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Il governo ha deciso che la Sardegna deve prendersi anche i detenuti al 41 bis
È in atto in queste ore un duro scontro tra la Regione Sardegna e l’esecutivo Meloni sul massiccio dislocamento di detenuti sottoposti al “carcere duro” nell’isola mediterranea. Con un’imponente operazione di sicurezza, infatti, 88 detenuti ristretti al 41-bis sono stati trasferiti negli ultimi giorni in un nuovo reparto del carcere di Cagliari-Uta. È il primo risultato concreto del piano con cui il governo intende concentrare il carcere duro in sette istituti italiani, tre dei quali situati in Sardegna. Una scelta fortemente contestata dalla Regione, che ha denunciato il mancato coinvolgimento delle istituzioni locali e che ora teme pesanti conseguenze su carceri, personale e sanità. L’esecutivo difende la scelta, sostenendo che le nuove sezioni siano autonome e necessarie per isolare più efficacemente i vertici mafiosi. Per completare l’“Operazione Iride” sono stati impiegati in tutto due aerei della Guardia di finanza, dieci voli militari, 65 veicoli, otto convogli terrestri, sette ambulanze, due droni e 207 agenti. I detenuti sono atterrati all’aeroporto militare di Decimomannu, raggiungendo Uta lungo un percorso blindato, che ha visto anche la chiusura temporanea di alcuni tratti stradali. La nuova sezione di massima sicurezza, inaugurata a luglio dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, dispone di circa 92 posti. Nell’Isola si trovano già circa 185 persone sottoposte al carcere duro, più di un quarto del totale nazionale. Con il completamento del progetto e il potenziamento di Badu ’e Carros si potrebbe arrivare a 240-250 detenuti, quasi un terzo dei circa 750 presenti in Italia. Il progetto affonda le proprie radici nella legge approvata nel 2009 dal quarto governo Berlusconi, che stabilì che i detenuti al 41-bis dovessero essere rinchiusi in istituti esclusivamente dedicati, collocati «preferibilmente in aree insulari» o in reparti logisticamente separati. La realizzazione delle strutture di Cagliari e Sassari era stata pianificata già negli anni successivi. L’attuale esecutivo ha però inserito Uta, Sassari-Bancali e Nuoro-Badu ’e Carros in una nuova rete nazionale di sette carceri specializzate, attribuendo alla Sardegna un ruolo centrale nell’intero sistema. La Regione non contesta lo strumento del 41-bis, ma la concentrazione dei detenuti e l’assenza di un confronto preventivo. Il carcere di Uta ospitava già 748 persone a fronte di 561 posti disponibili. Inoltre, la gestione del 41-bis richiede personale specializzato, maggiori misure di sicurezza e un’assistenza sanitaria particolarmente impegnativa: come ricordato dalla Camera Penale di Cagliari, le esigenze dei nuovi detenuti «inevitabilmente incideranno sui servizi e sulle risorse di una struttura già fortemente sovraccarica». La presidente Alessandra Todde sostiene di avere chiesto ripetutamente chiarimenti a Nordio, senza ottenere risposte. L’ultima richiesta formale risale al 4 agosto. Dopo l’arrivo dei detenuti Todde ha esplicitamente puntato il dito contro l’esecutivo, accusandolo di avere agito «in modo unilaterale e arrogante trattando la Sardegna come la Cayenna d’Italia». Secondo la sua ricostruzione, durante un incontro avvenuto nel settembre 2025 il ministro avrebbe assicurato che il progetto non sarebbe proseguito senza il coinvolgimento della Regione. Fratelli d’Italia ha risposto evidenziando come la struttura fosse stata programmata molti anni fa, accusando le opposizioni di contestare oggi un’opera ereditata dagli esecutivi precedenti. A ogni modo, negli ultimi mesi la cittadinanza sarda si è resa protagonista di vibranti proteste, ufficialmente iniziate nella primavera del 2025, con il coinvolgimento di amministratori locali, sindacati, associazioni, rappresentanti del sistema penitenziario e forze politiche di diversi schieramenti. Nel febbraio scorso circa duemila persone hanno manifestato a Cagliari contro il piano governativo. Tra le preoccupazioni figurano anche la redistribuzione dei detenuti ordinari, la carenza di agenti e personale sanitario e il pericolo che una presenza così concentrata di capimafia possa favorire tentativi di radicamento criminale nell’Isola. Il trasferimento dei detenuti al 41-bis costituisce solo l’ultimo tassello di un assedio che sembra stringersi attorno alla Sardegna su più versanti. A giugno, in piena stagione turistica e senza un’adeguata informazione preventiva alle istituzioni locali, l’esercitazione militare COMSUBIN 2026 ha interdetto a persone e imbarcazioni una vasta area compresa tra La Maddalena, Caprera e la costa gallurese. Sulla terraferma avanza poi la trasformazione energetica dell’Isola: il Tyrrhenian Link dovrà trasportare verso la penisola l’elettricità prodotta in Sardegna, mentre gli espropri e lo sradicamento degli ulivi a Selargius hanno provocato una mobilitazione popolare culminata alla fine del 2024 nello sgombero del presidio e ora in un’indagine a carico di otto attivisti. Nel Sulcis, intanto, il governo ha riconosciuto come strategico il “Digital Vault”, un data center da 1,49 miliardi di euro e 100 megawatt destinato all’intelligenza artificiale e alle tecnologie cloud, il cui approvvigionamento energetico resta ancora da definire compiutamente. Sulla costa gallurese incombe infine il progetto Tavolara Bay: albergo a cinque stelle, trenta ville, impianti sportivi e porto esclusivo a pochi metri da un’area marina protetta, autorizzati attraverso le procedure semplificate della ZES nonostante i vincoli paesaggistici e l’opposizione della Regione. The post Il governo ha deciso che la Sardegna deve prendersi anche i detenuti al 41 bis appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 7, 2026
L'INDIPENDENTE
A/I chiude, viva A/I!
Il collettivo italiano che dal 2001 ha offerto infrastrutture digitali a movimenti e attiviste/i deve fermarsi a causa delle sanzioni Usa: vicenda che dovrebbe far riflettere chiunque aspiri alla giustizia sociale. Alle/ compagne/i di Autistici/Inventati la nostra solidarietà e gratitudine.
September 7, 2026
Zic.it | Zeroincondott★
Caso Epstein, l’ex banchiere di JPMorgan ammette: «Gli passavo informazioni riservate»
Jeffrey Epstein non era soltanto il cliente facoltoso che le banche continuarono a servire nonostante una condanna per reati sessuali su minori. Era anche il confidente al quale uno dei più potenti banchieri di Wall Street affidava informazioni riservate e sensibili per i mercati. Jes Staley, ex dirigente di JPMorgan Chase e successivamente amministratore delegato di Barclays, ha ammesso davanti al Congresso americano di avere condiviso ripetutamente con Epstein comunicazioni interne di JPMorgan, dettagli su operazioni ancora in corso e, persino, conversazioni con la Federal Reserve durante la crisi finanziaria del 2008. La rivelazione emerge dalla trascrizione dell’audizione a porte chiuse svolta il 24 luglio e pubblicata dalla Commissione di Vigilanza della Camera. Staley scrisse a Epstein che in appena due settimane la banca privata di JPMorgan aveva raccolto 44 miliardi di dollari, lo informò sui contatti in corso con il Tesoro americano e gli anticipò dettagli su possibili acquisizioni. In un’e-mail dell’8 ottobre 2008, Staley scriveva a Epstein di stare lavorando con la Fed a «un’idea per risolvere la situazione» e di avere bisogno di «un amico intelligente» con cui ragionare. Epstein, in quel momento, si trovava già in carcere dopo essersi dichiarato colpevole di adescamento a fini di prostituzione e di avere procurato una minorenne per la prostituzione. Staley gli domandava se fosse possibile farlo uscire per un fine settimana e aggiungeva tra parentesi: «Ci stanno ascoltando?», una domanda che lascia trasparire la consapevolezza della delicatezza dello scambio. Interrogato sulla divulgazione di notizie confidenziali, l’ex banchiere ha sostenuto di ritenersi autorizzato a condividerle quando lo giudicava opportuno. Una giustificazione che non chiarisce per quale ragione un detenuto condannato per reati sessuali fosse considerato un interlocutore sufficientemente autorevole da essere coinvolto, sia pure informalmente, in questioni capaci di influenzare i mercati. Staley ha continuato a descrivere il legame come una stretta relazione professionale, ribadendo di non essere stato a conoscenza della prosecuzione degli abusi e della reale estensione della rete criminale di Epstein. La sua deposizione, però, mostra che i segnali d’allarme erano tutt’altro che invisibili. Staley ha riconosciuto di avere avvertito Epstein che JPMorgan lo considerava un cliente ad alto rischio e che la banca guardava con crescente preoccupazione ai suoi ingenti prelievi in contanti. Nel solo 2004 erano stati registrati 840 mila dollari di operazioni cash, saliti a oltre 900 mila l’anno successivo; un rapporto interno del 2006 segnalava prelievi ricorrenti compresi tra 40 e 80 mila dollari e richiamava espressamente le accuse per avere adescato minorenni a fini di prostituzione. Eppure, dopo la condanna del 2008, Staley intervenne perché Epstein conservasse almeno i conti correnti e chiese al responsabile legale della banca di riesaminarne la posizione, ricordando al Congresso che il finanziere aveva procurato all’istituto clienti importanti. Anni dopo, nel 2014, il banchiere firmò inoltre i documenti che lo indicavano come trustee di un fondo fiduciario istituito da Epstein e, nel 2015, ne sottoscrisse una modifica. Staley ha dichiarato di avere poi rinunciato all’incarico, senza ricevere compensi, perché non voleva essere associato al patrimonio del finanziere. Nel frattempo, tuttavia, Epstein era rimasto cliente di JPMorgan fino al 2013. Secondo un memorandum dello staff democratico della Commissione Finanze del Senato, mentre Epstein era ancora vivo JPMorgan segnalò alle autorità poco più di 4,3 milioni di dollari di operazioni sospette; soltanto dopo la sua morte presentò segnalazioni retroattive relative a quasi 1,3 miliardi, distribuiti in migliaia di transazioni risalenti fino al 2003. JPMorgan non rappresenta un’eccezione isolata, ma il nodo principale di un sistema finanziario che per anni continuò a trasferire denaro e ad amministrare patrimoni mentre attorno a Epstein si accumulavano procedimenti e indicatori di rischio. Nel 2023, la banca ha accettato di versare 290 milioni di dollari alle vittime e altri 75 milioni alle Isole Vergini americane per chiudere le cause, senza ammettere responsabilità. Deutsche Bank, che accolse il finanziere nel 2013 dopo l’uscita da JPMorgan, ha pagato 75 milioni alle sopravvissute e nel 2020 è stata multata per 150 milioni di dollari dal regolatore dello Stato di New York: l’istituto aveva eseguito pagamenti a presunte complici, modelle russe e numerose donne dell’Europa orientale, oltre a prelievi sospetti superiori a 800 mila dollari. Nel marzo scorso, anche Bank of America ha raggiunto un accordo da 72,5 milioni, continuando a respingere le accuse di avere agevolato la rete. Altri documenti hanno fatto emergere rapporti con Morgan Stanley, Goldman Sachs e HSBC, mentre accertamenti hanno lambito Edmond de Rothschild e l’ex filiale americana di Banco Sabadell. Ridurre tutto all’imprudenza di un singolo dirigente significa ignorare il ruolo dell’infrastruttura bancaria che ha sostenuto per decenni la rete di Epstein: gli istituti hanno pagato multe e accordi civili, ma nessuno dei loro vertici ne ha risposto penalmente. 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August 28, 2026
L'INDIPENDENTE
Carabinieri nelle scuole: caccia agli elenchi degli alunni non vaccinati
Dal primo giorno di scuola, i carabinieri entreranno nelle materne e nelle elementari della zona nord di Palermo per individuare gli alunni non in regola con gli obblighi vaccinali. I militari acquisiranno gli elenchi degli iscritti e verificheranno, insieme alle scuole e all’ASP (Azienda Sanitaria Provinciale), la posizione sanitaria dei bambini. L’intervento, definito «urgentissimo», è stato disposto dalla procuratrice per i minorenni Claudia Caramanna dopo la morte di Anna Rosa Bartolotta, la bambina di quattro anni non vaccinata, alla quale è stata attribuita una diagnosi di difterite. Prima ancora che siano stati chiariti tutti gli aspetti della vicenda, la tragedia è diventata il presupposto per avviare l’operazione d’emergenza. L’operazione partirà il 15 settembre, data fissata dalla Regione Sicilia per l’inizio delle lezioni. Gli iscritti vengono registrati sul portale ministeriale Sidi, gli istituti trasmettono gli elenchi all’Asp e l’azienda sanitaria li confronta con l’anagrafe vaccinale, restituendo i nominativi di chi non risulta in regola. L’attenzione si concentrerà inizialmente su Palermo nord, ma l’Asp dispone dei dati relativi all’intera area metropolitana. Nel mirino della procura è finito anche il sistema utilizzato da alcune famiglie per rinviare l’adempimento: presentare la prenotazione di un appuntamento, non sottoporre il figlio alla vaccinazione e ripetere successivamente la procedura. «Può funzionare alla materna, ma alla prima elementare i controlli sono stringenti», ha spiegato Giusto Catania, dirigente dell’Istituto comprensivo Giuliana Saladino. La legge Lorenzin prevede che il rispetto degli obblighi vaccinali sia requisito di accesso ai nidi e alle scuole dell’infanzia; dai sei anni, invece, l’alunno può frequentare, mentre per i genitori sono previste sanzioni amministrative da 100 a 500 euro. Qualora venissero accertate forme di «grave negligenza», come la mancata effettuazione delle visite pediatriche, le conseguenze potrebbero arrivare fino alla perdita dalla potestà genitoriale. I controlli, dunque, non riguarderanno soltanto la regolarità dei certificati vaccinali, ma serviranno anche a individuare eventuali situazioni di «abbandono sanitario». Il clima maturato durante la pandemia sembra così riemergere, questa volta tra i banchi di scuola, attraverso procedure che trovano il pieno sostegno anche di una parte della stampa. La Repubblica, ad esempio, presenta l’iniziativa ricorrendo a una formula che richiama da vicino il linguaggio dell’emergenza Covid: «Si è messa in moto una macchina virtuosa per contrastare il complottismo no vax a tutela della salute pubblica». Giovanna Perricone, garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza, parla di un’«operazione a tappeto e strategica»: dai controlli, spiega, potranno derivare segnalazioni dei genitori, sanzioni e presa in carico delle famiglie. Poiché «non possiamo chiudere i social», occorrerebbe inoltre compensarne l’influenza diffondendo messaggi sui vaccini in maniera capillare, persino attraverso video proiettati nei supermercati. L’obiettivo, insomma, va oltre la verifica del rispetto della legge: bisogna presidiare lo spazio pubblico, rieducare i genitori in modo da incrinare «le idee complottiste». Il caso di Palermo ripropone così il meccanismo di polarizzazione già sperimentato durante la pandemia. Situazioni diverse vengono ricondotte alla categoria indistinta del «complottismo no vax». Al di là della vicenda specifica, l’etichetta consente di spostare l’attenzione dal merito dei singoli casi alla presunta irresponsabilità delle famiglie e di presentare come necessaria un’operazione che coinvolge scuole, Asp, procura e forze dell’ordine. La morte di Anna Rosa è diventata il punto di partenza di controlli a tappeto e di una campagna culturale estesa persino ai supermercati. L’ingresso dei carabinieri nelle scuole viene così normalizzato come strumento di tutela sanitaria, mentre il ricorso al «complottismo» contribuisce ancora una volta a neutralizzare preventivamente dubbi e possibili obiezioni sulla proporzionalità delle misure adottate. The post Carabinieri nelle scuole: caccia agli elenchi degli alunni non vaccinati appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 26, 2026
L'INDIPENDENTE
Quando Hugh Hefner provò a denunciare Epstein, tre anni prima del suo arresto
Nel gennaio 2005, Hugh Hefner telefonò più volte all’FBI per denunciare Jeffrey Epstein. Accanto a lui, nella Playboy Mansion, c’era Audra Lynn Christiansen, playmate e Miss ottobre 2003, che sosteneva di essere stata abusata e di essere stata vittima del traffico sessuale del finanziere di Brooklyn. I federali assicurarono che avrebbero indagato, ma non accadde nulla. La donna sarebbe stata contattata dagli inquirenti soltanto 15 anni dopo, nell’ottobre 2020, quando Epstein e lo stesso Hefner erano ormai morti. La storia emerge dalla quarta versione della denuncia Jane Doe et al. v. United States of America depositata il 21 maggio 2026 presso il tribunale federale del distretto meridionale della Florida. Il documento raccoglie le accuse di decine di donne contro il governo statunitense, l’FBI e il Dipartimento di Giustizia, ritenuti responsabili di avere ignorato segnalazioni circostanziate e violato le proprie procedure investigative. Audra Christiansen, nota ai lettori di Playboy come Audra Lynn, aveva 23 anni quando si rivolse a Hefner. Secondo quanto riferito nella causa, Epstein l’avrebbe abusata e resa vittima del suo traffico sessuale, anche consegnandola. La giovane viveva allora nella Playboy Mansion e temeva di poter finire nuovamente nelle mani del finanziere. Hefner le consigliò di contattare l’FBI, ma lei gli chiese di farlo al suo posto: era convinta che il nome e le relazioni del celebre editore di Playboy avrebbero costretto i federali a prenderla sul serio. Hefner chiamò più volte l’FBI. Durante una telefonata del gennaio 2005, ascoltata dalla stessa Christiansen, spiegò all’interlocutore che Epstein aveva abusato della donna e l’aveva coinvolta in un circuito di sfruttamento sessuale. Dall’altra parte arrivò la rassicurazione che le accuse sarebbero prese sul serio ed esaminate. Fidandosi di quella promessa, Christiansen non si rivolse ad altri organismi di polizia. Per quindici anni, sostiene il ricorso, l’FBI non approfondì la segnalazione né interrogò la presunta vittima. Soltanto nell’ottobre 2020, oltre un anno dopo la morte di Epstein in carcere e tre anni dopo quella di Hefner, gli investigatori cercarono Christiansen per chiederle informazioni su quanto aveva denunciato nel 2005. La telefonata di Hefner aveva preceduto di pochi mesi l’indagine della polizia di Palm Beach, avviata dopo la denuncia relativa a una quattordicenne reclutata per un “massaggio” nella villa di Epstein. I detective locali raccolsero testimonianze e materiali, arrivando a identificare numerose ragazze. L’FBI aprì formalmente un fascicolo soltanto nel luglio 2006. Nel 2007, però, il procuratore federale Alexander Acosta stipulò con Epstein il famigerato accordo a porte chiuse di non perseguibilità che lo sottrasse alle accuse federali e protesse anche eventuali complici. Nel 2008, il finanziere si dichiarò colpevole in Florida di reati statali legati alla prostituzione, anche minorile, scontando una pena insolitamente favorevole e beneficiando del regime di semilibertà. Il caso Christiansen è ancora più significativo se inserito nella lunga sequenza delle segnalazioni ignorate. Già nel 1996 Maria Farmer aveva segnalato all’FBI Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell. Il rapporto federale reso pubblico nel 2025 registrava una denuncia relativa a materiale pedopornografico e alle minacce di Epstein; Farmer sostiene di avere riferito agli agenti anche gli abusi sessuali e l’esistenza di un sistema di sfruttamento di ragazze minorenni. Anni dopo, uno scambio interno all’FBI avrebbe confermato che la segnalazione era finita in uno «zero file», cioè, in un fascicolo al quale non era seguita alcuna azione investigativa. Nel marzo 2005, la polizia di Palm Beach aprì una nuova indagine dopo la denuncia riguardante una quattordicenne. Negli anni successivi emersero ulteriori testimonianze e anomalie finanziarie, senza che il complesso degli elementi raccolti conducesse a un’effettiva incriminazione federale di Epstein. Nel caso di Audra Christiansen non si trattò, dunque, di un singolo errore né della mancanza di una fonte autorevole. Hugh Hefner era uno degli editori più famosi e influenti degli Stati Uniti, padrone di un impero mediatico e uomo abituato a frequentare celebrità, politici e uomini d’affari. La sua figura resta controversa, soprattutto dopo le accuse postume di violenze sessuali, controllo psicologico, uso di droghe e comportamenti coercitivi all’interno della Playboy Mansion, ma nel 2005 mise il proprio nome al servizio della denuncia della playmate. È qui che la vicenda assume un peso politico. Per anni l’impunità di Epstein è stata attribuita al denaro, alle amicizie altolocate e all’efficienza dei suoi avvocati, ma la cronologia restituisce un quadro più grave: omissioni ripetute, segnalazioni ignorate, indagini arenate e promesse d’intervento rimaste senza seguito, troppo numerose e prolungate per essere liquidate come semplice “negligenza”. Se neppure il peso di Hugh Hefner riuscì a scalfire la protezione di cui Epstein sembrava godere, il problema non era la debolezza delle vittime né l’assenza di interlocutori influenti. Era la solidità di un sistema che, per oltre trent’anni, gli consentì di continuare ad agire nonostante le denunce e gli avvertimenti giunti alle autorità. The post Quando Hugh Hefner provò a denunciare Epstein, tre anni prima del suo arresto appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 20, 2026
L'INDIPENDENTE
Cosa è emerso dall’ordinanza del GIP sull’attentato a Sigfrido Ranucci
Lo avrebbe fatto per «accrescere la popolarità» di Sigfrido Ranucci e favorirne «l’ascesa politica», mirando con tutta probabilità e a diventarne una sorta di “consulente ombra”. Secondo il gip di Roma Iole Moricca, sarebbe questa la motivazione della bomba fatta esplodere lo scorso 16 ottobre sotto la casa del conduttore di Report a Pomezia: lo si legge nell’ordinanza di arresto nei confronti di Valter Lavitola, da ieri ristretto nel carcere di Rebibbia. Con una sottolineatura importante: Ranucci, secondo tutti gli elementi raccolti, sarebbe stato completamente ignaro dell’azione criminale di quello che considerava un amico. Le carte, infatti, dimostrano come il giornalista «sia stato vittima della manipolazione dell’indagato», da un lato in ragione «della raffinata astuzia di quest’ultimo», dall’altro «del profondo legame» instauratosi nel tempo tra i due. Una sonora risposta alle tante illazioni che hanno campeggiato su organi di stampa e profili social di vari politici e opinionisti negli ultimi mesi, che hanno colto in questa storia un ottimo trampolino per cercare di porre un freno al successo di Report. Il gip, convinto che «Lavitola sia stato il mandante dell’azione, demandando al suo uomo di fiducia, Tavares, di trovare e istruire le persone a cui affidare il compito», opera innanzitutto una ricostruzione dei fatti. «Il 7 settembre 2025, Lavitola aveva fatto visita a Ranucci presso la sua abitazione e, una volta preso contezza dei luoghi, il 15 settembre 2025 li aveva mostrati a Clesio Tavares», il quale «il 10 ottobre 2025, a sua volta, li aveva mostrati a Antonio D’Avino, Saverio Mutone e De Filippis Marika». Il 16 ottobre 2025, giorno dell’attentato, Mutone «era tornato sui luoghi con Pellegrino Passariello e quest’ultimo aveva collocato l’esplosivo proprio tra il cancello di ingresso dell’abitazione di Ranucci e le due auto». L’esplosione aveva distrutto le auto di Ranucci e di sua figlia. Lavitola e Ranucci erano entrati in un rapporto di confidenza in seguito ad alcune inchieste di Report che avevano coinvolto l’uomo che ora si trova in carcere. Nel 2024 Lavitola iniziava a stuzzicare Ranucci per convincerlo del fatto che, data la popolarità progressivamente acquisita e i numerosi attacchi ricevuti, la discesa nell’agone politico potesse risultare una scelta vantaggiosa ed efficace. L’indagato, ricostruisce il gip, «approfittando dei momenti di difficoltà» gli suggeriva più volte di «lasciare la sua attività (‘sarebbe il momento di andarsene’ messaggio del 29 luglio 2024) e dedicarsi alla politica approfittando del fatto che gli attacchi che subisce ne aumentano la popolarità e il consenso». Il 17 ottobre 2024, Ranucci mandava a Lavitola alcune fotografie scattate in occasione della presentazione del suo libro a Foggia, commentando soddisfatto «che a tale evento avevano partecipato 600 persone e che altre 300 erano state mandate via (verosimilmente per la ridotta capienza dei locali)». Lavitola gli rispondeva che «questi incontri gli sembravano dei test di campagna elettorale, come quelli che si fanno negli Usa (Questi mesi mi sembrano tanto un test di campagna elettorale come si fanno negli Stati Uniti) ricevendo la risposta divertita del giornalista con delle emoticon». All’inizio del 2025 Lavitola diventava ancora più esplicito, avvertendo Ranucci dell’intenzione di commissionare un sondaggio riferito al grado di popolarità dei personaggi pubblici «finalizzato a verificare l’indice di gradimento del giornalista, propedeutico a una discesa in campo». Lavitola, come dimostrano le carte, si interfacciava anche con alcuni giornalisti nazionali, che nella primavera del 2026 gli fornivano via whatsapp «suggerimenti disinteressati alla preparazione dei quesiti a Lavitola». Il 9 giugno 2026 Ranucci veniva informato dei contatti intrattenuti a tal fine da Lavitola – era proprio quest’ultimo a inviargli lo screenshot della chat – con il giornalista di Repubblica Stefano Cappellini. Ranucci reagiva inviando un messaggio vocale a Lavitola: «Ma perché gli ha detto di Ranucci? Ma perché ha detto Ranucci? … Ranucci mica si candiderà mai!», evidenzia il Gip. Come ricostruito dal giudice, Lavitola ha più volte commentato la vicenda delittuosa «dicendo che se era stato lui il mandante allora voleva dire che era d’accordo anche Ranucci, quando allo stato non è emerso alcun elemento, come si evince dalle risultanze acquisite, per ritenere che il giornalista fosse d’accordo con Lavitola». Anzi, il gip sottolinea che «le risultanze acquisite inducono a ritenere che il giornalista sia stato vittima della manipolazione dell’indagato, in ragione, da un lato, della raffinata astuzia di quest’ultimo, dall’altro, in ragione del profondo legame tra i due instauratosi tanto da indurre la persona offesa ad avere quella reazione di stupore e incredulità appena appresa la notizia dell’incriminazione dell’amico». D’altra parte, si legge ancora nell’ordinanza, «è certo, perché emerso in plurime intercettazioni, che Lavitola abbia continuato a manipolare la persona offesa e ad alimentare in lui il convincimento che la tesi seguita dagli inquirenti sia assolutamente inverosimile, essendo convinto che finché avrà il sostegno della vittima del reato, la sua posizione ne risulterà avvantaggiata». Una vicenda che definire conturbante sarebbe eufemistico, la cui piena verità appare ancora tutta da scrivere. A luglio, mentre l’inchiesta sull’attentato accelerava con perquisizioni e interrogatori, la Rai sceglieva nel frattempo di sospendere «cautelativamente» le repliche estive del programma, scatenando la reazione indignata dello stesso Ranucci e della redazione, che hanno parlato di «censura senza precedenti». Arrivata il giorno stesso in cui il giornalista aveva annunciato sui social le repliche estive invitando il pubblico a segnalare nuove storie, la decisione è stata giustificata dalla Direzione Approfondimento Rai come «a tutela di un patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico». In una nota diffusa dall’avvocato Roberto De Vita, Ranucci ha subito dichiarato che la sospensione rappresenta invece una «delegittimazione» non solo della sua persona ma anche di tutto il lavoro dei singoli giornalisti» che «in modo autonomo e indipendente hanno curato inchieste importanti e che sono vero patrimonio per l’informazione e la democrazia». 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August 11, 2026
L'INDIPENDENTE
Il governo Meloni ha venduto un’azienda militare strategica agli USA
Soltanto un anno fa Tekne era considerata un’azienda strategica, meritevole del Golden Power. Oggi invece è stata scaricata dal governo Meloni, che ha dato il via libera alla cessione del 70% delle quote alla statunitense Nuburu. Fino a questo momento Tekne era posseduta per l’83% da Ambrogio D’Arrezzo. La società è specializzata nella produzione di scudi anti-drone e di sistemi Electromagnetic Pulse (EMP), capaci di disabilitare i circuiti elettronici nemici. Negli anni ha investito parecchio su ricerca e innovazione, accumulando circa 32 milioni di perdite. È finita così nel mirino di Nuburu, azienda della difesa statunitense, che dopo un anno di trattative è riuscita a strappare l’accordo di acquisizione. Il governo Meloni ha subordinato l’operazione ad alcune clausole, come il mantenimento della produzione in Italia e una lista di clienti limitata ai Paesi UE e NATO. L’azienda statunitense ha valutato Tekne 50 milioni di euro e ha presentato un piano di risanamento volto a colmare le difficoltà finanziarie generate dagli investimenti nell’ampliamento delle attività e nello sviluppo di nuovi sistemi, impiegati anche sui blindati in dotazione all’Esercito italiano. Il piano industriale di Nuburu prevede l’espansione delle attività produttive, oggi concentrate a Ortona, in provincia di Chieti, anche in altre aree dell’Abruzzo e dell’Emilia-Romagna. Complessivamente, l’organico dovrebbe crescere fino a 370 dipendenti, inclusi quelli già attualmente impiegati. Nuburu ha dichiarato di voler fare di Tekne «il fulcro della nostra piattaforma integrata per la Difesa e Sicurezza in Italia» e stima di generare ricavi cumulati pari a circa 565 milioni di euro nel periodo 2026-2030. «L’attuale contesto geopolitico impone un criterio di massima precauzione nella valutazione degli elementi di rischio per il sistema di difesa e sicurezza nazionale», si legge nel provvedimento con cui il governo ha autorizzato la cessione delle quote all’azienda statunitense. Palazzo Chigi ha subordinato l’operazione al rispetto di dieci prescrizioni vincolanti, tra cui l’obbligo di «mantenere sul territorio italiano la sede e gli impianti industriali di Tekne» destinati alle attività nel settore della difesa e della sicurezza nazionale e di garantire «la disponibilità delle tecnologie e dei suoi frutti per soddisfare le esigenze della difesa nazionale». Il provvedimento stabilisce inoltre che le conoscenze tecniche utilizzate dalle Forze armate e dalle forze di polizia italiane non vengano «cedute o rivelate ad altri» e limita la commercializzazione dei sistemi ai soli Paesi dell’Unione Europea e della NATO. Non è la prima volta che Nuburu tenta di acquisire Tekne. Già lo scorso anno la società statunitense aveva presentato un’offerta per rilevare l’azienda italiana specializzata in sistemi antidrone, scontrandosi però con il veto del governo, che aveva esercitato i poteri speciali del Golden Power. Lo strumento consente allo Stato di intervenire nelle operazioni riguardanti imprese considerate strategiche per gli interessi nazionali e, nel contesto del riarmo europeo, Tekne era stata ritenuta tale dall’esecutivo. La produzione di sistemi antidrone rappresenta infatti uno dei principali filoni di investimento del piano di riarmo dell’Unione Europea. Tra i progetti più rilevanti figura la realizzazione del cosiddetto “muro antidrone” lungo i confini orientali dell’Unione. The post Il governo Meloni ha venduto un’azienda militare strategica agli USA appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 7, 2026
L'INDIPENDENTE
La mafia siciliana sta cercando di acquistare le armi ucraine sul mercato nero
La mafia siciliana è interessata al contrabbando di armi provenienti dal mercato nero nato dopo lo scoppio della guerra russo-ucraina: in particolare, Cosa nostra vorrebbe reperire armi sofisticate come i droni lanciamine. A lanciare l’allarme è stato il procuratore capo di Palermo Maurizio de Lucia nel corso dell’audizione davanti alla commissione nazionale Antimafia. «Abbiamo trovato armi che vengono dal Salento ma la cui provenienza è l’area balcanica, cioè l’ex Jugoslavia, ma sappiamo di un interesse della mafia verso armi più sofisticate: quelle, ad esempio, del mercato nero nato con la guerra Russa-Ucraina. Abbiamo segnali di acquisto di droni lanciamine, armi da cui non siamo preparati a difenderci. C’è dunque un tentativo di ricostituire un arsenale di qualità. Questo sia nel circondario di Palermo che in altri territori», ha affermato il procuratore. Le organizzazioni criminali starebbero, dunque, facendo un passo avanti nell’ammodernamento del loro arsenale, non accontentandosi più solo delle armi “convenzionali”, ma puntando direttamente alle armi da guerra di ultima generazione: nello specifico, i droni lanciamine sono droni modificati, in grado di trasportare e sganciare esplosivi, determinanti nella guerra in Ucraina. Secondo de Lucia, i mafiosi sono in grado di organizzarsi e operare anche dalle carceri in regime di detenzione, in quanto ha affermato che «poche ore dopo essere entrati in carcere i mafiosi vengono muniti di apparecchi telefonici. Questa è una situazione che riguarda tutti gli istituti di pena». De Lucia ha spiegato nel dettaglio che «Nelle sole carceri di Palermo, Pagliarelli e Ucciardone abbiamo scoperto a disposizione dei detenuti, tra il 2025 e il primo semestre del 2026, 297 cellulari. E centinaia ne abbiamo trovati in tutta la Sicilia. Questi sono quelli che abbiamo recuperato, la cui introduzione nelle celle cioè è fallita. E’ immaginabile quanti invece siano riusciti a entrare negli istituti di pena senza che ce ne accorgessimo». In questo modo si permette che le cosche mafiose perpetrino l’organizzazione di crimini dall’interno delle carceri senza riuscire a neutralizzarle davvero, mentre il loro interesse si amplia verso il mercato nero delle armi da guerra. Al momento non è possibile sapere in che modo il crimine organizzato userebbe armi sofisticate come i droni lanciamine, ma si sa attraverso collaboratori di giustizia che esiste un interessamento: parlando delle ipotesi relative alle nuove strategie delle cosche, il procuratore di Palermo ha chiesto di secretare la sua audizione. Il problema del contrabbando delle armi ucraine, in particolare quelle inviate dai Paesi Ue e Nato all’ex Stato Sovietico in guerra con la Russia, è noto da tempo: già a pochi mesi dallo scoppio del conflitto nel 2022, le organizzazioni Europol e Eurojust avevano avvertito che il massiccio invio di armi avrebbe contribuito a gonfiare il mercato nero delle armi. In particolare, il rapporto EU-SOCTA 2025 di Europol mette in luce come la disponibilità di armi nelle zone di guerra e post-crisi, come il conflitto in Ucraina, alimenta il traffico illecito di armi da fuoco verso l’Unione Europea. La criminalità organizzata sfrutta, dunque, l’instabilità geopolitica per ampliare i propri mercati criminali. Tutto questo è esacerbato dal fatto che è difficile rintracciare le origini degli armamenti: infatti, gli Stati Ue mantengono la massima riservatezza sulla quantità e il tipo di armi inviate al fronte, rendendo indirettamente più facile la creazione di un traffico illegale di armi. A riguardo, il ministero degli Interni ucraino ha fornito dati precisi: dall’inizio della guerra 780.465 armi sono state smarrite o rubate, delle quali la metà si concentra nelle regioni di Mykolaiv, Kiev e Donetsk. Le armi più frequentemente rubate o smarrite sono soprattutto mitragliatrici, fucili da caccia e carabine. Il maggior numero di armi smarrite è stato registrato nel primo anno di piena operatività con 266.086 unità scomparse. Nel 2023, il numero di armi di cui si sono perse le tracce è diminuito, ma dal 2024 la cifra ha ricominciato ad aumentare. L’anno in corso si preannuncia da record: sono, infatti, già 149.760 le armi ricercate. Sono proprio queste armi smarrite o rubate a costituire il grande indotto del mercato illegale che potrebbe raggiungere le principali nazioni europee. L’ex ministro dell’Interno ucraino, Ihor Klymenko, in un’intervista aveva dichiarato che al termine della guerra con la Russia, l’Ucraina potrebbe possedere fino a tre milioni di armi non registrate. Ciò significa che, con il calo della domanda da parte degli apparati militari, ci sarà un surplus di armi e, dunque, un’ampia offerta che molti gruppi criminali potranno sfruttare. Uno scenario particolarmente pericoloso per l’Italia che potrebbe vedere le stesse armi fornite all’Ucraina, e pagate dai contribuenti, rientrare nel Paese per finire nelle mani delle organizzazioni criminali. The post La mafia siciliana sta cercando di acquistare le armi ucraine sul mercato nero appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 5, 2026
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Berlino apre spazi per ospitare legalmente eventi spontanei e non commerciali
Nel cuore di Berlino, vicino agli skater del Gleisdreieck park, da qualche settimana c’è un’area che può ospitare una festa senza il timore delle proteste dei residenti o di interventi delle forze dell’ordine. Friedrichshain-Kreuzberg è il primo distretto della capitale tedesca a dotarsi di un’area ufficialmente destinata a eventi open air gratuiti e non commerciali: l’assemblea distrettuale ha approvato la delibera poco prima della pausa estiva, accogliendo una mozione presentata a marzo dal partito di sinistra Die Linke con il sostegno della Clubcommission, l’organizzazione che rappresenta i club berlinesi. Fino a oggi, chi voleva organizzare un raduno spontaneo di musica elettronica in città si muoveva in una zona grigia tollerata da decenni, ma mai regolata. Ora esiste una procedura: gli organizzatori potranno segnalare l’evento tra le 24 e le 72 ore precedenti attraverso un sistema digitale, senza rincorrere le autorizzazioni tradizionali previste per un concerto o una discoteca. Il modello ricalca quelli già sperimentati a Halle, Brema e Lipsia: un tetto al numero di partecipanti, limiti di rumore, tutela del verde e un piano di sicurezza. La scelta del luogo non è casuale. L’area, a est dell’edificio di gestione del parco, dispone già di tutto ciò che serve: vie di accesso per i soccorsi, una postazione di primo intervento con defibrillatore, bagni pubblici, una fontanella, un chiosco e il collegamento diretto con la stazione U- e S-Bahn di Yorckstraße. Gli edifici residenziali più vicini sono lontani, separati da una linea ferroviaria già di per sé rumorosa: l’impatto acustico sui residenti, promette il distretto, resterà contenuto. Gli eventi musicali potranno svolgersi fino alle 22, anche la domenica. A spingere il progetto è stata Maria Bischof, portavoce culturale della Linke nel distretto, insieme al capogruppo René Pérez Domínguez, che ne rivendica il valore sociale: i free open air, spiega, sostengono giovani artisti ed emergenti organizzatori, e «allo stesso tempo, la loro natura pubblica e non commerciale li rende accessibili anche alle persone a basso reddito». Se il progetto funzionerà, altri distretti berlinesi hanno già fatto sapere che potrebbero seguirlo. Da tempo, del resto, Berlino non tratta la musica elettronica come un fenomeno marginale da tollerare ai bordi della città. Nel marzo 2024 la Conferenza dei ministri della Cultura tedeschi ha inserito la scena techno berlinese nel registro nazionale del patrimonio culturale immateriale, il passaggio che precede un’eventuale candidatura Unesco: il Berghain, il Tresor, la Love Parade diventata Rave the Planet, decenni di dancefloor riconosciuti come parte della cultura del Paese. La Francia, a fine 2025, ha imboccato lo stesso percorso con la propria musica elettronica, il French Touch. È un’evoluzione che riguarda l’intera Europa: le città che per anni hanno trattato la cultura dei club come un problema di ordine pubblico cominciano a considerarla infrastruttura culturale, con tanto di budget, tutele e, ora, spazi dedicati. Resta un paradosso difficile da ignorare. Quella che Friedrichshain-Kreuzberg ha appena legalizzato è, nella sostanza, una pratica simile che altrove continua a essere criminalizzata: i free party, conosciuti come rave, che altro non sono che feste spontanee e gratuite organizzate fuori dal circuito dei locali a pagamento e degli sponsor. Un evento non commerciale che non genera profitto, occupa per poche ore strutture dismesse, e non riempie le casse di nessun promoter: è forse proprio per questo che le autorità lo hanno sempre osteggiato. A Berlino si inverte la logica: non si reprime ciò che sfugge al mercato, ma gli si costruisce intorno una cornice legale. In Italia la strada resta quella opposta. Uno dei primi atti del governo Meloni, il decreto legge 31 ottobre 2022 n. 162, varato pochi giorni dopo l’insediamento e sull’onda del rave di Modena, ha introdotto nel codice penale il reato di invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi, con pene fino a sei anni di carcere per gli organizzatori. The post Berlino apre spazi per ospitare legalmente eventi spontanei e non commerciali appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 4, 2026
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