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Mafia italoamericana e fascismo, una pagina “scomoda” della storia del Novecento
In tutte le stragi di Stato (Falcone e Borsellino compresi), l’unione tra mafia ed eversione nera c’è sempre stata, e la loro presenza non è mai mancata; il tutto condito con la regia della CIA. Si, il pelato (quello che nel tentativo di fuggire travestito da nazista, finì la sua corsa a piazzale Loreto) nominò il “prefetto di ferro” Mori per combattere la mafia (montagna di merda) in Sicilia. Ma questi, dopo aver stanato, con successo, la manovalanza mafiosa di strada; nel momento in cui cominciò a guardare più in alto, ossia ai vertici mafiosi, che erano colmi di camicie nere, lo stesso prefetto Mori, che era un vero servitore dello stato, fu rimosso dal suo incarico in Sicilia, e spedito altrove… chissà perché! La cosa sicura è che la mafia odia e odierà ( ricambiata) i partiti di sinistra comunisti e socialisti e farà sempre alleanze ( naturalmente subordinata con i pezzi grossi della politica) con le destre soprattutto e di centrodestra, basta guardare i dati sui politici più indagati, sennò basta ricordare tutti gli uomini di sinistra barbaramente uccisi dalle mafie di stato. Dall’unione d’Italia, con i coloni Torinesi, scesi a governare le terre palermitane, si ebbe il caporalato è l’atteggiamento mafioso, con la 2 Guerra mondiale c l’accordo mafia Usa, e così dominarono l’Italia. I rapporti finanziari e operativi tra la mafia italoamericana e il fascismo sono una pagina della storia del Novecento. Parliamo della mafia italo americana, che mentre si intrallazzava con il fascismo, allo stesso tempo trasformava CUBA nel “parco giochi” per gli USA. Nonostante la propaganda del regime dipingesse Mussolini come l’acerrimo nemico della criminalità organizzata (attraverso la repressione del “Prefetto di Ferro” Cesare Mori in Sicilia), dietro le quinte esistevano interessi economici convergenti, scambi di favori e finanziamenti diretti volti a reprimere il comune nemico antifascista. Il legame finanziario tra esponenti di Cosa nostra statunitense e le strutture fasciste si sviluppò principalmente attraverso donazioni personali e il controllo dei media della comunità italoamericana. Il boss Vito Genovese fuggì dagli Stati Uniti nel 1937 per evitare un’accusa di omicidio e si rifugiò in Italia. Qui divenne un confidente e intimo amico di alte cariche del regime, tra cui il genero del Duce, Galeazzo Ciano. Genovese finanziò direttamente il Partito Nazionale Fascista con ingenti somme di denaro e pagò di tasca propria la costruzione di una monumentale Casa del Fascio a Nola. Parliamo di quel Vito Genovese legato alla politica statunitense, ampiamente infiltrata dalla mafia, e rapporti con gli apparati militari USA. Vito genovese, dopo l’invasione alleata del 1943, Genovese divenne l’interprete e l’assistente personale di fiducia del colonnello Charles Poletti, capo degli affari civili del Governo Militare Alleato (AMGOT) a Napoli. Ritornando a mafia italoamericana e fascismo, va ricordato il caso di Generoso Pope e i media pro-fascisti. Generoso Pope, ricchissimo imprenditore edile di New York con accertati legami con la mafia (in particolare con Frank Costello), controllava il quotidiano Il Progresso Italo-Americano. Attraverso il giornale, Pope raccolse milioni di dollari tra gli immigrati italiani per finanziare le campagne di propaganda fascista e sostenere economicamente l’invasione italiana dell’Etiopia nel 1935. La mafia italo americana operò negli USA, anche su richiesta del fascismo italiano, per reprimere le lotte sindacali e gli oppositori al regime fascista. L’apice della convergenza tra gli interessi di Mussolini e quelli della mafia italoamericana si materializzò nella repressione dei movimenti anarchici, socialisti e sindacali negli Stati Uniti. Il simbolo di questa collusione fu l’omicidio di Carlo Tresca, giornalista e leader anarchico italoamericano, assassinato a New York l’11 gennaio 1943. Tresca utilizzava il suo giornale (Il Martello) per denunciare sia i crimini della mafia sia le infiltrazioni fasciste negli Stati Uniti. Le indagini storiche e giornalistiche indicarono come mandante proprio Vito Genovese, che avrebbe ordinato l’esecuzione come “favore politico” a Benito Mussolini per eliminare la voce antifascista più pericolosa d’America. L’esecutore materiale fu identificato nel killer mafioso Carmine Galante. Il legame tra mafia e fascismo si spezzò con l’ingresso degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale. Quando gli Alleati iniziarono a pianificare l’invasione della Sicilia (Operazione Husky), la mafia italoamericana (guidata da Lucky Luciano dal carcere) decise di cambiare schieramento, collaborando con l’intelligence americana per facilitare lo sbarco. Il neo-rapporto tra mafia e governo statunitense trovò plastica realizzazione in Sicilia. Durante l’avanzata delle truppe alleate in Sicilia, molti podestà fascisti furono sostituiti con uomini della mafia, a volte anche scarcerandoli. Un esempio di mafiosi trasformati in sindaci in Sicilia dai comandi delle truppe alleate: * Calogero Vizzini (Don Calò): Il capo indiscusso della mafia dell’epoca venne nominato sindaco di Villalba. * Giuseppe Genco Russo: Futuro capo di Cosa Nostra, fu nominato sindaco di Mussomeli. * Vincenzo Di Carlo: Boss di Raffadali, ricevette l’incarico chiave, per parte del comune, di responsabile dell’ufficio per la requisizione del grano. * Michele Navarra: Boss e medico di Corleone, ottenne incarichi comunali e l’autorizzazione militare per la raccolta degli automezzi militari abbandonati, che gli permise di fondare una redditizia compagnia di trasporti. * Lucio Tasca Bordonaro (Conte d’Almerita): latifondista legato agli ambienti agrari e separatisti, venne nominato sindaco di Palermo. (da Viva Cuba Libre) Redazione Italia
June 5, 2026
Pressenza
Faro di Roma: Dal pensiero di Aldo Capitini una scuola che ripudia il fascismo, la guerra e l’inciviltà: il ruolo dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
DI LAURA TUSSI SU FARO DI ROMA DEL 3 GIUGNO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Laura Tussi, pubblicato su Faro di Roma il 3 giugno 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «Il ruolo dell’Osservatorio contro la militarizzazione Il lavoro dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università si innesta precisamente in questo solco critico. Contrastare la presenza di logiche militari negli spazi educativi non significa isolare la scuola dal mondo reale, ma difenderne la vocazione originaria: essere spazio di dialogo, inclusione e formazione critica della coscienza. L’educazione, nella prospettiva capitiniana, non può essere piegata a forme di indottrinamento simbolico o materiale che normalizzano la guerra come destino antropologico. Al contrario, essa deve diventare luogo di smascheramento delle retoriche belliciste e di costruzione di un immaginario alternativo fondato sulla cooperazione e sulla giustizia sociale...continua a leggere su www.farodiroma.it. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Dal «muro di ferro» di Jabotinsky alle tombe di Gaza: le alleanze fasciste del sionismo
Il sionismo non è mai stato un semplice movimento per la fuga degli ebrei dalla persecuzione. È emerso alla fine del XIX secolo come un’ideologia d’insediamento coloniale tipica dell’Europa occidentale, plasmata dalla stessa logica imperiale che si è spartita l’Africa e l’Asia. I pensatori-fondatori del sionismo (Theodor Herzl, Max Nordau […] L'articolo Dal «muro di ferro» di Jabotinsky alle tombe di Gaza: le alleanze fasciste del sionismo su Contropiano.
June 5, 2026
Contropiano
Spettri cinesi e il ritorno dello Stato
La relazione di Emanuele Orsini all’assemblea annuale della “sua” Confindustria, le Considerazioni finali del Governatore della Banca di Italia Fabio Panetta non sembrano all’altezza dell’epoca. Segnalano consonanza con la premier Giorgia Meloni e, in modo diverso indubbiamente, mancano di coraggio – nonostante le intenzioni, soprattutto di Orsini. Dipingono il declino, ma poi celebrano resilienza e fiducia. Qualche spiraglio, senz’altro, si intravede e alcune proposte – in particolare di Panetta – vanno prese sul serio; in generale, però, faticano a emergere visioni alternative a tutto ciò che ha contribuito, negli ultimi trent’anni, a fare dell’Italia fanalino di coda per quanto riguarda i salari, nonché il Paese più vecchio d’Europa, dal quale i e le giovani, soprattutto se formati e formate, fuggono senza sosta. A seguire, una circoscritta analisi comparativa delle due relazioni, con una congettura sull’alternativa necessaria; necessaria, anche, per non consegnare il governo alle larghe intese, prima, a Vannacci subito dopo. L’ANTICRISTO CINESE Fin nell’esordio della sua relazione, Orsini indica le colpe europee: troppa burocrazia, poco sostegno alla competizione (leggi: soldi alle imprese, all’innovazione tecnologica per le imprese). E se l’Europa arranca, anche a causa della guerra e dell’aumento dei costi, la Cina è la vera superpotenza industriale. Ma lo è perché gioca sporco: «La Cina è oggi l’unica vera superpotenza industriale. Da sola genera il 35 per cento della produzione manifatturiera mondiale, più di quanto producano insieme gli altri otto principali Paesi industrializzati. Ma la Cina gioca con regole falsate ed esporta nel resto del mondo i propri squilibri, ovvero deflazione e carenza di domanda interna. Sposta un carico gigantesco di merci verso i mercati europei. Non solo prodotti a basso costo, ma anche tecnologie avanzate: settori in cui la Cina ha sovra-capacità produttiva mentre l’Europa arranca e arretra». > Come avremo modo di vedere, non vi è mai, nelle parole di Orsini, > un’ammissione di colpa da parte delle aziende italiche. L’Europa sbaglia, non > perché non ha un federale governo del tesoro, con fisco, welfare e salari > finalmente allineati, ma perché non regala risorse pubbliche a sufficienza > alle imprese. Inondando il mercato di regole e cavilli, che, invece di > sostenere gli «animal spirits», li atterriscono. Sul problema della Cina, le parole di Panetta sono indubbiamente meno sguaiate. Ma non per questo meno taglienti. L’avanzo commerciale cinese mina la stabilità economica mondiale, al pari del disavanzo americano: «Anche la Cina ha contribuito in misura rilevante all’espansione mondiale, con una crescita del 5 per cento. A fronte di una domanda interna debole, le imprese cinesi hanno reagito ai dazi statunitensi riducendo i prezzi sui mercati esteri e diversificando gli sbocchi commerciali. È una strategia efficace nell’immediato, ma fragile nel lungo periodo: non risolve le pressioni deflazionistiche interne e alimenta nuove spinte protezionistiche. […] Gli Stati Uniti rappresentano due terzi del disavanzo mondiale. Sul versante opposto, circa un terzo dell’avanzo è riconducibile alla Cina; più contenuta è la quota dell’Europa. […] Negli Stati Uniti il disavanzo è alimentato dall’elevato deficit pubblico e dal basso risparmio delle famiglie. In Cina l’avanzo rispecchia un modello di crescita che comprime i consumi e stimola le esportazioni, anche attraverso politiche di sostegno alla manifattura. In Europa l’avanzo segnala la cronica difficoltà di trasformare il risparmio in investimenti innovativi». Parole più miti, indubbiamente, ma stessa polemica: visto che il Partito Comunista cinese continua a comprimere la domanda interna (ma è del tutto vero?), dati i dazi di Trump, la sovra-capacità produttiva cinese invade i mercati mondiali, in particolare ma non solo l’Europa, la Germania e l’Italia ancora più precisamente. Perché non dire che l’Europa in generale, Germania e Italia e con loro la filiera dell’automotive, nulla hanno fatto per tenere il passo nella sfida dell’elettrico? Certo, per dirlo senza infingimenti, andrebbe una volta per tutte chiarito che il Green New Deal è saltato in aria a causa della guerra in Ucraina e, a seguire, della catastrofe mediorientale. In entrambi i casi, i fossili russi e a stelle a strisce ne escono vincenti, mentre l’automotive in Germania avvia la ristrutturazione bellica.  Vi è poi un denso e articolato non detto nelle relazioni che stiamo analizzando: per quale motivo gli Stati Uniti possono permettersi due terzi del disavanzo mondiale? Cosa rende sostenibile l’impennata del debito pubblico statunitense? E per quale motivo, poi, l’impennata del debito pubblico si è imposta negli ultimi venti anni – dal 70% in rapporto al PIL, nel 2008, ha superato il 120% nel 2025? Cosa ha spinto la Federal Reserve a pompare senza freni liquidità nei mercati finanziari, così acquistando Treasury Bonds di cui, però, si è imposta l’emissione? E per quale motivo, poi, Apple e Tesla, per fare solo degli esempi, hanno investito in Cina? Semplicemente, per fare un favore ai cinesi? Domande che Panetta, tanto meno Orsini, si pongono e che, con risposte semplici, potrebbero aiutarci a comprendere. Il dominio planetario del dollaro, come «denaro mondiale» e riserva di valore, anche se in declino continua a garantire il debito pubblico: fin quando i T-bond saranno considerati sicuri, perché denominati in dollari, allora potranno essere emessi. Vero è che il debito pubblico americano è cresciuto vertiginosamente per salvare le banche too big to fail dal crack dei mutui subprime: dal 2008 al 2013, è passato da 10 trilioni a 16 trilioni di dollari. Vero che le politiche fiscali regressive di Trump (primo mandato, ma ora anche peggio) lo hanno enormemente accresciuto. Vero che le risposte fiscali di Biden al Covid hanno fatto il resto. Senza la crisi del 2008, però, nulla si capisce delle politiche monetarie espansive che hanno cambiato segno solo con la ripresa della dinamica inflativa (2021-2023), esito del lockdown, della guerra in Ucraina, delle strozzature delle catene del valore. EUROBOND: MA PER CHI? La relazione di Orsini e ovviamente le Considerazioni di Panetta insistono sugli eurobond. Ciò è bene, perché senza eurobond l’Europa non può farcela. Di più, senza eurobond, non può farcela il welfare europeo, il modello sociale europeo più in generale. Entrambi, legano il debito comune all’unione dei risparmi e dei capitali: la mobilitazione del risparmio privato europeo (circa 30 trilioni di euro) è il grande tema che affligge le imprese quanto gli Stati, stimolando continuamente l’appetito dei grandi fondi di investimento americani. Colpisce, però, la sfacciataggine di Orsini: «Ma non bastano energia e capitali, serve la svolta del debito comune per sostenere l’industria europea che non può più essere lasciata in balia delle diverse capacità finanziare degli Stati membri. Anche su questo punto voglio essere chiaro. Non chiediamo nuove emissioni di debito europeo per finanziare la spesa corrente degli Stati. Per la competitività europea servono 1.200 miliardi di euro l’anno. Questi non possono arrivare né dai limitati margini dei bilanci nazionali né dal bilancio comune. Gli attuali 280 miliardi l’anno, da dividere tra 27 Paesi, sono cifre che da sole non risolvono il problema». L’Europa, colpevole di lacci e lacciuoli, può essere utile se emette debito comune e, senza neanche discuterne, lo devolve alle politiche industriali. Ciò, per sconfiggere la Cina. Anche in questo caso, le parole di Panetta sono più misurate, senz’altro più complete: «La strategia sull’Unione del risparmio e degli investimenti è un passo importante. Ma una vera integrazione finanziaria richiede un titolo sovrano europeo: uno strumento liquido e sicuro, in grado di offrire un riferimento ai mercati e di attrarre risorse dall’estero, rafforzando il ruolo internazionale dell’euro. Se fondato su un’adeguata capacità di bilancio comune, esso favorirebbe il finanziamento di investimenti di interesse europeo. Si eviterebbero le inefficienze di iniziative nazionali non coordinate e sarebbe più agevole mobilitare capitali privati su larga scala». > Gli eurobond, infatti, sono la condizione affinché un bilancio comune più > solido possa affermarsi. Al contempo, in combinazione con l’emissione > dell’euro digitale, potrebbero rafforzare in modo significativo la posizione > dell’euro come valuta globale, non solo continentale, generando così le > condizioni per l’ampliamento e la sostenibilità del debito comune stesso. Sia Orsini che Panetta, però, definiscono un perimetro stretto, per l’utilizzo del debito comune: energia, che per Orsini significa principalmente nucleare; sicurezza, che per entrambi vuol dire industria bellica; tech, che vuol dire ovviamente infrastrutture digitali (cloud e data center) e intelligenza artificiale. Intendiamoci, l’attenzione di Panetta per l’istruzione e la ricerca è sempre rilevante, a maggior ragione quando si tratta di mettere in evidenza le drammatiche mancanze italiane. E pure nella relazione di Orsini, sembrerà strano, la parola ‘ricerca’ compare. Ma non si capisce per quale motivo gli eurobond non debbano finanziare istruzione e ricerca principalmente, welfare e sostegno al reddito, in particolare tenuto conto l’impatto, sull’occupazione, dell’adozione dell’intelligenza artificiale. Soprattutto, non è chiaro se la capacità di spesa pubblica comune resa disponibile dagli eurobond sia destinata alle imprese private – della sicurezza, dell’energia, del tech – o se invece abbia l’obiettivo di dare vita a grandi public utilities continentali. In verità, nel caso di Orsini la risposta è chiara, ma pure l’omissione di Panetta non rassicura. di Angelo Benedetto (Flickr) DECLINO ITALIANO Mentre Orsini blandisce Meloni, Panetta non fa sconti e, con passaggi decisivi, chiarisce l’entità della crisi. Un passaggio, tra gli altri, merita attenzione: «Dall’inizio del secolo la quota dei trentenni laureati è più che raddoppiata, al 30 per cento, ma rimane inferiore a quella delle altre principali economie europee. Tra i giovani non laureati, uno su cinque non studia e non lavora, una percentuale doppia rispetto agli altri paesi. Il rendimento dell’istruzione terziaria resta contenuto, mentre la domanda di competenze qualificate da parte delle imprese rimane debole. Una quota crescente di giovani laureati si trasferisce all’estero alla ricerca di un pieno riconoscimento delle proprie competenze; tra il 2020 e il 2024 ne sono usciti dal Paese oltre 100.000. Si alimenta così un circolo vizioso. Un sistema produttivo poco innovativo genera una domanda insufficiente di lavoro qualificato e riduce gli incentivi a investire in istruzione; la carenza di competenze rende a sua volta difficile adottare nuove tecnologie». Pochi laureati, ancora, rispetto alla media europea. Ciò nonostante, fuga senza sosta dei giovani qualificati; la domanda delle imprese, infatti, rimane debole. Ma Panetta sa arrivare anche al punto – ciò lo rende più interessante, e più utile per chi cerca strade alternative, di Orsini: non basta colpevolizzare i giovani perché non scelgono le discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), né accanirsi con coloro che né studiano né cercano lavoro (i NEET, che in Italia sono tanti), ma occorre riconoscere che «un sistema produttivo poco innovativo genera una domanda insufficiente di lavoro qualificato e riduce gli incentivi a investire in istruzione». Siamo di fronte al punto più alto, e senz’altro più condivisibile, delle Considerazioni del Governatore. Orsini, da parte sua, riconosce che in Italia esiste una drammatica questione salariale: «Le basse retribuzioni allontanano i giovani dall’Italia. Troppi settori offrono solo contratti a tempo e salari insufficienti. Se vogliamo affrontare seriamente il problema, dobbiamo condividere tutti il principio per cui la retribuzione è una questione di attrattività per l’Italia e le sue imprese. I salari bassi incidono negativamente sulla qualità della vita delle persone, sulla natalità e frenano la domanda interna, che resta il principale mercato per la maggior parte delle imprese, e l’unico per molte piccole realtà». Ma poi celebra il Governo e il decreto-legge “Primo maggio”, l’ultimo della serie, e conclude: «Ma in Italia resta aperta la questione salariale. Lo dico con chiarezza: noi da soli, con i nostri migliori contratti, non riusciamo a risolverla». Non c’è che dire, Orsini non sa cosa sia la vergogna. E, ovviamente, neanche una parola sui dati in ultimo presentati dal Libro Bianco del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Nel 2024, «la spesa totale in ricerca e sviluppo è stata pari all’1,4% del PIL, rispetto a una media UE pari a 2,2%, al 3,1% della Germania e al 2,2% della Francia». Nel decennio che va dal 2015 al 2024, la crescita degli investimenti italiani, pari al +3,2%, è stata inferiore alla media UE, +4,5%. Dato che fa la differenza, a maggior ragione se abitudine italica prevalente è quella di colpevolizzare il capitale umano, riguarda gli investimenti privati (delle imprese) in ricerca e sviluppo: 17 miliardi, nel 2024, «valore nettamente inferiore ai 92 miliardi di euro della Germania e ai 42 miliardi di euro della Francia». No, questi numeri per Orsini non esistono, dunque bene chiedere a Meloni il rafforzamento della ZES unica. EQUITÀ FISCALE E RITORNO DELLO STATO INVESTITORE Vi è un sussulto di dignità anche in Orsini – difficile da credere, ma è così: «L’Italia è quarta per pressione fiscale tra i Paesi avanzati, ma esistono 575 misure fiscali che erodono circa 120 miliardi di base imponibile. Lanciamo una proposta al Governo e alle parti sociali. Lavoriamo insieme, su queste misure, alcune delle quali hanno perso la propria ragion d’essere o si sovrappongono tra loro. Analizziamole insieme. E identifichiamo i 20 miliardi da riallocare, senza aumentare il debito: un terzo alla crescita, un terzo alla sanità, un terzo alla scuola». D’altronde, la stessa Bankitalia ha censito che il volume annuo degli aiuti a fondo perduto alle imprese è triplicato nell’ultimo quinquennio, passando da circa 6 miliardi all’anno del biennio 2018-2019 a circa 18 miliardi tra il 2020 e il 2025. Comunque, benissimo, siamo d’accordo. > Sorge spontaneo il dubbio: non è che si sta cercando un modo per a) non > affrontare, come invece si deve, il problema della tassazione progressiva dei > redditi da capitale, più in generale della ricchezza, e per b) colpire solo > professionisti e piccole imprese (la flat tax di cui godono, intendiamoci, > rimane intollerabile)? Panetta, invece, di fronte ai numeri del declino, riscopre lo Stato investitore diretto, e lo fa in particolare riferendosi ai ritardi delle imprese italiane nell’adozione dell’intelligenza artificiale: «Lo Stato può inoltre agire da committente primario dell’innovazione. Orientando la domanda pubblica verso applicazioni avanzate in settori come sanità, energia, sicurezza e mobilità, può aprire nuovi mercati, ridurre il rischio per i pionieri e accelerare la diffusione di nuove soluzioni. Anche la diffusione dell’intelligenza artificiale nelle Amministrazioni pubbliche può accrescere l’efficienza e la qualità dei servizi offerti ai cittadini e alle imprese». La proposta è senz’altro convincente, da rilanciare. Ma si tratta semplicemente di ridurre il rischio per i pionieri o di prendere atto che, senza pianificazione economica e intervento pubblico, la transizione digitale porta con sé, quanto meno ma non solo in Italia, ritardi, squilibri, fallimenti, disoccupazione (del lavoro cognitivo automatizzabile)? CONGETTURE Mettiamo il caso che, nelle prossime elezioni italiane, l’eccedenza che ha fatto stravincere il ‘no’ al referendum sulla riforma della giustizia decida di mandare a casa Meloni. Fatto non scontato – un pareggio, al momento, è difficile da escludere. Non scontato, ma possibile. La domanda, per un Governo che si vuole seriamente alternativo alle destre, è dunque la seguente: esiste un cervello (collettivo) capitalistico, in Italia? Se sì, quali parole meglio lo rappresentano? > La risposta che qui si propone è tranchant: in Italia manca, e da tempo, un > cervello capitalistico capace di visione, tempi lunghi, respiro; quel poco che > emerge viene dalla Banca d’Italia e più in generale dalle élite europeiste (in > molti casi tecnocratiche), mentre Confindustria arranca frammentata, senza > scuse, provinciale e arrogante al contempo. Per mobilitare l’eccedenza, dunque, e quindi per provare a governare, la ricetta è semplice e per questo, in prevalenza, messa a tacere dai media mainstream: tassare i ricchi; indicizzare automaticamente i salari all’inflazione; raddoppiare la spesa pubblica, in rapporto al PIL, in istruzione, università e ricerca; promuovere il pieno federalismo europeo, gli eurobond, l’euro digitale – contro la dollarizzazione dell’economia europea a mezzo stablecoin; salario minimo e reddito di cittadinanza, insieme e non l’uno contro l’altro; pianificazione democratica e aziende pubbliche per i settori strategici dell’innovazione tecnologica ed energetica; rilancio della sanità pubblica. Al di sotto della proposta sopra tratteggiata, non si vince; senza realizzarne una parte significativa, si rischia, se va bene, l’effetto “Tsipras”, se va male si consegna il Paese a Vannacci – come d’altronde SPD (prima) e CDU (adesso) sembrano fare con AfD in Germania. Bene sapere che non c’è alchimia politica (campo, coalizione, ecc.) che possa realizzare, senza convulsioni e fratture, crisi e arretramenti, l’articolato programmatico di cui sopra. Al quale si aggiunge, ma è una premessa, il contrasto alle guerre tutte e all’industria bellica. Occorre dunque essere consapevoli che, senza movimenti sociali e sindacali di massa, in Italia e in Europa, anche le intenzioni migliori possono evaporare nel giro di una stagione. Il tema, allora, sarà: possibile combattere, dal basso e dall’alto, secondo una inedita co-articolazione di eterogenei, per strappare l’alternativa metro dopo metro? Solo collettivamente, sperimentando, si potrà provare a rispondere alla domanda. Ma è bene cominciare a porla. La copertina è di Luca Di Ciaccio (Flickr) Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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June 3, 2026
DINAMOpress
“Dio, patria e famiglia”: la performance satirica di Extinction Rebellion
Nella quarta giornata della settimana di PrimaVera Democrazia, mentre tre figuranti che impersonavano Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Guido Crosetto inscenavano uno sketch ispirato ai cinegiornali dell’Istituto Luce quindici persone hanno scalato Palazzo Venezia di Roma per affiggere tre grandi striscioni riportanti slogan evocanti lo storico motto della destra autoritaria. In uno dei luoghi simbolo del ventennio fascista tale protesta ha puntato i riflettori sugli effetti della crisi ecoclimatica per denunciare i crescenti finanziamenti stanziati dal governo italiano per combustibili fossili e riarmo. I quindici e alcuni fotografi che documentavano l’azione dimostrativa sono stati fermati e portati in caserma. COMUNICATO STAMPA : Roma, 1° giugno 2026 – Questo pomeriggio, Extinction Rebellion ha scalato Palazzo Venezia – ex sede del governo fascista – muniti di tre grandi striscioni riportanti slogan contro il celebre motto legato alla destra autoritaria “Dio, patria e famiglia”, mentre ai piedi del palazzo delle figure travestite da Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Guido Crosetto hanno inscenato un teatrino satirico ispirato ai cinegiornali dell’Istituto Luce. La polizia è intervenuta sul posto sequestrando gli striscioni prima che venissero srotolati e identificando le persone presenti, inclusi i fotografi accorsi per documentare la scena. Malgrado il gruppo non abbia opposto resistenza e abbia consegnato i documenti, tutti i cittadini inclusi i fotografi sono stati portati in commissariato. “Quello che è successo oggi è surreale e rappresenta concretamente la deriva autoritaria che stiamo vivendo. Le Forze dell’Ordine hanno portato in caserma attivisti, fotografi e persone che non stavano partecipando alla manifestazione. Hanno strattonato giornalisti e sequestrato telefoni – commenta Paola, una delle persone portata in caserma per essersi travestita da Giorgia Meloni – Abbiamo già denunciato tre Questure di Italia per queste pratiche illegittime e lo faremo ancora”. Simbolico il luogo in cui tutto questo è accaduto: Palazzo Venezia, utilizzato durante il ventennio fascista come quartier generale politico del Duce e ancora oggi uno dei simboli più riconoscibili del potere fascista. Nella quarta giornata di PrimaVera Democrazia, la settimana di mobilitazione nella capitale lanciata da Extinction Rebellion, il movimento porta in scena una nuova protesta per denunciare la distanza tra la propaganda del governo e le conseguenze concrete delle sue politiche: crisi climatica, riarmo, disuguaglianze e repressione. “Ci parlano di ‘Dio, patria e famiglia’, ma i crescenti effetti del collasso ecoclimatico mostrano il fallimento concreto di questa retorica – commenta Paola, una delle persone portata in caserma per essersi travestita da Giorgia Meloni – Non c’è sicurezza in un Paese che investe nel riarmo mentre i territori franano. Non c’è difesa della famiglia quando migliaia di persone perdono casa, salute, lavoro e raccolti a causa di eventi climatici sempre più estremi. Non c’è patria da proteggere se il suolo viene consumato, i fiumi esondano, le città diventano invivibili durante le ondate di calore e intere comunità vengono abbandonate dopo ogni disastro.” La protesta richiama a una situazione ormai difficile da ignorare. Secondo il Climate Risk Index 2025, negli ultimi trent’anni in Italia circa 38.000 persone sono morte a causa di eventi climatici estremi. Frane e alluvioni hanno causato almeno 19 miliardi di euro di danni negli ultimi dieci anni, con 8,5 miliardi legati alle sole alluvioni in Emilia Romagna del 2023. Parallelamente, il Governo continua a finanziare fossili e riarmo: nel 2025 la spesa militare italiana ha raggiunto 32 miliardi di euro, mentre con il Piano Mattei si sta consolidando la dipendenza dal gas, lasciando alle famiglie il costo della crisi energetica. In Italia, infatti, oltre 2 milioni di famiglie si sono trovate in condizioni di povertà energetica solo nel 2024, mentre nel 2025 le bollette dell’elettricità sono aumentate di circa il 100% e quelle del gas 70% rispetto al 2022. “È il risultato di un modello che protegge chi trae profitto da fossili, guerra e speculazione, mentre scarica i costi su famiglie, territori e comunità già esposte alla crisi – continua Ludovico, un’altra delle persone identificate – Il punto non è solo la memoria del fascismo, ma la sua eco nelle pratiche politiche del presente: mentre la crisi ecoclimatica rende più insicura la vita di milioni di persone, il Governo restringe gli spazi democratici e criminalizza il dissenso”. Il riferimento è in particolare al nuovo Decreto Sicurezza, approvato dal governo e dagli esperti dell’ONU definito «il più grave attacco alla libertà di protesta degli ultimi decenni», che introduce nuovi reati e aggravanti in particolare legati a manifestazioni e proteste. “Per questo siamo scesi in piazza oggi e torneremo ancora. Contro un governo che usa valori identitari per coprire politiche di abbandono, repressione e profitto – conclude Ludovico – Pretendiamo che le priorità politiche rimettano al centro le persone, i territori e la democrazia”. Fonti: – PrimaVera Democrazia, https://extinctionrebellion.it/primavera-2026/ – Climate Risk Index 2025, http://www.germanwatch.org/sites/default/files/2025-02/Climate%20Risk%20Index%202025.pdf – L’Espresso, https://lespresso.it/c/attualita/2026/4/2/crisi-climatica-danni-alluvioni-19- miliardi/61085 – Regione Emilia Romagna, https://ambiente.regione.emilia-romagna.it/it/notizie/attualita/2024/maggio/alluvione-unanno-dopo-il-bilancio-su-quanto-fatto-dalla-regione-i-contributi-e-le-iniziative – Oxfam, https://www.oxfamitalia.org/conseguenze-cambiamento-climatico/ – La Repubblica, https://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2025/12/18/news/ poverta_energetica_2024_milioni_famiglie_massimo_storico-425048292/ – Sky TG24, https://tg24.sky.it/economia/2026/04/09/prezzo-gas-luce-bollette-dati-enea – Pagella Politica, https://pagellapolitica.it/articoli/costo-italai-aumento-spesa-difesa-nato – Valori, https://valori.it/sussidi-ambientalmente-dannosi-italia-legambiente/ – Civicus Lens, https://lens.civicus.org/interview/il-decreto-sicurezza-e-il-piu-grande-attacco-aldiritto-di-protesta-della-storia-della-repubblica-italiana/ Extinction Rebellion
June 2, 2026
Pressenza
Futuro Nazionale e il cyberfascismo identitario
C’è una domanda che la sinistra italiana continua a eludere, preferendo l’anatema alla comprensione: come si forma, nel 2026, un movimento politico di massa a partire da un libro scritto da un generale che sostiene che gli omosessuali non sono normali, che la sostituzione etnica è in corso e che […] L'articolo Futuro Nazionale e il cyberfascismo identitario su Contropiano.
May 29, 2026
Contropiano
TRIESTE: AGGUATO FASCISTA NEL CENTRO CITTÀ DURANTE LA COMMEMORAZIONE DI GRILZ
Aggressione fascista a Trieste durante il rito del “Presente” della regione Friuli Venezia Giulia per la commemorazione per il giornalista e fascista Almerigo Grilz, organizzata martedì 19 maggio davanti all’ex sede del Fronte della Gioventù, nel centro del capoluogo giuliano. Grilz, storico sprangatore missino coinvolto in aggressioni contro la popolazione slavofona e legato in Libano alle Falangi maronite di estrema destra, era sodale dei giornalisti missini Gian Micalessin e Fausto Biloslavo. A contestare il raduno si sono presentati spontaneamente antifasciste e antifascisti cittadini, decisi a opporsi a una manifestazione dichiaratamente nazista e antifascista. Una volta giunti in strada però si trovati davanti a un agguato premeditato: gruppi dell’estrema destra armati di spranghe, cinghie, caschi e tirapugni hanno aggredito ripetutamente i manifestanti, alcuni passanti e due giornalisti intenti a documentare quanto stava accadendo. Le immagini diffuse nelle ore successive mostrano chiaramente l’azione coordinata dei picchiatori fascisti e il clima di totale impunità in cui hanno agito; ancora una volta infatti, le forze di polizia ha lasciato che che le squadracce neofasciste si muovessero indisturbate, finendo poi per caricare proprio gli antifascisti che stavano opponendosi all’iniziativa nera. “Ci sono più e più video, che pubblicheremo in maniera dettagliata all’interno di  alcuni dossier, che mostrano antifascisti colpiti dai neonazisti e successivamente manganellati più volte dalle forze di polizia” racconta ai microfoni di Radio Onda d’Urto un compagno dell’Assemblea Vecchi e Nuovi Fascismi “È indicativo che questa protezione e questo agguato in pieno centro città verso antifascisti disarmati, verso anche giornalisti e  passanti sia stato reso possibile non solo dalla protezione della polizia, ma anche della protezione istituzionale che ieri ha visto la partecipazione dell’assessore regionale e Fabio Scocimarro alla cerimonia.” Per venerdì 29 maggio alle 18:30, a San Giusto, è stata convocata un’assemblea pubblica aperta alla cittadinanza, alle associazioni e ai rappresentanti politici. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, la testimonianza di un compagno dell’Assemblea Vecchi e Nuovi Fascismi. Ascolta o scarica.
May 20, 2026
Radio Onda d`Urto
Il corteo per Ciro Principessa è una festa di vita
Il 12 maggio abbiano ricordato su questo sito l’anniversario dell’uccisione di Giorgiana Masi, colpita alle spalle da un agente in borghese nel 1977, secondo i metodi di controguerriglia teorizzati da Kossiga. Il 23 maggio un corteo e una festa indette dal Comitato Certosa ricorderanno la morte di Ciro Principessa, assassinato nel suo quartiere di Torpignattara il 19 aprile 1979 da un fascista del giro stretto di Delle Chiaie, come a dire da un altro pezzo dello Stato “deviato”. Ciro e Giorgiana: due militanti (dalle biografie diversissime) di un biennio sanguinoso, due testimoni di lotta e di speranza. Nel nostro campo abbiano spesso avuto morti e sconfitte – una lunga serie che comincia almeno a Parigi nel giugno 1848 e che, passo a passo, ha costruito una realtà di classe e di popolo sempre più solida. Ma non è stata mai nostra abitudine soffermarci sulla morte e sul martirio, i caduti li citiamo come testimoni della vita e messaggeri del futuro, rifuggendo da lugubri riti di lamentazione e vendetta quali accompagnano le celebrazioni di Acca Larenzia o di Ramelli. Al !Viva la muerte! che corre da Millán-Astray alle mani tese negli appelli Presente! noi contrapponiamo una gestione vitale del ricordo. Sappiamo bene che l’indignazione che cambia lo stato delle cose si alimenta delle sofferenze delle generazioni che ci hanno preceduto ben più che dall’immaginare i nostri liberi nipoti. > Le rammemorazioni costruiscono un calendario dell’avanzata delle lotte che è > più di una commemorazione dei santi e dei defunti, è un calendario di > accelerazione: esse non misurano il tempo come orologi ma anticipano il corso > storico nella lotta quotidiana, fanno esperienza della rottura della > continuità ripetitiva del tempo mostrando fuggevolmente quanto di alternativo > sarebbe possibile. Perciò teniamoci caro il calendario dei tumulti e dei > caduti, non per lamentare ma per riscattare il passato. Esordiva una quasi dimenticata canzone partigiana del 1944 che cade a proposito nell’anniversario della Semaine sanglante del 21-28 maggio 1871: «Non siam più la Comune di Parigi, che tu borghese schiacciasti nel sangue…), ma abbiamo imparato e oggi è il giorno della riscossa. Non era vero, purtroppo, e altre rivoluzioni sono finite male, ma quell’atteggiamento resta valido e ogni volta si dovrà ricominciare da capo con quello spirito. Ciro Principessa aveva avuto un’adolescenza un po’ malandrina a Torpigna, come tanti ragazzi della Fgci di allora, nelle borgate e nei rioni di un centro ancora non colonizzato da Airbnb, qualche furto, due anni di carcere minorile, la diserzione dal servizio militare, poi “il Nespola” cambia vita, mantenendo il look d’epoca (capelli lunghi, abbigliamento tutto bianco alla Tony Manero (la Febbre del sabato sera è del 1977), vive di lavoretti saltuari, diffonde l’”Unità” la domenica mattina, frequenta la sezione del Pci “Nino Franchellucci” virando il ribellismo originario in coscienza di classe e impegnandosi nel lavoro di massa. Occupa nel 1978 un ex-mobilificio abbandonata via di Porta Furba e vi organizza una specie di centro sociale. > Un percorso antropologico comune in quegli anni anche ai ragazzi dei gruppi > extraparlamentari, una biografia che potrebbe appartenere a un militante di > Lotta continua o ai Tiburtaros – certo, le linee politiche erano ben diverse > nella sostanza, anche se il Pci di prima della Bolognina si teneva dentro > contraddittoriamente forze che di fatto non seguivano tutte le implicazioni > della linea della dirigenza. Per quanto Ciro non fosse un dissidente e, anzi, condannasse le tendenze alla lotta armata che serpeggiavano alla base fino a partecipare ai funerali del sindacalista Guido Rossa ucciso dalle Br, tuttavia non lo immaginiamo come un attivista del Pd odierno o un simpatizzante del “campo largo”. Il salto di qualità era giù compiuto a livello strategico e dirigente, ma non era ancora sgocciolato fino a impregnare il tessuto di base. Comunque quel maledetto 19 aprile 1979 Ciro si occupava della gestione della biblioteca di sezione, quando si presentò uno sconosciuto che chiese un libro in prestito. Gli dicono che deve registrarsi con un documento e allora afferra il volume e scappa via. Ciro e un paio di compagni partono all’inseguimento – un libro, in epoca pre-web, è vissuto come uno strumento di emancipazione e di crescita –, raggiungono il provocatore e si accorgono all’ultimo minuto che impugna una lama. Troppo tardi, Ciro, crolla a terra con due squarci al torace e all’addome. L’aggressore fugge e viene fermato poco dopo in un bar mentre cerca di disfarsi del coltello. Ciro ha un’arteria recisa e muore il giorno dopo all’ospedale dopo una notte di atroce agonia. Ma chi è l’assassino? Un fascista, certo, ma non un pischello di borgata, come quelli della destra sociale che si diffonderanno nelle periferie a fine secolo, sulla scia delle campagne d’odio etnico verso migranti e zingari, mentre gli eredi del Pci si rinserrano nella zona ZTL. No, Claudio Minetti è un figlio d’arte, la madre, fascistissima, è convivente di Stefano Delle Chiaie (il “Caccola”), fondatore di Avanguardia Nazionale, banda eversiva strettamente legata alla Cia e a una parte dei Servizi italiani. Il fratello maggiore, Riccardo, è affezionato compagno d’armi dell’altro fondatore di AN, Mario Merlino (il cui figlio, a sua volta, è il braccio destro di Fazzolari e commissario politico di FdI presso il Ministero della Cultura – come ben si sa dagli scazzi di questi giorni) e si è suicidato o, più probabilmente, è stato suicidato in carcere alla vigilia della sua deposizione nel processo di Catanzaro per piazza Fontana. Claudio segue le orme familiari e, dopo lo scioglimento di AN, entra in Europa civiltà e transita per la solita sezione di Acca Larenzia. Sarà condannato a 10 anni di carcere ma, grazie a una provvidenziale dichiarazione di infermità mentale, ne sconta solo una parte.  Una genealogia diversa dallo spontaneismo “settantasettino” dei coevi Nar e del nascente Movimento rivoluzionario popolare, che peraltro compiono azioni molto simili in quelle roventi settimane. Rivelatrice della situazione è la partecipazione di Berlinguer al corteo funebre di Ciro: solidale, però il segretario commentò la recrudescenza di attentati come una conferma dei pericoli per la democrazia e rispiegò a un perplesso D’Alema, leader allora della Fgci, la necessità impellente del compromesso storico. > Oggi la commemorazione non è identitaria, del militante Pci, ma rivendica Ciro > a una ribellione diffusa, le cui cause e sentimenti si sono trasferiti alla > difficile situazione di oggi, segnata dalla violenza neofascista, dalla vita > precaria dei giovani nei quartieri popolari, della loro > composizione multietnica e moltitudinaria. Il corteo partirà da Largo dei Savorgnan, sabato 23 maggio alle ore 14.00, e si snoderà per le vie di Torpignattara e Certosa. La festa si terrà a via del Mandrione 215 (ex-Stazione Casilina), dalle 11.00 alle 23.00 lo stesso giorno La copertina è tratta dalla pagina Facebook “Comitato Certosa“ Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Il corteo per Ciro Principessa è una festa di vita proviene da DINAMOpress.
May 16, 2026
DINAMOpress