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21 Gennaio ore 18: Assemblea pubblica ad Ararat
Con Jacopo dell'Accademia della modernità democratica, facciamo il punto della situazione sugli ultimi aggiornamenti dopo l'attacco del governo siriano alle resistenze curde. Rilanciamo l'appello alla solidarietà e la lotta internazionale contro la guerra e l'oppressione dei popoli e ricordiamo l'appuntamento di oggi, 21 Gennaio, al centro socio-culturale Ararat alle ore 18. Di seguito il testo che accompagna l'appello:  "Contro le guerre per procura in Medio Oriente, contro le operazioni di distorsione o censura delle notizie, per un vera informazione, per la rivoluzione dei popoli. Il genocidio in Palestina così come gli attacchi ai quartieri curdi di Aleppo o ai territori dell'Amministrazione Autonoma rientrano nella volontà di riscrivere dall'alto gli equilibri e la realtà del Medio Oriente per fini economici e di potere. In Iran dove il popolo scende da settimane in piazza sfidando la repressione che cerca di soffocare le loro lotte anche queste vengono strumentalizzate per mascherare accordi tra il regime di Damasco e le altre potenze internazionali interessate a inserire la Siria in una nuova fase. Mentre si agisce con la violenza brutale della guerra, mentre si fomentano guerre tra i popoli, vengono mescolate le notizie per fare sembrare più legittima l'oppressione e il genocidio oscurando la rivoluzione dei popoli. Serve più che mai fare chiarezza sui processi che si stanno sviluppando in Medio oriente e tessere legami di solidarietà con le popolazioni che resistono sotto le bombe e la repressione. Per tutti questi motivi vi invitiamo a riunirci in una  assemblea pubblica mercoledì 21 Gennaio,ore 18, presso il Centro socioculturale Ararat per aggiornamenti sulla situazione attuale tramite collegamento live e a seguire discussione sui prossimi passi da costruire insieme."
La tragedia curda che l’Occidente nasconde
un articolo di Mario Sommella. A seguire link e aggiornamenti. Il popolo kurdo tra guerra permanente e negata:la tragedia che l’Occidente finge di non vedere Ci sono guerre che fanno rumore e guerre che vengono tenute apposta nel silenzio. La questione kurda appartiene a questa seconda categoria: un dolore lungo, stratificato, quasi “normale” per chi guarda da lontano, e quindi
Rojava: proseguono gli attacchi del governo siriano contro il confederalismo democratico.
Ad Aleppo proseguono gli attacchi contro i quartieri curdi, colpiti con artiglieria, droni e armi pesanti da forze legate al governo siriano, con il sostegno della Turchia. I bombardamenti hanno causato vittime civili, distruzione di infrastrutture essenziali e l’interruzione dell’assistenza umanitaria. L’escalation si inserisce in una fase delicata: sono in corso negoziati, con mediazione internazionale, per l’integrazione delle Forze Democratiche Siriane nel Ministero della Difesa siriano. Secondo diverse fonti, ogni possibile avanzamento viene ostacolato dall’intervento di Ankara, che attiva milizie dell’area HTS, poi impiegate contro le aree a maggioranza curda. Il ricorso alla forza non è una novità né una soluzione. La lunga guerra contro l’ISIS ha già dimostrato come la violenza indiscriminata non basti a piegare la società del nord della Siria. In questo contesto, le proposte politiche avanzate da Abdullah Öcalan dal febbraio 2025 restano uno dei pochi riferimenti per una possibile uscita negoziale dal conflitto. Ne abbiamo parlato con Jacopo Bindi, dell’Accademia della Modernità Democratica.
L’HTS attacca i quartieri curdi ad Aleppo
In Siria dalle macerie del post-Assad si sta consolidando il regime di Al-Sharaa, sostenuto dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti, oltre che dalla Turchia. Il gruppo Hay’at Tahrir al-Sham (HTS) e l’Esercito Nazionale Siriano (SNA), a cui si aggiunge una galassia di gruppi ribelli, poco dopo il suo insediamento in seguito a una repentina vittoria contro Assad, ha iniziato a prendere di mira le minoranze del Paese, con sfollamenti forzati e massacri di civili delle minoranze di alawiti, cristiani e curdi. Negli ultimi giorni l’offensiva di Al-Sharaa contro l’esperienza di autogoverno dellx curdx ha preso la forma di attacchi nei quartieri curdi di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh, che fanno parte dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est (DAANES) anche se sono divisi, a livello territoriale, dal resto della Siria nordorientale. Dall’inizio di gennaio si è assistito a una forte escalation militare delle milizie del regime di Damasco, che ha il sostegno di Trump e i soldi dell’Europa (Al-Sharaa ha ricevuto la visita di Ursula Von der Leyen proprio durante i giorni dell’offensiva delle sue milizie nei quartieri curdi di Aleppo, e ha da lei ricevuto un sostegno finanziario da 620 milioni di euro). Mentre l’esercito siriano attaccava i quartieri curdi di Aleppo, l’esercito turco ha schierato le sue truppe lungo tutto il confine con il Rojava. Venerdì, il comandante in capo delle Forze democratiche siriane (SDF), Mazloum Abdi, ha annunciato il raggiungimento di un’intesa di cessate il fuoco che sta portando all’evacuazione dellx mortx, dellx feritx, dellx civili intrappolatx verso i territori a maggioranza curda dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est. Persone provenienti da tutte le parti del Rojava hanno provato a raggiungere Aleppo per unirsi alla resistenza, ma sono state fermate e bombardate. Ne abbiamo parlato con una compagna attualmente in Rojava.
Iran in rivolta
Articoli e link di Marina Misaghinejad, di Roja (collettivo femminista e anticapitalista iraniano, curdo e afghano), di Kasra Aarabi e Saeid Golkar, Maysoon Majid. Con la «Dichiarazione congiunta dellə studentə attivistə delle università di Teheran, Beheshti, Allameh, Science and Industry e Tarbiat Modares» a sostegno delle proteste.     Iran, resta solo il popolo di Marina Misaghinejad Una lettura politica
Napoli, il 4 gennaio una giornata di incontri sui diritti umani nel solco del Festival del Cinema dei Diritti Umani
Cinema, diritto internazionale e territori Tre appuntamenti pubblici il 4 gennaio 2026 con Francesca Albanese e la proiezione del documentario “Disunited Nations” proseguono il percorso avviato dalla XVII edizione del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli. Domenica 4 gennaio 2026 Napoli ospiterà una giornata di appuntamenti pubblici dedicati ai diritti umani e al diritto internazionale, promossa nell’ambito delle attività sostenute dal Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli. Al centro della giornata, la presentazione del documentario Disunited Nations, che affronta il ruolo delle Nazioni Unite di fronte al genocidio in corso a Gaza. La giornata si articolerà in tre appuntamenti. Alle 10.30, Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi Occupati, sarà ospite dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Nel pomeriggio, alle 15.00, a Scampia, è previsto un incontro pubblico con le comunità territoriali e dell’VIII Municipalità, organizzato dall’associazione “Chi rom… e chi no”. In serata, alle 18.30, presso il Cinema America Hall (via Tito Angelini 21, Napoli), è in programma la proiezione del documentario Disunited Nations, alla presenza di Francesca Albanese e del regista Christophe Cotteret. Il film segue il lavoro della Relatrice Speciale durante missioni, interventi pubblici e momenti di confronto istituzionale, restituendo uno sguardo dall’interno sulle tensioni che attraversano le Nazioni Unite e mettendo in evidenza le difficoltà di applicazione del diritto internazionale, insieme alle pressioni politiche che accompagnano il lavoro di tutela dei diritti umani. L’iniziativa del 4 gennaio si inserisce nel percorso tracciato dal Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, nato nel 2008 come iniziativa dell’Associazione Cinema e Diritti e giunto nel 2025 alla sua XVII edizione. Fin dalla sua nascita nel 2008, il Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli è stato guidato e coordinato da Maurizio Del Bufalo, presidente dell’Associazione Cinema e Diritti e figura centrale nella costruzione dell’identità culturale della rassegna. Sotto la sua guida, il Festival si è sviluppato come un progetto diffuso e partecipato, capace di coniugare cinema, attivismo e formazione, mantenendo nel tempo una forte coerenza tematica e un’attenzione costante ai territori, ai giovani e ai contesti sociali più fragili. Nel corso degli anni, il Festival si è affermato come una rassegna diffusa, capace di portare il dibattito sui diritti umani fuori dai circuiti culturali tradizionali, incontrando studenti, cittadini e comunità nei territori, nelle periferie e nei luoghi in cui il disagio e l’emarginazione sono più evidenti. L’edizione 2025, intitolata “Terre promesse, terre rubate, popoli senza pace”, ha attraversato le storie di popoli senza Stato, con particolare attenzione alle realtà palestinese, curda e sahrawi, raccontate attraverso film, incontri e momenti di confronto pubblico. Il concorso cinematografico ha proposto una selezione di cortometraggi, documentari e lungometraggi provenienti da diversi Paesi, valutati da giurie plurali: giurie esperte, giurie popolari e giurie giovanili, composte anche da studenti delle scuole medie e superiori, coinvolti direttamente nella visione e nella discussione delle opere. Accanto alle proiezioni, il Festival ha promosso dibattiti, installazioni artistiche e iniziative formative, contribuendo a costruire uno spazio di riflessione collettiva sui diritti umani, sulla pace e sulle responsabilità della comunità internazionale. Conclusasi ufficialmente nel mese di novembre 2025 con le premiazioni, la XVII edizione del Festival non esaurisce tuttavia il proprio percorso con la chiusura del concorso. La giornata del 4 gennaio rappresenta infatti un momento di continuità e approfondimento, che porta nel nuovo anno i temi affrontati dalla rassegna, rilanciando una riflessione urgente sui conflitti del presente e sul ruolo del diritto internazionale. Per assistere alla proiezione serale al Cinema America Hall è necessaria la prenotazione online (posti limitati): https://america.cinemadinapoli.18tickets.it/film/30341 Lucia Montanaro
Appello per liberare Abdullah Öcalan e Marwan Barghuthi. Appello per la pace
LIBERIAMOLI PER LIBERARE I POPOLI DALLA GUERRA. NO ALLA GUERRA, SÌ A UNA PACE GIUSTA IN PALESTINA E KURDISTAN. Simbolo di questa prospettiva, in due contesti diversi, sono Abdullah Öcalan e Marwan Barghuthi, detenuti rispettivamente nelle carceri turche e israeliane da oltre venti anni. Due uomini che continuano a resistere dietro le sbarre, rappresentando la speranza dei popoli in lotta contro l’oppressione coloniale, lo Stato-nazione autoritario, il neoliberismo armato. Öcalan ha unilateralmente deciso la fine della lotta armata in cambio del riconoscimento dei diritti del popolo Curdo. Barghuthi, una delle figure più autorevoli del popolo palestinese, come Mandela, chiede pace e giustizia, non vendetta. Entrambi sono stati definiti “terroristi”. Ma anche i partigiani in Italia erano definiti terroristi dai nazifascisti, così come Mandela dai Sudafricani bianchi e Arafat dagli Israeliani. Coloro che si oppongono alla guerra, al colonialismo e al capitalismo predatorio vengono sempre definiti terroristi, ma sono eroi per i loro popoli oppressi. Queste due storie così vicine, e per certi aspetti così lontane, ci dicono che il mondo ha bisogno di nuove coordinate politiche. La corsa globale al riarmo e le guerre in atto, con il punto più spaventoso rappresentato dal genocidio di Gaza, dimostrano il fallimento dell’ordine globale. Nel futuro, noi rischiamo centinaia di Gaza ed è per questo che tantissime/i continuano a mobilitarsi. Mentre l’Occidente si mostra complice di regimi occupanti e autoritari, imponendo con Trump la sua “pace” dopo aver creato un deserto a Gaza, i popoli oppressi continuano a costruire percorsi alternativi. La liberazione immediata e contestuale di Abdullah Öcalan e di Marwan Barghuthi, aprirebbe un processo di risoluzione pacifica dei conflitti senza precedenti. Sarebbe un antidoto al Caos sistemico che il capitalismo ha scatenato in quel quadrante politico. Per questo è fondamentale il riconoscimento delle lotte dei popoli curdo e palestinese come lotte di liberazione, il sostegno attivo ai progetti popolari di autodeterminazione e autonomia democratica, la rottura dei legami politici, militari ed economici con gli Stati coloniali e oppressori (Israele, Turchia, ecc.). Occorre, a partire da questo appello, costruire una rete globale di solidarietà per contribuire a generare dal basso uno spazio internazionale di discussione tra i popoli che si oppongono al colonialismo e all’imperialismo. Questo lavoro non è solo necessario: è urgente quanto una nuova internazionale dell’umanità insorgente. Info: catanesisolidali@tiscali.it Aderiscono Catanesi solidali con il popolo curdo, Verso il Kurdistan-Alessandria, Catanesi solidali con il popolo palestinese, Rete Kurdistan-Liguria, Cobas Scuola-Sicilia, Cobas Puglia, CSOA Angelina Cartella- Reggio Calabria, CarovaneMigranti, Ciavula-Caulonia, Associazione Senza paura-Genova, Città Felice-Ct, Lega per il Disarmo Unilaterale, Coordinamento Torino per Gaza, PRC-Sicilia, Sinistra Italiana-Sicilia, PRC fed. Biella, Rete Kurdistan Italia, Associazione cinema e diritti-Salerno, Festival del cinema per i diritti umani- Napoli. Per aderire: https://forms.gle/tyCnZ2Q7rRJipGcp7
Ancora in fiamme la Mezza Luna Fertile, pur con aliti di pace
Sudan Nonostante avessero annunciato il loro assenso ad una tregua umanitaria temporanea, le milizie “Forze di supporto rapido” hanno bombardato il Kordofan, poche ore dopo gli attacchi dei droni su Atbara e Omdurman. Una commissione di esperti delle Nazioni Unite ha accusato le milizie di aver commesso atrocità contro i civili a El Fasher, nel Darfur settentrionale. Le Forze di Supporto Rapido e il Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese del Nord (SPLM-N) hanno bombardato la città di Dilling, importante centro del Kordofan Meridionale. Un drone delle Forze di Supporto Rapido ha bombardato diverse località a El Obeid, nel Kordofan Settentrionale. L’Emergency Lawyers Group, un gruppo per i diritti umani che monitora le violazioni in Sudan, ha riferito che 6 persone sono state uccise e 12 ferite quando un proiettile ha colpito all’interno dell’ospedale di Dilling. Tunisia La famiglia del prigioniero politico tunisino Jawhar Ben Mbarek e i suoi avvocati hanno lanciato un grido d’allarme, avvertendo di un pericolo imminente che potrebbe costargli la vita dopo che 10 giorni fa aveva intrapreso uno sciopero della fame totale e a tempo indeterminato, all’interno del carcere “Belli” nel governatorato di Nabeul (nord). Un gesto di protesta contro l’”ingiustizia politica” e un “processo iniquo”, subiti nel procedimento noto come “cospirazione contro la sicurezza dello Stato 1”. Ben Mbarek, professore di diritto costituzionale, è una delle figure di maggior spicco dell’opposizione al presidente Kais Saied da quando quest’ultimo ha dichiarato lo stato di emergenza il 25 luglio 2021. È una figura di spicco del Fronte di Salvezza Nazionale, una coalizione di personalità politiche e partiti di opposizione, in particolare il partito islamista Ennahda. Inizialmente è stato condannato in un processo farsa a 18 anni di carcere. Turchia /Israele La giustizia turca ha emesso mandati di arresto per genocidio contro il primo ministro israeliano Netanyahu e diversi politici e militari israeliani, tra cui il ministro della guerra Katz e il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir. I mandati di arresto riguardano un totale di 37 sospetti. Tra questi, figura anche il capo di Stato Maggiore israeliano, Eyal Zamir, secondo quanto riferito dalla procura di Istanbul, che denuncia il “genocidio e i crimini contro l’umanità perpetrati in modo sistematico da Israele a Gaza”. La giustizia turca cita anche il caso dell’Ospedale dell’amicizia turco-palestinese nella Striscia di Gaza – costruito dalla Turchia – colpito e completamente distrutto a marzo dall’esercito israeliano. Turchia/Kurdistan Ankara sta vagliando un progetto per far rientrare i combattenti e i civili curdi rifugiati in Iraq. Una legge è allo studio ed è oggetto di discussioni in una commissione parlamentare che coinvolge anche deputati curdi. Secondo una fonte di Ankara, la proposta prevede prima il ritorno dei civili e poi l’amnistia per i combattenti che consegnano all’esercito iracheno le loro armi. Alcuni capi del movimento della guerriglia non saranno ammessi al rientro ma otterranno asilo politico in altri paesi. La proposta di legge dovrebbe essere discussa in parlamento entro novembre. Di seguito un’intervista all’avvocato di Ocalan, sul processo di pacificazione: LA PACE INCERTA TRA CURDI E TURCHI: UN PERCORSO DIFFICILE, CORAGGIOSO E DI SPERANZA PER I CURDI. – Anbamed Pakistan/Afghanistan Il secondo round di trattative a Istanbul è fallito. Lo ha ammesso il ministro della guerra di Islamabad, Assif, che ha però assicurato che gli scontri di frontiera non riprenderanno se non ci saranno attacchi da parte dei Talebani pakistani rifugiati in territorio afghano. La crisi tra i due paesi è arrivata al culmine in seguito ad una serie di attacchi di guerriglieri a postazioni di confine in Pakistan, con decine di vittime: l’aeronautica di Islamabad ha bombardato la stessa capitale afghana Kabul. Le mediazioni di Doha prima e adesso di Ankara non sono riuscite ad avvicinare le posizioni dei due paesi. ANBAMED
Kurdistan: timidi sviluppi nel processo di pace tra lo Stato turco ed il PKK
Il 28 ottobre le HPG, Forze di Difesa del Popolo del PKK, hanno annunciato il ritiro dalla Turchia come gesto di buona volontà nel processo di pace con Ankara. Una scelta che conferma la disponibilità curda al dialogo, nonostante repressione, arresti politici e militarizzazione del Kurdistan. Quasi in parallelo, l’ultranazionalista Bahçeli, alleato di Erdoğan, ha aperto alla liberazione di Selahattin Demirtaş, dirigente del partito democratico HDP condannato a 42 anni di carcere: una mossa che sembra più tattica che realmente orientata a una soluzione politica. Qual è oggi la forza del movimento rivoluzionario curdo? In che stato si trovano PKK, strutture civili e opposizione democratica dopo anni di attacco dello Stato turco? Il processo di pace può davvero aprire spazi a diritti e autodeterminazione, o siamo di fronte a una strategia di logoramento, in cui Ankara guadagna tempo senza concedere nulla? Con Murat Cinar proviamo a capire se la Turchia ed il Kurdistan si stiano avvicinando alla pace o se la guerra di Erdogan contro i curdi stia semplicemente cambiando volto.