
Amazon intorbidisce le acque
Jacobin Italia - Thursday, February 19, 2026
Articolo di Lavinia FerroneIl cloud non davvero è una nuvola inafferabile, ma un’infrastruttura fatta di cemento, cavi, generatori e acqua. In una contea rurale dell’Oregon, l’espansione dei data center di Amazon si è intrecciata con un disastro già in corso nelle falde, accelerando un ciclo di contaminazione da nitrati che colpisce la popolazione.
Una crisi silenziosa, passata inosservata per anni anche se è sotto gli occhi di tutti, come fa l’acqua quando corre lungo le tubature sotterranee. Arriva nelle case della gente e il suo essere insapore, inodore e incolore è in grado di nascondere tra le molecole della sua memoria altre sostanze, atomi che ci restano impigliati a causa di interazioni deboli, elettrostatiche, eppure letali.
L’inquinamento ambientale sistemico, radicato nel cuore della contea di Morrow – zona rurale e agricola dell’est dell’Oregon – è diventato negli ultimi anni simbolo dei rischi legati alla corsa globale alla digitalizzazione. Nel 2022 Jim Doherty – allevatore e commissario della contea, Repubblicano – si rende conto di avere sempre la stessa conversazione: adulti sani, persone giovani, si ammalano di patologie croniche, sviluppano tumori o perdono organi vitali. Ciò che colpiva di quelle conversazioni era il modo in cui le persone le collegavano a un problema relativo all’acqua della zona. Doherty capiva a cosa si riferivano: la falda acquifera della contea era stata contaminata dai nitrati – un sottoprodotto dei fertilizzanti chimici utilizzati dalle mega-fattorie e dagli stabilimenti di trasformazione alimentare dove lavorava la maggior parte dei suoi concittadini.
La falda acquifera sotto la contea di Morrow, nota come bacino Lower Umatilla, è l’unica fonte d’acqua per ben 45.000 residenti nella contea e dintorni, la maggior parte dei quali si affida a pozzi che attingono da quel bacino. Dal 1991, i funzionari del Department of Environmental Quality (Deq) dell’Oregon raccolgono campioni da questa falda che mostrano un aumento lento ma costante di sostanze chimiche tossiche nell’acqua.
Doherty, allarmato, avvia con l’ufficio sanitario locale un’indagine su 70 pozzi: 68 risultano contaminati da nitrati a livelli superiori rispetto ai limiti di sicurezza.
Il nitrato (NO3–) e la sua forma ridotta, il nitrito (NO2–), è una fonte di azoto immediatamente disponibile per le piante che lo utilizzano per la sintesi della clorofilla, quel pigmento verde necessario per la fotosintesi clorofilliana. L’impiego dei nitrati come fertilizzanti agricoli è un modo efficace per aumentare rapidamente la resa dei raccolti. Negli ultimi anni, però, è emerso che un’esposizione elevata – per esempio attraverso il consumo prolungato di acqua contaminata – può comportare rischi per la salute umana; per questo l’Organizzazione mondiale della sanità ha indicato soglie massime di sicurezza. Nel nostro organismo il nitrato, trasformato in nitrito, può dare origine a composti N-nitrosi, o nitroderivati (NOCs, N-nitroso compounds): molecole instabili e altamente reattive capaci di interagire con il Dna e danneggiarlo. Se questo danno non viene riparato correttamente, può fissarsi come mutazione: un’alterazione inizialmente transitoria della sequenza può diventare permanente e venire trasmessa alle cellule figlie, aumentando nel tempo la probabilità di trasformazione tumorale. I nitroderivati sono considerati particolarmente problematici perché possono favorire stati infiammatori e, in alcune condizioni, presentare effetti avversi sullo sviluppo fetale e infantile. Studi epidemiologici hanno inoltre messo in associazione un’esposizione cronica a nitrati/nitriti e NOCs con un aumento del rischio di alcuni tumori (in particolare gastrici e del colon-retto, ma anche tiroidei e renali) e con esiti riproduttivi avversi, come nascite premature, malformazioni fetali e aborti spontanei.
Il disastro in Oregon
In Oregon le fonti di contaminazione non mancano: Morrow è sede di alcune delle più grandi aziende agricole (tra queste, Lamb Weston, che fornisce praticamente tutte le patate per le patatine fritte di McDonald’s) e zootecniche del Nord-Ovest americano, attratte da un terreno reso fertile artificialmente grazie a un massiccio sistema di irrigazione costruito negli anni Novanta per compensare le condizioni aride e renderlo più produttivo. Un maggiore flusso d’acqua significava che le grandi aziende agricole potevano utilizzare fertilizzanti nei campi tutto l’anno.
Ogni giorno mega-fattorie, allevamenti intensivi e impianti di lavorazione alimentare della contea convogliano milioni di litri di acque reflue al Porto di Morrow, sul fiume Columbia. Qui vengono stoccate in enormi bacini coperti da teloni, dove i solidi affioranti vengono in parte degradati dai microbi producendo metano, poi bruciato attraverso piccoli camini. L’acqua restante rimane carica di residui di azoto – fertilizzanti, letame e materiali vegetali – e viene quindi ripompata sui campi senza costi per gli agricoltori: un riciclo che semplifica la gestione dei reflui per il Porto e fornisce alle aziende un flusso costante di acqua fertilizzata che, nel suolo, può trasformarsi in nitrati e raggiungere la falda.
Il disastro ambientale, già in corso da anni, ha subito un’accelerazione con l’arrivo di Amazon. Dal 2011, il colosso tecnologico ha costruito sette data center nella contea, ottenendo forti agevolazioni fiscali da parte delle autorità locali (una moratoria sulle imposte della durata di 15 anni per ciascun edificio). La promessa era quella di diversificare l’economia locale, troppo dipendente dall’agricoltura. Ma mentre Amazon beneficiava di oltre 100 milioni di dollari in esenzioni, la comunità si trovava a dover affrontare nuove criticità a livello ambientale.
I data center pompano ogni anno decine di milioni di galloni d’acqua dalla falda per raffreddare le apparecchiature informatiche, acqua che poi viene convogliata nel sistema di acque reflue del Porto di Morrow. Tutta l’acqua proveniente dai data center si mescola con le acque reflue già contaminate nelle lagune, aumentando ulteriormente il volume di acqua che viene infine smaltito sui campi.
Come spiega Greg Pettit, che ha lavorato per 38 anni al Deq ed è stato responsabile dello sviluppo del programma sulla qualità delle acque sotterranee dell’Oregon, «più acqua metti sui campi, più velocemente spingi l’azoto attraverso il suolo e giù nella falda».
Chad Gubala, un idrologo che dal 2018 al 2022 ha gestito per il Deq dell’Oregon la supervisione sul permesso per le acque reflue del Porto di Morrow, è ugualmente critico rispetto al modo in cui, storicamente, il Porto ha gestito l’enorme volume di acque reflue, irrorando i campi nei freddi mesi invernali, anche quando non c’erano colture in campo. «Gli agricoltori e il personale del Porto sostenevano che mantenere l’irrigazione durante la stagione non vegetativa fosse una cosa ragionevole per tenere il suolo ‘in condizioni appropriate’, dicevano, così da essere pronti per la semina primaverile e la crescita precoce. Ma, in pratica, era una montagna di stronzate, un modo per mantenere uno scarico continuo di acque reflue tutto l’anno dalle loro strutture» (in un comunicato del 30 ottobre, il Porto ha promesso di porre fine a questa pratica a partire da quest’inverno. La direttrice esecutiva del Porto, Lisa Mittelsdorf, ha dichiarato a Rolling Stone che «il Porto e il Deq hanno lavorato insieme per vietare l’applicazione a terra di acque reflue industriali durante la stagione non vegetativa»).
La continua irrorazione durante i mesi invernali aiutava il Porto e Amazon a gestire lo straordinario volume di acque reflue proveniente da aziende agricole e data center, ma ha fatto scattare campanelli d’allarme tra gli analisti del Deq. La pratica dell’irrigazione invernale «rappresenta un rischio significativo per le acque sotterranee», ha scritto in un’e-mail del 2023 Larry Brown, specialista di salute ambientale del Deq, riassumendo le preoccupazioni che aveva già espresso ai dirigenti del Deq l’anno precedente. «[Deve] essere eliminata gradualmente il prima possibile». Quegli avvertimenti furono ignorati.
Con l’aumento dei nitrati nella falda, persino l’acqua apparentemente pulita che il Port prelevava dai pozzi più profondi – usata per servire i grandi clienti industriali come Amazon – è diventata contaminata. Ben presto, Amazon si è ritrovata a usare acqua con fino a 13 ppm di nitrati, al di sopra dei limiti federali e statali, per raffreddare i propri data center. Quando quell’acqua contaminata attraversa i data center per assorbire il calore dei server, una parte dell’acqua evapora, ma i nitrati restano, aumentando ulteriormente la concentrazione. Ciò significa che, quando l’acqua inquinata esce dai data center e rientra nel sistema di acque reflue, è ancora più contaminata, arrivando talvolta a una media di 56 ppm, otto volte il limite di sicurezza dell’Oregon.
Nel giugno 2022, Doherty propose di dichiarare lo stato di emergenza sanitaria, ma a ostacolarlo fu soprattutto il timore, da parte del mondo agricolo e industriale locale, che un intervento statale potesse limitare o bloccare le attività produttive. Il dibattito evidenziò uno squilibrio sociale: mentre il 30% dei residenti viveva in case mobili con pozzi contaminati e senza alternative sicure, la minoranza più ricca – dirigenti agricoli e industriali – abitava in quartieri forniti da acquedotti municipali che pescavano da strati idrici più profondi e meno inquinati.
Nonostante le opposizioni, la dichiarazione fu approvata da una parte del consiglio locale, consentendo di attivare fondi pubblici per la distribuzione di acqua pulita e per l’analisi dei pozzi privati. L’intervento dello stato, però, fu modesto. Secondo alcuni osservatori, la debole risposta delle autorità fu il risultato di pressioni informali da parte di lobby agricole e industriali, preoccupate di tutelare l’immagine e gli affari delle imprese locali. In questo clima di tensione, molti lavoratori – spesso immigrati e privi di documenti – temevano di esporsi. Le grandi aziende offrirono sostegno alle famiglie ma evitarono di riconoscere legami con l’inquinamento. Neppure le istituzioni locali riconobbero un proprio ruolo, nonostante violazioni ambientali documentate. Amazon sostenne iniziative sociali ma negò ogni responsabilità, affermando di non utilizzare nitrati nei propri processi.
I pozzi privati contaminati restano tuttora privi di una soluzione strutturale: molte famiglie ricevono acqua in bottiglia per cucinare e bere, ma non ci sono ancora piani pubblici per la bonifica dell’acquifero.
La crisi idrica della contea di Morrow, quindi, non è stata solo una questione ambientale e sanitaria. Ha messo in luce una rete di interessi economici, disuguaglianze sociali e conflitti di potere. Mentre le comunità più vulnerabili lottavano per accedere a un bene essenziale come l’acqua pulita, i vertici industriali e politici manovravano per proteggere investimenti e consenso. Doherty, figura solitaria e osteggiata, ha cercato di porre al centro la salute pubblica. Ma la sua battaglia si è scontrata con un sistema consolidato in cui l’emergenza ambientale è stata negata o depotenziata per preservare l’ordine economico esistente.
La storia della contea si chiude (per ora) con una consapevolezza amara: quella di una comunità sacrificata in nome degli interessi aziendali, in cui il prezzo dell’innovazione è stato scaricato silenziosamente sull’ambiente e sulla salute pubblica. Ma il caso rappresenta anche un monito per il futuro, in un contesto globale in cui i data center – infrastrutture sempre più diffuse – continuano a insediarsi in territori agricoli o idricamente fragili. Raccontarla oggi significa provare a prevenire, altrove, ciò che in Oregon è ormai cronaca.
Amazon a Milano
Negli ultimi anni l’area metropolitana di Milano è stata interessata da diversi sviluppi infrastrutturali e ambientali che contribuiscono a delineare un contesto territoriale in evoluzione. Tra questi rientra il progetto di Amazon Web Services, che ha avviato la realizzazione di un nuovo campus di data center nei comuni di Rho e Pero. L’insediamento occuperà un’area di circa 100.000 m² e comprenderà due edifici principali. Come noto, i data center richiedono ingenti quantità di energia e di acqua per il raffreddamento dei server; per questo la Regione Lombardia, nel novembre 2025, ha aggiornato le linee guida per la loro localizzazione, introducendo criteri più restrittivi e favorendo tecniche di raffreddamento che non impieghino acqua potabile di acquedotto.
Parallelamente, il territorio lombardo sta affrontando la sfida della scarsità idrica accentuata dai cambiamenti climatici. In risposta, si stanno sviluppando iniziative per il riuso in agricoltura delle acque reflue depurate. L’acqua trattata nei depuratori – non potabile ma bonificata – viene utilizzata per irrigare i campi, contribuendo sia al risparmio di risorse idriche sia alla riduzione dell’impatto dei fertilizzanti. Un esempio significativo è il progetto pilota di Peschiera Borromeo, dove l’acqua depurata viene destinata alle aziende agricole locali sotto rigorosi controlli di qualità. Risultati positivi stanno favorendo l’estensione di questo modello, mentre altri depuratori – come quelli di Assago, Rozzano e Basiglio – adottano già forme di riuso in ambito agricolo o civile. Queste pratiche si inseriscono nel quadro normativo europeo rafforzato dal Regolamento (Ue) 2020/741, che promuove soluzioni di economia circolare per una gestione più sostenibile delle risorse idriche.
Sul piano ambientale, un altro tema rilevante nella zona riguarda l’inquinamento delle acque da nitrati, storicamente legato soprattutto all’uso di fertilizzanti e reflui zootecnici. Oltre il 60% della pianura lombarda è classificata come Zona Vulnerabile ai Nitrati secondo la normativa europea. I monitoraggi recenti evidenziano un generale miglioramento della qualità delle acque, pur con persistenti criticità nelle aree a più alta intensità agricola. L’area di Rho-Pero rientra tra le zone vulnerabili, con valori indicativi intorno ai 30 mg/L nelle analisi dell’acquedotto: livelli inferiori al limite di legge, ma rappresentativi di una situazione da mantenere sotto osservazione, come in gran parte del territorio regionale.
Questi elementi, pur riguardando ambiti distinti, contribuiscono a delineare un quadro territoriale complesso, in cui diversi processi di sviluppo e tutela ambientale procedono in parallelo e che sarà importante monitorare per assicurare il rispetto dell’ambiente e della salute pubblica.
*Lavinia Ferrone lavora come ricercatrice in Biochimica all’Università di Bari Aldo Moro. Si occupa di divulgazione scientifica intorno al tema del cancro. Ha tradotto il libro di Athena Aktipis Secondo natura. Come l’evoluzione ci aiuta a ripensare il cancro (effequ).
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