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“Mediazione e Protezione: Lingua e Cultura Italiana”, un convegno sull’inclusione sociale
L’iniziativa intende focalizzare l’attenzione sul ruolo della mediazione linguistica e culturale nei processi di inclusione sociale ponendo al centro il valore della lingua italiana come ponte tra comunità diverse. In un mondo sempre più caratterizzato da mobilità e incontro tra popoli, culture e tradizioni, la lingua rappresenta il primo e fondamentale strumento di integrazione. “In un mondo in movimento, dove popoli, culture e tradizioni si incontrano ma senza la stessa lingua, non ci può essere mai integrazione”: questo il messaggio che guiderà i lavori della giornata. Il convegno intitolato, “Mediazione e Protezione: Lingua e Cultura Italiana”, è organizzato dall’Anolf di Messina e svolto, venerdì 27 febbraio 2026 dalle ore 9:30, nell’Aula Magna del Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi di Messina. Ad aprire il convegno sarà il saluto del prof. Gustavo Barresi, Direttore del Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi di Messina. Seguirà una tavola rotonda che vedrà la partecipazione di autorevoli rappresentanti del mondo accademico e associativo: * Maria Ilena Rocha, Presidente nazionale di ANOLF; * Ruishu Chen, Presidente regionale Sicilia di ANOLF; * Yohannes Gebrehiwot, Presidente ANOLF Messina; * Antonino Alibrandi, Segretario Generale CISL Messina; * Fabio Rossi, Professore di Linguistica italiana, Comunicazione e Giornalismo dell’Università degli Studi di Messina; * Matilde Mulè, vice prefetto, tutela dei diritti dei diritti, cittadinanza e immigrazione * Daniela Bombara, docente CPIA Messina; * Antonio Bevilacqua, insegnante dei corsi di italiano per stranieri di ANOLF Messina. Nel corso dell’incontro sarà inoltre presentato il progetto “Una Casa in Ghana”, iniziativa che amplia la prospettiva della mediazione culturale oltre i confini nazionali, sottolineando l’importanza della cooperazione e della solidarietà internazionale. L’evento si propone come momento di confronto tra istituzioni, mondo accademico, associazionismo e realtà del territorio, con l’obiettivo di rafforzare le politiche di accoglienza, protezione e integrazione attraverso la promozione della lingua e della cultura italiana.   Redazione Italia
February 24, 2026
Pressenza
Tre virgole. E basta.
Un logo per “muoversi”. La firma stavolta conta (eppure non c’è). Le tre virgole (così sono definite ovunque) sono il simbolo dei Giochi paralimpici, l’equivalente dei Giochi olimpici per chi ha disabilità fisiche e mentali. Pensati come Giochi olimpici paralleli, prendono il nome proprio dalla fusione del prefisso para con la parola Olimpiade e i suoi derivati. I primi giochi
February 20, 2026
La Bottega del Barbieri
In dialogo con Alberta Basaglia
LA PREVENZIONE COME ANTIDOTO ALL’INFELICITÀ E IN DIFESA DELLA SALUTE MENTALE Alberta Basaglia è psicologa e da anni lavora sulle tematiche legate al contrasto della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, proponendone anche una lettura per l’infanzia. In particolare, per il Comune di Venezia ha dato vita al Centro Donna/Centro Antiviolenza e ha promosso gli interventi della stessa amministrazione in ambito di politiche giovanili e di pace. È presidente dell’Archivio Basaglia, la cui sede è presso l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Figlia di Franco Basaglia e Franca Ongaro. L’incontro con Alberta Basaglia inizia con molta emozione e curiosità perché il suo spirito pronto, innovativo e libero mi conquista e rimanda qualcosa di preziosamente nuovo e originale. Il pensiero basagliano attraversa il nostro incontro per come utilizziamo le parole e il linguaggio, e nel modo stesso di sentirci vicine: non ci abbandona mai, nemmeno per un attimo, l’idea che sia necessario lottare per i diritti della persona e della collettività. Apriamo così l’intervista, parte di un progetto di ricerca indipendente che tenta di riflettere sul pensiero collettivo e sull’azione che da esso deriva. Ci interroghiamo, in particolare, sugli effetti dell’azione umana e della sua capacità trasformativa. Ci chiediamo se il pensiero-in-azione, fonte di cambiamento, possa agire sulle relazioni e sugli affetti garantendo il bene dell’individuo e dell’intera comunità. Una riflessione, insomma, sullo stato dell’arte dei sentimenti dell’essere umano e del legame sociale. Gentile Alberta Basaglia, vorrei pensare insieme a lei il livello di sofferenza che vivono i giovani nella nostra contemporaneità. Credo che in loro s’incarni, potenzialmente e malgrado tutto, l’eredità del mondo e che abbiano delle responsabilità, di dovere e di diritto, verso un impegno con la vita. I ragazzi e le ragazze, probabilmente, percepiscono la difficoltà di un investimento emotivo su loro stessi e, perciò, la fatica del cambiamento e della crescita diventa, a volte, insostenibile. Il processo trasformativo e lo sviluppo personale, però, sono il fondamento per affrontare il passaggio dalla solitudine e dall’isolamento verso lo stare insieme proprio di una comunità. Mi chiedo, quindi, come avere cura dei giovani e del loro disagio — parola così tanto utilizzata attualmente. Come possono traghettare dal loro mondo interno a quello esterno (e viceversa) senza perdersi troppo oppure sprecare il tempo e la vita? Qual è la strada affinché l’adulto se ne possa occupare in modo preventivo, intraprendendo una via che contrasti l’insidioso timore che pure fa parte della gioventù? Esiste, insomma, la possibilità che l’adulto, e la comunità tutta, possano diventare capaci di contenere il vuoto emotivo e psichico che il ragazzo e la ragazza in crescita vivono e che permea, in qualche modo, l’intera società? Alberta Basaglia è seduta sul divano del suo studio, assume una posizione confortevole e mi rivolge uno sguardo attento e disponibile. Si parla molto di disagio giovanile, ma non assocerei propriamente ai giovani la parola disagio. Soprattutto dopo l’epidemia da Covid si è pensato che fossero venuti alla luce tanti malesseri e problematiche significative prima nascoste e sopite. In realtà credo che lo stare in solitudine abbia fatto sì che i ragazzi si trovassero per la prima volta in contatto con il proprio sé. Fino ad allora, probabilmente, avevano avuto poca esperienza di una relazione intima con se stessi. La clausura e l’isolamento forzato è come se avessero fatto scoprire a tutti noi, all’improvviso, un atteggiamento diverso nei confronti delle cose e del mondo. È come se avessimo scoperto che esiste davvero un bisogno indispensabile di comunità in ciascuno e che questa esigenza, alla fine di quel lungo periodo, come per incanto, sia tornata invisibile. Sembra essere stato un desiderio mai incontrato. Gli adulti se ne sono subito dimenticati assieme a quella volontà di trovare nell’altro speranza per costruire rapporti migliori basati sull’ascolto e sull’empatia. I giovani ricordano di più, dimenticano meno. Il problema può nascere se, durante il nuovo incontro con il proprio sé da parte dei ragazzi, l’ambiente non risponde e il sé dell’adolescente o del giovane non trova così risposta. Rifletterei, perciò, sulla necessità di creare e costruire luoghi di confronto e relazione, dove ragazzi e ragazze possano inventare un modo nuovo di stare insieme e una modalità diversa di convivenza. Piuttosto che parlare di disagio — che, come un’etichetta, rischia di sviluppare nuove malattie — parlerei di volontà di rompere l’ottusità. Il mondo esterno, inteso come l’ambiente che circonda il giovane e la giovane, pare essere basato su una posizione adultocentrica. Viviamo in una società organizzata soprattutto sugli adulti, solitamente maschi, per cui gli altri — bambini, adolescenti e donne — restano soli e senza un canale di sopravvivenza e di possibilità di comunicazione. È una comunità societaria che certamente non rispecchia l’altro nella sua differenza e potenzialità, ma addirittura lo respinge e non lo riconosce. La società e l’ambiente vivono dell’altro-che-non-ascolta e che-non-è-ascoltato. L’altro non incuriosisce e può diventare un ostacolo insormontabile che spinge l’individuo ad atti di rottura reattivi, per annientarlo. Questa violenza aggressiva sembra essere per un giovane un segnale molto forte. Potrebbe essere l’unico modo per poter dimostrare la sua sofferenza e la distanza dal mondo degli adulti. Un mondo che non ascolta e che solamente si aspetta che il giovane sia la sua stessa immagine. Il rischio, altrimenti, è di essere allontanato, abbandonato e “fatto fuori”: è qui che l’atto di violenza tra i giovani può diventare un gesto estremo e profondo di disobbedienza che non ha altro modo, né luogo per essere espressa. Insisto, perciò, che sarebbe significativo e indispensabile avere spazi di incontro di corpi tra corpi, luoghi di aggregazione in cui la realtà reale non si sovrapponga a quella virtuale che ha perso fantasia e immaginazione. Cara Alberta, a questo punto potremmo parlare per un tempo sconfinato grazie ai tanti temi e ai molti stimoli emersi. Mi soffermerei, però, su un argomento molto sentito, quale è la disabilità fisica e mentale e, in particolare, la fragilità psichica delle persone con neurodivergenza in ambito psicologico e sociale, anche psichiatrico. Incontro molti adolescenti e giovani adulti, donne e uomini, con i quali proviamo a confrontarci parlando delle difficoltà dell’assenza di una rete sociale che tenga dentro, in modo da sostenerlo, un pensiero diverso, plurale ed eterogeneo. Mi chiedo come costruire, quindi, una collettività che ha in sé i luoghi dell’avere cura come profondamente inclusivi, in cui l’ambiente non è spaventato dalla diversità e può offrire una possibilità di vita viva a chi è più debole. In questo senso, ricordo con forza e stima la legge 180 del 13 maggio 1978, per cui suo padre ha molto combattuto e per la quale ha lottato fino ad ottenere l’approvazione in Parlamento: una conquista rivoluzionaria. La politica, a volte, sembra abbandonare la speranza e lasciare da solo chi si occupa di questioni così importanti e delicate come la salute mentale ed è difficile, perciò, prendersi cura in modo pieno e completo delle diversità e della sofferenza delle malattie. Il problema è che, molto spesso, si crea uno stigma a causa della tendenza continua a produrre diagnosi, un modo di fare che diventa un segnale di quanto c’è ancora tanto da conquistare nella pratica dei diritti della persona. L’etichetta diagnostica che usiamo verso una persona con la quale non siamo abituati a relazionarci e che non conosciamo ancora nel profondo cancella la possibilità di costruire un vero legame di fiducia con l’altro e con il mondo. Attraverso le categorie diventa difficile chiedersi che cos’è l’aspetto umano che abita ognuno di noi e poter riflettere se è davvero accolta la diversità nelle sue varie forme e come è curata la disabilità quando richiede un’assistenza specifica. Oggi bisognerebbe rifondare un pensiero che sappia stimolare un’azione collettiva che preveda la capacità, da parte di ogni soggetto coinvolto, di mettere in discussione le proprie certezze. Neutralizzare la paura che nutriamo verso la nostra interiorità è il primo passo per rialfabetizzarci a una forma di reale reciprocità, elemento indispensabile per modificare davvero la realtà. CONCLUSIONI Il messaggio di Alberta Basaglia mi attraversa come un auspicio realistico che va verso un senso della cura che si muove per l’umanità dell’uomo e che, a conti fatti, è la capacità stessa dell’essere umano di sognare il proprio sogno, desiderandolo. Poter avanzare, quindi, con coraggio e vitalità nel mondo ci permetterebbe di pensare il dolore elaborandolo e renderebbe inevitabile il superare le perdite, le separazioni e la stanchezza del vivere comune. Durante l’incontro con la Basaglia mi è tornato in mente, più volte, il legame tra pensiero, azione e libertà di Hannah Arendt: “Gli uomini sono liberi nel momento in cui agiscono: essere liberi e agire sono la stessa cosa.” Tante suggestioni sono nate dialogando con Alberta Basaglia e sarebbe necessario approfondirle ancora. Se vorrà, ci vedremo presto. Grazie. Alberta Basaglia nel suo  studio. Antonella Musella
February 13, 2026
Pressenza
La Giornata dei Calzini Spaiati per celebrare l’unicità e la diversità
La Giornata dei Calzini Spaiati, che si celebra il primo venerdì di febbraio (quest’anno il 6 febbraio), ci ricorda che è bello essere se stessi e che non c’è nulla di sbagliato nel mostrare la nostra personalità, anche attraverso i piccoli dettagli del nostro look quotidiano. E’ un modo semplice e immediato per richiamare all’inclusione, al rispetto delle differenze e al contrasto al bullismo, un’occasione per riflettere sull’unicità di ognuno e valorizzarla come una straordinaria risorsa. Una giornata durante la quale indossare calzini spaiati, colorati e divertenti, simbolo di accettazione e diversità, quale piccolo gesto per dare visibilità a un messaggio importante. La Giornata dei Calzini Spaiati è anche un’occasione per riflettere sul fatto che la diversità è una forza che ci aiuta a vedere il mondo da molte prospettive diverse e un momento per promuovere la consapevolezza e il sostegno verso cause sociali, come la lotta contro il bullismo o il sostegno alle persone con disturbi dello spettro autistico e sindrome di Down. La Giornata dei Calzini Spaiati prese l’avvio nella scuola elementare di Terzo di Aquileia, in provincia di Udine, nel 2011, quando l’insegnante Sabrina Flapp ebbe l’intuizione di elevare un paio di calzini a simbolo di accettazione delle diversità e dell’integrazione. Partecipare è molto facile: basta indossare un paio di calzini non corrispondenti per tutto il giorno e magari fotografarli e condividere le proprie foto sui social media con hashtag dedicati, aumentando in tal modo la consapevolezza e incoraggiando altri a unirsi. Ci sono eventi o attività specifiche legate alla Giornata dei Calzini Spaiati che coinvolgono Comuni, scuole, uffici e organizzazioni varie, che organizzano eventi e attività, come raccolte fondi, workshop educativi e campagne per celebrare la giornata e promuovere le cause sostenute. Un appuntamento che in questi anni ha coinvolto scuole primarie (https://scienzeformazione.uniroma3.it/articoli/giornata-dei-calzini-spaiati-7-febbraio-2025-465864/), università (https://scienzeformazione.uniroma3.it/articoli/giornata-dei-calzini-spaiati-7-febbraio-2025-465864/), palestre (https://www.facebook.com/Overloadgym/?locale=it_IT) e biblioteche (https://www.sassaritoday.it/eventi/biblioteca-celebra-giornata-calzini-spaiati.html), Comuni (https://www.comune.venezia.it/de/node/63931) e fondazioni (https://www.piccolorifugio.it/i-bambini-di-fossa-e-ceggia-con-il-piccolo-rifugio-di-san-dona/), a dimostrazione che in questi 15 anni rispetto ai Calzini Spaiati vi è stata sempre più attenzione. I temi della Diversity & Inclusion negli ultimi anni hanno avuto, per la verità, sempre più spazio nella conversazione pubblica italiana: il 62% della popolazione ritiene che se ne parli di più, con un impatto rilevante nell’evoluzione dell’immaginario collettivo e il 58% degli italiani afferma di essere più consapevole rispetto a dieci anni fa sui temi sociali e inclusivi, con una maggior consapevolezza tra i giovani (66%), le donne (63%) e chi è stato maggiormente esposto a contenuti informativi (67%) e a film e serie tv (73%). Si tratta di dati della ricerca Diversity media research report 2025 di Fondazione Diversity, realizzata con il sostegno di H&M, che indicano una correlazione importante tra una maggior fruizione dei media e una crescente consapevolezza sulle tematiche di Genere e iIentità di genere, Etnia, Disabilità, LGBTQ+, Età e Generazioni, Aspetto fisico. Ad alimentare riflessione e discussione sono innanzitutto i grandi fatti di cronaca (56%) e il dibattito politico-culturale (47%) veicolati dall’informazione, a conferma della forza dell’agenda mediatica nel porre temi sensibili al centro della scena pubblica. Anche il cinema (31%), le serie (27%) e i programmi tv (29%) entrano a pieno titolo in questo processo – soprattutto sui giovani 18-34 anni – e lo fanno di più rispetto, per esempio, alle relazioni personali (24%), ai libri (13%) e alle canzoni (8%), mostrando la potenza e la responsabilità dei media mainstream nel costruire una cultura dell’inclusione condivisa. “Negli ultimi dieci anni, si legge nelle conclusioni del Report, la conversazione pubblica italiana sui temi della Diversity e dell’inclusione si è fatta più intensa e, per una quota rilevante di cittadini, più personale. Oggi il 58 % degli intervistati dichiara di sentirsi più consapevole rispetto al 2015, e quasi due su tre affermano che se ne parli di più; l’incremento è particolarmente visibile tra i 18-34enni e tra le donne. A innescare questo salto sono innanzitutto i grandi fatti di cronaca e il dibattito politico-culturale: femminicidi, guerre e crisi migratorie vengono indicati come motori decisivi di riflessione, a conferma della forza dell’agenda mediatica nel porre temi sensibili al centro della scena pubblica. Anche il cinema, le serie e i programmi tv entrano però a pieno titolo in questo processo, specie per i più giovani, che attribuiscono ai film un impatto quasi pari a quello delle news”. Una consapevolezza sui temi della diversità e dell’inclusione che anche le Giornate dei Calzini Spaiati contribuiscono con gioia ad aumentare. Qui il Rapporto realizzato da Fondazione Diversity ETS in collaborazione con Marina Cuollo: https://www.osservatorio.it/wp-content/uploads/2016/03/Diversity-Research-Media_Report-2025.docx.pdf.     Giovanni Caprio
February 5, 2026
Pressenza
La meraviglia a portata di mano: il Cristo Velato accessibile ai non vedenti alla Cappella Sansevero
Quando l’arte si apre al tatto: la Cappella Sansevero dedica una giornata ai non vedenti e agli ipovedenti A Napoli esiste un luogo in cui la meraviglia sembra sospesa nel tempo, fatta di silenzi, di luce che filtra tra i marmi e di sculture che paiono respirare. È la Museo Cappella Sansevero, scrigno di simboli, arte e mistero nel cuore del centro storico. Martedì 17 marzo 2026 questo spazio straordinario compie un gesto raro e profondamente significativo: apre le sue opere principali all’esperienza tattile di persone non vedenti e ipovedenti con la visita speciale “La meraviglia a portata di mano”. Non si tratta soltanto di un evento culturale, ma di un atto concreto di accessibilità e inclusione. Toccare ciò che solitamente è vietato, avvicinare le dita alle pieghe del marmo, seguire con il polpastrello le trame di un velo scolpito: è un ribaltamento di prospettiva che restituisce all’arte una dimensione universale, sensoriale e profondamente umana. Protagonista assoluto del percorso sarà il Cristo velato, capolavoro di Giuseppe Sanmartino, considerato tra le sculture più suggestive di tutti i tempi. Accanto ad esso, i bassorilievi della Pudicizia e del Disinganno, opere che raccontano allegorie complesse e affascinanti, normalmente osservate a distanza e che, in questa occasione, potranno essere esplorate attraverso il tatto. L’iniziativa è organizzata dal Museo Cappella Sansevero in collaborazione con l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti – Sezione Territoriale di Napoli, realtà da anni impegnata nella promozione dell’autonomia e della partecipazione culturale delle persone con disabilità visiva. Le guide che accompagneranno i visitatori saranno anch’esse non vedenti, in un passaggio di conoscenza che diventa condivisione di esperienza e non semplice spiegazione. La giornata si svilupperà dalle 9:00 alle 19:00 (ultimo ingresso alle 18:30) e l’accesso sarà gratuito su prenotazione. I partecipanti verranno accolti dallo staff dei servizi educativi del Museo con una descrizione introduttiva della Cappella e della figura del principe Raimondo di Sangro, ideatore del complesso monumentale e personaggio centrale nella storia simbolica del luogo. Uno degli aspetti più eccezionali dell’evento sarà la temporanea rimozione della recinzione attorno al Cristo velato, scelta che consentirà un avvicinamento fisico controllato all’opera. I visitatori, dotati di guanti di lattice, potranno percepire direttamente la finezza delle superfici marmoree. Per tutelare le sculture sarà richiesto di non indossare anelli, bracciali, orologi o altri oggetti potenzialmente abrasivi. Al termine del percorso tattile, gli ospiti saranno accompagnati in Sacrestia dove riceveranno in omaggio una guida in braille realizzata appositamente dal Museo in collaborazione con l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti: un gesto che trasforma la visita in memoria concreta e duratura. Ogni visitatore non vedente o ipovedente potrà accedere con un accompagnatore o con il proprio cane guida, a conferma di un’attenzione reale alle esigenze pratiche oltre che simboliche. Questa iniziativa rappresenta un passo importante verso una cultura più aperta, dove l’arte non è soltanto contemplazione visiva ma esperienza sensoriale completa. In un’epoca in cui spesso si corre e si guarda distrattamente, la Cappella Sansevero invita a rallentare, ascoltare, toccare, riconoscendo che la bellezza può essere compresa anche senza lo sguardo. Museo Cappella Sansevero – Napoli Via Francesco De Sanctis 19/21 Visita tattile “La meraviglia a portata di mano” Martedì 17 marzo 2026 Orario: 9:00 – 19:00 (ultimo ingresso 18:30) Ingresso gratuito – prenotazione obbligatoria Info e prenotazioni: Tel. 081 549 8834 Email: uicna@uici.it Un appuntamento che non è soltanto una visita museale, ma un invito collettivo a ripensare il modo in cui l’arte può essere vissuta: non più solo davanti agli occhi, ma a portata di mano. Lucia Montanaro
February 5, 2026
Pressenza
La nostra «sicurezza»: fra lame, ipocrisie e Meloni
articoli di Danilo Tosarelli e di Valentina Fabbri Valenzuela. Due punti di vista diversi per favorire la discussione… anche in “bottega” Italia, sicurezza o democrazia? Il ddl che normalizza la repressione prima ancora di essere votato di Valentina Fabbri Valenzuela (*) Repressione della solidarietà e di attivisti climatici Negli ultimi anni le mobilitazioni in solidarietà con la Palestina e in
January 21, 2026
La Bottega del Barbieri
La scuola, luogo di educazione e inclusione, non di repressione e controllo
Un ragazzo ucciso a scuola da un altro ragazzo: una di quelle notizie che non vorresti mai sentire. Così come tutte le riflessioni su quello che si sarebbe potuto fare e non si è fatto, sui limiti della scuola, sulle difficoltà a comprendere un disagio così profondo e diffuso. I limiti della scuola sono evidenti, in parte figli di un’impostazione didattico-educativa che ha subordinato lo sviluppo dello spirito critico all’addestramento; in parte determinati dalle condizioni oggettive di lavoro: classi pollaio, strutture inadeguate, tempo scuola ridotto, ruolo sociale dei docenti e del personale, che difficilmente può essere autorevole se oltre il 25% dei lavoratori continua ad essere precario. Senza dimenticare che la scuola opera all’interno di un contesto più generale complesso e articolato, nel quale violenza e ingiustizie sono puntualmente presenti. E in alcuni casi poco considerate, per esempio la recente guerriglia in autostrada fra tifosi – si fa per dire – della Fiorentina e della Roma non ha scandalizzato quasi nessuno, o, comunque, nessuno ha chiesto provvedimenti eccezionali. Come sempre, sotto la spinta dell’emozione/indignazione le prime soluzioni proposte sono tutte orientate in senso esclusivamente repressivo. I ragazzi, in generale, sono individuati come potenziali delinquenti, i migranti, con riferimento esplicito alle cosiddette seconde generazioni (Salvini), come non disponibili a integrarsi. Analisi supportate, anche, da una certa dose di razzismo, “l’uso del coltello è prevalente in certe etnie“, ha affermato il sindaco di La Spezia, dimenticando le 75 coltellate “italiane” inflitte a Giulia Cecchettin. Si chiedono pene più severe, si fa riferimento alla discussione sul nuovo “Pacchetto sicurezza”, che, come afferma il presidente di Antigone, Patrizio Gonella, “non aumenta la sicurezza dei cittadini ma riduce le garanzie, indebolisce i controlli e colpisce diritti fondamentali. È una visione della sicurezza fondata sulla repressione, non sulla legalità costituzionale“. E, soprattutto, perché un nuovo intervento sulla sicurezza a pochi mesi dalla legge n° 80/25, che avrebbe dovuto, grazie alla tanto sbandierata stretta repressiva, rendere il Paese più sicuro? Per proporre un nuovo intervento, quella legge, evidentemente, non ha funzionato. Ma se il nuovo intervento va nella stessa direzione, perché quest’ultimo dovrebbe essere efficace? Peraltro, il codice penale in vigore interviene puntualmente rispetto al possesso di armi improprie e proprie. C’è poi la soluzione specifica proposta per le scuole: l’introduzione dei metal detector. Se vogliamo spettacolarizzare il problema e non affrontarlo è la scelta migliore, come quando stai male e invece di curare la malattia ti poni esclusivamente l’obiettivo di riportare alla normalità la temperatura corporea. Dopo il covid sarebbe stato necessario, a partire dalle scuole, ricostruire ambienti che favorissero socializzazione e relazioni, supportare alunne e alunni dal punto di vista psicologico, ma sarebbero stati necessari seri investimenti, rinnovare l’edilizia scolastica, potenziare il tempo pieno, altro che blaterare di classi 4.0. Purtroppo, la scuola, per questo governo, ma anche per i precedenti, non è certo una priorità. Veramente si pensa che grazie ai metal detector non ci saranno più bullismo, violenza di genere, sopraffazione? Di più, se si ottenesse il risultato sperato, non ristabiliremmo un rapporto autorevole ma autoritario, avremmo la sconfitta della scuola della Costituzione (quella di cui parlava Calamandrei), la sua trasformazione in caserma (cosa che sembra piacere a questo governo) o prigione. Luoghi, questi ultimi, pur nella evidente e incontestabile differenza, non certo esenti dall’esercizio della violenza. Invece di ragionare su un impossibile controllo continuo e costante, storicamente fallito ogni volta che si è praticato, perché non puntare sulla capacità educativa della scuola, di una scuola aperta all’esterno, in grado di condividere le sue strutture (biblioteche, palestre, laboratori) con il territorio, costruendo legami sociali dove c’è solitudine, emarginazione, esclusione? Perché non pensare ad una scuola che, al suo interno, sviluppi le proposte didattiche con l’obiettivo di rendere autonomi alunne e alunni, autonomi perché in grado, grazie allo studio, di orientarsi nel mondo, di leggerne, e contestarne, le ingiustizie, di superare, attraverso l’educazione all’affettività, rapporti personali caratterizzati dal possesso e dalla tossicità? Infine, non è possibile un nuovo patto educativo se all’esterno della scuola si praticano “i due pesi e le due misure”, se si giudicano i fatti in base alla vicinanza, o alla lontananza, rispetto ai protagonisti, se si tace su un genocidio, o si guarda con simpatia a un leader, per ultimo Trump, per cui ciò che è giusto è stabilito dai rapporti di forza. Non servono lacrime di coccodrillo, se all’esterno è normale “urlare”, portare con sé un’arma sarà considerato altrettanto “normale”. Antonino De Cristofaro, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Altri Natali – Natale in-canto: la musica come linguaggio universale al Monastero delle Trentatrè
Il 20 dicembre, il Monastero di Santa Maria in Gerusalemme, detto delle Trentatrè, a Napoli, ospita Natale in-canto, un concerto che propone un viaggio musicale e culturale fondato sull’incontro. Un appuntamento che restituisce al Natale un significato essenziale, lontano dalla retorica e dal consumo, riportandolo alla sua dimensione più autentica: quella dell’ascolto, della relazione e della condivisione. Il concerto si inserisce nel progetto Altri Natali, rassegna promossa dal Comune di Napoli che propone una rilettura del Natale attraverso linguaggi artistici diversi, mettendo al centro ascolto, accoglienza e pluralità. Per questo appuntamento, il concerto è realizzato grazie alla collaborazione tra il coro IoCiSto APS e la Bandita Sbandata Ensemble dell’associazione LeMuseper-l’Oro APS, due realtà diverse per storia e composizione, ma accomunate dall’idea della musica come spazio di dialogo e apertura. Il programma attraversa brani della tradizione napoletana, canti natalizi internazionali e composizioni rielaborate, costruendo un percorso in cui linguaggi, culture e sensibilità differenti si incontrano. In Natale in-canto la musica si fa trait d’union e linguaggio universale: un territorio comune in cui le differenze non vengono annullate, ma riconosciute e trasformate in armonia. La musica diventa così strumento di relazione e di ascolto, capace di creare legami e generare partecipazione. Il coro IoCiSto APS, diretto dalla maestra Francesca Curti Giardina, è una realtà corale nata all’interno della comunità della libreria e associazione IoCiSto di Napoli. Composto da voci diverse per età e percorsi, il coro ha costruito nel tempo un’esperienza musicale fondata sulla condivisione e sulla disponibilità a esserci quando la musica può accompagnare un messaggio, un incontro, un momento collettivo. Non un coro tematico, ma una comunità che canta, mettendo al centro il valore del fare insieme. Il coro IoCiSto APS è accompagnato dai maestri Cinzia Martone e Andrea Sensale, che ne sostengono l’impianto musicale, valorizzando il lavoro corale e l’ascolto reciproco delle voci. Accanto a questa esperienza, la Bandita Sbandata Ensemble porta in scena un repertorio di brani originali che raccontano storie, desideri e vissuti legati alla disabilità, dando voce anche al disagio che spesso accompagna questa condizione. I testi alternano forme dirette ed esplicite – come Quando ti senti un di più e Helena – a narrazioni costruite per metafore, come Il capitano Solo, ispirato a un racconto di Gabriele Romagnoli. Il repertorio affronta anche temi di forte impatto e impegno sociale, come in Guerra!!!, Crissommole e Libbertà, e si apre a linguaggi e culture extraeuropee: La rana non si ingozza prende spunto da un proverbio africano e propone una visione ecologista, mentre Mansane Sissè rielabora un canto processionale dei contadini del Senegal. Un lavoro che mostra come la musica possa farsi racconto collettivo e strumento di consapevolezza. Natale in-canto, all’interno del progetto Altri Natali, è un appuntamento che affida alla musica il compito di creare uno spazio di ascolto e condivisione. Un momento in cui le voci, i suoni e le storie si incontrano per restituire al Natale il senso dell’essere insieme, qui e ora. L’evento è gratuito, fino ad esaurimento posti. Lucia Montanaro
December 14, 2025
Pressenza
La morbida durezza del tatami. Come affrontare la differenza della disabilità
Quando il tatami diventa un luogo di cura, crescita e inclusione per bambini e adolescenti Oggi utilizziamo la giornata internazionale delle persone con disabilità per parlare di un’iniziativa che riflette molto bene l’attività quotidiana del lavoro sul territorio campano, un fare costante e continuo che avvicina la fragilità e le neurodivergenze. In particolare, ci riferiamo al progetto Katautism appena partito all’interno dell’Istituto Comprensivo “De Amicis” a Succivo. Il paese campano accoglie la proposta della Federazione Nazionale Fijlkam (Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali) e osa un percorso innovativo e sperimentale avvalendosi di interventi psicologici specialistici: la disciplina judoka offre, quindi, alla comunità l’arte di alimentare, all’interno dell’individuo, una mentalità solidale e attenta al senso dell’essere giusti e del diritto alla libera scelta, tenta lo sviluppo della capacità di simbolizzare psichicamente la pratica dello stare in relazione con l’altro, creando, gradualmente e attraverso la guida dei maestri, un cambiamento nell’individuo e nel suo mondo interno, una trasformazione nel suo sé che, ad un certo livello, può definirsi profonda e strutturale. Il judo, in questo senso, ha molti punti in comune con la cura psicologica. La lotta sul tatami, tappeto da combattimento utile come superficie sicura per l’allenamento e le competizioni, è la conquista di un’esperienza di fiducia e di incontro con l’altro e insegna che imparare a cadere può diventare un vissuto di valore. La caduta, cioè, viene colta nel suo significato intrinseco dell’imparare-a-cadere-per-rialzarsi e, in tal senso, l’arte marziale del judo esprime la capacità di sollevarsi dalla caduta attraverso lo sguardo dell’altro avversario che tiene vivo l’atleta messo al tappeto condividendo con lui il vissuto di impotenza, in questo modo lo aiuta in un momento di sconcerto e fragilità. Potremmo pensare che il tatami, come base sufficientemente morbida su cui cadere, esprime la forza, il coraggio e il senso del giusto, insomma, con il judo c’è la possibilità di vivere un’esperienza di morbida durezza, ossimoro che ci porta ad immaginare il rapporto stretto che questa disciplina ha con l’essere umano e la sua comunità. Soprattutto, il progetto mette in evidenza molto bene la forte relazione tra l’Arte Marziale, la Psicologia e la Politica come rete necessaria affinché si possa creare un ambiente stabile, solido e affidabile, fonte di sviluppo e vera crescita nei bambini e negli adolescenti. L’obiettivo è di poter pensare, dentro un microcosmo qual è la scuola, ad esempio il dojo, luogo della “pratica marziale” come crescita e miglioramento personale, una modalità nuova di stare in relazione con l’altro e fare in modo che l’individuo possa esprimere le regole valoriali, apprese nella tecnica judoka, all’interno della società e dell’ambiente in cui vive. Lo scopo più lungimirante è provare a sviluppare, in ciascuno, il senso della cura per l’altro e, contemporaneamente, per sé. Manifestare, insomma, la necessità di proteggere i diritti dei più deboli e sentirne l’impegno e il dovere, e costruire una comunità in cui la vera forza è sentirsi meno spaventati ed esprimere, perciò, la libertà delle differenze nella loro molteplicità. Il progetto ricorda, e sottolinea, che il divertimento e il piacere sono ingredienti fondanti per poter imparare a vivere e a lottare per la conquista del diritto dello stare insieme in pace che non è assenza di conflitti, ma, al contrario, è renderli vivi e animati. Antonella Musella
December 3, 2025
Pressenza
Moda etica e inclusione: a Brescia un progetto che cuce futuro e sostenibilità
In una delle province più produttive d’Italia, dove le fabbriche hanno fatto la storia del lavoro ma la disoccupazione femminile resta ancora una ferita aperta, un piccolo laboratorio sartoriale prova a cambiare il destino di molte donne. Si chiama Atelier Bebrél, e dietro a un semplice ago e filo si cela una rivoluzione silenziosa: un modello di inclusione sociale e sostenibilità che intreccia storie, competenze e nuove opportunità professionali. Dalla fragilità alla rinascita: la forza di un progetto Nato a Rodengo Saiano, nel cuore del bresciano, Atelier Bebrél è più di un laboratorio di sartoria creativa. È un luogo dove le donne in situazioni di fragilità – vittime di violenza, migranti, disoccupate di lunga durata – trovano una seconda possibilità attraverso la formazione e il lavoro. Il progetto prende forma grazie alla sinergia tra Fondazione Punto Missione e Associazione Casa Betel 2000 Onlus, due realtà impegnate nell’accoglienza di donne sole e madri con figli. Qui la sartoria diventa strumento di autonomia, ma anche terapia, riscatto e comunità. «La consapevolezza che il lavoro è la chiave per costruire una nuova identità e un’integrazione sociale reale – spiega Silvia Daminelli, coordinatrice dell’Atelier – ci ha spinto a creare percorsi formativi aperti non solo alle nostre ospiti, ma anche alle donne del territorio, spesso escluse dal mercato del lavoro perché prive di competenze spendibili». Un modello formativo a cascata Oggi Atelier Bebrél ha compiuto un passo in più. Con il sostegno della Fondazione Marcegaglia (Fondo Robi) e la consulenza di Mending for Good, ha avviato un innovativo percorso di formazione in moda sostenibile e upcycling. Il progetto è partito da un workshop intensivo rivolto a cinque professioniste dell’Atelier – una stilista e quattro sarte – che hanno acquisito competenze avanzate in riuso creativo e design circolare. Sono poi loro, in un modello “a cascata”, a formare oggi 15 donne in situazioni di vulnerabilità, moltiplicando così conoscenze, opportunità e autonomia. Non si tratta solo di corsi, ma di un percorso completo che include tirocini retribuiti e mentoring individuale, con l’obiettivo di un inserimento concreto nel settore della moda etica. «Vogliamo costruire un sistema di valore – spiega Alberto Fascetto, responsabile partnership per la Fondazione Marcegaglia – dove la formazione diventa un trampolino per l’indipendenza economica e la dignità personale». (Fotografia di Simona Duci)   Cucire per ricucire: il valore dell’upcycling Accanto al valore sociale, c’è una visione ambientale forte. Grazie alla collaborazione con Mending for Good, società specializzata in upcycling e design circolare, Atelier Bebrél impara a trasformare scarti tessili e materiali dimenticati in nuovi capi unici, di alta qualità e dal forte impatto etico. «Parliamo di rammendo nel senso più ampio del termine – spiegano Alessandra Favalli e Barbara Guarducci, fondatrici di Mending for Good –. Riparare un sistema significa considerare la responsabilità ambientale e sociale, rispettare le persone e il pianeta, creando circoli virtuosi tra artigianato e moda». Storie che diventano tessuti Dietro ogni cucitura, ci sono storie di vita. Come quella di Olga, arrivata a Brescia da Kiev nel marzo 2022, in fuga dalla guerra insieme alla nonna novantaduenne. A casa sua gestiva una sartoria, qui, grazie ad Atelier Bebrél, ha potuto ricominciare. Oggi coordina la linea creativa del laboratorio e guida altre donne nella produzione. «A Brescia ho trovato una nuova stabilità – racconta –. Lavorare di nuovo con ago e filo mi ha permesso di ricostruire la mia vita». O quella di Isabella, che dopo un lutto devastante ha ritrovato nel cucito una forma di rinascita: «Mi ha salvata. Lavorare in gruppo, creare qualcosa di bello insieme ad altre donne, mi ha ridato fiducia e voglia di vivere». (Fotografia di Simona Duci)   Un futuro che si cuce insieme A fine novembre, Atelier Bebrél inaugurerà la sua nuova sartoria nel centro di Rodengo Saiano: un punto d’incontro per la comunità dove portare abiti da riparare o richiedere creazioni su misura. Un luogo dove la moda si fa strumento di solidarietà e rete con le realtà tessili locali. In un territorio industriale che oggi cerca nuove forme di sviluppo, questo progetto dimostra che la sostenibilità non è solo ambientale, ma anche sociale. E che si può davvero “ricucire” il tessuto dell’economia con fili di dignità, competenza e speranza. Perché, a volte, un abito non è solo un abito: è una storia che riprende forma, una vita che ricomincia. Simona Duci
October 29, 2025
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