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Terzo Settore: trasformazione della militanza e fine dell’alternativa al capitalismo
Nel novembre 1989, in pochi giorni, accadde quello che fino a poco tempo prima appariva impensabile, in un mondo “bloccato” nello stallo della guerra fredda e nello scontro tra due ideologie totalizzanti. Il muro di Berlino rappresentava tutto questo. Crollando ha fatto gridare alla “fine della storia” e al “trionfo della democrazie liberali” come ricetta per tutta l’umanità: non è successo né l’una nell’altro. Per quanto riguarda la “fine della storia”, solo degli imbecilli potevano sentenziarlo e per ora la chiuderei qui, per quanto riguarda il trionfo delle democrazie liberali, il discorso si fa più complesso… in quanto si sono dimostrante nel tempo né democrazie né liberali, soprattutto perché senza più l’ostacolo del comunismo sovietico è uscita fuori in tutta la sua virulenza, anche nel cosiddetto “occidente”, la metastasi latente del neoliberismo autoritario, monopolistico e guerrafondaio. In tutto questo, che ne è stata dell’esperienza socialista e comunista all’interno dei cosiddetti paesi liberali, o all’interno degli stati democratici-cristiani, o anche che ne è stato della esperienza della socialdemocrazia, tentativo ibrido di unire quei due mondi, ma anche di quella sociale-cristiana? Che ne è stato di quelle forze che si sono opposte e hanno frenato gli istinti famelici insiti nell’ideologia darwinista del capitalismo anglosassone, ma che hanno anche contribuito, attraverso una militanza capillare, all’avanzamento di molte istanze progressiste nel campo della salute, dell’educazione, del lavoro, della qualità della vita e della giustizia sociale in generale? Se zoomiamo verso la politica attuale, o ciò che rimane di essa, si denota non solo una desolazione nella militanza e nelle proposte del campo che una volta era quello progressista-di sinistra, ma addirittura ad una trasmutazione antropologica dei vertici di quelle “forze”, eredi o presunte tali delle formazioni storiche della seconda metà del ventesimo secolo, che in molti casi si sono trasformate in vere e proprie quinte colonne del potere finanziario transnazionale. Anche piccole formazioni che sembrano mantenere i connotati, le vestigia di un progressismo militante, lungi da aver adattato nel mondo attuale e sviluppato un pensiero alternativo al liberismo, si sono limitate a delle piccole ricette di cosmetica politica colorata appena di rosso, di verde o addirittura di arcobaleno, o alla stantia ripetizione di slogan vuoti, per poi traghettare voti e interessi nel “campo largo” del vuoto politico neoliberale. Come è successo tutto questo? Ci sono state e ci sono ancora molte analisi che cercano di spiegare questa trasmutazione del campo progressista, e spesso vanno di pari passo con l’analisi dello svuotamento delle istanze sociali, della militanza, della rappresentanza democratica sempre più trasformatosi in oligopolio. Ci sono molte analisi interessanti, ma spesso mi davano l’idea che non spiegavano tutto, o soprattutto ciò che a me interessava, io che sono stato dentro quel fenomeno, nel versante dell’alternativa del Nuovo Umanesimo: dove sono spariti i militanti, le basi di quei grandi movimenti, in quale tombino sono stati risucchiati i fermenti, i simboli, i significati, le azioni di tanta gente che si riconosceva, attraverso partiti e movimenti, nel riformismo se non nella rivoluzione sociale? Mi mancava un chiaro trait d’union tra quel mondo che entrava negli anni ‘90 e ciò che poi si è immiserito irrimediabilmente all’aprirsi del nuovo millennio. Per un certo tempo dalla domanda elaborata nella mia mente in modo più cosciente, al posto di una risposta trovavo un “vuoto”, come quando si ha una amnesia e sembra che tutto ad un tratto sia sparito un pezzo dei propri ricordi e della propria esperienza… Poi, come sempre succede in questi casi, quando ci si rilassa e si smette di cercare e si pensa ad altro… gong!… arriva l’immagine chiara, il complesso di ricordi, esperienze e riflessioni che trova la sua sintesi. Prima di svelare il frutto del gong! mentale, voglio chiarire meglio l’oggetto della mia ricerca, che non è tanto, in questo caso, approfondire le circostanze sociali, politico, economiche, psicosociali, che hanno generato un allontanamento e uno svuotamento della politica e la trasformazione delle forze politiche in quei vuoti gusci complici del sistema attuale, quanto capire come avvenne il passaggio, quale fu il principale o uno dei principali fattori del traghettamento della militanza verso campi più innocui o via via più complici con lo schema neoliberale: quali mezzi si usarono, quale barca e quale Caronte si manifestarono? E qui entra in ballo il famoso “Terzo Settore”, l’associazionismo, che poi via via si è strutturato in forme sempre più marcatamente in linea con lo schema neo-liberista che le ha via via modellate secondo i suoi bisogni. Mi ricordo agli albori dei ‘90, noi stessi umanisti guardavamo con interesse questo inizio di sviluppo del terzo settore, non fosse altro per portare avanti più facilmente ed in modo socialmente riconosciuto le nostre attività nei quartieri, per organizzare eventi, per favorire il nostro modo di creare comunità; guardavamo con interesse alla possibilità di poter creare associazioni senza fini di lucro che in quegli anni si stava facilitando attraverso anche l’iscrizione in specie di “albi” del terzo settore emergente. Diverse organizzazioni, beneficiarie di leggi e regolamenti adottati appositamente in quegli anni, cominciavano a svolgere il compito di dare consulenza e facilitare la formazione e lo sviluppo dell’associazionismo in diversi campi del sociale. L’idea era quella di facilitare e “regolamentare” (?) la possibilità di molta gente che, nel suo tempo libero, utilizzava le proprie energie tendenzialmente in modo volontario per poter creare o collaborare a delle attività ricreative e di utilità sociale, culturale, ecologica, di aiuto ai più bisognosi, nell’educazione, nel campo della salute, fino anche a progettare attività in paesi del cosiddetto “terzo mondo”. In questo modo si convogliarono le energie di molte persone, provenienti direttamente o che in altri tempi avrebbero ingrossato le file delle organizzazioni politiche, soprattutto del campo cattolico (con la Democrazia Cristiana che stava per essere spazzata via da Tangentopoli) e del campo ex comunista, in una miriade di organizzazioni, molte delle quali specializzarono il loro lavoro all’interno di nuove configurazioni quali le ONG (che lavorano principalmente all’estero in progetti di sviluppo) e le ONLUS (ora cambiate in ETS, ovvero Enti del Terzo Settore). Lungi da me ora fare uno studio completo sulla nascita (che in diversi casi è antecedente al periodo in questione), lo sviluppo e le infinite ramificazioni della loro storia e del loro sviluppo, in Italia e all’estero, vorrei invece far soffermare la nostra attenzione sul fenomeno sociologico di svuotamento della militanza politica e del depauperamento dell’interesse soprattutto delle generazioni giovani nella ricerca di idee e modelli di cambiamento radicale dei paradigmi sociali, delle spinte rivoluzionarie (oltretutto già in parte squalificate con la deriva, molto probabilmente “dirottata” dal potere, nel terrorismo e nella guerriglia urbana e poi troncate definitivamente con le repressioni dei primi anni ‘2000). L’interesse si spostò dalla critica al sistema e alla costruzione di alternative in diversi campi, verso l’adoperare il proprio tempo libero per “tappare le falle del sistema”, “fare la differenza”, “rimboccarsi le maniche” per aiutare le persone. Si andava installando pienamente e via via si accettava il paradigma di un sistema che giocoforza creava ingiustizie, falle, inefficienze sanitarie ed educative e produceva un “naturale” numero di povertà e di bisogno. In generale ci si doveva arricchire e creare PIL, nel tempo libero si aiutavano il numero crescente di persone che venivano triturate dalla macchina capitalistica. Si rinforzava il paradigma capitalista dello sviluppo dall’alto al basso, dove la ricchezza accumulata da “chi ce la fatta”, scende via via, in quote sempre minori, verso i ceti più bassi. Infatti l’attività maggioritaria di questi nuovi soggetti era trovare fondi e donazioni, e via via con questa dipendenza dal finanziamento delle proprie attività si è creata una auto-censura di queste verso la denuncia delle storture del meccanismo neo-liberale, un po’ perché all’interno di queste associazioni erano presenti personaggi e gruppi appartenenti a quel mondo, ma anche per la paura di perdere i finanziamenti. Certo, c’era anche da parte di alcune organizzazioni e associazioni l’attività di protesta e di denuncia, alcune incentravano il loro focus nel campo culturale e provavano a far rinascere la riflessione e lo spirito critico nelle persone ormai convinte di essere giunti “alla fine della storia”, dove oramai c’era solo da amministrare la realtà (da parte di “specialisti”). Ma la traiettoria con gli occhi di oggi mi appare segnata fin dalle origini, che hanno creato le condizioni per gli sviluppi successivi, dove via via la maggior parte dei soggetti coinvolti in questo processo si sono professionalizzati, dove il “focus” dell’attività si parcellizza in tante attività particolari che via via perdono legame e strutturalità con il resto della realtà. molti si occupano solo di ecologia, alcuni solo degli animali, alcuni solo delle passeggiate nei boschi, altre solo nel riciclare la plastica, altri solo dando corsi di italiano ad immigrati, alcuni si oppongono agli sfratti, altri si occupano del bullismo a scuola, altri del patriarcato, denunciando spesso una cosa ed omettendone od escludendone altre che non appartengono a quello specifico “dress-code”) e molti hanno preso i modelli di funzionamento, gestione e anche di direzione delle imprese private. La memoria si è ormai riaperta e mi facilita molti esempi: dalle associazioni che cominciavano in modo più o meno volontario ad occuparsi dei bisogni in campo della psichiatria e del disagio familiare si andò via via sviluppando il modello di gestione di tutta la parte socio-sanitaria con le Cooperative Sociali, in lotta tra di loro ogni anno giocando al ribasso sui bandi di assegnazione, che della forma cooperativa è rimasta solo l’apparenza, tanto assomigliano alla loro gestione alle imprese private di lucro (e infatti ora si chiamano “imprese sociali”), con tanto di management “bloccato” in forma di CDA e lo svuotamento di significato reale dell’assemblea dei soci (e qui mi fermo, in questo campo ho operato per anni e tante ne ho viste da riempirne un libro). E che dire di tutte quelle organizzazioni che dovrebbero facilitare sviluppo e ricerca nel campo sanitario, con il loro giro miliardario di donazioni sponsorizzate, con macchine da guerra come Telethon, per esempio, che poi vanno a creare “monopoli” nei campi critici della salute e dell’istruzione. Che dire delle svariate organizzazioni che lavorano per la cooperazione internazionale? Qui il ricordo mi riporta ai miei anni in cui appoggiavo il tentativo, con il Movimento Umanista, di organizzare il dialogo e la collaborazione culturale e sociale con paesi africani, attraverso la formazione di gruppi in villaggi, città e ambienti rurali; ricordo i miei diversi viaggi in Senegal dove incontravo gente di varie età e soprattutto molti ragazzi occidentali appartenenti a varie organizzazioni no-profit fare un lavoro molto specialistico, cercare poco il dialogo con i locali, se non per creare una “selezione di personale” efficiente e “compliante”, seguire fedelmente programmi già prestabiliti ed andarsene con diarie e crediti universitari. Ripeto, non sto massimizzando il discorso è disconoscere l’impeto genuino del volontario, anzi, al contrario, sto dicendo che questo impeto genuino, creatosi anche per il vuoto politico e sociale dovuto al crollo di ideali e speranze di giustizia sociale della generazione precedente, è stato via via dirottato verso un modello efficientista, specialistico, sempre meno “ingenuo” e umanitaristico, e sempre più sfruttato verso la ricerca di “quote economiche” e di “potere”. Via via anche molte di queste organizzazioni, soprattutto le più grosse, non più solo “tappano i buchi del sistema”, ma collaborano a crearli (la raccolta fondi nel campo sanitario per me sono un chiaro esempio in questo senso e rafforzano l’idea della privatizzazione sanitaria, cosa che sta succedendo anche nelle scuole). Mi ricordo sempre in Senegal, che allora si dicesse avesse la più alta percentuale di fallimenti di progetti cooperativistici extra statali, non era difficile trovare già i resti, le “carcasse” di progetti mai terminati da diverse “no-profit” di diversi paesi, come centri di cura semideserti, edifici comunitari abbandonati ecc. Si affermava ciò puntando il dito contro l’arretratezza e la corruzione dei paesi del terzo mondo, ma si nascondeva la logica capitalistica che ormai dominava queste organizzazioni che andavano dove c’era profitto e dismettevano dove non c’era più possibilità. Oltretutto anche in buonafede, molte piccole organizzazioni per sopravvivere alle norme sempre più stringenti che pone il sistema e alla grande “concorrenza” che via via si alimenta, deve adattarsi a cambiamenti di statuto, deve sottostare a regole burocratiche ed  economiche sempre più stringenti  che puntano all’efficientismo e all’ottimizzazione dei fondi (un po’ come le regole di austerità e meritocratiche dettate agli Stati e alle organizzazioni statali); esigono oramai un certo livello di specializzazione, esigono una certa ubbidienza a certi meccanismi che poi abilitano alla possibilità di usufruire di fondi regionali, nazionali e soprattutto europei che vengono però rilasciati “a goccia” e a ben determinate condizioni. Condizioni in cui non bisogna “disturbare il padrone” o anche meglio creare consenso intorno a questo. Ecco dunque che la giravolta sociale e politica è completata. Un esempio sono il nuovo modello di associazionismo imposto, ovvero le APS, associazioni di promozione sociale che rispondono molto fedelmente a questo schema e che già nel loro nome fanno capire che devono essere trasformate in mezzi di “promozione” (leggi propaganda?), possibilmente delle istanze e delle parole d’ordine dell’agenda del nuovo autoritarismo neoliberista, mascherata da progressismo paternalista (agende 2030 e Co,) e ai vari progetti della UE in questa direzione (e ora vedremo con la svolta militarista dove andremo a parare). La necessità di pecunia e di posizionamento economico-sociale in questo nuovo scacchiere ormai è insita anche dentro la più piccola associazione di quartiere, immaginatevi quindi in che “creature” si siano trasformate le grandi ONG e simili di livello trans-nazionale, che qui non cito ma che tutti conoscono. Anche la definizione “senza fini di lucro” è sparita dal dizionario dell’associazionismo, e infatti ONLUS si è trasformata in ETS. Infine, come spesso si dice per le forze di polizia e per gli eserciti, perché mai entità del genere dovrebbero aspirare alla risoluzione delle problematiche su cui lavorano, se è proprio il permanere di quelle stesse questioni che le fa “rimanere a galla”? Bene, ho “sbloccato il ricordo” e l’ho “nutrito” con tutte le considerazioni e le relazioni mentali che questa “scoperta” ha ingenerato in me. E mi dà anche una spiegazione confortante al perché via via ho provato sempre più diffidenza e ho sempre meno collaborato verso questa direzione. Lo so, è una piccola soddisfazione, oltretutto di poco interesse per i più, ma giunti a questo punto mi sembrava doveroso dirla tutta. Un caro saluto e … “Sursum Corda!”.   Fulvio Faro
July 14, 2026
Pressenza
Napoli, piazza Garibaldi cambia volto: sei chioschi per inclusione, cultura e servizi
Aperti i sei chioschi dell’area nord della piazza. Completato il sistema degli otto presidi previsti dal progetto Bella Piazza, tra inclusione sociale, cultura, servizi e sostegno ai cittadini. Napoli compie un nuovo passo nel percorso di riqualificazione di piazza Garibaldi. Sono stati inaugurati questa mattina i sei chioschi situati nell’area nord della piazza, nell’ambito del progetto “Bella Piazza”, iniziativa di rigenerazione urbana e sociale promossa attraverso la collaborazione tra enti del terzo settore, istituzioni e realtà del territorio. All’inaugurazione hanno partecipato il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, il presidente della Fondazione Con il Sud, Stefano Consiglio, e la coordinatrice del progetto Bella Piazza, Elena De Filippo della Dedalus Cooperativa Sociale. Con l’apertura dei nuovi spazi si completa il sistema degli otto presidi previsti per la piazza, che comprende anche la Portineria Garibaldi e il presidio delle forze dell’ordine. L’obiettivo è trasformare l’area in un luogo vissuto, sicuro e capace di offrire servizi, occasioni di incontro e attività culturali e sociali. I sei chioschi ospiteranno iniziative dedicate alla promozione di filiere etiche, al contrasto della violenza di genere, all’inserimento lavorativo di persone fragili, alla mediazione sociale, alla cultura e al supporto dei flussi turistici. Le attività saranno operative sei giorni alla settimana per otto ore al giorno. Tra le realtà coinvolte figurano Dedalus Cooperativa Sociale, Cooperativa Sociale EVA, Bottega Sociale Terre Future, Fondazione RUT, NEST Napoli Est Teatro – Est(ra)Moenia e Temi S.p.A. con il servizio logistico Comebag. Dedalus ha attivato uno spazio dedicato allo street food, accompagnato da laboratori per bambini, attività scolastiche e una biblioteca sui cibi e le culture del mondo. La Cooperativa EVA promuoverà prodotti artigianali a valenza sociale e iniziative sui diritti delle donne. Terre Future offrirà prodotti provenienti da cooperative sociali e beni confiscati alle mafie. Fondazione RUT curerà attività culturali e di promozione della lettura, mentre NEST Napoli Est Teatro realizzerà incontri e spettacoli aperti alla cittadinanza. Infine, Temi S.p.A. porterà in piazza il servizio Comebag per la gestione dei bagagli e il supporto ai turisti. Per il sindaco Gaetano Manfredi, l’apertura dei chioschi rappresenta «un risultato importante» nel processo di riqualificazione della piazza. Secondo il primo cittadino, la presenza di attività sociali e servizi contribuirà a rendere l’area più sicura e vivibile, favorendo una maggiore partecipazione dei cittadini. Tra i prossimi obiettivi dell’amministrazione vi è anche la programmazione di attività serali nella cavea della piazza, con l’intento di animare l’area durante tutto l’arco della giornata. Il progetto Bella Piazza nasce da un percorso di confronto tra associazioni, organizzazioni del territorio, comitati di quartiere e imprenditori interessati a investire sull’area orientale di Napoli. Un lavoro avviato diversi anni fa e culminato con un accordo di gestione condivisa dello spazio pubblico tra soggetti pubblici e privati. «Tre anni fa sembrava un progetto impossibile», ha dichiarato Stefano Consiglio, presidente della Fondazione Con il Sud, sottolineando il valore della collaborazione tra terzo settore, imprenditoria e istituzioni locali. Elena De Filippo ha invece evidenziato come oggi siano oltre cinquanta le organizzazioni coinvolte nel percorso, con l’obiettivo di restituire piazza Garibaldi ai residenti, ai commercianti, ai viaggiatori e ai turisti attraverso un innovativo modello di co-gestione pubblico-privata. Redazione Napoli
May 29, 2026
Pressenza
Conoscere il Terzo Settore per capire i bisogni del Paese
Venerdì 29 maggio 2026 la presentazione ufficiale a Roma, in presenza e in diretta YouTube, dell’Atlante del Terzo Settore, la nuova piattaforma promossa da Fondazione Terzjus ETS e Italia non profit che è online dal 7 maggio scorso, che comunicano: > 4,7 milioni di persone, quasi 1 adulto su 10, fa volontariato. È l’Italia del > bene comune: vitale, concreta, ma spesso invisibile. > > L’Atlante del Terzo Settore ne offre una fotografia dinamica: dal RUNTS al > volontariato, dalla Riforma del Terzo Settore all’amministrazione condivisa. > > Il progetto nasce per rispondere a un bisogno concreto: mettere a disposizione > di operatori, istituzioni, cittadini analisi tematiche, elaborazioni > statistiche, informazioni chiare fondate su fonti ufficiali. > > Non solo numeri, ma persone, volontari, lavoratori, reti e community, per > raccontare e rendere più leggibile il Terzo Settore italiano attraverso i dati > e le storie, perché i dati senza storie sono cifre e le storie senza dati sono > aneddoti. > > Tutti i contenuti sono gratuiti e costruiti a partire da fonti come RUNTS, > Istat, Unioncamere, INPS e ricerche pubbliche. > > La piattaforma è sostenuta dalla Consulta delle Fondazioni di origine bancaria > del Piemonte e della Liguria e da Banco BPM. L’Atlante sarà presentato ufficialmente venerdì 29 maggio 2026, dalle 10:30 alle 13, presso la Sala G. Matteotti di Palazzo Theodoli-Bianchelli, in Piazza del Parlamento 19 a Roma. L’evento sarà aperto al pubblico, previa registrazione, e trasmesso anche in diretta YouTube. Interverranno, tra gli altri, – Luigi Bobba, Presidente di Fondazione Terzjus ETS, – Simone Mornati, Direttore attività istituzionali di Italia non Profit, – Mara Moioli, Co-founder di Italia non Profit, – Antonio Fici, Direttore scientifico di Fondazione Terzjus ETS, – Gabriele Sepio, Segretario Generale di Fondazione Terzjus ETS, insieme ai rappresentanti degli enti sostenitori. Sono previsti i saluti istituzionali dell’On. Stefano Vaccari e l’intervento conclusivo di Mauro Nori, Capo di Gabinetto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Conduce e modera Sara Vinciguerra, responsabile della comunicazione della Fondazione Terzjus ETS. Per partecipare in presenza è necessario compilare il modulo di registrazione: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSdhTfSUB7Jn8VK6XNC4XplE0rOYnIeRQL8pKiH0bkaOudj0aw/viewform Per informazioni: * +39 06 89131373 * segreteria@terzjus.it * https://atlante.italianonprofit.it/ Redazione Italia
May 26, 2026
Pressenza
Il volontariato a dieci anni dalla riforma del Terzo Settore
A dieci anni dall’entrata in vigore della Riforma del Terzo Settore (Legge n. 106 del 6 giugno 2016, entrata in vigore il 3 luglio 2016)  arriva una bocciatura netta da parte di chi il volontariato lo vive ogni giorno: il 51,5% dei volontari esprime un giudizio negativo sull’impatto del nuovo Codice. È questo il dato principale che emerge dalla ricerca promossa dal Movimento di Volontariato Italiano – MoVI, che fotografa uno scollamento sempre più evidente tra impianto normativo e realtà associativa e che è stata presentata in occasione del convegno nazionale “Il volontariato a dieci anni dalla riforma del Terzo Settore”, promosso dal MoVI insieme alla Scuola Superiore Sant’Anna, al Centro di Ricerca Maria Eletta Martini (MEM), alla Fondazione Emanuela Zancan, alla Fondazione per la Coesione Sociale ETS e al Centro di ricerca Maria Eletta Martini, tenutosi a Pisa il 17 e 18 aprile scorsi. Questi alcuni numeri del dissenso: il 51,5% dei volontari (scelti tra persone che hanno avuto un ruolo direttivo gestionale) esprime un parere nettamente negativo; il 30,7% degli intervistati denuncia un’eccessiva burocratizzazione che genera paralisi operativa; il 12,3% segnala una penalizzazione diretta delle piccole organizzazioni, schiacciate da adempimenti uniformi che non rispettano la diversità del settore; solo il 12,3% del campione promuove la Riforma con un parere positivo. Nonostante il 79,7% dei partecipanti dichiari di conoscere il nuovo assetto normativo, l’effetto reale che ne scaturisce è quello di una vera e propria “gabbia burocratica”, ove gli strumenti di accreditamento come il RUNTS e l’obbligo di nuove competenze digitali e contabili vengono percepiti come barriere d’accesso che sottraggono tempo all’azione sociale per destinarlo alla gestione amministrativa. Dalla ricerca emerge la preoccupazione per una progressiva “aziendalizzazione” del settore. La transizione in atto segna il passaggio da un volontariato fondato sulla vocazione e sulla spontaneità a un modello sempre più professionalizzato e strutturato. Il MoVI rileva come questa trasformazione si manifesti in una crisi della gratuità, dove la previsione di compensi – pur favorendo alcuni servizi e l’ingresso dei giovani tramite il Servizio Civile – rischia di generare una confusione strutturale tra volontariato e lavoro. Allo stesso tempo si assiste a una deriva progettuale, con un’enfasi crescente su bandi e rendicontazione che tende a trasformare le associazioni in veri e propri “progettifici”, nei quali la competizione per le risorse finisce per prevalere sulla cooperazione territoriale. Infine, il rapporto con la pubblica amministrazione appare sempre più asimmetrico: la co-progettazione viene spesso vissuta come una pratica formale, in cui il volontariato è chiamato a svolgere un ruolo di supplenza rispetto alle carenze del pubblico, operando però entro cornici economiche già definite. “La bocciatura della riforma del Terzo Settore da parte del volontariato conferma la necessità di un miglioramento del Codice in questo ambito, ha sottolineato Gianluca Cantisani, presidente del MoVI. In dieci anni sono state introdotte diverse modifiche migliorative al codice, che tuttavia si sono rivelate insufficienti alle necessità del volontariato. È mancato un reale ascolto del mondo del volontariato e un’analisi attraverso un filtro sociale adeguato ai tempi che stiamo vivendo. Con questa ricerca, il MoVI si propone di portare nelle sedi istituzionali le istanze emerse dai territori”. Per il MoVI, dal Convegno è emersa la necessità non tanto di correggere alcuni aspetti tecnici della normativa, quanto di ripensare il ruolo stesso del volontariato nel sistema sociale e nel terzo settore. Il presidente Gianluca Cantisani al termine del convegno ha proposto di: rilanciare il volontariato come forma di advocacy verso le istituzioni e come partecipazione democratica e cura dei beni comuni, distinta dalla gestione di servizi; riformare il Codice del Terzo Settore per semplificare gli adempimenti per le realtà del volontariato più piccole e spontanee e chiarire meglio i confini tra le diverse tipologie di enti; riconoscere il volontariato informale (una proposta indicata come politicamente più urgente per colmare il deficit di democrazia che l’interpretazione del codice rischia di rafforzare nel Paese), introducendo nel Codice uno spazio per le aggregazioni spontanee e un percorso graduale verso la formalizzazione del loro ruolo. Qui alcuni dati. Giovanni Caprio
April 24, 2026
Pressenza
Carceri: Alta Sicurezza o Alta Incoerenza?
Lettera aperta di «Ristretti Orizzonti» e del Coordinamento Carcere Due Palazzi di Padova. A Carlo Nordio, ministro della Giustizia Stefano Carmine De Michele, capo del DAP  Ernesto Napolillo, direttore della Direzione Generale Detenuti e Trattamento   Alta Sicurezza: percorsi e storie distrutti L’importanza delle declassificazioni “C’è una scelta tra far del carcere la sede di un servizio e farne invece
Quella linea d’ombra che molti nascondono
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Ci sono diversi modi di negare la valenza politica e sociale dell’impegno che creano alcune realtà sociali attente ai temi delle migrazioni, come l’esperienza nata intorno a “Piazza del Mondo”, a Trieste. C’è l’approccio di tipo fascista, con cui ad esempio quella piazza fu destinata ad accogliere un comizio della destra nell’ottobre del 2020, producendo uno scontro con la polizia. Quell’approccio è stato rinnovato di recente con la richiesta di un altro comizio per il 20 marzo, questa volta, dopo alcune proteste, negato dalla questura. C’è poi l’approccio messo in atto da Le Jene-Mediaset il 15 marzo, con un’intervista truccata con Lorena Fornasir di Linea d’Ombra, punto di riferimento dell’esperienza che nasce ogni pomeriggio nell’incontro con i migranti della Rotta Balcanica: quell’intervista insinua la collaborazione di Linea d’Ombra con lo sfruttamento del movimento migratorio. E infine c’è approccio più sottile che si è espresso ad esempio con il documentario “Trieste è bella di notte” del 2023, nel quale Linea d’Ombra non esiste, e di recente con un capitoletto nel volume Luoghi di confine. Violenze e resistenze del territorio italiano, pubblicato da un autorevole editore come DeriveApprodi, intitolato “Confini oltre il confine: il silos di Trieste e l’abbandono istituzionale dei richiedenti asilo”. Il secondo si basa sull’omissione del fatto che l’impegno quotidiano nella piazza davanti alla stazione di Trieste, che dura dall’ottobre del 2019 e che ha prodotto un’attivissima rete che coinivolge migliaia di persone in tutta Italia, è nato con Linea d’Ombra. È molto triste che persone che vengono quotidianamente in piazza per conto di associazioni del cosiddetto terzo settore fingano di ignorare questo fatto. È triste ma ha un significato: Linea d’Ombra si è presentata sin dal suo lontano inizio come attore di un impegno politico con i migranti in transito fuori d’Italia in nome del loro diritto alla libertà di movimento, e questo urta gli equilibri di molte associazioni del terzo settore che, ovviamente, devono preservare il loro rapporto con le istituzioni… Da questo però non dovrebbe discendere che fingano che la piazza in cui vengono tutti i giorni a raccogliere dati sul passaggio dei profughi della Rotta Balcanica, interferendo con Linea d’Ombra molte volte, soprattutto nel caso di situazioni difficili, esiste soprattutto grazie al costante quotidiano impegno di tutto ciò che si raccoglie intorno a Linea d’Ombra. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quella linea d’ombra che molti nascondono proviene da Comune-info.
March 24, 2026
Comune-info
Nasce un nuovo “Centro Donna”: uno spazio per l’autodeterminazione e il sostegno alle donne
È stato pubblicato, sul sito del Comune, l’avviso, rivolto agli enti del Terzo Settore, per la coprogettazione e realizzazione di un nuovo “Centro Donna”. Per la realizzazione del progetto, su iniziativa dell’Assessorato allo Sport e alle Pari Opportunità, è stato previsto uno stanziamento di 75mila euro, con l’obiettivo di offrire alle donne della città uno spazio dedicato all’incontro, al confronto, alla crescita personale e professionale, al benessere e al supporto. Il “Centro Donna” sarà un luogo aperto e inclusivo, pensato per promuovere consapevolezza, autodeterminazione, autonomia psicologica ed economica, e per contribuire alla costruzione di una “Città al femminile”, dove tutte le donne possano immaginare e realizzare il proprio futuro. Particolare attenzione sarà rivolta alle donne che vivono in condizioni di disagio sociale, economico o familiare, alle quali il Centro offrirà servizi mirati come: • Informazione e ascolto • Supporto psicologico • Orientamento al lavoro • Formazione • Attività sportive e socioculturali Le attività saranno organizzate secondo un calendario programmato e accessibile. Il progetto ha una durata iniziale di 12 mesi, prorogabile per ulteriori 12. Tutti i dettagli e le modalità di partecipazione sono disponibili sul sito istituzionale del Comune di Napoli: https://www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/55350 Redazione Napoli
October 16, 2025
Pressenza
Barriera di Milano, laboratorio di repressione: via i militari!
Barriera, non da oggi, è un laboratorio di controllo e repressione sociale, dove retate, pestaggi, occupazione militare del territorio si intrecciano con l’azione coordinata e precisa di cooperative del Terzo settore, associazioni, Fondazioni di Comunità che attuano politiche volte a prevenire le insorgenze sociali. Temono le proteste spontanee di chi, giorno dopo giorno, subisce profilazione […]