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PALESTINA: MENTRE GLI OCCHI SONO PUNTATI SULL’IRAN, ISRAELE PORTA AVANTI IL GENOCIDIO
Sesto giorno di aggressione militare israelo-statunitense all’Iran che ha infiammato tutto il Levante e oltre. Nelle ultime 24 ore gli eserciti di Stati Uniti e Israele hanno sferrato 117 attacchi aerei e missilistici contro 51 obiettivi militari in tutto l’Iran. Colpite le province di Tehran, Kermanshah, Urmia, Baluchistan, Esfahan, Alborz, Ilam e Tabriz. In meno di una settimana i raid israelo-statunitensi hanno ucciso più di mille civili nel Paese. In questo contesto, mentre gli occhi sono puntati sull’Iran, l’esercito di occupazione israeliano continua a portare avanti il proprio progetto coloniale anche in Palestina, scomparsa di nuovo dalla narrazione dei media. Con una decisione unilaterale, giustificata ufficialmente con l’invocazione dello “stato di emergenza nazionale” e per non meglio precisati “motivi di sicurezza” dopo l’attacco a Teheran, il governo israeliano ha chiuso ogni via d’accesso alla Striscia di Gaza interrompendo così, istantaneamente, lo scarso flusso di cibo, acqua e carburante, necessarie a due milioni di persone, già stremate da anni di aggressione e privazioni. Il genocidio, la pulizia etnica e l’annessione continua con raid di esercito e coloni nella Cisgiordania occupata. Anche qui chiusura immediata dei valichi nell’area B e C e intensificazione degli attacchi dei coloni contro la popolazione palestinese. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Fabian Odeh, nostro collaboratore. Ascolta o scarica.
March 5, 2026
Radio Onda d`Urto
3 marzo 2021: indagine CPI su Israele
di Bruno Lai. Si apre l’indagine della CPI (Corte Penale Internazionale) sui crimini di guerra e contro l’umanità commessi in Palestina, nei territori occupati illegalmente da Israele dal 1967: Gerusalemme Est, Cisgiordania e Striscia di Gaza. L’annuncio della Procuratrice Fatou Bensouda nel marzo 2021 ha segnato un momento storico per la giustizia internazionale. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la
A proposito dell’aggressione israelo-statunitense all’Iran
Un attacco a tradimento. Trump ha rovesciato i principi della diplomazia: trattare non per raggiungere un accordo condiviso, ma per ingannare l’avversario. La decisione dell’attacco era stata presa da tempo e il momento dell’inizio è stato determinato dal completamento dei preparativi in mare e a terra. È una guerra che cancella il diritto internazionale e condanna l’Onu ad essere una piazza di dibattito inutile e inascoltato. In risposta all’aggressione israeliana, l’Iran ha stupidamente attaccato i suoi vicini arabi, alleati impotenti di Washington. Anche se la guerra finirà, i suoi effetti negativi rimarranno a lungo. Sono stati attaccati l’Iraq, gli Emirati, Bahrein, Qatar, Kuwait, Arabia Saudita, Giordania e Siria. I “pericolosissimi” missili iraniani dopo 200 lanci non hanno ucciso nessuno. Dove sono caduti, hanno ferito e rotto un po’ di vetri delle finestre. Le bombe israeliane e statunitensi, invece, oltre a decimare il vertice politico e militare iraniano, hanno assassinato 128 bambine nella  scuola femminile “Minab”, nel sud dell’Iran. Il fatto grave che ha superato tutti i limiti è stato l’assassinio della guida spirituale iraniana Alì Khaminei. Trump e Netanyahu mirano al cambio di regime a Teheran. Non crediamo che lo otterranno. Hanno soltanto acceso ulteriormente il nazionalismo e aumentato le sofferenze della popolazione dell’Iran e di tutta la regione. Patetica la posizione dell’Ue e delle potenze europee: non hanno espresso nessuna condanna dell’aggressione, ma si sono affrettate a condannare la reazione, strategicamente sbagliata, di Teheran contro i paesi arabi. Come nel 2003, i paesi colonialisti hanno creato un nemico, demonizzandolo, e poi hanno distrutto un paese. Una volta in nome della lotta al terrorismo (Afghanistan), poi per esportare la democrazia (Iraq) e adesso nel nome della sicurezza di Israele (unico paese in M.O. a possedere testate nucleari). E intanto proseguono e si intensificano gli attacchi israeliani a Gaza, Cisgiordania e Libano. È la politica del dominio, che non porterà alla pace, ma spiana la strada alla legge della giungla e a guerre permanenti. ANBAMED
March 1, 2026
Pressenza
Palestina: una terra che vuole vivere
Oggi potete leggere: aggiornamenti da Anbamed del 28 e 27 febbraio aggiornamenti da Radio Onda d’Urto del 27 febbraio da Solidaria Bari una iniziativa di solidarietà a Lozza (VA) una mostra per 10 giorni una poesia di MOHAMMED ABO SOLTAN da Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace e LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista – una importante lettera rivolta alla
February 28, 2026
La Bottega del Barbieri
Intervista collettiva al Comitato Varesino per la Palestina
Abbiamo intervistato alcuni componenti dello storico Comitato Varesino per la Palestina per farci raccontare la loro esperienza da attivisti Pro Pal nella Città Giardino. Abbiamo parlato con Filippo Bianchetti e Fiorella Gazzetta, entrambi medici di medicina generale in pensione; Nada Urso ci ha parlato dei progetti in corso, mentre Giulia Dragonetti e Donata Scacciotti sono attive anche nel movimento pacifista Donne in nero. Come nasce il Comitato Varesino per la Palestina (CVP)? Filippo: Nel 2002 sono stato in Cisgiordania come medico e quando sono tornato ne ho scritto e parlato; da lì si è mosso un bel gruppo di persone che non ha mai smesso di partecipare, tenendo alta l’attenzione sulla causa palestinese. Ci sono stati momenti in cui la partecipazione è stata più intensa e altri in cui è diminuita, ma il Comitato è sempre stato attivo, facendo tantissime cose.  Ci puoi raccontare dei viaggi a Gaza e in Cisgiordania? Filippo: Abbiamo fatto diversi viaggi: a cavallo tra il 2008 e il 2009, ai tempi dell’operazione Piombo Fuso, una campagna militare israeliana contro la Striscia di Gaza che uccise 1.400 persone, di cui 300 bambini, Fiorella ed io abbiamo potuto andare là in veste di medici. Arrivammo una quarantina di giorni dopo il termine del massacro tramite due associazioni: il Forum Palestina di Roma, e Mente e Guerra di Imperia (un gruppo di psicologi e psichiatri). In quella occasione abbiamo conosciuto Vittorio Arrigoni, con cui siamo poi sempre rimasti in contatto, creando un intenso legame di amicizia. A un anno da Piombo Fuso una quindicina di persone da Varese hanno partecipato alla Gaza Freedom March , che aveva l’intento di raggiungere Gaza passando dall’Egitto. Eravamo1500 persone di una cinquantina di nazioni, tra cui 150 italiani. Il regime di Mubarak negò il permesso per l’ingresso a Gaza, costringendoci a manifestare al Cairo. Nel 2012, ad aprile, a un anno dall’assassinio di Vittorio Arrigoni, una delegazione del CVP è stata a Gaza, facendo molta fatica a entrare: siamo riusciti a stare dentro la Striscia solo per 48 ore e abbiamo visitato i nostri contatti, fra cui molti conoscenti di Vittorio. In questi viaggi siamo entrati in contatto con molte persone, fra cui importanti figure palestinesi e israeliane e con parecchi gruppi filopalestinesi italiani. Nel 2014 Fiorella ed o siamo stati in Libano, a titolo individuale volontario, per una breve missione sanitaria nei campi profughi palestinesi con Palmed Italia – Associazione dei Medici Palestinesi in Italia. In quell’occasione abbiamo conosciuto il Dr.  Raed Almajdalawi, originario di Gaza ma medico radiologo a Brescia, che in seguito è venuto diverse volte a Varese, invitato dal CVP per incontri pubblici.  Chi sono gli attivisti del CVP? Fiorella: Sono persone di ogni tipo. Ci sono studenti, operai, pensionati e attivisti di altre associazioni o gruppi come ANPI, Donne in Nero, Abbasso la Guerra di Venegono, BDS e altri. Quali attività significative sono state svolte nel tempo? Fiorella: Nel corso di questi anni abbiamo fatto molte cose: organizzato manifestazioni, incontri pubblici con personalità di spicco, conferenze, mostre, iniziative di boicottaggio, presentazione di gruppi musicali gazawi, incontri nelle scuole. Abbiamo fatto conoscere ai cittadini varesini personalità importanti come: Omar Barghouti, attivista palestinese per i diritti umani, cofondatore di BDS e vincitore del premio Gandhi per la Pace 2017; Oren Yiftachel, professore israeliano di geografia politica, noto per il suo attivismo attento alla causa palestinese;  Mohammed al-Halabi, funzionario della municipalità di Gaza; la famiglia Abusalama, che ci ha ospitato a Gaza e che poi abbiamo ospitato più volte a Varese; il compianto Alfredo Tradardi, con la moglie Diana Carminati, docente di Storia all’Università di Torino, due figure di spicco nella realtà torinese e italiana in difesa della Palestina. Abbiamo avuto molti contatti e collaborazioni con le realtà lombarde e piemontesi, ma anche di varie altre regioni italiane. Io e Filippo, essendo medici di base siamo stati tra i primi a rifiutare visite da informatori della gigantesca multinazionale farmaceutica israeliana TEVA e a sostenerne il boicottaggio. A quali progetti state lavorando attualmente? Nada: stiamo lavorando a prossime manifestazioni di piazza, a conferenze e mostre di interesse storico-politico e a eventi artistici, come sempre. Al momento abbiamo all’attivo, insieme al gruppo Tenda per la Palestina e contro le armi, una Rassegna di libri intitolata Lib(E)ri tutti: il 21 febbraio abbiamo presentato il libro “Palestina Eroica” di Umberto Lucarelli e il 27 febbraio “Olocausto Palestinese” di Angela Lano. Stiamo cercando uno spazio al coperto per proseguire con il progetto della “Tenda per la Palestina e contro le armi”. Lo scorso autunno era stata installata una vera tenda nel cortile della Biblioteca Civica di Varese e ora vorremmo dare continuità a quel progetto insieme ad altre associazioni e realtà interessate alla causa palestinese e al disarmo. Filippo: Recentemente avevamo appeso uno striscione con la scritta Restiamo Umani sulla cancellata del Comune di Varese, con tutte le autorizzazioni del caso, ma è stato rubato da ignoti. Abbiamo fatto denuncia, ma purtroppo non ci aspettiamo ulteriori sviluppi in merito. Donata: da fine luglio 2025 continuiamo a fare rumore ogni sabato sera in piazza del Garibaldino a Varese. Questa attività non è molto partecipata come nei mesi del viaggio della Flotilla, ma c’è un gruppo di trenta, quaranta persone che resiste e ottiene comunque visibilità e ascolto nel centro della città. Sarebbe bello essere di più, ma noi non demordiamo.  Come vedete la situazione in merito al Board of peace (BOP)e alla partecipazione dell’Italia come osservatore? Filippo: Il governo italiano è stato denunciato alla Corte Internazionale di Giustizia per complicità nel genocidio già prima della sua partecipazione al BOP. Il BOP si configura come l’ONU privata del presidente USA Donald Trump che, insieme a Israele, sta esautorando l’ONU, quella vera. Come state valutando e gestendo il possibile DDL sull’antisemitismo? Filippo: La criminalizzazione della resistenza palestinese e quella delle legittime critiche alle politiche sioniste procedono contemporaneamente in molti Stati occidentali che sostengono in tutti i modi quelle politiche. Sembra proprio che i popoli di quegli stessi Paesi non siano d’accordo con i loro governi. Questa contraddizione fondamentale non potrà durare a lungo. Che riscontro trovate nelle persone sul territorio, sia come cittadini sia come istituzioni? Collaborate con altre associazioni? Fiorella: Ultimamente si è sentita molto la collaborazione delle istituzioni e anche delle scuole, dove veniamo chiamati a parlare di Palestina. Per ovviare al problema delle circolari ministeriali che impediscono al personale scolastico di affrontare la questione palestinese gruppi di (alcuni) ragazzi interessati all’argomento si organizzano come soggetto studentesco e chiamano il CVP  per incontri informativi (a partecipare al dibattito). Ad esempio, al Liceo artistico Frattini gli studenti hanno organizzato delle raccolte fondi, a cui hanno aderito anche alcuni professori, per Gazzella Onlus e Amnesty International. Siamo stati invitati anche in due scuole in Piemonte. Donata: Collaboriamo con altre realtà come il gruppo varesino del movimento delle Donne in Nero, nato in Israele nel 1988, presente ormai in diversi Paesi del mondo, che si caratterizza per una forte opposizione alla guerra e al militarismo. Il loro presidio è presente un paio di volte al mese in corso Matteotti, all’angolo con piazza Monte Grappa, con le modalità del silenzio e del volantinaggio. Il loro motto è FUORI LA GUERRA DALLA STORIA. Filippo: Abbiamo punti di contatto con il Collettivo da Varese a Gaza. Ci sono diverse occasioni per incontrarsi e coordinarsi. Insieme abbiamo organizzato varie attività e facciamo incontri periodici.  Fiorella: È sempre auspicabile una più intensa collaborazione con loro, visto che siamo sullo stesso territorio e ci occupiamo della stessa causa. Infatti, insieme stiamo dando supporto a due studenti universitari gazawi che stanno frequentando l’Università dell’Insubria di Varese. Cosa vi dà la forza per continuare nel vostro impegno per la Palestina nonostante tutto? Fiorella: la ricerca di giustizia. Donata: la rabbia. Filippo: La forza viene dall’osservazione dei palestinesi e della loro resistenza. Sicuramente ognuno di noi ha delle motivazioni personali di tipo etico e di coscienza. E poi ci sono tutti i motivi politici, sociali e culturali che non possiamo ignorare. Il nostro scopo è aumentare la consapevolezza delle persone e questo dovrebbe stimolarne la coscienza politica, nel senso più largo. Siamo persone che hanno visto, toccato con mano e a lungo osservato quello che succede a Gaza e in tutta la Palestina e non possiamo ignorarlo. C’è qualcosa che vorreste aggiungere? Filippo: Mi piacerebbe che si raccontasse di Vittorio Arrigoni, che ho ricordato durante la spedizione della Flotilla ad agosto/settembre. Suggerisco di guardare l’intervista molto toccante a Egidia Beretta, la sua mamma, sul canale YouTube del CVP: https://youtu.be/snSbUTF8CIg?si=xZITgfTukaGMfH_6 che è una bellissima testimonianza di chi è stato Vittorio. Per contatti e iniziative:  Pagina Instagram: https://www.instagram.com/comitatovaresinoperlapalestina/ Canale YouTube: https://www.youtube.com/@comitatovaresinopalestina Monica Perri
February 27, 2026
Pressenza
Amnesty International: “L’impunità globale alimenta le misure di annessione illegale di Israele in Cisgiordania”
Amnesty International ha dichiarato oggi che dal dicembre del 2025 le autorità israeliane hanno adottato una serie di misure illegali, deliberatamente concepite per espropriare la popolazione palestinese della Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est, e rendere irreversibile l’annessione del territorio. Queste decisioni rappresentano un’escalation senza precedenti, per portata e rapidità, nel progetto di espansione degli insediamenti illegali da parte di Israele. Hanno facilitato l’acquisizione di ulteriori terre palestinesi, autorizzato un numero record di nuovi insediamenti – oltre all’ampliamento di quelli esistenti – e formalizzato la registrazione di terreni in Cisgiordania come proprietà dello stato israeliano. Sebbene i governi israeliani che si sono succeduti nel tempo abbiano portato avanti politiche volte ad ampliare gli insediamenti e a consolidare l’occupazione e il sistema di apartheid, le più recenti misure dimostrano come l’attuale governo le abbia ulteriormente intensificate, anche all’ombra del genocidio nella Striscia di Gaza. “Stiamo assistendo a uno stato, guidato da un primo ministro ricercato dalla Corte penale internazionale per accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, che ostenta apertamente il proprio disprezzo per il diritto internazionale. Nonostante centinaia di risoluzioni delle Nazioni Unite, pareri consultivi della Corte internazionale di giustizia e condanne a livello globale, Israele continua ad ampliare in modo palese gli insediamenti illegali, rafforzando il suo sistema di apartheid e compromettendo la vita e i mezzi di sostentamento della popolazione palestinese”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice delle ricerche e delle campagne di Amnesty International. “L’appoggio incondizionato del governo degli Stati Uniti a quello israeliano, insieme alla diffusa mancata richiesta a quest’ultimo di rendere conto del genocidio contro la popolazione palestinese nella Striscia di Gaza e di decenni di crimini di diritto internazionale legati all’occupazione illegale e al sistema di apartheid, ha ulteriormente incoraggiato Israele a inasprire le proprie azioni illegali, come la formalizzazione dell’espropriazione dei terreni, nella convinzione di non dover far fronte a conseguenze”, ha proseguito Guevara-Rosas. “La rapida espansione degli insediamenti illegali e l’aumento della violenza e dei reati commessi dai coloni con il sostegno dello stato israeliano in tutta la Cisgiordania occupata rappresentano un atto d’accusa nei confronti del fallimento della comunità internazionale nel prendere misure efficaci. Gli stati terzi non hanno rispettato i propri obblighi giuridici rifiutandosi di utilizzare strumenti a loro disposizione, come la sospensione dell’Accordo di associazione tra Unione europea e Israele, per dissuadere quest’ultimo dal portare avanti la propria agenda illegale”, ha aggiunto Eika Guevara-Rosas. Il 10 dicembre 2025 l’Autorità fondiaria israeliana ha pubblicato un bando per 3401 unità abitative nell’area E1, a est di Gerusalemme, nella Cisgiordania occupata. Il piano mira ad ampliare l’insediamento illegale di Ma’ale Adumim e a creare una continuità territoriale con Gerusalemme Est occupata. Ciò dividerebbe in due la Cisgiordania, interrompendo in modo permanente la continuità urbana palestinese tra Ramallah, Gerusalemme Est occupata e Betlemme. Insieme alla costruzione di una strada esterna di collegamento, i cui lavori dovrebbero iniziare questo mese, il piano comporterà anche il trasferimento forzato delle comunità palestinesi che vivono nell’area. Sebbene fin dagli anni Novanta i governi israeliani avessero tentato di attuare il piano E1, questo era rimasto in larga parte sospeso per decenni a causa della pressione internazionale. La sua attuale accelerazione evidenzia la volontà dell’attuale governo di portare avanti l’espansione degli insediamenti in un contesto di insufficiente reazione internazionale. Dall’inizio dell’occupazione del territorio palestinese nel 1967, Israele ha sviluppato un apparato amministrativo e giuridico oppressivo volto a espropriare e controllare la popolazione palestinese. L’attuale governo ha ulteriormente accelerato questo processo, velocizzando l’espansione degli insediamenti e la confisca delle terre. L’11 dicembre 2025 il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato piani per la creazione di 19 nuovi insediamenti, portando a 68 il totale di quelli approvati dall’attuale coalizione di governo in soli tre anni e a circa 210 il numero complessivo di insediamenti ufficiali. Attualmente circa 750.000 coloni israeliani vivono illegalmente in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. I nuovi insediamenti comprendono la “legalizzazione” retroattiva di avamposti costruiti in violazione persino della normativa interna israeliana. Secondo quanto riferito da organi di stampa attendibili, almeno tre di questi siti sorgono su terreni da cui comunità palestinesi, come quelle di Ein Samia e di Ras Ein al-Ouja, sono state recentemente trasferite con la forza a seguito di violenze dei coloni appoggiati dallo stato. Secondo Peace Now, organizzazione non governativa israeliana che monitora l’espansione degli insediamenti, nel solo 2025 sono stati creati 86 nuovi avamposti, un numero record, in prevalenza agricoli o di pastorizia, che hanno contribuito in modo significativo all’aumento della violenza dei coloni sostenuta dallo stato israeliano e al trasferimento forzato di comunità palestinesi. Protetti dall’esercito israeliano e finanziati dal ministero dell’Agricoltura israeliano, questi avamposti hanno reso estremamente difficile la vita di agricoltori e pastori palestinesi, in particolare nell’Area C. I coloni impediscono in modo aggressivo ai pastori palestinesi di accedere ai terreni di pascolo, privandoli della loro principale fonte di sostentamento, oltre a occupare terre con la forza, danneggiare proprietà, sottrarre bestiame e attaccare persone e abitazioni palestinesi. Secondo l’organizzazione non governativa israeliana per i diritti umani B’Tselem, nel 2025 ventuno comunità palestinesi sono state completamente o parzialmente sradicate a causa della violenza dei coloni sostenuta dallo stato. Una madre di tre figli di Ras Ein al-Ouja, nei pressi di Gerico, ha raccontato ad Amnesty International: “La paura degli attacchi ci obbligava a far dormire i nostri figli con le scarpe ai piedi, perché avremmo potuto dover fuggire in qualsiasi momento”. Nel gennaio 2026 lei e la sua famiglia sono state costrette ad andarsene nel freddo intenso insieme ad altre 122 famiglie; in totale oltre 600 palestinesi sono stati trasferiti con la forza da questa comunità. Una dichiarazione dell’amministrazione civile israeliana del 5 gennaio 2026, che designa 694 dunam (circa 694 ettari) di terreni appartenenti alle città palestinesi di Deir Istiya, Bidya e Kafr Thulth, nel nord della Cisgiordania, come “terre statali”, insieme a una serie di misure annunciate dal gabinetto di sicurezza l’8 febbraio per ampliare il controllo sulla Cisgiordania, segna un’ulteriore escalation nell’espropriazione dei terreni. Tali misure comprendono l’abrogazione della legislazione giordana ancora in vigore per consentire ai coloni israeliani di acquistare terreni palestinesi senza adeguati controlli, l’aumento del controllo amministrativo civile israeliano sulla pianificazione e sull’edilizia nella città di Hebron e presso la Tomba di Rachele a Betlemme, nonché il conferimento alle autorità israeliane di nuovi poteri di applicazione della legge nei siti archeologici e in materie relative all’acqua e all’ambiente nelle Aree A e B. Il 15 febbraio 2026 il governo israeliano ha adottato una decisione che equivale a un’annessione secondo la legislazione israeliana. Sono stati stanziati oltre 244 milioni di shekel (circa 66 milioni) per istituire un meccanismo governativo volto a facilitare la registrazione delle terre nell’Area C, trasferendo le competenze in materia dall’amministrazione civile al ministero della Giustizia. Attualmente, secondo Peace Now, quasi il 58 per cento delle terre dell’Area C della Cisgiordania occupata non è registrato. Israele ha già confiscato oltre la metà di tale area attraverso la designazione di “terre statali”. La popolazione palestinese ha di fronte a sé ostacoli quasi insormontabili per dimostrare la proprietà dei terreni, a causa dell’interpretazione restrittiva da parte di Israele delle leggi fondiarie ottomane, che richiedono la presentazione di una serie di documenti, mappe e altri registri cui molte persone palestinesi non hanno accesso. “La registrazione delle terre è un ulteriore eufemismo per indicare espropriazioni e spoliazioni. Non devono esserci dubbi: l’obiettivo è l’annessione totale e Israele ha già posto gran parte delle basi per realizzarla. I ministri dell’attuale governo non avvertono più la necessità di nascondere le proprie intenzioni”, ha affermato Erika Guevara-Rosas. “Israele ha completamente disatteso i propri obblighi, in quanto potenza occupante, nei confronti della popolazione civile palestinese e ha invece portato avanti in modo deliberato e sistematico la propria agenda di annessione, in palese violazione del diritto internazionale, che vieta in modo categorico l’annessione e la creazione di insediamenti nei territori occupati. “Queste misure sfidano apertamente i pareri consultivi della Corte internazionale di giustizia del 2004 e del 2024: quest’ultimo ha stabilito in modo inequivocabile l’illegalità della presenza di Israele nel Territorio palestinese occupato. Una successiva risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva fissato a settembre del 2025 il termine per porre fine all’occupazione illegale. Anziché conformarvisi Israele ha introdotto nuove modalità per violare il diritto internazionale, consolidando ulteriormente l’occupazione illegale e il sistema di apartheid, mentre la comunità internazionale continua, nel migliore dei casi, a limitarsi a dichiarazioni di principio sui diritti della popolazione palestinese senza adottare misure efficaci”. Amnesty International
February 26, 2026
Pressenza
Giordania, oltre il viaggio
C’È UN MODO DIVERSO DI VIAGGIARE: NON PER COLLEZIONARE LUOGHI, MA PER INCONTRARE PERSONE. CON I WORKCAMPS DI ARCS LA GIORDANIA DIVENTA UN’ESPERIENZA IMMERSIVA TRA COOPERAZIONE, CULTURA E SCOPERTA AUTENTICA. UNA SETTIMANA PER PARTIRE, CAPIRE, E TORNARE CON UNO SGUARDO NUOVO SUL MONDO. C’è un modo diverso di viaggiare: non per collezionare luoghi, ma per incontrare persone. Con i Workcamps di ARCS la Giordania diventa un’esperienza immersiva tra cooperazione, cultura e scoperta autentica. Una settimana per partire, capire, e tornare con uno sguardo nuovo sul mondo. C’è un modo diverso di viaggiare. Un modo che non si limita a fotografare paesaggi straordinari, ma sceglie di attraversare storie, ascoltare persone, fermarsi in un posto abbastanza a lungo da capire. I Workcamps di ARCS nascono con questa idea: trasformare il viaggio in un’esperienza di incontro e consapevolezza. Non turismo mordi e fuggi, non volontariato improvvisato, ma un percorso guidato che permette di conoscere da vicino i progetti di cooperazione internazionale e la quotidianità delle comunità locali. Dal 25 aprile al 2 maggio la destinazione è la Giordania, un Paese che sorprende per la sua bellezza e per la sua complessità. I partecipanti visiteranno siti storici iconici come Jerash, partecipando a laboratori di turismo responsabile e momenti di osservazione attiva delle comunità locali. ARCS è attiva in Giordania da molti anni, con un impegno costante in progetti di cooperazione che promuovono inclusione sociale, sostegno economico e protezione delle comunità più vulnerabili. Nel Paese l’associazione lavora su iniziative che favoriscono l’accesso a opportunità di reddito e di lavoro per giovani e famiglie, il rafforzamento di microimprese e attività agricole sostenibili nei governatorati di Mafraq e Aqaba, e la promozione di percorsi educativi e di supporto psicosociale con famiglie rifugiate ad Amman, Zarqa e altre aree. Questo approccio integrato mira a migliorare le condizioni economiche e sociali delle comunità locali, combinando formazione professionale, inclusione e sviluppo territoriale in collaborazione con partner locali e istituzionali. Il campo permetterà di vivere da vicino i principali progetti di ARCS in Giordania: dalle attività educative e di supporto psicosociale con famiglie rifugiate, alle iniziative di sviluppo economico e agricolo, affiancando le comunità locali nella gestione di serre e piccole imprese. Alcune giornate saranno dedicate anche alla sensibilizzazione sanitaria e alla promozione di pratiche sostenibili, con attività nei centri Caritas e in partnership con organizzazioni locali. Infine, la settimana si concluderà con la visita libera e facoltativa di Petra, per combinare scoperta culturale e riflessione sulla storia millenaria del Paese. Non si tratta di “aiutare” dall’alto, ma di condividere tempo e competenze, osservare, imparare, mettersi in gioco. Tra incontri con operatori locali, attività pratiche e momenti di scoperta culturale, ogni giorno diventa un’occasione per comprendere più a fondo la vita sociale e culturale del Paese. Un Workcamp è un’esperienza immersiva: si parte in gruppo, si costruiscono relazioni, si torna con domande nuove e uno sguardo diverso sul mondo. È un viaggio che arricchisce il bagaglio umano prima ancora di quello culturale. In un’epoca in cui viaggiare è diventato facile, scegliere come farlo fa la differenza. I Workcamps di ARCS sono pensati per chi vuole sentirsi parte di qualcosa di più grande, per chi crede che la responsabilità globale inizi anche dalle scelte individuali. A volte basta una settimana per cambiare prospettiva. E forse, anche un po’ di sé. Scopri di più: https://www.arcsculturesolidali.org/workcamps2026-giordania/ L'articolo Giordania, oltre il viaggio proviene da Comune-info.
February 24, 2026
Comune-info
Palestina: una terra che vuole vivere
La vita quotidiana della resistenza palestinese attraverso le immagini dalla Palestina e le voci dei e delle palestinesi nel documentario Hearbeat of the land. di Solidaria Bari (*) Foto: unsplash.com Raccontare la vita quotidiana della resistenza palestinese attraverso le immagini dalla Palestina e le voci dei e delle palestinesi. Questo è l’intento di Hearbeat of the land. Il battito della terra –
February 23, 2026
La Bottega del Barbieri
Palestina: #NoListeNoBersagli
«Stiamo con le Ong – stiamo con Gaza»: un appello. Le prime firme e il link per chi vuole aderire. Noi operatrici e operatori della sanità e associazioni che operano per la pace, in difesa dei diritti umani e del diritto internazionale esprimiamo la nostra solidarietà a Medici Senza Frontiere, a Oxfam e a chi, delle 37 ONG a cui
February 20, 2026
La Bottega del Barbieri