La scuola, luogo di educazione e inclusione, non di repressione e controlloUn ragazzo ucciso a scuola da un altro ragazzo: una di quelle notizie che non
vorresti mai sentire. Così come tutte le riflessioni su quello che si sarebbe
potuto fare e non si è fatto, sui limiti della scuola, sulle difficoltà a
comprendere un disagio così profondo e diffuso. I limiti della scuola sono
evidenti, in parte figli di un’impostazione didattico-educativa che ha
subordinato lo sviluppo dello spirito critico all’addestramento; in parte
determinati dalle condizioni oggettive di lavoro: classi pollaio, strutture
inadeguate, tempo scuola ridotto, ruolo sociale dei docenti e del personale, che
difficilmente può essere autorevole se oltre il 25% dei lavoratori continua ad
essere precario.
Senza dimenticare che la scuola opera all’interno di un contesto più generale
complesso e articolato, nel quale violenza e ingiustizie sono puntualmente
presenti. E in alcuni casi poco considerate, per esempio la recente guerriglia
in autostrada fra tifosi – si fa per dire – della Fiorentina e della Roma non ha
scandalizzato quasi nessuno, o, comunque, nessuno ha chiesto provvedimenti
eccezionali.
Come sempre, sotto la spinta dell’emozione/indignazione le prime soluzioni
proposte sono tutte orientate in senso esclusivamente repressivo. I ragazzi, in
generale, sono individuati come potenziali delinquenti, i migranti, con
riferimento esplicito alle cosiddette seconde generazioni (Salvini), come non
disponibili a integrarsi. Analisi supportate, anche, da una certa dose di
razzismo, “l’uso del coltello è prevalente in certe etnie“, ha affermato il
sindaco di La Spezia, dimenticando le 75 coltellate “italiane” inflitte a Giulia
Cecchettin.
Si chiedono pene più severe, si fa riferimento alla discussione sul nuovo
“Pacchetto sicurezza”, che, come afferma il presidente di Antigone, Patrizio
Gonella, “non aumenta la sicurezza dei cittadini ma riduce le garanzie,
indebolisce i controlli e colpisce diritti fondamentali. È una visione della
sicurezza fondata sulla repressione, non sulla legalità costituzionale“. E,
soprattutto, perché un nuovo intervento sulla sicurezza a pochi mesi dalla legge
n° 80/25, che avrebbe dovuto, grazie alla tanto sbandierata stretta repressiva,
rendere il Paese più sicuro? Per proporre un nuovo intervento, quella legge,
evidentemente, non ha funzionato. Ma se il nuovo intervento va nella stessa
direzione, perché quest’ultimo dovrebbe essere efficace? Peraltro, il codice
penale in vigore interviene puntualmente rispetto al possesso di armi improprie
e proprie.
C’è poi la soluzione specifica proposta per le scuole: l’introduzione dei metal
detector. Se vogliamo spettacolarizzare il problema e non affrontarlo è la
scelta migliore, come quando stai male e invece di curare la malattia ti poni
esclusivamente l’obiettivo di riportare alla normalità la temperatura corporea.
Dopo il covid sarebbe stato necessario, a partire dalle scuole, ricostruire
ambienti che favorissero socializzazione e relazioni, supportare alunne e alunni
dal punto di vista psicologico, ma sarebbero stati necessari seri investimenti,
rinnovare l’edilizia scolastica, potenziare il tempo pieno, altro che blaterare
di classi 4.0. Purtroppo, la scuola, per questo governo, ma anche per i
precedenti, non è certo una priorità.
Veramente si pensa che grazie ai metal detector non ci saranno più bullismo,
violenza di genere, sopraffazione? Di più, se si ottenesse il risultato sperato,
non ristabiliremmo un rapporto autorevole ma autoritario, avremmo la sconfitta
della scuola della Costituzione (quella di cui parlava Calamandrei), la sua
trasformazione in caserma (cosa che sembra piacere a questo governo) o prigione.
Luoghi, questi ultimi, pur nella evidente e incontestabile differenza, non certo
esenti dall’esercizio della violenza.
Invece di ragionare su un impossibile controllo continuo e costante,
storicamente fallito ogni volta che si è praticato, perché non puntare sulla
capacità educativa della scuola, di una scuola aperta all’esterno, in grado di
condividere le sue strutture (biblioteche, palestre, laboratori) con il
territorio, costruendo legami sociali dove c’è solitudine, emarginazione,
esclusione? Perché non pensare ad una scuola che, al suo interno, sviluppi le
proposte didattiche con l’obiettivo di rendere autonomi alunne e alunni,
autonomi perché in grado, grazie allo studio, di orientarsi nel mondo, di
leggerne, e contestarne, le ingiustizie, di superare, attraverso l’educazione
all’affettività, rapporti personali caratterizzati dal possesso e dalla
tossicità?
Infine, non è possibile un nuovo patto educativo se all’esterno della scuola si
praticano “i due pesi e le due misure”, se si giudicano i fatti in base alla
vicinanza, o alla lontananza, rispetto ai protagonisti, se si tace su un
genocidio, o si guarda con simpatia a un leader, per ultimo Trump, per cui ciò
che è giusto è stabilito dai rapporti di forza.
Non servono lacrime di coccodrillo, se all’esterno è normale “urlare”, portare
con sé un’arma sarà considerato altrettanto “normale”.
Antonino De Cristofaro, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e
delle università
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