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Criminalizzazione, rotte migratorie e accordi di cooperazione alla frontiera euro-africana occidentale
Nel 2025 il Mediterraneo e le rotte atlantiche verso la Spagna si confermano tra i confini più letali d’Europa. Secondo i dati raccolti dall’organizzazione Caminando Fronteras, tra gennaio e metà dicembre, almeno 3.090 persone hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere il territorio spagnolo via mare. Numeri drammatici, contenuti nel rapporto “Derecho a la Vida 2025” 1, pubblicato il 29 dicembre: tra le vittime si contano 192 donne e 437 bambini. Un bilancio che riaccende l’attenzione sulle politiche migratorie, sulle operazioni di soccorso e sul diritto alla vita lungo una delle rotte più pericolose al mondo. Caminando Fronteras registra un record di oltre 10.000 morti in mare durante il viaggio verso la Spagna nel 2024. In un quadro globale sempre più caratterizzato da deportazioni verso Paesi terzi, incarcerazioni e detenzioni il continuo tentativo di controllo e restringimento alla mobilità delle persone si fa pietra angolare delle pratiche di violenza razziale e coloniale dell’impianto securitario europeo. Le modalità di controllo dei corpi gettano le basi di una struttura oppressiva in grado di poter decidere delle sorti e del futuro delle persone. La visione intrinsecamente islamofobica e razzializzante, che connota gli organi europei, favorisce una totale e deliberata violenza istituzionale in grado di cancellare qualsiasi diritto alla vita, alla cittadinanza e alla mobilità. Tale visione, costruita discorsivamente e materialmente nei confronti delle persone in movimento, produce una divisione binaria tra un corpo sociale interno “noi” ed una minaccia esterna “loro”. Questa narrazione, che favorisce l’esclusione, alimenta un sistema nazionale e transnazionale basato sulla sicurezza, il controllo e la criminalizzazione. In questo contesto i dati pubblicati all’interno del report annuale 2 del collettivo Caminando Fronteras ci vengono in aiuto per svelare nella sua interezza l’architettura di frontiera. Tra il 1° gennaio e il 15 dicembre 2025 le morti causate dall’impianto frontaliero lungo il confine euro-africano occidentale 3 sono state 3090. Di queste 192 sono state donne e 437 bambinɜ e adolescenti. Le imbarcazioni scomparse con innumerevoli persone a bordo arrivano invece a quota 70. Caminando Fronteras è un collettivo nato nel 2002, frutto dell’incontro e della sinergia di vari difensori dei Diritti Umani su diversi territori del confine euro-africano occidentale. Lotta per la tutela dei diritti delle persone migranti e delle loro comunità e per un diritto alla vita, all’informazione, alla giustizia e alla memoria. Le stragi sulla frontiera spagnola sono strettamente collegate all’attivazione tardiva o inesistente delle operazioni di ricerca e soccorso, alla mancanza di coordinamento tra gli Stati coinvolti nell’area e all’omissione del dovere di salvataggio. Il rapporto, nonostante registri una diminuzione nel numero dei tentativi di attraversamento verso la Spagna, dimostra un aumento delle tragedie in mare. Al 15 dicembre 2025 si possono infatti rilevare 303 imbarcazioni andate incontro a una tragedia in mare aperto. I risultati della ricerca di Caminando Fronteras riconducono la causa principale delle morti e delle scomparse all’influenza delle politiche di controllo migratorio sull’impiego delle operazioni SAR 4. Questo fenomeno, ampiamente documentato anche dai report precedenti, risulta essere comune a tutte le rotte migratorie che conducono allo Stato spagnolo. ACCORDI DI ESTERNALIZZAZIONE E CRIMINALIZZAZIONE I numeri riportati dal collettivo spagnolo sono il riflesso di una politica europea che, mediante accordi formali e informali con Paesi terzi o Stati membri, attua pratiche di esternalizzazione e criminalizzazione delle persone in movimento. Il rapporto del 2025 presenta un’interessante mappatura di tutto un ventaglio di accordi di cooperazione transnazionale in materia di controllo e gestione delle frontiere. L’aumento dei finanziamenti a Paesi terzi mira ad estendere la frontiera il più lontano possibile dal territorio europeo. Ciò rivela e cela un tentativo di contenimento e limitazione di ogni singolo spostamento da e verso i diversi territori nazionali. La Mauritania, il Senegal, il Gambia, il Marocco e l’Algeria si ritrovano pertanto interconnessi a dinamiche di cooperazione e criminalizzazione che, seppure con sfumature diverse, condividono la stessa matrice di controllo dei corpi e della mobilità. Che sia un accordo siglato con l’UE, Frontex 5 o il governo spagnolo l’’apparato securitario svela in tutta la sua violenza la struttura dell’impianto politico. UNA COSTELLAZIONE DI SPOSTAMENTI Il report fornisce una panoramica approfondita sulle diverse rotte e pericoli della persona in movimento. I nuovi meccanismi di controllo migratorio, implementati delle politiche mauritane, ad esempio, hanno comportato una significativa diminuzione negli spostamenti lungo la rotta atlantica 6. Sebbene si sia mostrato quest’andamento ciò “non ha determinato uno spostamento dei migranti verso la rotta del Mediterraneo occidentale” 7 Questo perché si tratta di “due circuiti migratori completamente differenti, con profili, traiettorie e dinamiche non intercambiabili e che non possono essere interpretati come una sostituzione l’uno dell’altro” 8. La rotta che parte dalle coste della Mauritania ha comunque continuato a registrare il numero più alto di vittime nel 2025. L’osservatorio di Caminando Fronteras ha documentato un totale di 1319 morti in 27 tragedie, con 17 imbarcazioni scomparse. Sul lato Mediterraneo la rotta algerina, in continuità con gli anni passati, continua ad essere la più pericolosa in termini di mortalità. Nel solo anno del 2025 si contano un totale di 1037 vittime con una percentuale del 70% per quanto riguarda gli incidenti marittimi. Delle 70 imbarcazioni scomparse sul confine euro-africano occidentale 47 sono partite proprio dalle coste dell’Algeria. L’aumento delle attività migratorie fa di quest’ultima la principale rotta di transito verso lo Stato spagnolo. Lo studio di Caminando Fronteras è in grado di fornirci un’analisi dettagliata su una moltitudine di rotte migratorie connotate da diversità nelle scelte e storie di vita. Adottare un approccio di complessità si mostra sempre più necessario per evitare di osservare, mediante uno sguardo semplicistico e/o superficiale, le diverse e più svariate modalità di spostamento. Le rotte lungo il confine euro-africano occidentale sono difatti attraversate da una eterogeneità di individui che si muovono su traiettorie che chiamano in causa più di 30 Paesi differenti. «Ha 16 anni, è mio fratello. Quel giorno avrei dovuto attraversare con lui ma non ho potuto perché c’è stata una retata nel cantiere dove lavoravo come muratore e mi hanno deportato nel deserto. Ci è voluto un po’ prima che riuscissi a tornare e, quando sono rientrato ad Algeri, i miei amici mi dissero che si era imbarcato, ma da allora non avevano più avuto sue notizie. Ho provato a chiamare i telefoni dei suoi amici ma erano spenti e da allora lo sto cercando. Mi hanno detto che la barca è scomparsa, non ha mai raggiunto la Spagna. All’inizio avevo speranza. Dicevano che poteva essere in prigione. Qui, puoi marcire in prigione solo per il fatto di essere un migrante se vieni catturato in mare. Ma ormai ho perso la speranza di trovarlo in Algeria. Non so come dirlo a mia madre, non so come dirle che il suo figlio più piccolo è scomparso» M.B., Mali, fratello di una persona scomparsa 9 SPARIZIONI L’invisibilizzazione delle vittime in mare e l’occultamento delle informazioni da parte delle autorità statali si intersecano ai perenni ostacoli incontrati dalle famiglie delle persone scomparse. Tali ostacoli sono esplicitati nella difficoltà di denuncia dei casi di sparizione, nelle barriere di accesso alle informazioni e nei ritardi di avvio delle operazioni di ricerca. Queste pratiche sistemiche fanno dell’apparato securitario transfrontaliero una struttura tentacolare in grado di controllare ed influenzare le vite delle persone migranti e delle loro famiglie tra passato, presente e futuro. «La mancanza di indagini indipendenti, di trasparenza da parte delle autorità e di responsabilità politica e giuridica consente che le violazioni dei diritti si ripetano senza conseguenze.» 10 Il lutto, sospeso tra temporalità diverse, mantiene le famiglie in una condizione di tensione costante, in un limbo di incertezza causato dall’impossibilità di conoscere il destino dei propri cari. Molo di Ceuta (Caminando Fronteras) «È già da parecchio tempo che stiamo cercando mio cugino, è figlio unico e i suoi genitori non riescono a gestire le procedure amministrative e di ricerca. Abbiamo scoperto da un articolo pubblicato su El Faro de Ceuta che è sepolto nel cimitero musulmano di Ceuta. Quando ho chiamato e fornito i suoi dati, mi hanno detto che potrebbero corrispondere a un corpo sepolto lì e ci hanno dato il numero della tomba, ma ho chiamato la polizia e ho scritto loro ma non mi hanno risposto. Nessuno ti fornisce informazioni chiare sulle procedure. Abbiamo una semplice richiesta: vogliamo sapere dove si trova il corpo di mio cugino e completare tutte le pratiche affinché i suoi resti possano essere riesumati e sepolti nella sua città natale, dove i suoi genitori possano visitare la sua tomba. Wellah kalbena mehrouk 3li (i nostri cuori sono ricolmi di dolore) e non sappiamo cosa fare, è un vero labirinto. Che Allah sia con noi”» A.H., Algeria, cugino di una vittima 11 CONCLUSIONI il report di Caminando Fronteras rappresenta ad oggi un importante strumento in grado di mostrare nelle sue varie sfumature accordi di esternalizzazione, meccanismi di criminalizzazione e pratiche di polizia. Ci fornisce pertanto una visione di insieme sulle pratiche, amministrative e materiali, di eliminazione ed obliterazione con cui le persone in movimento devono confrontarsi. La criminalizzazione della mobilità, la detenzione arbitraria, la violenza istituzionale, la persecuzione delle organizzazioni della società civile, unitesi allo spettro delle deportazioni, si rivelano essere le fondamenta su cui si erge l’intero impianto securitario europeo e di frontiera. Il rapporto va così ad unirsi a strumenti come la guida pratica 12 per orientare le famiglie delle persone scomparse nelle lunghe e burocraticamente tortuose attività di ricerca. La ricostruzione degli eventi legati alle vittime di frontiera e/o scomparse e il sostegno alle famiglie di queste ultime vanno a dar forma ad una serie di azioni volte alla ricerca di giustizia e dignità per le persone inghiottite dalla macchina securitaria. Rendere manifesta la memoria, le testimonianze, le esperienze, così come i numeri delle persone scomparse o decedute, è necessario non solo in quanto condanna di un sistema che criminalizza, detiene e respinge, ma anche per mostrare le diverse esperienze di vita, pratiche di stare al mondo ed esistenza di una collettività tutt’altro che uniforme, troppo spesso narrata in termini desoggetivizzanti e depoliticizzanti. Sperando di poter osservare, finalmente, nella sua interezza e complessità, una vasta gamma di soggettività in grado di auto-organizzarsi e riadattarsi a sistemi sempre più aggiornati di controllo e securitizzazione dello spazio e dei corpi. 1. Il rapporto è disponibile in inglese spagnolo ↩︎ 2. Rapporto “Monitoreo Derecho a la Vida 2025”, Caminando Fronteras (dicembre 2025) ↩︎ 3. La zona chiamata in causa fa riferimento alla regione di confine, comprendente le aree terrestri e marittime situate tra lo Stato spagnolo e la costa africana, che va dalla Guinea all’Algeria ↩︎ 4. SAR è l’acronimo di “search and rescue”. L’area SAR è un’area di mare assegnata ad uno Stato specifico, il quale diventa responsabile del coordinamento delle operazioni di ricerca e salvataggio di quella zona. Il fenomeno è definito dalla Convenzione internazionale del 1979 in materia di ricerca e soccorso marittimo. Monitoring the right to life 2024, Caminando Fronteras (2024) ↩︎ 5. Frontex è l’Agenzia europea per la gestione dei confini esterni e coordina le operazioni di controllo e sorveglianza dei confini esterni, marittimi e terrestri. Attualmente è oggetto d’inchiesta da parte del Parlamento europeo oltre che di denunce presso la Corte di giustizia europea per le pratiche di respingimento illegale e violento in frontiera. Sorgoni, B. (2022), Antropologia delle migrazioni. L’età dei rifugiati, Carocci, Roma, p. 84 ↩︎ 6. La seguente rotta contrassegna tutti quegli spostamenti in uscita verso le isole Canarie. La particolare posizione delle isole Canarie, nell’Oceano Atlantico, le rende un punto cruciale per le rotte migratorie provenienti dall’Africa. Burorrepresión: quando la violenza è anche burocratica. Un rapporto sulla frontiera sud della Spagna, Melting Pot Europa (ottobre 2024) ↩︎ 7. Monitoring the right to life 2025, Caminando Fronteras (2025), p. 15 ↩︎ 8. Ibid. ↩︎ 9. Ivi, p. 28 ↩︎ 10. Ivi, p. 19 ↩︎ 11. Ivi, p. 33 ↩︎ 12. Prodotta e tradotta in diverse lingue da Caminando Fronteras. Consulta la brochure informativa sulle scomparse in frontiera ↩︎
Quando la musica abbatte i muri: ad Algeri il coro Nagham celebra il Natale alla Basilica di Notre-Dame d’Afrique
In un’epoca in cui i media mainstream amplificano narrazioni di conflitto e incompatibilità tra religioni, giovedì 18 dicembre, a una settimana dal Natale, la Basilica Notre-Dame d’Afrique di Algeri ha offerto una risposta eloquente: la musica come linguaggio universale del dialogo e della convivenza. Protagonista della serata, la Chorale Nagham, ensemble polifonico algerino che da oltre trent’anni incarna l’ideale del vivre-ensemble attraverso il canto corale. La Chorale Nagham nasce nel 1994 per iniziativa del professor Rabah Kadem, pioniere del canto corale polifonico in Algeria, formatosi al Conservatorio di Algeri sotto la guida di maestri russi. Scomparso nell’agosto 2021 a 73 anni, Kadem ha lasciato un’eredità preziosa: generazioni di coristi formati all’eccellenza musicale e alla passione per il dialogo culturale. Oggi il testimone è passato ad Adel Brahim, giovane cantante lirico e direttore d’orchestra che guida il coro con lo stesso spirito del suo maestro. L’evento del 18 dicembre è stato annunciato dalla Chorale Nagham sui social media come una “serata musicale d’eccezione, in collaborazione con Notre-Dame d’Afrique”, promettendo “un momento di condivisione, di emozione e di armonia, portato dalle tradizioni e dal dialogo delle culture”. Una promessa mantenuta, a giudicare dall’atmosfera che ha pervaso la basilica quella sera. L’ingresso era libero, nei limiti dei posti disponibili, permettendo a chiunque di partecipare senza distinzioni. La risposta del pubblico è stata straordinaria: la basilica si è riempita di algerini di diverse generazioni e religioni. Giovani e anziani, uomini e donne, musulmani e cristiani, seduti gli uni accanto agli altri, accomunati dalla stessa emozione di fronte alla bellezza della musica. Chi è arrivato per primo ha trovato posto sui banchi di legno della chiesa; gli altri, rimasti in piedi in fondo alla cattedrale, non hanno voluto perdere lo spettacolo per nulla al mondo. All’ingresso, i sacerdoti accoglievano i presenti con il sorriso, incarnando lo spirito di apertura che caratterizza questo luogo. Sotto la direzione di Adel Brahim, la Chorale Nagham ha eseguito una ventina di brani tratti dal patrimonio musicale universale. Il programma spaziava attraverso lingue e stili: spagnolo, arabo, zulu, andaluso, gospel, russo. Tra i brani eseguiti: “Freedom”, “Belle qui tient ma vie”, “Por quererte tanto”, “Ozera” e “Alaki mini salam”, ciascuno interpretato con padronanza tecnica e intensità emotiva. Il fatto stesso che il coro canti in così tante lingue diverse rappresenta già un invito al vivre-ensemble. Come ha sottolineato uno dei sacerdoti a margine della serata: “Per vivere insieme abbiamo bisogno della pace. Durante tutto l’anno, quando possiamo avere degli artisti, cerchiamo di organizzare concerti per la promozione della concordia e della convivenza.” Il momento culminante dello spettacolo è arrivato con una sorpresa: i membri della Chorale Nagham si sono diretti al centro della cattedrale, tra i banchi degli spettatori, per l’esecuzione di “Oh, Holy Night” (O Santa Notte), il tradizionale canto natalizio. Un brano che non figurava nel programma distribuito all’inizio della serata, ma che ha trasformato la chiesa in un luogo di comunione profonda tra persone di diverse provenienze e fedi. Durante l’esecuzione si sono levati anche degli youyou, l’ululo di gioia tipico delle celebrazioni nordafricane, creando un’atmosfera unica: un gioioso incrocio tra gli arrangiamenti gospel del coro, la solennità degli affreschi murali e delle preghiere incise nella pietra nei secoli XIX e XX, e la vitalità della cultura algerina contemporanea. La Basilica Notre-Dame d’Afrique: simbolo di dialogo La scelta della location non è casuale. La Basilica Notre-Dame d’Afrique, costruita tra il 1858 e il 1872 in stile neo-bizantino, domina la baia di Algeri da un promontorio di 124 metri. È considerata la “sorella gemella” della Basilica Notre-Dame de la Garde di Marsiglia. Ciò che la rende unica è l’iscrizione sull’abside: “Notre Dame d’Afrique, priez pour nous et pour les Musulmans” (Nostra Signora d’Africa, prega per noi e per i musulmani). È probabilmente una delle poche chiese al mondo dove l’invocazione alla Vergine Maria include esplicitamente i musulmani, testimonianza di una vocazione al dialogo interreligioso che precede di molto il Concilio Vaticano II. Gli algerini la chiamano affettuosamente “Madame l’Afrique” o “Lalla Myriem”, considerandola parte del loro patrimonio condiviso. Oggi ospita regolarmente concerti ed eventi culturali. Virale sui social, contro le fake news I video della serata sono rapidamente diventati virali sui social network, raggiungendo centinaia di migliaia di visualizzazioni. Un influencer algerino ha commentato su TikTok: “L’Algeria, terra di fede dove le religioni si incontrano. Ecco le immagini che certi media francesi non condivideranno mai.” Il riferimento è appena velato: nelle settimane precedenti, alcune emittenti televisive francesi, CNews in particolare, avevano diffuso fake news secondo cui l’Algeria “perseguiterebbe” i cristiani, impedendo le celebrazioni religiose o addirittura vietando le “bûches de Noël” (i dolci natalizi a forma di tronco). Le immagini della Chorale Nagham alla Basilica Notre-Dame d’Afrique smentiscono categoricamente queste narrazioni tossiche. I commenti degli utenti sui social sono un coro unanime di orgoglio e apertura: “Buone feste ai cristiani d’Algeria”, “Rispettiamo le altre religioni”, “L’Algeria è stata dalla notte dei tempi una culla per diverse civiltà e religioni”, “Conosciamo la nostra storia, ma siamo umani prima di tutto. Nulla ci impedisce di dare importanza alle altre religioni”. Non è la prima volta che la Chorale Nagham si esibisce alla Basilica Notre-Dame d’Afrique. Da oltre cinque anni, la basilica organizza un concerto in occasione della Giornata mondiale della pace, che coincide con il 1° gennaio. In passato, la Chorale Nagham aveva già animato queste celebrazioni, confermando il suo ruolo di ambasciatrice del dialogo interculturale e interreligioso. Il coro algerino partecipa anche a festival internazionali di canto corale, come il Festival Internazionale di Tangeri in Marocco, portando ovunque la testimonianza di un’Algeria plurale, aperta e fiera delle sue molteplici identità. In un momento in cui l’Europa è attraversata da retoriche che dipingono l’Islam come incompatibile con il dialogo interreligioso, l’evento del 18 dicembre offre una lezione preziosa. È l’Algeria musulmana che ospita e protegge una basilica cristiana, trasformandola in luogo di incontro. Sono i giovani algerini, musulmani e cristiani insieme, che affollano una chiesa per celebrare la musica e il Natale. Sono gli youyou nordafricani che si mescolano agli inni gospel, creando una sinergia culturale impensabile secondo i clichés mediatici. La Chorale Nagham dimostra che il vivre-ensemble non è un’utopia astratta, ma una realtà concreta quando si costruisce sulla base del rispetto reciproco e della bellezza condivisa. Come ha ricordato uno dei sacerdoti: “In Algeria, il vivere insieme è concreto”. Una realtà semplice che certi media occidentali preferiscono ignorare, ma le immagini di quella sera parlano più forte di mille editoriali: la musica è uno dei ponti più efficaci tra culture e religioni. Redazione Italia
Algeria dichiara la colonizzazione francese un “crimine di Stato”
Nel 2021 la Francia, attraverso il presidente francese Emmanuel Macron, decise che da mercoledì 10 marzo sarebbe potute iniziare il processo di declassificazione dei documenti secretati per ragioni di sicurezza nazionale relativi al periodo antecedente al 1971. La decisione è piuttosto importante soprattutto perché tra i documenti ci sono quelli che riguardavano la guerra in Algeria, che fu combattuta tra il 1954 e il 1962 e si concluse con l’indipendenza del paese, dopo 130 anni di colonizzazione francese. L’accesso a questi archivi permetterà agli storici di approfondire e conoscere meglio un periodo della storia francese particolarmente controverso. L’apertura degli archivi è considerata un passo fondamentale per l’assunzione di responsabilità della Francia nei confronti delle atrocità commesse durante il conflitto con l’Algeria: secondo gli storici algerini, durante la guerra d’Algeria sarebbero morti centinaia di migliaia di algerini, per la maggior parte civili, a causa delle violenze dell’esercito francese. Due anni prima la Francia aveva riconosciuto per la prima volta che i membri dell’esercito francese erano stati responsabili di torture e omicidi durante la guerra in Algeria. In sostanza il presidente francese Emmanuel Macron aveva detto che la colonizzazione dell’Algeria era stato un «crimine contro l’umanità» in passato, ma non ha mai presentato scuse formali al Paese. Il 24 dicembre 2025, il Parlamento algerino ha approvato all’unanimità una legge che criminalizza la colonizzazione francese (1830‑1962) e chiede scuse ufficiali e risarcimenti, in un nuovo capitolo di tensione con Parigi. Le relazioni tra Francia e Algeria potrebbero entrare in una nuova fase di forte tensione dopo che, mercoledì 24 dicembre 2025, il Parlamento algerino ha approvato all’unanimità una legge che criminalizza la colonizzazione francese del Paese tra il 1830 e il 1962 e chiede a Parigi scuse ufficiali e risarcimenti per i danni materiali e morali subiti. L’Assemblea popolare nazionale di Algeri ha votato un testo composto da circa 27 articoli che considera la colonizzazione francese un “crimine di Stato” e attribuisce alla Francia responsabilità legale e morale per il suo passato coloniale. Il testo cita in modo esplicito crimini come gli esperimenti nucleari, le esecuzioni extragiudiziali, la tortura fisica e psicologica e il saccheggio sistematico delle risorse naturali e culturali dell’Algeria. La legge afferma inoltre che un risarcimento pieno ed equo per tutti i danni materiali e morali causati dalla colonizzazione è un diritto inalienabile dello Stato e del popolo algerino e istituisce misure penali contro la glorificazione o la promozione del colonialismo. Il presidente dell’Assemblea, Brahim Boughali, ha descritto il provvedimento come un modo per fissare la responsabilità storica dello Stato francese e per difendere la memoria nazionale, sottolineando che la legge non mira a suscitare rancore ma a preservare la verità storica. Il governo francese ha definito la nuova legge algerina “un’iniziativa chiaramente ostile alla volontà di riprendere il dialogo franco‑algerino” e ha invitato a proseguire comunque il confronto sui temi storici e di memoria condivisa. La Francia continuerà a lavorare su un dialogo impegnativo che tenga conto anche di priorità comuni su sicurezza e migrazione. Parigi ha inoltre ricordato l’esistenza di una commissione congiunta di storici franco‑algerini, istituita in passato per favorire un lavoro comune sulla memoria coloniale. La Francia ha ripetuto di non commentare direttamente la politica interna algerina, pur deplorando l’iniziativa. Secondo fonti internazionali, il presidente francese Emmanuel Macron non intende offrire scuse ufficiali, ma ha proposto attività simboliche, come l’apertura di archivi storici e commemorazioni per favorire la riconciliazione. Le relazioni tra Parigi e Algeri sono in forte difficoltà da tempo e la nuova legge rappresenta un capitolo significativo in una crisi iniziata nell’estate del 2024. Tra i motivi di rottura, il riconoscimento da parte della Francia di un piano di autonomia per il Sahara occidentale sotto sovranità marocchina, che ha irritato Algeri, che sostiene l’autodeterminazione del popolo saharawi. La tensione è aumentata nel 2024 quando la Francia ha inasprito i requisiti di visto per funzionari algerini e Algeri ha risposto con l’espulsione di diplomatici francesi. La risposta di Parigi ha incluso il richiamo dell’ambasciatore e un’ulteriore ondata di espulsioni nel 2025, oltre a sospensioni e restrizioni nelle relazioni bilaterali. In passato, casi come la detenzione di cittadini franco‑algerini e le condanne contro un intellettuale e un giornalista hanno ulteriormente complicato il rapporto tra i due Paesi, contribuendo a un clima di crescente sfiducia. Sebbene molti analisti sottolineino che la legge algerina ha poca forza vincolante a livello internazionale senza accordi bilaterali o meccanismi giudiziari internazionali, il suo impatto politico e simbolico è considerato significativo. Segna una svolta nel modo in cui l’Algeria intende affrontare la memoria del colonialismo e la responsabilità storica nei confronti della Francia. La nuova normativa si inscrive anche in un più ampio movimento globale di richiesta di giustizia storica e riconoscimento delle ingiustizie coloniali, che coinvolge molte ex colonie e riflette tensioni persistenti legate al passato coloniale europeo.   https://contropiano.org/news/internazionale-news/2025/12/27/lalgeria-dichiara-la-colonizzazione-un-crimine-di-stato-e-chiede-risarcimenti-alla-francia-0190217 https://www.ilpost.it/2025/12/24/algeria-legge-colonialismo-francia/ https://ilmanifesto.it/lalgeria-dichiara-il-colonialismo-francese-crimine-di-stato > Francia-Algeria: la (im)possibile riconciliazione storica > L’Algeria approva la legge che dichiara il colonialismo francese «crimine di > Stato» https://it.euronews.com/2025/12/24/lalgeria-dichiara-la-colonizzazione-francese-crimine-di-stato Redazione Italia
Fanon può entrare ma i palestinesi d’Italia no, perché? Perché il palestinese buono è quello morto o rassegnato. Appunti sull’inadeguatezza della sinistra italiana – di Laila Hassan
“La guerra di liberazione non è un'istanza di riforme, ma lo sforzo grandioso di un popolo, che era stato mummificato, per ritrovare il suo genio, riprendere in mano la sua storia e ricostituirsi sovrano” [1]   A 100 anni dalla nascita di Fanon alcune brevi, forse inutili, considerazioni. Se c’è un atteggiamento che in [...]
Bastioni di Orione a Belem, in Africa Occidentale e nel Saharawi
Questa settimana ci siamo dedicati dapprima alle proteste degli abitanti dell’Africa occidentale esasperati dalla perpetuazione di regimi autoritari, rintuzzate da un potere ancora postcoloniale che fa da perno al residuo controllo francese sui paesi della Françafrique, scatenate dalla rielezione truffaldina di dinosauri ultranovantenni in Africa occidentale, ponendole a confronto insieme a Roberto Valussi con la contrapposizione della unione dei paesi del Sahel, anch’essi messi in crisi dall’avanzata del jihadismo. Ci siamo poi spostati di poco verso nord, raggiungendo il Maghreb, in particolare la situazione nella regione dei Saharawi, da più di mezzo secolo alle prese di un’altra forma di colonialismo: la monarchia assoluta marocchina si è sostituita ai francesi, permettendo ancora lo sfruttamento dei fosfati e della pesca nel territorio del Sahara occidentale, dopo aver colonizzato la regione da cui ha cacciato il popolo saharawi. Ora all’Onu si è consumato un nuovo passaggio verso l’annessione marocchina della zona al confine mauritano, ne abbiamo parlato con il nostro consueto interlocutore in materia, Karim Metref. Abbiamo infine iniziato a occuparci della Cop30 in corso a Belem con Alfredo Somoza, che ha tracciato con chiarezza le modalità, gli intenti e i parziali risultati di una conferenza delel parti svolta per una volta su un campo che avrebbe dovuto essere sensibile alle istanze della difesa dell’ambiente e che la diplomazia internazionale costringe a barcamenarsi cercando di conseguire il risultato condiviso richiesto; parallelamente si è quindi svolto un Controvertice e le popolazioni native si sono prese il palcoscenico a più riprese. Elezioni africane, presidenti dinosauri e retaggio della Françafrique Partendo dalle elezioni in Costa d’Avorio che hanno riconfermato il modello autocratico del terzo mandato con l’elezione di Ouattara, legato mani e piedi agli interessi economici e strategici di una Francia in ritirata dallo scenario saheliano, proviamo con Roberto Valussi che scrive per la rivista Nigrizia a decrittare il risultato dei queste elezioni allargando lo sguardo ad altre aree del continente africano. La serie di colpi di stato che ha cambiato gli equilibri in Mali, Burkina Faso e Niger e la creazione dell’ Alleanza del Sahel (AES) ha spostato il baricentro degli interessi francesi verso la Costa D’Avorio che si consolida come pivot del residuo sistema di potere della Francia in Africa, pur aprendosi anche ad altri interlocutori come gli Stati Uniti e la Cina. Ouattara dopo aver impedito ai potenziali contendenti, Thiam e Gbabo, di presentarsi alle elezioni con artifici legali poco attendibili, ha vinto nonostante le proteste contro il suo ennesimo mandato sulla falsariga di un altro dinosauro africano, Paul Biya, che in Camerun alla tenera età di 92 anni continua a governare dal 1982 . Si definiscono in questa fase di mutamenti e fratture sociali tre modelli, quello dei colpi di stato militari che con tutti i loro limiti, interpretano il sentimento antifrancese che alberga nella maggioranza demografica dei giovani insofferenti, la continuità delle finte democrazie autocratiche che con la repressione e i brogli danno continuità ad un sistema di potere in agonia e la soluzione elettorale alla senegalese forse non esportabile per le caratteristiche proprie della storia senegalese che incanala il dissenso e la protesta verso un progetto di cambiamento. L’Onu ha scippato l’indipendenza saharawi Dopo anni di stallo alle Nazioni Unite, la Risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza ha ridisegnato il panorama della questione del Sahara Occidentale. Adottata il 31 ottobre senza veto, segna un importante cambiamento strategico: il piano di autonomia marocchino è diventato la base del processo ONU, il Consiglio di sicurezza ha chiaramente sancito l’iniziativa marocchina dell’autonomia come base esclusiva per i negoziati per l’arrivo di una soluzione definitiva al conflitto regionale che ha afflitto la regione per mezzo secolo . Per l’Algeria, la battuta d’arresto diplomatica è tanto più grave in quanto questa risoluzione è stata adottata mentre il paese era già membro del Consiglio di Sicurezza. Per il Marocco, la sfida è cambiata: non si tratta più di convincere gli altri della credibilità del suo piano, ma di dettagliarlo e attuarlo . Il termine “referendum” non compare più nella nuova risoluzione. l mandato della MINURSO, la missione ONU sul campo, sarà rivisto alla luce dei progressi politici, ponendo così fine al ciclo di proroghe tecniche automatiche. Le Nazioni Unite continuano a menzionare il principio di autodeterminazione, ma non lo collegano più a un referendum . l Polisario ha reagito timidamente alla risoluzione, semplicemente prendendo nota di alcuni elementi del testo, che costituiscono una deviazione molto pericolosa e senza precedenti dalla base su cui il Consiglio di Sicurezza affronta la questione “come questione di decolonizzazione”. Tuttavia, quattro giorni prima dell’adozione della risoluzione, il Polisario aveva “categoricamente respinto qualsiasi iniziativa come la bozza di risoluzione promossa dagli Stati Uniti “mirava a imporre il piano di autonomia marocchino o a limitare il diritto inalienabile del popolo saharawi di decidere liberamente il proprio futuro”. La soluzione proposta dall’ONU sulla spinta degli Stati Uniti e la Francia elimina qualsisiai riferimento all’autodeterminazione del popolo saharawi prospettando un’autonomia sotto il controllo del Marocco. Di questo e della denuncia dell’accordo franco algerino del 1968 ,passata all’Assemblea nazionale su proposta dei lepenisti parliamo con Karim Metref  giornalista algerino Cop30. Mitigare il clima, almeno nel suo cambiamento In un mondo sempre più attraversato da conflitti, dove le nazioni sono sempre più  bellicose, sembra reggere a parole l’impegno di ciascuno sulle grandi linee della tutela dell’ambiente. Anche perché dietro al carrozzone mediatico si nascondono anche molte occasioni di business (riconversione, sostenibilità…). Nel commento di Alfredo Somoza si riscontrano note di parziale ottimismo per l’impostazione della Cop30 e per i primi risultati che Lula può dichiarare conseguiti come i 5 miliardi versati per la creazione di un fondo mondiale per la tutela delle foreste tropicali e dunque Alfredo, che ha partecipato ad alcune edizioni precedenti, ritiene si possa considerare non fallimentare questa edizione improntata al pragmatismo fin dal discorso inaugurale del presidente brasiliano, per quanto sia possibile in simili consessi istituzionali che devono regolare con il bilancino diplomatico i rapporti e le risoluzioni finali, sempre sottoposte a veti contrapposti delle molteplici lobbies presenti, pronte a mettere in stallo obiettivi e finanziamenti – in particolare per il superamento del fossile e l’abbattimento del CO2.  Infatti il fulcro di questa edizione, a dieci anni dalle promesse disattese della Cop20 parigina, della conferenza climatica è il capitolo dell’istituzione di uno stanziamento di 1300 miliardi per l’incremento dei flussi finanziari verso i paesi vulnerabili (metà della spesa bellica annuale) per mettere sotto controllo gli aspetti più drammatici del cambiamento climatico. Un terreno che vede la Cina protagonista – non presente con i vertici politici ma con i tecnici – è quello inerente all’aspetto tecnologico che prevederebbe secondo precedenti accordi internazionali la neutralità climatica per il 2050, mentre Pechino ci può arrivare già nel 2047; mentre invece l’India non ha né capacità tecnologica, né l’intenzione di rispettare i termini, spostando il traguardo al 2070.  L’Unfcc che organizza l’evento ha fatto uscire proprio in questi giorni il rapporto sull’impatto economico e climatico della climatizzazione domestica  Intanto si è svolto parallelamente il “Controvertice” Cúpula dos Povos, che ha dato luogo nell’assemblea conclusiva al Movimento delle Comunità Colpite dalle Dighe, dalla Crisi Climatica e dai Sistemi Energetici, polemico con un vertice ufficiale contaminato dalla presenza di molte imprese responsabili di crimini ambientali e persino emissari di crimini petroliferi. Molti nativi sono giunti da ogni paese amazzonico e non solo per rivendicare i diritti delle popolazioni indigene, che peraltro si trovano a casa loro e un migliaio sono anche accreditate all’ingresso, nonostante la Conferenza delle Parti sia riservata dall’Onu a discussioni di carattere tecnico (i leader politici partecipano al vertice preliminare che dovrebbe demarcare i limiti entro i quali negoziare gli accordi finali) ed è il momento in cui gli stati devono essere inchiodati alle loro responsabilità. E stanno facendo sentire la voce e il fiato di chi vive più vicino alla Natura. --------------------------------------------------------------------------------
Rifinanziati i “rimpatri umanitari” dalla Libia nonostante l’allarme dell’ONU
Nonostante i richiami delle Nazioni Unite, il governo italiano ha rifinanziato i programmi di “rimpatrio volontario umanitario” dalla Libia, strumenti che da anni sollevano gravi criticità sul rispetto dei diritti fondamentali delle persone migranti 1. Lo rende noto il progetto Sciabaca & Oruka di Asgi che promuove, in rete con organizzazioni della società civile europee e africane, azioni di contenzioso strategico per la libertà di circolazione e per contrastare le violazioni dei diritti umani causate dalle politiche di esternalizzazione delle frontiere. A luglio 2025 il Ministero degli Affari Esteri, scrive il progetto, ha disposto l’erogazione di 7 milioni di euro all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) per l’attuazione del progetto Multi-Sectoral Support for Migrants and Vulnerable Populations in Libya, della durata di due anni. Oltre 3 milioni saranno destinati al rimpatrio di 910 persone verso i paesi d’origine, attraverso il cosiddetto Voluntary Humanitarian Return (VHR), una forma di rimpatrio volontario assistito rivolta a migranti «bloccati o in situazioni di vulnerabilità, tra cui l’intercettazione in mare, la detenzione arbitraria e lo sfruttamento». Secondo i documenti ufficiali, tali operazioni mirano a «ridurre la vulnerabilità» delle persone e a «migliorare la loro situazione di protezione». Ma la realtà descritta da numerosi organismi internazionali è ben diversa. Già il 30 aprile 2025, la Relatrice Speciale sulla tratta di esseri umani, il Relatore Speciale sui diritti dei migranti e il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria delle Nazioni Unite avevano indirizzato una comunicazione formale al governo italiano per esprimere forte preoccupazione riguardo a un progetto simile, anch’esso finanziato dall’Italia, denominato “Multi-Sectoral Support for Vulnerable Migrants in Libya”. Nel documento, lə espertə Onu evidenziavano che il rimpatrio volontario, nelle condizioni esistenti in Libia, «funziona in pratica come l’ultima e l’unica soluzione alle intercettazioni e alla detenzione prolungata per periodi indeterminati». In queste circostanze, aggiungevano, «in assenza di alternative, migranti, rifugiati e richiedenti asilo possono essere costretti ad accettare di tornare in situazioni non sicure, dove rischiano di essere esposti alle medesime condizioni da cui fuggivano». Inoltre, sottolineavano come le persone coinvolte non possano esprimere un consenso libero e informato, poiché «la mancanza di assistenza adeguata le priva di fatto della possibilità di accedere alla protezione internazionale e alle garanzie giudiziarie». La comunicazione denunciava anche il rischio che i programmi VHR «possano aprire canali di mobilità forzata verso i paesi di origine e legittimare la cooperazione con la Libia in violazione del principio di non respingimento». Lə relatorə delle Nazioni Unite rilevavano inoltre la mancanza di trasparenza sull’impatto di questi progetti e l’assenza di «misure preventive e di mitigazione contro i rischi di tratta o di rimpatrio illegale». Un ulteriore elemento critico è il supporto tecnico e operativo previsto per le autorità libiche: il progetto include infatti attività di rafforzamento della capacità di gestione delle operazioni di ricerca e soccorso (SAR) e di intercettazione in mare. Secondo gli esperti, ciò rischia di tradursi in un aumento delle intercettazioni e dei respingimenti illegali verso la Libia, dove le persone migranti sono sistematicamente esposte a detenzioni arbitrarie, torture e violenze, in un contesto che la stessa giurisprudenza italiana riconosce come non sicuro. La comunicazione ONU si concludeva con una serie di richieste al governo italiano: informazioni sull’utilizzo dei fondi, sulle misure di prevenzione delle violazioni dei diritti umani e sulle alternative alla detenzione e al rimpatrio. Tuttavia, nella risposta fornita a luglio 2025, l’Italia non ha dato riscontri sostanziali alle criticità sollevate. La valutazione del monitoraggio è stata completamente delegata all’OIM, senza alcun controllo indipendente da parte del governo. UNA STRATEGIA DI ESTERNALIZZAZIONE SEMPRE PIÙ STRUTTURALE Nonostante le contestazioni, l’Italia ha proseguito nella strategia di esternalizzazione delle frontiere. Ad aprile 2025 è stato approvato un ulteriore stanziamento di 20 milioni di euro per il programma L.A.I.T. – Sviluppo dei meccanismi di rimpatrio volontario assistito e di reintegrazione (AVRR) e di rimpatrio volontario umanitario (VHR), in collaborazione con OIM e AICS. Il nuovo progetto prevede il rimpatrio di oltre 3.300 persone da Algeria, Libia e Tunisia e il rafforzamento delle capacità istituzionali dei governi di questi paesi nella gestione dei rimpatri. Si tratta di un tassello ulteriore in un processo ormai consolidato: il massiccio finanziamento dei rimpatri “volontari”, che consente di rimpatriare persone in assenza delle garanzie previste per i rimpatri forzati, contribuendo al contempo ad “alleggerire” la pressione migratoria sui paesi di transito e a consolidare la cooperazione con regimi autoritari o instabili. Questi programmi, presentati come strumenti di protezione umanitaria, finiscono invece per legittimare il blocco della mobilità e per violare il diritto d’asilo e il principio di non-refoulement. A fronte di queste pratiche, diverse organizzazioni italiane – tra cui ASGI, A Buon Diritto, ActionAid Italia, Lucha y Siesta, Differenza Donna, Spazi Circolari e Le Carbet – hanno promosso un contenzioso legale e lanciato la campagna di comunicazione «Voluntary Humanitarian Refusal – a choice you cannot refuse», per denunciare «l’uso distorto dei fondi pubblici destinati a programmi che, sotto la facciata di “umanitari”, contribuiscono in realtà a violare diritti fondamentali e limitare la libertà di movimento». > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da VHR: Voluntary Humanitarian Refusal > (@voluntary.humanitarian.refusal) 1. Nowhere but Back. Assisted return, reintegration and the human rights protection of migrants in Libya, by the OHCHR Migration Unit ↩︎
Piano Mattei fra mito e realtà
APPENA INSEDIATA A PALAZZO CHIGI, GIORGIA MELONI HA ANNUNCIATO UN PIANO MATTEI NEI CONFRONTI DELL’AFRICA. OGGI LA QUESTIONE ENERGETICA È SEMPRE DI PIÙ AL CENTRO DI QUEL PIANO, NELLA CUI “CABINA DI REGIA”, ISTITUITA PRESSO LA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO, CI SONO, TRA GLI ALTRI, ACEA, SNAM, FINCANTIERI, ENI, LEONARDO, FS, ENEL, TERNA… TRA GLI OBIETTIVI DEL GOVERNO E DEI SUOI AMICI CI SONO IN PARTICOLARE LA COSTRUZIONE TRA SICILIA E TUNISIA DI UN ELETTRODOTTO E DI UNA CONDUTTURA PER FAR ARRIVARE IDROGENO IN EUROPA. “I POPOLI DEL SUD DEL MONDO SONO STATI DEPREDATI DA SECOLI DI COLONIALISMO, GUERRE, SCAMBIO INEGUALE, LATROCINIO FINANZIARIO… – SCRIVE FRANCESCO GESUALDI – SOLO LA SOLIDARIETÀ GRATUITA, SENZA ASPETTARSI NIENTE INDIETRO, PUÒ PORTARE SVILUPPO UMANO. NON È CARITÀ, MA GIUSTIZIA…” Costa tunisina. Foto di unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Poco dopo il suo insediamento a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni annunciò di voler lanciare un piano Mattei nei confronti dell’Africa. Inizialmente la proposta appariva piuttosto nebulosa perché se da una parte evocava l’idea di cooperazione, quindi di interventi senza contropartita economica, dall’altra la chiamata in causa di Mattei enunciava la connotazione commerciale, ricordandoci che Enrico Mattei è passato alla storia per avere instaurato nuovi rapporti economici con i paesi del Nord Africa produttori di petrolio. Col passare del tempo i contorni si sono fatti più chiari e alcune cose si possono affermare con certezza. La prima è che di tutto il Sud del mondo, il continente che Meloni ritiene strategico per l’Italia è l’Africa. Lo puntualizzò nella Conferenza Italia-Africa che convocò a Roma il 24 gennaio 2024. Alla presenza di una quarantina di delegazioni africane affermò: «L’obiettivo che ci siamo dati è quello di dimostrare che siamo consapevoli di quanto il destino dei nostri due continenti, Europa e Africa, sia interconnesso». Un’interconnessione che Meloni vede sotto due profili: da una parte la grande quantità di risorse custodite dall’Africa che se sfruttate adeguatamente possono fare la ricchezza sia dell’Africa, sia dell’Italia; dall’altra la crescita della popolazione africana a cui va data una prospettiva economica per impedire l’emergere di migrazioni di massa. La seconda cosa che si può dire è che la presidente del Consiglio, vuole seguire direttamente tutta la partita riguardante i rapporti di cooperazione e sviluppo con l’Africa. Come ogni stato, anche l’Italia dispone di una politica di aiuto al Sud del mondo articolata in più direzioni. Da una parte partecipando a fondi gestiti da istituzioni internazionali come la Banca Mondiale; dall’altra finanziando in forma diretta progetti di cooperazione sociale e ambientale. Secondo il bilancio di previsione dello stato, nel 2025 questo doppio canale di intervento dovrebbe assorbire 4,5 miliardi di euro, lo 0,20% del pil italiano ben lontano dallo 0,70% raccomandato dalle Nazioni Unite. Con l’istituzione del piano Mattei, divenuto legge con un provvedimento del gennaio 2024, tutti gli interventi riguardanti l’Africa saranno coordinati da un organismo unico, denominato “Cabina di regia” istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Allo stato attuale è composto da una trentina di membri, sia pubblici, sia privati, al cui apice siede il Presidente del Consiglio. ‬‬‬‬‬ La terza cosa che si può dire è che il Piano Mattei intende agire fortemente anche tramite le imprese private, sia africane, che italiane. Non a caso una buona metà dei componenti della Cabina di regia sono rappresentanti d’impresa o di associazioni imprenditoriali, fra cui Acea, Snam, Fincantieri, Eni, Fondazione Med-Or, Leonardo, Fs, Enel, Terna, Cna, Cia, Confagricoltura, Coldiretti, Confartigianato. Del resto durante il discorso che tenne alla Conferenza Italia-Africa nel gennaio 2024, Giorgia Meloni precisò che il Piano non può «prescindere dal pieno coinvolgimento di tutto il “Sistema Italia” complessivamente inteso, a partire dalla Cooperazione allo Sviluppo e dal settore privato che è fondamentale coinvolgere nella nostra strategia, dato l’enorme patrimonio di conoscenza, tecnologia e soluzioni innovative che può vantare». Il risultato è che fra i primi progetti inseriti nel Piano Mattei c’è l’avvio in Algeria di un polo agricolo gestito dall’azienda italiana Bonifiche Ferraresi per la messa in produzione di 800 ettari di terreni semi aridi, estendibili a 36.000 nella parte sud-orientale del Sahara algerino. Oltre alla coltivazione di grano, cereali e semi per oli, è prevista la costruzione di impianti di molitura, spremitura e altri stabilimenti di trasformazione alimentare, precisando che il 30% della produzione sarà riservato all’esportazione verso l’Italia. La stessa azienda sarà sostenuta per la realizzazione di un progetto agricolo in Egitto, paese nel quale sono previsti vari altri interventi fra cui la costruzione da parte di Arsenale Spa, di un treno turistico “Made in Italy” sulla tratta Il Cairo-Assuan. E rimanendo in ambito agricolo compare perfino un progetto gestito da Eni, già finanziato dalla Banca Mondiale e dal Fondo Italiano per il Clima per un totale di 210mila euro. Il paese di attuazione è il Kenya dal quale, già da anni la multinazionale petrolifera si approvvigiona di olio di ricino e altri oli vegetali da trasformare in biocarburante nei suoi stabilimenti di Gela e Porto Marghera. Dopo la forte riduzione di gas proveniente dalla Russia, il tema energetico è diventato di importanza strategica per tutta l’Europa e Gorgia Meloni non ha mai fatto mistero di volere inserire la questione energetica nel Piano Mattei con l’obiettivo di trasformare l’Italia in un hub, ossia un punto di approdo e smistamento energetico per tutta l’Europa. Lo ha ripetuto anche nel gennaio 2024 durante il discorso che tenne alla conferenza Italia-Africa: «Noi siamo sempre stati convinti che l’Italia abbia tutte le carte in regola per diventare l’hub naturale di approvvigionamento energetico per l’intera Europa. È un obiettivo che possiamo raggiungere se usiamo l’energia come chiave di sviluppo per tutti. L’interesse che persegue l’Italia è aiutare le Nazioni africane interessate a produrre energia sufficiente alle proprie esigenze e ad esportare in Europa la parte in eccesso. (,,,). Tra le iniziative in questo ambito voglio ricordare quella in Kenya dedicato allo sviluppo della filiera dei biocarburanti, che punta a coinvolgere fino a circa 400 mila agricoltori entro il 2027. Ma chiaramente questo scambio funziona se ci sono anche infrastrutture di connessione tra i due continenti e lavoriamo da tempo anche su questo, soprattutto insieme all’Unione Europea. Penso all’interconnessione elettrica ELMED tra Italia e Tunisia, o al nuovo Corridoio H2 Sud per il trasporto dell’idrogeno dal Nord Africa all’Europa centrale passando per l’Italia». Per capire meglio il discorso di Meloni, vale la pena precisare che Elmed è un progetto che prevede la costruzione di un elettrodotto tra Sicilia e Tunisia, per una lunghezza complessiva di 220 chilometri, di cui 200 in cavo sottomarino. Un progetto portato avanti dalla società elettrica italiana Terna e quella tunisina Steg, col finanziamento di fondi europei e della Banca Mondiale, per garantire all’Europa energia elettrica prodotta in Nord Africa da fonti rinnovabili. Quanto al Corridoio H2 Sud, è un progetto portato avanti da un consorzio di imprese europee, fra cui l’italiana Snam, finalizzato a costruire una conduttura lunga 3300 km per trasportare idrogeno prodotto in Tunisia fino al cuore d’Europa. Viste le dichiarazioni di Meloni, c’è da aspettarsi che entrambi i progetti saranno inseriti nel piano Mattei assorbendo chissà quanti soldi dei contribuenti italiani. Da un punto di vista finanziario, il Piano è piuttosto generico. Non precisa quali progetti hanno diritto a contributi a fondo perduto, quali solo a prestiti. Si limita a dire che in un quadriennio, il Piano potrà contare su 5,2 miliardi di euro, di cui 3 attinti dal Fondo italiano per il clima e 2,5 dai fondi per la Cooperazione allo sviluppo. Inoltre asserisce di volersi avvalere della collaborazione di una serie di istituti finanziari italiani di natura pubblica come la Cassa Depositi e Prestiti, Simest, Sace e altri fondi di livello internazionale. Ma non precisa né i criteri di finanziamento né le procedure da seguire, forse per lasciare mano libera alla Cabina di regia che di volta in volta potrà decidere quale forma di aiuto assicurare e da parte di chi. Meloni ha presentato il Piano come «una cooperazione da pari a pari, lontana da qualsiasi tentazione predatoria, ma anche da quell’impostazione “caritatevole” che mal si concilia con le straordinarie potenzialità di sviluppo dell’Africa». Per sapere se è davvero così dovremo aspettare qualche anno, ma l’eccessiva attenzione ai benefici che ne può trarre l’Italia e l’eccessivo protagonismo del mondo degli affari non sono di buon auspicio. In Kenya, ad esempio, in località Mbegi ci sono già state proteste da parte dei piccoli contadini che producono ricino per Eni: i guadagni promessi non sono arrivati. Lo scrive il Financial Times dell’11 aprile 2025. I popoli del Sud del mondo sono stati depredati da secoli di colonialismo, guerre, scambio ineguale, latrocinio finanziario. Per rialzarsi hanno bisogno di opere e servizi di base pensati per loro: acqua, sanità, corrente elettrica, scuole, trasporti. Il mondo degli affari ha portato sfruttamento e miseria. Solo la solidarietà gratuita, senza aspettarsi niente indietro, può portare sviluppo umano. Non è carità, ma giustizia. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Piano Mattei fra mito e realtà proviene da Comune-info.
Convoglio Sumud è ufficialmente partito per Rafah
Il 9 giugno in migliaia di persone hanno lasciato la capitale Tunisi verso Sousse e altre città, dove si prevede che altri si uniranno. I libici si uniranno al convoglio in seguito, una volta attraversato il confine di Ras Ajdir. Questo convoglio fa parte di un movimento globale per rompere l’assedio di Gaza e fare pressione affinché cibo e aiuti arrivino nella Striscia. La flottiglia Madleen potrebbe essere stata intercettata l’8 giugno, ma dal 9 giugno ne stanno arrivando migliaia. La Palestina è sempre stata una prova di coscienza per la nazione, ed eccoci qui a issare la bandiera della “Carovana della Resilienza” per trasformare questa prova in un atto tangibile di liberazione. Fin dal primo momento, i nostri sforzi si sono concentrati nel coordinare il lavoro congiunto per la Palestina, per costruire il meccanismo di attuazione del convoglio e garantire l’accesso al valico di Rafah, attraverso percorsi che iniziano con una pianificazione dettagliata e terminano con un coordinamento sobrio e responsabile con tutte le parti che possono facilitare il percorso del convoglio. È importante per noi della Gioventù Nazionale Araba sottolineare quattro pilastri fondamentali in questo contesto: 1. Ci impegniamo con tutti i nostri partner affinché il convoglio diventi uno strumento per rompere l’assedio di Gaza e fermare la macchina di sterminio e migrazione che minaccia l’esistenza del nostro popolo e della nostra nazione. 2. Stiamo lavorando con i nostri fratelli in Libia e in Egitto per spianare la strada al convoglio e in questa cooperazione vediamo la pietra angolare per raggiungere i suoi obiettivi. 3. Invitiamo le organizzazioni internazionali libere, i media e le potenze arabe a unire gli sforzi per denunciare i crimini dell’occupazione e la complicità della comunità internazionale nelle violazioni del diritto umanitario. 4. Il successo del convoglio rappresenta un punto di svolta nella battaglia per spezzare la volontà sionista e invitiamo tutte le forze in azione a farne un elemento determinante nell’equilibrio di forze per la liberazione della Palestina. Facciamo sapere al mondo che ogni giorno che passa sotto l’assedio di Gaza accresce la nostra determinazione e che la volontà dei giovani della nazione sarà il ponte verso la libertà. Qual è il coordinamento tra il Convoglio della Resistenza e l’iniziativa Marcia verso Gaza? Siamo partner attivi dell’iniziativa Marcia Globale verso Gaza e della Freedom Fleet e operiamo come organismo di coordinamento globale che unisce iniziative arabe e internazionali per unificare gli sforzi. Qual è la strada per raggiungere Gaza? – La strada per Kalati: Tunisia: Capitale → Susa → Sfax + Gabès → Civili → Ras Jedir (in un giorno con punti di sosta e propaganda) Libia: Strada costiera, con fermate in 4 città (3 giorni / 2 notti) Egitto: Camminiamo fino al Cairo (una notte) e poi al valico di Rafah Perché ci impediscono di entrare in Egitto? Sono in contatto con le autorità tunisine, la società civile, personalità libiche ed egiziane che sono in contatto con i loro Paesi. E speriamo vivamente in autorizzazioni e agevolazioni per questa missione umanitaria. Se non ottenessimo i permessi, il convoglio di Bash starebbe partendo e dirigendosi verso il confine egiziano, e noi chiediamo un attraversamento diretto. Il divieto è in vigore, ma questo non è un viaggio turistico, è una carovana di lotta e solidarietà, e ogni passo rappresenta una pressione internazionale sull’assedio. C’è un coordinamento con le autorità di Tunisia, Libia ed Egitto? Tunisia: Tutto procede normalmente, le nostre cose vanno bene e stiamo rispettando tutti i requisiti legali tunisini. Libia: Ottima comunicazione con la società civile e il Consiglio delle Tribù, e l’accoglienza è buona. Egitto: I tentativi di comunicazione ufficiale sono ancora in corso e non abbiamo ricevuto una risposta ufficiale. Altre carovane dal Marocco arabo? Il convoglio Bash parte dalla Tunisia, e i nostri fratelli di Marocco, Algeria e Mauritania si uniscono a noi. Libici ed egiziani dovrebbero unirsi a noi, ciascuno entro i confini del proprio Paese.   Questo il link per seguire il live tracking del convoglio https://al-soumoud-convoy.com/ SEGUITE gli account Instagram taggati @Cjapalestine @Pal.actions_tn, assicuratevi di dare visibilità a questo convoglio, che è stato per lo più ignorato dai media internazionali, e soprattutto continuate a battervi per Gaza.  Redazione Italia