Cosa è emerso dall’ordinanza del GIP sull’attentato a Sigfrido Ranucci

L'INDIPENDENTE - Tuesday, August 11, 2026

Lo avrebbe fatto per «accrescere la popolarità» di Sigfrido Ranucci e favorirne «l’ascesa politica», mirando con tutta probabilità e a diventarne una sorta di “consulente ombra”. Secondo il gip di Roma Iole Moricca, sarebbe questa la motivazione della bomba fatta esplodere lo scorso 16 ottobre sotto la casa del conduttore di Report a Pomezia: lo si legge nell’ordinanza di arresto nei confronti di Valter Lavitola, da ieri ristretto nel carcere di Rebibbia. Con una sottolineatura importante: Ranucci, secondo tutti gli elementi raccolti, sarebbe stato completamente ignaro dell’azione criminale di quello che considerava un amico. Le carte, infatti, dimostrano come il giornalista «sia stato vittima della manipolazione dell’indagato», da un lato in ragione «della raffinata astuzia di quest’ultimo», dall’altro «del profondo legame» instauratosi nel tempo tra i due. Una sonora risposta alle tante illazioni che hanno campeggiato su organi di stampa e profili social di vari politici e opinionisti negli ultimi mesi, che hanno colto in questa storia un ottimo trampolino per cercare di porre un freno al successo di Report.

Il gip, convinto che «Lavitola sia stato il mandante dell’azione, demandando al suo uomo di fiducia, Tavares, di trovare e istruire le persone a cui affidare il compito», opera innanzitutto una ricostruzione dei fatti. «Il 7 settembre 2025, Lavitola aveva fatto visita a Ranucci presso la sua abitazione e, una volta preso contezza dei luoghi, il 15 settembre 2025 li aveva mostrati a Clesio Tavares», il quale «il 10 ottobre 2025, a sua volta, li aveva mostrati a Antonio D’Avino, Saverio Mutone e De Filippis Marika». Il 16 ottobre 2025, giorno dell’attentato, Mutone «era tornato sui luoghi con Pellegrino Passariello e quest’ultimo aveva collocato l’esplosivo proprio tra il cancello di ingresso dell’abitazione di Ranucci e le due auto». L’esplosione aveva distrutto le auto di Ranucci e di sua figlia.

Lavitola e Ranucci erano entrati in un rapporto di confidenza in seguito ad alcune inchieste di Report che avevano coinvolto l’uomo che ora si trova in carcere. Nel 2024 Lavitola iniziava a stuzzicare Ranucci per convincerlo del fatto che, data la popolarità progressivamente acquisita e i numerosi attacchi ricevuti, la discesa nell’agone politico potesse risultare una scelta vantaggiosa ed efficace. L’indagato, ricostruisce il gip, «approfittando dei momenti di difficoltà» gli suggeriva più volte di «lasciare la sua attività (‘sarebbe il momento di andarsene’ messaggio del 29 luglio 2024) e dedicarsi alla politica approfittando del fatto che gli attacchi che subisce ne aumentano la popolarità e il consenso». Il 17 ottobre 2024, Ranucci mandava a Lavitola alcune fotografie scattate in occasione della presentazione del suo libro a Foggia, commentando soddisfatto «che a tale evento avevano partecipato 600 persone e che altre 300 erano state mandate via (verosimilmente per la ridotta capienza dei locali)». Lavitola gli rispondeva che «questi incontri gli sembravano dei test di campagna elettorale, come quelli che si fanno negli Usa (Questi mesi mi sembrano tanto un test di campagna elettorale come si fanno negli Stati Uniti) ricevendo la risposta divertita del giornalista con delle emoticon».

All’inizio del 2025 Lavitola diventava ancora più esplicito, avvertendo Ranucci dell’intenzione di commissionare un sondaggio riferito al grado di popolarità dei personaggi pubblici «finalizzato a verificare l’indice di gradimento del giornalista, propedeutico a una discesa in campo». Lavitola, come dimostrano le carte, si interfacciava anche con alcuni giornalisti nazionali, che nella primavera del 2026 gli fornivano via whatsapp «suggerimenti disinteressati alla preparazione dei quesiti a Lavitola». Il 9 giugno 2026 Ranucci veniva informato dei contatti intrattenuti a tal fine da Lavitola – era proprio quest’ultimo a inviargli lo screenshot della chat – con il giornalista di Repubblica Stefano Cappellini. Ranucci reagiva inviando un messaggio vocale a Lavitola: «Ma perché gli ha detto di Ranucci? Ma perché ha detto Ranucci? … Ranucci mica si candiderà mai!», evidenzia il Gip.

Come ricostruito dal giudice, Lavitola ha più volte commentato la vicenda delittuosa «dicendo che se era stato lui il mandante allora voleva dire che era d’accordo anche Ranucci, quando allo stato non è emerso alcun elemento, come si evince dalle risultanze acquisite, per ritenere che il giornalista fosse d’accordo con Lavitola». Anzi, il gip sottolinea che «le risultanze acquisite inducono a ritenere che il giornalista sia stato vittima della manipolazione dell’indagato, in ragione, da un lato, della raffinata astuzia di quest’ultimo, dall’altro, in ragione del profondo legame tra i due instauratosi tanto da indurre la persona offesa ad avere quella reazione di stupore e incredulità appena appresa la notizia dell’incriminazione dell’amico». D’altra parte, si legge ancora nell’ordinanza, «è certo, perché emerso in plurime intercettazioni, che Lavitola abbia continuato a manipolare la persona offesa e ad alimentare in lui il convincimento che la tesi seguita dagli inquirenti sia assolutamente inverosimile, essendo convinto che finché avrà il sostegno della vittima del reato, la sua posizione ne risulterà avvantaggiata». Una vicenda che definire conturbante sarebbe eufemistico, la cui piena verità appare ancora tutta da scrivere.

A luglio, mentre l’inchiesta sull’attentato accelerava con perquisizioni e interrogatori, la Rai sceglieva nel frattempo di sospendere «cautelativamente» le repliche estive del programma, scatenando la reazione indignata dello stesso Ranucci e della redazione, che hanno parlato di «censura senza precedenti». Arrivata il giorno stesso in cui il giornalista aveva annunciato sui social le repliche estive invitando il pubblico a segnalare nuove storie, la decisione è stata giustificata dalla Direzione Approfondimento Rai come «a tutela di un patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico». In una nota diffusa dall’avvocato Roberto De Vita, Ranucci ha subito dichiarato che la sospensione rappresenta invece una «delegittimazione» non solo della sua persona ma anche di tutto il lavoro dei singoli giornalisti» che «in modo autonomo e indipendente hanno curato inchieste importanti e che sono vero patrimonio per l’informazione e la democrazia».

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