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L’eredità dei partigiani: la consapevolezza che “la libertà è come l’aria” e “la verità è nemica della guerra”
Sabato 17 gennaio scorso è stato celebrato l’81° anniversario dell’eccidio della Banda Tom, una formazione costituita e operante in Monferrato e che si era aggregata alle Brigate Matteotti. Gli interventi dello storico Mirco Carrettieri e della rappresentante della sezione ANPI di Casale Monferrato sono stati applauditi ‘a scena aperta’ e poi a lungo dai presenti alla commemorazione di: * Giuseppe Augino – 22enne di Valguarnera Carropepe (Enna) * Alessio Boccalatte – 20enne di Casale Monferrato * Aldo Cantarello – 19enne di San Michele (Alessandria) * Luigi Cassina, detto Ginetto o Tarzan – 25enne di Casale Monferrato * Giovanni Cavoli, detto Dinamite – 34enne di Solero (Alessandria) * Albert Harbyohire, detto Harry – 31enne inglese * Giuseppe Maugeri – 23enne di Siracusa * Antonio Olearo, detto Tom – 24enne di Ozzano Monferrato (Alessandria) * Remo Peracchio – 21enne di Montemagno Monferrato (Asti) * Boris Portieri – 17enne di Rovigo * Giuseppe Raschio – 21enne di San Michele (Alessandria) * Luigi Santambrogio, detto Gigi – 17enne di Casale Monferrato * Carlo Serretta, detto Scugnizzo – 17enne I 13 partigiani della banda fondata e capitanata da Tom erano stati catturati a Casorzo, nel Monferrato astigiano, il 14 gennaio 1945. Trasferiti a Casale Monferrato, dove erano stanziate le truppe della RSI e dell’esercito nazista, vennero torturati e fucilati. I loro ultimi attimi di vita sono stati descritti da don Angelo Allara, a cui fu concesso di incontrali mentre erano imprigionati e poi, il 15 gennaio, di assistere all’esecuzione della loro uccisione: > Triste, mi ritiro in disparte e vedo passare davanti a me le vittime: tutti > hanno al collo la Medaglia Miracolosa e in mano il foglietto che loro avevo > dato, e mi salutano con lo sguardo come per dirmi “grazie, Padre, l’unico > conforto avuto in questo momento ci viene dal sacerdote”. Quel corteo andava > verso la morte e io pensavo: dopo la morte, vi sarà per essi il Paradiso. La testimonianza di don Allara è stata raccolta nel memoriale che Giuseppe Angrisani, vescovo della diocesi monferrina dal 1940 al 1971, pubblicò nel 1946, e recentemente ristampato. Alla commemorazione della Banda Tom i contenuti di questo libro sono stati descritti da Francesco Mancinelli, il rettore del Santuario della Madonna di Crea a Serralunga di Crea: Per l’occasione in rappresentanza della sezione ANPI di Casale Monferrato è intervenuta Carla Gagliardini, che ha annunciato l’esito della ricerca condotta in collaborazione la sezione ANPI di Londra per accertare l’identità e documentare la storia del partigiano Harry, che per tutti gli 80 anni trascorsi dalla sua uccisione in Monferrato è stato ricordato ritenendo che si chiamasse Albert Harbyohire e fosse un ufficiale della Royal Army Force in missione in Italia. Invece si chiamava Harry Darbyshire ed era un artigliere inglese che, sfuggito alla cattura o alla prigionia dei nazisti, si era aggregato alla Banda Tom. E, dopo aver rammentato che il perno della democrazia sono le ‘regole’ fondanti lo stato di diritto, tra cui il “sistema di pesi e contrappesi tra i poteri” sancite nella Costituzione italiana scritta dopo il referendum del 1946 e in vigore dal 1° gennaio 1948, Carla Gagliardini ha ricordato che il ripudio della guerra è stato un cardine della resistenza contro il regime fascista: Rammentando che il fascismo si era insinuato nelle menti degli italiani proprio esortandoli all’intervento nella prima guerra mondiale, Mirco Carrattieri, docente di storia contemporanea all’Università di Bergamo e recentemente autore di Alle origini dell’arcobaleno. Discorsi e azioni di pace a Modena 1945-1969, ha affermato: “la verità è il nemico della guerra”. > Responsabile scientifico di Liberation Route Italy, membro del comitato scientifico dell’Istituto Cervi e direttore generale dell’Istituto Nazionale “Ferruccio Parri”, Mirco Carrattieri ha confrontato la composizione della Banda Tom a quella di altre formazioni della resistenza italiana soffermando l’attenzione sull’età dei suoi componenti, molto giovani e alcuni giovanissimi. Tra i presenti alla celebrazione c’erano dei ragazzi, studenti dell’I.C. “Sobrero” di Casale Monferrato, a cui nel tragitto dal Teatro Municipale alla Cittadella ho chiesto di commentare le orazioni che avevano appena ascoltato. Nelle loro risposte ho sentito risuonare quelle, appena ricordate da Mirco Carrattieri, pronunciate nel 1955, primo decennale della liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dal regime fascista, dal giurista attivista del movimento Giustizia e Libertà e fondatore del Partito d’Azione rivolgendosi agli studenti milanesi: > …la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a > mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia > generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non > sentire mai – Piero Calamandrei, Discorso sulla Costituzione Sabato 17 gennaio scorso a Casale Monferratola la commemorazione della Banda Tom era cominciata, come di consueto, con la celebrazione della messa al duomo, da dove le autorità e le rappresentanze della città e del territorio hanno sfilato fino al Teatro Municipale, in cui si è tenuta l’assemblea pubblica. Il corteo era aperto dalla banda “La Filarmonica di Occimiano”, che ha esordito suonando Bella Ciao, in seguito cantata dai partecipanti alla deposizione di corone d’alloro alla lapide che ricorda i 13 partigiani nel luogo dove vennero fucilati. Maddalena Brunasti
Contro la fascistizzazione della riproduzione sociale – di Susana Draper
Prendersi del tempo per scrivere è una tregua in mezzo a giornate turbolente dovute all'intensificarsi delle politiche fasciste negli Stati Uniti e ci consente di creare spazi per la circolazione di un altro tipo di prospettiva, di continuare un dialogo tra di noi con il desiderio di costruire altri luoghi da cui parlare, ricordare [...]
No Wars, No Kings, No ICE, Hands Off Venezuela, Hands Off Our Cities. Corteo a New York
New York, domenica 11 gennaio: stavolta ci siamo tutti. Sfilano i gruppi per la Palestina che hanno lottato e denunciato il genocidio negli ultimi due anni, “Refuse Fascism” e “Hands Off Venezuela”, il movimento “No Kings”, la base che ha sostenuto Zohran Mamdani (DSA, Democratic Socialists of America), oltre a diverse sigle sindacali. Ma ciò che più balza all’occhio sono le migliaia di persone scese in piazza spontaneamente. Hanno scritto cartelli e disegnato vignette; alcuni si sono travestiti, altri per fare rumore hanno rispolverato bonghi, tamburi e violini, oppure attinto allo scomparto delle pentole. Stavolta non ci sono solo giovani; vedo marciare persone di ogni età. A causa di un problema in metropolitana entro nel corteo dalla coda; devo raggiungere Laura e Dzafer, due amici conosciuti al comizio di “Tax the Rich”, che si sono messi giustappunto dietro lo striscione dell’SDA, che apre il corteo. Di buona lena e con il telefonino aperto sulla macchina fotografica, m’incammino nella folla. È talento d’un popolo denunciare il male con operazioni creative. Siamo tutti arrabbiati per le operazioni criminali compiute dall’ICE e dal governo Trump, ma trovare il modo di canalizzare i nostri sentimenti in un’espressione potente e pacifica ci renderà ancora più travolgenti, inarrestabili.  O il governo ascolta il popolo e cambia le sue politiche o cadrà. Questa la mia sentenza. Mentre cammino vedo cartelli che associano l’ICE alla Gestapo e al Ku Klux Klan, mettono i famigerati agenti nel nono girone dell’inferno dantesco, s’interrogano su quale debba essere la forma del fascismo se non questa, domandano un minimo di decenza (frase tratta da un evento storico che seppellì McCarthy), chiedono l’impeachment di Trump, ironizzano sulla distorsione della realtà (2 + 2 = 5), ridicolizzano il presidente nelle vesti di un bambino viziato che gioca a fare la guerra e l’ICE come un pezzo di ghiaccio destinato a sciogliersi miseramente. Chiedono l’apertura completa dei documenti Epstein, ricordano che New York è la città degli immigrati, che gli Stati Uniti sono stati costruiti dal loro lavoro e dalle loro speranze e che la Groenlandia appartiene ai groenlandesi. Qualcuno si è limitato a un lapidario “Enough!”. Mi muovo a fianco di famiglie con bimbi piccoli, orgogliosi di tenere anche loro un cartello in mano. Tantissime sono le coppie azzimate in marcia. Alcuni si riposano brevemente sulle panchine delle fermate degli autobus o sui gradini delle chiese. Tra questi scorgo un simpatico anziano che si è auto-incoronato re degli Stati Uniti – qualcosa mi suggerisce che potrebbe dimostrare maggior competenza e umanità dei leader ufficiali. Un distinto signore cammina con un cartello di risulta in una mano, mentre con l’altra trascina un’enorme valigia – avrà fatto i salti mortali per essere qui ad esprimere la propria indignazione? Un altro si è travestito da morte e tiene la testa di Trump e il nome ICE in mano. Gettonatissimo per una fotografia molto “off grid” è il resident alien (l’alien nel senso di extraterrestre). Il corteo è colorato da coppie arcobaleno e da gruppi etnici di ogni dove. Incontro persino le signore della cioccolata – le chiamo così con affetto perché, instancabili dalla mattina alla sera, spesso con un neonato portato in spalla, vendono cioccolata sui treni della metropolitana. Diverse musiche mi colpiscono. M’intrattengo con un gruppo di mariachi che cantano “Stand by me”, li lascio per inseguire un gruppetto punk che da grandi casse esprime bello forte e chiaro ciò che un po’ tutti qui pensiamo “Fuck Trump, Fuck ICE, Fuck Maga”. Finalmente vedo lo striscione del DSA. Sono arrivata alla testa del corteo dopo circa un’ora. Stiamo entrando a Times Square; un ragazzo capisce la situazione, prende il megafono e ci invita a disperderci: “È finita. Andate a casa, andate al bar. Grazie! Davvero grazie mille! Dietro ci sono migliaia di persone che altrimenti non possono arrivare fino alla piazza”.   Marina Serina
Scene di caccia alle streghe degli anti-antisemiti
Come la lotta all’antisemitismo viene strumentalizzata dai partigiani di Israele. Costantino Ciervo si occupa del conflitto mediorientale da decenni. Nato a Napoli nel 1961, Ciervo, noto come artista soprattutto per le sue installazioni multimediali, vive da molti anni a Berlino e sa bene quanto il tema sia delicato in Germania. […] L'articolo Scene di caccia alle streghe degli anti-antisemiti su Contropiano.
Venezuela, quando il capitalismo mostra il suo vero volto
La storia mostra che il capitalismo, nei momenti di crisi, abbandoni la maschera della democrazia formale e riveli il suo vero volto: il fascismo. Quanto sta accadendo in questi giorni lo dimostra in modo lampante. Il rapimento del Presidente dello Stato sovrano del Venezuela è, al di là di ogni giustificazione, la vittoria della forza e della brutalità al di sopra di ogni Diritto. In diversi Paesi, come l’Italia, si limita la libertà del potere giudiziario, minando uno dei pilastri della democrazia reale: la separazione dei poteri. In Europa, una piccola élite impone il riarmo e il sostegno illimitato alla guerra in Ucraina, contro la volontà della maggioranza dei cittadini. E tutto questo avviene mentre assistiamo allo sterminio di interi popoli. Nel mondo ci sono molte persone intelligenti, oneste, consapevoli che così le cose non possono andare avanti. Studiosi e attivisti che avvertono l’enorme ingiustizia del sistema attuale e lottano sinceramente per i diritti umani, per la difesa dell’ambiente e per condizioni di vita dignitose, ma le loro analisi e le loro lotte non individuano il problema centrale: il capitalismo stesso. Tutti questi conflitti ruotano attorno a un nucleo che raramente viene messo davvero in discussione. Non si tratta di affermare che la proprietà privata in quanto tale sia un male. Il punto critico è la proprietà privata dei mezzi di produzione. Il problema nasce quando una piccola minoranza controlla e decide dell’intero corpo sociale, delle risorse, dell’informazione, della politica. Quando il potere finanziario diventa totale, estendendo il controllo non solo alle condizioni materiali, ma anche alle coscienze. Occorre avere almeno il coraggio intellettuale di affrontare questo nodo e di discuterlo apertamente. Senza questo passaggio, ogni analisi resta incompleta e ogni lotta rischia di essere neutralizzata o riassorbita dal sistema stesso. Per questo è fondamentale interpretare correttamente la storia. Il fascismo non è stato il frutto di un errore o della follia di un singolo uomo. Il nazismo fu la conseguenza delle contraddizioni insite nella società tedesca ed europea dell’epoca. Allo stesso modo, le grandi tensioni internazionali di oggi, le guerre, la violenza diffusa, la distruzione dello Stato sociale e la manipolazione sistematica dell’informazione non sono “deviazioni”, ma elementi strutturali di un sistema in crisi. Trump non è un incidente nella storia degli Stati Uniti: già tutti i governi precedenti hanno tentato di favorire colpi di Stato con l’obiettivo di controllare le immense risorse petrolifere del Venezuela. Trump è solo una variante di una linea politica che affossa il diritto internazionale da decenni. Mettere in discussione il capitalismo, e quindi la proprietà privata dei mezzi di produzione, non significa soltanto criticare un modello economico, ma mettere in discussione una mentalità globale che rende possibile e legittima questo sistema. Una visione del mondo nichilista, fondata sulla violenza e sul possesso, sull’individualismo estremo, sulla competizione e sull’efficienza come valori supremi. Una corsa senza freni a produrre sempre di più, in cui il PIL diventa il metro di ogni cosa, quasi fosse la misura del senso stesso dell’esistenza. In questa logica, però, vengono sistematicamente rimosse le domande fondamentali: qual è il senso della vita? Qual è il valore delle relazioni umane? Che posto hanno la solidarietà e la cooperazione tra le persone e tra i popoli, dove andiamo come umanità? Il capitalismo non ignora queste domande per distrazione, ma affonda le sue radici proprio sull’elusione delle domande fondamentali. Per questo il cambiamento di cui abbiamo bisogno non può essere solo economico o istituzionale. È necessaria una rivoluzione umanista globale, come chiaramente proposta dall’Umanesimo universalista: una trasformazione della mentalità e dei valori, del modo in cui gli esseri umani concepiscono se stessi, i rapporti con gli altri e con l’universo e al contempo una trasformazione dell’organizzazione sociale, delle relazioni tra i popoli e dei modi di produrre, vivere e decidere collettivamente, in direzione di una vera Democrazia Reale. Qualcuno potrà liquidare tutto questo come un’utopia, ma anche se lo fosse, qual è il problema? Le utopie sono sempre state il motore della storia. Sono ciò che ha spinto gli esseri umani a non accettare l’esistente come destino, a immaginare un futuro diverso e a lottare per realizzarlo. Senza utopie non c’è movimento, non c’è progresso, non c’è emancipazione. C’è solo l’adattamento passivo a un sistema che oggi più che mai mostra la propria incapacità di garantire giustizia, pace e dignità.   Europe for Peace
Date al dolore la parola
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Gian Andrea Franchi di Linea d’ombra di Trieste che scrive: “Pochi si domandano perché ogni sera qui arrivano uomini, ragazzi e anche donne dopo lunghissimi viaggi in cui rischiano spesso la vita. Questa domanda segna il confine fra complicità umanitaria e impegno politico” -------------------------------------------------------------------------------- Date al dolore la parola, il dolore non parla, sussurra al cuore oppresso e gli dice di spezzarsi (William Shakesperare, Macbeth, IV, 3) La piazza è la stessa di 87 anni fa. Era il 18 settembre del 1938. Giorno nel quale Benito Mussolini, all’apogeo della sua effimera gloria, annunciava la necessità del razzismo e il varo delle misure legislative antisemite. Si chiamava Piazza dell’Unità prima di essere ribattezzata Piazza d’Unità D’Italia nel 1955. Una piazza “imperiale” dove risuonarono parole indegne che avrebbero provocato sofferenze, discriminazioni e deportazioni. Dare al dolore la parola dovrebbe essere il compito di tutta politica. Missione delicata, forse impossibile perché solo chi abita il dolore o allora forse solo il silenzio perché il dolore non parla, tace in attesa delle parole smarrite o quelle da creare per la circostanza. A questo dovrebbe servire una piazza degna di questo nome e luogo per antonomasia della politica intesa come partecipazione e possibile cura del dolore collettivo e personale, cioè unico. Dare al dolore la parole sapendo che il dolore non parla. In questa tragica dicotomia si gioca la credibilità di ogni politica che non sia una tragica e aggiornata continuazione di leggi razziali. Il dolore sussurra al cuore oppresso perché il dolore, ogni dolore, è inedito e non riproducibile. Il cuore degli ebrei che avevano convissuto per decenni tra mille difficoltà. Un cuore è oppresso dal dolore perché a poche centinaia di metri da questa piazza ce n’è un’altra. L’hanno chiamata con un nome che avrebbe dovuto accogliere coloro arrivano per salvarci. Si chiama Piazza della libertà per chi sfida il tempo, le frontiere, la geografia, la storia e la libertà che si traduce in giustizia, ascolto e condivisione. Tra Piazza dell’Unità d’Italia e i magazzini abbandonati dove a stento sopravvivono i rifugiati, in linea d’aria sono poche centinaia di metri. Si tratta nondimeno di due mondi paralleli, uno imperiale e l’altro marcato dal dolore che cerca senza fine le parole per essere udibile. Finché il dolore diventa silenzio, quello della morte, così come accaduto qualche settimana or sono. Uno dei mondi è finto e l’altro tace perché pochi sanno raccoglierne l’eredità. E gli dice di spezzarsi che poi sarebbe l’unica risposta degna per chi rischia di permettere al dolore di creare, appunto, parole spezzate. Sono le frontiere delle storie crocifisse e cioè spezzate da un dolore che arriva senza annunciarsi. Parole che avrebbero potuto evitare di tradire chi scompare nei deserti, nel mare e sulle mille rotte della libertà. Nel Sahel, a Gaza, nel Sudan e nel Congo e nelle altre guerre dimenticate solo dolori senza parole, mutilate per sete di potere e il dio denaro, necrofilo. La Piazza d’Italia imperiale, dell’Unità d’Italia a Trieste, in un giorno annuvolato, avvolge turisti e passanti con una musica da valzer, come fosse già la festa di capodanno a Vienna. Una coppia di sposi novelli profitta per esibire gli abiti di cerimonia con qualche foto ricordo. Poco lontano, alcuni amici africani propongono improbabili libri da vendere alla distratta platea di mattina. Accanto al molo passa un giovane con la famiglia e il capo rivestito di alloro. Certamente un neolaureato fiero del suo percorso accademico. Rimane la bella piazza imperiale che, il 18 settembre del 1938, era gremita di persone che a migliaia acclamavano le parole, senza dolore, di Mussolini. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Date al dolore la parola proviene da Comune-info.
Askatasuna e il controllo violento della “violenza” – di Michele Lancione
Giovedì sera, al presidio di fronte ad Askatasuna, eravamo in tante persone. Pronte di fronte ai muri rossi di corso Regina Margherita 47; pronte a dire un primo no rispetto allo sgombero, alla chiusura, alla repressione. Davanti a noi, di lato, dietro: centinaia di forze cosiddette dell’ordine. Alcune in divisa, altre no. Con le [...]
Riarmo, guerra e desiderio di giustizia – di Gennaro Avallone
L'ennesimo atto di repressione del governo post-fascista di Giorgia Meloni ha colpito, ieri, 18 dicembre 2025, il centro sociale Askatasuna di Torino. Con la scusa del ripristino della "sicurezza" e dell'ordine si fanno in realtà deserti dove rimbomba il silenzio e si ribadiscono dispositivi di subordinazione, sudditanza, paura o opportunismo. Difficile, di questi tempi, [...]
Il modello trumpiano, futuro europeo
L’orgoglio europeo contro Trump ha qualcosa di grottesco o forse anche peggio. Sembra in effetti venir fuori da un romanzo di von Sacher-Masoch. L’UE che si difende dagli attacchi di Trump e dei Maga è infatti la stessa che ne ha adottato le premesse tecno-nichilistiche fondate su un neoliberismo estremo […] L'articolo Il modello trumpiano, futuro europeo su Contropiano.
Militari, militarismo e fascismo nella commedia all’italiana: l’avversione verso la “classe armata”
> Che cosa pensavano gli italiani negli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso a > proposito di Patria, di difesa, di sicurezza? Formulata così la domanda, abbiamo il sentore che questi termini, che sono i mantra della fase politica odierna, allora avessero poco senso. Gli italiani e le italiane apprezzavano la libertà e il nuovo benessere, e la Patria era finalmente antifascista, non minacciata da nessuno (nemmeno dall’impero sovietico); gli italiani e le italiane si sentivano sicure/i e protagoniste/i del loro futuro e, avendo conosciuto in prima persona i disastri della guerra scellerata, non sentivano per nulla il bisogno di militari e armamenti. Tanto più che il franchismo in Spagna era vivo e vegeto, e i militari fascisti in Argentina e in Cile, e i colonnelli in Grecia, avevano modo di dare anche negli anni ‘70 il meglio di sé. E gli USA guerre controverse le facevano (Corea, Vietnam)! In Italia, martoriata da insondabili stragi (da Portella della Ginestra in poi), emergevano notizie di piani di colpi di stato militari o di strutture Stay behind (“Gladio”). La società civile reagì e resistette, e fra le modalità di reazione ci fu la trasfigurazione di questi fatti attraverso una lente comica e grottesca: colpi di stato da operetta, progettati da mentecatti sopravvissuti a un passato allora recente. Che questo fosse il sentire comune, popolare, ed esprimesse il disgusto e l’inquietudine degli italiani e delle italiane verso il militarismo e il fascismo è evidente nella produzione cinematografica dell’epoca che trova spunto grottesco nelle questioni militari e, almeno quelli più riusciti, illustrano bene certe dinamiche cognitive sul potere, a cominciare da Il federale di Luciano Salce (1961) per passare alla commedia satirica fantapolitica Colpo di stato sempre di Salce (1968) che ipotizza il successo elettorale del PCI e lo scatenamento della reazione atlantica. Notevole è Vogliamo i colonnelli di Mario Monicelli (1973). In Il generale dorme in piedi di Francesco Massaro (1972), un film meno riuscito, è però incisiva l’idea che vede ancora Ugo Tognazzi interpretare la personalità scissa di un rigido militare che quando dorme urla il suo antimilitarismo. Film che oggi fanno riflettere, forse più di allora. Insegnano che satira e comicità servono a demolire le guerre cognitive, le quali cercano il consenso belligerante della gente. Soprattutto questi film segnalano l’avversione degli italiani verso quella che oggi viene diffusa come “cultura della difesa”, che normalizza e sviluppa sempre più la predominanza della cosiddetta “classe armata” cioè di quegli apparati e gerarchie dedicate all’uso delle armi, a cui appartiene per definizione il monopolio della violenza. Sono apparati che, come tutte le strutture, lavorano per auto-conservarsi, alimentando il caos e le guerre (la geopolitica mondiale la decide la NATO, non l’ONU!). Si tratta dunque di una sostanziale avversione degli italiani e delle italiane verso l’idea di “difesa” come apparato militare diffuso, che oggi è diventato professionale, normalizzato, integrato con la ricerca e l’industria, di deterrenza “ma anche proattivo”, e che vede anche le forze dell’ordine pubblico coordinate nel contenimento del dissenso interno. Tutto ciò è qualcosa di nuovo, che si è sviluppato dai primi decenni del nuovo secolo e che sta agendo per imporsi sempre più. Se ci riuscirà, le nostre società saranno efficacemente, modernamente e politicamente militarizzate. Si tratta di capire e di scegliere se una simile società ci piace e produce il nostro bene, oppure se si tratta di un nuovo totalitarismo che avanza. Non è vero che la “cultura della difesa” nasce dal pragmatismo, dal buon senso, o dai sani valori “tradizionali”, patriottici, occidentali ecc., come sentiamo ripetere con insistenza nel discorso pubblico, nelle scuole, sui media. Se escludiamo il fascismo, la tradizione italiana è fatta di esecrazione della violenza e di antimilitarismo. Basta rivedere i film di Tognazzi, Salce e Monicelli e riflettere sulla loro amara, libera intelligenza. Lorenzo Perrona, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente