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Se la tregua dovesse fallire, potrebbe esserci una “Hormuz digitale”
Tutti giustamente concentrati sui due beni naturali più importanti del Golfo Persico (petrolio e gas), in pochi si sono occupati degli altri settori che sono andati in crisi in appena sei settimane di guerra. Certo, il mercato immobiliare e il turismo hanno ricevuto un po’ di attenzione, ma forse meno […] L'articolo Se la tregua dovesse fallire, potrebbe esserci una “Hormuz digitale” su Contropiano.
April 14, 2026
Contropiano
L’impero nascosto di Google mostra le debolezze dell’antitrust
Immagine in evidenza rielaborata con AI Il 10 febbraio scorso la Commissione Europea ha approvato senza condizioni l’acquisizione di Wiz da parte di Google, conclusa poi a marzo per un valore di 32 miliardi di dollari. Wiz è un’azienda israelo-americana fondata nel 2020: opera nel settore della cybersecurity e ha sviluppato una piattaforma che consente alle aziende di monitorare e proteggere le proprie “superfici di attacco” sul cloud. Tra i suoi clienti ci sono i servizi cloud di molte grandi aziende globali. Teresa Ribera Rodriguez, commissaria europea per la concorrenza, ha dichiarato in una nota ufficiale che “Google si posiziona dietro ad Amazon e Microsoft in termini di quote di mercato nelle infrastrutture cloud e la nostra valutazione ha confermato che i clienti continueranno ad avere alternative valide e la possibilità di cambiare fornitore”. In termini di concorrenza e rischio di monopolio del mercato, quindi, nulla osta all’acquisizione da parte dell’azienda di Mountain View.  Ma è davvero così? Una recente analisi pubblicata a novembre su ArXiv.org suggerisce che in realtà gli organi di controllo antitrust non siano riusciti a intercettare la vera portata dell’influenza di Google nel settore digitale globale, permettendo all’azienda americana di costituire quello che i tre autori definiscono “l’impero nascosto di Google”.  Secondo gli autori – Aline Blankertz, Brianna Rock e Nicholas Shaxson – oggi Google “ha accumulato un impero di oltre seimila aziende che ha acquisito, supportato o in cui ha investito, nell’economia digitale e non solo”. Tutto ciò sarebbe stato possibile per una concomitanza di fattori, a cominciare dalla strategia di Google di sfruttare investimenti di minoranza nelle società che sfuggono agli organi di controllo e dalle prospettive troppo stringenti che le stesse autorità antitrust adottano nel giudicare gli investimenti e le acquisizioni. GOOGLE CONTROLLA OLTRE 6000 AZIENDE La base di dati principale usata nello studio proviene da PitchBook, un’azienda specializzata nel fornire dati sui movimenti di capitale tra aziende. A questa, i tre autori hanno aggiunto ulteriori ricerche, includendo anche altre aziende della galassia Google (DeepMind, YouTube, Google Ventures, Google for Startups e altre) e un’ulteriore analisi delle informazioni fatte circolare dall’agenzia di stampa Bloomberg. Dai dati risulta che negli ultimi 15 anni Google ha costruito la sua rete di influenza – che, come detto, coinvolge migliaia di aziende digitali – a livello globale. Questa circostanza mette Google in una posizione di netto vantaggio rispetto alle altre Big Tech digitali e, come ha commentato un’autrice dello studio, l’economista tedesca specializzata in piattaforme digitali Aline Blankertz a Guerre di Rete via email, rappresenta “un’enorme concentrazione di potere”. La differenza rispetto a situazioni simili che si sono verificate, per esempio, nel settore finanziario, “sta nel fatto che Google esercita un’influenza molto diretta sui tipi di tecnologie da sviluppare, che sono solo quelle che avvantaggiano il suo modello di business”, continua Blankertz. “Questo le consente di permeare un numero ancora maggiore di ambiti della vita [delle persone] senza dover rendere conto della propria influenza, poiché tali investimenti non sono soggetti ad alcun tipo di supervisione”. Nel suo database, PitchBook distingue, infatti, tra “acquisizione”, cioè la presa del controllo di un’azienda da parte di un’altra attraverso l’acquisto di quote di capitale, e gli “investimenti”, in cui l’acquisto di capitale dà invece diritto a una percentuale inferiore al 15% nei diritti di voto all’interno dei consigli di amministrazione. Seguendo questa distinzione, gli autori hanno analizzato il comportamento di Google tra il 2010 e il 2024. I dati raccontano un incremento della strategia di investimento e una progressiva diminuzione delle acquisizioni e delle fusioni nello stesso periodo.  Un altro fattore importante è che non tutte le aziende in cui Google investe sono nello stesso settore, pur facendo comunque parte del mondo della tecnologia digitale. Ciò consente a Google di esercitare un controllo che non è verticale, ma più simile a un “controllo ecosistemico”, restando però sotto il radar delle autorità di controllo. Delle quasi 6000 aziende in cui ha investito rimanendo sotto la soglia fatidica del 15% dei diritti di voto in CdA, molte sono state sostenute da Google non solo attraverso capitale, ma anche risorse: crediti cloud, mentoring, accesso all’ecosistema. Il risultato è una forma di “controllo senza proprietà”: Google non possiede le startup, ma ne orienta le tecnologie e i modelli di business. E mentre queste si appoggiano sempre più alla sua infrastruttura, finiscono per rafforzarne la posizione sul mercato. Poiché l’antitrust si concentra soprattutto su fusioni e acquisizioni, questa rete di investimenti sfugge in gran parte ai controlli. Così facendo, l’influenza di Google sull’economia digitale mondiale si sarebbe espansa grandemente senza incontrare ostacoli. IL CASO DI DOUBLECLICK All’interno della strategia di Google, le acquisizioni continuano comunque ad avere un peso importante, nonostante il loro numero ridotto negli anni. Non tanto per l’acquisizione diretta di fette di mercato in settori vicini, ma soprattutto per l’integrazione tecnologica. Per spiegare meglio come funzioni, gli autori dell’analisi descrivono il caso di studio dell’acquisizione di DoubleClick avvenuta nel 2007.  DoubleClick era un’azienda americana nata nel 1995 e specializzata nei servizi di pubblicità online. I regolatori americani ed europei che dovevano esprimere un parere sull’acquisizione non individuarono problemi perché ritenevano che Google non avesse abbastanza potere sul mercato e la competizione sarebbe rimasta alta.  In particolare, la Federal Trade Commission statunitense (FTC), respinse “la preoccupazione che Google potesse integrare la propria offerta di pubblicità online con il software di DoubleClick, discriminando così la concorrenza”, perché non sarebbe stata una scelta economicamente vantaggiosa. Eppure è esattamente quello che è successo. Google ha progressivamente integrato DoubleClick nel proprio ecosistema pubblicitario, diventando l’attore dominante dell’intero panorama della pubblicità digitale. Con il paradosso che negli anni successivi le autorità hanno accusato Google di favoritismo e condotta anticoncorrenziale, con pesanti sanzioni dell’antitrust. Secondo Blankertz e gli altri autori, la lezione da portare a casa da questo “peccato originale” è che gli enti regolatori sottostimano l’integrazione verticale. Concentrandosi sul lato economico delle acquisizioni, le autorità si preoccupano soprattutto delle “acquisizioni orizzontali”, cioè aziende simili che operano nello stesso settore di mercato e che, fondendosi, ne potrebbero controllare una fetta troppo grossa, penalizzando la concorrenza.  Le “acquisizioni verticali” sono invece quelle che prevedono di acquisire un fornitore, un cliente o un soggetto di un altro anello della catena di approvvigionamento. Per capire meglio la differenza, nell’articolo viene fatto un esempio relativo al settore agricolo: “L’acquisizione di un altro produttore di pesticidi da parte di un produttore di pesticidi potrebbe sollevare preoccupazioni di natura orizzontale, mentre l’acquisizione di un produttore di semi di soia e mais da parte di un produttore di pesticidi solleverebbe preoccupazioni di natura verticale”. In questo secondo tipo ricade anche l’acquisizione di DoubleClick da parte di Google, che, di fatto, ne ha acquisito la tecnologia integrandola nel proprio ecosistema. IL CASO FITBIT Acquisire una tecnologia entrando in società con un’altra azienda è il tema anche dell’altro caso di studio presentato, quello relativo all’acquisizione di FitBit nel 2020. FitBit era un’azienda che operava acquisendo dati relativi alla salute dei clienti e monitorando le loro abitudini.  Seppure con alcune riserve, sia la Commissione Europea che l’FTC hanno approvato l’operazione, a patto che Google si impegnasse a prevenire un uso improprio dei dati sulla salute dei clienti e che si impegnasse a garantire una competizione equa nel mercato. Gli enti regolatori erano preoccupati che Google potesse utilizzare i dati sensibili di FitBit relativi alla salute e al fitness per rafforzare la propria posizione dominante nella pubblicità online, limitare l’accesso dei concorrenti ai dati o al software e sfruttare il proprio ecosistema Android nel mercato dei dispositivi indossabili.  Google ha accettato senza troppi problemi le indicazioni, perché quelle preoccupazioni erano lontane dal toccare il suo vero interesse strategico. Google sembra infatti aver consentito il declino di FitBit, come dimostrano il calo degli utenti, la riduzione delle vendite e la minore rilevanza del prodotto. Nel frattempo, ha spostato l’attenzione sui propri dispositivi e partnership, come il Pixel Watch e le collaborazioni con Samsung nel settore dei dispositivi mobile. Questo risultato suggerisce che l’acquisizione potrebbe aver funzionato come una “killer acquisition”, neutralizzando un potenziale concorrente anziché rafforzarlo. Il problema, quindi, è che se i regolatori si concentrano solamente sui risvolti di economia “classica” delle acquisizioni e delle fusioni, possono completamente perdere di vista la reale strategia tecnologica che sottostà alle operazioni finanziarie. IL RUOLO DELLA POLITICA E DELLA POLICY Attraverso questo “impero nascosto”, avvertono gli autori dello studio, Google si trova in una posizione dominante per indirizzare lo sviluppo della tecnologia del prossimo futuro. Ovviamente, cercando di spingerla verso una direzione che sia il più profittevole possibile per sé stessa. Ma c’è uno spostamento importante che viene rilevato. Fino a pochi anni fa, Google provava ad assumere una posizione dominante nel mercato grazie al suo peso in termini economici. Oggi, dopo lo spostamento di strategia descritto, Google starebbe cercando di aumentare la propria rilevanza attraverso un posizionamento strategico in settori chiave, come per esempio quelli dell’AI, dell’infrastruttura della cybersecurity e del cloud. Tutti centrali anche nell’acquisizione appena confermata di Wiz. Inoltre, Google sta acquisendo ancora più centralità attraverso una relazione sempre più stretta con gli uffici governativi americani. L’attività di lobbying presso il governo americano è tale per cui, scrivono gli analisti nel paper, “Google presenta le proprie tecnologie cloud e di intelligenza artificiale come indispensabili per affermarsi a livello geopolitico. Questo crea una situazione in cui il governo potrebbe sentirsi in dovere di soprassedere su alcuni dubbi relativi all’espansione di Google e, al contrario, impiegare le proprie risorse per rafforzare l’azienda, invece che controllarla e limitarla”. In questo senso, “l’acquisizione di Wiz può essere considerata un caso di studio per questa dinamica emergente”. E che sembra rappresentare il nuovo paradigma in cui è intenzionata a operare Google. Si può intervenire in termini di policy, magari provando a limitare questo tipo di operazioni da parte di un attore del mercato? Aline Blankertz non nasconde il suo pessimismo: “Il problema è che siamo troppo in ritardo. Se vogliamo creare un mercato in cui le aziende europee possano competere nel settore digitale e in cui i governi possano contare su un’infrastruttura digitale sicura, dobbiamo prendere in considerazione interventi efficaci come lo smembramento delle imprese”. Come a dire: non essendo riusciti a prevenire questa situazione, adesso si dovrebbe rompere un sistema già consolidato. Non sarà facile. L'articolo L’impero nascosto di Google mostra le debolezze dell’antitrust proviene da Guerre di Rete.
April 1, 2026
Guerre di Rete
Amazon intorbidisce le acque
Articolo di Lavinia Ferrone Il cloud non davvero è una nuvola inafferabile, ma un’infrastruttura fatta di cemento, cavi, generatori e acqua. In una contea rurale dell’Oregon, l’espansione dei data center di Amazon si è intrecciata con un disastro già in corso nelle falde, accelerando un ciclo di contaminazione da nitrati che colpisce la popolazione.  Una crisi silenziosa, passata inosservata per anni anche se è sotto gli occhi di tutti, come fa l’acqua quando corre lungo le tubature sotterranee. Arriva nelle case della gente e il suo essere insapore, inodore e incolore è in grado di nascondere tra le molecole della sua memoria altre sostanze, atomi che ci restano impigliati a causa di interazioni deboli, elettrostatiche, eppure letali. L’inquinamento ambientale sistemico, radicato nel cuore della contea di Morrow – zona rurale e agricola dell’est dell’Oregon – è diventato negli ultimi anni simbolo dei rischi legati alla corsa globale alla digitalizzazione. Nel 2022 Jim Doherty – allevatore e commissario della contea, Repubblicano – si rende conto di avere sempre la stessa conversazione: adulti sani, persone giovani, si ammalano di patologie croniche, sviluppano tumori o perdono organi vitali. Ciò che colpiva di quelle conversazioni era il modo in cui le persone le collegavano a un problema relativo all’acqua della zona. Doherty capiva a cosa si riferivano: la falda acquifera della contea era stata contaminata dai nitrati – un sottoprodotto dei fertilizzanti chimici utilizzati dalle mega-fattorie e dagli stabilimenti di trasformazione alimentare dove lavorava la maggior parte dei suoi concittadini. La falda acquifera sotto la contea di Morrow, nota come bacino Lower Umatilla, è l’unica fonte d’acqua per ben 45.000 residenti nella contea e dintorni, la maggior parte dei quali si affida a pozzi che attingono da quel bacino. Dal 1991, i funzionari del Department of Environmental Quality (Deq) dell’Oregon raccolgono campioni da questa falda che mostrano un aumento lento ma costante di sostanze chimiche tossiche nell’acqua. Doherty, allarmato, avvia con l’ufficio sanitario locale un’indagine su 70 pozzi: 68 risultano contaminati da nitrati a livelli superiori rispetto ai limiti di sicurezza. Il nitrato (NO3–) e la sua forma ridotta, il nitrito (NO2–), è una fonte di azoto immediatamente disponibile per le piante che lo utilizzano per la sintesi della clorofilla, quel pigmento verde necessario per la fotosintesi clorofilliana. L’impiego dei nitrati come fertilizzanti agricoli è un modo efficace per aumentare rapidamente la resa dei raccolti. Negli ultimi anni, però, è emerso che un’esposizione elevata – per esempio attraverso il consumo prolungato di acqua contaminata – può comportare rischi per la salute umana; per questo l’Organizzazione mondiale della sanità ha indicato soglie massime di sicurezza. Nel nostro organismo il nitrato, trasformato in nitrito, può dare origine a composti N-nitrosi, o nitroderivati (NOCs, N-nitroso compounds): molecole instabili e altamente reattive capaci di interagire con il Dna e danneggiarlo. Se questo danno non viene riparato correttamente, può fissarsi come mutazione: un’alterazione inizialmente transitoria della sequenza può diventare permanente e venire trasmessa alle cellule figlie, aumentando nel tempo la probabilità di trasformazione tumorale. I nitroderivati sono considerati particolarmente problematici perché possono favorire stati infiammatori e, in alcune condizioni, presentare effetti avversi sullo sviluppo fetale e infantile. Studi epidemiologici hanno inoltre messo in associazione un’esposizione cronica a nitrati/nitriti e NOCs con un aumento del rischio di alcuni tumori (in particolare gastrici e del colon-retto, ma anche tiroidei e renali) e con esiti riproduttivi avversi, come nascite premature, malformazioni fetali e aborti spontanei. IL DISASTRO IN OREGON In Oregon le fonti di contaminazione non mancano: Morrow è sede di alcune delle più grandi aziende agricole (tra queste, Lamb Weston, che fornisce praticamente tutte le patate per le patatine fritte di McDonald’s) e zootecniche del Nord-Ovest americano, attratte da un terreno reso fertile artificialmente grazie a un massiccio sistema di irrigazione costruito negli anni Novanta per compensare le condizioni aride e renderlo più produttivo. Un maggiore flusso d’acqua significava che le grandi aziende agricole potevano utilizzare fertilizzanti nei campi tutto l’anno. Ogni giorno mega-fattorie, allevamenti intensivi e impianti di lavorazione alimentare della contea convogliano milioni di litri di acque reflue al Porto di Morrow, sul fiume Columbia. Qui vengono stoccate in enormi bacini coperti da teloni, dove i solidi affioranti vengono in parte degradati dai microbi producendo metano, poi bruciato attraverso piccoli camini. L’acqua restante rimane carica di residui di azoto – fertilizzanti, letame e materiali vegetali – e viene quindi ripompata sui campi senza costi per gli agricoltori: un riciclo che semplifica la gestione dei reflui per il Porto e fornisce alle aziende un flusso costante di acqua fertilizzata che, nel suolo, può trasformarsi in nitrati e raggiungere la falda. Il disastro ambientale, già in corso da anni, ha subito un’accelerazione con l’arrivo di Amazon. Dal 2011, il colosso tecnologico ha costruito sette data center nella contea, ottenendo forti agevolazioni fiscali da parte delle autorità locali (una moratoria sulle imposte della durata di 15 anni per ciascun edificio). La promessa era quella di diversificare l’economia locale, troppo dipendente dall’agricoltura. Ma mentre Amazon beneficiava di oltre 100 milioni di dollari in esenzioni, la comunità si trovava a dover affrontare nuove criticità a livello ambientale. I data center pompano ogni anno decine di milioni di galloni d’acqua dalla falda per raffreddare le apparecchiature informatiche, acqua che poi viene convogliata nel sistema di acque reflue del Porto di Morrow. Tutta l’acqua proveniente dai data center si mescola con le acque reflue già contaminate nelle lagune, aumentando ulteriormente il volume di acqua che viene infine smaltito sui campi.  Come spiega Greg Pettit, che ha lavorato per 38 anni al Deq ed è stato responsabile dello sviluppo del programma sulla qualità delle acque sotterranee dell’Oregon, «più acqua metti sui campi, più velocemente spingi l’azoto attraverso il suolo e giù nella falda». Chad Gubala, un idrologo che dal 2018 al 2022 ha gestito per il Deq dell’Oregon la supervisione sul permesso per le acque reflue del Porto di Morrow, è ugualmente critico rispetto al modo in cui, storicamente, il Porto ha gestito l’enorme volume di acque reflue, irrorando i campi nei freddi mesi invernali, anche quando non c’erano colture in campo.  «Gli agricoltori e il personale del Porto sostenevano che mantenere l’irrigazione durante la stagione non vegetativa fosse una cosa ragionevole per tenere il suolo ‘in condizioni appropriate’, dicevano, così da essere pronti per la semina primaverile e la crescita precoce. Ma, in pratica, era una montagna di stronzate, un modo per mantenere uno scarico continuo di acque reflue tutto l’anno dalle loro strutture» (in un comunicato del 30 ottobre, il Porto ha promesso di porre fine a questa pratica a partire da quest’inverno. La direttrice esecutiva del Porto, Lisa Mittelsdorf, ha dichiarato a Rolling Stone che «il Porto e il Deq hanno lavorato insieme per vietare l’applicazione a terra di acque reflue industriali durante la stagione non vegetativa»). La continua irrorazione durante i mesi invernali aiutava il Porto e Amazon a gestire lo straordinario volume di acque reflue proveniente da aziende agricole e data center, ma ha fatto scattare campanelli d’allarme tra gli analisti del Deq. La pratica dell’irrigazione invernale «rappresenta un rischio significativo per le acque sotterranee», ha scritto in un’e-mail del 2023 Larry Brown, specialista di salute ambientale del Deq, riassumendo le preoccupazioni che aveva già espresso ai dirigenti del Deq l’anno precedente. «[Deve] essere eliminata gradualmente il prima possibile». Quegli avvertimenti furono ignorati. Con l’aumento dei nitrati nella falda, persino l’acqua apparentemente pulita che il Port prelevava dai pozzi più profondi – usata per servire i grandi clienti industriali come Amazon – è diventata contaminata. Ben presto, Amazon si è ritrovata a usare acqua con fino a 13 ppm di nitrati, al di sopra dei limiti federali e statali, per raffreddare i propri data center. Quando quell’acqua contaminata attraversa i data center per assorbire il calore dei server, una parte dell’acqua evapora, ma i nitrati restano, aumentando ulteriormente la concentrazione. Ciò significa che, quando l’acqua inquinata esce dai data center e rientra nel sistema di acque reflue, è ancora più contaminata, arrivando talvolta a una media di 56 ppm, otto volte il limite di sicurezza dell’Oregon. Nel giugno 2022, Doherty propose di dichiarare lo stato di emergenza sanitaria, ma a ostacolarlo fu soprattutto il timore, da parte del mondo agricolo e industriale locale, che un intervento statale potesse limitare o bloccare le attività produttive. Il dibattito evidenziò uno squilibrio sociale: mentre il 30% dei residenti viveva in case mobili con pozzi contaminati e senza alternative sicure, la minoranza più ricca – dirigenti agricoli e industriali – abitava in quartieri forniti da acquedotti municipali che pescavano da strati idrici più profondi e meno inquinati.  Nonostante le opposizioni, la dichiarazione fu approvata da una parte del consiglio locale, consentendo di attivare fondi pubblici per la distribuzione di acqua pulita e per l’analisi dei pozzi privati. L’intervento dello stato, però, fu modesto. Secondo alcuni osservatori, la debole risposta delle autorità fu il risultato di pressioni informali da parte di lobby agricole e industriali, preoccupate di tutelare l’immagine e gli affari delle imprese locali. In questo clima di tensione, molti lavoratori – spesso immigrati e privi di documenti – temevano di esporsi. Le grandi aziende offrirono sostegno alle famiglie ma evitarono di riconoscere legami con l’inquinamento. Neppure le istituzioni locali riconobbero un proprio ruolo, nonostante violazioni ambientali documentate. Amazon sostenne iniziative sociali ma negò ogni responsabilità, affermando di non utilizzare nitrati nei propri processi.  I pozzi privati contaminati restano tuttora privi di una soluzione strutturale: molte famiglie ricevono acqua in bottiglia per cucinare e bere, ma non ci sono ancora piani pubblici per la bonifica dell’acquifero.  La crisi idrica della contea di Morrow, quindi, non è stata solo una questione ambientale e sanitaria. Ha messo in luce una rete di interessi economici, disuguaglianze sociali e conflitti di potere. Mentre le comunità più vulnerabili lottavano per accedere a un bene essenziale come l’acqua pulita, i vertici industriali e politici manovravano per proteggere investimenti e consenso. Doherty, figura solitaria e osteggiata, ha cercato di porre al centro la salute pubblica. Ma la sua battaglia si è scontrata con un sistema consolidato in cui l’emergenza ambientale è stata negata o depotenziata per preservare l’ordine economico esistente. La storia della contea si chiude (per ora) con una consapevolezza amara: quella di una comunità sacrificata in nome degli interessi aziendali, in cui il prezzo dell’innovazione è stato scaricato silenziosamente sull’ambiente e sulla salute pubblica. Ma il caso rappresenta anche un monito per il futuro, in un contesto globale in cui i data center – infrastrutture sempre più diffuse – continuano a insediarsi in territori agricoli o idricamente fragili. Raccontarla oggi significa provare a prevenire, altrove, ciò che in Oregon è ormai cronaca. AMAZON A MILANO Negli ultimi anni l’area metropolitana di Milano è stata interessata da diversi sviluppi infrastrutturali e ambientali che contribuiscono a delineare un contesto territoriale in evoluzione. Tra questi rientra il progetto di Amazon Web Services, che ha avviato la realizzazione di un nuovo campus di data center nei comuni di Rho e Pero. L’insediamento occuperà un’area di circa 100.000 m² e comprenderà due edifici principali. Come noto, i data center richiedono ingenti quantità di energia e di acqua per il raffreddamento dei server; per questo la Regione Lombardia, nel novembre 2025, ha aggiornato le linee guida per la loro localizzazione, introducendo criteri più restrittivi e favorendo tecniche di raffreddamento che non impieghino acqua potabile di acquedotto. Parallelamente, il territorio lombardo sta affrontando la sfida della scarsità idrica accentuata dai cambiamenti climatici. In risposta, si stanno sviluppando iniziative per il riuso in agricoltura delle acque reflue depurate. L’acqua trattata nei depuratori – non potabile ma bonificata – viene utilizzata per irrigare i campi, contribuendo sia al risparmio di risorse idriche sia alla riduzione dell’impatto dei fertilizzanti. Un esempio significativo è il progetto pilota di Peschiera Borromeo, dove l’acqua depurata viene destinata alle aziende agricole locali sotto rigorosi controlli di qualità. Risultati positivi stanno favorendo l’estensione di questo modello, mentre altri depuratori – come quelli di Assago, Rozzano e Basiglio – adottano già forme di riuso in ambito agricolo o civile. Queste pratiche si inseriscono nel quadro normativo europeo rafforzato dal Regolamento (Ue) 2020/741, che promuove soluzioni di economia circolare per una gestione più sostenibile delle risorse idriche. Sul piano ambientale, un altro tema rilevante nella zona riguarda l’inquinamento delle acque da nitrati, storicamente legato soprattutto all’uso di fertilizzanti e reflui zootecnici. Oltre il 60% della pianura lombarda è classificata come Zona Vulnerabile ai Nitrati secondo la normativa europea. I monitoraggi recenti evidenziano un generale miglioramento della qualità delle acque, pur con persistenti criticità nelle aree a più alta intensità agricola. L’area di Rho-Pero rientra tra le zone vulnerabili, con valori indicativi intorno ai 30 mg/L nelle analisi dell’acquedotto: livelli inferiori al limite di legge, ma rappresentativi di una situazione da mantenere sotto osservazione, come in gran parte del territorio regionale. Questi elementi, pur riguardando ambiti distinti, contribuiscono a delineare un quadro territoriale complesso, in cui diversi processi di sviluppo e tutela ambientale procedono in parallelo e che sarà importante monitorare per assicurare il rispetto dell’ambiente e della salute pubblica. *Lavinia Ferrone lavora come ricercatrice in Biochimica all’Università di Bari Aldo Moro. Si occupa di divulgazione scientifica intorno al tema del cancro. Ha tradotto il libro di Athena Aktipis Secondo natura. Come l’evoluzione ci aiuta a ripensare il cancro (effequ).  L'articolo Amazon intorbidisce le acque proviene da Jacobin Italia.
February 19, 2026
Jacobin Italia
Scarica il manualetto di sicurezza digitale
Guerre di Rete rende disponibile per tutti i suoi lettori il Manualetto di sicurezza digitale per giornalisti e attivisti Un mese fa Guerre di Rete aveva presentato una sua nuova pubblicazione, un ebook, intitolato: Manualetto di sicurezza digitale per giornalisti e attivisti. Inizialmente l’ebook era stato spedito in anteprima ai partecipanti […] L'articolo Scarica il manualetto di sicurezza digitale su Contropiano.
January 31, 2026
Contropiano
LEVANTE: ECONOMIA DIGITALE, PIATTAFORME ONLINE, INTELLIGENZA ARTIFICIALE E MONDO DEL LAVORO IN CINA.
Puntata di dicembre 2025, su Radio Onda d’Urto, di Levante, approfondimento mensile dedicato all’Asia Orientale. La puntata di venerdì 19 dicembre all’interno del ciclo “La Cassetta degli Attrezzi” (ore 18.45, in replica lunedì 22 dicembre, ore 6.30)  è dedicata alla Cina tra economia digitale, trasformazione in corso nel settore delle gigantesche piattaforme online (alcune conosciute anche in Italia come Temu, Tik Tok, Alibaba), intelligenza artificiale e conseguenti trasformazioni nel mondo del lavoro, con un focus in particolare sulle condizioni di lavoratori e lavoratrici “digitali” nella Repubblica Popolare Cinese. Per parlarne più approfonditamente, su Radio Onda d’Urto, abbiamo ospitato Dario Di Conzo, co-curatore di Levante, ricercatore alla Scuola Normale Superiore e docente a contratto di riforme economiche della Cina contemporanea all’università Orientale di Napoli e Vittoria Mazzieri, ricercatrice focalizzata sul mondo del lavoro in Cina e Asia. Autrice di China Files, Mazzieri scrive anche per altre testate e progetti editoriali italiani, come la newsletter Il Partito di Simone Pieranni, per cui ha recentemente siglato un interessante approfondimento dal titolo “La guerra delle consegne in Cina”, dedicata alla “guerra di sconti e coupon in corso tra Alibaba, Meituan e JD.com per conquistare mercato nel retail istantaneo…ma l’attenzione dei giganti del settore si concentra sull’AI”. Con Di Conzo e Mazzieri abbiamo inoltre parlato della Central Economic Work Conference di Pechino del 9 e 10 dicembre 2025, focalizzata su “concorrenza involutiva e guerra dei prezzi”, oltre che di trasformazioni del mondo del lavoro e intelligenza artificiale in Cina. La puntata di dicembre 2025 di “Levante” su Radio Onda d’Urto dedicata alla Cina tra economia digitale, piattaforme online, AI e mondo del lavoro con Dario Di Conzo e Vittoria Mazzieri. Ascolta o scarica  
December 19, 2025
Radio Onda d`Urto