico sembra avere smarrito il sentimento della speranza, se posso usare questa espressione piuttosto vaga. Per essere più precisi diciamo che la prefigurazione di forme sociali alternative sembra del tutto scomparsa dalle aspettative del pensiero critico e dei movimenti sociali che si oppongono allo stato di cose presenti. Si tratta di un semplice ritardo, di una comprensibile difficoltà? Dobbiamo attendere l’elaborazione di modelli sociali alternativi alla devastazione presente, dobbiamo concentrare i nostri sforzi teorici e immaginativi verso questo tipo di elaborazione? Oppure si tratta del fatto che la possibilità di immaginare futuro è scomparsa dalla costituzione materiale ed epistemica della soggettività presente? L’inconscio collettivo registra la pura e semplice sparizione di un’immaginazione di futuro che non sia distopico. Chi è cresciuto nell’orizzonte del progresso e della democrazia fatica ad accettare l’idea che quell’orizzonte è scomparso per sempre: ma intanto nel nuovo orizzonte la nozione stessa di «umano» appare dissolversi. L’autoritarismo libertario L’autoritarismo che si va dispiegando non si può comprendere soltanto con gli strumenti dell’analisi politica ereditata dal marxismo e dal pensiero democratico novecentesco. Occorre mobilitare concetti che vengono dal campo della psicopatologia. Solo così possiamo misurare la distanza del regime trumpista (e dei suoi vassalli locali) dalla razionalità politica cui eravamo abituati in quell’epoca che chiamavamo modernità. Se ci limitiamo all’analisi politica non possiamo comprendere le intime venature del comportamento di questa nuova classe di predatori bianchi, né la genesi dell’aggressività razzista e machista, né i progetti di devastazione e genocidio che questi dominatori hanno elaborato e si accingono a mettere in atto. Per riuscire a comprendere quel che vi è di nuovo nella follia del potere dobbiamo ammettere che l’agire politico contemporaneo è il palcoscenico in cui si svolge un dramma psicotico, e che per comprendere il discorso dei nuovi tiranni occorre partire dalla sofferenza psichica e dalle sue manifestazioni deliranti. La specificità dell’autoritarismo contemporaneo non sta nelle sue forme politiche, che per lo più imitano e riproducono quelle del fascismo mussoliniano o quelle del nazismo hitleriano, o del razzismo del Ku Klux Klan, ma sta nella specificità delle sue modalità deliranti, che sono effettivamente diverse da quelle che alimentarono il nazi-fascismo novecentesco. È nelle forme della psicosi essenzialmente senile e depressiva, piuttosto che giovanile ed euforica, che si trova la specificità della malattia politica del nuovo secolo. Nel 1919 Sándor Ferenczi osservò che la psicoanalisi dispone di concetti per capire le nevrosi individuali, e fors’anche di tecniche terapeutiche capaci di curare la sofferenza individuale, ma non è attrezzata concettualmente né praticamente per far fronte alla psicosi di massa. Nei decenni seguenti a quelle affermazioni di Ferenczi, alcuni psicoanalisti tentarono di disegnare le linee di formazione psicologica del fascismo delle masse. Wilhelm Reich, ad esempio, indicò nella repressione sessuale una delle cause principali dell’adesione a politiche autoritarie e nazionalistiche. Ma quel quadro interpretativo appare oggi fuori tempo, perché alla repressione sessuale si è sostituita una paralisi del desiderio, anche se il discorso del potere è rivolto a incitare lo scatenamento delle pulsioni, a rendere obbligatorio il godimento, piuttosto che a imporre la repressione e colpevolizzare il consumo sessuale. Non a caso nel discorso del potere di queste nuove destre risuona la parola «libertario», che nel passato secolo apparteneva al lessico della sinistra e ad alcune componenti del movimento operaio. Questa parola, che negli anni Sessanta era indissociabile dalla dimensione collettiva della libertà nell’eguaglianza, è stata riproposta a partire dagli anni Ottanta dai teorici della deregulation thatcheriana e reaganiana, con un’intenzione del tutto differente, anzi contraria. Poi negli anni Novanta è diventata la parola chiave dei teorici della rete digitale che hanno potuto realizzare la rivoluzione tecno-comunicativa grazie alla rottura di ogni regolazione statale nella comunicazione. Il concetto di deregulation è stato centrale in questa riprogrammazione semantica: nel Novecento violazione delle regole significava emancipazione dall’autoritarismo politico e morale. A partire dagli anni Ottanta significa invece assolutismo del profitto d’impresa che si libera dei vincoli politici e morali. Nel nuovo secolo la retorica libertaria ha finito per esprimere un individualismo senza limiti etici e per affermare il culto dell’impresa senza alcun riconoscimento dell’interesse collettivo. Un paio di secoli fa Samuel Johnson si chiedeva come mai la parola «libertà» fosse gridata con particolare passione dai commercianti di schiavi. Infatti libertà significava allora (e significa di nuovo oggi) libertà di sottomettere l’altro alle catene che ti permettono di arricchire o di soddisfare le tue pulsioni più crudeli. Jeffrey Epstein è, in questo senso, un perfetto rappresentante della cultura libertaria del secolo ventuno. Ma non è in questo modo che gli hippies degli anni Sessanta concepirono l’idea della libertà sessuale, in quanto per loro non c’era libertà sessuale senza eguaglianza tra coloro che ne godevano. Nessuna eguaglianza invece nel caso dello stupratore seriale e ruffiano che catturava ragazzine di famiglie povere per costringerle a soddisfare le voglie degli uomini di potere, ripugnanti aristocratici inglesi, o sadici come il primo ministro israeliano Ehud Barak. Si tratta di una forma ossimorica del potere: autoritarismo libertario, cioè schiavitù della maggioranza in nome della libertà di una minoranza di negrieri. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato originariamente su Machina-DeriveApprodi, una traduzione in spagnolo è su A este lado del Mediterraneo. Nell’archivio di Comune, tutti gli articoli di Franco Berardi Bifo sono leggibili qui. -------------------------------------------------------------------------------- Alcuni dei temi di questo articolo sono approfonditi nel libro di Yago Franco, psicoanalista argentino, in Psicopatologie delle ultradestre. Trump, Milei e la follia al potere (Deriveapprodi) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Gerontofascismo proviene da Comune-info.
October 13, 2026
Comune-info
È sangue di noi tutti
di Edoardo Todaro* Nel nuovo romanzo di Valerio Varesi, l’eccidio di Reggio Emilia del 7 luglio 1960 riapre una pagina decisiva della storia italiana: la continuità degli apparati dello Stato, …
E con chi? – di Francesco Demitry
Scuola, crisi e politica della separazione tra Francia e Italia La scuola non è soltanto una scuola. Non perché improvvisamente diventi qualcos’altro, ma perché ci sono degli eventi che permettono di rendere visibile ciò che normalmente rimane nascosto dentro il funzionamento quotidiano dell’istituzione. Un’aula sovraffollata, un insegnante che manca, un edificio che non riesce [...]
October 3, 2026
Effimera
Gli Stati Uniti, l’America Latina e l’estrema destra: il nuovo «cortile davanti casa»
L’America Latina sta vivendo un’ondata di estrema destra e la mappa politica riflette vividamente questo cambiamento. All’inizio del secolo, la regione si è fatta conoscere per i movimenti sociali e le sollevazioni dal basso, seguite dalla “marea rosa”, che ha portato al potere governi progressisti e di sinistra [1998-2010, sfociando nei governi Chavez, Lula e Morales – ndt], a cui è seguita un’ondata transfemminista che ha visto nella “marea verde” della lotta per il diritto all’aborto il suo centro di enucleazione [2018-2023. Nata in Argentina, ha portato a riforme legislative in materia di aborto in Argentina, Messico e Colombia – ndt]. Però la marea ha cambiato direzione: dodici delle ultime quindici elezioni presidenziali sono state vinte da candidati di destra. La mappa della regione presenta ora tutt’altra combinazione di colori. Come si plasma un emisfero sempre più dominato dall’estrema destra? Modellato sul presidente argentino Javier Milei e sul salvadoregno Nayib Bukele e sviluppatosi all’ombra di Donald Trump e Marco Rubio, emergono le sue dinamiche violente e crudeli eppure coordinate. Come dimostrano le recenti dichiarazioni di Marco Rubio durante la conferenza “Rinascita del Terrorismo Politico” e il lancio del progetto di difesa dal narcotraffico “Scudo delle Americhe” [tenutosi il 7 marzo 2026 presso il resort Trump National Doral Miami a Doral, in Florida – ndt], l’estrema destra opera sempre più come una sorta di progetto “internazionalista”. > Grazie i legami finanziari, ideologici, teologici e politici che si rafforzano > e si approfondiscono costantemente, l’estrema destra internazionale è più > connessa, più aggressiva e agisce più rapidamente che mai. L’utilizzo delle nuove tecnologie e la loro fusione con il gran capitale tecnologico moltiplicano le piattaforme sulle quali possono intervenire e diffondere le proprie idee, riempiendone al contempo le tasche. Queste sono le forze in campo che si contendono lo scacchiere regionale, dove le elezioni rappresentano un elemento chiave ma certamente non l’unico. Questa estrema destra, o «internazionale della destra», come la definisce lo stesso Milei, sta emergendo dalle crepe di un terremoto geopolitico. Non viviamo più in un mondo bipolare come durante la Guerra Fredda, né unipolare con gli Stati Uniti e la loro egemonia globale autoproclamata. Stiamo assistendo a una vera e propria multipolarità, nella quale Cina, Russia, Unione Europea, Iran e altri attori stanno limitando il potere statunitense. Per molti analisti, l’intensificarsi delle potenze regionali evoca la Dottrina Monroe, quella politica statunitense ottocentesca che designava l’America Latina come il «cortile di casa» degli Stati Uniti. Nel tentativo di esercitare e articolare la propria maggiore influenza sull’emisfero occidentale, l’amministrazione Trump ha ripreso questa narrazione, ribattezzandola goffamente “Dottrina Donroe” e riappropriandosi del concetto di «cortile di casa». Tuttavia, questa vecchia metafora non riesce a cogliere appieno quanto l’America Latina stia diventando centrale nel nuovo ordine geopolitico e per l’estrema destra stessa. > Per comprendere meglio l’America Latina di oggi, proponiamo l’immagine del > «cortile davanti»: un laboratorio emergente per la sperimentazione > imperialista e fascista. Questo rappresenta un cambiamento nel quale i governi di estrema destra si uniscono attorno a cause comuni e costruiscono nuovi nemici. Il quadro di riferimento è una nuova fase del capitalismo globale: l’estrattivismo intensificato, la finanziarizzazione delle economie e la militarizzazione ne sono le cause transnazionali. Anche chi verrà definito “nemico interno” da questa logica di riorganizzazione capitalistica sta acquisendo un carattere sempre più transnazionale: migranti, popolazioni indigene, movimenti transfemministi e lotte ambientaliste, che ora vengono accomunati sotto l’etichetta di «narco-terroristi». Questo termine nuovo e assolutista, che sintetizza la «guerra alla droga» con le stesse parole chiave utilizzate dopo l’11 settembre 2001, funziona allo stesso tempo come richiamo alla sicurezza e come invito all’eliminazione della “minaccia”. Man mano che il termine “terrorismo” si espande semanticamente fino a comprendere qualunque avversario immaginabile, diventa chiaro che l’internazionalismo e la solidarietà tra le lotte in diversi territori è l’obiettivo finale dell’attuale estrema destra internazionale. > In breve: l’estrema destra globale è più organizzata che mai e parte di questa > organizzazione consiste nel criminalizzare qualsiasi forma di solidarietà > transfrontaliera tra le diverse lotte. Perché sono loro a interrompere quel > nuovo triangolo di accumulazione di capitale, organizzato e interconnesso dai > settori finanziari, estrattivisti e militari. La conferenza sulla “Rinascita del Terrorismo Politico”, pianificata da tempo da Marco Rubio e Stephen Miller, si è tenuta a Washington il 16 luglio. Vi hanno partecipato delegati provenienti da oltre 60 paesi per ascoltare i funzionari del governo statunitense parlare della più grave minaccia alla «civilizzazione» e per coordinare risposte poliziesche e militari. Dopo che l’amministrazione statunitense ha tagliato i programmi federali di monitoraggio della violenza di estrema destra, la conferenza si è concentrata sulla narrazione che ribalta completamente la propria responsabilità politica affermando che, la stragrande maggioranza della violenza storica e contemporanea proviene dalla «estrema sinistra». LA «LOTTA AL TERRORISMO» NELLE AMERICHE «Questa è una conferenza internazionale perché ci troviamo di fronte a una minaccia internazionale e transnazionale», ha dichiarato Marco Rubio nel suo intervento all’assemblea plenaria. «Non si tratta di cellule separate e isolate. Sono reti interconnesse. Non riconoscono i nostri confini. Di fatto, non credono nello Stato-nazione». Come gran parte del discorso di Rubio, anche le osservazioni del Sottosegretario di Stato Christopher Landau si sono concentrate sugli anni ’70, ponendo l’attenzione, ad esempio, sulle organizzazioni sudamericane dei Tupamaros e dei Montoneros, da lui definite come gruppi terroristici. > Per quanto riguarda l’Argentina, questo costituisce un palese rovesciamento > della narrazione storica: ignora il terrorismo di Stato perpetrato dalla > dittatura militare e adotta, invece, lo stesso linguaggio dei responsabili del > genocidio per definire queste organizzazioni politiche. Quando Landau celebra la “sconfitta” della resistenza di sinistra («può essere sconfitta perché è stata sconfitta e possiamo sconfiggerla di nuovo»), si riferisce a una sconfitta che ha incluso la tortura e la scomparsa di migliaia di persone, atti che sono stati processati e condannati in Argentina come crimini contro l’umanità. A seguito della sessione plenaria di apertura, il Ministro degli Esteri argentino Pablo Quirno ha tenuto il discorso di apertura della sessione centrale. Ha garantito al pubblico che il governo Milei continuerà a coordinarsi con gli Stati Uniti per eliminare tutto quello che considera «terrorismo di sinistra». «Ci troviamo di fronte», ha avvertito Quirno, «a un nemico che non conosce confini e continua a muoversi, alla ricerca di crepe nel sistema». L’iniziativa guidata dagli Stati Uniti contro il “terrorismo politico” è stata paragonata all’Operazione Condor da esperti come il giudice federale argentino Adrián Grünberg, presidente del tribunale che ha processato quegli eventi come crimini contro l’umanità. Il primo incontro dell’Operazione Condor, sostenuto dalla CIA e tenutosi nel 1975 nel Cile di Pinochet, riunì le dittature di Argentina, Cile, Uruguay, Paraguay, Bolivia e Brasile. Secondo il tribunale, fu in quell’occasione che venne formalizzato un accordo «allo scopo di organizzare un sistema di repressione, persecuzione e annientamento degli oppositori politici di sinistra in tutta la regione». LO «SCUDO» DELLE AMERICHE Dopo l’uccisione indiscriminata in mare di centinaia di persone di essere “narco-terroristi” e dopo l’invasione del Venezuela, l’amministrazione Trump ha lanciato le sue principali iniziative nell’emisfero: lo Scudo delle Americhe e la Coalizione contro i Cartelli delle Americhe (A3C). Con l’obiettivo dichiarato di combattere la criminalità, il traffico di droga, la migrazione e l’influenza cinese nel quadrante. Questi progetti rappresentano il tentativo più ambizioso mai intrapreso finora di coordinare oltre dieci governi di destra in America Latina e nei Caraibi. Nel corso di una tavola rotonda tenutasi a marzo con la partecipazione di Javier Milei, del presidente salvadoregno Nayib Bukele e, tra i tanti, anche del presidente ecuadoregno Daniel Noboa e di quello cileno José Antonio Kast, Marco Rubio ha presentato Kristi Noem come “inviata speciale per lo Scudo delle Americhe”. > L’ex-Segretaria della Sicurezza Interna, che aveva appena supervisionato la > campagna di “deportazioni di massa” nelle città statunitensi da parte > dell’ICE, ha dichiarato che si trattava di una missione condivisa «per dare la > caccia a quei narcotrafficanti che stanno distruggendo i nostri popoli». Nel descrivere nel dettaglio l’A3C, Pete Hegseth e Stephen Miller hanno ribadito tale definizione. Il programma definisce «vari cartelli e gruppi transnazionali come organizzazioni terroristiche straniere» e si impegna a «utilizzare il pugno di ferro per sconfiggere queste minacce alla nostra sicurezza e alla nostra civiltà». Questo si affianca al lavoro interno di Stephen Miller per definire “Antifa” come organizzazione terroristica e che ha già prodotto i primi risultati: condanne straordinarie per terrorismo, con almeno 50 anni di carcere per ciascuno dei quindici manifestanti anti-deportazione che hanno partecipato a una «manifestazione rumorosa» fuori da un centro di detenzione in Texas, in solidarietà con le persone detenute. Nel caso dell’A3C, Miller ha spiegato che «non esiste una soluzione giuridica al problema dei cartelli». I cartelli, ha aggiunto, «sono l’ISIS e Al Qaeda dell’emisfero occidentale e devono essere trattati con la stessa brutalità». Sulla base di queste stesse motivazioni, gli Stati Uniti hanno giustificato i loro attacchi multilaterali contro il Venezuela e Cuba. Poco dopo la loro conferenza “antiterrorismo”, il Dipartimento di Stato ha pubblicato un rapporto di 100 pagine intitolato Cuba: la capitale del comunismo del XXI secolo. Questa interpretazione neo-maccartista dell’“influenza” cubana cerca di collegare la storia internazionale della sinistra, dal Black Power e dai movimenti guerriglieri degli anni ’70 ai movimenti come Black Lives Matter, Antifa e i Socialisti Democratici d’America di oggi, per giustificare la propria offensiva. > Il rapporto conclude che gli Stati Uniti si trovano attualmente ad affrontare > tre distinte categorie di minacce terroristiche: «narcoterroristi e bande > internazionali», «terroristi islamisti storici» e «estremisti violenti di > sinistra, inclusi anarchici e antifascisti». Il quadro concettuale della «guerra esistenziale» dello Scudo delle Americhe combina l’attenzione di Miller sulla repressione interna con l’obiettivo della militarizzazione emisferica di Rubio. Questo quadro conferisce nuovo impulso al coordinamento contro i nemici storici dell’estrema destra. E adesso, ogni nemico che l’estrema destra desidera eliminare viene stigmatizzato sotto l’eterea categoria criminale di «terrorismo». IL «CORTILE DAVANTI» DELLE AMERICHE Si possono riscontrare echi di collegamento tra gli anni Settanta e oggi, ma è importante sottolineare le novità che caratterizzano la situazione geopolitica attuale. Se in passato gli Stati Uniti parlavano del «cortile di casa» per presentarsi ai vicini latinoamericani come una democrazia superiore, il «cortile davanti» descrive meglio un equilibrio emergente nel quale gli Stati Uniti e i loro alleati di estrema destra perseguono progetti comuni, formulano dichiarazioni collettive e abbandonano l’impegno politico sul piano democratico. A differenza dell’equilibrio durante la Guerra Fredda, nel quale i paesi latinoamericani dovevano essere «sanificati» per poter essere incorporati nelle democrazie liberali del Nord (anche attraverso un colpo di stato, se necessario). > Oggi l’America Latina è il luogo in cui vengono messe in pratica le strategie > autoritarie per uscire dalla democrazia liberale. Osservando i processi specifici che stanno rimodellando il panorama regionale, emerge un espansionismo tecno-finanziario (incentrato soprattutto sulle criptovalute e sul’intelligenza artificiale), estrattivista (minerali rari e combustibili fossili per sostenerli) e militarista. Se il Cile di Pinochet fu l’officina del neoliberismo negli anni ’70, oggi è l’Argentina di Milei a proporsi come laboratorio per la prossima fase del capitalismo. Tutte queste forze convergono nella visita di Peter Thiel in Argentina, dove la tecnologia di intelligenza artificiale predittiva di Palantir viene promossa come strumento di integrazione con un’architettura statale anarchico-libertaria. La sua descrizione del paese come un “bunker” o un “Piano B” di fronte a una catastrofe nucleare o ad altre apocalissi rivela fino a che punto questo rappresenti un «fascismo della fine dei tempi», come lo definiscono Naomi Klein e Astra Taylor. Il caso di Thiel sintetizza uno degli innumerevoli esempi di nuovi investimenti nella sicurezza, molti dei quali mirati a difendere i progetti minerari, forestali e di combustibili fossili dalle proteste sociali. Allo stesso tempo, l’impoverimento della popolazione viene veicolato da meccanismi finanziari che cercano di “mitigare” la crescente povertà. Le criptovalute e la “fintech” rappresentano la nuova infrastruttura per sfruttare la povertà generata dalle politiche di aggiustamento strutturale, ma anche per plasmare la percezione della finanza come spazio di libertà e banco di prova del merito individuale. > Con gli attacchi contro il Venezuela e Cuba, le accuse di ingerenze elettorali > in Colombia e Perù e i primi segnali di manipolazione nelle elezioni > presidenziali brasiliane di ottobre, il 2026 segna una svolta: Milei offre un > modello per la sperimentazione fascista. Oltre a rafforzare i legami con Trump e ad appoggiare il genocidio israeliano a Gaza, adesso sta promuovendo riforme in campo lavorativo, ambientale e fondiario che inaugurano una nuova fase dell’estrattivismo naturale e digitale, estraendo valore per il capitale privato direttamente dal settore pubblico. «L’Argentina invita l’IA a liberarsi», ha dichiarato Javier Milei al “Financial Times”, sostenendo che le aziende di intelligenza artificiale dovrebbero avere uno status giuridico e operare senza regolamentazione. Nella sua visione, Buenos Aires sarebbe per l’era dell’IA quello che Amsterdam è stata per l’era della navigazione a vela. In segno di ammirazione per il laboratorio di estrema destra che l’Argentina rappresenta oggi, Flavio Bolsonaro ha invitato Milei a ballare sul palco durante il lancio della sua campagna elettorale in Brasile del 24 luglio scorso. Quella stessa settimana a Lima, la nuova Presidente del Perù, Keiko Fujimori, lo ha abbracciato durante la cerimonia di passaggio di poteri, proprio come aveva fatto il Presidente boliviano Rodrigo Paz al suo insediamento l’anno scorso. Dopo aver celebrato l’opportunità per Fujimori di far risorgere la dittatura del padre, Milei visiterà altri due leader impegnati a presentarsi come paladini dell’estrema destra regionale: Daniel Noboa in Ecuador e Abelardo de la Espriella in Colombia. Noboa sta rapidamente portando avanti misure autoritarie su più fronti, e De la Espriella, salito al potere il 7 agosto scorso, ha basato la sua campagna sul messaggio che sarebbe stato il leader in stile Milei di cui il Paese ha bisogno per «distruggere» la sinistra. All’interno dello Scudo delle Americhe, l’internazionale di estrema destra attacca ogni forma di solidarietà globale, considerandola «terrorismo». Il paradosso sta nel fatto che le sue campagne di persecuzione e criminalizzazione derivano dalla riconoscimento che le alleanze internazionaliste e antifasciste rimangono forze che costruiscono mondi, capaci di frenare la sete di potere illimitato del fascismo. Questo vuole essere un importante richiamo al potere latente di un autentico internazionalismo. L’immagine di copertina è tratta da commons.wikimedia. L’illustrazione nell’articolo è una illustrazione di Azul Blaseotto. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Substack Patterns da Naomi Klein e su Rivista Crisis. Traduzione a cura di Michele Fazioli per DinamoPress Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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September 29, 2026
DINAMOpress
I ‘lager’ dei nazisti nei disegni in mostra a Casale Monferrato
DA DOMANI, VENERDÌ 25 SETTEMBRE, FINO ALL’11 OTTOBRE NEL CASTELLO DEL MONFERRATO È IN ESPOSIZIONE LA COLLEZIONE DI DISEGNI CHE ILLUSTRANO LA STORIA DEGLI IMI, ‘INTERNATI MILITARI ITALIANI’ NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO DALL’8 SETTEMBRE 1943 ALLA LIBERAZIONE NEL 1945. Il seguente venerdì, 2 ottobre, si terrà l’incontro in cui, con Gerardo Severino, verrà ricostruita la storia del soldato inglese Tom Harry Darbyshire che, unitosi alla resistenza italiana, il 14 gennaio 1945 venne fucilato a Casale Monferrato insieme ai 12 partigiani della Banda Tom. Intitolata I disegni raccontano i campi di prigionia, la mostra documentaria e storico-artistica è composta da due collezioni. Nella rassegna sono esposti 25 dei 34 disegni di Antonio Colaleo raccolti da Antonella Bartolo in Matite sbriciolate. I militari italiani nei lager nazisti: un testimone, un album, una storia comune e 11 pannelli infografici che spiegano la storia raffigurata nelle immagini e, come in Le matite sbriciolate di nonno Antonio, narrata anche con le illustrazioni di Sara Mancuso. Curatori dell’allestimento sono Antonella Bartolo e Andrea Desana, dirigente dell’ANRP e presidente dell’associazione Vi riporteremo a casa in Monferrato che, dopo aver svolto le ricerche ed espletate le pratiche per il rimpatrio delle salme, con la cerimonia celebrata il 22 novembre 2022, ha provveduto alla tumulazione nel famedio di Casale Monferrato e nel cimitero di San Salvatore Monferrato dei 7 monferrini fino ad allora sepolti nei cimiteri militari Amburgo e Francoforte. Un impegno a cui Andrea Desana si è dedicato con molte premure. Suo padre, Paolo Desana, senatore in carica dal 1958 al 1963, l’anno in cui venne approvata la Legge 930 sulla DOC, Denominazione di Origine Controllata dei vini italiani, da lui promossa, durante la seconda guerra mondiale era un tenente artiglieria e l’8 settembre 1943 venne arrestato in Francia, quindi deportato in un campo in Polonia e poi in altri lager nazisti in Germania, una dozzina. «Al ritorno pesava 43 chili, mentre il suo peso forma era di 90 – racconta Andrea Desana – Se nella primavera del 1945 al campo di Unterluss non fossero arrivati gli inglesi… io adesso non sarei a raccontare la storia di mio padre, e di tutti i 650 mila soldati italiani come lui e come Pinetto Giorcelli, un suo compagno di branda in vari campi che è scomparso l’anno scorso alla veneranda età di 105 anni». Le testimonianze dei reduci dai lager nazisti hanno contribuito a documentare l’olocausto. Ma non è solo per questo motivo che la storia degli imi, acronimo di ‘internati militari italiani’, per oltre 70 anni dimenticata, oggi è molto attuale perché in cui si inserisce la storia dei 150 mila soldati che dal ’43 al ’45 si rifiutarono di tornare in patria, allora divisa in due, quella settentrionale con la complicità dei fascisti occupata dai nazisti, dove sarebbero stati intruppati nelle milizie repubblichine alleate all’esercito hitleriano. «All’insegna del motto NO si dichiararono disertori e praticarono la resistenza senz’armi – spiega Andrea Desana – Erano per la maggior parte giovani e giovanissimi, le leve dei nati negli anni ’20, ragazzi che tra il 1943 e il 1945 avevano dai 18 ai 23 anni. Furono i “volontari del lager nazisti” che, con questa scelta durissima, che fecero consapevoli delle conseguenze, cioè il patire fame e sofferenze e, oltre che per denutrizione, sfiancamento e malattia, il rischio di venire uccisi per ritorsione, anziché combattere contro di loro affiancarono i partigiani nella lotta contro i regimi dittatoriali e genocidari». Raccontare la loro storia è un’impegno civile che coinvolge i contemporanei a recuperare documenti e materiali e, mediante l’elaborazione dei ricordi, costruire la post-memoria: «Non essendoci più i diretti protagonisti, delle loro esperienze e delle vicende storiche che loro hanno vissuto parliamo noi, i loro figli e nipoti, che per tramandarne la memoria alle generazioni future le narriamo, oltre che con le descrizioni storiografiche, anche con immagini eloquenti come i disegni in mostra in questi giorni a Casale Monferrato». Furono 650 mila i militari italiani che… Questa è la storia di uno di loro in cui si rispecchia la storia di tutti, il capitano Antonio Colaleo, che visse quei due anni negli stessi lager dello scrittore Giovanni Guareschi e dell’attore Gianrico Tedeschi e li documentò attraverso 34 disegni tratteggiati e colorati con le sue matite sbriciolate. Quei disegni erano il ricordo di cui più andava orgoglioso Nonno Antonio, come in famiglia tutti chiamavano il capitano Colaleo. Sua nuora, Antonella Bartolo, è partita proprio dai disegni per raccogliere altri ricordi di Nonno Antonio e ripercorrere il suo viaggio, ordinando con chiarezza e precisione le ricerche degli storici, incontrando gli ultimi testimoni, confrontando memorie scritte e fotografiche, visitando i luoghi della detenzione per verificare cosa resti di quella Storia. Così nel libro si intrecciano passato e presente e si sviluppa un racconto di grande umanità: oltre il documento, la presa diretta con la voce, gli occhi, il cuore di uomini che hanno lottato per coerenza con le proprie convinzioni, per garantire un domani di dignità e libertà a se stessi, ai propri cari, al Paese. Una lettura che fa buona Memoria – https://www.store.rubbettinoeditore.it/catalogo/matite-sbriciolate/ Il testo affronta un tema comune a nonni e bisnonni di tante famiglie italiane e mai affrontato nei libri scolastici: la deportazione militare italiana dopo l’8 settembre ’43. Attraverso la scoperta di alcuni disegni realizzati da nonno Antonio, prigioniero di guerra, due fratellini Agata e Nicola si raccontano la difficile condizione della detenzione dei soldati italiani nei lager nazisti. – https://www.voglinoeditrice.it/shop/le-matite-sbriciolate-di-nonno-antonio/   “Ricordare gli Internati Militari Italiani significa custodire una pagina fondamentale della nostra storia e trasmettere alle nuove generazioni il valore delle scelte compiute, anche nelle condizioni più drammatiche, in difesa della libertà e della dignità”, rammenta Giovanni Battista Filiberti, presidente del Comitato Unitario Antifascista e del Consiglio Comunale della Città di Casale Monferrato. INFORMAZIONI: https://comune.casale-monferrato.al.it/novita/celebrazioni-per-la-giornata-degli-internati-italiani-nei-campi-di-concentramento-tedeschi-durante-la-seconda-guerra-mondiale/   Redazione Piemonte Orientale
September 24, 2026
Pressenza
Sassonia-Anhalt l’estrema destra vola e il centro crolla
In Sassonia-Anhalt l’AfD ha superato il 43% dei voti domenica scorsa. Un risultato mai visto dal secondo dopoguerra a oggi, un partito apertamente razzista e nostalgico, raggiunge una maggioranza quasi assoluta in un Land tedesco. E lo ha fatto in un’ elezione che ha portato alle urne quasi l’80% degli aventi diritto, una partecipazione enorme rispetto alle precedenti elezioni del 2021, quando si era attestata poco al di sopra del 60%. Ora l’AfD dovrà trovare i numeri per riuscire nella Regierungsbildung, la formazione del governo del Land ma non sarà così difficile perché le mancano una manciata di seggi. Per questo le trattative sono aperte con la formazione rossobruna di Sahra Wagenknecht, che sembra disposta a rompere il Brandmauer, il muro taglia fuoco, il cordone sanitario stabilito dai partiti tradizionali per escludere qualsiasi tipo di alleanza o cooperazione con l’estrema destra, o può sperare che degli eletti tra le fila della CDU, sfiduciati dalla linea del partito di centro-destra, passino al governo di estrema destra. Queste elezioni sono l’inizio di una serie di passaggi elettorali in Europa e nel mondo che potrebbero cambiare il volto della politica globale, si vota ancora la prossima settimana a Berlino e in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, e poi in Brasile, negli Stati Uniti, in Serbia, per arrivare nel 2027 alla Francia, fino alle elezioni politiche italiane. Il voto in Sassonia-Anhalt può può esserci utile per capire la svolta verso l’estrema destra. ELEZIONI 2026–2027 Le principali scadenze elettorali in Europa e nel mondo 2026 13 SETTEMBRE Svezia Elezioni parlamentari 18–20 SETTEMBRE Russia Elezioni della Duma 20 SETTEMBRE Berlino Elezioni regionali 20 SETTEMBRE Meclemburgo-Pomerania Anteriore Elezioni regionali 23 SETTEMBRE Marocco Elezioni parlamentari 3 OTTOBRE Lettonia Elezioni parlamentari 4 OTTOBRE Bosnia-Erzegovina Elezioni generali 4 OTTOBRE Brasile Elezioni generali 27 OTTOBRE Israele Elezioni parlamentari 3 NOVEMBRE Stati Uniti Elezioni di midterm 7 NOVEMBRE Nuova Zelanda Elezioni generali 22 DICEMBRE Sud Sudan Elezioni generali 2027 16 GENNAIO Nigeria Elezioni presidenziali e parlamentari 28 FEBBRAIO El Salvador Elezioni presidenziali e legislative 18 APRILE Francia Presidenziali · primo turno 18 APRILE Saarland Elezioni regionali 18 APRILE Schleswig-Holstein Elezioni regionali 25 APRILE Renania Settentrionale-Vestfalia Elezioni regionali 2 MAGGIO Francia Presidenziali · secondo turno 30 MAGGIO Brema Elezioni regionali PRIMAVERA Grecia Parlamentari · data da definire 26 SETTEMBRE Bassa Sassonia Elezioni regionali 24 OTTOBRE Argentina Elezioni presidenziali e parlamentari AUTUNNO Italia Elezioni politiche · data da definire NOVEMBRE Polonia Elezioni parlamentari · data da definire LA CRISI DELLA CDU E DELLE COALIZIONI DI CENTRO La CDU è la vera sconfitta di queste elezioni regionali, perde oltre il 20% dei voti, in uno stato che governava da più di venti anni, e così scricchiola anche il governo federale a guida cristiano-democratica. Dai flussi di voto è chiaro che una gran parte dell’elettorato della CDU ha votato per l’AfD, oltre a un gran recupero di chi non aveva votato alle scorse elezioni e che ha deciso di votare l’estrma destra. Dopo la crisi di consenso del partito social-democratico di centro-sinistra SPD, che in tutte le ultime elezioni regionali ha raccolto percentuali bassissime, ora è la volta dell’altro grande partito tedesco di centro-destra. Anche qui c’è una profonda crisi di programma, di leadership, di vera e propria proposta politica. Insomma il sistema politico e l’alleanza al centro tra centro-sinistra e centro-destra, che aveva traghettato la Germania post-nazista dalla fine della seconda guerra mondiale alla riunificazione tedesca degli anni ’90, diventando il cemento dell’integrazione europea e della moneta unica, è in piena crisi. Dopo la leadership di Merkel, riuscita a traghettare la Germania nella crisi economico-finanziaria del 2008-2011 e nella cosiddetta crisi dei rifugiati, è stata la guerra in Ucraina che ha portato la Germania in una crisi prima economica e poi politica. > Il centro non regge più, la mediazione tra cristiano-democratici e > social-democratici, la base del patto democratico dal secondo dopoguerra, il > fondamento dell’integrazione europea, è oggi in dissoluzione. In Italia il sistema dei partiti del secondo dopoguerra è finito negli anni ’90, ma per altri due decenni il sistema si è retto su due grandi coalizioni di centro-destra e centro-sinistra, per frantumarsi nelle elezioni nel 2018, con la vittoria del M5S. In Francia è successo qualcosa di simile con l’ascesa di Macron nelle elezioni del 2017, che ha distrutto il bipolarismo tradizionale tra socialisti e repubblicani. Oggi anche il macronismo non tiene più e il terzo polo centrista e neoliberale è probabile che non passi al secondo turno delle elezioni presidenziali. Ma questa è una tendenza europea: il Belgio, i Paesi Bassi, la Spagna, la Polonia, la Romania… > Le grandi coalizioni tedesche tra CDU e SPD sono state il caposaldo delle > politiche neoliberali, dell’austerità e della impossibilità di ogni riforma > del processo di integrazione europea. Sull’accordo franco-tedesco si è > costituito il mercato unico, l’euro e il sistema europeo per come lo > conosciamo oggi. Non è solo la CDU a crollare, ma anche una certa visione del > sistema europeo. Qui però non possiamo cascare nell’errore dei tanti politoligi liberali che valutano le ali estreme come equivalenti ed entrambe pericolose per la democrazia. Oggi i partiti di estrema destra in Europa, come AfD, Futuro Nazionale, Vox, hanno dei programmi espressamente contrari ai diritti umani, e hanno l’obiettivo di introdurre politiche che attaccano l’esistenza delle persone migranti e delle persone trans. Non c’è nulla di simile nei programmi dei partiti di sinistra, anche la più radicale. SASSONIA-ANHALT: IL VOTO CAMBIA VOLTO Elezioni regionali · confronto 2021 / 2026 2021 2026 AfD 20,8% 43,8% CDU 37,1% 17,2% SPD 8,4% 9,3% Verdi 5,9% 8,9% Die Linke 11,0% 8,6% FDP 6,4% 2,6% BSW — 5,3% Fonte: Landeswahlleiterin Sachsen-Anhalt · 2026 dato provvisorio L’ESTREMA DESTRA PER LA PRIMA VOLTA ALLA GUIDA DI UN LAND La Sassonia-Anhalt è un piccolo stato tedesco, con una popolazione di poco più di due milioni di abitanti, in cui l’età media è di 47,3 anni, dagli anni ’90 ha perso almeno mezzo milione di abitanti, il reddito è tra i più bassi della Germania, il tasso di povertà tra i più alti, le industrie dismesse dopo la riunificazione hanno lasciato un tasso di disoccupazione più alto della media. La popolazione migrante è intorno all’8%, quasi la metà che nel resto della Germania, ma negli ultimi dieci anni è cresciuta più velocemente che nel resto del paese. A causa dell’emigrazione la Sassonia-Anhalt presenta un marcato squilibrio di genere in particolare tra le fasce d’età più giovani, con circa 120.240 uomini di età compresa tra i 18 e i 29 anni a fronte di circa 103.177 donne. L’AfD è un partito con un programma di estrema destra radicale: deportazioni di massa delle persone migranti, ma anche delle persone tedesche con diverse origini ma non “integrate”, pattugliamenti nelle strade di milizie volontarie, sostegno alle famiglie tradizionali bianche, attacco diretto all’esistenza delle persone trans, propensione alla fine delle ostilità con la Russia, ritorno all’acquisto di gas russo, fine di ogni politica “green” e un programma economico protezionista che strizza l’occhio al grande capitale tedesco. Tra le file degli eletti troviamo ex dirigenti della Stasi, persone che partecipano ai compleanni di Putin e inconfutabili neonazisti. Non è un caso che goda dell’aperto appoggio di Trump come di Putin. > Il fatto che l’AfD vinca per la prima volta in un Land della Germania dell’est > ci dice molto sulla riunificazione tedesca, la fine del comunismo, il processo > di privatizzazione dei beni pubblici della DDR, l’annessione da parte del > grande capitale dell’Ovest delle industrie statali dell’Est, la cancellazione > dell’identità di una parte della Germania. Non è solo una questione di investimenti pubblici, ma la storia e l’identità della DDR sono state ridicolizzate, marginalizzate, calpestate o semplicemente dimenticate, un po’ come la popolazione che lì viveva e lavorava. Insomma, alcune delle divisioni che alimentano la guerra in Ucraina vivono anche nel cuore dell’Europa. LE FRATTURE SOCIO-POLITICHE DEL VOTO IN SASSONIA-ANHALT Questo voto segue tendenze che si erano già delineate in altre elezioni europee e mondiali, anche se l’Afd ha superato di gran lunga tutte le previsioni di vittoria. > I giovani uomini votano più per l’AdD delle giovani donne, tra le donne tra i > 18 e i 29 anni vota per l’Afd il 39% e per la Linke il 19%, mentre tra gli > uomini della stessa fascia di età, l’Afd è al 59% e la Linke al 13%. Sono gli uomini in età lavorativa (tra i 30 e 59 anni) che votano in massa AfD con percentuali oltre il 50%, anche le donne adulte votano Afd ma meno, con percentuali intorno al 40%. Uomini e donne più anziane hanno mantenuto il voto alla CDU. Le donne giovani sono emigrate di più alla ricerca di migliori opportunità di studio e lavoro, e quelle rimaste votano in percentuali minori per la destra, per quanto anche il voto femminile verso l’estrema destra sia in crescita. C’è una frattura chiara che corre lungo le linee del genere e dell’età. > AfD ha vinto in tutti i 218 comuni del Land. In quasi tutto il territorio > arriva al 30% dei voti e in alcune zone supera il 50%. Sono le regioni rurali > ma soprattutto le zone industriali in dismissione che votano in massa per > l’estrema destra. Come la circoscrizione di Mansfeld-Südharz, legata all’estrazione mineraria del rame fin dai tempi medievali, in queste miniere aveva investito la famiglia di Lutero e nelle campagne circostanti infuriarono le rivolte contadine guidate da Thomas Müntzer, nella seconda metà del ‘700 qui venne usata la prima macchina a vapore di tipo Watt sul suolo tedesco e alla fine dell’800 inaugurata la più lunga linea ferroviaria mineraria; durante il periodo socialista le miniere vennero nazionalizzate e sovvenzionate e la loro storia di rivolte messa al centro della narrazione socialista. Con la riunificazione della Germania, le miniere di rame vennero chiuse velocemente, la deindustrializzazione aprì la strada alla disoccupazione di massa e all’emigrazione, lasciando sul territorio enormi cumuli di roccia scura, delle vere e proprie piramidi artificiali di scarti. L’AfD qui ha raggiunto quasi il 52%. O la circoscrizione del Burgenlandkreis, distretto minerario di lignite e polo chimico, dove dalla metà dell’800 vennero costruite grandi centrali a carbone per la produzione di energia elettrica. Durante il periodo socialista la produzione venne spinta al massimo delle capacità, per essere fortemente ridimensionata con la riunificazione. Questo territorio si trova al centro del programma di Strukturwandel (cambiamento strutturale) per l’eliminazione graduale dell’energia derivante dal carbone. Anche il polo artigianale di produzione di scarpe, di carta e di zucchero non ha sostenuto la competizione globale e sono tantissime le fabbriche chiuse. Anche qui l’AfD ha raggiunto quasi il 52%. Ma anche molto di più, come nella città di Schnaudertal dove ha sfiorato il 65%. > Nelle zone deindustrializzate non si è solo perso il lavoro, ma un’intera > comunità operaia, con le sue relazioni, la sua storia, la sua identità. Qui > possiamo leggere le storie delle aree minerarie inglesi che hanno votato per > la Brexit e la rust belt statunitense che vota per Trump. Questo voto viene letto come gli operai che prima votavano a sinistra e oggi votano l’estrema destra, ma in questi territori è rimasto molto poco del tessuto industriale che abbiamo conosciuto nel ‘900, molto poco di quelle comunità operaie, con una propria storia di classe, di lotta e di senso comune. In queste zone l’AfD ha preso più voti che nelle aree rurali, analizzando i flussi, non sono voti della sinistra, Linke o SPD, ma voti della CDU e persone che non votavano e sono tornate alle urne. > Nei centri urbani di Magdeburgo e Halle, che contano più di 200.000 persone, > Linke e Verdi, raggiungono il loro migliore risultato. Nella circoscrizione di Halle III, ad esempio, i Verdi sono stati addirittura il primo partito assoluto con il 33,7% dei voti. In queste città è stato usato in maniera mirata il voto disgiunto per provare a impedire l’elezione diretta nei seggi uninominali dei candidati dell’AfD. Ma c’è anche la periferia di Magdeburgo dove l’Intel avrebbe dovuto costruire un grande centro di microchip e che invece è rimasta un’area vuota, dove l’Afd raggiunge il 35%, a differenza del resto della città. Anche nella terza città per numero di abitanti Dessau-Roßlau, storica città del design e del Bauhaus, AfD è primo partito ma con percentuali più basse rispetto al territorio circostante. C’è una linea di frattura che corre lungo l’asse centro e perfieria, non è semplicemente città e campagna, ma tra le aree competitive economicamente, demograficamente, culturalmente e le aree marginali dove regna abbandono, spopolamento e sfiducia. > E se seguiamo questa frattura, tra competizione e marginalizzazione > territoriale, arriviamo anche all’altra grande frattura, quella > dell’istruzione, il Bildungsclivage, chi vota AfD ha un titolo di studio più > basso, un diploma tecnico-professionale, mentre chi vota i partiti > progressisti come Linke e Verdi ha una laurea. E questo si collega alla frattura territoriale, perché le competenze più elevate dell’economia dei servizi si trasferiscono verso le aree urbane e si collegano alla frattura di genere, perché le donne tendono a studiare di più e ad avere titoli di istruzione più elevati. GENERE ED ETÀ La frattura generazionale e di genere mostra una forte differenza nel voto all’AfD tra giovani uomini e giovani donne. 59% Uomini 18–29 · AfD 39% Donne 18–29 · AfD Differenza: 20 punti percentuali CENTRO E PERIFERIA Il voto all’AfD cresce nelle aree periferiche e rurali, mentre nei principali centri urbani il consenso è significativamente più basso. 29,9% Halle · AfD 64,7% Schnaudertal · AfD Differenza: 34,8 punti percentuali ISTRUZIONE La frattura educativa: il consenso all’AfD è maggiore tra chi ha un livello di istruzione più basso. 57% Istruzione bassa · AfD 30% Istruzione alta · AfD Differenza: 27 punti percentuali COSA POSSIAMO IMPARARE DA QUESTO VOTO Analizzare il voto e le fratture socio-politiche che ne emergono non significa cristallizzarle, ma costruire basi di analisi solide per la costruzione di una strategia politica che porti la sinistra verso traiettorie di vittoria. Spesso il quadro di chi vota i partiti di estrema destra – maschi, bianchi, poco istruiti, che vivono in posti squallidi e abbandonati – viene stereotipato e deriso, lo fanno i giornali liberali, i programmi televisivi, e anche una parte dei partiti di sinistra e progressisti. Solo nelle ultime settimane, vengono in mente le parole di Raimo sulle zone interne dove è rimasto «solo il maschilismo e l’alcolismo», e di Bonaccini «chi vota a destra ha studiato poco». Ha risposto Salvini con un video sostenendo che anche chi non ha studiato può fare grandi cose e per questo vota Lega. L’AfD offre la prospettiva di scaricare verso il basso i costi delle prossime crisi, cioè far pagare alla popolazione più precaria, povera e migrante le conseguenze economiche, climatiche e sanitarie delle politiche neoliberali degli ultimi decenni. L’AfD è l’organizzazione politica del rancore: delle persone bianche sulle persone razzializzate, degli uomini sulle donne, delle persone con un titolo di studio tecnico contro gli intelletualli del centro… > Ma il voto in Sassonia-Anhalt ci dice qualcosa in più. Un partito con > percentuali oltre il 40% non è semplicemente un voto delle aree > marginalizzate, ha sfondato anche nelle aree urbane, nella piccola borghesia, > nella classe media. In Sassonia-Anhalt chi votava CDU ha iniziato a votare > l’AfD, quindi si sta ampliando il blocco sociale che vota l’estrema destra. Una parte della borghesia e del grande capitale tedesco potrebbe iniziare a rompere il muro taglia fuoco e far bruciare l’intera prateria. Così come sta accadendo in Francia, ed è accaduto in Italia, dove la grande borghesia ha già votato Meloni e ora invita Vannacci a Cernobbio. Quali prospettive può offrire una programma politico di sinistra radicale alle aree marginalizzate, a chi ha un basso titolo di studio, a chi vive nella precarietà, a chi vede nel futuro una minaccia invece che una prospettiva? > Per rimanere nelle elezioni regionali tedesche, il programma della Linke a > Berlino già delinea delle risposte. Berlin bezahlbar machen, rendere Berlino accessibile è lo slogan principale, un programma incentrato sulla lotta alla speculazione e alla rendita immobiliare, agli affitti brevi, blocco degli sfratti, e poi trasporto pubblico gratuito in prima istanza per le fasce più povere, ma in prospettiva per tutti e tutte, politiche sociali ed educative al centro. I sondaggi danno la Linke al 21%, la CDU al 20%, l’AfD al 18%, la SPD al 12%. L’estrema destra lo ha capito molto bene, in Germania come altrove, non si vince più al centro. La partita è tutta aperta. Ed è ora di iniziare a giocare anche a sinistra. Immagine di copertina di vfutscher via flickr Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Sassonia-Anhalt l’estrema destra vola e il centro crolla proviene da DINAMOpress.
September 12, 2026
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