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Lettera di 82 premi Nobel al Comitato dei Ministri per Abdullah Öcalan
Ottantadue premi Nobel hanno inviato una lettera al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa per il “diritto alla speranza” del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan. La lettera recita: “All’attenzione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, Noi, i sottoscritti Premi Nobel, sosteniamo gli sforzi in corso per promuovere la pace attraverso il dialogo e i mezzi democratici in Medio Oriente, in particolare in Turchia e nelle regioni curde di Siria e Iran dove continuano a emergere nuove iniziative di pace. In questo contesto riconosciamo Abdullah Öcalan come uno dei principali promotori dell’attuale processo di pace in Turchia, la cui influenza si estende agli sviluppi nelle vicine regioni curde. In un momento di crescente conflitto globale è imperativo sostenere la prospettiva di pace e supportare coloro che lavorano per raggiungerla. Chiediamo pertanto che al signor Öcalan, in quanto interlocutore centrale e artefice di questi sforzi, sia consentito di svolgere questo ruolo. Come Premi Nobel, vi abbiamo scritto in diverse occasioni riguardo alla detenzione del signor Öcalan, così come di altri prigionieri politici in Turchia. Più recentemente nel febbraio 2025, 88 premi Nobel hanno firmato una lettera a sostegno del suo appello per “Pace e una società democratica”. In quella lettera abbiamo auspicato che al signor Öcalan fosse data l’opportunità di partecipare in modo significativo al processo di pace, che il suo “diritto alla speranza” fosse riconosciuto, che il suo status giuridico fosse chiarito e che fosse infine liberato. Nel corso dell’ultimo anno gli sviluppi hanno dimostrato che il signor Öcalan ha mantenuto la sua promessa. In seguito al suo appello nel 2025 il PKK ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale, ha convocato il suo congresso, ha sciolto la sua struttura organizzativa, ha tenuto una cerimonia simbolica per segnare la fine della lotta armata e ha ritirato le sue forze dalle regioni curde della Turchia. A questo proposito le azioni del signor Öcalan – nella promozione della coesistenza tra le nazioni, nell’indizione di conferenze di pace e negli sforzi per il disarmo – sono in linea con i criteri fondamentali stabiliti da Alfred Nobel per il Premio Nobel per la Pace. Come premi Nobel, riconosciamo e sosteniamo questi principi e iniziative. Nell’ambito di questo più ampio processo, la Grande assemblea nazionale turca ha istituito la commissione nazionale per la solidarietà, la fratellanza e la democrazia, che ha visitato l’isola di İmralı nel novembre 2025 per incontrare il signor Öcalan, riconoscendo di fatto il suo ruolo di interlocutore chiave. Nel febbraio 2026 la Commissione ha pubblicato la sua relazione finale. Sebbene la relazione sottolinei l’importanza del pieno rispetto delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e della Corte costituzionale (AYM) e raccomandi il rafforzamento dei meccanismi esistenti, il suo continuo utilizzo del quadro antiterrorismo rimane un ostacolo al vero dialogo e alla riconciliazione. In occasione dell’anniversario del suo appello del 2025, il signor Öcalan ha rilasciato un’ulteriore dichiarazione riaffermando il suo impegno per la pace e la democratizzazione della Repubblica di Turchia. Al di fuori della Turchia il signor Öcalan ha continuato a promuovere soluzioni pacifiche. Durante il rinnovato conflitto in Siria si è rivolto agli attori chiave con appelli per la de-escalation, il dialogo e il negoziato come unica via percorribile per una pace duratura. Analogamente nel contesto dell’escalation delle tensioni e della guerra in Iran, gli attori curdi, guidati dai principi di inclusione democratica e risoluzione pacifica, hanno dimostrato la più ampia influenza regionale del suo approccio. In un momento di crescente conflitto in Medio Oriente, la sua costante promozione del dialogo ha guidato le comunità e le organizzazioni curde verso soluzioni pacifiche e democratiche. Il sostegno internazionale rimane essenziale per la transizione democratica della Turchia. Abdullah Öcalan e il movimento curdo hanno compiuto passi concreti; tuttavia persiste il rischio che attori inclini alla violenza possano far deragliare il processo attraverso la provocazione. È quindi necessario un sostegno internazionale costante per coloro che cercano attivamente il progresso democratico. È nell’interesse del Consiglio d’Europa che gli Stati membri rispettino i principi fondamentali dei diritti umani e dello Stato di diritto e, nel contesto del processo in corso, rappresenta un’opportunità e una responsabilità storiche per spianare la strada alla pace. In quest’ottica, invitiamo il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa a garantire l’attuazione della sentenza della CEDU del 2014 contro le condanne all’ergastolo aggravate e sul “diritto alla speranza”. Questa sentenza rappresenta un primo passo cruciale per affrontare la questione della posizione giuridica del signor Öcalan e consentirgli di contribuire pienamente al processo di pace. Chiediamo la liberazione di Abdullah Öcalan e che gli venga data piena e illimitata opportunità di partecipare al processo di pace. In questo momento critico, il mondo ha urgente bisogno di leader impegnati per la pace.
June 9, 2026
UIKI ONLUS
Abdullah Öcalan: La linfa vitale dell’integrazione democratica è la democrazia locale
“La formula di democrazia locale e costituzione democratica’ è anche la formula per la risoluzione pacifica e democratica della questione curda. La linfa vitale dell’integrazione democratica che stiamo cercando di sviluppare è la democrazia locale.” Alla conferenza delle amministrazioni locali democratiche, organizzata dal Partito per l’uguaglianza e la democrazia dei popoli (Partito DEM) ad Amed (Diyarbakır) con lo slogan “La comune è il comune, il comune è la comune”, è stato letto anche un messaggio del leader curdo Abdullah Öcalan, detenuto sull’isola turca di Imrali, adibita a prigione. Il messaggio, datato 24 maggio, è stato presentato da Devrim Demir, il co-sindaco di Mardin destituita. Nel suo messaggio, Öcalan affronta il ruolo della democrazia locale, dell’autogoverno comunitario e della partecipazione democratica. Allo stesso tempo, colloca queste tematiche nel contesto dell’attuale processo di pace e di insediamento di una società democratica e propone riflessioni sulla risoluzione della questione curda, nonché prospettive per lo sviluppo democratico in Turchia e in Medio Oriente. Nel suo messaggio alla Conferenza dei governi locali del partito DEM, Abdullah Öcalan ha dichiarato quanto segue: “A tutti i delegati e partecipanti alla Conferenza delle amministrazioni locali del partito DEM. Per gran parte della storia la governance all’interno della società si è basata sul livello locale, sulla gestione dei territori in cui vivevano le persone; in altre parole sull’autogoverno. Anche all’interno delle tradizioni statali, le amministrazioni locali erano generalmente la regola, mentre l’autorità centrale era l’eccezione. La legge prevalente era quella locale e regionale. Negli ultimi due secoli questa tradizione è stata sconvolta dal modello omogeneo, monista e rigidamente centralizzato dello stato-nazione tipico della modernità capitalista. La causa principale dei problemi e delle situazioni di stallo odierne risiede proprio nell’imposizione di questo modello alle società di tutto il mondo. Attraverso due guerre mondiali il mondo intero – e in particolare i paesi europei che hanno dato origine a questa comprensione – ha sperimentato e continua a sperimentare la sofferenza causata dal fascismo. A partire dagli anni ’50 i diritti delle località, delle regioni, delle identità nazionali e delle culture sono stati ridefiniti, seppur in modo limitato, e sono emerse costituzioni democratiche. La Carta europea dell’autonomia locale, adottata e ratificata dai paesi dell’Unione europea, rappresenta la continuazione di questo processo. Il ritorno alla democrazia locale è diventato una fonte di salvezza per gli stati e una linfa vitale per le società. Se si concedesse piena espressione democratica alle realtà locali e regionali del Medio Oriente, dove la Turchia svolge un ruolo di primo piano, gran parte dei problemi della regione potrebbero essere superati più facilmente. In particolare, eliminare le riserve nei confronti della democrazia locale potrebbe rafforzare la Turchia nel suo secondo secolo di vita. Per le società e gli Stati sensibili alle soluzioni democratiche, la ristrutturazione è essenziale. La tendenza generale e le necessità della nostra epoca indicano la necessità di ridurre la centralizzazione e di espandere la governance locale. Opporsi a questa corrente non fa che aggravare le crisi politiche, economiche ed ecologiche esistenti. Di fatto, un intero secolo è stato sprecato in questo modo, a discapito di tutti. Non bisogna illudersi che le strutture centralizzate antidemocratiche si trasformino da sole. La lotta organizzata di strutture democratiche e culturali locali consolidate è stata decisiva nell’accelerare la trasformazione. La democrazia locale e le costituzioni democratiche stesse sono emerse proprio da queste lotte. La formula di “democrazia locale e costituzione democratica” è anche la formula per la risoluzione pacifica e democratica della questione curda. La linfa vitale dell’integrazione democratica che stiamo cercando di sviluppare nell’ambito del Processo di pace e società democratica è la democrazia locale. L’integrazione democratica può trovare il suo vero significato solo attraverso la democrazia locale. La causa della politica di amministrazione fiduciaria attuata negli ultimi anni risiede anche nell’assenza di democrazia locale. In un Paese in cui la democrazia può essere negata con tanta facilità, nessun problema può essere risolto, ed è evidente che finora non ne è stato risolto alcuno. La questione curda ha raggiunto una fase in cui può essere risolta a livello di governo locale. Non solo nel contesto della questione curda, ma per la Turchia nel suo complesso la via per superare gli attuali problemi di governo locale passa attraverso una solida democrazia locale. Garantire la democrazia locale all’interno di un quadro giuridico è la soluzione più realistica e l’unica possibile. Ciò che è necessario anche per Siria, Iraq e Iran è la piena e completa attuazione della democrazia locale. L’antidoto a tutti gli sviluppi negativi è la politica democratica e la democrazia locale. Una società democratica può essere raggiunta solo in questo modo. Il ruolo delle amministrazioni locali nel promuovere la democrazia locale è decisivo e pionieristico. Il primo pilastro della democrazia e della comune democratica è il livello locale. Lo sviluppo di un municipalismo comunitario democratico rappresenta un passo fondamentale. A tal fine è necessario sviluppare modelli sociali, economici ed ecologici alternativi, basati sulle persone, non sul potere centrale o sui monopoli. La risorsa più preziosa degli enti locali è la popolazione stessa; se il lavoro dei cittadini è unito, non esiste problema che non possa essere superato. Occorre sviluppare una concezione democratica della governance municipale. Il movimento municipalista democratico dovrebbe costruire un’organizzazione sociale democratica ovunque attraverso un’ampia rete sociale: dalle comuni di villaggio e di quartiere alle cooperative, dalle organizzazioni della società civile alle istituzioni per i diritti umani, dal movimento per la libertà delle donne ai difensori dei diritti dei bambini e degli animali, dai movimenti giovanili agli ecologisti. Bisogna dare priorità alle iniziative che riguardano donne, bambini, giovani, istruzione, lingua, cultura, arte, salute, economia ed ecologia. Occorre ampliare i settori produttivi e trovare soluzioni al problema sempre crescente della disoccupazione. Bisogna costruire nuovi spazi di vita sotto la guida delle donne. La partecipazione dei cittadini alla governance e a tutti i processi decisionali deve essere considerata un principio fondamentale. Si possono istituire consigli comunali e assemblee cittadine in cui i cittadini possano riunirsi, discutere i loro problemi economici e sociali e prendere decisioni. Se si sviluppa un municipalismo democratico e popolare, i cittadini proteggeranno i loro comuni e sarà molto meno probabile che si verifichino interventi antidemocratici come la nomina di commissari. Il municipalismo non è una forma di statalismo su piccola scala. Eppure il sistema attuale funziona come un micro-stato. Questa idea deve essere abbandonata sia filosoficamente che praticamente. I comuni non sono micro-stati; sono comuni. In Europa il fondamento del comune è il comune. Tra i curdi, è il “kombûn”, le cui radici risalgono a migliaia di anni fa e si estendono da queste terre fino all’Europa. Lo Stato pensa e agisce a livello macro, mentre la comunità elabora soluzioni a livello micro. Tra i due possono esserci dialogo, negoziazione e competizione, ma non conflitto. In questo modo, la società civile diventa funzionale e si trasforma in autentiche istituzioni culturali, sociali ed economiche. Nei comuni – che forniscono il terreno e l’opportunità per tutto ciò – lo spirito della comunità dovrebbe essere sviluppato e tutte le attività dovrebbero essere svolte in conformità con tale spirito. La sola discussione non basta più; è giunto il momento di costruire e attuare. Nel Manifesto per la pace e la società democratica, abbiamo collocato la comune nella posizione tradizionalmente occupata dalla classe, il che ha generato un ampio dibattito. Non neghiamo né la classe né lo Stato. Tuttavia, lo Stato cresce come un tumore. La nostra sintesi tra Stato e comunità emerge come risposta alla rigidità, alle tensioni estreme, alle guerre insensate e all’eccessiva idealizzazione della politica di classe. Stiamo gradualmente rendendo questo quadro più flessibile. La soluzione consiste nel trasformare il rapporto tra comune e stato in un rapporto di lotta e competizione democratica. Quanto è stato tentato di recente in Siria è significativo a questo proposito; lo stesso principio dovrebbe essere applicato in Iraq. L’elezione di un governatore turkmeno a Kirkuk ne è un esempio. Lì, i turkmeni possono costituire una comunità che definisce autonomamente i propri contenuti, anziché un micro-stato. I comuni dovrebbero essere governati con una comprensione della democrazia locale e della sua importanza, non con una mentalità burocratica ristretta. Dalla gestione dei servizi igienico-sanitari alla produzione a prezzi accessibili, dall’istruzione alla sanità, dai trasporti all’ecologia, è possibile trovare soluzioni a tutte le esigenze urbane attraverso un approccio comunitario. L’essenziale è agire nella consapevolezza che “i comuni sono comunità” e mettere in pratica ciò che questo comporta. Il successo ottenuto dalle amministrazioni locali e dai comuni nell’ambito del Processo di pace e società democratica aprirà la strada a nuovi sviluppi e rafforzerà la posizione e le basi dei negoziati democratici. Auguro successo a tutti coloro che si impegnano concretamente nell’attuazione di un municipalismo democratico e orientato al cittadino, con la serietà necessaria per far progredire questo processo. Auguro inoltre ogni successo alla Conferenza degli Enti Locali e invio i miei più sinceri saluti e il mio affetto. 24 maggio 2026 Abdullah Öcalan   Isola di Imrali
June 8, 2026
UIKI ONLUS
Alleanza del Rojhelat: una nuova ondata di esecuzioni mira a insabbiare i fallimenti del regime
’Alleanza delle Forze Politiche del Rojhilat Kurdistan ha chiesto alla comunità internazionale di riconoscere l’esecuzione di centinaia di prigionieri in Iran non solo come una violazione dei diritti umani, ma anche come un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità. L’Alleanza dei partiti politici del Kurdistan iraniano ha condannato la nuova ondata di esecuzioni e repressioni di prigionieri politici in Iran e nel Kurdistan, definendola un tentativo della Repubblica islamica di insabbiare i propri fallimenti politici, militari e di sicurezza. L’alleanza ha affermato che le autorità stanno usando le esecuzioni e l’intensificarsi della repressione per diffondere la paura nella società e mantenere il potere. La dichiarazione ha sottolineato che il crescente numero di esecuzioni e la repressione in corso non devono essere considerati normali. Ha inoltre rilevato che tali misure vengono adottate in un momento in cui il governo iraniano si trova ad affrontare gravi sfide interne e internazionali. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite deve affrontare il problema della repressione interna e delle esecuzioni La dichiarazione si conclude con le seguenti osservazioni: L’Alleanza delle forze politiche del Rojhilat Kurdistan invita le Nazioni Unite, il Parlamento europeo e i governi democratici ad aumentare la pressione sulla Repubblica Islamica dell’Iran e a sospendere le relazioni diplomatiche fino a quando non porrà fine ai suoi crimini. La questione della repressione interna e delle esecuzioni in Iran dovrebbe inoltre diventare una questione centrale da affrontare da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e dovrebbero essere imposte severe sanzioni al regime. Indubbiamente, a meno che la Repubblica Islamica non paghi un prezzo politico ed economico per le esecuzioni e la violenza interna, le politiche interne e la condotta del regime non cambieranno. L’Alleanza delle forze politiche del Rojhilat Kurdistan invita inoltre i partiti politici iraniani e le nazioni che si oppongono alla Repubblica Islamica a costringere il regime a rinunciare alle sue politiche attraverso l’unità e la solidarietà. Crediamo che il popolo curdo, come sempre, si organizzerà e risponderà alle politiche del regime con la lotta e la resistenza.
June 2, 2026
UIKI ONLUS
Ayşe Başaran: La pressione sociale è fondamentale per il diritto alla speranza
seguito della sentenza Öcalan II della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU),Il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha raccomandato alla Turchia di introdurre entro giugno 2026 una normativa relativa al “diritto alla speranza”, Nonostante le importanti decisioni e i passi concreti compiuti dalla parte curda per la risoluzione della questione curda, non sono ancora state attuate modifiche legislative concrete né in merito al diritto alla speranza né a una soluzione più ampia della questione curda, al di là di alcune dichiarazioni positive da parte del blocco di governo. La giurista Ayşe Acar Başaran ha rilasciato un’intervista all’ANF in merito alla questione. In qualità di giurista, come definirebbe il “diritto alla speranza” in termini di dignità umana e diritto penale moderno? In che modo l’attuale regime di esecuzione in Turchia, in particolare il divieto assoluto di rilascio condizionale per le condanne all’ergastolo aggravate ai sensi delle disposizioni sulla criminalità organizzata, si discosta dagli standard internazionali in materia di diritti umani? Dal punto di vista giuridico, il diritto alla speranza non è meramente un istituto tecnico del diritto penale moderno, bensì una delle garanzie della dignità umana nell’ambito dell’esecuzione penale. Si può esprimere nel seguente modo: anche una persona condannata per il crimine più grave non può essere condannata dallo Stato, né legalmente né praticamente, a un’esistenza completamente senza speranza. La pena può limitare la libertà di una persona per un certo periodo di tempo, ma non può condannarla a una condizione irreversibile. È proprio in questo contesto che si inserisce l’approccio della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU). Richiamandosi all’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), la Corte valuta la questione nel quadro del divieto di tortura, pur non vietando categoricamente l’ergastolo. Tuttavia, ciò richiede che, dopo un certo periodo di tempo la sentenza venga riesaminata e che l’individuo conservi una reale speranza di rilascio. Questa speranza non deve rimanere meramente teorica; deve offrire una prospettiva di rilascio realistica, applicabile e tangibile, anziché esistere solo sulla carta. Per questo motivo il regime di esecuzione applicato in Turchia, in particolare per le condanne all’ergastolo aggravato, è da tempo oggetto di critiche sia da parte dei giuristi che della Corte europea dei diritti dell’uomo. Sono state ripetutamente sollevate richieste di riforma legislativa in materia. Attualmente il regime di esecuzione turco si basa sul principio che i condannati all’ergastolo aggravato debbano rimanere in carcere “fino alla morte”, come esplicitamente indicato nei loro fascicoli carcerari. Questo regime è stato descritto come un sistema in cui il diritto alla speranza viene completamente negato e in cui gli individui sono sistematicamente sottoposti a una forma continua di tortura. È proprio per questo motivo che nelle sue precedenti sentenze riguardanti sia Abdullah Öcalan che altri detenuti, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha riscontrato violazioni del divieto di tortura sancito dall’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La Corte ha quindi sottolineato la necessità di istituire meccanismi relativi al diritto alla speranza, in particolare meccanismi che consentano la revisione delle sentenze dopo 25 anni. Tuttavia, poiché tali sentenze non sono state attuate in Turchia, il dibattito giuridico e politico sulla questione è proseguito da allora. Nelle sue sentenze di violazione nei casi Öcalan II, Gurban, Boltan e Kaytan, la Corte europea dei diritti dell’uomo ritiene che la detenzione a vita senza alcuna prospettiva realistica di rilascio rientri nell’ambito dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che vieta la tortura e i maltrattamenti. Il comitato dei ministri ricorda inoltre che nel diritto internazionale, tale periodo è generalmente accettato come massimo di 25 anni. Perché la Turchia continua a opporsi all’adeguamento della propria legislazione a questo standard di 25 anni? Qual è il principale ostacolo legale o ideologico alla base di questa resistenza? Il quadro di riferimento stabilito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Öcalan n. 2, così come nelle sentenze Vinter, Kafkaris e Bodein, è infatti molto chiaro. Una condanna all’ergastolo aggravato non riducibile, in altre parole un regime di ergastolo aggravato che viola il diritto alla speranza, è considerato contrario all’articolo 3 della CEDU. In realtà, l’enfasi posta dal Comitato sui 25 anni non è una novità. In Europa, in alcuni paesi sono state introdotte diverse riforme legislative e meccanismi di revisione in linea con le sentenze e le critiche della Corte europea dei diritti dell’uomo. In questo contesto, raccomandazioni e valutazioni hanno costantemente sottolineato che tali condanne dovrebbero essere soggette a revisione dopo 25 anni e che la possibilità di rilascio dovrebbe essere nuovamente presa in considerazione Se guardiamo alla Turchia, tuttavia, la questione non si riduce a un mero dibattito legale. Abdullah Öcalan non è considerato unicamente un prigioniero politico. In particolare, nel contesto del processo in corso, è visto come una figura riconosciuta da milioni di persone come loro leader politico, una figura per la quale sono state organizzate campagne di raccolta firme e attorno alla quale si sono svolte dichiarazioni, azioni e appelli in diversi momenti. In questo contesto la questione viene discussa in relazione alla risoluzione democratica, alla pace sociale e ai dibattiti riguardanti una società democratica. Pertanto è importante sottolineare che questa discussione non deve essere intesa meramente come una questione giuridica, bensì come una posizione politica. Nel caso del signor Öcalan, esiste un regime di esecuzione specifico per il detenuto e un’applicazione della pena penale altrettanto specifica nei suoi confronti. Di fatto il Consiglio d’Europa si era già espresso in passato con fermezza e aveva adottato posizioni decise nei confronti della Turchia su questo tema. Nelle sue ultime decisioni il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha espresso “profondo rammarico” per l’inerzia della Turchia e ha concesso ad Ankara tempo fino alla fine di giugno 2026 per fornire informazioni sulle misure adottate e sul lavoro svolto. Siamo ormai vicinissimi a questa scadenza, eppure la Turchia non ha presentato un nuovo piano d’azione né introdotto modifiche legislative. Allo scadere del termine di giugno 2026, quali sanzioni o conseguenze politiche potrebbe subire la Turchia a livello internazionale e in seno al Consiglio d’Europa? La questione era già stata sollevata in una delle precedenti riunioni del comitato dei ministri del Consiglio d’Europa. Alla Turchia era stato chiesto di elaborare un piano d’azione per l’attuazione del diritto alla speranza, di istituire i meccanismi necessari e di adottare misure concrete. Tuttavia, nel frattempo, è emerso chiaramente che la Turchia non aveva creato alcun meccanismo concreto, visibile o efficace, né aveva intrapreso alcuna azione soddisfacente in merito. Per questo motivo, una delle decisioni adottate prevedeva discussioni sulla possibilità di giungere a una soluzione provvisoria nella fase successiva. Tuttavia, si constata che, come già accaduto in passato, la Turchia non è ancora riuscita a compiere passi concreti o orientati al risultato in merito. Ciò dimostra che l’approccio della Turchia alla questione è da tempo controverso. Allo stesso tempo, non mancano le critiche secondo cui i meccanismi internazionali non sarebbero riusciti a esercitare una pressione sufficiente. Non si trattava della prima scadenza fissata per la Turchia; inoltre, non si erano registrati progressi nemmeno nei periodi precedenti. Per questo motivo si sostiene che il Consiglio d’Europa dovrebbe inserire nell’agenda, nell’ambito dei propri meccanismi, sanzioni più severe. Oggi sebbene in Turchia si stiano svolgendo diversi dibattiti sul diritto alla speranza, si sottolinea sempre più la necessità non solo di discutere, ma anche di attuare normative e prassi giuridiche concrete. Di conseguenza si ipotizza che le future riunioni del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa potrebbero potenzialmente portare a decisioni più severe o a sanzioni più rigide. D’altro canto sorgono dubbi anche sulla serietà con cui la Turchia prenderà tali decisioni e sull’impegno che dedicherà alla questione. Durante la discussione l’estradizione di Abdullah Öcalan dalla Siria e il suo trasferimento in Turchia sono stati descritti come una “cospirazione internazionale”, e si è sostenuto che la sua continua detenzione, nonostante siano trascorsi molti anni, sia anch’essa collegata alla posizione assunta dagli attori internazionali. Al contempo, si sollevano critiche sul fatto che, nonostante la dichiarata volontà di una soluzione democratica alla questione curda, le istituzioni internazionali continuino a dare priorità al mantenimento delle proprie relazioni con la Turchia e si astengano quindi dall’adottare una posizione sufficientemente ferma. Figure vicine al governo (ad esempio il Consigliere Capo del Presidente Mehmet Uçum) sostengono che il “diritto alla speranza” sia incompatibile con le attuali leggi antiterrorismo e il regime di esecuzione della Turchia. In qualità sia di politico che di giurista, come valuta questa barriera che si sta erigendo tra gli obblighi internazionali e il discorso sulla “sicurezza interna” e la “lotta al terrorismo”? Innanzitutto, occorre precisare che, secondo la Costituzione turca, sebbene sia una costituzione che abbiamo sempre criticato, una delle sue disposizioni più importanti stabilisce che le convenzioni internazionali debitamente sottoscritte dalla Turchia sono vincolanti, prevalgono sulle leggi nazionali e devono essere attuate. Di conseguenza, la normativa turca deve essere allineata a questi accordi internazionali. Per tale ragione, la Turchia è firmataria della CEDU e la Convenzione è vincolante per il Paese. Anche le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo sono vincolanti a questo riguardo. Le valutazioni e i dibattiti in corso oggi dimostrano chiaramente quanto questa questione sia diventata politica, quanto si sia allontanata da un quadro giuridico e come si stiano attuando un regime di esecuzione specifico per il detenuto e un’applicazione della legge arbitraria. Come abbiamo ripetutamente affermato, alcune disposizioni della legge antiterrorismo e del codice penale turchi sono incompatibili con la CEDU. Da tempo solleviamo critiche e proponiamo soluzioni in merito, sostenendo che sia la legge antiterrorismo sia alcuni articoli del codice penale debbano essere modificati in conformità con la CEDU. Allo stesso tempo, la Turchia ha attualmente un sistema di esecuzione così complesso e frammentato che vengono applicati sistemi diversi per reati comuni, reati politici, criminalità organizzata e ergastolo. In altre parole, esistono gravi disparità tra le pene inflitte a chi è condannato per reati comuni e quelle inflitte a chi è perseguito per atti che potrebbero rientrare nell’ambito della libertà di pensiero, di espressione o di associazione. In alcuni casi anche laddove le pene siano formalmente uguali, le persone incarcerate per motivi politici sono costrette a rimanere in prigione per periodi più lunghi. Pertanto, è necessario sottolineare che la disparità non si limita solo all’ergastolo o all’ergastolo aggravato; esiste anche una differenza sostanziale tra i casi di natura politica e quelli di natura penale ordinaria. Si tratta di un regime di esecuzione in cui alcuni individui condannati per reati gravi possono effettivamente scontare una pena detentiva inferiore rispetto a coloro che sono stati processati e condannati per motivi che potrebbero essere valutati nell’ambito della libertà di espressione e di pensiero. Per questo motivo, constatiamo che in Turchia questi dibattiti si svolgono interamente su basi politiche. Le dichiarazioni periodiche rilasciate dagli stessi funzionari dimostrano come, in Turchia, siano la politica, l’ideologia e gli approcci politici a plasmare il sistema giudiziario, piuttosto che la legge stessa. Questo può essere considerato anche uno dei principali fondamenti delle critiche secondo cui la magistratura sarebbe orientata in base a specifiche preferenze politiche. Il comitato dei ministri, nella sua decisione, fa riferimento alla “commissione per la solidarietà nazionale, la fratellanza e la democrazia”, istituita in seno al Parlamento turco e nota dai media anche come commissione per la soluzione o per l’unità nazionale, ed esprime l’aspettativa che essa acceleri i processi di riforma legislativa. La commissione ha redatto una relazione, che tuttavia non si è mai tradotta in legge ed è stata di fatto accantonata. A vostro avviso, tali commissioni rappresentano semplici iniziative periodiche volte ad allentare la pressione di istituzioni internazionali come la Corte europea dei diritti dell’uomo e il Consiglio d’Europa, oppure esistono autentici ostacoli politici che impediscono l’attuazione di queste relazioni, nonostante la sincera volontà di trovare una soluzione? Naturalmente non possiamo trattare il processo e i dibattiti relativi al diritto alla speranza come questioni separate. Come sapete, l’inizio di questo processo risale alle dichiarazioni rilasciate da Devlet Bahçeli durante una riunione del gruppo parlamentare, in cui parlò dell’attuazione del diritto alla speranza per Abdullah Öcalan e della sua inclusione nella vita politica. Il processo è proseguito da quel momento fino ad oggi. Pertanto, le discussioni sul diritto alla speranza devono essere comprese non solo all’interno di un quadro giuridico, ma anche come parte di un processo politico più ampio. Allo stesso tempo, va anche notato che, a sua difesa, nei documenti e nelle risposte presentate al comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, la Turchia ha ripetutamente fatto riferimento a diverse commissioni e meccanismi. A seguito delle condanne inflitte alla Turchia per crimini commessi negli anni ’90, lo Stato ha introdotto, a titolo preventivo, il diritto di ricorso individuale alla Corte Costituzionale. In questo modo, l’accesso alla Corte europea dei diritti dell’uomo è stato di fatto bloccato, a meno che i ricorrenti non avessero prima esaurito la via di ricorso presso la Corte Costituzionale. Durante questo periodo, la Corte costituzionale ha funzionato quasi come una barriera o una diga, poiché i singoli ricorsi sono rimasti in sospeso per periodi estremamente lunghi. I ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo non sono stati completamente impediti, ma è stato posto un serio ostacolo sul loro cammino. Lo stesso approccio si riscontra anche nelle posizioni della Turchia. Da un lato il dibattito sul diritto alla speranza rimane costantemente all’ordine del giorno; dall’altro, l’assenza di passi concreti continua a suscitare critiche e reazioni nell’opinione pubblica. Ciò che conta in questo processo non è la retorica, ma l’azione. Nonostante sia trascorso quasi un anno e mezzo, non è stata ancora introdotta alcuna normativa concreta. Durante tutto questo periodo, non è stato attuato un solo passo significativo o una sola riforma. Inoltre, non sono stati presi provvedimenti concreti nemmeno in merito alle questioni specificamente menzionate nei rapporti della commissione. Sappiamo che tali rapporti includono disposizioni riguardanti l’attuazione delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo. Contenevano anche altre decisioni e raccomandazioni. In effetti alcune di queste raccomandazioni non richiedono nemmeno l’adozione di accordi giuridici completamente nuovi. Ad esempio le decisioni riguardanti Selahattin Demirtaş e altri prigionieri politici, o l’attuazione stessa del diritto alla speranza, potrebbero essere attuate nell’ambito degli obblighi esistenti senza la necessità di alcun meccanismo giuridico aggiuntivo o riforma. Dal punto di vista degli obblighi della Turchia in quanto firmataria della CEDU e del suo dovere di attuare le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, queste misure potrebbero di fatto essere attuate immediatamente. Tuttavi ciò che vediamo è un costante tentativo di dilazionare il processo nel tempo e di rinviare indefinitamente i passi necessari. È trascorso quasi un anno e mezzo e ogni giorno che passa contribuisce a ulteriori violazioni dei diritti. Permettetemi di sottolineare ancora una volta: naturalmente, sono un giurista e, in questo caso, è naturale formulare valutazioni di natura giuridica. Molte critiche e valutazioni sono state sollevate in termini legali. Ma sappiamo che, fondamentalmente, ciò che emerge è un approccio politico. Sappiamo anche che il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha affrontato la questione con un approccio politico. Allo stesso tempo, sappiamo che questa decisione è scaturita dalla pressione e dalla reazione dell’opinione pubblica. Prima che questa decisione venisse adottata, una grande campagna venne lanciata nella diaspora e tra gli alleati attraverso la lotta del popolo curdo. Dalle lettere pubbliche firmate da scrittori premio Nobel che chiedevano “Libertà per Öcalan e una soluzione democratica alla questione curda”, alle marce a cui parteciparono decine e centinaia di migliaia di persone, si è dispiegata una vasta lotta. La campagna si era estesa in tutte e quattro le regioni del Kurdistan, con il popolo curdo che portò avanti queste rivendicazioni nelle strade e nelle piazze. Come risultato di questa ampia mobilitazione, il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa non poteva più rimanere in silenzio o indifferente e fu infine costretto ad adottare questa decisione. Adesso in termini di attuazione, sono già in corso richieste e iniziative legali. Le nostre istituzioni stanno lavorando su questo tema. Ma parallelamente alla lotta legale, è necessario esercitare anche pressione pubblica e sociale. La pressione è indispensabile sia per costringere il governo ad agire, sia per aprire la strada alle riforme legislative necessarie. Per garantire l’attuazione del diritto alla speranza, è necessario lottare affinché Abdullah Öcalan ottenga lo status corrispondente alla posizione di capo negoziatore e affinché si aprano i canali necessari. Questa lotta deve proseguire costantemente nelle piazze e negli spazi pubblici. Allo stesso tempo, credo sia altrettanto importante continuare a lottare sia a livello legale che pubblico affinché le decisioni adottate dal Consiglio d’Europa si traducano in misure più chiare, incisive e orientate ai risultati, che obblighino la Turchia ad attuarle.
May 30, 2026
UIKI ONLUS
Abdullah Öcalan: La democratizzazione è una necessità vitale
Sottolineando che una legge quadro potrebbe costituire la pietra angolare del processo di democratizzazione e richiamando l’attenzione sul ruolo del Parlamento, Abdullah Öcalan ha affermato: “Rimanere in uno stato di attesa e prolungare tale attesa non fa altro che generare rischi. Non abbiamo tempo da perdere”. Domenica scorsa la delegazione di İmralı del Partito per l’uguaglianza e la democrazia dei popoli (DEM) ha fatto visita al leader del popolo curdo Abdullah Öcalan sull’isola di İmralı. La delegazione era composta dai parlamentari Pervin Buldan e Mithat Sancar, nonché dall’avvocato Faik Özgür Erol. La delegazione del partito DEM di İmralı ha rilasciato la seguente dichiarazione in merito all’incontro di ieri con Abdullah Öcalan: ‘Non è possibile trasformare società oppresse da una grande rabbia senza grandi idee e grandi valori etici. La società sta attraversando una grave fase di stagnazione a tutti i livelli: etico, politico, giuridico ed economico. Per questo motivo insistiamo e perseguiamo con urgenza questo processo.’ Credo che la congiuntura mediorientale sia ancora ricca di ogni possibile scenario. Stati come l’Iran e Israele si stanno irrigidendo e sembrano destinati a farlo ulteriormente. Promuovere il nazionalismo e la divisione in Medio Oriente e amplificare i micro-nazionalismi non farà che nuocere. Stiamo portando avanti un processo volto a monitorare e prevenire sviluppi rischiosi nella regione e a superare i sanguinosi scontri. Naturalmente, è fondamentale che ogni azione intrapresa trovi una base giuridica. Rimanere in uno stato di attesa e prolungare tale attesa non fa altro che generare rischi. Non abbiamo tempo da perdere. Credo che tutti gli attori coinvolti agiranno con il senso di questa responsabilità storica e che anche la grande assemblea nazionale turca svolgerà il proprio lavoro con la stessa sensibilità. Una legge quadro può costituire il nucleo del processo di democratizzazione Una regolamentazione legale ci condurrà in un autentico processo di ricostruzione positiva, un processo che farà girare la ruota della democrazia. La democratizzazione è una necessità vitale e il successo di questo processo ci avvicinerà a tale obiettivo. Può essere accettabile in una democrazia sfondare la porta della sede di un partito politico a colpi di mazza? Le azioni intraprese contro il partito repubblicano del popolo (CHP) e gli sviluppi in corso sono riconducibili all’assenza di una democrazia e di una politica democratica che funzionino correttamente. Ecco perché la situazione è giunta a questo punto: la mancanza del principio di democrazia su cui si fonda la repubblica. Trattare la democrazia come un lusso, una forma di demagogia o semplici parole vuote, e quindi non prenderla sul serio, è un grave errore con conseguenze serie. Non c’è questione più urgente del rafforzamento del carattere democratico della repubblica. In questo Paese, stiamo cercando di gettare le basi e ampliare le possibilità in tal senso. Mentre ci muoviamo verso le vie legali per una soluzione alla questione di İmralı, attribuiamo grande importanza alla preparazione della repubblica all’apertura democratica e all’instaurazione di una legge democratica. Consideriamo inoltre questo un passo avanti per porre rimedio alla mancanza di democrazia sia all’interno dei partiti che tra i partiti. Il risultato di tutti gli sforzi sarà quello di dotare la repubblica di sostanza e cultura democratiche e di istituire un solido sistema giuridico che le garantisca. Su queste basi, invito tutti a contribuire al processo di pace e di costruzione di una società democratica. Questo è il significato dell’integrazione dei curdi nella repubblica democratica. Stiamo cercando di superare una situazione di stallo causata dalla questione curda che dura da anni. L’elemento di violenza derivante dalla questione curda viene superato attraverso un sistema di risoluzione. Possiamo anche definire questo processo come un processo di riorganizzazione, modernizzazione e attualizzazione delle relazioni turco-curde. I messaggi di intellettuali e accademici internazionali a sostegno del processo di pace e società democratica sono stati raccolti in un libro. In questo contesto, vorrei sottolineare la mia disponibilità a valutare con la massima attenzione ogni proposta, critica e contributo. In un momento in cui abbiamo più bisogno di pace e democrazia, li ringrazio tutti per il loro importantissimo sostegno.
May 26, 2026
UIKI ONLUS
Nursel Aydoğan: Servono passi concreti per una pace duratura
La politica Nursel Aydoğan ha ricordato che Abdullah Öcalan ha descritto i colloqui in corso nell’ambito del “Processo di pace e società democratica” come negoziati condotti con lo “Stato normale”. Ha sostenuto che il motivo per cui la commissione istituita nella Grande assemblea nazionale turca (TBMM) non ha ancora iniziato a preparare le riforme legislative è che i colloqui di Imrali non hanno raggiunto un livello di maturità sufficiente. L’ex parlamentare del Partito democratico dei popoli (HDP), Nursel Aydoğan, ha parlato con ANF degli sviluppi attuali, affermando che, sebbene non si sia ancora instaurata una piena atmosfera di pace nella società, si sta assistendo a un notevole ammorbidimento delle tensioni politiche. Ciononostante, ha sottolineato che il governo non ha ancora intrapreso passi concreti verso la democratizzazione. In seno al parlamento si sono svolte diverse discussioni e sono stati redatti vari rapporti, ma finora non è emersa alcuna normativa concreta. A suo parere, qual è la ragione principale di tutto ciò? Il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan ha dichiarato che i colloqui riguardanti quello che definiamo il processo di “Pace e società democratica” si stanno svolgendo con lo “Stato normale”. Credo che la ragione per cui la commissione istituita presso la Grande assemblea nazionale turca non abbia ancora preparato e presentato al parlamento le riforme legislative e costituzionali risieda nel fatto che le discussioni tra il signor Öcalan e lo Stato di Imrali non abbiano ancora raggiunto un certo livello di maturità. La commissione parlamentare sa infatti che, anche qualora elaborasse e approvasse leggi e disposizioni giuridiche non ancora concordate tra il signor Öcalan e lo Stato, tali misure non avrebbero alcun valore pratico. In altre parole, le riforme legislative dovrebbero essere attuate rapidamente solo dopo aver raggiunto un consenso tra le parti. Una volta raggiunto tale accordo, la presentazione e l’approvazione della legge in parlamento non richiederebbero più di una settimana. Il motivo per cui non si è tenuto alcun incontro negli ultimi 54 giorni potrebbe anche essere che a Imrali sono in corso discussioni su quale debba essere la struttura di queste riforme legali e costituzionali. Perché, come ha affermato lo stesso signor Öcalan, il processo è ormai entrato nella sua seconda fase. Il tempo delle dichiarazioni è passato; ora è il momento dell’azione concreta. Ritiene che l’attuale approccio del governo rappresenti un autentico sforzo per sviluppare la volontà politica di risolvere la questione curda, oppure una politica controllata volta a prolungare il processo? Allo stato attuale, si può affermare che il governo ha un approccio volto a risolvere la questione curda. Tuttavia, esita a dimostrare una forte volontà politica per una soluzione concreta. Infatti, sebbene il partito al governo sia l’attore che dovrebbe intraprendere i passi necessari all’interno del processo, è in realtà il leader del Partito del Movimento Nazionalista (MHP), Devlet Bahçeli, ad aver rilasciato le dichiarazioni e le valutazioni politiche più significative. Ciò potrebbe anche riflettere una divisione dei ruoli all’interno della coalizione di governo. Allo stesso tempo, si può affermare che il Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP) si concentra principalmente sul garantire che la Turchia esca dal processo di riorganizzazione in corso in Medio Oriente senza subire danni ingenti, preservando al contempo ciò che Bahçeli definisce “la sopravvivenza dello Stato” e la struttura unitaria della repubblica. È inoltre evidente che il governo sta gestendo il processo in modo estremamente controllato al fine di preservare, e possibilmente rafforzare, il proprio potere politico nel corso dei negoziati. Ciò, a sua volta, porta il governo a prolungare deliberatamente il processo nel tempo, secondo i propri calcoli politici. Tuttavia, data l’incertezza che circonda gli sviluppi regionali, in particolare la questione di dove potrebbero condurre le tensioni tra Iran, Stati Uniti e Israele, prolungare il processo potrebbe in definitiva non produrre risultati favorevoli per il governo stesso. Ritiene che l’attuale clima politico in Turchia offra condizioni sufficienti per una soluzione democratica e per il dialogo? Dopo l’appello del signor Öcalan per una “pace e una società democratica” del 27 febbraio, il Partito dei lavoratori del kurdistan (PKK) ha convocato il suo congresso il 5 e 6 maggio e ha annunciato la decisione di sciogliersi e porre fine alla lotta armata. Da allora sono trascorsi quindici mesi. Negli ultimi quindici mesi gli scontri sono cessati. Non si tengono più funerali di soldati o guerriglieri. Sebbene le parti non abbiano compiuto sforzi sufficienti per diffondere e ampliare il processo di pace in tutta la società, e sebbene non si sia ancora instaurata una piena atmosfera di pace in tutta la Turchia, si può comunque parlare di un certo ammorbidimento politico. Tuttavia, in questi 15 mesi non è stato compiuto alcun passo concreto verso la democratizzazione. Il principale partito di opposizione continua a subire forti pressioni politiche e giudiziarie, i commissari nominati dallo Stato sono ancora in carica, la repressione nelle carceri persiste e il trattamento dei detenuti malati, insieme alle decisioni dei comitati di osservazione amministrativa penitenziaria, rimane tra le più gravi violazioni dei diritti umani, in netto contrasto con lo spirito del processo. In definitiva, la condizione più importante affinché il processo possa progredire è il silenzio delle armi. L’assenza di conflitti armati e la fine degli scontri hanno creato una base fondamentale. Se il governo si impegnerà seriamente nei prossimi mesi per ammorbidire il clima politico, raggiungere la pace diventerà molto più facile. Secondo te, quali passi concreti devono essere intrapresi innanzitutto affinché il processo si trasformi in una soluzione duratura e realistica? La richiesta del popolo curdo e di chiunque desideri la pace è la realizzazione di una pace e di una soluzione durature e onorevoli. La prima cosa che deve cambiare è la lingua utilizzata. Perché tutto inizia dalla lingua. Sebbene da parte del governo si siano registrati alcuni progressi in tal senso, questi sono ancora ben lungi dall’essere sufficienti. La sfiducia nei confronti del blocco di governo, soprattutto verso l’AKP, uno dei partiti che guidano il processo, continua a persistere. Se il governo desidera davvero costruire fiducia, e dovrebbe farlo, deve adottare misure concrete per rafforzarla. Ciò può avvenire solo quando la retorica e i fatti procedono di pari passo. Naturalmente, usare un linguaggio positivo e rilasciare dichiarazioni costruttive è importante, ma agire in conformità con tali dichiarazioni lo è ancora di più. Per questo motivo, nell’ambito del “Coordinamento del processo di pace e democratizzazione” proposto da Devlet Bahçeli per il ruolo del signor Öcalan, è necessario stabilire il riconoscimento legale del signor Öcalan quale “Coordinatore del processo di pace e democratizzazione”. Come dimostra anche l’esperienza internazionale, una volta ottenuto tale riconoscimento, il processo può procedere con molta più rapidità. Una volta ottenuto tale status, gli incontri che il signor Öcalan potrebbe tenere a Imrali con giornalisti, accademici, politici, rappresentanti della società civile e organizzazioni sociali democratiche svolgerebbero un ruolo fondamentale nel diffondere il processo e nell’abbattere i pregiudizi all’interno della società. È necessario un quadro giuridico completo che includa la partecipazione dei guerriglieri alla vita politica e sociale, la situazione dei prigionieri politici nelle carceri, i politici in esilio, il ritorno dei curdi che vivono a Maxmur e, naturalmente, la liberazione del signor Öcalan. In altre parole, è necessaria una chiara tabella di marcia affinché questo processo possa procedere con successo ed evitare gravi battute d’arresto. Il popolo curdo è pronto a vivere insieme in modo equo e libero all’interno di una repubblica democratica. Anche i guerriglieri hanno ripetutamente affermato che, una volta adottate le leggi necessarie, sono pronti a tornare nel loro paese e a partecipare alla vita politica democratica. Ora, la responsabilità di intraprendere azioni per la pace e una soluzione spetta al governo. Gli ultimi 15 mesi hanno dimostrato sia al popolo turco sia al governo, in quanto controparte del processo, quanto sia preziosa la pace. Per questo motivo, è giunto il momento che il governo agisca, senza condizioni né esitazioni, in nome del futuro democratico della Turchia.
May 24, 2026
UIKI ONLUS
I giuristi curdi chiedono un nuovo quadro giuridico per una soluzione democratica
Giuristi e difensori dei diritti umani curdi ad Amed (Diyarbakır) hanno chiesto riforme giuridiche fondamentali per una soluzione democratica alla questione curda. In vista di una “Conferenza dei giuristi curdi democratici” annunciata per luglio, hanno dichiarato che nuove normative legali e costituzionali sono indispensabili per un processo democratico duraturo. La dichiarazione è stata presentata presso la storica residenza di Iskender Pasha ad Amed. Tra i partecipanti figuravano i co-presidenti dell’Associazione degli avvocati per la libertà (ÖHD), Serhat Çakmak ed Ekin Yeter, i presidenti di diversi ordini forensi della regione curda, nonché numerosi giuristi e difensori dei diritti umani. La dichiarazione è stata letta in curdo, kurmanci e turco. La popolazione curda per un secolo è stata privata dei diritti La dichiarazione afferma che, nonostante fosse un “elemento fondante della Repubblica”, la popolazione curda era stata sistematicamente discriminata ed esclusa dalla sfera giuridica e politica sin dalla fondazione della Repubblica. Sottolinea inoltre che le politiche che negano la lingua, l’identità e la cultura dei curdi sono state attuate come dottrina di Stato per decenni, mentre coloro che si opponevano a tali politiche venivano oppressi, criminalizzati o perseguitati. I giuristi hanno fatto riferimento alle conseguenze del conflitto decennale: migliaia di morti, prigionieri politici, insediamenti distrutti, sfollamenti di massa che hanno colpito milioni di persone e severe restrizioni all’attività politica. Hanno inoltre osservato che i precedenti tentativi di soluzione erano stati ripetutamente sabotati. In particolare, hanno affermato, il processo di dialogo tra il 2013 e il 2015 si è concluso definitivamente con la ripresa della guerra contro i curdi e la successiva estensione dello stato di emergenza. La telefonata del 27 febbraio come punto di svolta storico Il comunicato descrive l’appello alla pace e alla società democratica lanciato da Abdullah Öcalan il 27 febbraio 2025 come una rottura storica nel “ciclo di negazione e di insurrezione”. Con il suo appello allo scioglimento del PKK e alla fine della lotta armata, si legge nel comunicato, Öcalan sottolineava al contempo la necessità di un fondamento politico e giuridico democratico. “La deposizione effettiva delle armi e l’autodissoluzione del PKK richiedono il riconoscimento della politica democratica e della sua dimensione giuridica”, afferma il comunicato, riferendosi al messaggio di Öcalan. Richiesta di leggi transitorie e di uno status giuridico I giuristi hanno affermato che, dopo il completamento della prima fase del processo avviato da Öcalan, sta ora iniziando la fase di “integrazione democratica”. A tal fine, hanno osservato, sono necessari passi giuridici concreti. Tra le richieste figurano leggi transitorie, la democratizzazione del sistema politico e il riconoscimento legale dello status di Abdullah Öcalan e, di conseguenza, dell’esistenza politica del popolo curdo. “Nuove normative che consentano l’integrazione democratica sono inevitabili”, si legge nella dichiarazione. Particolare enfasi è stata posta sulla necessità di garantire a Öcalan condizioni di lavoro e di vita libere e di tutelare legalmente le opportunità di dialogo politico. Allo stesso tempo, la dichiarazione sottolinea che coloro che hanno posto fine alla lotta armata dovrebbero essere messi in condizione di partecipare alla vita politica democratica. Appello per una nuova costituzione e diritti collettivi La dichiarazione collega la richiesta di una soluzione democratica alla questione curda a una trasformazione sociale e giuridica globale. Tra le richieste figurano la parità di cittadinanza, la libertà di espressione e di associazione, il rafforzamento dell’autogoverno locale, l’istruzione nella lingua madre, il riconoscimento dei diritti collettivi e una nuova costituzione democratica. Tale costituzione, sostenevano, dovrebbe garantire non solo i diritti dei curdi, ma anche tutelare legalmente i diritti delle diverse identità e comunità religiose in Turchia. I giuristi hanno inoltre criticato le strutture giuridiche esistenti, definendole “nazionaliste, patriarcali e orientate alla sicurezza”, e hanno auspicato un sistema giuridico democratico incentrato sulla libertà, l’uguaglianza, l’emancipazione femminile e i principi ecologici. La conferenza si propone di approfondire il dibattito giuridico su una soluzione democratica La “Conferenza dei giuristi curdi democratici” si terrà ad Amed il 4 e 5 luglio. Secondo gli organizzatori, la conferenza mira a creare uno spazio in cui giuristi, difensori dei diritti umani e organizzazioni democratiche possano discutere i fondamenti giuridici di una soluzione politica alla questione curda. Il comunicato afferma che l’obiettivo è “garantire l’accesso alla giustizia per il popolo curdo nel secondo secolo della Repubblica”.
May 24, 2026
UIKI ONLUS
Lettera aperta al Presidente del Comitato dei Ministri: “Diritto alla speranza” per Abdullah Öcalan
Oltre 250 funzionari eletti, accademici, sindacalisti, organizzazioni della società civile, avvocati e altre personalità di spicco hanno firmato una lettera indirizzata al presidente entrante del Comitato dei Ministri, esortando il Comitato ad adottare misure urgenti e decisive in merito al caso Öcalan contro Turchia (n. 2). Nella lettera, i firmatari chiedono al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa di garantire l’attuazione della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2014 nel caso di Öcalan e di tutelare il “diritto alla speranza”. Allineare il regime di esecuzione delle sentenze in Turchia ai suoi obblighi in materia di diritti umani non solo avrebbe un impatto sul caso del signor Öcalan, ma costituirebbe anche un passo importante verso la democratizzazione e lo stato di diritto, con implicazioni per migliaia di detenuti reclusi nello stesso quadro giuridico. Nel contesto del processo di pace in corso in Turchia, in cui il signor Öcalan continua a svolgere un ruolo chiave di interlocutore, un tale passo è essenziale per il successo del processo stesso. Questa petizione, firmata da 20 paesi, tra cui oltre cinquanta funzionari eletti a tutti i livelli di governo, 20 sindacati e una vasta gamma di attori della società civile, si aggiunge a molte altre presentate negli ultimi anni: dalla lettera inviata la scorsa estate da 88 premi Nobel alla Presidenza del Comitato dei Ministri, alle centinaia di avvocati che hanno richiesto di incontrare il signor Öcalan. Oggi, si legge nella lettera, il processo di pace in corso rappresenta un’opportunità unica e senza precedenti per la pace e la democratizzazione attraverso la risoluzione della questione curda in Turchia. Affinché questa opportunità abbia successo, il signor Öcalan deve essere libero di svolgere il suo ruolo di rappresentante chiave del popolo curdo e i suoi diritti fondamentali devono essere rispettati. La lettera recita quanto segue: “Egregio signor Gabriel REVEL, Come sicuramente saprete, il Medio Oriente sta affrontando una nuova crisi a causa della guerra che coinvolge l’Iran. Al momento, la Turchia sembra essere l’unico Paese non direttamente coinvolto nel conflitto. Ciò è in parte attribuibile all’analisi lungimirante e accurata della regione da parte del leader curdo Abdullah Öcalan. In contrasto con la tendenza generale alla mobilitazione militare internazionale, il signor Öcalan ha adottato un approccio diverso, promuovendo il dialogo e il compromesso. Di fronte alle recenti sfide in Siria, il signor Öcalan si è rivolto alle parti coinvolte, offrendo il suo punto di vista sull’importanza della de-escalation e sul potenziale dei negoziati politici come mezzo per raggiungere una stabilità a lungo termine. Purtroppo, la capacità del signor Öcalan di agire in base alla sua espressa disponibilità a impegnarsi in un compromesso per una soluzione di de-escalation è limitata dalle condizioni della sua detenzione sull’isola di Imralı. L’istituzione della Commissione nazionale per la solidarietà, la fratellanza e la democrazia da parte della Grande Assemblea nazionale turca nell’agosto dello scorso anno è stata uno sviluppo importante. Nel novembre 2025, la commissione ha visitato l’isola di Imralı per incontrare il signor Öcalan, il che potrebbe essere interpretato come un riconoscimento del suo ruolo di interlocutore chiave. Ciononostante, le sue condizioni carcerarie non sono cambiate e la sua capacità di comunicare con il mondo esterno rimane dipendente dalla congiuntura politica del governo turco. Nel febbraio 2026, la Commissione ha pubblicato la sua relazione finale. Sebbene la relazione sottolinei l’importanza del pieno rispetto delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e della Corte costituzionale (AYM) e raccomandi il rafforzamento dei meccanismi esistenti, il suo continuo utilizzo del quadro antiterrorismo rimane un ostacolo a un vero dialogo e alla riconciliazione. La relazione indica che il governo turco ha preso atto della raccomandazione formulata dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa lo scorso settembre, ma non sono state attuate misure concrete. Nonostante le notevoli difficoltà causate dalle continue turbolenze regionali, il signor Öcalan ha dimostrato, nel corso dell’ultimo anno, un impegno costante nel tradurre le sue dichiarazioni in azioni concrete. In seguito al suo appello, il PKK ha annunciato la fine della sua strategia di lotta armata e il suo scioglimento come organizzazione. In questo contesto, lo scorso anno centinaia di istituzioni e personalità, tra cui 88 premi Nobel, hanno espresso il loro sostegno all’operato del signor Öcalan nella promozione della coesistenza tra le nazioni. In occasione dell’anniversario del suo appello del 2025, il signor Öcalan ha rilasciato un’ulteriore dichiarazione riaffermando il suo impegno per la pace e la democratizzazione della Repubblica di Turchia. Alla luce di ciò, invitiamo il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa a garantire l’attuazione della sentenza CEDU del 2014 nel caso di Öcalan e a riconoscere il “diritto alla speranza”. Questo rappresenta un primo passo cruciale per affrontare la questione della posizione giuridica del signor Öcalan e consentirgli di contribuire pienamente al processo di pace. Chiediamo la liberazione di Abdullah Öcalan e che gli venga data piena e illimitata opportunità di partecipare al successivo processo di pace.
May 16, 2026
UIKI ONLUS
Abbracciare la lingua curda significa abbracciare l’identità curda
Il 15 maggio si celebra la Giornata della lingua curda, in cui porgiamo i nostri auguri a tutto il popolo curdo e ai suoi amici internazionali. Il curdo è una delle lingue più antiche e ancora vive dell’umanità. Elementi fondamentali della cultura umana sono sempre stati veicolati attraverso questa lingua. Oggi sono in atto numerosi tentativi di assimilare la lingua curda, con l’obiettivo di sottoporre il popolo curdo al genocidio. Ciò rappresenta lo sradicamento di una delle culture fondanti dell’umanità. Pertanto, il genocidio della lingua curda e del popolo curdo costituisce un attacco contro l’intera umanità. Il curdo, parlato per migliaia di anni in un’area geografica vastissima, è oggi confinato in una zona ristretta da stati colonialisti genocidi. A tal punto che il kirmancki-dimili, uno dei primi dialetti curdi ampiamente diffusi, è giunto sull’orlo dell’estinzione. Tutti questi fatti dimostrano la natura della politica di genocidio attuata contro il popolo curdo e la lingua curda. Non molto tempo fa, il divieto di predicare in curdo a Bakur [nel Kurdistan settentrionale] e il tentativo di sradicare l’istruzione curda nel Rojava sono manifestazioni concrete e quotidiane della pressione esercitata sulla lingua curda. Attualmente, l’assimilazione più intensa della lingua curda si sta verificando nel Bakur. Lo Stato turco non solo vieta l’istruzione nella lingua madre, ma utilizza anche le tecnologie della comunicazione e dell’informazione per accelerare l’assimilazione della lingua curda. L’esistenza di un’emittente come TRT Kurdî e il lieve allentamento della pressione sulla lingua curda in alcune aree vengono utilizzati per mascherare l’assimilazione che sta distruggendo la lingua curda. L’assimilazione mirata alla lingua curda è aumentata esponenzialmente rispetto al passato, grazie ai nuovi strumenti di assimilazione impiegati dallo Stato. È in corso un vero e proprio genocidio linguistico. Sebbene lo Stato turco si riferisca occasionalmente ai cosiddetti “nostri fratelli curdi”, la sua politica di genocidio dei curdi non è stata abbandonata. I curdi continuano a non esistere nell’ordinamento giuridico turco. Ciò equivale alla completa cancellazione dei curdi sotto ogni aspetto. Finché la presenza curda rimarrà in questo stato, anche se si afferma che i curdi esistono di fatto, ciò non impedirà l’assimilazione della lingua curda o il genocidio dei curdi. Di fatto queste affermazioni servono da copertura per il meccanismo di assimilazione e genocidio in atto. La politica relativa alla lingua curda rimane improntata all’assimilazione distruttiva. Tuttavia, i curdi non sono più i curdi di un tempo. Attraverso la lotta che conducono da decenni, i curdi sono riusciti ad affermare la propria esistenza. Questa affermazione si sta sviluppando – e deve svilupparsi – anche nella rivendicazione della proprietà della propria lingua. Senza attendere che lo Stato accetti l’istruzione nella lingua madre, l’intero popolo curdo deve impegnarsi in una campagna educativa per far rivivere la lingua curda e garantire che venga parlata ovunque, proprio come la parlavano le nostre madri e i nostri antenati. La lotta per restituire alla lingua curda la sua antica vitalità deve essere condotta parallelamente alla lotta per la libertà in ogni ambito. È dovere di ogni istituzione curda assumersi la responsabilità dell’insegnamento e della diffusione della lingua. A tal fine, è necessario dare risposta alle esigenze del nostro popolo attraverso la creazione di istituzioni linguistiche. Oltre alle comunità da istituire in ambito sociale, è opportuno moltiplicare le comunità linguistiche ovunque. L’uso del curdo in tutte le istituzioni e attività, in particolare in ambito culturale, artistico e letterario, dovrebbe essere considerato una lotta contro l’assimilazione. L’affermazione di Rêber Apo, secondo cui “abbracciare la lingua curda significa abbracciare l’identità curda”, deve essere adottata come principio guida da ogni istituzione. La promozione della lingua curda dovrebbe essere considerata anche una dimensione importante della lotta nell’ambito del processo di pace e di costruzione di una società democratica. La lotta per la pace e per una società democratica raggiunge il successo quando ogni istituzione e ogni iniziativa adempie alle proprie responsabilità al meglio delle proprie capacità. L’appello alla pace e alla società democratica si realizza non solo grazie agli sforzi di Rêber Apo [il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan], del nostro movimento e di alcune strutture, ma anche grazie agli sforzi e alle lotte dell’intero popolo curdo, di tutte le strutture organizzative e di tutte le forze democratiche. Anche gli sforzi relativi alla lingua curda dovrebbero essere considerati parte di questa lotta e dovrebbero essere prioritari e sviluppati ovunque. Co-presidenza del consiglio esecutivo della KCK
May 15, 2026
UIKI ONLUS
I Giuristi Democratici incontrano Ebru Gunay
Lunedì 11 Maggio si terrà un importante momento di dialogo e approfondimento sulla situazione dei diritti umani e la questione curda. Un’occasione per ascoltare la voce diretta di chi vive in prima linea l’impegno civile e politico. Dialogano: Giuseppe Romano (Avvocato, Esecutivo Nazionale GD) Ebru Gunay (Avvocata turca curda, già deputata per la città di Mardin e Membro del consiglio esecutivo dell’HDP) Intervengono: Gulala Salih (Attivista, Presidente UDIK) Jalal Saraji (Direttivo Comunità Curda in Italia) INGRESSO LIBERO Lunedì 11 Maggio 2026 alle ore 17:30 Centro Culturale Candiani (Saletta Seminariale) P.le Luigi Candiani, 7 – Mestre (VE)      
May 9, 2026
UIKI ONLUS
Occorre chiarire la posizione del leader Öcalan e devono essere approvati provvedimenti legali
La leadership del Movimento Apoista in occasione del primo anniversario del congresso di scioglimento del PKK e dell’ultima fase raggiunta nel processo di pace e società democratica. ha tenuto una conferenza stampa nelle zone di difesa dei Media nel Kurdistan meridionale (Iraq settentrionale) A seguito della conferenza stampa a cui hanno partecipato Mustafa Karasu, membro del Consiglio esecutivo dell’Unione delle comunità del Kurdistan (KCK), e Sozdar Avesta, membro del Consiglio di presidenza generale della KCK, sono state fornite risposte alle domande dei giornalisti riguardanti il Processo di pace e società democratica e l’agenda attuale. Il testo in curdo della dichiarazione è stato letto da Sozdar Avesta, mentre la versione turca è stata letta da Mustafa Karasu. Nella dichiarazione si afferma che, sebbene il movimento curdo avesse compiuto molti passi nell’ultimo anno e avesse chiaramente dichiarato la volontà di trovare una soluzione, il governo non ha intrapreso alcuna azione concreta e non si sono registrati progressi significativi nel processo. Il comunicato sottolinea che il governo “non ha ancora adottato i necessari provvedimenti legali per garantire il progresso del processo”, aggiungendo: “Solo quando verrà chiarito lo status del leader Apo (Abdullah Öcalan) e questi avrà ottenuto le condizioni per lavorare liberamente potremo parlare di progressi nel processo”. Il testo integrale della dichiarazione rilasciata dalla dirigenza del Movimento Apoista durante la conferenza stampa è il seguente: “Teniamo questa conferenza stampa in occasione dell’anniversario del XII Congresso del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), che ha luogo tra il 5 e il 7 maggio 2026. È trascorso un anno dalla nostra decisione di sciogliere il PKK e porre fine alla lotta armata contro la Turchia.” In questa conferenza stampa, intendiamo fare il punto sugli sviluppi dell’ultimo anno riguardanti il nostro movimento di liberazione e lo Stato turco in linea con l’appello Pace e società democratica lanciato da Rêber Apo [il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan]. Ci impegneremo inoltre ad affrontare le questioni di interesse pubblico. Nella sua dichiarazione del 27 febbraio 2025, Rêber Apo ha delineato le condizioni e le ragioni per cui si chiedeva lo scioglimento del PKK e la fine della lotta armata contro la Turchia, a seguito degli sviluppi degli ultimi 50 anni. Il nostro movimento ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale il 1° marzo, immediatamente dopo tale dichiarazione. Il PKK ha risposto senza esitazione all’appello del leader In seguito a questo appello diverse persone e ambienti hanno espresso la convinzione che il PKK non vi avrebbe aderito, ma il PKK, nato come movimento sotto la guida del leader Apo e da sempre impegnato a lottare e svilupparsi lungo la linea politica di quest’ultimo, ha convocato il suo congresso in breve tempo. Il movimento ha accolto senza esitazione l’appello del leader Apo. Di conseguenza ha deciso di sciogliere il PKK e porre fine alla lotta armata contro la Turchia. È stato inoltre chiaramente affermato che sarebbe stato il leader Apo a garantire l’attuazione di queste decisioni. È stato sottolineato in particolare che Rêber Apo, in qualità di capo negoziatore, avrebbe guidato il processo di pace e di creazione di una società democratica. Il leader Öcalan ha risposto positivamente all’appello di Bahçeli Dal 1993 Rêber Apo ha ripetutamente dichiarato i cessate il fuoco unilaterali per aprire la strada a una soluzione democratica della questione curda. Ha proposto approcci e soluzioni ragionevoli, non riscontrabili in altri esempi di risoluzione dei conflitti a livello mondiale. Tuttavia queste iniziative rsono rimaste infruttuose perché all’epoca lo Stato turco non disponeva di una politica per la risoluzione del problema. Il 22 ottobre 2024, il leader Apo aveva risposto positivamente all’appello lanciato da Devlet Bahçeli, presidente del Partito del movimento nazionale (MHP) e partner della coalizione di governo, nella convinzione che all’interno dello Stato potesse esserci la volontà di trovare una soluzione. Sono stati compiuti passi monumentali per spianare la strada a una soluzione democratica Il nostro movimento per la libertà ha preso decisioni così radicali come lo scioglimento del PKK e la fine della lotta armata perché crede nella capacità del leader Apo di trovare una soluzione. Si tratta di passi epocali che apriranno la strada verso una soluzione democratica. Per dimostrare la nostra volontà e determinazione rigore a questi passi, la co-presidente del Consiglio esecutivo del KCK, Besê Hozat, insieme a 30 dei nostri compagni guerriglieri, ha simbolicamente bruciato le proprie armi l’11 luglio 2025. Ciò ha sottolineato che, una volta compiuti i necessari passi legali e stabilite le condizioni politiche, anche migliaia di guerriglieri deporranno le armi. Infatti, Devlet Bahçeli ha affermato anche che sarebbe stato meglio se fossero state promulgate le leggi necessarie e fosse stato facilitato il ritorno in Turchia di coloro che hanno bruciato le armi, delineando così come si sarebbe svolto il processo di deposizione delle armi e di ritorno in Turchia. Abbiamo ritirato le nostre forze armate dal territorio turco Come movimento di liberazione, abbiamo ritirato le nostre forze armate dal territorio turco per dimostrare il nostro impegno a porre fine alla lotta armata e a raggierno una soluzione politica democratica. Ci siamo inoltre ritirati da alcune posizioni di guerriglia nelle Zone di Difesa dei Media, dove sussisteva il rischio di scontri, e abbiamo consegnato i funzionari dell’Organizzazione Nazionale di Intelligence turca (MIT) che avevamo catturato nel 2017. Alcuni portavoce del governo e dei media hanno creato percezioni negative Pur essendoci adoperati con sensibilità per preparare l’opinione pubblica curda a una soluzione politica democratica e per trasmettere messaggi positivi al popolo turco, alcuni portavoce del governo e la stampa filogovernativa hanno adottato un atteggiamento che, lungi dal preparare l’opinione pubblica, ha invece generato percezioni negative. Un approccio negativo nei confronti dell’opposizione ha inoltre ostacolato la crescita del sostegno sociale. Le raccomandazioni contenute nella relazione della commissione parlamentare non sono ancora state messe in pratica Abbiamo accolto positivamente la commissione istituita in Parlamento. Tuttavia, il prolungamento del processo di stesura del rapporto e le carenze nella preparazione dell’opinione pubblica non sono stati di alcun aiuto. Pur essendo il principale interlocutore e parte in causa nella ricerca di una soluzione, il nostro leader è stato consultato dalla commissione una sola volta. Sebbene il rapporto della commissione parlamentare presentasse in definitiva notevoli lacune, esso ha prodotto un documento che, se attuato, avrebbe effetti positivi. Tuttavia, le intuizioni e le raccomandazioni contenute nel rapporto non sono ancora state messe in pratica. Ciò crea l’impressione che il governo non stia affrontando il processo di pace e di costruzione di una società democratica con sincerità e integrità. Il leader Öcalan deve essere riconosciuto come controparte ufficiale È stato Rêber Apo ad avviare e accelerare questo processo, lanciando l’Appello per la Pace e la Società Democratica il 27 febbraio 2025. Rêber Apo aspira a una repubblica democratica in cui il secolo di tensione e conflitto tra la Turchia e il popolo curdo giunga a termine e la questione curda venga risolta attraverso l’integrazione democratica. Sia il suo obiettivo che i suoi sforzi sono diretti verso questo scopo. Tuttavia, affinché tale obiettivo si realizzi, è necessario che egli venga ufficialmente riconosciuto come controparte. Ciò dimostrerebbe che lo Stato ha la volontà di risolvere la questione curda. Un autentico processo di risoluzione inizierebbe con il riconoscimento dello status giuridico di Rêber Apo come controparte. Lo status del leader Öcalan deve essere definito chiaramente affinché possa svolgere il suo ruolo Il leader Apo ha ripetutamente sottolineato la necessità di chiarire il suo status affinché i colloqui in corso e le dichiarazioni rilasciate siano significativi ed efficaci. Se il suo status giuridico e politico fosse definito con chiarezza, sarebbe in grado di interagire con i vari gruppi e di svolgere il suo ruolo in modo efficace. In caso contrario, il leader Apo non potrebbe adempiere al suo vero ruolo attraverso gli incontri con le delegazioni, né ci si può aspettare che lo faccia. Il problema e la sua risoluzione non vengono affrontati nel modo corretto Il fatto che Rêber Apo, figura di spicco nella questione fondamentale della Turchia – la questione curda – rimanga al suo posto, indica che il problema, vecchio di secoli, e la sua soluzione non vengono affrontati nel modo corretto. Data questa realtà, le dichiarazioni del Presidente del Parlamento e dei funzionari del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) secondo cui “il processo sta andando avanti” e “non c’è una situazione di stallo” non rispecchiano la situazione attuale. Solo quando verrà chiarito lo status del leader Apo e gli saranno garantite le condizioni per operare liberamente potremo parlare di un vero e proprio progresso del processo. Solo allora il popolo curdo e l’opinione pubblica democratica crederanno che il processo stia effettivamente progredendo e il sostegno ad esso aumenterà rapidamente. Non sono ancora stati adottati i provvedimenti legali necessari per far progredire il processo Affinché il processo di pace e di soluzione in una società democratica possa progredire, è necessario adottare una decisione politica per definire lo status del leader Apo e intraprendere azioni legali per garantire la libera partecipazione alla vita politica democratica. Fin dall’inizio tutte le parti coinvolte hanno riconosciuto che la completa deposizione delle armi e la transizione alla democrazia si realizzeranno attraverso queste azioni legali. Per questo motivo, si discute su quali azioni legali intraprendere e quale tipo di ordinamento giuridico istituire. Da questo punto di vista, affermare che l’adozione di misure legali sia “subordinata alla verifica e alla conferma della deposizione delle armi” non corrisponde alla verità e genera confusione nell’opinione pubblica. Ci è stato forse detto che, anche qualora venissero promulgate leggi che garantiscano la libertà di espressione e di organizzazione, necessarie per un libero impegno nella vita politica democratica, non deporremo le armi e non parteciperemo? Al contrario, Rêber Apo ha auspicato la creazione di un quadro giuridico e giudiziario per accelerare il processo. In realtà, le autorità hanno indicato che le azioni legali sarebbero state intraprese dopo la festività del Ramadan, ma tali azioni non sono ancora state compiute. Il leader Öcalan è il capo negoziatore e il leader di questo processo Come movimento di liberazione curdo, abbiamo deciso al congresso che ha portato allo scioglimento del PKK e alla fine della lotta armata contro la Turchia che il Processo di pace e società democratica sarebbe stato guidato dal leader Apo. Il leader Apo è il capo negoziatore e il leader di questo processo. Tenendo conto di questa realtà, è necessario chiarire lo status politico del leader Apo in quanto interlocutore principale e garantirgli le condizioni per operare liberamente. Solo in questo modo questo processo può essere condotto correttamente e portato a termine. Abbiamo fatto la nostra parte in misura superiore a quanto chiunque al mondo si aspettasse. Affinché il Processo di pace e società democratica giunga a conclusione, è necessario definire lo status del leader Apo e intraprendere le azioni legali e giudiziarie del caso. Questa è l’aspettativa del nostro popolo, delle forze democratiche e anche nostra.”
May 5, 2026
UIKI ONLUS
Scendiamo in piazza il 1° maggio!
Celebriamo il 1° maggio, giorno di solidarietà e lotta per tutti i lavoratori, le donne, i giovani e tutti i popoli in generale. Rendiamo omaggio alla loro lotta contro la modernità capitalista e tutte le forze oppressive con lo spirito del 1° maggio. Allo stesso tempo, commemoriamo con gratitudine e rispetto tutti i martiri che hanno contribuito a rendere il 1° maggio ciò che è oggi, in particolare i martiri del 1° maggio 1977. Ci avviciniamo al 1° maggio nel pieno del processo di pace e di costruzione di una società democratica in Turchia e nel Kurdistan settentrionale. In Medio Oriente, stiamo entrando in un periodo segnato dall’intensità della Terza Guerra Mondiale, mentre la regione attraversa un riallineamento politico. È evidente che entro il 2026 la guerra in Medio Oriente e nel mondo continuerà a svilupparsi in modo multidimensionale. Il futuro della Turchia e del Kurdistan dipenderà dall’andamento del processo di pace e di creazione di una società democratica e dallo stato della terza guerra mondiale. Indubbiamente, la lotta dei nostri popoli avrà un impatto decisivo su questo. Non esiste più una realtà in cui gli equilibri politici nel mondo e in Medio Oriente siano determinati unicamente dalle potenze egemoniche. Viviamo in un’epoca in cui il futuro dell’umanità, sia a livello globale che in Medio Oriente, sarà plasmato dalle lotte dei popoli. Noi la chiamiamo “l’era dei popoli”. Il popolo curdo non è più quello di cento anni fa. Grazie alla loro lotta, soprattutto negli ultimi 50 anni, i curdi hanno acquisito un significativo potere politico e sociale nelle quattro regioni del Kurdistan, in particolare nel Kurdistan settentrionale, nonché all’estero. Oggi esiste una realtà sociale curda organizzata. Grazie a questa posizione, i curdi sono diventati una forza in grado di influenzare gli sviluppi politici in Medio Oriente. Il popolo curdo si avvicina al 1° maggio forte di questa solidità organizzativa e politica. Nello spirito del Primo Maggio, che incarna la fratellanza tra i popoli e il concetto di nazione democratica, il popolo curdo mira a creare una Turchia democratica e un Medio Oriente democratico attraverso una lotta comune. L’appello del 27 febbraio costituisce un programma per la risoluzione della questione curda e la democratizzazione della Turchia. I destinatari di questo appello non sono solo il popolo curdo, ma anche i popoli della Turchia. In quest’ottica, anche le forze democratiche turche hanno la responsabilità di lavorare per il successo del programma di pace e società democratica. Il 1° maggio 2026 dovrebbe essere l’occasione in cui il popolo curdo e tutte le forze democratiche in Turchia si uniscono in una posizione comune e lottano per la democratizzazione della Turchia. A tal fine, il 1° maggio 2026 deve trasformarsi in una piattaforma in cui venga accolto l’appello alla pace e alla società democratica e venga dimostrata una volontà collettiva di lotta. La lotta per la pace e per una società democratica è anche una lotta per una società socialista democratica. Rêber Apo ha lanciato l’Appello per la Pace e la Società Democratica da una prospettiva socialista democratica. È proprio la linea del socialismo democratico che ha permesso a Rêber Apo di formulare tale appello. Rêber Apo si propone di dare vita ai valori insiti nello spirito del 1° maggio, ovvero alla comprensione del socialismo democratico e all’Appello per la Pace e la Società Democratica. Il 1° maggio 2026 rappresenta un’opportunità storica per il popolo turco. Se il popolo curdo e tutte le forze democratiche in Turchia si approprieranno del Processo di Pace e Società Democratica – che mira a risolvere la questione curda e a democratizzare la Turchia – e dimostreranno una volontà comune di lottare nelle piazze del 1° maggio, allora il 1° maggio 2026 passerà alla storia come il giorno che ha portato democrazia e libertà. A tal fine, invitiamo tutti i curdi a unirsi al popolo turco nel riempire le piazze del 1° maggio con lo spirito del Newroz e ad innalzare la bandiera della lotta che porterà alla realizzazione della società democratica e del socialismo. Lunga vita al Newroz, lunga vita al 1° maggio! Lunga vita alla fratellanza dei popoli e alla lotta comune! Lunga vita al socialismo democratico! Co-presidenza del Consiglio esecutivo della KCK
May 1, 2026
UIKI ONLUS