
Caso Epstein, l’ex banchiere di JPMorgan ammette: «Gli passavo informazioni riservate»
L'INDIPENDENTE - Friday, August 28, 2026Jeffrey Epstein non era soltanto il cliente facoltoso che le banche continuarono a servire nonostante una condanna per reati sessuali su minori. Era anche il confidente al quale uno dei più potenti banchieri di Wall Street affidava informazioni riservate e sensibili per i mercati. Jes Staley, ex dirigente di JPMorgan Chase e successivamente amministratore delegato di Barclays, ha ammesso davanti al Congresso americano di avere condiviso ripetutamente con Epstein comunicazioni interne di JPMorgan, dettagli su operazioni ancora in corso e, persino, conversazioni con la Federal Reserve durante la crisi finanziaria del 2008.
La rivelazione emerge dalla trascrizione dell’audizione a porte chiuse svolta il 24 luglio e pubblicata dalla Commissione di Vigilanza della Camera. Staley scrisse a Epstein che in appena due settimane la banca privata di JPMorgan aveva raccolto 44 miliardi di dollari, lo informò sui contatti in corso con il Tesoro americano e gli anticipò dettagli su possibili acquisizioni. In un’e-mail dell’8 ottobre 2008, Staley scriveva a Epstein di stare lavorando con la Fed a «un’idea per risolvere la situazione» e di avere bisogno di «un amico intelligente» con cui ragionare. Epstein, in quel momento, si trovava già in carcere dopo essersi dichiarato colpevole di adescamento a fini di prostituzione e di avere procurato una minorenne per la prostituzione. Staley gli domandava se fosse possibile farlo uscire per un fine settimana e aggiungeva tra parentesi: «Ci stanno ascoltando?», una domanda che lascia trasparire la consapevolezza della delicatezza dello scambio. Interrogato sulla divulgazione di notizie confidenziali, l’ex banchiere ha sostenuto di ritenersi autorizzato a condividerle quando lo giudicava opportuno. Una giustificazione che non chiarisce per quale ragione un detenuto condannato per reati sessuali fosse considerato un interlocutore sufficientemente autorevole da essere coinvolto, sia pure informalmente, in questioni capaci di influenzare i mercati. Staley ha continuato a descrivere il legame come una stretta relazione professionale, ribadendo di non essere stato a conoscenza della prosecuzione degli abusi e della reale estensione della rete criminale di Epstein.
La sua deposizione, però, mostra che i segnali d’allarme erano tutt’altro che invisibili. Staley ha riconosciuto di avere avvertito Epstein che JPMorgan lo considerava un cliente ad alto rischio e che la banca guardava con crescente preoccupazione ai suoi ingenti prelievi in contanti. Nel solo 2004 erano stati registrati 840 mila dollari di operazioni cash, saliti a oltre 900 mila l’anno successivo; un rapporto interno del 2006 segnalava prelievi ricorrenti compresi tra 40 e 80 mila dollari e richiamava espressamente le accuse per avere adescato minorenni a fini di prostituzione. Eppure, dopo la condanna del 2008, Staley intervenne perché Epstein conservasse almeno i conti correnti e chiese al responsabile legale della banca di riesaminarne la posizione, ricordando al Congresso che il finanziere aveva procurato all’istituto clienti importanti. Anni dopo, nel 2014, il banchiere firmò inoltre i documenti che lo indicavano come trustee di un fondo fiduciario istituito da Epstein e, nel 2015, ne sottoscrisse una modifica. Staley ha dichiarato di avere poi rinunciato all’incarico, senza ricevere compensi, perché non voleva essere associato al patrimonio del finanziere. Nel frattempo, tuttavia, Epstein era rimasto cliente di JPMorgan fino al 2013. Secondo un memorandum dello staff democratico della Commissione Finanze del Senato, mentre Epstein era ancora vivo JPMorgan segnalò alle autorità poco più di 4,3 milioni di dollari di operazioni sospette; soltanto dopo la sua morte presentò segnalazioni retroattive relative a quasi 1,3 miliardi, distribuiti in migliaia di transazioni risalenti fino al 2003.
JPMorgan non rappresenta un’eccezione isolata, ma il nodo principale di un sistema finanziario che per anni continuò a trasferire denaro e ad amministrare patrimoni mentre attorno a Epstein si accumulavano procedimenti e indicatori di rischio. Nel 2023, la banca ha accettato di versare 290 milioni di dollari alle vittime e altri 75 milioni alle Isole Vergini americane per chiudere le cause, senza ammettere responsabilità. Deutsche Bank, che accolse il finanziere nel 2013 dopo l’uscita da JPMorgan, ha pagato 75 milioni alle sopravvissute e nel 2020 è stata multata per 150 milioni di dollari dal regolatore dello Stato di New York: l’istituto aveva eseguito pagamenti a presunte complici, modelle russe e numerose donne dell’Europa orientale, oltre a prelievi sospetti superiori a 800 mila dollari. Nel marzo scorso, anche Bank of America ha raggiunto un accordo da 72,5 milioni, continuando a respingere le accuse di avere agevolato la rete. Altri documenti hanno fatto emergere rapporti con Morgan Stanley, Goldman Sachs e HSBC, mentre accertamenti hanno lambito Edmond de Rothschild e l’ex filiale americana di Banco Sabadell. Ridurre tutto all’imprudenza di un singolo dirigente significa ignorare il ruolo dell’infrastruttura bancaria che ha sostenuto per decenni la rete di Epstein: gli istituti hanno pagato multe e accordi civili, ma nessuno dei loro vertici ne ha risposto penalmente.
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