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Argentina, Milei e lobby estrattiviste all’assalto dei ghiacciai
La Ley de Glaciares, in vigore dal 2010, rischia di essere stravolta sebbene l’Argentina abbia visto la sua superficie dei ghiacciai ridursi di circa il 17% nell’ultimo decennio. La riforma su cui scommette Milei mette a forte rischio le riserve di acqua dolce dell’intero Paese. di David Lifodi La motosega del presidente argentino Javier Milei non si inceppa mai e, purtroppo, gli ingranaggi sono talmente ben oliati che il meccanismo difficilmente si blocca. E così, dopo il progetto della legge sul lavoro, presentata come una attività di modernizzazione necessaria, ma volta, tra le altre cose, a disarticolare i sindacati, consentire alle aziende di pagare gli stipendi anche in valuta estera, differenziare i salari in base alla produttività ed estendere l’orario di lavoro quotidiano dei dipendenti fino a 12 ore, ad essere a forte rischio di essere stravolta Ley de Glaciares. Lo scopo del presidente è quello di concedere campo libero alle imprese estrattive e limitarsi esclusivamente a salvaguardare i ghiacciai ritenuti strategici. Le multinazionali di litio e rame si fregano le mani, mentre in tutto il paese, già da tempo, si susseguono le proteste, soprattutto a seguito del dibattito al Congresso delle scorse settimane. Finora la Ley de Glaciares, il cui nome burocratico è Ley 26.639, aveva definito i ghiacciai come riserve strategiche imprescindibili per il consumo umano e classificato lo sviluppo dell’agricoltura e la tutela della biodiversità come “beni di carattere pubblico”. In questo contesto, lo stesso ambiente periglaciale risultava altrettanto necessario per la conservazione degli ecosistemi e il mantenimento delle risorse idriche, nonché della loro regolazione. Al contrario, l’azzardo di Javier Milei consiste nel voler tutelare solo le riserve idriche per lui rilevanti e trasferire ai governatori delle singole province (e a lui vicini) il potere di decidere se avviare o meno nuovi progetti minerari in aree ricche proprio di rame e litio, nonostante ben 85 costituzionalisti abbiano bollato la cosiddetta “riforma dei ghiacciai” come incostituzionale. A questo proposito, l’Accordo di Escazú, sottoscritto in Costarica nel 2018, entrato ufficialmente in vigore nel 2021, ma soprattutto il primo trattato della regione latinoamericana e caraibica a promuovere la partecipazione pubblica in merito alle tematiche ambientali, sostiene che non si può compiere un passo indietro in merito agli accordi di protezione e tutela in ambito ambientale. Di fronte alle proteste, soprattutto nelle aree dove l’eventuale modifica della legge avrebbe conseguenze peggiori per la presenza di governatori favorevoli a Milei (Mendoza, Catamarca, Jujuy, Salta e San Juan), il governo ha già scatenato una repressione che ha provocato diversi arresti di ambientalisti e tentato di vendere all’opinione pubblica la favola della maggiore libertà alle lobby minerarie come volano di maggior sviluppo, attrattività economica e creazione di nuovi posti di lavoro. Il governo invoca la modernizzazione della Ley de Glaciares, come già fatto per la normativa sul lavoro, e intanto reprime con estrema violenza le proteste di piazza. Anche a El Calafate, città della Patagonia meridionale e porta d’ingresso per l’imponente ghiacciaio del Perito Moreno, la mobilitazione contro la riforma di Milei è stata massiccia. Gli slogan “El agua es de los pueblos” e “La Ley de Glaciares no se toca” hanno caratterizzato le manifestazioni antigovernative. Nell’ultimo decennio l’Argentina, uno dei paesi con la maggiore estensione di ghiacciai al mondo, ha visto la sua superficie ridursi di circa il 17%. Eppure Milei può contare su molti alleati che non hanno alcuna intenzione di ascoltare gli allarmi lanciati a più riprese dall’Instituto Nacional de Glaciología y Glaciología su una riforma che mette a forte rischio le riserve di acqua dolce dell’intero paese. Dall’acqua che sgorga dai ghiacciai dipende la vita di almeno sette milioni di persone che risiedono in circa 1.800 località dell’Argentina. Quello che Milei spaccia come “adeguamento della legge” si configura, in realtà, come un enorme passo indietro a livello di tutela dell’ambiente e di violazione di un diritto umano quale è l’accesso, per tutti, all’oro blu. Fu proprio l’Assemblea generale dell’Onu, sedici anni fa, a definire l’accesso all’acqua potabile come un diritto umano essenziale. Il presidente intende applicare alla lettera lo slogan scelto per creare il partito che poi ha permesso all’estrema destra di conquistare la Casa Rosada, La Libertad Avanza, assegnando cioè la massima libertà ai governatori a favore dell’estrattivismo minerario delle singole province del paese e svendendo un bene comune come l’acqua. Nel 2010, sotto il governo di Néstor Kirchner, lo stato argentino ritenne che i ghiacciai e l’ambiente periglaciale del paese, che rappresentano il 70% delle risorse di acqua dolce nel mondo, necessitassero di una protezione legale particolare, sancita appunto dalla Ley de Glaciares, approvata e poi mantenuta, almeno fino all’arrivo di Javier Milei, da governi di diverso orientamento politico. L’attacco di Milei alla Ley de Glaciares si inserisce nell’ambito della postura assunta da gran parte dei governi di estrema destra sia a livello latinoamericano sia a livello mondiale, fieramente negazionisti in relazione al cambiamento climatico e incuranti che la perdita della biodiversità, il fenomeno del riscaldamento globale e l’esasperato estrattivismo accrescano le disuguaglianze sociali. Peraltro, già da tempo, assai prima della vittoria di Milei alle ultime presidenziali, l’Argentina aveva aperto agli investimenti stranieri tramite il Régimen de Incentivo a las Grandes Inversiones, volto ad offrire una serie di facilitazioni, dalle politiche fiscali a quelle doganali, favorevoli allo sfruttamento del territorio, ma con l’attuale presidente gli attacchi all’agricoltura familiare, indigena e contadina sono divenuti più violenti e le politiche pubbliche di tutela dei beni comuni, a partire dalla tutela dei boschi (in Patagonia, dallo scorso dicembre, gli incendi hanno già trasformato in cenere più di 30 mila ettari di foresta) sono state progressivamente definanziate, al pari della drastica riduzione dei fondi a prestigiosi istituti di ricerca come il Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas (Conicet) allo scopo di applicare il modello di sviluppo più aggressivo del capitalismo, quello che non riconosce alcuna legittimità allo sviluppo sostenibile. Nel 2019 la mobilitazione della provincia di Mendoza condusse alla revoca della legge sullo sfruttamento minerario voluta dalle destre da una popolazione che si definì orgogliosamente “guardiana dell’acqua”. Oggi occorre una mobilitazione simile, a livello nazionale, per scongiurare l’assalto di Milei alle risorse idriche all’insegna di un estrattivismo sempre più pericoloso e invadente. La Bottega del Barbieri
March 4, 2026
Pressenza
Due secoli di migrazioni italiane: un immenso …
…. un immenso fatto politico totale. di Salvatore Pallida (*) La recente pubblicazione curata da Lorenzo Prencipe e Matteo Sanfilippo Breve storia statistica dell’emigrazione italiana [1] è un prezioso ricchissimo strumento non solo per chiunque si appassioni a tale argomento; dovrebbe essere studiato anche nelle scuole e da tutti gli italiani perché è una parte fondamentale della storia d’Italia. Oltre
Argentina: Milei e lobby estrattiviste all’assalto dei ghiacciai
La Ley de Glaciares, in vigore dal 2010, rischia di essere stravolta sebbene l’Argentina abbia visto la sua superficie dei ghiacciai ridursi di circa il 17% nell’ultimo decennio. La riforma su cui scommette Milei mette a forte rischio le riserve di acqua dolce dell’intero Paese. di David Lifodi Immagine ripresa da https://www.laizquierdadiario.com/ La motosega del presidente argentino Javier Milei non
Argentina: Incendi in Patagonia, il territorio per chi e per cosa
Ada Augello L’incendio continua ancora in Patagonia e l’assistenza dei governi è ancora scarsa. Perché gli incendi si ripetono? Cosa c’è dietro? Decine di famiglie hanno perso le proprie case, migliaia di ettari sono stati rasi al suolo e tutti guardano il cielo in attesa della pioggia. In dieci anni 200.000 ettari sono stati rasi […]
February 12, 2026
Comitato Carlos Fonseca
Argentina, tutto il gas che fa gola all’Italia
pubblicato su Il Manifesto il 12 febbraio 2026 La nostra relazione con il mare non è sporadica, ci conviviamo». Biologa marina, da più di quarant’anni Raquel Perier «convive» con il Golfo San Matías nella Patagonia settentrionale argentina, battendosi per la sua salvaguardia sia dentro i laboratori che per le strade. Negli anni ‘90, le comunità di San Antonio Oeste e Las Grutas si levarono contro la costruzione di un oleodotto. Una mobilitazione che nel 1999 non portò solo alla cancellazione dell’opera, ma anche all’approvazione della legge 3308 della provincia di Río Negro, che vietava la presenza nel golfo di infrastrutture per l’energia fossile. Un divieto, però, che non è più in essere. A settembre 2022, la legge 3308 è stata infatti modificata per permettere la realizzazione di vari progetti legati allo sfruttamento di petrolio e gas, prevalentemente estratti nella formazione geologica di Vaca Muerta, nella provincia limitrofa di Neuquén. L’AFFOSSAMENTO DELLA LEGGE 33 08 è stata la precondizione all’implementazione del Régimen de Incentivo para Grandes Inversiones (RIGI) nella provincia di Río Negro. Approvato nel 2024, il RIGI è un impianto normativo che offre una vasta gamma di incentivi per attirare investimenti esteri in vari settori strategici, a partire dal comparto estrattivo. Congiuntamente agli efferati tagli alla spesa pubblica, il RIGI è il fiore all’occhiello della strategia economica del presidente argentino Javier Milei, con l’obiettivo di azzerare il deficit di bilancio per il 2026 e ridurre il debito sovrano. Una vera e propria «terapia d’urto». MILLE CHILOMETRI A SUD DI BUENOS AIRES, la città di Viedma ospita l’assemblea Multisectorial Comarca Marítima Viedma Patagones. Quando il confronto vira sulle conseguenze di un potenziale incidente a una delle infrastrutture energetiche previste nella provincia di Río Negro, c’è chi si fa il segno della croce. «Non saremmo preparate. La sanità pubblica della provincia è al collasso, soprattutto quella d’emergenza. Il solo ospedale pubblico attrezzato è quello di Viedma, e se ciò non bastasse non ci sono abbastanza ambulanze né sufficiente personale medico». Una manifestazione di protesta contro il progetto Argentina LNG – foto ©Carlo Dojmi di Delupis/ReCommon A PARLARE È MARISA ALBANO dell’Asociación Sindical de Salud Pública de Río Negro (ASSPUR), sindacato che difende i diritti di chi lavora nel settore sanitario. Il RIGI sta accelerando la riconversione della matrice produttiva della provincia da agricola e basata sulla pesca a petrolifera e mineraria, conseguenza della «terapia d’urto» di Milei. All’orizzonte si stagliano 6 unità galleggianti per la liquefazione e l’export di gas (FLNG), parte del più ampio progetto Argentina LNG. L’iniziativa è guidata da YPF, la principale società argentina del petrolio e del gas, controllata dallo Stato. Con un investimento complessivo di circa 50 miliardi di dollari, il mega-progetto si pone l’obiettivo di espandere la produzione di idrocarburi a Vaca Muerta – seconda riserva di gas di scisto al mondo – e orientarla all’export. IL GAS DI VACA MUERTA E’ PRODOTTO prevalentemente attraverso il fracking, una pratica ultra-invasiva che richiede grandi quantità di acqua e l’uso di sostanze chimiche e di conseguenza aumenta il rischio di inquinamento da idrocarburi delle falde acquifere. «A Paso Córdoba (area di Vaca Muerta, ndr) l’acqua sgorga già contaminata dal petrolio. Là si producono le rinomate pere argentine che poi vengono esportate in tutto il mondo, anche in Italia», commenta Marisa. NEI GIORNI 11 E 12 FEBBRAIO 2024 si è tenuto a Roma il primo incontro ufficiale tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e Milei. La premier non ha lesinato commenti positivi per l’esito del meeting. Il 20 novembre dello stesso anno è arrivato il momento di ricambiare la cortesia istituzionale, con l’annuncio del «Piano di Azione 2025-2030 Italia-Argentina». Firmato il 6 giugno 2025, il Piano dedica ampio spazio allo sfruttamento di Vaca Muerta. Una nota a pie’ pagina precisa che «l’accordo raggiunto tra YPF ed ENI nell’aprile di quest’anno può valere come esempio di interesse strategico di entrambi i governi». COME SOVENTE ACCADE, LA PRINCIPALE multinazionale energetica italiana fa da apripista e il governo segue. Il riferimento è al memorandum firmato il 14 aprile 2025 tra ENI e YPF per valutare la partecipazione del Cane a sei zampe in Argentina LNG. È così che, contestualmente alla firma del Piano italo-argentino, ENI e YPF siglano l’accordo per Argentina LNG «per le installazioni di produzione, di trattamento, di trasporto e di liquefazione del gas attraverso unità galleggianti, per una capacità totale di 12 milioni di tonnellate di LNG all’anno». IN UN PAESE ECONOMICAMENTE FRAGILE come l’Argentina, è pressoché impossibile che un’azienda privata si muova senza forti rassicurazioni pubbliche. È qui che entrano in gioco le agenzie di credito all’esportazione. Quella italiana è SACE, controllata dal ministero dell’Economia e delle Finanze. L’attività prevalente di queste agenzie è il rilascio di garanzie, una sorta di assicurazione pubblica: se le cose vanno male, SACE rimborsa le aziende oppure le banche che hanno prestato capitali alle aziende per i loro investimenti esteri. In entrambi i casi lo fa con soldi pubblici. PER MOLTI ANNI L’OPERATIVA DI SACE in Argentina è proceduta con il contagocce, ma il RIGI e l’affinità politica tra Roma e Buenos Aires hanno cambiato le carte in tavola, con incontri d’affari presenziati dall’agenzia italiana già dal 2024. Molto spesso all’ordine del giorno c’era lo sfruttamento di Vaca Muerta. Uno dei tratti distintivi delle zone di sacrificio è la violenza sulle persone, spesso esercitata attraverso la militarizzazione dei territori interessati dai mega-progetti. Argentina LNG non sembra fare eccezione. QUANDO ARRIVO’ IL MOMENTO delle consultazioni pubbliche relative alla Fase I del progetto «San Antonio Oeste è stata militarizzata, con l’intento di scoraggiare la partecipazione pubblica», racconta Fabricio Di Giacomo, membro della Multisectorial Golfo San Matías, assemblea nata in difesa del golfo. «La presenza poliziesca era massiccia. Alcuni poliziotti erano vestiti di nero e portavano grosse armi a tracolla, come se fossero un reparto speciale. Li vedevi in due sulle moto, pronti ad avvicinarsi a ogni persona che arrivava per la consultazione». LE CONSULTAZIONI PER LA FASE III in cui è coinvolta ENI devono ancora tenersi. All’estremità meridionale del Golfo San Matías si trova la Penisola di Valdés, patrimonio dell’umanità Unesco per l’unicità dell’habitat e la presenza di diverse specie marine, tra cui spicca la balena franca australe. L’area dove dovrebbero essere posizionate le sei unità galleggianti per il gas corrisponde a quella interessata dalle rotte migratorie del cetaceo. «Le unità galleggianti occupano una superficie già di per sé molto ampia, a ciò bisogna aggiungere luci artificiali e rumori h24. La conformazione particolare del golfo porta a una circolazione delle correnti di tipo semi- chiuso. Ciò significa che, in caso di incidenti, gli agenti inquinanti stazionerebbero nelle sue acque per molto tempo», aggiunge Perier. LA TRASFORMAZIONE DI RIO NEGRO e Chubut può porre fine all’identità, come racconta Fernando Ledesma, della Comunità Mapuche Tewelche Trawun Kutral: «Quando una persona è privata del suo territorio, è privata anche dei valori che il territorio trasmette. Siamo costretti ad abbandonare le aree rurali per trasferirci in città, perdendo le pratiche e i saperi trasmessi dai nostri avi». A ciò si aggiunge la repressione: «La nostra gente è accusata di terrorismo per il semplice fatto di difendere questi territori dall’estrattivismo». Gli fa eco Ana Dominguez, coordinatrice della campagna Golfo Azul Para Siempre, una rete di organizzazioni formali e di gruppi informali nata in difesa del golfo: «Spesso veniamo accusati di dire no a qualsiasi tipo di sviluppo. Non è così. Stiamo dicendo sì allo sviluppo che già esiste, alla vita che già esiste. ENI e SACE hanno un ruolo privilegiato. Devono interrompere quello che stanno facendo. SACE non dovrebbe sprecare i soldi della cittadinanza italiana in progetti che uccidono la nostra gente».
February 12, 2026
ReCommon
Milagro Sala: 10 anni di prigionia politica
Il 16 gennaio 2026 sono passati dieci anni dall’arresto arbitrario di Milagro Sala, attivista per i diritti civili, sindacalista e leader sociale dell’organizzazione di quartiere Tupac Amaru nella provincia argentina di Jujuy, che si è battuta per i diritti delle popolazioni indigene, che in parte vivono in condizioni di estrema povertà. Il caso è uno dei più gravi casi di detenzione per motivi politici a livello mondiale e ha suscitato scalpore anche a livello internazionale. Da Papa Francesco all’allora primo ministro canadese Trudeau, molti, tra cui il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite contro la detenzione arbitraria, Amnesty International e i numerosi comitati per la libertà di Milagro Sala, si sono impegnati per porre fine alla sua detenzione. Sala è stata oggetto di accuse e processi inventati, ha dovuto subire campagne diffamatorie da parte dei media ed è in stato di arresto da dieci anni. Tutto questo perché ha costruito con successo scuole, ospedali, impianti sportivi e mense per i più poveri nella provincia di Jujuy. Secondo il portale di notizie El Destape, nel decimo anniversario del suo arresto, il 16 gennaio, una carovana ha viaggiato da Buenos Aires a La Plata fino al palazzo del governo e del parlamento della provincia di Buenos Aires per denunciare l’uso della giustizia come strumento di disciplina politica e per chiedere giustizia e la libertà di Milagro. “Grazie Milagro per non aver mollato e per aver lottato per la dignità”, si sentiva dire per le strade di La Plata. È la “cronaca di una prigionia che voleva punire una politica, ma anche un intero popolo”, secondo il reportage di El Destape. Anche l’associazione “Madres de la Plaza de Mayo” ha chiesto, il 16 gennaio, durante una manifestazione di protesta nella capitale Buenos Aires, il rilascio di Milagro Salas e giustizia per i “Desaparecidos”, le persone scomparse, i cui familiari attendono ancora chiarimenti e giustizia. “Quello che stanno facendo a questa donna è uno scandalo e una vergogna”, ha dichiarato Carmen Arias, presidente dell’associazione “Madri della Plaza de Mayo”, come riporta un articolo di Página12. L’arresto di Milagro Sala fa parte di una serie di procedimenti giudiziari volti a reprimere la resistenza sociale contro la diffusione del modello estrattivo, in particolare a Jujuy, una provincia importante per l’estrazione del litio, come scrive Telesur. Milagro Sala ha lottato per la dignità e l’autodeterminazione della popolazione indigena. Ora è in cattive condizioni di salute ed è in cura medica. Ma la sua opera, la sua forza e il suo amore per la gente comune, i più poveri tra i poveri, continuano a vivere, sostenuti da migliaia di persone in tutto il mondo. Il giorno della riabilitazione di Milagro Salas arriverà e con esso si chiuderà anche un capitolo oscuro della storia argentina. ***  Il video mostra alcuni estratti della documentazione fotografica “La tupac” (Jujuy, 2010) del fotografo argentino Sebastián Miquel, realizzata alcuni anni prima dell’arresto arbitrario di Milagro Sala il 16 gennaio 2016. Mostra Milagro e le persone che lei ha sostenuto e che, grazie al suo aiuto, hanno acquisito una nuova consapevolezza indigena che non era politicamente gradita. Pressenza IPA
January 25, 2026
Pressenza
«Board»: il mondo che Trump creò
articoli di Franco Astengo e di Mario Sommella «Board»: l’Onu personale di Trump di Franco Astengo Forse in maniera inopportuna ma mi permetto egualmente di sollevare un tema che mi pare fortemente sottovalutato. Si tratta di questo: nella crisi degli organismi sovranazionali e in particolare dell’ONU, in una fase di scontro frontale all’insegna della “logica dei blocchi” il presidente USA
January 23, 2026
La Bottega del Barbieri
Guerre, incendi e giustizia climatica
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Extinction Rebellion Italia -------------------------------------------------------------------------------- Il Sud America sta bruciando. Stiamo assistendo a terribili incendi che divampano su migliaia di ettari in Patagonia e nel Cile meridionale, entrambe regioni con vasti territori indigeni, parte del territorio ancestrale di Wallmapu. Incredibilmente, ma fin troppo spesso, i governi di entrambi i paesi incolpano gli stessi indigeni e usano la tragedia per criminalizzare e reprimere le lotte delle comunità e dei popoli Mapuche, anch’essi vittime degli incendi. Le cause di questi incendi devastanti sono molteplici, ma tra le principali ci sono il caos climatico, che favorisce le alte temperature, la siccità e i venti estremi, e le piantagioni monocolturali di alberi a crescita rapida come pini ed eucalipti, che stanno devastando le foreste autoctone. Anche la costruzione di grandi dighe sui fiumi della regione, come il Bío Bío, contribuisce. Anche se questo può sembrare estraneo, lo è, perché devia fiumi e corsi d’acqua, interrompendo ed erodendo i flussi naturali di umidità e vegetazione, che sono componenti essenziali dell’equilibrio dell’ecosistema. Anche il turismo predatorio e l’esaurimento delle risorse necessarie per attuare le leggi antincendio nella regione, come quelle adottate da Milei in Argentina con la Legge sulla Gestione degli Incendi, contribuiscono all’aumento degli incendi. Dal programma di ricerca “Conflitti socio-ambientali in contesti di configurazioni locali di odio, resistenza e richieste da Puelmapu” presso l’Università Nazionale della Patagonia, si afferma che “la causa di fondo che spiega gli incendi ha a che fare con la visione distorta della natura sostenuta dai governi che si sono succeduti. Non vedono una foresta, vedono un ostacolo al loro progresso. Non vedono il sostentamento della vita nelle montagne innevate, ma piuttosto merci. Non vedono un popolo che lotta per i propri diritti, né una comunità organizzata e resiliente, ma piuttosto individui rumorosi seduti su una miniera d’oro. Sono l’estrattivismo, la disinformazione, la speculazione immobiliare, la monocoltura di specie esotiche, l’avidità di minerali strategici e il saccheggio dell’acqua dalle comunità locali che spiegano la complessità che circonda i disastri socio-ambientali. Il fuoco non è l’unico responsabile del disastro; è la presenza (o l’assenza) di decisioni politiche riguardanti il rischio di incendi boschivi e l’attuale modello di sviluppo, che considera la distruzione dei territori della Patagonia come la regola, non l’eccezione…”. Questi incendi sono un duro riflesso della realtà del cambiamento climatico su scala globale: le cause sono chiare, ma mentre bruciamo, i responsabili distorcono e manipolano le informazioni per incolpare le vittime e trarre ulteriore profitto dal disastro. I responsabili del cambiamento climatico La responsabilità del cambiamento climatico è profondamente diseguale tra i paesi, soprattutto se si considera la differenza tra popolazione e status economico. Ciononostante, se la stima viene effettuata esclusivamente tra i paesi, oltre due terzi dei gas serra emessi dal 1850 sono stati emessi da soli dieci paesi, con gli Stati Uniti – che consumano oltre il 25% dell’energia globale con solo il 4% della popolazione mondiale – come principale responsabile. Da una prospettiva aziendale, 71 grandi aziende di estrazione e produzione di petrolio, gas, carbone e cemento sono responsabili della stessa percentuale. Se consideriamo le emissioni annuali di gas serra (GHG) per paese, i principali emettitori oggi sono la Cina, seguita da Stati Uniti, Unione Europea, India e Russia. Gli Stati Uniti sono stati il maggiore emettitore globale fino al 2015. Tuttavia, calcolare le emissioni per paese anziché per popolazione – pro capite – presenta una visione distorta della realtà. Ad esempio, sia la Cina che l’India hanno ciascuna una popolazione più di quattro volte superiore a quella degli Stati Uniti. Il recente rapporto di Oxfam “Climate Plunder” (ottobre 2025) tiene conto di questa differenza e presenta un quadro molto diverso. Se si calcolano le emissioni pro capite e le emissioni storiche cumulative basate sui consumi, il risultato è che gli Stati Uniti sono responsabili del 40% della crisi climatica, l’Unione Europea del 29%, il resto d’Europa del 13%, i restanti paesi del Nord del mondo del 10%, mentre il Sud del mondo è responsabile dell’8%. Il rapporto sopra menzionato dice che una persona che rientra nello 0,1% più ricco della popolazione mondiale produce più inquinamento da carbonio in un solo giorno di quanto ne produca una persona che rientra nel 50% più povero in un anno; dal 1990, quando i rischi del cambiamento climatico sono diventati molto evidenti, la percentuale di emissioni dello 0,1% più ricco della popolazione mondiale è aumentata del 32%, mentre quella del 50% più povero è diminuita del 3%; il livello di consumo del “budget” di carbonio – la quantità di CO2 che può essere emessa senza causare un disastro climatico – da parte di una persona che rientra nell’1% più ricco della popolazione mondiale è oltre cento volte superiore a quello di una persona che rientra nel 50% più povero e oltre trecento volte superiore a quello di una persona che rientra nel 10% più povero; se tutti emettessero carbonio al ritmo dello 0,1% più ricco, quel budget di carbonio si esaurirebbe in meno di tre settimane. Gli stessi responsabili delle guerre… Mentre i territori e le comunità della Patagonia e del Cile meridionale bruciano, gli Stati Uniti scatenano ancora più violenza militare e attacchi palesemente imperialisti sul continente e oltre, mentre la Nato aumenta il suo bilancio e il suo armamento. Guerre e militarismo contribuiscono in modo significativo al cambiamento climatico, che a sua volta crea un circolo vizioso. Più guerre, più distruzione di popoli e territori, più cambiamenti climatici, più violenza e migrazioni, più profitti per il complesso militare-industriale che sostiene gli ultra-ricchi al potere. Infatti, un altro recente rapporto sulla disuguaglianza globale descrive come la piccola minoranza degli ultra-ricchi globali abbia aumentato le proprie fortune di oltre il 16% nel 2025, tre volte più velocemente rispetto ai cinque anni precedenti (Oxfam, 2026, Contro l’impero dei più ricchi). -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada (qui con l’autorizzazione dell’autrice) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Guerre, incendi e giustizia climatica proviene da Comune-info.
January 22, 2026
Comune-info