
Il governo ha deciso che la Sardegna deve prendersi anche i detenuti al 41 bis
L'INDIPENDENTE - Monday, September 7, 2026È in atto in queste ore un duro scontro tra la Regione Sardegna e l’esecutivo Meloni sul massiccio dislocamento di detenuti sottoposti al “carcere duro” nell’isola mediterranea. Con un’imponente operazione di sicurezza, infatti, 88 detenuti ristretti al 41-bis sono stati trasferiti negli ultimi giorni in un nuovo reparto del carcere di Cagliari-Uta. È il primo risultato concreto del piano con cui il governo intende concentrare il carcere duro in sette istituti italiani, tre dei quali situati in Sardegna. Una scelta fortemente contestata dalla Regione, che ha denunciato il mancato coinvolgimento delle istituzioni locali e che ora teme pesanti conseguenze su carceri, personale e sanità. L’esecutivo difende la scelta, sostenendo che le nuove sezioni siano autonome e necessarie per isolare più efficacemente i vertici mafiosi.
Per completare l’“Operazione Iride” sono stati impiegati in tutto due aerei della Guardia di finanza, dieci voli militari, 65 veicoli, otto convogli terrestri, sette ambulanze, due droni e 207 agenti. I detenuti sono atterrati all’aeroporto militare di Decimomannu, raggiungendo Uta lungo un percorso blindato, che ha visto anche la chiusura temporanea di alcuni tratti stradali. La nuova sezione di massima sicurezza, inaugurata a luglio dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, dispone di circa 92 posti. Nell’Isola si trovano già circa 185 persone sottoposte al carcere duro, più di un quarto del totale nazionale. Con il completamento del progetto e il potenziamento di Badu ’e Carros si potrebbe arrivare a 240-250 detenuti, quasi un terzo dei circa 750 presenti in Italia.
Il progetto affonda le proprie radici nella legge approvata nel 2009 dal quarto governo Berlusconi, che stabilì che i detenuti al 41-bis dovessero essere rinchiusi in istituti esclusivamente dedicati, collocati «preferibilmente in aree insulari» o in reparti logisticamente separati. La realizzazione delle strutture di Cagliari e Sassari era stata pianificata già negli anni successivi. L’attuale esecutivo ha però inserito Uta, Sassari-Bancali e Nuoro-Badu ’e Carros in una nuova rete nazionale di sette carceri specializzate, attribuendo alla Sardegna un ruolo centrale nell’intero sistema.
La Regione non contesta lo strumento del 41-bis, ma la concentrazione dei detenuti e l’assenza di un confronto preventivo. Il carcere di Uta ospitava già 748 persone a fronte di 561 posti disponibili. Inoltre, la gestione del 41-bis richiede personale specializzato, maggiori misure di sicurezza e un’assistenza sanitaria particolarmente impegnativa: come ricordato dalla Camera Penale di Cagliari, le esigenze dei nuovi detenuti «inevitabilmente incideranno sui servizi e sulle risorse di una struttura già fortemente sovraccarica». La presidente Alessandra Todde sostiene di avere chiesto ripetutamente chiarimenti a Nordio, senza ottenere risposte. L’ultima richiesta formale risale al 4 agosto. Dopo l’arrivo dei detenuti Todde ha esplicitamente puntato il dito contro l’esecutivo, accusandolo di avere agito «in modo unilaterale e arrogante trattando la Sardegna come la Cayenna d’Italia». Secondo la sua ricostruzione, durante un incontro avvenuto nel settembre 2025 il ministro avrebbe assicurato che il progetto non sarebbe proseguito senza il coinvolgimento della Regione.
Fratelli d’Italia ha risposto evidenziando come la struttura fosse stata programmata molti anni fa, accusando le opposizioni di contestare oggi un’opera ereditata dagli esecutivi precedenti. A ogni modo, negli ultimi mesi la cittadinanza sarda si è resa protagonista di vibranti proteste, ufficialmente iniziate nella primavera del 2025, con il coinvolgimento di amministratori locali, sindacati, associazioni, rappresentanti del sistema penitenziario e forze politiche di diversi schieramenti. Nel febbraio scorso circa duemila persone hanno manifestato a Cagliari contro il piano governativo. Tra le preoccupazioni figurano anche la redistribuzione dei detenuti ordinari, la carenza di agenti e personale sanitario e il pericolo che una presenza così concentrata di capimafia possa favorire tentativi di radicamento criminale nell’Isola.
Il trasferimento dei detenuti al 41-bis costituisce solo l’ultimo tassello di un assedio che sembra stringersi attorno alla Sardegna su più versanti. A giugno, in piena stagione turistica e senza un’adeguata informazione preventiva alle istituzioni locali, l’esercitazione militare COMSUBIN 2026 ha interdetto a persone e imbarcazioni una vasta area compresa tra La Maddalena, Caprera e la costa gallurese. Sulla terraferma avanza poi la trasformazione energetica dell’Isola: il Tyrrhenian Link dovrà trasportare verso la penisola l’elettricità prodotta in Sardegna, mentre gli espropri e lo sradicamento degli ulivi a Selargius hanno provocato una mobilitazione popolare culminata alla fine del 2024 nello sgombero del presidio e ora in un’indagine a carico di otto attivisti. Nel Sulcis, intanto, il governo ha riconosciuto come strategico il “Digital Vault”, un data center da 1,49 miliardi di euro e 100 megawatt destinato all’intelligenza artificiale e alle tecnologie cloud, il cui approvvigionamento energetico resta ancora da definire compiutamente. Sulla costa gallurese incombe infine il progetto Tavolara Bay: albergo a cinque stelle, trenta ville, impianti sportivi e porto esclusivo a pochi metri da un’area marina protetta, autorizzati attraverso le procedure semplificate della ZES nonostante i vincoli paesaggistici e l’opposizione della Regione.
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