Il governo ha deciso che la Sardegna deve prendersi anche i detenuti al 41 bis
È in atto in queste ore un duro scontro tra la Regione Sardegna e l’esecutivo
Meloni sul massiccio dislocamento di detenuti sottoposti al “carcere duro”
nell’isola mediterranea. Con un’imponente operazione di sicurezza, infatti, 88
detenuti ristretti al 41-bis sono stati trasferiti negli ultimi giorni in un
nuovo reparto del carcere di Cagliari-Uta. È il primo risultato concreto del
piano con cui il governo intende concentrare il carcere duro in sette istituti
italiani, tre dei quali situati in Sardegna. Una scelta fortemente contestata
dalla Regione, che ha denunciato il mancato coinvolgimento delle istituzioni
locali e che ora teme pesanti conseguenze su carceri, personale e sanità.
L’esecutivo difende la scelta, sostenendo che le nuove sezioni siano autonome e
necessarie per isolare più efficacemente i vertici mafiosi.
Per completare l’“Operazione Iride” sono stati impiegati in tutto due aerei
della Guardia di finanza, dieci voli militari, 65 veicoli, otto convogli
terrestri, sette ambulanze, due droni e 207 agenti. I detenuti sono atterrati
all’aeroporto militare di Decimomannu, raggiungendo Uta lungo un percorso
blindato, che ha visto anche la chiusura temporanea di alcuni tratti stradali.
La nuova sezione di massima sicurezza, inaugurata a luglio dal ministro della
Giustizia Carlo Nordio, dispone di circa 92 posti. Nell’Isola si trovano già
circa 185 persone sottoposte al carcere duro, più di un quarto del totale
nazionale. Con il completamento del progetto e il potenziamento di Badu ’e
Carros si potrebbe arrivare a 240-250 detenuti, quasi un terzo dei circa 750
presenti in Italia.
Il progetto affonda le proprie radici nella legge approvata nel 2009 dal quarto
governo Berlusconi, che stabilì che i detenuti al 41-bis dovessero essere
rinchiusi in istituti esclusivamente dedicati, collocati «preferibilmente in
aree insulari» o in reparti logisticamente separati. La realizzazione delle
strutture di Cagliari e Sassari era stata pianificata già negli anni successivi.
L’attuale esecutivo ha però inserito Uta, Sassari-Bancali e Nuoro-Badu ’e Carros
in una nuova rete nazionale di sette carceri specializzate, attribuendo alla
Sardegna un ruolo centrale nell’intero sistema.
La Regione non contesta lo strumento del 41-bis, ma la concentrazione dei
detenuti e l’assenza di un confronto preventivo. Il carcere di Uta ospitava già
748 persone a fronte di 561 posti disponibili. Inoltre, la gestione del 41-bis
richiede personale specializzato, maggiori misure di sicurezza e un’assistenza
sanitaria particolarmente impegnativa: come ricordato dalla Camera Penale di
Cagliari, le esigenze dei nuovi detenuti «inevitabilmente incideranno sui
servizi e sulle risorse di una struttura già fortemente sovraccarica». La
presidente Alessandra Todde sostiene di avere chiesto ripetutamente chiarimenti
a Nordio, senza ottenere risposte. L’ultima richiesta formale risale al 4
agosto. Dopo l’arrivo dei detenuti Todde ha esplicitamente puntato il dito
contro l’esecutivo, accusandolo di avere agito «in modo unilaterale e arrogante
trattando la Sardegna come la Cayenna d’Italia». Secondo la sua ricostruzione,
durante un incontro avvenuto nel settembre 2025 il ministro avrebbe assicurato
che il progetto non sarebbe proseguito senza il coinvolgimento della Regione.
Fratelli d’Italia ha risposto evidenziando come la struttura fosse stata
programmata molti anni fa, accusando le opposizioni di contestare oggi un’opera
ereditata dagli esecutivi precedenti. A ogni modo, negli ultimi mesi la
cittadinanza sarda si è resa protagonista di vibranti proteste, ufficialmente
iniziate nella primavera del 2025, con il coinvolgimento di amministratori
locali, sindacati, associazioni, rappresentanti del sistema penitenziario e
forze politiche di diversi schieramenti. Nel febbraio scorso circa duemila
persone hanno manifestato a Cagliari contro il piano governativo. Tra le
preoccupazioni figurano anche la redistribuzione dei detenuti ordinari, la
carenza di agenti e personale sanitario e il pericolo che una presenza così
concentrata di capimafia possa favorire tentativi di radicamento criminale
nell’Isola.
Il trasferimento dei detenuti al 41-bis costituisce solo l’ultimo tassello di un
assedio che sembra stringersi attorno alla Sardegna su più versanti. A giugno,
in piena stagione turistica e senza un’adeguata informazione preventiva alle
istituzioni locali, l’esercitazione militare COMSUBIN 2026 ha interdetto a
persone e imbarcazioni una vasta area compresa tra La Maddalena, Caprera e la
costa gallurese. Sulla terraferma avanza poi la trasformazione energetica
dell’Isola: il Tyrrhenian Link dovrà trasportare verso la penisola l’elettricità
prodotta in Sardegna, mentre gli espropri e lo sradicamento degli ulivi a
Selargius hanno provocato una mobilitazione popolare culminata alla fine del
2024 nello sgombero del presidio e ora in un’indagine a carico di otto
attivisti. Nel Sulcis, intanto, il governo ha riconosciuto come strategico il
“Digital Vault”, un data center da 1,49 miliardi di euro e 100 megawatt
destinato all’intelligenza artificiale e alle tecnologie cloud, il cui
approvvigionamento energetico resta ancora da definire compiutamente. Sulla
costa gallurese incombe infine il progetto Tavolara Bay: albergo a cinque
stelle, trenta ville, impianti sportivi e porto esclusivo a pochi metri da
un’area marina protetta, autorizzati attraverso le procedure semplificate della
ZES nonostante i vincoli paesaggistici e l’opposizione della Regione.
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