Quando Hugh Hefner provò a denunciare Epstein, tre anni prima del suo arresto

L'INDIPENDENTE - Thursday, August 20, 2026

Nel gennaio 2005, Hugh Hefner telefonò più volte all’FBI per denunciare Jeffrey Epstein. Accanto a lui, nella Playboy Mansion, c’era Audra Lynn Christiansen, playmate e Miss ottobre 2003, che sosteneva di essere stata abusata e di essere stata vittima del traffico sessuale del finanziere di Brooklyn. I federali assicurarono che avrebbero indagato, ma non accadde nulla. La donna sarebbe stata contattata dagli inquirenti soltanto 15 anni dopo, nell’ottobre 2020, quando Epstein e lo stesso Hefner erano ormai morti.

La storia emerge dalla quarta versione della denuncia Jane Doe et al. v. United States of America depositata il 21 maggio 2026 presso il tribunale federale del distretto meridionale della Florida. Il documento raccoglie le accuse di decine di donne contro il governo statunitense, l’FBI e il Dipartimento di Giustizia, ritenuti responsabili di avere ignorato segnalazioni circostanziate e violato le proprie procedure investigative. Audra Christiansen, nota ai lettori di Playboy come Audra Lynn, aveva 23 anni quando si rivolse a Hefner. Secondo quanto riferito nella causa, Epstein l’avrebbe abusata e resa vittima del suo traffico sessuale, anche consegnandola. La giovane viveva allora nella Playboy Mansion e temeva di poter finire nuovamente nelle mani del finanziere. Hefner le consigliò di contattare l’FBI, ma lei gli chiese di farlo al suo posto: era convinta che il nome e le relazioni del celebre editore di Playboy avrebbero costretto i federali a prenderla sul serio. Hefner chiamò più volte l’FBI. Durante una telefonata del gennaio 2005, ascoltata dalla stessa Christiansen, spiegò all’interlocutore che Epstein aveva abusato della donna e l’aveva coinvolta in un circuito di sfruttamento sessuale. Dall’altra parte arrivò la rassicurazione che le accuse sarebbero prese sul serio ed esaminate. Fidandosi di quella promessa, Christiansen non si rivolse ad altri organismi di polizia.

Per quindici anni, sostiene il ricorso, l’FBI non approfondì la segnalazione né interrogò la presunta vittima. Soltanto nell’ottobre 2020, oltre un anno dopo la morte di Epstein in carcere e tre anni dopo quella di Hefner, gli investigatori cercarono Christiansen per chiederle informazioni su quanto aveva denunciato nel 2005. La telefonata di Hefner aveva preceduto di pochi mesi l’indagine della polizia di Palm Beach, avviata dopo la denuncia relativa a una quattordicenne reclutata per un “massaggio” nella villa di Epstein. I detective locali raccolsero testimonianze e materiali, arrivando a identificare numerose ragazze. L’FBI aprì formalmente un fascicolo soltanto nel luglio 2006. Nel 2007, però, il procuratore federale Alexander Acosta stipulò con Epstein il famigerato accordo a porte chiuse di non perseguibilità che lo sottrasse alle accuse federali e protesse anche eventuali complici. Nel 2008, il finanziere si dichiarò colpevole in Florida di reati statali legati alla prostituzione, anche minorile, scontando una pena insolitamente favorevole e beneficiando del regime di semilibertà.

Il caso Christiansen è ancora più significativo se inserito nella lunga sequenza delle segnalazioni ignorate. Già nel 1996 Maria Farmer aveva segnalato all’FBI Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell. Il rapporto federale reso pubblico nel 2025 registrava una denuncia relativa a materiale pedopornografico e alle minacce di Epstein; Farmer sostiene di avere riferito agli agenti anche gli abusi sessuali e l’esistenza di un sistema di sfruttamento di ragazze minorenni. Anni dopo, uno scambio interno all’FBI avrebbe confermato che la segnalazione era finita in uno «zero file», cioè, in un fascicolo al quale non era seguita alcuna azione investigativa. Nel marzo 2005, la polizia di Palm Beach aprì una nuova indagine dopo la denuncia riguardante una quattordicenne. Negli anni successivi emersero ulteriori testimonianze e anomalie finanziarie, senza che il complesso degli elementi raccolti conducesse a un’effettiva incriminazione federale di Epstein.

Nel caso di Audra Christiansen non si trattò, dunque, di un singolo errore né della mancanza di una fonte autorevole. Hugh Hefner era uno degli editori più famosi e influenti degli Stati Uniti, padrone di un impero mediatico e uomo abituato a frequentare celebrità, politici e uomini d’affari. La sua figura resta controversa, soprattutto dopo le accuse postume di violenze sessuali, controllo psicologico, uso di droghe e comportamenti coercitivi all’interno della Playboy Mansion, ma nel 2005 mise il proprio nome al servizio della denuncia della playmate. È qui che la vicenda assume un peso politico. Per anni l’impunità di Epstein è stata attribuita al denaro, alle amicizie altolocate e all’efficienza dei suoi avvocati, ma la cronologia restituisce un quadro più grave: omissioni ripetute, segnalazioni ignorate, indagini arenate e promesse d’intervento rimaste senza seguito, troppo numerose e prolungate per essere liquidate come semplice “negligenza”. Se neppure il peso di Hugh Hefner riuscì a scalfire la protezione di cui Epstein sembrava godere, il problema non era la debolezza delle vittime né l’assenza di interlocutori influenti. Era la solidità di un sistema che, per oltre trent’anni, gli consentì di continuare ad agire nonostante le denunce e gli avvertimenti giunti alle autorità.

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