Terzo Settore: trasformazione della militanza e fine dell’alternativa al capitalismo

Pressenza - Tuesday, July 14, 2026

Nel novembre 1989, in pochi giorni, accadde quello che fino a poco tempo prima appariva impensabile, in un mondo “bloccato” nello stallo della guerra fredda e nello scontro tra due ideologie totalizzanti. Il muro di Berlino rappresentava tutto questo. Crollando ha fatto gridare alla “fine della storia” e al “trionfo della democrazie liberali” come ricetta per tutta l’umanità: non è successo né l’una nell’altro.

Per quanto riguarda la “fine della storia”, solo degli imbecilli potevano sentenziarlo e per ora la chiuderei qui, per quanto riguarda il trionfo delle democrazie liberali, il discorso si fa più complesso… in quanto si sono dimostrante nel tempo né democrazie né liberali, soprattutto perché senza più l’ostacolo del comunismo sovietico è uscita fuori in tutta la sua virulenza, anche nel cosiddetto “occidente”, la metastasi latente del neoliberismo autoritario, monopolistico e guerrafondaio.

In tutto questo, che ne è stata dell’esperienza socialista e comunista all’interno dei cosiddetti paesi liberali, o all’interno degli stati democratici-cristiani, o anche che ne è stato della esperienza della socialdemocrazia, tentativo ibrido di unire quei due mondi, ma anche di quella sociale-cristiana? Che ne è stato di quelle forze che si sono opposte e hanno frenato gli istinti famelici insiti nell’ideologia darwinista del capitalismo anglosassone, ma che hanno anche contribuito, attraverso una militanza capillare, all’avanzamento di molte istanze progressiste nel campo della salute, dell’educazione, del lavoro, della qualità della vita e della giustizia sociale in generale?

Se zoomiamo verso la politica attuale, o ciò che rimane di essa, si denota non solo una desolazione nella militanza e nelle proposte del campo che una volta era quello progressista-di sinistra, ma addirittura ad una trasmutazione antropologica dei vertici di quelle “forze”, eredi o presunte tali delle formazioni storiche della seconda metà del ventesimo secolo, che in molti casi si sono trasformate in vere e proprie quinte colonne del potere finanziario transnazionale. Anche piccole formazioni che sembrano mantenere i connotati, le vestigia di un progressismo militante, lungi da aver adattato nel mondo attuale e sviluppato un pensiero alternativo al liberismo, si sono limitate a delle piccole ricette di cosmetica politica colorata appena di rosso, di verde o addirittura di arcobaleno, o alla stantia ripetizione di slogan vuoti, per poi traghettare voti e interessi nel “campo largo” del vuoto politico neoliberale.

Come è successo tutto questo? Ci sono state e ci sono ancora molte analisi che cercano di spiegare questa trasmutazione del campo progressista, e spesso vanno di pari passo con l’analisi dello svuotamento delle istanze sociali, della militanza, della rappresentanza democratica sempre più trasformatosi in oligopolio.

Ci sono molte analisi interessanti, ma spesso mi davano l’idea che non spiegavano tutto, o soprattutto ciò che a me interessava, io che sono stato dentro quel fenomeno, nel versante dell’alternativa del Nuovo Umanesimo: dove sono spariti i militanti, le basi di quei grandi movimenti, in quale tombino sono stati risucchiati i fermenti, i simboli, i significati, le azioni di tanta gente che si riconosceva, attraverso partiti e movimenti, nel riformismo se non nella rivoluzione sociale?

Mi mancava un chiaro trait d’union tra quel mondo che entrava negli anni ‘90 e ciò che poi si è immiserito irrimediabilmente all’aprirsi del nuovo millennio.

Per un certo tempo dalla domanda elaborata nella mia mente in modo più cosciente, al posto di una risposta trovavo un “vuoto”, come quando si ha una amnesia e sembra che tutto ad un tratto sia sparito un pezzo dei propri ricordi e della propria esperienza… Poi, come sempre succede in questi casi, quando ci si rilassa e si smette di cercare e si pensa ad altro… gong!… arriva l’immagine chiara, il complesso di ricordi, esperienze e riflessioni che trova la sua sintesi.

Prima di svelare il frutto del gong! mentale, voglio chiarire meglio l’oggetto della mia ricerca, che non è tanto, in questo caso, approfondire le circostanze sociali, politico, economiche, psicosociali, che hanno generato un allontanamento e uno svuotamento della politica e la trasformazione delle forze politiche in quei vuoti gusci complici del sistema attuale, quanto capire come avvenne il passaggio, quale fu il principale o uno dei principali fattori del traghettamento della militanza verso campi più innocui o via via più complici con lo schema neoliberale: quali mezzi si usarono, quale barca e quale Caronte si manifestarono?

E qui entra in ballo il famoso “Terzo Settore”, l’associazionismo, che poi via via si è strutturato in forme sempre più marcatamente in linea con lo schema neo-liberista che le ha via via modellate secondo i suoi bisogni.

Mi ricordo agli albori dei ‘90, noi stessi umanisti guardavamo con interesse questo inizio di sviluppo del terzo settore, non fosse altro per portare avanti più facilmente ed in modo socialmente riconosciuto le nostre attività nei quartieri, per organizzare eventi, per favorire il nostro modo di creare comunità; guardavamo con interesse alla possibilità di poter creare associazioni senza fini di lucro che in quegli anni si stava facilitando attraverso anche l’iscrizione in specie di “albi” del terzo settore emergente.

Diverse organizzazioni, beneficiarie di leggi e regolamenti adottati appositamente in quegli anni, cominciavano a svolgere il compito di dare consulenza e facilitare la formazione e lo sviluppo dell’associazionismo in diversi campi del sociale. L’idea era quella di facilitare e “regolamentare” (?) la possibilità di molta gente che, nel suo tempo libero, utilizzava le proprie energie tendenzialmente in modo volontario per poter creare o collaborare a delle attività ricreative e di utilità sociale, culturale, ecologica, di aiuto ai più bisognosi, nell’educazione, nel campo della salute, fino anche a progettare attività in paesi del cosiddetto “terzo mondo”.

In questo modo si convogliarono le energie di molte persone, provenienti direttamente o che in altri tempi avrebbero ingrossato le file delle organizzazioni politiche, soprattutto del campo cattolico (con la Democrazia Cristiana che stava per essere spazzata via da Tangentopoli) e del campo ex comunista, in una miriade di organizzazioni, molte delle quali specializzarono il loro lavoro all’interno di nuove configurazioni quali le ONG (che lavorano principalmente all’estero in progetti di sviluppo) e le ONLUS (ora cambiate in ETS, ovvero Enti del Terzo Settore).

Lungi da me ora fare uno studio completo sulla nascita (che in diversi casi è antecedente al periodo in questione), lo sviluppo e le infinite ramificazioni della loro storia e del loro sviluppo, in Italia e all’estero, vorrei invece far soffermare la nostra attenzione sul fenomeno sociologico di svuotamento della militanza politica e del depauperamento dell’interesse soprattutto delle generazioni giovani nella ricerca di idee e modelli di cambiamento radicale dei paradigmi sociali, delle spinte rivoluzionarie (oltretutto già in parte squalificate con la deriva, molto probabilmente “dirottata” dal potere, nel terrorismo e nella guerriglia urbana e poi troncate definitivamente con le repressioni dei primi anni ‘2000).

L’interesse si spostò dalla critica al sistema e alla costruzione di alternative in diversi campi, verso l’adoperare il proprio tempo libero per “tappare le falle del sistema”, “fare la differenza”, “rimboccarsi le maniche” per aiutare le persone.

Si andava installando pienamente e via via si accettava il paradigma di un sistema che giocoforza creava ingiustizie, falle, inefficienze sanitarie ed educative e produceva un “naturale” numero di povertà e di bisogno.

In generale ci si doveva arricchire e creare PIL, nel tempo libero si aiutavano il numero crescente di persone che venivano triturate dalla macchina capitalistica.

Si rinforzava il paradigma capitalista dello sviluppo dall’alto al basso, dove la ricchezza accumulata da “chi ce la fatta”, scende via via, in quote sempre minori, verso i ceti più bassi.

Infatti l’attività maggioritaria di questi nuovi soggetti era trovare fondi e donazioni, e via via con questa dipendenza dal finanziamento delle proprie attività si è creata una auto-censura di queste verso la denuncia delle storture del meccanismo neo-liberale, un po’ perché all’interno di queste associazioni erano presenti personaggi e gruppi appartenenti a quel mondo, ma anche per la paura di perdere i finanziamenti.

Certo, c’era anche da parte di alcune organizzazioni e associazioni l’attività di protesta e di denuncia, alcune incentravano il loro focus nel campo culturale e provavano a far rinascere la riflessione e lo spirito critico nelle persone ormai convinte di essere giunti “alla fine della storia”, dove oramai c’era solo da amministrare la realtà (da parte di “specialisti”). Ma la traiettoria con gli occhi di oggi mi appare segnata fin dalle origini, che hanno creato le condizioni per gli sviluppi successivi, dove via via la maggior parte dei soggetti coinvolti in questo processo si sono professionalizzati, dove il “focus” dell’attività si parcellizza in tante attività particolari che via via perdono legame e strutturalità con il resto della realtà. molti si occupano solo di ecologia, alcuni solo degli animali, alcuni solo delle passeggiate nei boschi, altre solo nel riciclare la plastica, altri solo dando corsi di italiano ad immigrati, alcuni si oppongono agli sfratti, altri si occupano del bullismo a scuola, altri del patriarcato, denunciando spesso una cosa ed omettendone od escludendone altre che non appartengono a quello specifico “dress-code”) e molti hanno preso i modelli di funzionamento, gestione e anche di direzione delle imprese private.

La memoria si è ormai riaperta e mi facilita molti esempi: dalle associazioni che cominciavano in modo più o meno volontario ad occuparsi dei bisogni in campo della psichiatria e del disagio familiare si andò via via sviluppando il modello di gestione di tutta la parte socio-sanitaria con le Cooperative Sociali, in lotta tra di loro ogni anno giocando al ribasso sui bandi di assegnazione, che della forma cooperativa è rimasta solo l’apparenza, tanto assomigliano alla loro gestione alle imprese private di lucro (e infatti ora si chiamano “imprese sociali”), con tanto di management “bloccato” in forma di CDA e lo svuotamento di significato reale dell’assemblea dei soci (e qui mi fermo, in questo campo ho operato per anni e tante ne ho viste da riempirne un libro).

E che dire di tutte quelle organizzazioni che dovrebbero facilitare sviluppo e ricerca nel campo sanitario, con il loro giro miliardario di donazioni sponsorizzate, con macchine da guerra come Telethon, per esempio, che poi vanno a creare “monopoli” nei campi critici della salute e dell’istruzione. Che dire delle svariate organizzazioni che lavorano per la cooperazione internazionale?

Qui il ricordo mi riporta ai miei anni in cui appoggiavo il tentativo, con il Movimento Umanista, di organizzare il dialogo e la collaborazione culturale e sociale con paesi africani, attraverso la formazione di gruppi in villaggi, città e ambienti rurali; ricordo i miei diversi viaggi in Senegal dove incontravo gente di varie età e soprattutto molti ragazzi occidentali appartenenti a varie organizzazioni no-profit fare un lavoro molto specialistico, cercare poco il dialogo con i locali, se non per creare una “selezione di personale” efficiente e “compliante”, seguire fedelmente programmi già prestabiliti ed andarsene con diarie e crediti universitari.

Ripeto, non sto massimizzando il discorso è disconoscere l’impeto genuino del volontario, anzi, al contrario, sto dicendo che questo impeto genuino, creatosi anche per il vuoto politico e sociale dovuto al crollo di ideali e speranze di giustizia sociale della generazione precedente, è stato via via dirottato verso un modello efficientista, specialistico, sempre meno “ingenuo” e umanitaristico, e sempre più sfruttato verso la ricerca di “quote economiche” e di “potere”.

Via via anche molte di queste organizzazioni, soprattutto le più grosse, non più solo “tappano i buchi del sistema”, ma collaborano a crearli (la raccolta fondi nel campo sanitario per me sono un chiaro esempio in questo senso e rafforzano l’idea della privatizzazione sanitaria, cosa che sta succedendo anche nelle scuole).

Mi ricordo sempre in Senegal, che allora si dicesse avesse la più alta percentuale di fallimenti di progetti cooperativistici extra statali, non era difficile trovare già i resti, le “carcasse” di progetti mai terminati da diverse “no-profit” di diversi paesi, come centri di cura semideserti, edifici comunitari abbandonati ecc.

Si affermava ciò puntando il dito contro l’arretratezza e la corruzione dei paesi del terzo mondo, ma si nascondeva la logica capitalistica che ormai dominava queste organizzazioni che andavano dove c’era profitto e dismettevano dove non c’era più possibilità. Oltretutto anche in buonafede, molte piccole organizzazioni per sopravvivere alle norme sempre più stringenti che pone il sistema e alla grande “concorrenza” che via via si alimenta, deve adattarsi a cambiamenti di statuto, deve sottostare a regole burocratiche ed  economiche sempre più stringenti  che puntano all’efficientismo e all’ottimizzazione dei fondi (un po’ come le regole di austerità e meritocratiche dettate agli Stati e alle organizzazioni statali); esigono oramai un certo livello di specializzazione, esigono una certa ubbidienza a certi meccanismi che poi abilitano alla possibilità di usufruire di fondi regionali, nazionali e soprattutto europei che vengono però rilasciati “a goccia” e a ben determinate condizioni. Condizioni in cui non bisogna “disturbare il padrone” o anche meglio creare consenso intorno a questo.

Ecco dunque che la giravolta sociale e politica è completata. Un esempio sono il nuovo modello di associazionismo imposto, ovvero le APS, associazioni di promozione sociale che rispondono molto fedelmente a questo schema e che già nel loro nome fanno capire che devono essere trasformate in mezzi di “promozione” (leggi propaganda?), possibilmente delle istanze e delle parole d’ordine dell’agenda del nuovo autoritarismo neoliberista, mascherata da progressismo paternalista (agende 2030 e Co,) e ai vari progetti della UE in questa direzione (e ora vedremo con la svolta militarista dove andremo a parare). La necessità di pecunia e di posizionamento economico-sociale in questo nuovo scacchiere ormai è insita anche dentro la più piccola associazione di quartiere, immaginatevi quindi in che “creature” si siano trasformate le grandi ONG e simili di livello trans-nazionale, che qui non cito ma che tutti conoscono. Anche la definizione “senza fini di lucro” è sparita dal dizionario dell’associazionismo, e infatti ONLUS si è trasformata in ETS.

Infine, come spesso si dice per le forze di polizia e per gli eserciti, perché mai entità del genere dovrebbero aspirare alla risoluzione delle problematiche su cui lavorano, se è proprio il permanere di quelle stesse questioni che le fa “rimanere a galla”?

Bene, ho “sbloccato il ricordo” e l’ho “nutrito” con tutte le considerazioni e le relazioni mentali che questa “scoperta” ha ingenerato in me. E mi dà anche una spiegazione confortante al perché via via ho provato sempre più diffidenza e ho sempre meno collaborato verso questa direzione. Lo so, è una piccola soddisfazione, oltretutto di poco interesse per i più, ma giunti a questo punto mi sembrava doveroso dirla tutta.

Un caro saluto e … “Sursum Corda!”.

 

Fulvio Faro