Tag - fascismo

Passioni tristi al servizio del capitale e del fascismo
IL CAPITALISMO DIGITALE HA SCOPERTO DA TEMPO NUOVI TERRITORI DI APPROPRIAZIONE, IL NOSTRO TEMPO E LA NOSTRA ATTENZIONE. POI HA CAPITO CHE LE PASSIONI TRISTI SONO PIÙ REDDITIZIE PERCHÉ SONO PIÙ FACILI DA GENERARE, FAVORISCONO PIÙ COINVOLGIMENTO, QUINDI TEMPO DI PERMANENZA, CIOÈ DENARO. IN QUESTA GIUNGLA OSCURA, LA DESTRA È PIÙ EFFICACE PERCHÉ IL SUO DISCORSO È STRUTTURATO PROPRIO ATTORNO A QUESTE PASSIONI. IL RISULTATO È UN CIRCOLO VIZIOSO IN CUI LE PIATTAFORME, IN RISONANZA CON IL TEMPO ANGOSCIANTE CHE VIVIAMO, DIFFONDONO LE PASSIONI TRISTI, MA LE PRODUCONO ANCHE. IN QUESTO MODO VIENE INDEBOLITA LA CAPACITÀ DI PENSARE E DI AGIRE IN BASSO COLLETTIVAMENTE. PER QUESTO SECONDO NURIA ALABAO ABBIAMO BISOGNO DI PROTEGGERE IL NOSTRO TEMPO E LA NOSTRA ATTENZIONE: POSSIAMO FARLO CERCANDO RITMI PIÙ LENTI PER INCONTRARCI, DISCUTERE DI PERSONA, SPERIMENTARE SOSTEGNO RECIPROCO, PENSARE CON COMPLESSITÀ, SENZA RIDURRE OGNI DIBATTITO A DUE POLI OPPOSTI. SOLTANTO COSÌ POSSIAMO ESSERE MENO MANIPOLABILI ED ESPANDERE LA NOSTRA CAPACITÀ DI AZIONE Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Qualcuno condivide un’intervista con un filosofo (ma potrebbe essere un giornalista, un cantante o un pompiere, non importa), le risposte sono immediate: accanto a un commento gentile, divampano le fiamme dell’aggressività. Vengono definiti fuori luogo, pagliacci, sgualdrine o pazzi, che si tratti di un disaccordo importante o di un dettaglio insignificante. Spesso, abbastanza chiaramente, la risposta è al titolo scelto dal media, non al contenuto dell’intervista. Non è tutto fuoco nemico, però molti degli insulti peggiori provengono da questa parte della barricata, da quelli di noi che presumibilmente condividono “qualcosa”, la chiamano “sinistra” – anche se non è sufficiente – perché difendere il pluralismo e il dissenso non è sempre la nostra caratteristica principale (penso al femminismo, ad esempio). Diciamo di voler porre fine al fascismo, ma la sua influenza ha da tempo preso possesso dei nostri corpi. È stata colpa dei social media, con i loro algoritmi perversi che diffondono i messaggi più estremi e dannosi? È colpa dell’anonimato? O forse erano già lì, soprattutto con l’aumento della paura di cadere, della solitudine… la paura nelle sue molteplici forme che ti fa sentire come se stessi fluttuando senza nulla a cui aggrapparti – e mancava solo il veicolo, l’arma carica che sono i social media. Certo, non è tutto negativo; c’è anche potere e gioia, espressione e creatività, e la possibilità di entrare in contatto con altre anime folli o sradicate. Qualunque sia la tua follia, sai di non essere solo. Ma anche così, ci sono giorni in cui spegni il telefono e le sue chiacchiere incessanti perché è difficile resistere all’ennesima sfida rabbiosa, all’ennesimo insulto. Perché questa costante sensazione di pesantezza e nebbia? Il panorama attuale è caratterizzato dalla devastazione dei legami sociali e delle forme di comunità, frutto di cinquant’anni di neoliberismo. Questa devastazione assume la forma della solitudine: stiamo camminando su una corda tesa. Il filosofo Franco “Bifo” Berardi dice che un’altra sfida epocale caratterizza questa solitudine, caratteristica della vita contemporanea: quella dei giovani cresciuti dalle macchine; se non fosse per la scuola, molti trascorrerebbero più tempo con i dispositivi elettronici che con altri esseri umani. Sebbene ciò possa sembrare allarmistico – le macchine consentono anche l’interazione con altre persone – conosciamo già alcuni degli effetti che ciò sta avendo sugli adolescenti. Bifo afferma che questa nuova condizione antropologica “non è felice”. Potrebbe essere correlata alla devastazione emotiva che sta lasciando nei giovani, anche se non è l’unico fattore determinante? “La prova – sottolinea Bifo – è che la depressione è diventata un fenomeno di massa e che le forme di sofferenza si stanno moltiplicando fino a diventare predominanti nella realtà sociale”. Se non la depressione in sé come fatto clinico, certamente come un’emozione che le assomiglia. La vita psichica come materia prima Ciò che scopriamo nell’economia dell’attenzione è che una cattiva salute mentale la alimenta. Nella sua teoria dell’ecologia-mondo, Jason W. Moore spiega che il capitalismo ha storicamente dipeso dall’appropriazione di alcuni elementi “a basso costo” per l’accumulazione di capitale: lavoro, natura, energia, cibo. Moore mostra come il sistema abbia costantemente bisogno di identificare nuove “frontiere” di appropriazione quando quelle precedenti si esauriscono o generano resistenza. Dall’argento americano alla gomma amazzonica, dai contadini espropriati o dalla schiavitù alle donne costrette a lavori di cura non retribuiti, il capitalismo si espande attraverso queste strategie di riduzione dei costi. All’inizio del XXI secolo, il capitalismo si trova ad affrontare una chiusura storica delle sue frontiere classiche. Non ci sono territori fisici significativi rimasti inutilizzati; gran parte del lavoro mondiale è già altamente precario o informale, e la natura è al limite della sua capacità rigenerativa. Ma il capitalismo digitale è in grado di scoprire nuovi territori vergini: la nostra vita mentale, il nostro tempo e la nostra attenzione. Affetti e desideri diventano qui materie prime. L’accumulazione continua attraverso l’invasione di un altro mondo da conquistare: il nostro mondo interiore. L’appropriazione, in questo caso, è quella dell’energia psichica che riversiamo nelle reti, che potrebbe essere percepita come un’altra merce “a buon mercato”. I teorici postfordisti italiani – Maurizio Lazzarato, Mario Tronti, Paolo Virno e altri – hanno spiegato questo meccanismo molto presto. Il capitale non sfrutta più solo il tempo di lavoro in fabbrica, sostenevano, ma sta colonizzando tutta la vita sociale, mercificando sempre più ambiti dell’esistenza. “Vita messa al lavoro” significava che il valore poteva essere generato dalle emozioni, dalle capacità linguistiche o relazionali, dal consumo o dall’immaginazione, che si trattasse di pubblicità, lavoro creativo o lavori di servizio. Ma ciò che forse non avevano previsto era la misura in cui le piattaforme avrebbero realizzato questa profezia. Al di là dei servizi a pagamento, quando scorriamo Instagram, ci insultiamo a vicenda su X e riversiamo i nostri desideri e le nostre frustrazioni su Facebook, stiamo mettendo in atto esattamente ciò che Virno chiamava “cooperazione produttiva”: alimentiamo la macchina, generiamo dati che addestrano algoritmi e sviluppiamo contenuti che tengono agganciati gli altri utenti attraverso un continuo lavoro emotivo. E tutto ci torna indietro come una merce. Questo lavoro è invisibile proprio perché mascherato da svago o socializzazione “libera”, quando in realtà è un’attività produttiva che arricchisce i proprietari della Silicon Valley, molti dei quali sono ora caduti nelle braccia del fascismo. Le piattaforme digitali e gli algoritmi che ne costituiscono la spina dorsale sono la tecnologia che rende possibile questa appropriazione massiccia e sistematica. Proprio come la nave negriera ha permesso la cattura di schiavi africani su scala industriale, o il filo spinato che circondava le terre comunali, lo smartphone e l’algoritmo sono al servizio della colonizzazione delle nostre vite psichiche. E lo fanno in gran parte attraverso l’odio e le emozioni negative. Passioni tristi, carburante premium Il capitalismo delle piattaforme ha scoperto che le passioni tristi sono più redditizie perché sono più facili da generare, più abbondanti come materia prima e generano più coinvolgimento e tempo di permanenza. C’è la tendenza a tradurre i nostri problemi di vita, le nostre insicurezze e le nostre paure in insulti e mancanza di rispetto. Tutti noi commentiamo di più quando siamo arrabbiati o indignati e ci soffermiamo più a lungo quando siamo ansiosi di non perderci nulla. Ma anche, mentre un tempo gli algoritmi premiavano l’interazione, ora si basano sull’attenzione; in altre parole, abbiamo perso la capacità di scegliere. Ciò che vediamo non dipende più solo dai nostri gusti o da ciò che condividiamo; ora ci mostrano ciò su cui ci soffermiamo, ciò che guardiamo, ad esempio qualcosa che ci disgusta o ci fa arrabbiare. Anche cuccioli che salvano neonati o una scimmia triste che gioca con il suo peluche, qualsiasi cosa ci capiti di guardare. Ma sembra che ciò che risuona di più sia ciò che si collega alle nostre frustrazioni e al nostro dolore. Paura, indignazione e risentimento creano dipendenza molto più della gioia. Anche a sinistra, tendiamo a puntare il dito contro i nostri vicini o colleghi, moralizzando o monitorando le loro espressioni: la polizia semiotica che portiamo dentro di noi. Il cortisolo e l’adrenalina dell’indignazione sembrano più potenti della gioia, almeno quella che circola sui social media. Generano quindi maggiori profitti per le piattaforme. Il risultato è uno spazio che dovrebbe essere pubblico – o che funziona attraverso la finzione di esserlo – ma dove le emozioni distruttive sono sovrarappresentate, le discussioni sono semplificate fino all’assurdo o alla politica identitaria, e dove le posizioni più estreme circolano più ampiamente. In questa giungla oscura, l’estrema destra è straordinariamente efficace perché il suo discorso è strutturato proprio attorno a queste tristi passioni o lavora attivamente per provocarle. Disaffezione verso il sistema, ma anche risentimento (contro élite, migranti, femministe), paura del declino sociale, dell’invasione o della “sostituzione”, di vedersi “portare via ciò che è nostro”; solidarietà negativa: se sono fregato, non voglio che gli altri abbiano la vita più facile. Sono maestri nel trasformare alienazione e disagio in reazione, in sostegno al loro progetto politico. La loro estetica facilmente “memeabile”, la loro ironia trasgressiva, la loro capacità di trasformare il razzismo in shitposting e la misoginia in umorismo, si adattano perfettamente a un mezzo che punisce la complessità e premia la reazione viscerale. Il risultato è un circolo vizioso in cui le piattaforme non solo diffondono queste tristi passioni, ma le producono anche. Da un lato, plasmano un’immagine particolare del mondo: massima esposizione delle nostre vite, personalità da brand, retorica semplicistica, competizione e una concezione della politica come comunicazione, come se avere i discorsi migliori o le idee migliori fosse sufficiente per influenzare il mondo. Dall’altro, finiscono per generare il tipo di soggettività di cui l’estrema destra ha bisogno: frammentata, risentita, triste e dipendente dalla propria impotenza. Siamo, quindi, più facili da governare. Come afferma Spinoza nella sua Etica, le passioni tristi ci indeboliscono e ci rendono meno autonomi e più dipendenti – e questa dipendenza è esattamente ciò di cui il modello di business dell’economia dell’attenzione ha bisogno. Ci privano della capacità stessa di resistere. Oltre a estrarre valore, distruggono la nostra capacità di agire collettivamente. Amplificano il danno psicologico e la depressione che si ripresentano sotto forma di aggressività. Tornando a Bifo, questa appropriazione algoritmica della nostra psiche “sottopone la mente collettiva a uno stress che la rende incapace di ragionare, criticare ed empatizzare”. A suo avviso, la depressione che ne consegue sembra trovare sfogo nella violenza. “Meglio aggressivi che tristi” potrebbe essere il suo motto. L’aggressività come “cura per la depressione” è l’effetto predominante del fascismo, dice Bifo, “una forma di terapia alimentata da anfetamine per la sofferenza e la solitudine che produce sempre, sistematicamente, effetti di moltiplicazione della violenza e delle dinamiche suicide”. E i social media diffondono questo veleno di affetto fascista sotto forma di violenza digitale canalizzata da algoritmi oscuri. L’approccio spinoziano propone di resistere aumentando il nostro potere, non nutrendo risentimento. Da un lato, sappiamo già che la sfida è politicizzare le frustrazioni in modo emancipatorio, ovvero reindirizzare la nostra rabbia contro coloro che provocano le nostre insicurezze. Per fare questo, la nostra capacità affettiva dovrebbe essere incanalata nella produzione collettiva di un bene comune. Un buon punto di partenza sarebbe cercare di essere generosi con noi stessi, o forse definire quel “noi” in modo più generoso: non c’è bisogno di commentare o postare sui social media tutto ciò che non ci piace delle nostre colleghe, il che non significa chiudere importanti dibattiti strategici, ma piuttosto affrontarli con rispetto. Le passioni gioiose spesso richiedono anche un ritmo più lento: incontrarsi per discutere di persona, connettersi, studiare, pensare con complessità, senza ridurre ogni dibattito a due poli opposti. Ma la comunità, il sostegno reciproco e la politica faccia a faccia ci rendono meno facilmente manipolabili, più autonomi ed espandono la nostra capacità di azione. Sebbene questo non implichi necessariamente un ottimismo ingenuo, non si tratta di “essere positivi”. L’ottimismo non è essenziale per combattere. Non ci si impegna politicamente perché si pensa di vincere – che cosa significa vincere, in fondo? Non si sa mai cosa potrebbe succedere finché non accade, non si conosce appieno il potenziale di una scommessa finché non la si porta fino in fondo. Si può combattere (o disertare) senza necessariamente credere che ciò che verrà sarà migliore. Si può combattere perché è il modo migliore di vivere. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Ctxt con il titolo completo Pasiones tristes al servicio del capital y el fascismo (o el porqué del odio en redes) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Passioni tristi al servizio del capitale e del fascismo proviene da Comune-info.
March 3, 2026
Comune-info
Oltre l’emergenza, oltre la paura: verso una primavera di lotta
Pubblichiamo questo documento di analisi scritto da l3 compagn3 di Acrobax, Casale Garibaldi, Communia, Esc e singol3. Un contributo sulla complessità della fase che stiamo attraversando nato da settimane di discussioni, assemblee e momenti di conflitto a partire dalla grande mobilitazione autunnale. C’è un’immagine disturbante che svela il cuore del nostro presente: il Board of Peace. Dietro questo nome rassicurante si nasconde il volto pubblico di quel meccanismo di potere che sta emergendo tramite il disvelamento dei file che riguardano il finanziere pedofilo Epstein: lo stesso blocco di potere, lo stesso razzismo e la stessa misoginia sistematica che si spostano dai ranch privati alle tavole della politica globale. È il riflesso di un sistema arrivato al suo stadio più avanzato: il capitalismo della finitudine. Un modello che, esaurite le terre da conquistare, cannibalizza l’interno, mercificando l’intimità, i corpi e la dignità stessa. In questo scenario, la devastazione non conosce confini di scala: lo spazio viene consumato fino all’osso e poi abbandonato. Succede a Gaza, dove intere aree urbane vengono rase al suolo per riaffermare un dominio coloniale; succede sui posti di lavoro, dove chi lavora è ridotto a mero strumento di valorizzazione; succede nelle città sottoposte a un esproprio sistematico da parte dei fondi immobiliari, spazzando via esperienze decennali di solidarietà, servizi, lotte. Succede nelle ville dei “potenti” o meglio dei tiranni (sebbene autonominatosi Re), dove l’Altro scompare per diventare puro oggetto d’uso. > Il caso Epstein svela proprio questo: un suprematismo bianco e patriarcale che > svuota di senso la vita, riducendola a materia prima in un rapporto reificato > e brutale. I balletti dei tecno-oligarchi al Board of Peace, sulle note di YMCA mentre si banchetta sulle macerie di Gaza, sono la normalizzazione dell’orrore portata al suo grado estremo. Non è solo cinismo, è una vera e propria ebbrezza per la distruzione. Ma questo sadismo non è isolato: esiste oggi un pezzo di società — una versione estesa del “popolo” di Capitol Hill — che sostiene, apprezza e desidera l’impunità dei potenti e si riconosce in essa. È un blocco sociale che identifica la difesa della propria libertà con il diritto di schiacciare l’Altro. La codificazione liberale finisce per generare ciò che invece dovrebbe arginare, trasformando in realtà quella guerra di tutti contro tutti che proiettava, a torto, sullo Stato di natura. In questa fase di ri-articolazione di gruppi di potere, interessi, aree di influenza e flussi economici, la guerra e la militarizzazione della società emergono come tentativi di mettere ordine al caos delle relazioni capitalistiche. Dal genocidio di Gaza al conflitto in Ucraina, in Sudan, nell’attacco al Rojava, la guerra non è più un’eccezione, ma il laboratorio di un ordine mondiale che risponde alla crisi economica con l’economia bellica e l’annientamento sistematico. La gerarchia militare diventa il modello di gestione sociale: un tentativo violento di stabilizzare un sistema che non ha più nient’altro da offrire se non il controllo totale e la spoliazione. di Luca Mangiacotti, 4 Ottobre, Roma In Italia, questa deriva si manifesta nel pericoloso scavalcamento della Carta Costituzionale. L’invio di Tajani da parte del governo sovranista come osservatore al Board of Peace rappresenta il definitivo servilismo politico verso i nuovi tecno-oligarchi. È un atto che aggira i principi democratici e costituzionali per stringere patti privati tra élite e banchettare sulle vite di milioni di persone. Questa sottomissione alle élite tecno-politiche non è un caso, ma una necessità di sopravvivenza per un governo che sa bene di non avere risposte economiche da offrire.  I soldi del PNRR stanno finendo, lasciando dietro di sé più cantieri aperti che cambiamenti strutturali. Il tessuto produttivo è logoro: migliaia di imprese sono in liquidazione, milioni di persone sono costrette a rinunciare alle cure perché la sanità pubblica è ormai un deserto di attese e carenze. > Di fronte al baratro politico, sociale ed economico il Governo si riorganizza > facendo della svolta autoritaria e della repressione il proprio programma > politico. Quando un governo non può più garantire il pane, inizia a brandire > il bastone, se non puoi dare risposte, devi togliere la parola. È qui che si inserisce la stretta autoritaria di cui il decreto legge Sicurezza è solo la punta dell’iceberg. Si criminalizza il dissenso, si punisce la resistenza passiva, si trasforma ogni forma di protesta sociale in un reato. È una manovra funzionale a una Restaurazione che non ammette intoppi: per imporre un modello di società basato sulla disuguaglianza e sul privilegio serve che nessuna e nessuno possa alzare la testa, e che si individuano i “nemici della nazione”: gli spazi sociali, le persone migranti, le donne, le soggettività LGBTQ+ e chiunque sia portatore/trice di una idea di società alternativa al cinismo machista, vittimista e predatorio. Inoltre, la partita sul referendum non è un dibattito tra giuristi sulla riforma della giustizia, ma rappresenta lo scontro frontale tra chi vuole fare della competizione all’ultimo sangue e alla vittoria del fittest, il criterio definitivo di selezione sociale, e chi resiste in nome della dignità, della solidarietà, della cooperazione umana. Nonostante le intimidazioni e i toni forcaioli da parte del governo, media complici e fascio-influencer, le mobilitazioni continuano: il 28 febbraio ci sarà il corteo contro il dl Bongiorno.  Pensiamo sia fondamentale attraversarle tutte, contribuendo e augurandoci che i momenti di piazza e assembleari siano davvero momenti di ricomposizione in grado di tenere insieme delle questioni programmatiche a partire dalla decisiva battaglia per il “NO” al referendum – su cui auspichiamo una mobilitazione dal basso unitaria e straordinaria – alla pretesa di salario degno, di un reddito universale, per l’autodeterminazione dei corpi contro la violenza di genere, contro il razzismo sistemico, per una sanità pubblica, per un diritto ad città solidale, difesa degli spazi sociali, contro la rendita immobiliare e la speculazione edilizia. Abbiamo bisogno di navigare e incamminarci di nuovo verso Gaza.  Lavoriamo affinché siano sempre più connesse le battaglie in difesa dei territori e contro la loro valorizzazione. Rendiamo visibile il modello alternativo di città che costruiamo quotidianamente con i nostri percorsi di autogestione – oggi pesantemente sotto attacco – e le battaglie per l’ambiente e contro il cambiamento climatico; quel terreno diviene fondamentale e terminale pratico della nostra critica alla finanziarizzaione dei processi economici e il conseguente estrattivismo. > Nella nostra città, assume un significato strategico la lotta contro il piano > speculativo che riguarda l’area degli ex-Mercati generali a Ostiense, che > vedrà una tappa fondamentale sabato 28 febbraio. Questa vicenda rappresenta un > esempio di scuola del corpo a corpo tra rendita e diritto alla città, tra > funzione sociale e interessi immobiliari, tra estrazione di valore e tutela di > un bene comune urbano e ambientale. Rimettiamo al centro lo sciopero – guardando all’Europa – e il blocco dei flussi e dei luoghi come atti di giustizia necessari per invertire la rotta. Facciamo di queste pratiche dei puntelli per “fare” organizzazione: attorno a queste si può definire un’infrastruttura viva, molteplice, ma non frammentata, in grado di costruire spazi di appartenenza pronti ad accogliere chi guarda alla piazza con speranza ma anche con smarrimento, rendendo il conflitto qualcosa di praticabile, organizzato e comprensibile, oltre la rabbia, con un orizzonte che rimetta in agenda la possibilità di conseguire risultati e non soltanto sopravvivere all’ondata reazionaria. Con queste premesse e con questa postura vogliamo attraversare la mobilitazione “No Kings” del 27 e 28 marzo, per dire no ai “Re”, alle loro guerre e alle loro politiche di guerra. Davanti all’offensiva delle destre neofasciste globali che vogliono costruire un nuovo ordine fondato sul potere assoluto del capitalismo bianco, maschio e occidentale, occorre qualificare socialmente l’opposizione antifascista, incarnarla nelle lotte contro l’economia di guerra, il genocidio palestinese, lo sfruttamento del lavoro vivo, il controllo dei corpi, la devastazione ambientale. Rimettersi in cammino per costruire forme di democrazia radicale contro i nuovi imperialismi, capace di andare oltre le macerie e le trappole delle sovranità nazionali. Da ultimo, nel momento in cui la legge diventa uno strumento di oppressione contro la popolazione, è necessario fare di quello stesso strumento un terreno di lotta. In questa critica fase politica, riteniamo opportuno interrogarsi sulla necessità che ciò che si produce nelle lotte venga assunto e sostenuto anche all’interno dei luoghi della rappresentanza. Insomma, pensiamo si debba discutere serenamente sull’opportunità di forzare le istituzioni affinché diventino una cassa di risonanza, trasformando la forza della piazza in una “arma legislativa”: per rendere universali e cogenti le rivendicazioni che vivono nelle lotte che attraversano il Paese.  Essere le pietre che danno forma e sostanza ai nostri sogni. Essere la possibilità che desideriamo. La copertina è di Marta D’Avanzo (Dinamopress) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Oltre l’emergenza, oltre la paura: verso una primavera di lotta proviene da DINAMOpress.
February 27, 2026
DINAMOpress
“Martiri delle Foibe”, quando a celebrare le tragedie della storia è chi le causate
Il “Giorno del Ricordo” è stato stabilito con la Legge 92/04, che fu proposta dai neofascisti di AN (ex MSI, fondato dai fascisti alleati dei nazisti, oggi ampiamente confluiti in Fratelli d’Italia) a più riprese fin dai primi anni ’90. Il testo definitivo era accompagnato da una relazione in cui si esaltava il ruolo svolto dalla Decima Mas e dal Battaglione Bersaglieri “Mussolini” nella “difesa dei confini orientali” tra il 1943 e il 1945, formazioni militari che hanno proseguito la guerra al fianco dei nazisti fino alla fine del conflitto. Il 10 febbraio non fu scelto a caso come data del “Giorno del Ricordo”: un modo per oscurare silentemente l’anniversario del Trattato di Pace che il 10 febbraio 1947 aveva fissato i nuovi confini con la Jugoslavia. Proponiamo un ‘interessante articolo dell’Osservatorio Democratico sulle Nuove Destre Italia il 3 febbraio 2026. Ogni anno si dedicano piazze, vie e parchi, in ogni parte d’Italia, ai “Martiri delle Foibe”. Noi siamo già intervenuti, anche in passato, per dire la nostra opinione critica. E crediamo che sia il caso di tornare ad affrontare in maniera un po’ più approfondita questo tema. Nel 2004 il governo di centrodestra, con il vergognoso avallo del centrosinistra, stabilì di celebrare il 10 febbraio una “Giornata del Ricordo” per celebrare “i martiri delle foibe e dell’esodo istriano, fiumano e dalmata”. Una ricorrenza situata a dieci giorni dalla “Giornata della Memoria” (istituita nel 2000 per il ricordo dalla Shoah e di tutte le vittime e i perseguitati del nazifascismo). In questi anni il senso comune ha portato a fare di tutto un polverone, cosicché si parla correntemente di “foibe” come “olocausto degli italiani”. Noi riteniamo che in tutto questo ci sia un’operazione di confusione e di ribaltamento dei fatti. L’obiettivo di raggiungere una “memoria condivisa” attraverso una specie di “par condicio della storia”, per la quale ricordiamo “tutte le vittime”, nasconde i giudizi di valore sulle responsabilità storiche specifiche, in particolare quelle del regime fascista italiano in collaborazione con il nazismo tedesco. Chi ha provocato le tragedie della seconda guerra mondiale e chi, dopo averle subite, ha reagito, diventano la stessa cosa. Oggi, correntemente, con il nome di “foibe” ci si riferisce a due periodi distinti: in Istria dopo l’8 settembre del 1943, fino all’inizio dell’ottobre dello stesso anno, e a Trieste nel maggio 1945, dopo la liberazione da parte delle truppe partigiane yugoslave (ufficialmente alleate del fronte antinazista) e durante i 42 giorni di amministrazione civile della città. In questi due periodi, secondo la vulgata corrente, un numero imprecisato di persone, comunque “molte migliaia”, sarebbero state uccise solo perché erano di nazionalità italiana e poi “infoibate”, ossia gettate nelle cavità naturali presenti in quelle zone. Si tratterebbe di una “pulizia etnica”, di un “genocidio nazionale”. La responsabilità principale viene in genere attribuita ai “titini”, ossia ai partigiani yugoslavi comunisti. Chi propone un esame critico di questa versione viene chiamato “negazionista” o, ben che vada, “riduzionista” (usando quindi le stesse categorie utilizzate per chi nega o sminuisce la Shoah). Noi riteniamo che vada ristabilita invece una corretta lettura dei fatti, sia per il contesto storico in cui sono inseriti, sia nella ricostruzione documentaria dei fatti stessi. Fin dal 1919 le squadre fasciste, a Trieste e nell’Istria, fecero una politica di aggressione violenta, in chiave nazionalista, contro le istituzioni operaie e la popolazione slovena e croata. Mussolini, in un discorso a Pola del 1920, dichiarò: “Abbiamo incendiato la casa croata di Trieste, l’abbiamo incendiata a Pola. Bisogna che l’Adriatico, che è un nostro golfo, sia in mani nostre. Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire al politica dello zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere le Alpi Dinariche. Il nostro imperialismo vuole raggiungere i giusti confini segnati da Dio e dalla natura, e vuole espandersi nel Mediterraneo.”. Quando il fascismo diventò regime, operò in quelle terre un’opera di snazionalizzazione violenta e capillare, fino a far identificare fascismo e italianità. Furono 20 anni di oppressione e repressione, che portarono migliaia di persone nei carceri del Tribunale Speciale, al confino, davanti ai plotoni di esecuzione, e alla perdita dei loro beni e della loro terra. A partire dall’aprile 1941, l’Italia fu in guerra nella penisola balcanica insieme ai tedeschi, contro la resistenza partigiana e la popolazione locale. Ricordiamo la nota “Si uccide troppo poco” mandata nel 1942 dalle gerarchie militari. Furono 350.000 i civili montenegrini, croati e sloveni massacrati, fucilati o bruciati vivi nelle loro case durante i rastrellamenti; furono più di 100.000 i civili, uomini, donne e bambini, deportati e rinchiusi in oltre 100 campi di concentramento (i “campi del Duce”) disseminati nelle isole dalmate, in Friuli e nel resto d’Italia. Migliaia di essi furono falciati dalla fame e dalle malattie. A Trieste, fascisti e repubblichini furono i collaboratori zelanti delle SS che avevano la zona sotto il loro controllo (ricordiamo il campo di sterminio di San Sabba, con 5000 vittime, ebrei, slavi e resistenti). Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, con la capitolazione dell’esercito italiano e la cessione del potere ai tedeschi, in Istria scoppiò una vera e propria una insurrezione popolare, in particolare di contadini e operai, che durò fino ai primi di ottobre, ossia fino al ritorno dei nazifascisti. Da una parte ci fu l’aiuto a migliaia di soldati italiani sbandati, dall’altra furono improvvisati dei cosiddetti “tribunali popolari”, più o meno strutturati, che non presero di mira gli italiani in quanto tali, ma in cui si scaricò l’odio accumulato in vent’anni contro i gerarchi fascisti e i proprietari terrieri che avevano approfittato del regime. Le vittime di queste esecuzioni, molte delle quali furono poi “infoibate”, furono alcune centinaia (una cifra verosimile è di 400-500). E’ pensabile che, in un simile clima, possano essersi esercitate anche vendette private o crudeltà ingiustificabili. Dai primi di ottobre ritornarono i nazisti. Furono accompagnati da milizie italiane, e fascisti furono gli informatori e le spie che li guidarono nell’incendio di decine di villaggi. Vi furono, ad opera dei nazifascisti, 5.000 civili uccisi e 12.000 deportati e ulteriori “infoibamenti”. Durante il periodo dell’amministrazione civile di Trieste da parte degli yugoslavi, 42 giorni da fine aprile a maggio 1945, le autorità avevano elenchi ben definiti di gerarchi e collaborazionisti, che sottoposero a processo e giustiziarono. Anche qui, il numero è ricostruito in maniera diversa: da alcune centinaia, precisamente testimoniabili, a una cifra superiore, di alcune migliaia, che lievita in maniera assolutamente inattendibile nei racconti postumi degli eredi neofascisti. Anche qui, possono esserci stati casi di vendette private; ma non ci furono esecuzioni di massa casuali o imputate al solo fatto di essere italiani. Nel corso del dopoguerra, fino a metà degli anni ’50, una cifra fra 180.000 e 250.000 di persone di lingua italiana lasciò i territori della Repubblica yugoslava e si trasferì in Italia; prima sollecitati e poi praticamente abbandonati a se stessi dalle autorità italiane. Anche questo fenomeno, doloroso come ogni esodo, va messo nel suo contesto di spostamento di popolazioni che, dopo la 2° guerra mondiale, furono costrette ad abbandonare i territori dove precedentemente abitavano lungo la linea dei confini orientali: diversi milioni di persone, in prevalenza tedeschi, dalla Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Ucraina. Una ricostruzione storica obiettiva non sempre è facile nei suoi aspetti particolari, ma il quadro generale è chiaro: è quello dei lutti e dei crimini provocati in Europa dal nazifascismo. Un “mattatoio della storia” in cui possiamo provare umana pietà per ogni singola vittima, ma in cui bisogna tenere ben salde le differenze: “senza mettere sullo stesso piano”, scrive Giacomo Scotti, “coloro che per decenni praticarono la violenza e infine la scatenarono, e quanti a quella violenza reagirono, talvolta con ferocia, nel momento storico della svolta”. Noi italiani dobbiamo imparare a fare i conti con il nostro passato e le nostre responsabilità storiche, sia per quello che riguarda la persecuzione razziale contro gli Ebrei, sia per le guerre coloniali in Africa, sia per le guerre d’aggressione e le stragi nella penisola balcanica (Albania, Grecia, Yugoslavia). Avremo raggiunto una memoria storica “condivisa” quando tutti avremo saputo assimilare e riconoscere queste colpe, smettendo di considerarci solo “brava gente” o facendo celebrare le vittime delle tragedie storiche (le “foibe”) proprio da chi le ha causate. Un vero “Giorno del ricordo” dovrebbe essere dedicato a questo.   Osservatorio Democratico sulle Nuove Destre Italia  Redazione Italia
February 12, 2026
Pressenza
Il Righi non sarà mai fascista. La doppia verità tanto cara alle destre di governo
«Il Righi è fascista, la scuola è nostra», la notizia degli avvenimenti arriva dalla stampa del Lazio e da un articolo di Fanpage (clicca qui per il link). L’ennesimo raid presso la sede del liceo romano ha provocato la chiusura dell’istituto e l’annullamento delle attività didattiche dopo l’incursione vandalica avvenuta nel weekend con tanto di scritte nazifasciste e danneggiamenti alle infrastrutture scolastiche. Hanno preso di mira una scuola che aveva assunto iniziative a favore della Palestina e contro i processi di militarizzazione, la solita incursione con danni e scritte che inneggiano al fascismo. Le lezioni sono poi riprese, ma le condizioni in cui si trova la scuola sono ancora precarie, costringendo a doppi turni perché alcune aule risultano inagibili. Si tratta di una vergognosa azione squadristica compiuta da ignoti durante notte, ma certamente di provenienza neofascista, infatti ha colpito proprio una scuola nella quale ci sono state nette le prese di posizioni contro le cosiddette schedature dei docenti di sinistra. Liste di proscrizione vere o presunte, avvertimenti, accuse velate e palesi, azioni squadristiche: tutto va nella medesima direzione ossia mettere sotto accusa la scuola pubblica, delegittimarla agli occhi dei genitori, far credere all’opinione pubblica che pubblico è sinonimo di disordine, di violenza gratuita, di ambienti dove mandare a studiare i propri figli e le proprie figlie alla fine non è proprio consigliabile. Tutte queste iniziative mirano a un obiettivo antico, quello di depotenziare l’istruzione pubblica, diventata sinonimo di libera discussione, di autonomia didattica, di confronto non pilotato da figure gerarchiche per riportarlo alla cieca obbedienza, all’acritica imposizione di verità precostituite. La solidarietà dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università va alla comunità educante del Liceo, a quanti si battono ogni giorno per una scuola pubblica ove il confronto democratico e l’autonomia didattica siano sinonimo di qualità dell’insegnamento, ma, ovviamente, anche alle studentesse e agli studenti che riescono con perseveranza a fronteggiare le spinte neofasciste che ancora serpeggiano nella nostra società e nella nostra scuola. Vogliamo, infine, ribadire un dato fondamentale, un’istanza incontrovertibile che deve essere un punto di riferimento per tutte e tutti coloro che cercano di infangare i luoghi della formazione: LA SCUOLA PUBBLICA È ANTIFASCISTA! Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Odiosi ai popoli, ciechi e senza idee. Sono i “leader” UE
Nell’affrontare i diversi aspetti della crisi europea – e soprattutto quelli della sua istituzione comune, l’Unione Europea – il rischio è sempre quello di ometterne una quota rilevante. Ieri, ad esempio, abbiamo affrontato lo scarto lacerante tra obiettivi di rilancio, teoricamente “logici”, e contraddizioni paralizzanti originate da interessi divergenti. Interessi […] L'articolo Odiosi ai popoli, ciechi e senza idee. Sono i “leader” UE su Contropiano.
February 11, 2026
Contropiano
Nuovo raid fascista al Righi di Roma. Fuori i fascisti dalle scuole!
NUOVO RAID FASCISTA AL RIGHI, SCUOLA VANDALIZZATA E RESA INAGIBILE. Questa mattina, 9 febbraio, al liceo Righi studenti, professori e collaboratori hanno ritrovato la sede succursale del liceo vandalizzata e resa inagibile per lo svolgimento delle lezioni. Azione rivendicata con svastiche e scritte quali “Il Righi è fascista”. È molto […] L'articolo Nuovo raid fascista al Righi di Roma. Fuori i fascisti dalle scuole! su Contropiano.
February 9, 2026
Contropiano
Il fermo preventivo che nega i diritti costituzionali
In occasione delle manifestazioni in luogo pubblico e persino aperto al pubblico, le persone ritenute pericolose potranno essere preventivamente trattenute fino a 12 ore dalle forze dell’ordine, senza autorizzazione di un magistrato. Leggendo la nuova misura contenuta nell’ennesimo decreto legge sulla sicurezza, mi è tornata alla mente la storia del […] L'articolo Il fermo preventivo che nega i diritti costituzionali su Contropiano.
February 9, 2026
Contropiano