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[Ponte Radio] Napoli tra cibo e fame
Puntata divisa in due spezzoni: nella prima parte proviamo a raccontare il rapporto tra la città di Napoli e il cibo, attraverso canzoni e episodi significativi. Nella seconda parte, spazio agli amici di Radio Plaza con un approfondimento sui nuovi OGM.  
Rapporto Coop: per gli italiani il 2026 si apre all’insegna delle parole “preoccupazione” e “insicurezza”
Molta disillusione e poco entusiasmo accompagnano gli italiani in questo inizio d’anno, a diretto contatto con un mondo ostile dove i conflitti bellici, le diseguaglianze sociali, il cambiamento climatico sono moneta corrente e influenzano pesantemente l’economia (tornano di moda i beni rifugio e gli investimenti più remunerativi sono materie prime e terre rare, azioni delle aziende della difesa e l’oro). La preoccupazione, la prima parola scelta dagli italiani per definire l’anno che verrà (37% del campione), viaggia di pari passo con l’insicurezza (23%) anche se, sul finire d’anno, non manca la voglia di resistere con uno su 4 che si attacca comunque tenacemente all’ottimismo (25%), e alcuni chiamano in causa persino la curiosità e la fiducia (24%). Sono alcuni dei dati delle anticipazioni del Rapporto Coop 2025, la cui versione definitiva sarà disponibile entro la fine di gennaio. Le previsioni 2026 sono frutto di due indagini on-line (metodologia Cawi) condotte nel mese di dicembre 2025 dall’Ufficio studi Coop e i suoi partner. La prima, “Wish List 2026”, è stata realizzata in partnership con Nomisma su un campione di 1.000 individui rappresentativo della popolazione italiana di 18-65 anni ed ha visto la collaborazione con A21 Consulting di Mirko Veratti. La seconda, “Unwrapping 2026”, rivolta alla community del Rapporto Coop, ha visto la partecipazione di 714 opinion leader italiani (titolari e manager di aziende, rappresentanti di istituzioni pubbliche, analisti di primarie società di consulenza) Le preoccupazioni degli italiani attengono soprattutto: al mercato del lavoro del territorio in cui si vive (lo vede nero il 43%, solo l’11% associa positività), al fattore sicurezza (47% negativo a fronte di un 8% positivo), all’accesso ai servizi sanitari (il 48% versus 9%), allo stato dell’economia italiana (percezione negativa al 42% contro il 21% positiva), alle criticità generate dai cambiamenti climatici (percezione negativa al 50% contro il 20% positiva).  Dalle anticipazioni del Rapporto Coop 2026 emerge come la casa continui ad essere il luogo del cibo. Stabile la crescita dell’home cooking (7 italiani su 10 non prevedono cambiamenti nella spesa alimentare per il consumo domestico, mentre il 20% ipotizza un aumento) e perfino il delivery torna a crescere, trascinato dalla voglia di rimanere in casa. Innovazione e più tempo tra i fornelli sono le parole chiave della tavola 2026 degli italiani, fatta di alimenti salutari, semplici, autentici. Chi prevede di acquistare più cibi senza conservanti e additivi, infatti, nel 2026 supera di 21 punti percentuali chi pensa di diminuirli (+14 nel 2024); la stessa differenza è di 18 punti percentuali per i cibi senza / a ridotto contenuto di zuccheri (+13 nel 2024) e di 15 per i cibi senza / a ridotto contenuto di grassi (+12 nel 2024). Nelle intenzioni degli italiani, verdura, frutta e pesce sono in aumento (chi prevede di acquistarne di più supera, rispettivamente, di 23, 21 e 9 punti percentuali chi pensa di ridurli), in netto contrasto con le previsioni di spesa per l’acquisto di carni rosse (-21) e salumi (-28). Esce radicalizzato il mantra degli italiani degli ultimi anni che puntano al benessere a tavola associato al principio della prevenzione come comportamento oramai acquisito. Nel carrello la qualità trova il suo posto a fianco della convenienza e in questo senso si può leggere sia l’ulteriore espansione dei prodotti venduti sotto il marchio di un supermercato e non di un produttore esterno (MDD), che oramai hanno conquistato gli italiani (l’81% dei manager food & beverage prevede un aumento della spesa delle famiglie per alimenti e altri beni del largo consumo confezionato a Marca del Distributore) sia il rallentamento della crescita dei discount. Nel Largo Consumo pensando all’anno che verrà l’umore è, invece,  più grigio che nero: il 12% dei manager food & beverage intervistati intravede un miglioramento, il 66% prevede stabilità, il 22% un peggioramento. Anche se le intenzioni di acquisto alimentare sono moderatamente positive se crescita sarà, sarà comunque di piccolo cabotaggio (+0,9% a valore nel 2026 rispetto al 2025) e più che compensata dall’aumento dei prezzi, tanto da tradursi in un calo dei volumi (-0,4%). Le speranze di migliori performance del segmento Largo Consumo Confezionato sono affidate prioritariamente all’innovazione tecnologica e a crederci di più sono i manager del retail (vendita al dettaglio): il saldo tra chi prevede un  miglioramento e chi teme un peggioramento sul fronte dell’innovazione tecnologica è di +64 punti percentuali contro i +55 rilevati nell’industria alimentare. La sostenibilità ambientale resta un compromesso praticabile: il 34% dei manager food & beverage prevede un aumento dell’attenzione delle imprese di settore per questo aspetto, contro un 16% di scettici che prevede un minor impegno su questo fronte (saldo +18). Tra gli aspetti più critici per i manager della filiera alimentare, invece, troviamo le voci che riguardano i livelli occupazionali (saldo tra miglioramento e peggioramento di -13 punti percentuali) e, soprattutto, il costo del lavoro (-27), quello di materie prime e merci (-30, ma si arriva a -47 tra i manager del retail) ed i margini / redditività (-30). Per vincere in un mercato food che resta molto competitivo, per le imprese del Largo Consumo le priorità su cui scommettere sono il “capitale umano” (indicato dal 49% dei manager di settore, ma si arriva al 57% nel retail), davanti a innovazione tecnologica 47% e ottimizzazione dei processi 43%. Qui per approfondire le previsioni Coop 2026: https://italiani.coop/download/rapporto-coop-2025-we-tavole/?wpdmdl=24353&refresh=695b8ef1739451767608049 Giovanni Caprio
Il cibo non è uguale per tutti
LA POVERTÀ ALIMENTARE NON È SOLO UNA QUESTIONE DI REDDITO. IL NUOVO VOLUME DELL’OSSERVATORIO SULL’INSICUREZZA E LA POVERTÀ ALIMENTARE MOSTRA COME L’ACCESSO AL CIBO DIPENDA DA DISUGUAGLIANZE SOCIALI E TERRITORIALI PROFONDE, CHIAMANDO IN CAUSA IL RUOLO DELLE POLITICHE PUBBLICHE E DELLE FOOD POLICY URBANE NEL GARANTIRE IL DIRITTO A UN’ALIMENTAZIONE Spesso, nei Paesi ad alto reddito, come l’Italia, la povertà alimentare viene ancora oggi ricondotta a una dimensione esclusivamente economica. Questa impostazione, tuttavia, appare riduttiva e rischia di oscurare aspetti fondamentali del fenomeno. Non è infatti sufficiente valutare la sola disponibilità monetaria delle famiglie: per comprendere pienamente la povertà e l’insicurezza alimentare è necessario prendere in considerazione le reali possibilità delle persone di accedere in modo stabile a un’alimentazione sana, adeguata e culturalmente appropriata. L’insicurezza alimentare va quindi intesa come un fenomeno intrinsecamente multidimensionale che, seguendo l’approccio teorico di Amartya Sen, può essere interpretato come una privazione delle capabilities, vale a dire delle libertà effettive di scelta e di azione di cui gli individui dispongono nella vita quotidiana. In questa prospettiva, il problema non è soltanto se il cibo sia disponibile in termini astratti, ma se le persone siano effettivamente in condizione di accedervi e di scegliere cosa mangiare in base alle proprie esigenze e preferenze. Le capabilities alimentari dipendono in larga misura dal contesto sociale e territoriale in cui gli individui sono inseriti e definiscono l’insieme delle opportunità reali di accesso e di scelta, non riducibili alla sola disponibilità di risorse. In questo senso, gli “ambienti alimentari” diventano un elemento decisivo: la presenza o l’assenza di mercati, negozi, spazi sociali o servizi pubblici contribuisce a determinare ciò che è realmente possibile scegliere, andando ben oltre una valutazione puramente teorica dell’offerta disponibile. Osservare l’insicurezza alimentare da questa prospettiva consente di leggerla come uno specchio delle disuguaglianze sociali, economiche e territoriali più ampie e, al tempo stesso, come un banco di prova per politiche pubbliche capaci di ampliare le libertà alimentari delle persone. L’obiettivo delle politiche di contrasto alla povertà ed all’insicurezza alimentare non dovrebbe essere soltanto garantire l’accesso materiale al cibo, ma creare le condizioni affinché tale accesso sia equo, stabile e di qualità. All’interno di questo quadro concettuale si colloca il volume Povertà e insicurezza alimentare. Dalla misurazione alle politiche[1], edito da Franco Angeli che sintetizza il lavoro dell’Osservatorio sull’insicurezza e la povertà alimentare (OIPA), nato nell’ambito dell’Atlante del Cibo di Roma Metropolitana. Il volume nasce dall’esigenza di fare il punto sui temi dell’insicurezza e della povertà alimentare sotto il profilo teorico e metodologico, ma anche sul piano delle politiche pubbliche. Il contributo affronta un ampio spettro di questioni, che vanno dagli indicatori utilizzati per misurare la povertà e l’accesso fisico al cibo, all’analisi dei sistemi di aiuto alimentare, fino allo studio delle politiche di contrasto alla povertà alimentare attualmente in atto in Italia. L’approccio adottato consente di tenere insieme dimensioni diverse del fenomeno, offrendo una lettura integrata e articolata. Un focus specifico è dedicato a Roma e alla sua area metropolitana, che rappresentano un caso di studio particolarmente significativo. In termini di accessibilità economica a una dieta sana, l’Indice di Accessibilità Economica elaborato da OIPA assume un valore pari a 1,26 nel Comune di Roma, mentre sale a 1,43 nei 120 comuni dell’area metropolitana. Ciò significa che, mediamente, una famiglia romana dovrebbe disporre di un reddito superiore rispettivamente del 26% e del 43% rispetto a quello effettivamente disponibile per potersi permettere una dieta sana. Le implicazioni di questi dati sono rilevanti e si riflettono direttamente sui consumi alimentari reali delle famiglie. Alle disuguaglianze economiche si affiancano inoltre quelle di natura spaziale. In molte aree si osserva una vera e propria “desertificazione alimentare”, caratterizzata da una scarsa presenza di punti vendita, da trasporti inadeguati e da reti di solidarietà frammentate. In alcune zone periferiche e rurali tali criticità tendono a sommarsi, dando origine a quelle che nel volume vengono definite “aree di blackout alimentare”: territori nei quali la sovrapposizione di più forme di fragilità economica, sociale e territoriale determina un vero e proprio blocco del sistema di accesso al cibo, rendendo la multidimensionalità dell’insicurezza alimentare particolarmente evidente e tangibile. Roma emerge così come una metropoli policentrica e fortemente diseguale, in cui il diritto al cibo dipende in misura significativa dal luogo in cui si vive. Il volume analizza infine le politiche di risposta all’insicurezza alimentare. Il sistema italiano di aiuto alimentare appare capillare ma frammentato e risente dell’assenza di una strategia nazionale organica e di una governance integrata. Sarebbe invece necessario adottare una visione di lungo periodo che consideri la sicurezza alimentare come un obiettivo di benessere collettivo e strutturale, piuttosto che come una risposta emergenziale. In questo quadro, le food policy urbane, come ad esempio quella di Roma Capitale, possono rappresentare strumenti fondamentali per ridurre i divari territoriali e promuovere un accesso equo al cibo, soprattutto se coordinate con le politiche sociali e sanitarie. La ricerca, dal canto suo, è chiamata a fornire dati territoriali solidi e modelli innovativi in grado di orientare l’azione pubblica, mettendo in relazione risorse economiche, differenze sociali e culturali, salute e sostenibilità. -------------------------------------------------------------------------------- [1] Il volume è open access e si può scaricare al link: https://www.francoangeli.it/Libro/Povertà-e-insicurezza-alimentare-in-Italia-Dalla-misurazione-alle-politiche?Id=30045. > Questo articolo nasce nell’ambito del progetto “Solidarietà Circolare: Un > Progetto Contro lo Spreco e per la Comunità!” L'articolo Il cibo non è uguale per tutti proviene da Comune-info.
Gaza. I centri di distribuzioni del cibo della GHF erano trappole mortali
Una nuova indagine di Airwars rivela che i siti alimentari della Gaza Humanitarian Foundation (GHF), sostenuti da Stati Uniti e Israele nel 2025, sono stati costruiti all’interno di zone di combattimento israeliane attive. Contractor armati statunitensi e forze di occupazione israeliane controllavano l’accesso, trasformando la distribuzione degli aiuti in una […] L'articolo Gaza. I centri di distribuzioni del cibo della GHF erano trappole mortali su Contropiano.
[Ponte Radio] Que la tortilla se vuelva! (1/3: Puntata completa)
Prima puntata del ciclo sul Cibo: partiamo da un'analisi dell'accesso al cibo nei contesti urbani, risaliamo le catene di distribuzione, trasformazione e produzione del cibo, fino ad arrivare alle lotte dell* contadin* in Brasile. Parliamo di sicurezza alimentare e nutrizionale, insieme al Prof. Corrado Pasquali, che, partendo dal concetto di Food Desert ci permette di affrontare il tema delle disuguaglianze nell'accesso al cibo nel contesto metropolitano. Seguiamo con una analisi delle catene di produzione e trasformazione del cibo, con il contributo di Da Roma a Bangkok, che ci permette di capire alcuni dei meccanismi finanziari legati alla grande distribuzione organizzata che creano sfruttamento (in un circolo vizioso con la distruzione delle catene di produzione locali in Africa), ri-latifondizzazione. Su questo tema, un'intervista con una compagna del Movimento Sem Terra -  raccolta a Belem nei giorni della COP30 - che ci racconta le loro pratiche organizzative e di lotta, e le loro rivendicazioni. Que la tortilla se vuelva! Playlist: * The Adicts - Chinese Takeaway * Claude Michel - Cafè cafè * Luciana Manca, Raffaella Cosentino - Canzone per Paola Clemente * El violinista del amor y los pibes que miraban - La hierba de los caminos (di Chicho Sanchez)
[Ponte Radio] Polli e frontiere
Facciamo una chiacchera con la ricercatrice Ginevra Sanvitale sul concetto di Pollocene, sulla storia dell'allevamento dei polli e sullo sfruttamento di persone e animali nell'industria della carne. Nella seconda parte intervista al collettivo Rotta Balcanica sulla situazione nel confine fra Turchia e Bulgaria fra Frontex, carcere e espulsioni. Ci accompagna la musica di: * Knucks - Los pollos Hermanos * Faith Petric - Little red hen * Bilal Assarguini - Visa Schengen * Baby Gang - Liberi Link al Anagrafe Nazionale Zootecnica - Statistiche Melting pot Il film La Jaula de oro Condotto da Radio Spore.
[2025-11-08] Pigneto Mediterraneo - Festival di Cibo, Culture e Comunità @ Quadrato Ex-Snia
PIGNETO MEDITERRANEO - FESTIVAL DI CIBO, CULTURE E COMUNITÀ Quadrato Ex-Snia - Via Prenestina, 175, 00176 Roma RM (sabato, 8 novembre 10:00) In occasione del suo primo compleanno, Rotta Genuina vi invita a una giornata di festa e cultura, fatta di relazioni costruite, pratiche solidali e incontri autentici nel cuore del quartiere. Con Pigneto Mediterraneo vogliamo celebrare il percorso fatto e guardare al futuro, valorizzando l’identità culturale, sociale e gastronomica del nostro territorio e della rete che lo anima. Dalla mattina alla sera, il Parco delle Energie si trasformerà in un laboratorio urbano aperto al dialogo tra tradizioni e culture contemporanee: tra passeggiate, musica, arte, letture e buon cibo genuino preparato insieme ai nostri produttori locali. Un’occasione per vivere il quartiere in modo partecipato, accogliente e solidale. Ecco Il programma: Dalle ore 10:30 alle 18 sarà presente un’autoemoteca dell’AVIS per la donazione del sangue: un’opportunità concreta di solidarietà per il quartiere. H10:30 – Visita guidata gratuita per il quartiere Pigneto Saremo accompagnati da Gianluca Farris, storico dell’arte e guida turistica, in una passeggiata turistica e non solo, alla scoperta del Pigneto. Un percorso tra le sue origini, le persone che lo vivono, i luoghi di incontro, della storia partigiana e del cinema. Per partecipare, compila il seguente form: https://forms.gle/F8tHvZ6gypiCk3JL9 H12:00 – Pranzo genuino Le volontarie e i volontari di Rotta Genuina APS prepareranno un pranzo aperto a tutte e tutti, realizzato con i prodotti etici e genuini del Gruppo di Acquisto Solidale dell’associazione. Il menù prevede anche opzioni vegetariane e vegane, per un momento di convivialità inclusivo e sostenibile H12:00 – “Ritmonelli” Band La band “Ritmonelli” è composta da 8/9 bambine e bambini di circa nove anni, frutto del laboratorio d’insieme polistrumentale. Suoneranno cover di brani pop, portando tutta la loro energia e creatività. L’attività è a cura di Battiti!, una scuola di musica dove è possibile suonare strumenti diversi e raggiungere i propri obiettivi attraverso un percorso personalizzato. Il metodo Battiti! favorisce lo sviluppo del pensiero musicale tramite esperienze concrete, socializzanti e di scambio, che si traducono in capacità di ascolto e relazione. La scuola ha una lunga esperienza nella formazione e nell’inclusione: lavora con soggetti psichiatrici (progetto Letizia Drums), ragazzi seguiti dall’USSM, ragazze madri straniere con figli socialmente a rischio, progetti contro il bullismo e di assistenza per le devianze minorili. Segue inoltre ragazzi con autismo, non vedenti, con ritardo cognitivo, disturbi dell’attenzione e dell’apprendimento. H12:30 – Drum Circle con Mauro D’Alessandro Un Drum Circle facilitato è un coinvolgente cerchio ritmico in cui le persone si incontrano per suonare tamburi e percussioni di vario tipo, liberando la propria energia vitale. Attraverso il sostegno di un facilitatore, si allentano tensioni e stress, riscoprendo la propria creatività e la sintonia con il gruppo. Nel Drum Circle non esistono errori e non serve alcuna competenza musicale: ognuno è libero di esprimere la musica che ha dentro. L’attività non è una performance ma un’esperienza di connessione e armonia collettiva. Saranno messi a disposizione tamburi e percussioni extra, ma se vuoi puoi portare il tuo strumento: un tamburo, una campana, uno shaker o delle maracas. A cura di Battiti!, scuola di musica impegnata da anni in progetti educativi e sociali per l’inclusione e la crescita personale attraverso la musica H15:00 – Presentazione del libro Roma. Il Pigneto Incontro con Carmelo Severino, autore del libro Roma. Il Pigneto, edito da Gangemi Editore. Un dialogo aperto sul quartiere come luogo di identità, trasformazioni e immaginari urbani, tra storia, architettura e vita quotidiana H19 – Aperitivo genuino Scatta l’aperitivo con camparini e vino bono… e se magna pure! H20 – Sfilata a cura di Darbazar Emporio Sociale (l'armadio collettivo di LabPuzzle - Bene Comune). Con Frad, Nuvola e Boom Bambinas Una passerella aperta a tuttə, dove la bellezza è condivisione, riuso e libertà di scelta. E dopo la sfilata... si balla con DJ PIMPA da Bologna ! Restate sintonizzati: nei prossimi giorni pubblicheremo il programma completo di tutti gli appuntamenti!
Rome for Climate Justice – podcast #2: Il cibo nelle grandi città, tra produzione e consumo
Dove e come viene prodotto il cibo che mangiamo nelle grandi città? Come funziona la grande distribuzione organizzata? Chi stabilisce i prezzi nei supermercati? Queste sono solo alcune delle domande a cui abbiamo risposto durante la seconda puntata della serie videopodcast “Rome for Climate Justice”, curata da DINAMOpress e dedicata alla giustizia climatica. Vanessa Bilancetti, della redazione di DINAMOpress, ne ha parlato con Francesco Paniè, del centro internazionale Crocevia. Venerdì 17 ottobre alle ore 20:00, presso Centro Sociale La Strada, si terrà il secondo dibattito del progetto “Rome for Climate Justice”. L’iniziativa, che vedrà la partecipazione di due importanti percorsi di lotta ecologista europei, les Soulèvements de la Terre e Code Rouge/Réseau Ades, sarà un’occasione di confronto e scambio tra movimenti attivi nella difesa dell’accesso alla terra e all’acqua, nell’opposizione al modello di produzione agro-industriale, nella mobilitazione contro le grandi opere dannose e di scarsa utilità sociale, e nella lotta contro i combustibili fossili e le infrastrutture a essi connesse. Gli e le ospiti dell’iniziativa saranno: – Claudia Terra: curatrice di “Abecederaio dei Soulèvements de la Terre” – Soulèvements de la Terre: movimento ecologista francese – Code Rouge e Réseau Ades: movimenti ecologisti dal Belgio – Emanuele Amadio: portavoce comitato No Snam L’Aquila – Renato De Nicola: Per il clima Fuori dal fossile L’evento si inserisce all’interno della due giorni “Comporre la resistenza per un mondo comune. Organizzarsi, ribellarsi, disarmare”, organizzata dal Centro Sociale La Strada. Scopri tutto il programma su questo link. Continua a seguire su DINAMOpress le prossime iniziative del progetto “Rome for Climate Justice” Tutte le immagini sono a cura di DINAMOpress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. Vi chiediamo di donare tramite paypal direttamente sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Rome for Climate Justice – podcast #2: Il cibo nelle grandi città, tra produzione e consumo proviene da DINAMOpress.
Il cibo come strumento di soprusi e di morte in Palestina
Dallo zaatar vietato ai datteri espropriati: come il colonialismo di insediamento ha colpito l’agricoltura e la cultura gastronomica palestinese. “Perché hai questo sacchetto? Perché se un giorno non potrò comprarmi da mangiare a Londra, avrò il mio cibo: zaatar. E gli ho chiesto: Do you know zaatar? ”. Si sono allontanati e mi hanno lasciato da sola nel mio silenzio e nelle mie perplessità: come hanno occupato il nostro paese per trent’anni e non sanno distinguere il timo macinato (lo zaatar) dalla polvere da sparo? O hanno paura dello zaatar perché fa bene alla memoria e vuole eliminarla totalmente?” ( Viaggio dopo viaggio , Salman Natur). Il cibo è il nostro carburante, ci diciamo spesso. Però, forse, non è una cosa di cui ci occupiamo abbastanza: magari prestiamo più attenzione alla benzina che mettiamo nell’auto. Nelle nostre concitate vite trangugiamo pasti di fretta, troppo spesso e senza riflettere su ciò che abbiamo nel piatto. Eppure produzione e consumo di cibo sono le funzioni principali che gli esseri umani svolgono sulla terra per la propria sopravvivenza. Danno forma alle nostre città, visto che le stesse sono nate, quasi ovunque nel mondo, intorno ai mercati; creare le reti e le connessioni, poiché il trasporto delle risorse alimentari disegna e trasforma le vie di comunicazione; determinano anche conflitti, sin dai tempi dell’antichità. Oggi in Palestina, in quello che ormai è definito, anche in sede giuridica, come genocidio (il 16 settembre 2025 una commissione d’inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite, dopo una lunga indagine, lo afferma come tale in quanto sono stati commessi quattro dei cinque atti che, secondo il diritto internazionale, identificano questo tipo di crimine contro l’umanità), il cibo ha assunto un ruolo terribile: è stato usato per affamare la gente della Striscia di Gaza, per costringerla a evacuare e, purtroppo, per ucciderla in massa, come intento di pulizia etnica. In pratica, come ha più volte ricordato Rula Jebreal, il cibo è diventato un’arma di guerra. La connessione tra l’occupazione della Palestina e il cibo è, però, molto più profonda e antica: già dalla fase iniziale del colonialismo di insediamento, tutto è ruotato intorno alla terra e ai suoi frutti. Una bellissima, quanto tragica, ricostruzione degli avvenimenti la si può trovare nel famoso testo di Ilan Pappe Dieci miti su Israele , pubblicato nel 2022 e tradotto in Italia da Edizioni Tamu, in cui l’autore, attraversando le varie fasi del progetto sionista a partire dalle prime colonie del diciannovesimo secolo fino a oggi, ci rende noto come tutto sia nato ben oltre un secolo fa. D’altra parte, come potrebbe non essere così, se la questione nodale del progetto colonialista israeliano riguarda l’appropriazione di terra? Non tutte le colonizzazioni hanno avuto questo obiettivo: ad esempio, gli stati europei che si sono macchiati di crimini efferati nella cosiddetta tratta atlantica attingevano all’Africa per il commercio degli schiavi da usare come manodopera nelle piantagioni americane e, infatti, per questo motivo, nel 1680 fu istituita la Royal African Company , promuovendo l’arrivo massiccio di schiavi nelle colonie inglesi. Nel colonialismo di insediamento israeliano, invece, la terra è al centro dell’interesse: in quell’area geografica e in nessun’altra si sarebbe mai potuto riprodurre allo stesso modo. Infatti, come noto, il progetto sionista, traendo origine da un’interpretazione, a detta di molti, tra cui Moni Ovadia, assolutamente restrittiva del libro del Levitico , fa coincidere il diritto all’acquisizione della terra promessa con la creazione dello stato-nazione israeliana. Le conseguenze del progetto di insediamento sono state, quindi, da subito di grande impatto, in senso negativo, per l’agricoltura palestinese, ma anche per la cultura culinaria plurimillenaria della Palestina. Il sionismo si è occupato con una certa dedizione della persecuzione delle sue radici culturali. Parliamo del famoso zaatar, considerato un simbolo nazionale palestinese che lega le persone alla propria terra e cultura. Si tratta di una miscela di erbe e spezie composta tradizionalmente da timo, sesamo e sommacco e usata come merenda energetica dagli studenti, dai lavoratori, dai bambini, per lo più nella fase che precede il pranzo, a metà mattinata. Lo zaatar, usato su pane, verdure, carne, pesce e persino nelle insalate, viene consumato da secoli sia in Palestina che in tutto il Medio Oriente, elemento di resistenza culturale, un modo per mantenere viva la connessione con la terra di origine, specialmente per la diaspora palestinese. Nel 1977, con una legge, lo stato di Israele ne ha vietato la raccolta, applicando sanzioni penali ai palestinesi, ma non agli israeliani. Questa politica è vista come un tentativo di tagliare il legame dei palestinesi con la loro terra e la loro cultura. I dati sugli arresti confermano questa supposizione: tra il 2004 e il 2016, tutti i 61 imputati accusati per la raccolta di questa pianta erano palestinesi, secondo un articolo di NenaNews: “Solo un anno dopo la Giornata della terra Israele emanò una legge che vietava la raccolta dello zaatar perché ‘pianta protetta’. Facendo così però, osserva il giornalista Hammud, Tel Aviv non solo ha giustificato il suo furto delle terre dei palestinesi, ma si è anche appropriata dei loro elementi culturali”. akkoub Una sorte analoga è toccata all’akkoub, “una pianta selvatica difficile da raccogliere a causa della sua posizione montanara e delle foglie spinose. Ha un sapore simile al carciofo. Nella cultura araba e palestinese in particolare, viene utilizzata per la preparazione di cibi e per scopi curativi, e queste culture rispettano e si identificano con questa pianta” (dal sito della Fondazione Slow Food per la biodiversità che lo ha inserito nelle piante da preservare). Sempre sullo stesso tema, va citato il bellissimo docufilm Foragers , girato sulle alture del Golan, in Galilea ea Gerusalemme, che, attraverso l’utilizzo della finzione, del documentario e di filmati d’archivio, mostra scene di inseguimenti tra i raccoglitori e le pattuglie israeliane, momenti di difesa nelle aule del tribunale e momenti in cucina. Un caso a parte e molto controverso è rappresentato dai datteri, quelli che noi mangiamo a Natale: accade che i datteri coltivati dai contadini di Jenin, di antica produzione autoctona, a causa della sottrazione delle terre, rischiando di sparire dal patrimonio della biodiversità del pianeta, tant’è che è nata un’impresa sociale, Al Reef, che dal 1993 supporta i piccoli produttori della Cisgiordania costretti ad affrontare le limitazioni delle autorità israeliane e le violenze dei coloni. In Italia, sulle nostre tavole, essi vengono sostituiti dai più famosi datteri della Valle del Giordano; quest’ultima è una varietà introdotta successivamente nel deserto del Negev e nei kibbutz israeliani, cooperative agricole sostenute dal governo israeliano e operanti prevalentemente in territori occupati, cioè aree dove il colonialismo di insediamento israeliano e il controllo militare causano l’espropriazione di terra palestinese, la demolizione delle case e, sempre più spesso, uccisioni indiscriminate. I datteri israeliani sono venduti in Italia attraverso la rete Naturasì che, proprio a causa di critiche provenienti da alcuni consumatori che chiedevano di boicottare tali produzioni, ha ritenuto doveroso pubblicare un chiarimento che riportiamo in calce. Infine, va fatto un breve accenno alla notizia che sta girando molto sul web circa l’intreccio esistente tra il nostro pomodoro “pachino” e l’agroindustria israeliana: tale ortaggio, che la stragrande maggioranza delle persone pensa sia un prodotto tipico di Pachino, Portopalo di Capo Passero, Noto e Ispica, in provincia di Siracusa, viene invece prodotto grazie a semi di proprietà della multinazionale Hazera Genetics, che ha sede centrale nei Paesi Bassi e in Israele, con filiali in 11 paesi, oltre a una rete di distribuzione che serve oltre 130 mercati. Tutto è iniziato nel 1989, quando l’azienda sementiera ha selezionato questa varietà e ha iniziato a fare affari con i contadini siciliani e il consorzio IGP. Sì, si tratta proprio di affari, poiché i frutti ottenuti non sono in grado di riprodurre il seme che, quindi, deve essere sempre riacquistato. Non possiamo affermare, in questo caso, che vi sia un diretto coinvolgimento della multinazionale nelle azioni criminali agite dal governo israeliano. Certo è che il rischio che vi siano complicità in atto andrebbe considerato e verificato per tutte le aziende che hanno sede o investimenti in Israele. In definitiva, se siamo ciò che mangiamo, l’attenzione al cibo deve essere centrale nella lotta alle violazioni documentate che il popolo palestinese subisce costantemente dalla fine dell’Ottocento. La vera origine del pachino – L’Indipendente NenaNews alreeffairtrade.ps RaiNews YouTube Fondazione Slow Food NaturaSì Hazera Genetics Nives Monda
Verso un’Italia che consuma meno e in modo più consapevole
Tra gli obiettivi che gli italiani ritengono prioritari da perseguire, ritornano istanze di pace e diritti civili (per il 64%), una maggiore attenzione e cura delle persone attraverso il contrasto alla fame e alla povertà e alle differenze e violenze di genere (lo chiede il 55%) e la garanzia per tutti di un lavoro dignitoso e della riduzione delle disuguaglianze economiche (62%). Sono alcuni dei dati dell’anteprima digitale del “Rapporto Coop 2025 – Consumi e stili di vita degli italiani di oggi e di domani”, redatto dall’Ufficio Studi di Ancc-Coop (Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori-Coop) con la collaborazione scientifica di Nomisma, il supporto d’analisi di NielsenIQ e i contributi originali di Circana, GS1-Osservatorio Immagino, CSO Servizi, GfK, Mediobanca Ufficio Studi. Cambia anche il rapporto degli italiani con il consumo e a essere messa in discussione è l’essenza stessa della società dei consumi. Al posto del piacere del possesso, l’Italia di oggi scopre il vero valore nelle esperienze di vita e gli italiani acquistano solo le cose indispensabili, amano il second hand e riparano gli oggetti piuttosto che sostituirli. E anche quando si torna a spendere in acquisti tecnologici (16,5 miliardi di euro negli ultimi 12 mesi, +1,2% su base annua) lo si fa privilegiando l’utilità alla gratificazione e meno elettronica di consumo (gli acquisti annui di smartphone si riducono di 2 milioni di unità rispetto al 2022). A mutare è anche il rapporto degli italiani con il cibo, che resta comunque privilegiato. I consumi (e le preparazioni) alimentari tornano innanzitutto nella sfera domestica. Nei primi sei mesi del 2025 la spesa per la ristorazione fuori casa cala di un -2,2% rispetto al 2024 e un italiano su 3 vi rinuncerà ulteriormente nei mesi a venire. Contestualmente si registra una ripresa importante nei carrelli della spesa, con le vendite nella grande distribuzione che, nei primi sei mesi del 2025, fanno registrare una crescita su base annua, rispettivamente, del +3,8% a valore e del +2% a volume. A fare da traino frutta e verdura e altri comparti del fresco. Mentre negli ultimi 12 mesi i sostituti vegetali delle proteine animali sono cresciuti 10 volte di più delle carni. Perfetto contraltare di questi comportamenti è il fatto che il cibo ha acquisito nella percezione corrente e maggioritaria una funzione di alleato della salute; la longevità si conquista a tavola, ma non si disdegna nemmeno l’utilizzo di farmaci ad hoc. Ogni grammo conta e il controllo peso che quasi 1 italiano su 4 fa almeno una volta a settimana può spiegare il vero e proprio boom di vendite delle bilance sia per la persona che per gli alimenti. Gli italiani devono comunque fare i conti con le persistenti difficoltà reddituali che fanno sì che resti alta anche a tavola la ricerca del risparmio e di soluzioni di maggiore convenienza. Questa ricerca sembra rivolgersi però in minor misura all’utilizzo del discount che nel primo semestre registra una crescita a volume del +1,8%, ma piuttosto agli scaffali dei supermercati che mettono a segno un +2,7% dove gli italiani prediligono i prodotti in promozione e quelli a marchio del distributore. “Mentre l’Italia, si legge nell’anteprima del Rapporto, a dispetto di una stabilità politica e sociale che oggi la caratterizza positivamente nel confronto europeo, purtroppo dal punto di vista economico sembra aver definitivamente esaurito l’abbrivio della crescita record del periodo post pandemico. Così, le stime dei previsori macroeconomici individuano per il biennio 2025-2026 una crescita su base annua del Pil di mezzo punto percentuale, mentre le previsioni degli opinion leaders intervistati sono ancora più pessimistiche (+0,1% nel 2026). L’economia italiana torna al male antico di una produttività declinante. A fronte di un’occupazione in crescita (sono 840.000 i nuovi occupati), fa difetto all’Italia la produttività per ora lavorata che è prevista in decrescita fino al -1,4% in maniera opposta rispetto al resto d’Europa. Segno evidente dell’assenza nell’economia nazionale dei settori ad alto valore aggiunto e di conseguenza di un lavoro poco qualificato e meno pagato. Nei settori di impiego dei nuovi lavoratori troviamo infatti in maggioranza costruzioni, commercio, alberghi e ristoranti e fa impressione per converso il dato del titolo di studio; il numero di occupati con licenza media è sceso di oltre 647mila unità, a fronte di un aumento di 687mila diplomati e 800mila laureati. È proprio la mancata crescita della produttività a non far ripartire l’ascensore sociale, oramai fermo da anni. Basti pensare che il 10% della popolazione italiana detiene il 58% della ricchezza del Paese (peggio di noi solo i tedeschi) e a fruttare sono più le rendite (da finanza e da immobili) che il lavoro, soprattutto se è lavoro autonomo. Il sistema Italia recupera il livello complessivo dei redditi delle famiglie solo in virtù del forte aumento del totale delle ore lavorate (2,3 miliardi in più di ore lavorate nel corso degli ultimi 5 anni)”. Qui per approfondire: https://italiani.coop/rapporto-coop-2025-anteprima-digitale/.   Giovanni Caprio