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Il terrorismo dei coloni parte integrante del genocidio israeliano
Da qualche giorno Leila (nome di fantasia) è rientrata dalla Cisgiordania, ma conta di tornare in Palestina al più presto. Incontrarla ci aiuta a capire come, spenti da qualche tempo i riflettori del mainstream sul genocidio di Gaza, la quotidianità dei palestinesi non cambia. Le violenze e i soprusi dei coloni e dei militari proseguono, così come a Gaza di continua a morire; sia di freddo e fame, sia per mano dell’IDF, mentre si prepara la spartizione affaristica della ‘fase 2’ post tregua affidata al board guidato da Tony Blair. Leila ci racconta la sua esperienza. “Insieme a una mia compagna – inizia a raccontarsi – ho trascorso tre mesi in Palestina come forma di solidarietà internazionale con il popolo palestinese. Utilizziamo nomi fittizi perché i confini dei territori palestinesi occupati, sono controllati dalle forze di occupazione israeliane, che attraverso ingressi negati, arresti e deportazioni cercano di impedire sistematicamente la presenza solidale internazionale sul territorio. Moltissim* attivist* ricevono ban di anni o permanenti, che impediscono loro di rientrare. Le persone palestinesi che attraversano i confini per entrare o uscire dalla propria terra sono sottoposte ad attese interminabili, interrogatori che possono durare ore, perquisizioni fisiche invasive e violenze fisiche e verbali. Siamo arrivate per la raccolta delle olive e per garantire una presenza di solidarietà nei villaggi minacciati di pulizia etnica da parte dei coloni israeliani illegali, che dal 1967 occupano ed espropriano la terra palestinese”. D: Conoscevi le attiviste aggredite a Gerico lo scorso 30 novembre? R: Sì. Le persone internazionali aggredite e le persone palestinesi che vivono nel villaggio, terrorizzate e minacciate quotidianamente dai coloni israeliani, sono mie amiche. La comunità di Ein al-Duyuk si trova nella valle di Gerico, sugli altopiani della Valle del Giordano, e conta circa 100 persone, tra cui molti anziani e bambini. È circondata da colonie, outpost e basi militari israeliane, tra le quali i coloni si muovono liberamente, terrorizzando le comunità beduine e i piccoli villaggi giorno e notte attraverso incursioni, raid intimidatori, attacchi mortali e violenze fisiche. Hanno già distrutto telecamere, pannelli solari e finestre per entrare nelle case, picchiare le persone e intimidirle affinché vadano via e non tornino più. Esattamente due settimane dopo, bande organizzate di coloni illegali armati sono tornate ad attaccare il villaggio durante la notte. In seguito a quest’ultimo attacco, molte donne e bambini hanno deciso di spostarsi a valle. Nelle vicinanze di Ein al-Duyuk, nel villaggio beduino di Ras ‘Ein al-‘Auja, la creazione di un nuovo outpost e la violenza quotidiana di esercito e coloni hanno costretto, pochi giorni fa, centinaia di abitanti a lasciare l’area. Negli ultimi anni circa 7.000 palestinesi sono stati sfollati all’interno della Palestina stessa. D: Siete un collettivo? Che cos’è il progetto Faz3a e chi lo porta avanti. R: Faz3a è una campagna di solidarietà a guida palestinese. Il nome deriva da un’espressione colloquiale che indica l’aiuto immediato e collettivo nei momenti di necessità, una pratica profondamente radicata nella società palestinese. Il progetto nasce come risposta all’intensificarsi della violenza israeliana contro le comunità palestinesi, in un contesto segnato anche dal genocidio in corso a Gaza. Faz3a lavora per organizzare una presenza internazionale di protezione civile sul territorio, sotto coordinamento palestinese, coinvolgendo attivist*, student* e membri della società civile provenienti da diversi contesti. Non è un’iniziativa umanitaria o caritatevole, ma un percorso di mobilitazione e costruzione di movimenti, volto a rafforzare sumud, la determinazione delle comunità palestinesi a restare sulla propria terra, e a creare reti di solidarietà internazionale concrete ed efficaci. D: Qual’è ora la quotidianità che vivete assieme ai palestinesi in Cisgiordania. R: I Territori Palestinesi Occupati da “Israele” nel 1967, chiamati Cisgiordania o West Bank, sono attraversati da nord a sud da colonie israeliane illegali, checkpoint, torri di avvistamento, basi militari, muri, filo spinato, cancelli all’ingresso delle città, telecamere e bandiere israeliane come simboli di supremazia. L’occupazione ha diviso il territorio in tre aree (A, B e C), di cui l’Area C è sotto completo controllo amministrativo e militare israeliano, isolando la Cisgiordania dal resto della Palestina storica con un muro alto 9 metri e lungo circa 800 km, costellato di posti di blocco militari e recinzioni elettroniche: chiunque tenti di scavalcarlo viene sparato. Questo muro, chiamato anche Muro dell’Apartheid o della Separazione, frammenta il popolo palestinese della Palestina storica tutta e isolando villaggi prima connessi tra loro. Gerusalemme, per esempio, dista solo 10 minuti da Betlemme, ma il sistema di confini e checkpoint con cui l’occupazione ha distorto la fisionomia del territorio rende impossibile prevedere quanto tempo serva per raggiungere qualsiasi luogo. La segregazione è rafforzata da strade e infrastrutture ad uso esclusivo dei coloni, vietate ai palestinesi, che vengono così costretti a interminabili attese quotidiane nel traffico e ai checkpoint. In Cisgiordania vivono circa 720.000 coloni israeliani all’interno di colonie illegali secondo il diritto internazionale. Ogni giorno molestano i villaggi palestinesi per costringere la popolazione ad andarsene. Il furto di terra e il tentativo di cancellazione dell’identità palestinese avvengono attraverso demolizioni di case, sradicamento degli ulivi, furto dell’acqua sorgente, distruzione di proprietà come abitazioni, stalle, attrezzi da lavoro, veicoli, pannelli solari e greggi. Di fronte agli attacchi dei coloni, ogni forma di autodifesa palestinese viene criminalizzata. Spesso, quando esercito e polizia arrivano sul posto a violenze avvenute e i coloni sono già fuggiti, sono i palestinesi a essere arrestati. A differenza degli internazionali, i palestinesi sono sottoposti alla legge militare israeliana, che consente la detenzione amministrativa: si può essere incarcerati per anni senza accuse né processo. L’occupazione decide arbitrariamente che intere aree diventino zone militari o di addestramento, rendendo illegale la presenza palestinese (secondo la legge israeliana) e impedendo il ritorno delle comunità indigene. Non si tratta di un singolo governo estremista, ma di un progetto coloniale e sionista strutturale, portato avanti dallo Stato, dall’esercito e da ampie parti della società israeliana attraverso pratiche sistemiche di razzismo ed esclusione. D: Avete subito o subite anche voi minacce, intimidazioni o violenze? R: Le minacce e le violenze sono costanti per chi in Palestina esiste e resiste. Se sei un’internazionale presente sul territorio, insieme ai palestinesi, verrai comunque minacciat*. Il rischio più frequente è l’arresto di 48 ore seguito dall’espulsione dal paese. Ma sì, si può anche essere picchiati o colpiti con armi da fuoco, soprattutto, ma non solo, dai coloni. Fino a qualche anno fa la presenza solidale veniva definita “presenza protettiva”, perché le forze di occupazione cercavano di evitare testimoni internazionali delle loro atrocità. Oggi, dopo anni di totale impunità, non se ne preoccupano più: anche gli internazionali sono diventati bersagli, perché non ci sono conseguenze. Nel caso dei miei compagni picchiati, media e politica hanno parlato di “casi isolati di coloni estremisti”, come se il terrorismo dei coloni non fosse parte integrante del progetto statale israeliano da decenni. Come se i coloni non fossero i soldati in prima linea dell’occupazione, incaricati di portare avanti la pulizia etnica della Palestina. Leonardo Animali
Palestina: resistenza, solidarietà, coraggio, dignità
Articoli di Ilaria De Bonis, di Donata Columbro e Roberta Cavaglia , di Daniele Ratti e Massimiliano Bonvissuto, di Enrico Semprini. Con aggiornamenti e link.   Anbamed 16 gennaio e 17 gennaio: aggiornamenti sulla situazione a Gaza e in Cisgiordania; per Peace and War, Ilaria De Bonis focalizza la situazione della condizione nelle tende; Anan, Ilan e Mansour – situazione
Non smettiamo di parlare di Gaza
È morta stamattina a Gaza la bambina Aisha Agha, 27 giorni d’età, a causa del freddo e della malnutrizione. La città di Gaza è senz’acqua a causa del bombardamento israeliano di ieri che ha colpito la principale conduttura dell’acquedotto. I lavori di riparazione sono impediti dai continui attacchi dei cecchini e dei carri armati sulle squadre della protezione civile. Medici per i diritti umani e UN Women hanno denunciato in un rapporto che Israele sta prendendo di mira le donne palestinesi di Gaza con una politica di genocidio, basata sul genere, per impedire loro di avere figli. Intanto si è riunito ieri al Cairo, in seduta congiunta, l’organismo internazionale denominato “Peace Council” e il Comitato di amministrazione palestinese, guidato dall’ingegnere Alì Shaath. Sono due organismi previsti dal piano Trump, approvato poi, obtorto collo, dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu con l’astensione di Mosca e Pechino. Sono in realtà organismi senza potere effettivo e Israele ha già dichiarato per bocca di Netanyahu che non si ritirerà né dal valico di Rafah, né dalla “linea gialla”, che considera come nuova linea di confine. È la pace dei cimiteri. In Cisgiordania un giovane è stato ucciso ucciso e decine sono i feriti negli attacchi israeliani contro i villaggi palestinesi nella provincia di el-Khalil. L’intervento militare con licenza di uccidere è generalizzato in tutto il territorio occupato. Sono stati registrati ieri 29 attacchi militari contro villaggi e città palestinesi. Le aggressioni dei coloni sono state 13. È una guerra generalizzata che mira alla cacciata dei palestinesi autoctoni per sostituirli con coloni ebrei arrivati da ogni dove. In tale piano occupa un ruolo fondamentale l’urbanistica segregazionista. Va avanti il piano per la “strada 45”, fondamentale arteria per il progetto colonialista E1, ad est di Gerusalemme, che viene realizzato sulle terre delle comunità palestinesi con l’intento dichiarato di cancellare la continuità territoriale tra il nord e il sud della Cisgiordania, per impedire la costituzione di uno stato palestinese. Iran La repressione continua e il black-out delle comunicazioni anche. Ma l’intensità delle proteste è calata, a causa dell’uso sproporzionato della forza. Le poche testimonianze filtrate parlano di paura della gente, a causa dello spietato uso delle armi da guerra contro manifestanti disarmati, che erano scesi in piazza con le mani alzate. Il regime continua a dipingere i manifestanti come agenti di forze straniere, specialmente israeliane e statunitensi. “Abbiamo sequestrato armi di fabbricazione israeliana, che sono state usate contro gli agenti”, ha detto il procuratore generale della Repubblica. La tv pubblica ha trasmesso i funerali degli agenti uccisi, affermando che si è trattato di 300 assassinati da colpi di arma da fuoco e da accoltellamenti. Probabilmente, oltre alla spietata repressione, anche l’incitamento israeliano e dello stesso Trump, con l’aggiunta delle immagini di vandalismo contro uffici pubblici, incendi di auto e autobus, pubblici e privati, sparatorie contro la polizia e slogan a favore dello Shah hanno fatto desistere gli iraniani onesti dallo scendere in piazza. In diverse città iraniane si sono svolti i funerali dei membri delle forze di sicurezza e degli agenti di polizia uccisi nelle recenti proteste in tutto il Paese. I partecipanti hanno scandito slogan che condannavano gli atti di violenza e vandalismo. Hanno inoltre condannato l’ingerenza americana e israeliana negli affari iraniani e nel processo ai responsabili delle proteste. Chiusa la pagina delle proteste, si apre adesso la strada della repressione. Secondo fonti della sicurezza del regime sono state arrestate 3 mila persone accusate di terrorismo. Rischiano la condanna a morte, in un paese che detiene un primato delle esecuzioni capitali, con Cina, Usa e Arabia Saudita. Siria Offensiva ad est di Aleppo delle milizie governative e filo-turche contro le Forze siriane democratiche. Il centro degli scontri è la cittadina di Deir Hafer, nella zona rurale di Aleppo, che si trova ad ovest del fiume Eufrate. Il comandante delle FSD, Mazloum, ha annunciato che da oggi, sabato, le sue forze si ritireranno ad est del fiume, in seguito alla mediazione di autorità amiche (Usa) e per dare spazio all’applicazione degli accordi di integrazione delle unità curde nelle strutture dello stato siriano. In applicazione degli accordi, il presidente autonominato, Sharaa, ha diramato un decreto che afferma il curdo come lingua ufficiale della Siria e conferisce la cittadinanza a tutti i curdi residenti attualmente sul territorio dello stato. Libano Due civili uccisi e decine di feriti nei bombardamenti israeliani ieri sul Libano. Le azioni militari sono state compiute con bombardieri, con droni e con l’avanzata di carri armati, in violazione della tregua firmata nel novembre 2024. Non sono state risparmiate le unità dei caschi blu dell’Onu. In un comunicato, l’Unifil accusa l’esercito israeliano di aver messo in pericolo i soldati internazionali, mentre stavano ispezionando una casa che era stata minata dagli israeliani. Un drone ha colpito la costruzione con un missile malgrado il coordinamento con l’esercito israeliano, mettendo a repentaglio la vita dei caschi blu. Da Tel Aviv è arrivato subito il solito comunicato che sostiene che l’attacco era diretto a Hezbollah. Un falso clamoroso smentito dagli osservatori internazionali. Per le istituzioni italiane, Palestinese = terrorista Viminale/VVFF Il Viminale richiama dieci vigili del fuoco di Pisa che il 22 settembre si sono inginocchiati durante una manifestazione per Gaza. La contestazione disciplinare riguarda la “forma” della partecipazione, “perché indossavano la divisa”. Rischiano dalla sospensione al licenziamento. Non lasciamoli soli! Tribunale Genova È attesa per lunedì 19 gennaio la decisione del tribunale del riesame di Genova su Mohammad Hannoun e gli altri otto uomini finiti in carcere lo scorso 27 dicembre. L’accusa è di terrorismo per presunti finanziamenti ad Hamas. I giudici decideranno se confermare le misure cautelari, modificarle oppure annullarle. Ieri si è tenuta una lunga udienza in cui l’impianto accusatorio ha iniziato a scricchiolare, mostrando errori e contraddizioni. Il materiale per l’accusa è stato fornito dalla polizia israeliana e non dal sistema giudiziario israeliano, come prevedono gli accordi di cooperazione. Dalle carte, il collegio di difesa ha scoperto che la documentazione a carico è stata raccolta da un agente, Avi Abramson. Si tratterebbe di un agente con 25 anni di carriera, che ha svolto anche ruoli di consigliere legale per gli uffici del primo ministro Benjamin Netanyahu, un premier accusato di crimini di guerra e contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale. Tribunale L’Aquila Giustizia italiana a sovranità limitata. Non valgono i principi della Carta delle Nazioni Unite, ma le informative dell’esercito israeliano. È arrivata ieri, 16 gennaio, la sentenza nel processo che vedeva imputati tre palestinesi, accusati di associazione con finalità di terrorismo. Anan Yaeesh è stato condannato a 5 anni e 6 mesi, mentre Ali Irar e Mansour Dogmosh sono stati assolti. Alla lettura del dispositivo, il pubblico presente in aula ha gridato «Vergogna», «Palestina libera» e «Ora e sempre resistenza». All’esterno del tribunale, come già in occasione delle precedenti udienze, si è tenuto un sit-in di protesta. La Corte d’assiste presieduta dal giudice Giuseppe Romano Gargarella ha accolto solo per meno della metà le richieste della Procura, che aveva chiesto 12 anni per Yaeesh, 9 per Irar e 7 per Dogmosh. Tutti e tre, arrestati nel marzo 2024, vivono in Italia da tempo e non sono mai stati al centro di atti violenti. Il solo Yaeesh è ancora in carcere, gli indizi a carico degli altri due erano caduti in Cassazione: hanno fatto sei mesi di carcere e ora arriva anche l’assoluzione. ANBAMED
Palestina: non è così difficile, in fondo
Yara è una donna italiana di 34 anni. È tornata un mese fa dalla Palestina, c’è andata da sola. L’ho sentita al telefono e mi è subito piaciuta perché è schietta e pragmatica. Qualche giorno dopo, ho letto i suoi diari di viaggio e così è nata quest’intervista. Ma faccio una premessa. Io credo che la causa palestinese sia l’apripista al risveglio collettivo e che il popolo palestinese sia il portavoce del valore umano, quello autentico. Non mi presto qui, né altrove, a descrivere i palestinesi come le povere vittime e noi quelli fortunati, perché a loro hanno occupato la terra mentre a noi hanno occupato il cervello. Per questo, credo sia arrivato il momento di iniziare l’apprendistato e fare pratica di resistenza, fare pratica di Sumud. Come? Yara, come mai hai deciso di partire per la Palestina proprio ora? Era da tanto che volevo andare in Cisgiordania e in questi ultimi due anni ho vissuto il rammarico per non averlo fatto prima. Quest’estate, a luglio, il giorno esatto in cui è stata fermata l’Handala, mi trovavo a un evento in Sardegna. La portavoce di Wonder Cabinet, un progetto artistico che ha sede a Betlemme, ad un certo punto ha detto: “Comunque guardate che potete venirci a trovare, non è così difficile, in fondo.” Quel “non è così difficile in fondo”, mi ha fatto scattare la consapevolezza che si può fare. E così, il desiderio che pensavo di dover abbandonare, è riaffiorato. Hai organizzato il viaggio da sola, da quanto ho capito, usufruendo di contatti e informazioni raccolte tra conoscenti… Inizialmente volevo andare con gli amici e le amiche del progetto C.A.S.A per la raccolta delle olive, ma in quei giorni non avevo le ferie. Rosicavo, perché il mio desiderio era quello di andare a fare attivismo puro, e così ho sentito la referente di PENGON con cui avevo già collaborato e mi hanno dato l’ok, potevo andare. Quando sono arrivata però mi sono resa conto che non erano pronte per farmi fare qualcosa tutti i giorni, è stato più un incontro conoscitivo per provare ad avviare progetti di lungo periodo in futuro. E alla fine il viaggio me lo sono montata strada facendo. Allora si può andare in Cisgiordania da sole? In generale, i palestinesi hanno molta cura delle persone, degli ospiti internazionali ancora di più. Ogni volta che mi trovavo da sola, magari seduta su una panchina ad aspettare, sempre, tutte le persone che passavano mi chiedevano: “Tutto a posto, va tutto bene? Hai bisogno di aiuto?”. Una volta, un tassista doveva accompagnarmi in un’azienda agricola ma la posizione era troppo vicina al muro, e mi fa: “No no, io lì non ti accompagno”. E così è rimasto con me tutto il tempo ad aspettare, finché è arrivato il responsabile dell’azienda agricola che dovevo visitare. Questa è una caratteristica molto comune, la gente si preoccupa molto per te e se sei da sola, ogni volta che fai uno spostamento, vogliono sentire personalmente la persona che ti verrà a prendere. L’unica paura che uno ha, costantemente, è quella di doversi confrontare con l’esercito israeliano o, a seconda del luogo in cui sei, con i coloni. La reale paura è di imbattersi in uno di loro, anche se comunque come ospiti internazionali abbiamo un trattamento di favore, quella è l’unica paura che ho avuto. La paura di essere in un luogo sotto occupazione non te la tira via nessuno. Non ho mai avuto paura a girare da sola per le strade di Ramallah, c’è un livello di onestà e di dignità tale per cui la microcriminalità non è contemplata. Un giorno un ragazzino voleva vendermi dei cioccolatini, a me non interessavano però volevo comunque dargli una piccola offerta. La persona che mi accompagnava ha ripreso il bambino e gli ha detto che non andava bene accettare, perché non era dignitoso. Se voleva vendere i cioccolatini bene, ma non doveva accettare soldi come offerta. Se penso ad altri paesi che ho visitato, questa è una prospettiva rara. Quando sei partita, immagino avessi un obiettivo in mente, lo hai realizzato o è cambiato qualcosa al tuo arrivo? L’obiettivo principale era quello di esserci e di toccare con mano cosa vuol dire vivere sotto occupazione. Diciamo che l’obiettivo si è andato modificando pian piano, sono partita dal dire: faccio puro attivismo, a: mi godo quel che arriva, gli incontri, le esperienze, le testimonianze. E poi sono successe cose che proprio non immaginavo, ad esempio, io lavoro nell’ambito della micologia e non mi aspettavo proprio che i funghi facessero parte della tradizione palestinese, non mi aspettavo di parlare di funghi e non mi aspettavo di essere invitata da due aziende agricole diverse a fare dei laboratori nelle università delle loro città, Jenin e Tulkarem, sull’utilizzo dei funghi in agricoltura. E mi ha gasata tantissimo, mi ha fatto collegare i due più grandi interessi che ho nella vita, in questo momento. Quindi c’è stato un cambio di prospettiva… Sicuramente. Prima di partire davo peso solo all’attivismo duro e puro, poi ho iniziato a dare valore anche ad altro, l’incontro ad esempio. Non so se è capitato anche ad altri, ma prima di partire, facevo offerte alle raccolte fondi o partecipavo ad iniziative solidali “ad occhi chiusi”, nel senso che non volevo entrare in empatia con i beneficiari, emotivamente era troppo forte entrare nel loro vissuto. Mi dicevo: “Dono e basta, non ne voglio saper niente”. In viaggio, invece, l’incontro è stato l’elemento dominante, umanamente travolgente. Così ho iniziato a dare valore anche a tutti quegli aspetti della vita quotidiana che prima non consideravo: un trekking in Palestina? E perché no!? La voglia di queste persone di portare avanti la propria vita, i propri desideri, le proprie passioni nonostante tutto, è fortissima. Vivere per resistere, non per rimanere ingabbiato dalle catene fisiche e mentali di una situazione opprimente. E così mi sono goduta un trekking nel deserto, un thé al bar, una passeggiata al mercato, una visita al museo. Tutto in compagnia di qualcuno o qualcuna che orgogliosamente mi mostrava il suo territorio o mi confidava parte della sua vita. Stai parlando di resistenza Sumud. Cos’è, secondo te? Secondo me, Sumud sono tante cose. Sicuramente portare avanti se stessi, i propri desideri, obiettivi e passioni in un territorio occupato, è Sumud. E viene fatto con delle difficoltà incredibili. Spesso ho chiesto: “Ma noi internazionali cosa possiamo fare per voi? Quali sono le azioni collettive strategicamente più forti che potrebbero essere messe in campo?” La maggior parte delle persone mi rispondeva: “Io non ho lo spazio mentale per pensare pure a quello. Faccio già talmente tanta fatica a portare avanti la mia vita che non so cosa risponderti”. Molte persone non pensano alla resistenza armata o politica, perché portare avanti la loro stessa esistenza è il primo atto di Sumud che possono fare. Khalil, ad esempio, voleva studiare biologia marina ma gli unici corsi di laurea all’Università di Gerusalemme Est riconosciuti da Israele, e che quindi possono offrire più possibilità di lavoro, sono quelli di medicina. Si era iscritto a farmacologia ma dopo il primo anno si è trasferito a Tecniche di Laboratorio medico, perché non si era trovato bene. “Faccio questo corso solo per il lavoro e poi farò biologia marina, perché è quello che mi piace”. Tutto è più difficile e complicato sotto occupazione. Mi piacerebbe descrivessi l’atmosfera palestinese, quella che ti ha fatta sentire bene nonostante tutto. Secondo me è una questione di umanità, che è quella che mi ha fatta tornare a casa con il cuore veramente gonfio di vita, che è la gioia di aiutarsi, di condividere, di passare la propria giornata insieme. Una cosa che mi ha colpito è la facilità nei rapporti umani. Noi spesso siamo mediati, c’è della distanza tra noi, individualismo e confini netti. Lì invece no, entrare in relazione con un’altra persona è molto più facile. Mi sono trovata coinvolta in tantissime discussioni profonde, praticamente con ogni persona con cui ho passato più di due ore, o anche meno. Ci ho visto, e non nego l’influenza del mio filtro in questo, la volontà di portare avanti valori e modelli umani che non si adeguino a questa merda di capitalismo che pervade le nostre esistenze. Un’azienda agricola in realtà lo esplicitava proprio: “Il nostro modello è anticapitalista. Cibo, acqua ed energia per tutti, con modelli sostenibili è possibile”. E poi c’è l’apertura umana: “Prima regola: questa è casa tua, l’importante è che ti senti a casa, tra amici e famigliari”. Detto questo, non voglio neanche idealizzare la società palestinese, delle criticità esistono eccome. L’istituzione “famiglia”, che è il cuore della società, della solidarietà e della resistenza palestinese, non è detto che calzi a tutti. Un ragazzo single di quarant’anni mi ha raccontato come lui e i suoi due coinquilini abbiano dovuto cambiare casa per la modalità invadente e giudicante con cui le altre famiglie del palazzo li trattavano, a causa del via vai di amiche e amici che passavo per casa loro e delle pressioni che venivano esercitate sul proprietario di casa. E questo succedeva a Ramallah, grande città, immaginiamoci in un piccolo paese… Ovviamente questo è solo un episodio, non ho la pretesa di fare un’analisi della società in generale. Concludendo, ti chiedo di farti portavoce di un messaggio, ovvero: cosa non abbiamo capito del popolo palestinese e quale insegnamento possiamo mettere a frutto nei nostri di territori occupati, occupati dalla militarizzazione, dalla censura, dalla propaganda, dalla perdita di libertà e autodeterminazione e alla normalizzazione di tutto questo? Mah… innanzitutto quello che possiamo fare qui, in Italia, è andare avanti dritte, andare avanti a costruire dei modelli di vita, interpersonali e lavorativi, che siano diversi rispetto al nostro standard sociale. Portare avanti quelle idee e quei progetti che quando li proponi, di solito ti senti rispondere: “Eh sì, sarebbe bello, ma figurati…impossibile”. Col cavolo! Certo, che possiamo costruire un’alternativa, e su vari fronti: politico, sociale, personale, interpersonale, lavorativo. Di fronte a ogni scelta basta chiedersi: per cosa vale la pena vivere? E’ in questa tipologia di rapporti umani che voglio stare? A cosa dedico le mie energie? Questo governo mi rappresenta? Non è mai troppo tardi per iniziare a porsi queste domande e avviare percorsi di cambiamento, ognuna seguendo la propria strada. Mi hai chiesto cosa non abbiamo capito del popolo palestinese… Io sicuramente non avevo capito un sacco di cose e probabilmente molte ancora mi sfuggono. Non avevo capito che in Cisgiordania non devi guardarti le spalle a ogni angolo. C’è un’occupazione, sì, quindi potresti imbatterti in situazioni pericolose a causa di coloni e soldati, ma c’è tutto un resto di vita che pulsa e che merita di essere attraversata. Forse un buon esercizio mentale potrebbe essere immaginarsi che da un giorno all’altro potremmo anche noi essere palestinesi, potremmo essere noi quelli occupati. Se fossimo sotto occupazione, sicuramente continueremmo con il nostro lavoro, sarebbe una garanzia importante, ma con che difficoltà? Quanto impiegheremmo in più per arrivarci a causa dei check point? Per quanto tempo la sede del nostro lavoro non subirebbe attacchi? Per quanto tempo il nostro stipendio rimarrebbe stabile e non verrebbe decurtato, come quello dei dipendenti pubblici in Cisgiordania che ha causa del furto delle tasse da parte di Israele ne ricevono solo una percentuale (dal 30 al 70% variabile ogni mese)? Con tutte queste preoccupazioni, ci chiuderemmo in casa a soccombere sotto il peso di una vita ormai non più nelle nostre mani o proveremmo comunque ad uscire dalla città per fare un trekking settimanale o per raggiungere l’unico cinema rimasto? Sono solo provocazioni le mie, è chiaro, e il ventaglio di risposte psicologiche a una tale situazione varia da persona a persona, ma trovo che l’immedesimazione possa aiutarci ad avere un immaginario più simile alla realtà, un territorio “normale” ma non normale. Un’altra cosa che non avevo capito, è che i palestinesi non sono per forza poveri perché sotto occupazione. Israele continua a depredarli inventandosi ogni giorno una strategia nuova, ma la società palestinese rimane comunque una società complessa, con tutte le dinamiche di classe: ci sono palestinesi ricchi, alcuni probabilmente anche molto ricchi, palestinesi medi, poveri, e una fetta importante della popolazione, soprattutto quella appartenente al mondo rurale, molto molto povera. È significativo però notare come nessuno venga lasciato senza cibo, grazie a una rete solidale interna molto forte. Ricordo che prima di partire avevo pensato: vado in Palestina, che cosa servirà? Cosa posso portare di utile? Servirà tutto! – No, non è vero, non serve niente, nel territorio palestinese si riesce a compare ciò di cui si ha bisogno. Quello che serve è vivere senza qualcuno che ti priva costantemente della tua libertà, che ti impone le doppie tasse ogni volta che importi qualcosa, che ti distrugge in pochi minuti il lavoro di una vita. E poi c’è la questione religiosa. Ci sono studi che hanno analizzato come le testate giornalistiche utilizzino la parola “musulmano” solo in articoli di cronaca nera. Ma se un atleta musulmano vince alle olimpiadi, invece, la sua identità religiosa non viene menzionata. Oppure si menzionano meritoriamente, solo casi singoli, come per dire: “vedi, lui è bravo”, sottinteso che “tutti gli altri no”. E così si viene a creare un vortice di pregiudizi negativi, che inconsapevolmente abitavano anche la mia mente. Invece per la maggior parte dei palestinesi con cui ho parlato, l’Islam è una questione di appartenenza prettamente culturale, per alcuni anche religiosa, certo, ma non per tutti. Islam vuol dire portare avanti dei principi e dei valori umani universali, presenti in tutte le religioni. Vuol dire aiutarsi, essere solidali, non lasciare nessuno senza cibo. Per le strade palestinesi è veramente difficile trovare qualcuno che fa l’elemosina, non ce n’è bisogno, ci sono reti di solidarietà attive che aiutano chi è in difficoltà. Per le strade palestinesi non devi neanche preoccuparti di portare o non portare il velo, è una tua scelta, vedi tu. Più in generale, l’approccio che ogni famiglia o persona ha con la propria religione è svariato, un po’ come qui in Italia, ma il rispetto per le “altre persone del libro”, cioè ebrei (non israeliani ovviamente) e cristiani è molto forte e sentita. Per concludere vorrei sottolineare un’ultima cosa: il popolo palestinese è vittima dell’occupazione israeliana e vittima di un genocidio, ma quello che desidererebbero dall’esterno non è compassione e pietà ma solidarietà. Oltre alla partecipazione a qualsiasi iniziativa, raccolta fondi ecc., proposta direttamente da persone palestinesi, quello che dovremmo fare noi è concentrarci sui nostri paesi e agire al loro interno. Noi siamo europei, e dobbiamo pretendere che l’Italia e l’Unione Europea smettano di sostenere politicamente ed economicamente Israele. Dobbiamo fare tutto quello che è nelle nostre capacità. Dobbiamo continuare a credere nella forza delle piazze. E poi, boicottiamo! Utilizziamo i nostri privilegi per dare spazio a chi non è complice di genocidio! Non solo per questioni di tipo morale, ma anche perché quelle azioni hanno una ripercussione enorme a livello globale. Se vogliamo essere delle persone la cui vita merita di stare al mondo, dobbiamo scegliere e agire di conseguenza. Giada Caracristi
PALESTINA: L’ESERCITO OCCUPANTE ISRAELIANO MINACCIA DI DEMOLIZIONE IL CAMPO DI CALCIO DI AIDA CAMP
Striscia di Gaza: sono almeno 430 i palestinesi uccisi da Israele in tre mesi di cosiddetto “cessate il fuoco”, 5 in media al giorno, mentre Israele fa sapere di aver definito “nuovi piani militari” per lanciare altre aggressioni militari contro Gaza. I media israeliani parlano di marzo come mese individuato per il possibile attacco.  Oltre alle uccisioni dirette,  a Gaza si muore anche per freddo, fame, malattie. 4 persone decedute solo martedì 13 gennaio 2026, nel crollo di alcuni ruderi, spazzati dal vento e dalle piogge continue, mentre – nonostante le promesse di Netanyahu – il valico principale, quello di Rafah, rimane sigillato. Da Gaza alla Cisgiordania. Anche qui proseguono le violenze e le uccisioni, da parte sia dei coloni che dell’esercito israeliano. “La quotidianità è sempre più segnata da incursioni militari, arresti arbitrari e una crescente ondata di aggressioni da parte dei coloni contro i civili palestinesi”, denuncia Fabian Odeh, cittadino italo palestinese che viaggia spesso in Cisgiordania, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. “La sottrazione – prosegue Odeh – di risorse e territori è sistematica, vengono demolite le infrastrutture vitali e si espandono gli insediamenti. Violenze che negano anche l’accesso alle situazioni più normali: andare all’università è pericoloso. Pochi giorni fa l’attacco dell’esercito con l’incursione all’ateneo di Birzeit, vicino a Ramallah: l’esercito ha sparato pallottole vere e ferito almeno una dozzina di studenti”. Altre situazioni che altrove sarebbero normali, in Cisgiordania sono a rischio, come il gioco del calcio. Negli ultimi giorni infatti si è parlato con insistenza dell’abbattimento per volere israeliano del campo sportivo del campo profughi di Aida, vicino Betlemme, a pochi metri dal muro dell’apartheid voluto da Tel Aviv. Quello di Aida Camp è uno dei pochissimi spazi ricreativi rimasti e proprio per questo nel mirino dell’esercito e dell’occupazione. L’ordine di demolizione, in scadenza in queste ore, è stato al momento rinviato, ma solo di una settimana. Una petizione per salvarlo rivolta a Fifa e Uefa si sta avvicinando al mezzo milione di firme ed è stata già siglata da decine di realtà sportive popolari italiane e internazionali.  Della situazione in Cisgiordania Occupata, di quanto accaduto a Birzeit e della situazione di Aida Camp su Radio Onda d’Urto l’intervista a Fabian Odeh, cittadino italopalestinese spesso in West Bank. Ascolta o scarica  
Gaza e Cisgiordania ancora sotto le bombe nel silenzio generale
Ancora una volta l’ONU ripete rimanendo inascoltato tramite il suo ultimo Report che “Le azioni militari e giuridiche che Israele mette in atto nei Territori palestinesi occupati non hanno nulla a che fare con le necessità di sicurezza” non si tratta di lotta al “terrorismo” ma strategia di occupazione e apartheid. Così Eliana Riva sulle pagine del Manifesto di oggi riporta l’attenzione sul genocidio mai concluso. In queste settimane da Gaza alla Cisgiordania vengono moltiplicate operazioni di polizia, arresti e presenza militare permanente. Raccontiamo le ultime settimane di continui attacchi e bombardamenti, in ultimo l’attacco all’Università di Bir Zeit in Cisgiordania dove l’IDF ha sparato contro decine di studenti e giornalisti. Nel quadro generale intanto la Siria di Al Sharaa prepara il terreno per l’egemonia israeliana sul territorio tramite accordi di cooperazione con l’entità sionista.
PALESTINA: UCCISIONI, ARRESTI E VIOLENZE. CONTINUA IL GENOCIDIO NEL SILENZIO INTERNAZIONALE
In Palestina il genocidio per mano israeliana prosegue nel silenzio della maggior parte dei media. Questa mattina gli spari dell’esercito di occupazione israeliano contro il campo profughi di Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza, hanno ucciso una bambina palestinese di 11 anni. Un altro bambino è rimasto ferito nel quartiere Zeitoun di Gaza City. Colpi d’artiglieria hanno inoltre preso di mira il quartiere Tuffah, dove ieri sera altri due palestinesi sono stati uccisi dall’IDF, in una delle quotidiane violazioni del cosiddetto cessate il fuoco stabilito lo scorso ottobre. Dall’11 ottobre 2025, data di inizio dell’ultimo presunto cessate il fuoco, oltre 425 palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano e più di 1.200 sono rimasti feriti. Le violenze israeliane proseguono anche nella Cisgiordania occupata. Le Nazioni Unite hanno invitato Israele a smantellare il proprio sistema di apartheid imposto ai palestinesi in Cisgiordania e in tutti i Territori occupati. In un rapporto pubblicato mercoledì 7 gennaio, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha denunciato come decenni di “discriminazione sistematica” e segregazione nei confronti dei palestinesi nei Territori occupati si siano “drasticamente deteriorati” negli ultimi anni. Sempre ieri sera, le forze di occupazione israeliane hanno arrestato un cittadino palestinese già ferito dai coloni durante un assalto nella città di as-Samu, a sud di Hebron. Questa mattina, nel villaggio di Aboud, a nord di Ramallah, i militari israeliani hanno arrestato un’ex detenuta palestinese, Mona Ahmed Abu Hussein, e suo figlio Hamam. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, gli aggiornamenti con Michele Giorgio. direttore di Pagine Esteri, corrispondente da Gerusalemme per il Manifesto e nostro collaboratore. Ascolta o scarica.  
Non spegniamo i riflettori sulla Palestina
Con una lunga corrispondenza, diamo un aggiornamento sulla situazione a Gaza e in Cisgiordania, commentando tra l'atro il diniego imposto da Israele a tutta la cooperazione internazionale di operare in Palestina; mentre gli occhi del mondo sono ormai rivolti altrove e a fronte di una situazione sul campo sempre più drammatica, nel silenzio ufficiale dei governi, Israele ha deciso di eliminare completamente gli aiuti e la solidarietà internazionale, isolando e invisibilizzando la popolazione palestinese. Particolarmente esposti, i campi profughi e i villaggi più isolati della Cisgiordania, che vengono fatti oggetto dei violenti attacchi dei coloni e dell'IDF e che sono destinati alla completa cancellazione. In questo contesto, è stata recentemente organizzata da Israele, con voli a pagamento, un'evacuazione "volontaria" da Gaza per diverse famiglie palestinesi, che sono state condotte in regioni diverse dell'Asia o in Sud Africa; a questo scopo, è stata appositamente creata da Israele una nuova ONG. Nonostante tutto ciò, si continua da molte parti a lavorare "dal basso" per portare aiuti in Palestina e ad organizzare mobilitazioni e campagne di sensibilizzazione.
Valico di Rafah chiuso e irruzione nell’università di Beir Zeit in Cisgiordania
L’esercito israeliano ha dichiarato che non intende aprire il valico di Rafah al movimento di persone nelle due direzioni. Una misura vendicativa per impedire il ritorno di gazawi dall’Egitto e vietare il trasferimento di migliaia di malati e feriti per cure all’estero. Secondo il Dott. Muhammad Abu Salmiya, Direttore del Complesso Medico Al-Shifa “circa il 50% dei pazienti sottoposti a dialisi renale è morto e si continuano a registrare decessi giornalieri a causa della carenza di oltre il 70% dei loro farmaci. La stessa sorte tocca ai malati di cancro. Si muore di meno sotto le bombe, ma la chiusura dei valichi ha provocato morti e aggravamenti delle condizioni sanitarie della popolazione assediata”. Il genocidio continua con altri metodi. Università di Beir Zeit Università di Beir Zeit. Hannak, Wikimedia Commons Irruzione militare israeliana nell’università di Beir Zeit, in Cisgiordania. Una violazione grave che ha potato al ferimento di 11 studenti. I soldati hanno sparato pallottole di guerra all’interno delle aule universitarie, senza alcuna resistenza da parte di insegnanti e studenti. Al momento dell’aggressione vi erano all’interno della struttura 8.000 studenti. Le truppe hanno divelto il portone di ingresso principale e arrestato il vice rettore, Assem Khalil. “Una condotta repressiva che non condizionerà la nostra volontà di esplorare il mondo della conoscenza, contro ogni tentativo di sopprimere la volontà del nostro popolo di aspirare all’indipendenza e alla libertà e mettere fine all’occupazione coloniale”, ha detto il rettore in una conferenza stampa improvvisata, subito dopo il ritiro dei soldati invasori.   ANBAMED
Cisgiordania, la chiave del ritorno
Torno a casa con nella valigia una chiave, acquistata in un piccolo negozio di antichità di Gerusalemme. I palestinesi, sfollati nel ’48 durante la Nakba, si erano tenuti in tasca le chiavi di casa loro. Volevano e pensavano di poter tornare a casa. Avrebbero avuto (e avrebbero ancora) il diritto di farlo. E invece ci sono milioni e milioni di palestinesi nei campi profughi fuori, dentro la Cisgiordania e a Gaza, che non possono tornare nei loro villaggi nativi, nelle case di famiglia e neppure andare a trovare i parenti. A tutti i profughi palestinesi è rimasta solo la chiave, la chiave del ritorno. E noi abbiamo il dovere di non dimenticare il loro diritto di tornare. Nel frattempo io torno a casa, ma come al solito qui lascio troppo di me e ogni volta è sempre peggio. Perché vedere, vivere e respirare l’ingiustizia, la disumanità e le condizioni di vita che peggiorano ogni giorno di più, mi rende sempre più difficile tornare alla mia comoda vita, fatta di acqua potabile, di possibilità di spostamento senza restrizioni, senza violenza né umiliazioni quotidiane. Andateci nei territori occupati e guardate con i vostri occhi ciò che accade. Passate del tempo con loro e ascoltate le loro storie. Vi assicuro che dopo non sarà più come prima. Insieme alla chiave e a emozioni difficili da contenere, mi porto nel cuore le parole dello zio di Ahmad, proprietario dell’Educational Bookshop di Gerusalemme. Parole potenti, parole in qualche modo anche di speranza: “Possiamo essere arrabbiati, ma non dobbiamo odiare. Potremmo non dimenticare, ma dobbiamo perdonare” Redazione Italia