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Che cosa sono le ambasciate dei dati
Immagine in evidenza rielaborata con l’ausilio dell intelligenza artificiale Guerre, attacchi informatici e condizioni climatiche al limite della sopportazione: il panorama internazionale restituisce la fotografia di una situazione allarmante, che mette alle strette ministri e premier di tutto il mondo, costringendoli a cercare una soluzione che permetta loro di garantire una continuità governativa anche in presenza di scenari catastrofici, salvaguardando i dati di proprietà del loro paese di appartenenza. “La crescente instabilità geopolitica, le minacce informatiche e i rischi di concentrazione associati alla localizzazione dei dati stanno spingendo i governi ad andare oltre i modelli tradizionali di sovranità incentrati sulla residenza dei dati”, chiarisce Daniel Nieto, Senior Director Analyst di Gartner, società di analisi specializzata in business e tecnologia, precisando che “questo cambiamento sta aumentando l’attenzione verso strategie operative resilienti come la sovranità dispersa, che separa i dati essenziali, le applicazioni e le infrastrutture dalla geografia fisica, mantenendo al contempo la sovranità attraverso la giurisdizione legale”. Secondo la società di analisi, per proteggere i propri database da attacchi informatici e non, i governi internazionali sembrano essere sempre più orientati verso la costituzione di ciò che viene definito “ambasciata dei dati”: un’enclave protetta legalmente che, grazie ad accordi bilaterali, consente a una nazione di mantenere infrastrutture digitali critiche su suolo straniero, conservando la piena sovranità e il controllo sui propri dati. La sicurezza è garantita da una forte crittografia end-to-end, con le chiavi di decrittazione conservate esclusivamente dal paese di origine. Una soluzione che, stando a un recente studio di Gartner, prenderà sempre più piede nel prossimo futuro: si prevede infatti che entro il 2029 almeno il 15% dei paesi situati in regioni geopoliticamente instabili stipulerà accordi formali relativi alle ambasciate dei dati, proprio al fine di garantire la continuità di servizi e operazioni governative. Man mano che i sistemi digitali diventano essenziali per la sopravvivenza di uno Stato, infatti, la resilienza operativa dipenderà sempre più dal controllo giuridico dei dati piuttosto che dalla loro vicinanza fisica. “I registri governativi critici, tra cui i registri dello stato civile, i titoli di proprietà, i registri fiscali e i libri contabili possono essere replicati in ambienti esterni sicuri e funzionare come estensioni sincronizzate dei sistemi governativi principali”, precisa Nieto. “Questa soluzione contribuisce a garantire che i dati rimangano disponibili e che i servizi possano continuare a funzionare durante un ‘Black sky event’, ovvero quando le infrastrutture critiche nazionali e i sistemi governativi subiscono gravi interruzioni o vengono resi inoperativi”. Non stupisce, allora, che alcuni dei governi internazionali abbiano già cominciato ad avviare la costituzione delle ambasciate dei dati. Il primo paese ad avere l’intuizione di ricorrere a un sistema di archiviazione digitale fuori dal proprio territorio è stato l’Estonia. L’AMBASCIATA DIGITALE ESTONE Era il 2017 quando l’Estonia, dopo anni di riflessioni sul tema, finalizzò l’accordo con il Granducato di Lussemburgo per rendere operativa la sua ambasciata dei dati: un archivio digitale contenente le copie dei database considerati essenziali per il funzionamento e la continuità del paese baltico (il catasto elettronico, il registro della popolazione, il registro delle imprese, il registro nazionale della previdenza pensionistica e via dicendo). Custodito all’interno di un data center con livello di sicurezza Tier 4 (il più elevato per le strutture di conservazione dei dati), l’archivio è situato fisicamente nel territorio lussemburghese, ma posto sotto il controllo del governo estone. Analogamente a un’ambasciata fisica, la “data embassy” gode di specifiche garanzie di immunità e inviolabilità, il che significa che nessuno, neppure le autorità lussemburghesi, può accedervi senza un’autorizzazione formale. Quest’ultima è un’ulteriore garanzia per la sicurezza dei database, che rimangono accessibili, sia da remoto sia fisicamente, solo ed esclusivamente ai funzionari estoni autorizzati, a cui è concesso eseguire a distanza solo un numero limitato di azioni. L’intero sistema, per esempio, è progettato per impedire che i dati possano essere cancellati da remoto, e questo per evitare che qualche criminale informatico possa compromettere informazioni sensibili del governo estone. “Se qualcuno mi puntasse una pistola alla testa e dicesse: ‘Cancella tutti i nostri sistemi in Lussemburgo’, non sarebbe comunque possibile farlo”, ha spiegato Allan Allmere, funzionario del governo estone a capo dell’iniziativa dell’ambasciata digitale. “Anche nel caso in cui il nostro nemico più vicino invadesse l’Estonia e riuscisse ad accedere alle nostre sale dati, non potrebbe comunque cancellare ciò che conserviamo in Lussemburgo”. Ogni dettaglio dell’ambasciata dei dati è pensato per garantirne la massima sicurezza, così da permettere al governo di avere a disposizione i database necessari per mantenere il paese operativo nel caso di cyberattacchi o altri incidenti paralizzanti. L’intuizione di ricorrere a questo sistema di archiviazione dei dati sensibili, avuta qualche anno fa da Taavi Kotka (CIO del governo estone dal 2013 al 2017), è arrivata in seguito a una lunga serie di attacchi informatici solitamente attribuiti a criminali informatici russi. Tutto è cominciato nell’aprile del 2007, quando l’Estonia è stata colpita per la prima volta da una campagna di attacchi DDoS su larga scala durata circa tre settimane, che provocò pesanti interruzioni a siti governativi, banche e media: “È una questione di sopravvivenza”, aveva raccontato nel 2016 l’allora CIO estone, quando il progetto di ambasciata dei dati era già in fase di sviluppo. “Se dovesse presentarsi il peggiore degli scenari, le ambasciate dei dati consentirebbero al governo estone di continuare a fornire servizi pubblici fondamentali anche qualora non controllasse più il territorio fisico del Paese”. Pur essendo un paese fortemente digitalizzato già da molti anni, l’idea del sistema di archiviazione sembrerebbe aver preso come ispirazione una versione “old school” dei backup che i diplomatici estoni eseguivano già da tempo. “Salvavamo [le informazioni] su nastri magnetici, poi i nostri collaboratori li riponevano in valigia, salivano su un aereo, volavano verso qualche ambasciata estone in giro per il mondo e li riponevano in una cassaforte”, ha raccontato ancora Allan Allmere. “Il governo estone a quel punto si è chiesto: ‘Ma perché stiamo facendo tutto questo lavoro manualmente?’”. Un quesito che, nel corso degli anni, ha interessato anche altri governi internazionali, che si sono mossi per seguire l’esempio dell’Estonia e mettere al sicuro alcuni dei propri database governativi più importanti. MONACO, SINGAPORE E INDIA: AMBASCIATE DIGITALI NEL MONDO Riconosciuta come modello di resilienza digitale per l’alto livello di sicurezza informatica raggiunto, e per aver elaborato un piano che possa garantire la continuità operativa del paese anche in un ipotetico scenario apocalittico, l’Estonia è stata d’esempio per non pochi governi internazionali. Nell’estate del 2021, il Principato di Monaco è diventato il secondo governo al mondo a ufficializzare un accordo con il Granducato di Lussemburgo per costituire un’ambasciata dei dati a Bissen. Come nel caso dell’Estonia, il gemello digitale del cloud sovrano monegasco “fungerà da backup sicuro per i dati governativi di Monaco. Data la limitata estensione del territorio monegasco, e la sua vulnerabilità ai disastri naturali (in particolare i terremoti), l’archiviazione locale delle informazioni critiche non rappresentava un’opzione praticabile”, ha spiegato Johannes de Millo Terrazzani, consigliere del Principato. “Inoltre, l’e-ambasciata offre un ulteriore livello di protezione contro potenziali minacce informatiche. Il Lussemburgo garantisce preziose misure di protezione contro questi rischi”. La scelta dei governi di assicurarsi un sistema di archiviazione al di fuori del proprio territorio, quindi, non è solo legata alla necessità di mettere in sicurezza i propri dati sensibili da attacchi informatici o similari. Come dimostra il caso del Principato di Monaco, la volontà di ricorrere a un’ambasciata digitale può dipendere anche dalla necessità di difendersi da eventuali calamità naturali o da una situazione geopolitica complessa. Da qualche anno, per esempio, Singapore sta valutando la possibilità di costituire una propria ambasciata dei dati in India, all’interno della GIFT City, il centro finanziario internazionale dello stato del Gujarat. Al momento, però, l’India non sembra avere un quadro giuridico adeguato alla protezione dei dati sovrani archiviati al di fuori dei confini fisici di un paese: “Diverse nazioni, tra cui Singapore e gli Emirati Arabi Uniti, hanno manifestato interesse a istituire ambasciate dei dati in India”, ha spiegato Ketaki Mehta, avvocata specializzata nelle attività di GIFT City. “Tuttavia, l’ostacolo principale rimane l’assenza di un quadro giuridico specifico che garantisca alle ambasciate dei dati un riconoscimento formale e assicuri ai dati in esse conservati l’inviolabilità e l’immunità dalle leggi indiane in materia di perquisizione, sequestro, intercettazione, requisizione o altre forme di accesso da parte delle autorità nazionali”. Mentre nel Gujarat si progetta di accogliere gli archivi digitali di paesi terzi, l’India è al lavoro con gli Emirati Arabi per avviare una collaborazione che potrebbe permettere in futuro la costituzione di ambasciate dei dati all’interno di strutture ospitate nei rispettivi territori. “È una situazione vantaggiosa per entrambi i paesi”, ha commentato Sagar Vishnoi, cofondatore e direttore di Future Shift Labs, un’organizzazione no profit con focus su governance dell’AI, diritti digitali e tecnologie emergenti. “L’ambasciata dei dati è un concetto relativamente nuovo, in cui i dati di un paese – come i sistemi cloud, i database e le infrastrutture sicure – possono essere ospitati in un altro paese nel rispetto di specifici quadri normativi e di conformità”. Uno dei principali nodi da risolvere, come anticipato, è quello normativo: “L’idea è che, sebbene l’infrastruttura sia fisicamente situata in un altro Paese, i dati rimangano sotto la sovranità di quello d’origine e siano protetti da potenziali interferenze anche da parte del Paese ospitante”, prosegue Vishnoi. “Ma questi sono aspetti che entrambi i governi, in particolare i ministeri degli Affari esteri, dovranno definire nei dettagli” RESILIENZA DIGITALE Il panorama internazionale parla chiaro: la resilienza di una nazione non è più definita solo dalla capacità di proteggerne il territorio o le istituzioni fisiche, ma anche dalla salvaguardia dei sistemi digitali, che sostengono la governance, le infrastrutture critiche e l’attività economica. In questo contesto, le ambasciate dei dati non devono essere intese come una soluzione di emergenza, bensì come uno strumento strategico in grado di garantire la continuità operativa di un paese quando le sue infrastrutture digitali vengono compromesse. Lo dimostrano bene tanto il caso dell’Estonia quanto quello dell’Ucraina che, pochi giorni prima dell’invasione russa del febbraio 2022, ha approvato una legge straordinaria per consentire l’archiviazione dei dati governativi critici al di fuori del territorio nazionale: oltre 10 petabyte di informazioni sono state trasferite su un’infrastruttura cloud sicura, così da garantire la continuità delle funzioni governative ucraine nel caso in cui la guerra avesse costretto il paese a una condizione di estrema difficoltà. Due esempi tutt’altro che isolati, che confermano come l’evoluzione tecnologica abbia creato nei governi internazionali una tale dipendenza dal digitale da richiedere una pianificazione strategica. Data center, piattaforme cloud e infrastrutture di rete non sono solo risorse strategiche, ma anche potenziali obiettivi, tanto per i criminali informatici quanto per le truppe nemiche. Proteggerli, quindi, è diventata una priorità per i governi di tutto il mondo. Il come, per ora, è in fase di lavorazione. Come funziona un’ambasciata dei dati Nonostante la funzione delle ambasciate dei dati sia ormai abbastanza chiara, lo stesso non si può dire del loro funzionamento, che coinvolge tanto gli aspetti tecnologici quanto quelli normativi. In una recente nota pubblicata dal think tank asiatico Observer Research Foundation (ORF), Samir Saran e La Toya Waha definiscono le ambasciate dei dati “come un continuum di architetture di resilienza adattabili a diversi contesti di minaccia, relazioni di fiducia e requisiti operativi”. Questo continuum è composto da tre modelli che descrivono un percorso progressivo dalla protezione dei dati alla piena continuità digitale:   * il primo modello è il continuity mirroring. “I set di dati critici dal punto di vista operativo, ma non altamente sensibili, vengono replicati continuamente su un’infrastruttura sicura all’estero. Se i sistemi nazionali dovessero diventare indisponibili, i dati replicati forniscono una base rapida per il ripristino”. * il secondo è la data embassy: l’ambasciata dei dati come l’abbiamo fin qui raccontata. “I dati sensibili dei sistemi governativi vengono archiviati in una struttura localizzata sul territorio di un paese partner e legalmente protetta da un accordo bilaterale“. * il terzo modello estende il concetto dai dati al calcolo. “Anziché limitarsi a proteggere le sole informazioni”, scrivono Saran e Waha, “i partner di fiducia riservano una capacità di calcolo sicura che può essere attivata per eseguire carichi di lavoro fondamentali, per il governo o per le infrastrutture critiche, quando la capacità nazionale è compromessa o distrutta. Questo modello di ‘calcolo ombra’ è per ora in gran parte concettuale, ma riflette il prossimo passo logico nella pianificazione della resilienza”.    Nessuno di questi modelli richiede la condivisione ordinaria di informazioni altamente classificate. Come riferiscono i due esperti dell’ORF, infatti, l’obiettivo di queste azioni “non è quello di esportare i segreti più sensibili di uno Stato, ma di garantire che i governi, gli operatori delle infrastrutture critiche e le società che essi servono possano continuare a funzionare in caso di interruzioni strategiche”. Resta da vedere se i governi di tutto il mondo saranno in grado di sostenere un progetto tanto ambizioso. L'articolo Che cosa sono le ambasciate dei dati proviene da Guerre di Rete.
September 24, 2026
Guerre di Rete
Autoreferenti e autolesionisti
In questi giorni i media italiani discutono animatamente delle dichiarazioni dei padroni dell’intelligenza Artificiale che gridano alla fine del mondo. Qualcuno li prende anche sul serio, trascurando i giganteschi debiti che tali padroni hanno contratto e che sono quasi sicuri di non ripagare perché, è abbastanza evidente, l’impossibilità di realizzare […] L'articolo Autoreferenti e autolesionisti su Contropiano.
September 17, 2026
Contropiano
Cresce l’opposizione ai data center
«Pensavamo davvero di aver vinto», afferma Lee Ziesche, copresidente dei Democratic Socialists of America (Dsa) di Tucson, in Arizona, ricordando con rammarico l’agosto del 2025. Insieme ad altri gruppi e migliaia di membri della comunità, i Dsa si erano battuti contro la società di sviluppo immobiliare Beale Infrastructure per un enorme centro dati sull’intelligenza artificiale chiamato Project Blue. In questa città desertica, l’acqua è preziosa e rappresenta anche un servizio pubblico. (L’eccessivo consumo idrico è un aspetto molto criticato del boom dei data center.) Gli sviluppatori avevano affermato che non avrebbero costruito il Progetto Blue a meno che la città di Tucson non avesse annesso il terreno; in questo modo, il data center sarebbe stato servito dalla rete idrica di Tucson. «C’era una forte opposizione [al data center] per molte ragioni», spiega Ziesche, «ma la cosa più importante è che il risparmio idrico fa parte della cultura locale. Tutti lo imparano a scuola». Inoltre, aggiunge Ziesche, «lo scorso marzo abbiamo raggiunto i 38 gradi, quindi siamo ovviamente molto consapevoli della crisi climatica». «Ho visto molta opposizione a grandi progetti infrastrutturali», afferma Ziesche, che ha anche combattuto contro gli oleodotti a New York, «e non ho mai visto niente di simile alla resistenza [al Project Blue] a Tucson. D’estate qui è piuttosto deserto; i turisti invernali se ne vanno e fa davvero caldo». Ma quell’estate, mille persone si sono presentate a un’assemblea pubblica. Il Consiglio comunale ha deciso all’unanimità di non annettere il terreno per il data center, il che significava che la città non avrebbe fornito l’acqua. Una vittoria! La forte opposizione ha prevalso nell’ambito del processo decisionale democratico: il comune. Ma a quanto pare non è stata questa l’arena decisiva. Con una repentina inversione di rotta, lo sviluppatore ha deciso di procedere comunque con il Progetto Blue, utilizzando l’aria al posto dell’acqua come refrigerante. Un cambiamento radicale, dovuto interamente alla resistenza, ma che non risolve le preoccupazioni dei residenti. Con temperature così elevate e un data center che fa lievitare le bollette elettriche già altissime delle famiglie, Ziesche afferma: «Sarà impossibile sopravvivere». «Questi miliardari della tecnologia, e del resto, lo abbiamo sempre saputo a proposito dei capitalisti», afferma Ziesche, «sono disposti a sacrificare intere comunità per realizzare un profitto». Ancor peggio, la sconfitta ha messo in luce la fragilità delle istituzioni democratiche della città: il popolo, unito, può essere facilmente sconfitto quando non ha l’ultima parola. Sono iniziati i lavori per il Progetto Blue. Le proteste continuano, ma sembrano ormai perdute. Ciononostante, Ziesche afferma che i socialisti di Tucson hanno imparato la lezione sugli investimenti della comunità in energia e infrastrutture e stanno portando avanti una nuova campagna per chiedere l’intervento dello Stato. La battaglia per il data center, dice Ziesche, «ha davvero ampliato la base di coloro che credono nell’intervento dello Stato e in soluzioni potenzialmente socialiste». Sette americani su dieci si oppongono alla costruzione di un grande centro dati per l’intelligenza artificiale nella propria comunità. In effetti, sono pochi i temi che uniscono gli americani di ogni schieramento politico come questo. Persino tra i repubblicani, sono più numerosi coloro che ritengono che la costruzione di nuovi centri sia un male. Eppure, la maggior parte dei politici tradizionali, sia democratici che repubblicani, non riesce a cogliere l’occasione. Ciò pone i socialisti, che non sono vincolati a grandi finanziatori con interessi acquisiti nel boom dell’Ia, in una posizione unica. I socialisti democratici sono in una posizione migliore rispetto a entrambi i principali partiti per opporsi all’oligarchia, una cancrena americana del ventunesimo secolo che ogni battaglia per i data center sembra rivelare di nuovo. LEGGI ANCHE… DIGITALE IL CAPITALE NEL CERVELLO Redazione Jacobin Italia UN PROBLEMA DI CLASSE Ci sono validi motivi per l’opposizione popolare ai data center: prima fra tutti, la rabbia per l’avidità delle multinazionali e il senso di impotenza popolare derivante dall’essere esclusi dalle decisioni importanti a livello locale. Sia i Repubblicani che i Democratici sono finanziati dalle grandi aziende tecnologiche, dall’industria dei combustibili fossili e dai super ricchi, mentre i socialisti sostengono che queste multinazionali e questi miliardari dovrebbero uscire dalla politica e, idealmente, non esistere affatto. Nelle recenti primarie, dove i data center sono diventati un tema centrale, i socialisti democratici hanno vinto o sono arrivati molto vicini alla vittoria. In Michigan, dove lo stato ha offerto incentivi per la costruzione di data center e l’energia da essi richiesta viene utilizzata per sfruttare le lacune nelle leggi statali sull’energia pulita e costruire nuove infrastrutture per i combustibili fossili, Chris Gilmer-Hill di Detroit ha vinto le primarie per la Camera dei rappresentanti statale . Gilmer-Hill è un attivista per la giustizia ambientale e ha fatto dei data center una questione centrale del suo programma. Non era il solo: in uno stato dove la questione era centrale, altri socialisti e progressisti contrari ai data center hanno ottenuto grandi successi, con le vittorie alle primarie per il Congresso di Will Lawrence e Donavan McKinney, per non parlare del candidato al Senato Abdul El-Sayed. A Denver, la socialista democratica Melat Kiros ha vinto le sue primarie per il Congresso a giugno, proponendo anche lei una moratoria sui data center. E sebbene Francesca Hong non abbia prevalso alle primarie per la carica di governatore in Wisconsin, la questione dei data center ha certamente contribuito a renderla una forte contendente in quella che si è rivelata una sconfitta di misura. Le ragioni per cui le persone odiano i data center – e l’intelligenza artificiale generativa nella sua forma attuale, estrattiva e guidata dai miliardari – sono profondamente in linea con la più ampia agenda politica dei socialisti democratici. Sarahana Shrestha, membro dell’Assemblea statale di New York per il Partito Socialista Democratico nella Hudson Valley, impegnata a favore di una moratoria statale sulla costruzione di nuovi data center, afferma che la battaglia non riguarda tanto scenari alla Terminator in cui l’Ia si rivolta contro di noi, quanto piuttosto questioni concrete e immediate come l’accessibilità economica e la disuguaglianza. Mentre gli abitanti delle zone rurali dello Stato di New York lottano contro l’aumento dei costi dell’elettricità e le minacce alla rete elettrica, i data center faranno lievitare ulteriormente le loro spese energetiche. I data center godono di un trattamento speciale ridicolo sotto forma di generosi sussidi fiscali, il che rappresenta di per sé un problema di classe di ampia portata. Inoltre, afferma Gilmer-Hill, «anche se obbligassimo i data center a pagare la loro giusta quota, la stessa aliquota di tutti gli altri, non riusciremmo comunque a impedire che, di fatto, rendono i costi più elevati per tutti». I data center, inoltre, ritardano la necessaria transizione verso le energie rinnovabili, richiedendo un maggiore consumo di combustibili fossili e aggravando la crisi climatica. Il loro fabbisogno energetico viene utilizzato dalle compagnie petrolifere e del gas per giustificare la costruzione di ulteriori infrastrutture per petrolio e gas, persino a fronte di temperature record, tempeste e inquinamento da incendi boschivi legati alla crisi climatica. A Tucson, ad esempio, le compagnie elettriche sostengono di aver bisogno di energia prodotta da centrali a gas per alimentare questi data center e stanno promuovendo la costruzione di un gasdotto multimilionario. «Le persone stanno capendo che i data center non sono davvero al nostro servizio», afferma Ziesche. Come sottolinea Gilmer-Hill, nel migliore dei casi i data center creano pochissimi posti di lavoro, e nel peggiore potrebbero lasciare senza un impiego molti americani. Sebbene il presidente Donald Trump abbia affermato la settimana scorsa – con il caratteristico e affabile rispetto che mostra sempre ai suoi elettori delle zone rurali – che le comunità che si oppongono ai data center scelgono di essere «arretrate e povere», la verità è che i benefici economici sono notevolmente esagerati . Come dice Shrestha a proposito delle promesse che i miliardari della tecnologia fanno alle comunità, «non sono solo le macchine ad avere delle allucinazioni». LEGGI ANCHE… MOVIMENTI A/I, SE IL DISSENSO DIVENTA TERRORISMO Annarosa Pesole COMBATTI I DATA CENTER, SALVA LA DEMOCRAZIA Al di là delle minacce specifiche poste dai data center, le lotte a livello nazionale stanno risvegliando la consapevolezza della propria impotenza di fronte ai desideri dei miliardari, ovvero della debolezza delle istituzioni democratiche. «Stiamo davvero comprendendo quanto sia importante poter prendere queste decisioni in autonomia come comunità», afferma Ziesche, «e non vederci imporre questi progetti mastodontici dalle grandi aziende tecnologiche». I socialisti democratici sono profondamente impegnati nell’espansione del controllo e della proprietà democratica, il che li pone in una posizione privilegiata per dare voce a questa rabbia e incanalarla verso soluzioni politiche. «Ciò per cui i socialisti lottano sono i beni pubblici per il pubblico», afferma Shrestha, e queste lotte rafforzano la tesi a favore di un’energia di proprietà e sotto controllo pubblico. A Tucson, i Dsa avevano già avviato una campagna per l’energia pubblica, ma la sconfitta contro il data center l’ha rafforzata notevolmente, evidenziando la necessità che l’energia sia controllata dai cittadini, proprio come già avviene per l’acqua. Ora, afferma Ziesche, i socialisti stanno trasformando la battaglia per il data center in un referendum sull’azienda di servizi pubblici privata. Dopo lo scandalo del Project Blue, dice, «vedo molte persone che non sono affatto socialiste sostenere la nostra campagna per l’energia pubblica». Nello Stato di New York, i Dsa con rappresentanti eletti, tra cui Shrestha e la senatrice statale Kristen Gonzalez, stanno spingendo per una moratoria a livello statale sulla costruzione di nuovi data center. Come compromesso, la governatrice Kathy Hochul ha emesso un ordine esecutivo che stabilisce una versione attenuata, sospendendo le nuove costruzioni per un anno. I socialisti nello Stato di New York sono più avanti nella lotta per l’energia rinnovabile di proprietà pubblica, avendo approvato il Build Public Renewables Act nel 2023 (sebbene l’attuazione di tale legge rimanga una battaglia in corso). Ma nella Hudson Valley, come a Tucson, una delle prossime grandi campagne è quella di nazionalizzare l’azienda elettrica, come già avviene in molte piccole città e comuni americani. Gonzalez sta anche lavorando a una legge per porre fine ai sussidi fiscali ai data center. Solo nella contea di Rockland, gli enti statali e locali hanno stanziato almeno 321 milioni di dollari in sussidi energetici e fiscali ai data center. In un recente ordine esecutivo, Hochul ha espresso l’intenzione di collaborare con il legislatore per porre fine a tali sussidi. Ma tale intenzione non si è ancora tradotta in legge e, considerando il suo operato in materia di clima e la sua storia di connivenza con gli inquinatori, ci sono validi motivi per credere che ci vorrà una dura battaglia per ottenerla. Se non fosse per legislatori socialisti come Gonzalez, la fine dei sussidi ai data center non farebbe nemmeno parte del dibattito politico democratico. A livello di base, è raro che noi americani siamo così convinti su qualcosa. Osservando i sondaggi, ma anche le migliaia di persone di ogni tendenza politica che affollano le riunioni pubbliche, parlano con i vicini e firmano petizioni per l’energia pubblica, sembra chiaro che i Democratici e i Repubblicani tradizionali farebbero bene, dal punto di vista elettorale, ad affiancare i socialisti almeno su questo tema. Shrestha riflette sul fatto che in Wisconsin, l’avversario di Francesca Hong, un democratico che si era opposto a una moratoria a livello statale, potrebbe ora perdere la carica di governatore a favore di un repubblicano. «Anche da un punto di vista puramente politico», afferma, «il sostegno dei democratici ai data center sembra così sconsiderato. Se il Partito Democratico è anche solo minimamente interessato a combattere la crisi climatica, a rendere la democrazia funzionante, a vincere le elezioni, deve assumere una posizione ferma contro questi data center». Ma anche in assenza della partecipazione dei Democratici tradizionali, è probabile che il movimento socialista democratico continui a essere all’avanguardia su questo tema. «Ogni giorno le persone si stanno rendendo conto di come questo sistema sia stato truccato a nostro danno», afferma Gonzalez. E aggiunge che se i socialisti riusciranno a «dare l’esempio di una buona governance su questo tema, credo che potremo dimostrare che la nostra visione positiva per il futuro, per i lavoratori, è popolare». *Liza Featherstone è editorialista di JacobinMag e giornalista freelance. Ha scritto, tra le altre cose, Selling Women Short: The Landmark Battle for Workers’ Rights at Wal-Mart (Basic Books, 2002) e Divining Desire: Focus Groups and the Culture of Consultation (Or, 2017). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. ISCRIVITI ALLA SCUOLA GIACOBINA Dal 18 al 20 settembre 2026 a Firenze In presenza Online DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Cresce l’opposizione ai data center proviene da Jacobin Italia.
September 10, 2026
Jacobin Italia
Nazionalizzare l’IA non basta
L’attuale questione sull’intelligenza artificiale rischia di essere l’estrema propaggine decadente di una questione – la questione tecnologica – che ha trasformato la dialettica tra lavoro e capitale.  In questa prospettiva è possibile immaginare la riflessione sui modelli linguistici e sulla conseguente automazione come una nuova questione delle macchine dopo quella seguita alla rivoluzione industriale, seppur con una rimodulazione importante: l‘originaria questione delle macchine non usciva da un paradigma meccanicista. La macchina rappresentava un potenziamento delle capacità umane e le economie di scala conseguenti alla sua introduzione rimanevano nell’ambito di banali considerazioni incrementali: la macchina era ancora una estroflessione complessa delle capacità umane. Con la sedicente rivoluzione digitale vi è un salto e un’inversione conseguente: non sono più le macchine a somigliare agli esseri umani ma gli esseri umani a mimare movimenti macchinici. Esattamente come la vita nelle città ha subito una trasformazione essenziale con l’introduzione del motore a scoppio e delle autovetture ridisegnando funzionalmente il paesaggio urbano, così la vita degli esseri umani è modificata dalla tecnologia, la quale, lungi dall’essere una semplice implementazione tecnica, ne rappresenta un profondo sviluppo. La tecnologia è parte delle relazioni vitali e linguistiche della specie umana. L’idea che le emozioni o il linguaggio naturale possano essere immediatamente oggetto di produzione di valore ricalca infatti questo paradigma e l’idea di fabbrica sociale teorizzata già negli anni Sessanta da Mario Tronti. Non è qui il luogo per comprendere quanto questi concetti colgano l’effettivo sviluppo del capitalismo contemporaneo. Ciò che qui, più modestamente, provo a proporre è una brevissima e manchevolissima genealogia della rivoluzione linguistica e statistica che i modelli linguistici di intelligenza artificiale sembrerebbero aver introdotto. In altri termini, considerare le macchine come un prodotto improvviso e circoscritto della rivoluzione industriale significa ridurre un processo storico complesso a un semplice evento databile. LEGGI ANCHE… DIGITALE IL CAPITALE NEL CERVELLO Redazione Jacobin Italia È un errore interpretativo almeno per due ragioni. In primo luogo, perché una storia concepita come successione di punti isolati finisce per trasformarsi in antistoria: non più comprensione dei processi, delle contraddizioni e delle mediazioni che li attraversano, ma loro cancellazione retrospettiva. L’antistoria, in questo senso, è la narrazione che sottrae alla storia il suo movimento dialettico, cioè l’intreccio tra economia, natura, scienza e umanità che produce una tendenza di lungo periodo. Qui si potrebbe richiamare, almeno sullo sfondo, la lezione di Hegel, ripresa da Marx: la tecnica non appare come un accidente esterno alla società, ma come una figura storica in cui si condensano i rapporti sociali materiali. In secondo luogo, quel «punto» che chiamiamo rivoluzione industriale non è soltanto un’origine, ma anche una soglia: una frattura visibile all’interno di una trasformazione già in corso, una breccia nelle mura, ormai compromesse, della ragione moderna.  Non riconoscere questa continuità significa proporre una genealogia troppo selettiva del conflitto tra lavoro e capitale, come se esso nascesse all’improvviso con la fabbrica meccanizzata, e non fosse invece il risultato di una più lunga riorganizzazione della vita, del sapere e della produzione.  Come ricorda Matteo Pasquinelli Nell’occhio dell’algoritmo, la questione delle macchine in quanto tale è sempre stata un problema dell’intelligenza legata alla macchina, al suo uso e alla sua progettazione. Intelligenza è la scienza impiegata per produrre le macchine e intelligente è la conoscenza che ne consegue dall’uso. L’esperienza di fabbrica è perciò stesso già da sempre una questione di intelligenza appresa e trasmessa. La conoscenza operaia è già sempre implicita nella questione delle macchine in quanto intelligenza della macchina in ogni senso. L’opposizione alla macchina da parte operaia è l’opposizione di una forma di conoscenza esperenziale a un’altra forma di conoscenza, astratta e direttiva. La macchina sussume l’uso nella regola generale, sussumendo l’esperienza umana.  In questo senso la lotta di classe è, in modo molto più forte di quanto non appaia a prima vista, anche una lotta tra intelligenze tecnologiche. Tanto più che la questione delle macchine, cristallizzata da Ricardo nei suoi Principi, è apparsa sin da subito come la questione centrale del rapporto tra salari e produttività, ma è stata proprio questa prospettiva a oscurare quella profonda della tecnologia della divisione del lavoro come conoscenza operaia, ovvero come conoscenza sociale.  La scienza nello sforzo sociale tecnico è il legaccio che tiene insieme le conoscenze più che un fondo a cui attingere. La scienza in altre parole è la fibra che tiene insieme i fili del processo sociale lasciandolo apparire come tendenza. Il ruscello orientato a monte che costituisce a valle il grande fiume inarrestabile dello sviluppo tecnologico non è insomma quel luogo sacro della conoscenza consacrato ai creativi e ai talentuosi dell’umanità.  LEGGI ANCHE… DIGITALE NAZIONALIZZARE L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE Dustin Guastella È per questa ragione che la recente dichiarazione di Bernie Sanders riguardo all’uso pubblico della cosiddetta intelligenza artificiale non mi convince. Come riportato prontamente da Fortune, la proposta di Sanders è stata salutata con simpatia dal presidente Trump e da Sam Altman, Ceo di OpenAI, in un’inaspettata convergenza che prevede la partecipazione pubblica alla grande impresa dell’umanità chiamata intelligenza artificiale. Secondo Sanders, intervenuto sul NY Times il 1 giugno, l’intelligenza artificiale non è un semplice aggiornamento tecnologico, bensì lo spartiacque definitivo della nostra epoca. Non ci sarà alcun aspetto della nostra esistenza – dal modo in cui lavoriamo e votiamo, fino all’educazione dei nostri figli e al nostro stesso equilibrio emotivo – che non ne uscirà radicalmente trasformato. E mentre all’orizzonte si profila il rischio, tutt’altro che fantascientifico, di macchine iper-intelligenti capaci di sfuggire al nostro controllo, la vera battaglia di oggi si giocherebbe tutta tra privati per l’estrazione di profitti conseguenti a questa svolta epocale. Ora, afferma Sanders, il paradosso dell’IA è che non nasce dal nulla, ma le sue origini intercettano l’intera eredità culturale, scientifica e creativa della nostra specie. L’algoritmo ha imparato a «pensare» nutrendosi del nostro sudore intellettuale, dei nostri dati e della nostra storia e, proprio per questo motivo, la ricchezza incalcolabile che questa tecnologia sta per sprigionare non può essere privatizzata. Non può trasformarsi nel feudo esclusivo di una manciata di tecnocrati della Silicon Valley – i vari Musk, Altman o Amodei – né nell’ennesima slot machine per i fondi di Wall Street.  Il ragionamento è chiaro e sembrerebbe condivisibile, anzi lo è sicuramente in modo astratto: se l’intelligenza artificiale è il prodotto del sapere di tutti, i suoi frutti devono nutrire l’umanità intera, non i portafogli di pochi. Tuttavia, ci sono almeno un paio di problemi con una proposta così formulata. Dunque occorre fare chiarezza in almeno due direzioni: una economica e una politico-filosofica, per così dire.  Dal punto di vista economico nazionalizzare la tecnologia dei modelli linguistici significa socializzare 500 miliardi di debiti e zero potenza di impiego. L’errore comune è infatti considerare la ricerca sull’intelligenza artificiale come una ricerca scientifica in mare aperto, come ricerca di base dalla quale non è possibile e non si deve estrarre immediatamente profitto. Ma la cosiddetta intelligenza artificiale non presenta nessuno dei caratteri della ricerca scientifica di base, si regge infatti su invenzioni concettuali piuttosto datate, su modelli statistici consolidati, sfrutta l’avanzamento tecnologico digitale per coniugare attraverso la forza bruta del calcolo questi due pilastri. Il nome stesso di intelligenza artificiale venne coniato a partire da suggestioni della psicologia Gestalt degli anni Quaranta del secolo scorso: non so se esiste una migliore definizione di ingegneria, quello che so è che non si tratta di ricerca scientifica di base. E se non si tratta di ricerca scientifica di base occorre inventarsi un impiego per questa trovata ingegneristica. Al momento il miglior impiego trovato per la cosiddetta intelligenza artificiale è la speculazione finanziaria divenuta particolarmente efficiente attraverso l’uso dei social media. Più o meno lo schema è questo: annuncio di uno sviluppo importante ma segreto, perché troppo potente per essere diffuso; raccolta del capitale; rilascio del codice segreto; disillusione generale; rilancio sulla pericolosità etica dell’intelligenza artificiale; investimento pubblico invece del crollo.  Ormai anche chi non sa o non vuole fare altro che accendere uno smartphone e soffiarci dentro alcune parole sa che le grandi aziende del campo tecnologico investono somme enormi l’una nell’altra, rifornendo da un grande monopolista hardware globale che a sua volta investe milioni nelle aziende che acquistano i suoi prodotti. Ecco, nonostante la partita di giro, l’unica azienda che produce qualcosa in questo gioco delle tre carte, ossia Nvidia, è anche l’unica in attivo. Dovremmo socializzare le perdite del capitale di ventura più spregiudicato degli ultimi 20 anni?  Sarebbe allora forse meglio socializzare invece le risorse sperperate dai grandi data center, disincentivando il monopolio di gran parte delle risorse cognitive ed energetiche prodotte dall’umanità. Forse cancellare l’idea stessa di data center al momento non è percorribile, ma almeno lo è quella della risocializzazione della ricchezza trattenuta nei grandi cloud delle multinazionali statunitensi, utilizzando la potenza di calcolo imprigionata nei grandi compound del feudalesimo digitale.  LEGGI ANCHE… DIGITALE L’ERA DELL’IA A BASSO COSTO È GIÀ FINITA  Sophie Bandarkar Vi è poi l’altra questione, meno marchiana, ma non meno decisiva: quella che investe il ruolo della conoscenza nelle società a capitalismo avanzato. L’idea che la tecnologia, ovvero l’implementazione tecnologica di alcune procedure matematiche, possa guidare i processi di governance rendendo di fatto inutili la politica da una parte e il valore della scienza dall’altra, è una panzana dura a morire, ma che comincia a mostrare la corda. Tanto più ora che la sezione italiana del luogo in cui tali panzane sono diventate mainstream, Wired, ha cessato le pubblicazioni, per mano della proprietà statunitense, non dell’algoritmo. Anche nel caso di Wired il lavoro non è stato sostituito dall’automazione, ma è stato cancellato, declassato e probabilmente riallocato in maniera più profittevole per il capitale. A guardare gli ultimi trent’anni si direbbe che l’automazione più che il lavoro abbia cancellato il controllo umano del lavoro, e la tecnologia attuale più che simulare l’intelligenza umana ne rimpiazza le capacità sistematiche di controllo e coordinamento.  Non siamo più nell’era della classica «fabbrica sociale» — quella teorizzata dall’operaismo, in cui i ritmi della catena di montaggio esondavano dai cancelli della fabbrica per alluvionare l’intera società. Oggi siamo passati alla fabbrica del sociale: un sistema che non si limita a sfruttare la società esistente, ma la forgia e la codifica da cima a fondo. Si genera così un circuito chiuso: quando l’analisi dei Big Data esamina i comportamenti delle persone, non sta misurando alcuna qualità sociale, ma soltanto l’efficacia degli input che l’algoritmo stesso ha instillato. Pensiamo alle piattaforme di delivery come Deliveroo o ai feed di TikTok: l’algoritmo suggerisce un percorso, un tempo di consegna o un contenuto da guardare, e poi misura se la reazione dell’utente o del lavoratore corrisponde alle sue metriche. La cosiddetta sociometria digitale si riduce a questo: un controllo di conformità tra la creatività umana — forzosamente incanalata in binari predefiniti perché sono quelli previsti dal sistema di misura — e i risultati attesi dal sistema. Ovvero, la quantità di dati spacciata per qualità. Non deve quindi stupire che l’intelligenza artificiale sia, prima di tutto, una tecnologia di controllo e disciplinamento del lavoro. Gli anni della pandemia di Covid-19 hanno fatto da acceleratore e banco di prova: le app di tracciamento, il monitoraggio della mobilità e la gestione algoritmica delle risorse hanno mostrato come la tutela della salute pubblica e il controllo sociale dei corpi possano fondersi in una sola architettura tecnica. Tuttavia, è proprio qui che si apre il paradosso dialettico dell’intelligenza artificiale. Proprio quando i modelli di IA (come i grandi modelli linguistici o le reti neurali generative) mostrano i propri limiti nel replicare la mente umana individuale, rivelano la loro natura più autentica. L’IA non è una mente isolata che «pensa», ma una macchina che estrae, mappa e ricombina la cooperazione, il linguaggio e il sapere accumulato da milioni di individui. Nel momento stesso in cui fallisce come «individuo sintetico», l’intelligenza artificiale dimostra esattamente ciò che la razionalità tecnologica vorrebbe celare: che l’intelligenza umana non è mai stata una facoltà privata, ma un prodotto irriducibilmente collettivo, sociale e relazionale. È la divisione del lavoro a comandare il processo e non il contrario come hanno ben capito i tecno miliardari alla Thiel che lungi dal governare le loro aziende, e anche solo dal possederle c’è da dire, si limitano a controllarle, in un neo-incanto del mondo contemporaneo nel quale una nuova classe eletta vive di rendita per grazia tecnologica.  È dal 1867, anno di pubblicazione del Capitale, che sappiamo che «i mezzi di lavoro sono non soltanto i gradimetri dello sviluppo della forza lavoro umana, ma gli indici dei rapporti sociali nel cui ambito l’uomo lavora». Non c’è nessuna secessione delle élite per dirla con Lasch, ma una successione delle élite al comando della divisione internazionale del lavoro. *Luca Gori è dottore di ricerca in filosofia e insegnante. Attualmente svolge attività di ricerca presso l’Università di Tor Vergata di Roma. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. 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August 25, 2026
Jacobin Italia
Nazionalizzare l’Intelligenza artificiale
La Silicon Valley continua a cavalcare l’onda di un entusiasmo apparentemente inesauribile da parte di Wall Street. Gli investimenti nell’intelligenza artificiale continuano a superare ogni aspettativa, con Bloomberg che riporta come gli investitori prevedano solo quest’anno di investire circa 700 miliardi di dollari nel settore. Le azioni delle società di IA rappresentano ormai circa un terzo dell’intero mercato azionario e il 45% della capitalizzazione di mercato totale dell’indice S&P 500. Com’è ovvio, gli straordinari investimenti nell’IA sono alimentati dalla promessa di questa tecnologia di rendere superflue ampie fasce di lavoratori. I leader del settore tecnologico non esitano ad ammetterlo. «Non è chiaro dove andranno queste persone o cosa faranno – afferma Dario Amodei, Ceo di Anthropic – Temo che possano formare una ‘sottoclasse’ di disoccupati o con salari bassissimi». Come se non bastasse, la crescita esplosiva degli investimenti nell’IA suggerisce la presenza di una bolla speculativa, forse la più grande di sempre. Se dovesse scoppiare – una possibilità molto concreta – travolgerebbe l’intera economia globale. In qualsiasi modo la si guardi, il boom e la bolla dell’IA rappresentano un’enorme responsabilità sociale ed economica, con la quale il governo dovrà prima o poi fare i conti. Ma come? Negli Usa, la risposta politica più comune a qualsiasi crisi economica è quella di salvare le aziende in fallimento, lasciando i lavoratori a cavarsela da soli. La politica del presidente Barack Obama nei confronti dell’industria automobilistica ne è un esempio paradigmatico. In un certo senso, il ragionamento era valido, sebbene del tutto incompleto. Lasciare fallire Detroit avrebbe significato la miseria per centinaia di migliaia di operai del settore automobilistico e milioni di altri lavoratori che dipendono da quell’industria. Tuttavia, dopo che gli assegni sono stati incassati e la situazione si è stabilizzata, il governo e i cittadini non hanno ottenuto un grande ritorno sull’investimento pubblico, nonostante un tempo possedessero il 61% di General Motors. Nessun dividendo o partecipazione agli utili. Qualche anno dopo, General Motors ha lanciato un massiccio programma di riacquisto di azioni proprie per un valore di 10 miliardi di dollari nel 2023, e poi di 6 miliardi nel 2024. Gli aiuti sono andati tutti ai vertici, mentre ai lavoratori è stato chiesto di fare «sacrifici condivisi» in fabbrica. Non funzionerà con l’intelligenza artificiale. I salvataggi saranno economicamente insufficienti a salvare aziende sovracapitalizzate e non esiste alcuna giustificazione politica e morale per salvarle. Anzi, non è chiaro se il successo o il fallimento dell’IA porterebbe alla perdita di un numero maggiore di posti di lavoro. LEGGI ANCHE… DIGITALE IL CAPITALE NEL CERVELLO Redazione Jacobin Italia Affrontare il problema dell’IA, quindi, deve partire da una premessa diversa e più audace. C’è chi vorrebbe semplicemente arrestare il progresso dell’IA. Da persona che attribuisce agli smartphone gran parte delle nostre patologie sociali, questi neoluddisti hanno tutta la mia comprensione. Tuttavia, per quanto possa essere appagante gridare «No!», non servirà a molto. Per ogni piccola città che si oppone alla costruzione di un data center, ce ne saranno una dozzina, affamate di investimenti, che imploreranno l’inaugurazione. E anche se riuscissimo in qualche modo a incarcerare i vertici di Anthropic, OpenAI e Gemini, e a rendere illegale lo sviluppo dell’IA negli Stati uniti, nuove aziende prenderebbero presto il loro posto all’estero: gli incentivi economici sono semplicemente troppo irresistibili. Il vaso di Pandora ormai è scoperchiato. Agli antipodi dei neoluddisti si contrappongono i riformisti progressisti favorevoli alla tecnologia, che adottano la logica del meteorologo. Insistono sul fatto che non possiamo fermare o modificare il corso dell’IA, così come non possiamo fermare o modificare la traiettoria di un uragano. La nostra unica risorsa è quella di costruire leve metaforiche per rallentare la crescente ondata di richieste di sussidi di disoccupazione; mitigare gli effetti distruttivi della disoccupazione di massa attraverso trasferimenti monetari; e in seguito rimediare al disastro. Certo, non c’è niente di male nel cercare di aiutare chi è stato colpito dall’automazione indotta dall’IA, proprio come faremmo con chi è stato colpito da un uragano. Ma la proposta di riforme in questa direzione ammette una grande e distruttiva menzogna: che il progresso tecnologico e i suoi effetti siano inevitabili e incontrollabili, una forza della natura. Eppure, il motivo per cui non possiamo fermare, ad esempio, un uragano è perché non siamo noi a crearli. Gli ingegneri non li progettano. La gente non possiedono aziende che si occupano di uragani. Lo sviluppo dell’IA non è come un uragano: non è un fenomeno naturale. Gli effetti collaterali del progresso tecnologico sono il risultato di decisioni, ovvero le decisioni della classe proprietaria dell’IA. Questi uomini, in una competizione selvaggiamente distruttiva tra loro per una quantità inimmaginabile di ricchezze, controllano il percorso di questa tecnologia e, con essa, il nostro destino economico collettivo. Sostenere riforme reattive ex post facto, come il reddito di base universale o la riqualificazione professionale, rende invisibile questo dato di fatto fondamentale. E ciò avvalora il mito della Silicon Valley secondo cui, qualunque sia l’effetto distruttivo di una determinata tecnologia, questo è il prezzo, purtroppo necessario, da pagare per il progresso. Peggio ancora, questo atteggiamento essenzialmente difensivo servirà ben poco a placare la tempesta economica in arrivo. Non significa che non possiamo fare nulla. Se comprendiamo che il progresso tecnologico non può essere completamente soppresso e che tale progresso non segue un percorso prestabilito, allora possiamo iniziare a pensare oltre le moratorie e le misure di mitigazione. Dovremmo invece cercare di indirizzare questo strumento verso fini sociali. Qual è, quindi, una base migliore su cui costruire una politica più intraprendente? La proprietà pubblica. Può sembrare un’idea radicale, ma in fondo non è così impensabile. Pensiamo a cosa accadrebbe se la bolla dell’IA scoppiasse, o se la perdita di posti di lavoro provocasse una diffusa depressione salariale tale da far crollare l’economia: la richiesta pubblica di una qualche forma di risarcimento sociale si farebbe più forte e le grandi idee diventerebbero più attraenti. Ancora più importante, abbiamo un diritto etico alla proprietà: noi, come società, abbiamo contribuito a rendere possibile l’IA. Non si tratta solo del fatto che gli investimenti pubblici abbiano contribuito ad avviare e sostenere il settore tecnologico; il successo dell’IA si fonda in modo unico sulla condivisione delle nostre opere collettive. Quest’anno Anthropic ha strappato i dorsi, scansionato e poi scartato milioni di libri cartacei, inclusi alcuni fuori catalogo da tempo, per «addestrare» i suoi modelli linguistici. È uno scandalo. E non solo per i bibliofili. Gli strumenti di apprendimento automatico hanno ormai «ascoltato» milioni di ore di musica prodotta dall’uomo per creare nuovi cloni di intelligenza artificiale completamente artificiali. Lo stesso vale per i video generativi che, dopo aver inghiottito l’intero corpus di video digitalizzati, sono ora in grado di imitare lo stile di qualsiasi regista o di riprodurre le sembianze di qualsiasi attore. Il prodotto collettivo di innumerevoli autori, pensatori, inventori, artisti, fotografi, registi, artigiani, agricoltori, giardinieri, designer, architetti e così via è stato caricato nel suo «cervello». Questi milioni di «insegnanti» umani rimarranno per sempre senza riconoscimento e certamente senza essere pagati per il loro servizio. Mentre i loro contributi, per quanto modesti, generano profitti vertiginosi per Dario Amodei, Sam Altman, Elon Musk, Mark Zuckerberg e altri. Non solo abbiamo una giustificazione etica per la proprietà pubblica, dovuta al nostro contributo collettivo alla sua realizzazione, ma abbiamo anche una motivazione decisamente patriottica. Ovvero, la proprietà pubblica dell’intelligenza artificiale è nel nostro interesse nazionale. Sulla stampa, la cosiddetta corsa all’IA viene dipinta come una competizione geopolitica in cui Stati uniti e Cina si contendono chi investe di più, impara più velocemente e costruisce i modelli migliori. Ma anche questo è un mito. Con la parziale eccezione della Cina, la corsa all’IA è una competizione tra aziende private, non tra stati nazionali. Pertanto, i profitti non vanno ai cittadini, né alle classi popolari, ma solo all’oligarchia. Ciò è particolarmente vero negli Stati uniti, dove lo Stato ha investito direttamente nella tecnologia e ha garantito un clima imprenditoriale favorevole all’espansione dell’IA attraverso un quadro normativo di parte e enormi incentivi fiscali. Nel frattempo, l’unico vantaggio per le classi popolari sembra essere il privilegio di cui godiamo ora di pagare una piccola somma per farci cuocere lentamente il cervello con una schifezza video verticale. LEGGI ANCHE… DIGITALE OPERAI E ALGORITMI Matteo Pasquinelli Qui risiede una grande contraddizione tra, da un lato, i diritti e gli interessi delle classi popolari, espressi attraverso lo Stato-nazione democratico, e, dall’altro, i diritti di proprietà liberali su cui tale Stato si fonda. Nonostante i nostri investimenti diretti, finanziati dalle tasse, nelle infrastrutture che hanno reso possibili questi sviluppi tecnologici, e nonostante l’espropriazione del nostro lavoro intellettuale collettivo da parte dell’apprendimento automatico, noi – come cittadini – non riceviamo alcuna ricompensa. Allo stesso tempo, l’oligarchia tecnologica, che siede in alto sopra di noi, non mostra alcuna lealtà duratura nei confronti dello Stato democratico a cui deve il suo successo. La prova di questi interessi divergenti trascende persino le divisioni partitiche, dato che sia Donald Trump che Bernie Sanders hanno ora chiesto la nazionalizzazione delle aziende di IA. D’altro canto, il fatto stesso che Amodei non si senta obbligato ad assecondare la richiesta di Trump di accedere al backend di Anthropic conferma il potere dell’élite tecnologica, che prevale sullo Stato. Il modo più semplice ed equo per risolvere questo dilemma è armonizzare questi interessi contrastanti, definendo la direzione che le aziende di intelligenza artificiale devono intraprendere, secondo il consenso popolare. Non sorprende che lo stesso Sanders abbia presentato un disegno di legge che obbligherebbe le maggiori aziende di IA a trasferire il 50% delle proprie azioni in un fondo pubblico. Il Fondo sovrano americano per l’IA funzionerebbe in modo molto simile a quelli istituiti da Norvegia e Alaska per le loro riserve di petrolio e gas. Poiché le risorse naturali come il petrolio e il gas non devono il loro valore all’ingegno di una singola azienda o individuo, il loro valore in quanto tali è giustamente considerato un bene comune. Lo stesso vale per l’IA, con la differenza che il valore di questa tecnologia deriva dal nostro lavoro collettivo come esseri umani. Non dovrebbe essere gestita collettivamente e i suoi benefici distribuiti di conseguenza? Nonostante quanto dicano i critici, questa non è una proposta di elargizione di denaro pubblico, tutt’altro. Invece di essere un atto di beneficenza, la proprietà pubblica dell’intelligenza artificiale rappresenta un tentativo di recuperare, per fini sociali, una ricchezza creata socialmente. In questo modo, potremmo anche porre rimedio ai danni economici derivanti dalla cattiva gestione dell’economia della conoscenza su vasta scala. Si è creato un divario salariale sempre più ampio tra la classe lavoratrice senza istruzione universitaria e quella dei lavoratori laureati, che hanno ampiamente beneficiato della tecnologizzazione della nostra economia. Ora che gli sviluppi dell’IA minacciano il premio salariale dei lavoratori laureati, in modo analogo a come il libero scambio e lo shock cinese hanno eroso i salari dei lavoratori industriali, ci troviamo di fronte a una nuova crisi. In questo senso, l’IA – l’apoteosi dell’economia della conoscenza – potrebbe offrire una via d’uscita dal dominio totale della nostra politica interna da parte dell’alta finanza e delle Big Tech. Mentre l’esplosione del debito pubblico mette a repentaglio le politiche sociali interne, i leader democratici devono ricominciare a pensare a percorsi di rinnovamento sociale che forniscano allo Stato e ai suoi cittadini gli strumenti indipendenti per raggiungere gli obiettivi sociali. Se questa volta la bolla dovesse scoppiare, la risposta dovrà mirare a correggere, piuttosto che ad aggravare, gli squilibri di potere tra capitale e lavoro. La ricchezza generata dagli sviluppi legati all’IA potrà quindi essere reinvestita in programmi di rigenerazione sociale: infrastrutture per rinnovare l’ambiente costruito, finanziamenti per l’istruzione primaria e secondaria, investimenti nella produzione di nuove energie, nella manifattura avanzata, nei servizi sociali e altro ancora. La proprietà pubblica dell’IA, quindi, non è solo una soluzione etica per affrontare l’imminente crisi occupazionale e sociale, ma potrebbe rappresentare un tentativo trasformativo di riorganizzare l’economia nell’interesse pubblico. Da questo punto di vista, gli oligarchi hanno ragione ad avere paura. *Dustin Guastella è dirigente sindacale del Local 623 dei Teamsters di Philadelphia e ricercatore associato al Center for Working-Class Politics. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Nazionalizzare l’Intelligenza artificiale proviene da Jacobin Italia.
July 10, 2026
Jacobin Italia
La sinistra e la conquista della fortezza digitale del capitalismo
La battaglia per la liberazione socialista nel XXI secolo non può essere combattuta con le armi del secolo scorso. In un’era in cui gli algoritmi dominano, in cui l’influenza dell’intelligenza artificiale sui media, la cultura, l’istruzione e il lavoro continua ad espandersi, e in cui le politiche e le strategie […] L'articolo La sinistra e la conquista della fortezza digitale del capitalismo su Contropiano.
June 25, 2026
Contropiano
L’era dell’IA a basso costo è già finita
Quando OpenAI ha lanciato ChatGPT alla fine del 2022, ha rapidamente battuto ogni record, diventando il prodotto tecnologico con la crescita più rapida della storia. I fornitori di modelli di intelligenza artificiale come OpenAI, Anthropic e Google inizialmente utilizzavano prezzi fissi artificialmente bassi per incentivare l’adozione e conquistare quote di mercato, confidando di poter bruciare il capitale degli investitori per creare dipendenza e poi monetizzare una base di utenti fidelizzata. Ma rispetto alle altre piattaforme rivolte ai consumatori che avevano adottato questa strategia sin dagli anni 2000, come Facebook, Uber o Instagram, l’intelligenza artificiale generativa si differenzia per due aspetti cruciali. Innanzitutto, ogni utente aggiuntivo genera un enorme costo ricorrente per ogni query, su una scala mai raggiunta prima da nessun social network. Nello specifico, i chatbot consumano un’immensa potenza di calcolo, che a sua volta richiede elettricità, acqua per il raffreddamento dei server, terreni per i data center e miliardi di dollari di investimenti in hardware. In secondo luogo, man mano che i modelli diventano più sofisticati, anche i costi di gestione aumentano. In questo senso, si avvicinano alle tecnologie di cloud computing come Amazon Web Services. Nel 2023, la società di ricerca SemiAnalysis ha stimato che ChatGPT costasse già circa 700.000 dollari al giorno per essere gestito. Da allora, i modelli sono diventati ancora più complessi e dispendiosi in termini di risorse. All’inizio del 2026, con un numero di utenti attivi settimanali compreso tra ottocento e novecento milioni e solo trentacinque milioni di abbonati paganti, il costo per mantenere l’accesso globale a ChatGPT su questa scala si aggirava intorno ai 17 miliardi di dollari all’anno, ovvero quasi 47 milioni di dollari al giorno. Andy Wu, professore di economia aziendale ad Harvard, sostiene che la maggior parte delle persone non si rende conto di quanto sia «assurdamente costosa» l’intelligenza artificiale. Molti sono consapevoli degli elevati costi fissi, ma non dei costi variabili di inferenza che si verificano ogni volta che il modello genera un’immagine. OpenAI prevede di spendere oltre 150 miliardi di dollari solo per i costi di inferenza entro il 2030. Mentre la stragrande maggioranza degli utenti continua ad accedere alla piattaforma gratuitamente, la domanda è come si colmerà il divario tra risorse e ricavi e chi ne sopporterà i costi. LEGGI ANCHE… DIGITALE IL CAPITALE NEL CERVELLO Redazione Jacobin Italia IL PROBLEMA DELLA REALIZZAZIONE DELL’IA Dal 2022 al 2025, il settore ha dovuto affrontare un problema di realizzazione. Questo termine marxista si riferisce al momento nel circuito del capitale (dal denaro all’investimento in capacità produttiva e di nuovo al denaro) in cui i beni vengono convertiti in vendite redditizie. Un problema di realizzazione emerge quando le imprese possono produrre enormi quantità di beni o servizi, ma non riescono a trovare acquirenti sufficienti per recuperare i costi. In altre parole, un problema di realizzazione si verifica quando la capacità produttiva si espande più rapidamente della domanda. Nei primi anni dell’IA, le aziende tecnologiche hanno investito somme enormi nell’IA generativa – server farm, addestramento di modelli, manodopera ingegneristica e così via – ma la domanda era insufficiente. Alla fine del 2025, Wu affermò che il numero di persone disposte a pagare 20 dollari al mese per l’IA generativa era inferiore a quello delle persone disposte a pagare 20 dollari al mese per Netflix. Per generare domanda per un prodotto con cui i loro datori di lavoro erano finanziariamente coinvolti, le aziende tecnologiche spingevano i dipendenti a utilizzare i chatbot indipendentemente dal fatto che tale domanda producesse un output commisurato. Ad esempio, Meta e Shopify hanno creato classifiche interne per monitorare e premiare l’utilizzo dei token. Il Ceo di Nvidia, Jensen Huang, dice che sarebbe «profondamente allarmato» se un ingegnere non utilizzasse token per un valore di almeno 250.000 dollari in un anno, e che questo non è diverso da uno dei nostri progettisti di chip che dice: ‘Indovinate un po’? Userò carta e penna’». Questo, ovviamente, dopo che Nvidia ha investito 30 miliardi di dollari in OpenAI, finanziando la domanda per il proprio prodotto. A gennaio, Accenture ha comunicato ai dirigenti che, per essere presi in considerazione per le promozioni, avrebbero dovuto utilizzare regolarmente strumenti di intelligenza artificiale. «Vorrei che ci fosse maggiore trasparenza sull’applicazione dell’uso dell’IA da parte dei dirigenti – spiega un dipendente di Accenture a Jacobin – La politica è vaga. Temo che incoraggerà le persone a usare l’IA solo per raggiungere un obiettivo». Il problema della realizzazione è stato quindi rimandato attraverso una combinazione di creazione fittizia della domanda e prezzi sovvenzionati. È stato ulteriormente oscurato dalla logica di finanziamento circolare del settore, in cui un piccolo gruppo di imprese si è isolato dalla logica di mercato finanziandosi, fornendo e vendendosi reciprocamente prodotti  in un circuito chiuso. Assalto ai fornelli Acquista l’ultimo numero della rivista STRATIFICAZIONE DELLE CLASSI DI IA  Alla fine del 2025, Anthropic ha rilasciato il suo modello Claude Opus 4.5, un modello di intelligenza artificiale agentiva destinato ai «lavoratori della conoscenza». Opus 4.5 rappresenta un vero e proprio traguardo tecnologico sotto ogni punto di vista convenzionale. Il modello è anche notevolmente più costoso da gestire e ha portato sia a un cambiamento nella strategia di prezzo sia a una rottura con la precedente retorica dell’IA come utilità universale. I token sono l’unità di dati di base elaborata dai modelli di intelligenza artificiale. Chiacchierare con un chatbot utilizza diverse centinaia di token per paragrafo. Le attività di intelligenza artificiale agentiva, in cui i modelli navigano autonomamente sul web, scrivono ed eseguono codice o gestiscono flussi di lavoro complessi, possono rapidamente consumare milioni di token . Secondo l’imprenditore e investitore della Silicon Valley Vasudev Bhandarkar, il motivo principale per cui l’intelligenza artificiale agentiva è esponenzialmente più costosa risiede nella sua molteplicità (la capacità di gestire molte chiamate contemporaneamente), nella quantità di contesto che può trasportare, nella sua capacità di verifica, nell’utilizzo di strumenti esterni e nell’elevato costo in caso di errore. Il passaggio dall’intelligenza artificiale conversazionale a quella agentiva rappresenta un enorme salto in termini di intensità di risorse. Dall’inizio del 2026, Anthropic ha progressivamente introdotto supplementi basati su token, livelli di inferenza premium, fatturazione separata per gli agenti autonomi e misurazione basata su crediti per l’utilizzo degli strumenti e le integrazioni. All’inizio di maggio, l’azienda ha annunciato che gli abbonati a Claude avrebbero dovuto affrontare un contatore di crediti mensile separato per gli strumenti degli agenti e gli strumenti di terze parti (strumenti che incapsulano il modello Claude) fatturati alle tariffe complete dell’interfaccia di programmazione delle applicazioni (Api) a partire da metà giugno. Contattato per un commento, un ricercatore anonimo specializzato in modelli linguistici di grandi dimensioni (Llm) ha dichiarato a Jacobin : A partire da Claude Opus 4.5, i fornitori di modelli stanno dando sempre più priorità alle capacità agentive e agli accordi business-to-business (B2B), a scapito dei consumatori finali. Aziende come Google e OpenAI, pur rimanendo interessate all’adozione di massa, stanno cambiando strategia. Anthropic, invece, ha privilegiato il B2B fin dall’inizio. La direzione è chiara: le forme di intelligenza artificiale più potenti e che richiedono un’elevata potenza di calcolo sono la priorità e saranno sempre più razionate ai lavoratori qualificati delle grandi aziende, i cui datori di lavoro possono permettersele. All’inizio di marzo, Claude ha brevemente superato ChatGPT per numero di utenti attivi giornalieri, registrando un aumento del 1.487% nell’utilizzo. La domanda c’è. Il modello di prezzo per sostenerla a livelli di accesso democratici e accessibili non esiste. Per dirla con le parole di Bhandarkar: «La domanda è: l’intelligenza artificiale diventerà come l’elettricità o i jet privati?». LEGGI ANCHE… DIGITALE I SISTEMI GPT SONO MACCHINE IDEOLOGICHE Leif Weatherby LA TRANSIZIONE CHE NESSUNO HA VOTATO Oppure, al momento, la risposta del settore a questa contraddizione è che l’IA si ripagherà da sola grazie ai guadagni in «produttività». L’esperienza recente di Uber suggerisce che la questione potrebbe non essere così semplice. Dopo aver speso 3,4 miliardi di dollari in IA nel 2025, Uber ha esercitato una forte pressione interna sui suoi cinquemila ingegneri affinché adottassero Claude, con classifiche che incentivavano il massimo utilizzo. L’azienda ha esaurito l’intero budget per l’IA previsto per il 2026 entro aprile. Il direttore tecnologico di Uber ha ammesso di essere «tornato al punto di partenza perché il budget che pensavo mi sarebbe servito è già stato ampiamente superato». Il valore d’uso dell’IA e i suoi costi per il capitale hanno avuto una divergenza. I guadagni di produttività sono probabilmente reali, ma insufficienti. Ad esempio, il consumo per sviluppatore presso Uber è aumentato da cinque a venti volte, ma nessun parametro di riferimento pubblico mostra un aumento corrispondente del «valore di output». Secondo il ricercatore della Llm, «che tu sia un fornitore di modelli o un’azienda tecnologica nell’economia dell’IA, la concorrenza è agguerrita e si avverte la pressione di mantenere alti i costi, anche se si investe più di quanto si dovrebbe o si può». Per ora, non ci sono prove che i conti tornino e, soprattutto, non ci sono prove che debbano farlo. Lo stesso sistema di finanziamento circolare consente al settore di continuare a spendere senza conciliare costi e rendimenti. Anche se l’intelligenza artificiale alla fine si ripagasse da sola in un’azienda come Uber, cosa significherebbe per la maggior parte dei lavoratori esclusi da questi vantaggi? In altre parole, anche se l’IA fosse produttiva nel complesso, per chi si concretizzerebbe questo valore in termini di produttività? I guadagni in termini di efficienza riguardano principalmente il lavoro intellettuale, ma i costi – prezzi più elevati, accesso razionato, precarietà del lavoro e, soprattutto, devastazione ambientale – sono ripartiti in modo ineguale. Sebbene le aziende che hanno imposto il consumo di IA non abbiano un piano chiaro per finanziare l’aumento dei costi, hanno dimostrato una notevole capacità di assicurarsi finanziamenti innovativi e di rimandare il momento del giudizio attraverso i mercati dei capitali. La preoccupazione principale non riguarda i bilanci dell’economia dell’IA, ma il fatto che si sia disposti ad accettare passivamente questo compromesso. È possibile rinegoziare i termini di questa transizione? *Sophie Bandarkar è una scrittrice, organizzatrice e dottoranda in economia. Vive a Parigi. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo L’era dell’IA a basso costo è già finita  proviene da Jacobin Italia.
June 11, 2026
Jacobin Italia
Fuga da Big Tech
YouTube, Facebook, Instagram, TikTok: sono le piattaforme social più utilizzate dagli italiani. Social media, e non social network, visto che – come sottolinea Kenobit nel suo nuovo saggio “Assalto alle piattaforme” (Agenzia X) – l’obiettivo è tenerci agganciati a consumare passivamente contenuti multimediali, invece che mobilitarci per creare rete. App come queste sono infatti caratterizzate dall’apparente gratuità e da un algoritmo esplicitamente progettato per generare dipendenza, stimolando uno scrolling destinato a non finire mai. Lo stesso Aza Raskin, il designer che nel 2006 ha ideato lo scrolling infinito (cioè il caricamento continuo e automatico di nuovi contenuti durante lo scorrimento, senza un punto di arresto naturale), a distanza di 20 anni si è dichiarato pentito della sua invenzione. Inoltre queste piattaforme intrappolano gli utenti in modo che non clicchino su link che rimandano a siti esterni, inibendo così l’uscita dalle piattaforme. “Il gioco è sempre lo stesso”, scrive Kenobit. “Visto che il profitto delle piattaforme è direttamente proporzionale al tempo che gli dedichiamo, i loro meccanismi sono studiati scientificamente per aumentarlo il più possibile. Produciamo valore quando creiamo contenuti, ma anche quando li consumiamo”. Per un utente che non cerca altro che intrattenimento, luoghi del genere sembrano l’Eldorado. E invece si tratta, antropologicamente parlando, di veri e propri non luoghi: spazi in cui non si creano connessioni, ma che si attraversano di passaggio per andare da un contenuto a un altro senza che resti all’utente alcun valore aggiunto. “Se non stai pagando per il prodotto, il prodotto sei tu”, verrebbe da dire, riprendendo le parole rese celebri dal film “The social dilemma”. Ed ecco una delle frasi che Kenobit punta a decostruire nel suo saggio: su queste piattaforme persino chi paga – le aziende e le attività che versano una quota per occupare spazi pubblicitari – è a sua volta un prodotto, perché genera ulteriori dati che le piattaforme raccolgono e sfruttano per arricchirsi vendendoli. Ma cosa – o meglio chi – sono queste piattaforme? Tra quelle citate, si possono raggruppare Facebook e Instagram (e WhatsApp), del gruppo Meta fondato da Mark Zuckerberg. C’è poi YouTube, proprietà come Google della holding Alphabet Inc., di cui i fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin, sono ancora i maggiori azionisti e membri del consiglio di amministrazione, detenendo di fatto il controllo dell’azienda, pur non essendo più amministratori delegati. Meta ha registrato un fatturato di 164,5 miliardi di dollari per l’intero anno 2024, segnando una crescita del 22% rispetto al 2023. Alphabet Inc. ha registrato ricavi annuali record, superando i 400 miliardi di dollari nel 2025, grazie alla crescita della pubblicità. C’è di più: entrambi i colossi hanno espliciti legami con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, e sono nella lista BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) per il loro coinvolgimento nel genocidio in Palestina. Ma se sono così poco etiche perché è tanto difficile abbandonare queste piattaforme? Probabilmente, perché non tutto ciò che avviene sui social è nocivo. Quante amicizie, progetti, idee, iniziative non sarebbero nate o diventate così note se non fosse stato per i social? Kenobit fa l’esempio delle mobilitazioni per la Palestina realizzate dal 7 ottobre 2023 in poi, in cui i social, nonostante le varie dinamiche di shadow ban – cioè di oscuramento della tematica, costringendo talvolta a utilizzare caratteri speciali per parlarne (per esempio scrivendo G4z4 invece di Gaza) – hanno avuto un ruolo fondamentale. Il ruolo dei social è stato centrale anche nella formazione di grandi movimenti di protesta come Fridays For Future, con la nascita di nuclei di attivisti in ogni parte del mondo, o Black Lives Matter, con la condivisione di massa del video della morte di George Floyd e la propagazione delle sue ultime parole “I can’t breathe”. Il problema è che, sui social, in breve tempo si passa oltre: nuovi contenuti, nuovi trend, nuove cose a cui prestare attenzione, togliendo forza al desiderio e all’urgenza di convergenza e di organizzazione. Tra i limiti dell’attivismo online c’è infatti la necessità di sottostare alle logiche algoritmiche delle piattaforme, con Meta che al contempo blocca la possibilità di promuovere post dal contenuto a sfondo politico o sociale e ne limita anche la diffusione organica, tramite l’impostazione che permette di non visualizzare contenuti politici tra quelli suggeriti nel proprio feed. Fare attivismo sui social significa inoltre rischiare di scivolare, talvolta senza rendersene nemmeno conto, in quello che viene definito slacktivism, o attivismo da poltrona, cioè un tipo di attivismo che si limita alla condivisione di contenuti sui propri canali, senza che questo gesto si concretizzi in nulla di più radicale o d’impatto. Inoltre, perché il proprio attivismo cambi le cose, l’obiettivo dev’essere quello di costruire comunità. Appoggiarsi alle piattaforme mainstream significa invece, come scrive Kenobit, “costruire a casa d’altri”, lasciando in mano loro il destino del nostro attivismo ed esponendosi al rischio che post, profili e gruppi vengano cancellati in qualsiasi momento, quasi senza possibilità di replica. “Queste piattaforme non sono democratiche”, scrive sempre Kenobit. Chi crea contenuti rischia, tra l’altro, di diventare schiavo dei numeri, piegandosi a trattare di temi non controversi o divisivi in modo da raggiungere il maggior numero di persone possibili – talvolta finendo per capitalizzare le lotte sponsorizzando prodotti che con queste hanno qualche punto di contatto (magliette, tote bag o oggetti figli, per esempio, del greenwashing). Così facendo, l’attivismo diventa un lavoro da influencer più che da potenziali leader politici. È POSSIBILE CAMBIARE PIATTAFORME? “Abbiamo davanti una lotta impari, contro un nemico ben fortificato, con risorse economiche e tecnologiche senza precedenti nella storia dell’umanità”, prosegue Kenobit nel saggio. “Non lo prenderemo mai per sfinimento, né possiamo sperare di batterlo sul suo stesso terreno. Le piattaforme possiedono tutto, incluso il campo di battaglia, e se anche riuscissimo a metterle in difficoltà in casa loro potrebbero semplicemente cambiare le regole del gioco. Per lo stesso motivo, anche se usare alcuni dei loro strumenti può avere dei meriti strategici, non possiamo sperare di cambiarle dall’interno. Non può esserci riformismo in una dittatura. La disparità è evidente anche sul fronte della comunicazione, perché le piattaforme, controllando la dimensione digitale, proiettano un’influenza tangibile sul reale”. Nonostante questa posizione, Kenobit è abilissimo nel fornire alternative valide a ciascuno dei problemi legati alle piattaforme, spiegando con parole comprensibili a tutti che cosa si può fare e perché dovremmo farlo. Per esempio, la proposta di passare al Fediverso come alternativa ai social media mainstream è legata all’eticità dell’utilizzo di un software open source, ovvero il cui codice è consultabile e utilizzabile praticamente da chiunque, invece che chiuso, proprietario e i cui meccanismi sono noti solo a pochi eletti. Come si legge in “Assalto alle piattaforme” (disponibile gratuitamente anche come audiolibro): Il software libero si basa su una filosofia completamente diversa. Come suggerisce il nome, è pensato per tutelare la nostra libertà. Nello specifico, quattro libertà: * ⁠  ⁠la libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo; * ⁠  ⁠la libertà di studiare come funziona il programma e di modificarlo in base alle proprie necessità; * ⁠  ⁠la libertà di ridistribuire copie del programma in modo da aiutare il prossimo; * ⁠ ⁠la libertà di migliorare il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio. Kenobit elenca molti motivi per cui preferire i social del Fediverso a quelli ancora mainstream: tra questi, l’assenza di un algoritmo che determina che cosa mostrare a chi a favore di un feed che rispetta l’ordine cronologico delle pubblicazioni, garantendo a tutti di non perdersi nulla e di dare a ogni contenuto la giusta dignità e diffusione. “L’assenza di pubblicità vanifica la necessità di un algoritmo che seleziona al posto nostro cosa mostrarci”. Va da sé che è impossibile che il passaggio dai social mainstream al Fediverso sia rapido e collettivo. Per questo, una valida soluzione intermedia consiste nel mantenere i propri profili sui social tradizionali, ma smettendo gradualmente di postare contenuti e utilizzandoli soprattutto, come da tempo fa Kenobit, per sponsorizzare il passaggio ad altre piattaforme. PIÙ COOPERAZIONE E MENO COMPETIZIONE Il controllo che Big Tech può esercitare va però ben oltre le singole piattaforme. Durante una presentazione del libro che si è svolta a Torino, a Radio Blackout, l’11 febbraio 2026, è nato un dibattito sul possesso delle dorsali internet (backbone): infrastrutture fisiche ad altissima capacità, composte da cavi sottomarini in fibra ottica posati sui fondali oceanici. Trasportano oltre il 99% del traffico dati mondiale tra continenti, connettendo reti locali e garantendo la velocità della connessione web. Già questo aspetto pone un importante problema, perché, anche utilizzando piattaforme alternative a quelle mainstream, ci si continuerebbe ad appoggiare a questo sistema, che resta in buona parte in mano a colossi privati. Le dorsali sono infatti gestite da un consorzio di grandi aziende di telecomunicazioni internazionali, colossi tecnologici (Google, Meta, Amazon, Microsoft) e, in parte, da governi. In risposta a questa osservazione, Kenobit ha suggerito di cercare il sito di Antennine, che punta a costruire reti comunitarie. Citando il loro blog, “le reti comunitarie sono infrastrutture locali di telecomunicazione create da gruppi di persone (una comunità) per connettersi a Internet e fornire servizi di comunicazione digitale. Sono costruite e gestite come un bene comune, cioè una risorsa prodotta e mantenuta collettivamente, piuttosto che detenuta privatamente, come alternativa alle grandi reti commerciali o statali e ai fornitori di servizi Internet”. Sul sito di Antennine sono presenti le istruzioni per contattare gli organizzatori del progetto e unirsi alla rete. È solo un inizio, che rappresenta però un baluardo di resistenza per ricordarsi che costruire delle alternative è possibile. Altri esempi internazionali di gestione comunitaria e democratica dell’accesso a internet sono Guifi.net, nata in Catalogna nel 2004 e che punta a costruire una rete dal basso in modo da connettere aree rurali portando la connessione internet laddove non arrivano gli operatori commerciali tradizionali, e Freifunk, nata a Berlino, che ha come obiettivo quello di fornire una rete internet libera e accessibile a tutti. Un altro tema critico riguarda le conoscenze necessarie per poter usare – o anche solo entrare in contatto – con le piattaforme alternative. È necessaria in primis un’alfabetizzazione digitale, non scontata in un contesto in cui solo il 46% degli italiani possiede competenze di base in quest’ambito, ma anche una coscienza politica tale da problematizzare le piattaforme, oltre a contatti che tramite il passaparola permettano di accedere ad alternative come il Fediverso. Per fare effettivamente la differenza, c’è insomma prima di tutto bisogno di fare massa critica, scegliere che direzione prendere e costruirla insieme. Come scrive Kenobit, “abbiamo un’occasione imperdibile per rivendicare una dimensione digitale fondata sulla cooperazione invece che sulla competizione”. L'articolo Fuga da Big Tech proviene da Guerre di Rete.
May 13, 2026
Guerre di Rete
Assicurare ai Minori anche il diritto alla Sicurezza Cibernetica
L’adescamento di minori online rappresenta una delle minacce più insidiose e pericolose per i bambini e gli adolescenti, un fenomeno che, come sottolinea il Centro Nazionale per il Contrasto alla Pedopornografia Online (C.N.C.P.O.), negli ultimi due anni evidenzia, pur mantenendosi su livelli elevati, un’evoluzione che richiede interventi sempre più specializzati e tempestivi. Nel 2025, il numero complessivo dei casi trattati si attesta a 434, frutto di un’intensificazione delle attività di prevenzione e educazione digitale. L’adescamento online, infatti, è un fenomeno che si sviluppa e si manifesta nelle piattaforme digitali sempre più precocemente utilizzate da bambini e ragazzi, come i social network le app di messaggistica istantanea e, più recentemente i videogiochi online. Spesso è nei luoghi virtuali del gioco che gli adescatori “avvicinano” i giovanissimi, nascondendosi dietro profili falsi di sedicenti coetanei, pronti ad usare tecniche di manipolazione affettiva per ottenere immagini sessuali, video e addirittura incontri reali con potenziali vittime. Come si legge nel report > “Tracce digitali, vittime reali: l’impegno a difesa e protezione dei più > piccoli, pubblicato in occasione della Giornata Nazionale contro la Pedofilia > e la Pedopornografia (5 Maggio), “un’analisi più approfondita dei dati mostra > come il rischio non sia distribuito in modo uniforme tra le diverse fasce > d’età. Se è vero che i bambini tra i 0 e i 9 anni rappresentano ancora una > quota relativamente minore di vittime, con 17 casi, è altrettanto vero che si > tratta di una tipologia di vittime particolarmente fragili per le quali un > approccio sessuale precoce e tecnomediato può costituirsi come trauma concreto > con potenzialità dannose piuttosto elevate. La fascia d’età 10-13 anni > registra 179 casi. In questa fase dello sviluppo i minori iniziano a esplorare > il mondo digitale in maniera più autonoma, utilizzando i social media e le > chat per stringere nuove amicizie. Gli adescatori sfruttano questa apertura > per avvicinarsi alle vittime, fingendo di condividere interessi comuni e > instaurando un rapporto basato su fiducia e manipolazione. È in questo > contesto che la Polizia Postale ha rafforzato le proprie strategie di > prevenzione, promuovendo campagne di sensibilizzazione rivolte sia ai ragazzi > che ai genitori, affinché possano riconoscere segnali di pericolo e adottare > comportamenti più sicuri online. Infine, il dato più significativo riguarda la > fascia 14-16 anni, con 238 casi. Il volume registrato in questa fascia d’età > riflette la crescente esposizione degli adolescenti a dinamiche digitali > complesse, che vanno dal sexting alla condivisione di immagini intime, > talvolta indotte con minacce o ricatti. Gli adescatori mirano a minori di > questa età consapevoli della loro naturale curiosità per la seduzione, la > sessualità e l’interazione libera, consapevoli di quanto i ragazzi si sentano > sicuri in un dominio, quello digitale, in cui credono di muoversi con maggiore > dimestichezza, minore esposizione corporea senza particolari controlli.”: https://www.commissariatodips.it/docs/giornata-nazionale-contro-la-pedofilia-report-2026.pdf. L’impegno nella tutela dei minori e le attività di prevenzione e contrasto ai fenomeni di abuso sessuale nel dominio cibernetico potrebbe essere uno dei temi da trattare in occasione del prossimo 27 maggio, 35° anniversario della ratifica italiana della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (https://www.unicef.it/convenzione-diritti-infanzia/). Anche quest’anno l’UNICEF Italia, con il patrocinio dell’ANCI, lancia la quinta edizione della campagna DIRITTI IN COMUNE e invita tutte le amministrazioni comunali a partecipare. I Comuni svolgono un ruolo determinante nell’assicurare ai bambini e agli adolescenti che tutti i diritti siano garantiti. Aderire a DIRITTI IN COMUNE rappresenta quindi un’opportunità per i Comuni di far conoscere la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in maniera diffusa e per ogni amministratore, di farsi portavoce dell’importanza di costruire contesti territoriali capaci di ascoltare le necessità e di rispondere ai reali bisogni delle giovani generazioni, ribadendo il ruolo fondamentale dei Comuni nella promozione del benessere dei minorenni. DIRITTI IN COMUNE è l’iniziativa dell’UNICEF Italia, promossa nell’ambito del Programma UNICEF Città amiche dei bambini e degli adolescenti (https://www.unicef.it/italia-amica-dei-bambini/citta-amiche/), rivolta a tutti i Comuni italiani per sensibilizzare gli amministratori stessi, i dipendenti delle amministrazioni comunali e i cittadini, alla promozione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Molteplici le azioni di comunicazione che le amministrazioni locali possono realizzare utilizzando i canali social istituzionali e degli amministratori. È inoltre possibile, promuovere la campagna sulla homepage del sito del Comune e distribuire i materiali messi a disposizione dall’UNICEF Italia, in tutti gli uffici e i luoghi pubblici, nelle scuole e durante eventi organizzati per l’occasione. Le amministrazioni comunali che partecipano hanno l’opportunità di: promuovere e rafforzare la conoscenza della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza tra amministratori, funzionari, personale comunale e cittadini, contribuendo alla crescita di una cultura istituzionale attenta ai diritti dei minorenni; diffondere materiali di comunicazione, già predisposti per la stampa e per l’utilizzo sui canali digitali del Comune (sito web istituzionale, newsletter, social media) e durante gli eventi pubblici realizzati; dare visibilità alle iniziative pubbliche realizzate sul territorio in occasione della campagna di sensibilizzazione; essere inseriti nell’elenco nazionale dei Comuni che hanno aderito alla campagna di sensibilizzazione DIRITTI IN COMUNE pubblicato sull’apposita pagina del sito web di Unicef. Per aderire occorre inviare l’adesione da un indirizzo mail istituzionale del Comune (non una PEC) per segnalare la partecipazione all’indirizzo: cittamiche@unicef.it, scaricare i materiali messi a disposizione da UNICEF Italia e diffonderli tramite i canali istituzionali del Comune (social, sito, newsletter, ecc.) e condividere con amministratori, funzionari, uffici comunali e durante gli eventi pubblici. Qui tutte le informazioni per aderire: https://www.unicef.it/italia-amica-dei-bambini/citta-amiche/diritti-in-comune/. Ettore Macchieraldo
May 11, 2026
Pressenza
Se la tregua dovesse fallire, potrebbe esserci una “Hormuz digitale”
Tutti giustamente concentrati sui due beni naturali più importanti del Golfo Persico (petrolio e gas), in pochi si sono occupati degli altri settori che sono andati in crisi in appena sei settimane di guerra. Certo, il mercato immobiliare e il turismo hanno ricevuto un po’ di attenzione, ma forse meno […] L'articolo Se la tregua dovesse fallire, potrebbe esserci una “Hormuz digitale” su Contropiano.
April 14, 2026
Contropiano