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Gli investimenti in armi. Il figlio di Trump
La rivista telematica ‘Settimana’ ( vedi il loro sito https://www.settimananews.it/ ) ha pubblicato nei giorni scorsi questo importante approfondimento di Gianni Alioti, attivista e ricercatore di «The Weapon Watch», Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei. Alioti risponde alle domande di ‘Settimana’ sui programmi di riarmo e sull’intreccio tra produzione, finanza e politica. L’intervista è a cura di Giordano Cavallari. Gianni, perché si è detto che è iniziato il «superciclo della difesa»? Si parla di «superciclo della difesa» perché, dall’invasione russa dell’Ucraina, i mercati finanziari hanno iniziato a spostare migliaia di miliardi di dollari nelle azioni dell’industria militare, specie europea, investendo nelle guerre e nelle politiche di riarmo degli Stati. Solo per fare due esempi, la tedesca Rheinmetall e l’italiana Leonardo hanno visto crescere il loro valore azionario in Borsa negli ultimi 4 anni, dal febbraio 2022 al febbraio 2026, rispettivamente del 1.722% e dell’866%. Si tratta di crescite record, non tanto per ragioni aziendali, quanto per investimenti finanziari record nell’industria militare. La corsa dei listini prosegue in questi giorni senza sosta, spinta dalle ulteriori tensioni geopolitiche in Medio-Oriente, oltre che dalla decisione politica dell’Europa di riarmarsi e preparare la guerra con la Russia. In breve, intorno al riarmo, gira una montagna di soldi pubblici e privati. Come interviene la grande finanza nell’industria delle armi? La grande finanza, attraverso i maggiori fondi istituzionali mondiali – Vanguard, Capital Group, Black Rock, Wellington Management e Fidelity Investments e altri –, interviene sia spostando ingenti risorse sui listini dei fabbricanti d’armi quotati in Borsa, sia detenendo importanti quote azionarie delle principali aziende del settore. Beneficiando in questo modo, sia dell’andamento dei titoli in Borsa, sia dei ricchi dividendi concessi negli ultimi anni agli azionisti. (…) Come ha scritto Alessandro Volpi, docente all’Università di Pisa, «una manciata di grandi fondi americani – BlackRock, Vanguard, State Street – controlla una quota enorme del risparmio mondiale. Significa che una parte decisiva delle scelte economiche globali dipende da questi soggetti, capaci di decidere dove far scorrere i capitali, influenzando così i mercati, i governi e le politiche industriali». Una straordinaria occasione di guadagno offerta dall’aumento folle delle spese militari. Quali sono le principali Società per azioni mondiali produttrici di armi? Da chi sono finanziate e quindi orientate? Le prime 5 aziende al mondo per fatturato militare – Lockheed Martin, RTX, Northrop Grumman, Boeing, General Dynamics – sono tutte «made in USA» e grandi appaltatrici del Pentagono, e sono controllate dai colossi americani della finanza come Vanguard, Capital Group, Black Rock, Wellington Management e Fidelity Investments. Gli stessi fondi istituzionali – a cui possiamo aggiungere Goldman Sachs, State Street, Invesco e altri – sono pure tra i più importanti azionisti dell’italiana Leonardo, della trans-europea Airbus, delle francesi Thales e Dassault, della spagnola Indra Sistemas, ma anche della tedesca Rheinmetall, della britannica BAE Systems e dell’ucraina JSC. È difficile immaginare che, in quanto azionisti, questi fondi non abbiano influenza sulle politiche aziendali: dalle logiche di investimento alle scelte produttive, dagli accordi industriali a quelli commerciali. L’industria militare, con i sussidi e le ricche commesse garantite dagli Stati, i prezzi dei sistemi d’arma sempre crescenti e i facili profitti, è sicuramente in questa fase il terreno privilegiato della finanza. La Leonardo è «italiana»? Cosa sappiamo della sua partecipazione azionaria? La Leonardo è controllata dallo Stato italiano, tramite il Ministero dell’Economia e della Finanza che detiene il 30,2% delle azioni. Uno 0,5% delle azioni è detenuto dalla stessa Leonardo, mentre il resto è in mano a investitori individuali per il 18,5%, e a investitori istituzionali per il 50,8%: tra questi ultimi troviamo BlackRock, Vanguard, Orbis, Mackenzie Europe, State Street e Temasek. L’insieme di queste azioni, ripartite per area geografica, vede il predominio degli USA con il 57,4%, seguiti dal Regno Unito con il 15,7%; seguono l’Italia con il 5,1%, la Francia con il 3,9%, il resto d’Europa con l’8,4% e il resto del mondo con il 9,5%. Tra gli investitori istituzionali in Leonardo il più importante è BlackRock guidato da Larry Fink, che gestisce oltre 10mila miliardi di dollari di asset su scala globale. In Italia detiene il 7% del capitale di Unicredit e il 5% di Intesa San Paolo (le due principali «banche armate» italiane) oltre che partecipazioni in Eni, Enel, Generali, Mediobanca, Ferrari, Banco Bpm, Prysmian, Moncler… L’assenso, nel 2024, dell’amministratore delegato Roberto Cingolani e del Governo italiano all’aumento della quota azionaria di BlackRock in Leonardo – oltre il limite stabilito del 3% – non può essere letto esclusivamente in chiave finanziaria ma, senz’altro, in ottica strategica. Gli apparati finanziari del capitalismo americano stanno evidentemente puntando di nuovo sull’Italia, Paese da blindare quale alleato a tutto campo degli Stati Uniti. Leonardo, in quest’ottica, è doppiamente determinante, perché azienda coinvolta, tramite la partecipazione al programma F-35 e alla missione Artemis per la corsa alla Luna, nella strategia securitaria e tecnologica degli USA. Al contempo, Leonardo è presente negli USA con 7.782 occupati (fine 2024), direttamente e tramite la controllata Leonardo DRS. Inoltre, ha in corso importanti alleanze strategiche con aziende statunitensi: la Boeing in campo aeronautico e la Sierra Nevada Corporation nell’elettronica per la difesa. Perché il 2030 viene indicato in Europa come anno-traguardo del riarmo? Il 2030 viene indicato come l’anno entro il quale dobbiamo prepararci a una guerra contro la Russia: è il refrain con cui le nomenclature che governano la UE e la NATO, assecondati dai governi dei paesi europei, cercano di convincere le opinioni pubbliche refrattarie al riarmo della necessità di spendere in campo militare una montagna di soldi pubblici, nonostante le priorità per le persone e per le famiglie – oltre che per il benessere dell’economia e dell’industria – siano ben altre. Papa Francesco e papa Leone hanno denunciato l’intreccio tra affari, industria delle armi e guerre: hanno detto il «vero»? Faccio solo un esempio recente, del tutto oscurato dai media italiani. Il figlio del presidente Trump, Eric, ha investito 1,5 miliardi di dollari per un accordo di fusione tra la israeliana XTEND e la statunitense JFB Construction Holdings. La nuova entità che prenderà il nome di XTEND AI Robotics sarà quotata al Nasdaq, l’indice dei principali titoli tecnologici. L’azienda israeliana, che pubblicizza i propri prodotti come «testati in battaglia a Gaza», è specializzata nel rendere più economico uccidere persone tramite droni guidati da intelligenza artificiale e da sistemi operativi robotici. Mentre suo padre, il presidente degli USA Trump, ha scatenato una nuova guerra su vasta scala contro l’Iran, l’investimento di Eric va ad arricchire le casse della famiglia. Redazione Italia
March 4, 2026
Pressenza
La coscienza non è in vendita
(due genocidi, criminali di guerra, amici di Epstein) di Antonio Cipriani (ripreso da remocontro.it) Neanche il tempo di accendere la Tv e sul Tg2 c’è un esperto della Fondazione Med Or, quella inventata dai venditori di strumenti da guerra di Leonardo, presieduta da Marco Minniti. Con fare sussiegoso spiega i vantaggi dei bombardamenti israeliani e americani sull’Iran. Ovvio, dice il
Terroristi bloccati a Cuba: denunciati da anni, ma rimanevano liberi di agire
Ieri [26/02/2026] le nostre autorità hanno denunciato un tentativo di infiltrazione a fini terroristici da parte di 10 persone, a bordo di un’imbarcazione con targa dello Stato della Florida, negli Stati Uniti. Fin dal primo momento, e avendo rilevato che il mezzo navale proveniva dal territorio degli Stati Uniti, le […] L'articolo Terroristi bloccati a Cuba: denunciati da anni, ma rimanevano liberi di agire su Contropiano.
March 1, 2026
Contropiano
Il nuovo piano della Difesa del ministro Crosetto
Riceviamo e pubblichiamo dalla ex-parlamentare Giancarla Codrignani La follia si diffonde in paure di invasioni e richieste di misure di difesa armata per spendere gli 800 mld che Draghi avrebbe preferito investire per costruire gli Stati Uniti d’Europa. Data la frammentazione di cui sono attualmente vittime i governi europei, sarà necessario che anche l’Italia pensi a ristrutturare le sue Forze Armate FFAA. Se lo dice un’antimilitarista, bisogna rendersi conto del senso delle situazioni. Tutti i paesi democratici hanno tra le istituzioni costituzionali anche “la Difesa”, tranne gli Usa dove Trump ha aggredito il suo popolo imponendogli la sua giusta denominazione “della Guerra”. Comunque un conto è riconoscere ai militari il ruolo di impiegati dello Stato, un altro è costruire il proprio sistema su una difesa iperarmata. Va ricordato che Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene prevedeva per l’Europa una struttura difensiva comune. Il ritorno sciagurato dei nazionalismi purtroppo impedisce questa che è la sola scelta conveniente, quella dello strumento difensivo unico: il caso Groenlandia, potenzialmente non scomparso, ha dimostrato che la minaccia trumpiana di invadere il territorio danese, non ha trovato eserciti pronti a fronteggiare l’attacco a un paese dell’Ue, con o senza l’art.5 della Nato. Non possiamo permetterci altre Ucraine. Né continuare a inventarci paure da Est, quando si sa che Putin – alla guida del paese più esteso del mondo – ha i mezzi per tenere aperti tutti i conflitti, meno quelli per mantenere gli equilibri economico-sociali nel suo paese e non solo. Per queste ragioni si conferma un crimine investire miliardi in armamenti per guerre che non possiamo permetterci se non vogliamo sfidare il rischio nucleare. Ma ci sono anche ragioni tecniche che impediscono a governanti sani di mente di spendere in armamenti capitali – di cui avrebbero bisogno per far vivere meglio la loro gente a casa sua. Tuttavia i ventisette paesi dell’Ue hanno eserciti diversi tra loro, non perché le bandiere e le divise li rendono distinguibili su un ipotetico fronte, ma perché, se il mio carro armato si rompe e non ho i giusti ricambi, lo posso buttare: i droni vanno da soli, ma le armi che vediamo sul (sanguinoso) fronte ucraino fare la guerra sul campo come ai tempi della prima mondiale, funzionano solo se sono americane (e lo sono perché tutti i paesi europei li comperano dall’America). Infatti negli Usa l’Unione, non gli Stati progetta la difesa e produce i suoi strumenti. Per queste ragioni meraviglia che non si sia fatto rumore sulla presentazione del “piano Crosetto”: aumento di 100mila effettivi, 15mila riservisti, leva volontaria (12 mesi prorogabili) per 7mila (diventerà permanente per consentire la chiamata veloce per emergenze. L’Italia disporrà di un esercito di 275mila unità. Spese da 8 a 15 mld.annui. Da votare a marzo (mah!). Cari amici giovani e giovanissimi, – ragazzi e ragazze, questa volta tocca a tutti per “parità” – non lasciatevi sedurre da posti di lavoro insperati. So che in realtà la difesa della patria la sentite in un altro modo. Con le armi e con la difesa stateci attenti e dite “no”. Avrei un bel po’ di obiezioni da suggerirvi! Redazione Italia
February 24, 2026
Pressenza
I Re fanno la guerra coi nostri soldi
Il 26 gennaio scorso, la Commissione Europea ha proposto per l’approvazione del Consiglio Europeo (che ratificherà entro fine febbraio) la seconda parte dei piani di assistenza finanziaria per la difesa presentati da diversi Paesi. Salgono così a 16 i Paesi che potranno accedere ai prestiti relativi al SAFE (Security Action For Europe), un fondo di 150 miliardi, prima tappa dei complessivi 800 miliardi che l’Unione Europea ha deciso di mobilizzare per dare vita al piano “Readiness 2030”, che dovrebbe portarci ad essere pronti a combattere fra quattro anni. Fra questi Paesi c’è l’Italia, che entro marzo riceverà i 14,9 miliardi di euro richiesti. Sempre a marzo è attesa dal governo italiano l’uscita dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, passaggio che permetterà al nostro Paese di aumentare le spese per armamenti nella misura del 1,5% del Pil all’anno per quattro anni in deroga al patto di stabilità. Si tratta di due passi concreti per la transizione verso quell’economia di guerra, vista dall’Unione Europea come unico destino del continente. Sono tuttavia due passi che, paradossalmente, fanno franare il castello di carte della narrazione liberista: nessuno potrà più raccontare la favola che “non ci sono i soldi”, né potrà più giustificare le politiche di austerità con l’inamovibilità del patto di stabilità. Se si trovano centinaia di miliardi per le armi e se questi finanziamenti possono essere erogati fuori dal patto di stabilità, il terreno delle risorse e della loro destinazione diviene contendibile e parte essenziale del conflitto politico e sociale. Il prossimo passo, cui l’Ue sta lavorando da tempo, ha l’obiettivo di convogliare i risparmi delle persone nel finanziamento alla guerra. Secondo la Commissione Europea, il 31% dei i risparmi individuali dei cittadini del vecchio continente è oggi depositato in contanti o in depositi a basso rendimento. Si tratta di 11.630 miliardi di euro (1.580 dei quali in Italia) che devono essere indirizzati al finanziamento della difesa e della produzione di armi. Nasce da qui la serie di misure per “semplificare” e unificare il mercato dei capitali all’interno dell’Unione, così come il sostegno a fondi finanziari privati che gestiscono il risparmio e finanziano l’industria della difesa (il primo, Sienna hephaistos private investments, con sede a Lussemburgo, già finanziato nel settembre 2025), la previsione di appositi prodotti finanziari, semplici e a basso costo, che stimolino le persone a diventare investitori, l’estensione abnorme della definizione di sostenibilità degli investimenti, che include ovviamente il finanziamento dell’industria bellica. La stessa stretta sui fondi pensione, verso cui si vuole convogliare il Tfr di lavoratrici e lavoratori col meccanismo truffaldino del silenzio-assenso, va nella medesima direzione. Un attacco a tutto campo, con l’obiettivo, grazie al riarmo e alla guerra, di completare la finanziarizzazione dell’economia, della società e della vita delle persone. Le quali persone continuano a non arruolarsi, come in una recente audizione ricordava, con un certo disappunto, Rob Murray, ex-capo dell’innovazione Nato: “Nonostante l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e le crescenti tensioni geopolitiche con la Cina, l’opinione pubblica, in molte nazioni europee, continua a dare priorità alla spesa per sanità, istruzione e infrastrutture pubbliche rispetto alla difesa. Ed è improbabile aspettarsi cambiamenti”. C’è una grande occasione per aumentare il disappunto di generali, finanzieri, mercanti d’armi e politici autoritari: il 28 marzo a Roma (e contemporaneamente a Londra e in tutte le città degli Usa) una grande manifestazione “Together No Kings” porterà in piazza la società che non solo non si arrende a un destino di guerra e fascismo, ma batte il tempo della libertà e del futuro collettivo. L'articolo I Re fanno la guerra coi nostri soldi proviene da Comune-info.
February 15, 2026
Comune-info
Silicio e sangue. La strategia contro la furia del debitore armato
Nella stessa giornata, qualche giorno fa, l’osservatore che ha sfogliato la stampa internazionale si è trovato di fronte a una dissonanza cognitiva quasi perfetta. Da un lato, il Wall Street Journal pubblica in prima pagina un’autopsia dell’economia cinese intitolata A Doom Loop of Deflation (Una spirale negativa di deflazione), descrivendo […] L'articolo Silicio e sangue. La strategia contro la furia del debitore armato su Contropiano.
February 1, 2026
Contropiano
Chi rifonderà la democrazia?
Nel paese il cui elettorato ha mandato al potere, con un programma dichiaratamente razzista, un personaggio come Trump – peraltro reduce da un colpo di Stato fallito contro le regole del sistema elettorale – si è manifestata la reazione generale di un’intera città contro la caccia all’uomo scatenata dalla milizia di Stato addetta alla cattura dei migranti (l’Ice).  Secondo il manifesto, tra i pochi che ne hanno parlato, il conflitto è acutissimo: “Ci sono intere famiglie che non escono più di casa, e i vicini fanno la spesa per loro, portano fuori la spazzatura, lavano i panni per chi non ha una lavatrice e deve usare quelle a gettoni. Questa organizzazione capillare esiste in tutta la città. Comprende anche gruppi di osservatori che, sfidando il freddo estremo di Minneapolis, presidiano le zone a maggiore concentrazione di immigrati, armati di fischietti e megafoni per lanciare l’allarme: «La migra, la migra»… Tutti si sentono in dovere di fare qualcosa e, esattamente come sotto un’occupazione, bisogna sabotare le manovre degli occupanti usando le armi a disposizione… La distinzione tra attivismo organizzato e società civile è saltata. A partecipare alla resistenza è l’intera città. Non solo attraverso le grandi manifestazioni, ma con una costellazione di azioni quotidiane, diffuse, difficili da reprimere”. Un “mutuo appoggio” come questo può assumere le forme più diverse, ma lo spirito che spinge una parte della popolazione ad aiutarsi a vicenda per salvare i propri concittadini da un assalto squadristico non è diverso da quello che altrove o in altre circostanze la induce a far fronte alle devastazioni di una guerra o a una catastrofe prodotta dalla crisi climatica. Certo, queste azioni collettive non bastano se non portano quello spirito di fratellanza e sorellanza che le anima a solidificarsi in organismi permanenti (quelli che chiamiamo “comunità”) e questi a mettere insieme le forze per condizionare l’azione dei governi, a tutti i livelli. Ma le radici di una nuova democrazia sostanziale oggi vanno cercate innanzitutto nella resistenza quotidiana contro ogni devastazione: tanto quelle prodotte dalle guerre contro i nemici sia “esterni” che “interni”, quanto quelle provocate dalla crisi climatica e ambientale. Ma c’è un nesso stretto tra queste “disgrazie”. La crisi climatica si manifesta da tempo in una molteplicità di eventi catastrofici – uragani, incendi, alluvioni, siccità e altro ancora – che forniscono a un campione sempre più ampio di abitanti del pianeta un anticipo di ciò che dovranno affrontare quasi quotidianamente i nostri figli e nipoti. Ma ai livelli governativi se ne parla sempre meno; la scena ufficiale è stata occupata dalle guerre, dall’invasione russa dell’Ucraina, dalla strage del 7 ottobre, dallo sterminio degli abitanti di Gaza. Non che prima di guerre non ce ne fossero: ma non occupavano la scena al punto di impedire a un numero crescente di cittadini, e soprattutto di vittime del clima, una progressiva consapevolezza della gravità della crisi ambientale; né alla componente dell’establishment mondiale più esposta agli umori dell’opinione pubblica, una ipocrita assunzione di responsabilità, ampiamente esibita nella serie infinita quanto inconcludente delle conferenze sul clima.  Ma le guerre non si svolgono solo nei teatri dei combattimenti e delle stragi. Impregnano di sé tutto: dallo “spirito pubblico”, alimentato da media sempre più bellicosi, all’economia, dalla cultura alla ricerca scientifica, dalla cronaca all’istruzione. Il risultato è comunque una corsa generale agli armamenti; quelli “vecchi” e costosi: bombe, razzi, cannoni, carri armati, aerei e navi, per far sì che l’economia torni a “tirare” (con il ripristino della leva per farli funzionare); e quelli “nuovi” o “smart” che le forme attuali della guerra hanno portato alla ribalta: droni, sensori, satelliti, reti informatiche e intelligenza artificiale; e poi hackeraggio e false flag per disorientare l’opinione pubblica, ma anche milizie private e iniziative terroristiche, sia anonime che rivendicate.  Ma contro quale nemico è diretto quel riarmo? Quelle armi, soprattutto quelle “nuove”, sono tutte “dual use”; possono essere usate in una guerra o in una campagna di sterminio, ma sono anche strumenti di sorveglianza, di controllo o di liquidazione di un “nemico interno”. Innanzitutto, i migranti, quelli già inseriti e quelli in arrivo; ma sempre più anche quelli in partenza da paesi lontani. Poi la popolazione giudicata ostile, o superflua, o “ingombrante” (Gaza insegna). Poi, ovviamente, i dissidenti, di qualsiasi tipo. Infine, le rivolte di popolazioni colpite da un disastro ambientale contro i governi locali o nazionali che non hanno fatto nulla per prevenirle né per favorire il ripristino di condizioni di vivibilità, come a Valencia. E’ una estensione del ricorso alla forza delle armi che si avvale – e non potrebbe funzionare altrimenti – del clima di belligeranza e di odio creato dal primato attribuito alla guerra. Lo spirito pubblico che aleggia sull’operato di tutti i Governi non è che una versione specifica di un clima perverso che li accomuna tutti. L’assalto alle libertà, alle condizioni di vita, all’integrità e all’esistenza stessa del “nemico interno” non attenua comunque la promozione e l’intensificazione delle guerre contro quello “esterno”; né l’attenzione e le risorse sconfinate dedicate a queste riducono – caso mai accelerano – le devastazioni che il procedere della crisi climatica e ambientale porta con sé. Visti dalla posizione delle vittime, la reazione contro questi assalti contigui non offre possibilità di scelta: bisogna affrontarli tutti e tre, in modo che le relative resistenze si rafforzino tra loro. Senza deleghe ai governi, alle istituzioni o alle “forze politiche” nazionali, sovranazionali o locali impegnate per lo più non a combatterli, ma a promuoverli, a sostenerli o a consentirli. Dunque, bisogna contare sulle proprie forze. Ma quali? Oggi a disposizione ci sono quasi solo quelle del “mutuo appoggio”: bisogna ricominciare di lì. Guido Viale
January 24, 2026
Pressenza
In UE i fondi “sostenibili” finanziano le armi
Con il piano RearmEu l’Unione Europea ha definito la rotta: investimenti e voci di spesa vanno dirottati nelle aziende belliche e per le armi, la difesa è ormai un mantra nel linguaggio europeo, utilizzato anche per giustificare l’uso di fondi originariamente destinati alla transizione ecologica per l’industria delle armi. L’inchiesta coordinata da Voxeurop, risultato della collaborazione con El País, IrpiMedia e Mediapart, riporta dati importanti rispetto ai meccanismi relativi agli investimenti della finanza sostenibile, un settore dal quale l’industria bellica non ha intenzione di rimanere esclusa. Ne parliamo con Carlotta Indiano, giornalista indipendente di IrpiMedia che ha collaborato all’inchiesta
January 22, 2026
Radio Blackout - Info
A marzo 2026 la fiera delle armi da caccia e da guerra arriva a Parma: perché, e come?
In precedenza svolta a Brescia, poi a Vicenza e a Verona, la “fiera della caccia, del tiro sportivo e del turismo venatorio-gastronomico” EOS nel 2026 verrà allestita e dal 28 al 30 marzo aperta al pubblico a Parma. Nel sito della manifestazione è spiegato che “Nell’ultima edizione a Verona ha registrato oltre 40˙000 visitatori e ha raccolto il meglio della produzione e del mercato del Paese [cioè dell’Italia – N.D.R.] e di altri Paesi (40 quelli rappresentati)” e che il suo svolgimento, organizzato da EOS s.r.l. che ha sede a Mestrino (PD), nei 60˙000 mq e 4 padiglioni di Fiere di Parma radunerà 400 aziende e  700 marchi e “segnerà un deciso salto di qualità in termini di contenuti e formato”. Un video realizzato per la LAC / Lega anti caccia e pubblicato su YouTube il 5 marzo 2024 e diffuso anche da Il Fatto Quotidiano mostra che a EOS “si mostrano armi da caccia ma anche armi da guerra“. Perciò il 7 novembre scorso la Casa della pace di Parma e altre 11 associazioni e aggregazioni locali – ANPI sez. di Parma, ANPI provinciale, ANPPIA, Casa delle donne, CIAC, Coordinamento per la democrazia costituzionale, Donne in nero, Libera Parma, Associazione Medical Care Development Peace, Montanara laboratorio democratico, Associazione Papa Giovanni XXIII, Parma città pubblica e Parma por Cuba – hanno inviato una lettera “aperta agli organi di informazione e alla cittadinanza” sollecitando l’attenzione del sindaco di Parma, Michele Guerra, del presidente della Provincia di Parma, Alessandro Fadda, e del presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, e interpellando il presidente dell’ente Fiere di Parma, Franco Mosconi, in merito a varie questioni… Considerando che “nel nostro territorio ci sono numerosi Comuni che prendono le distanze dalle armi, esprimendo Assessorati per la pace ed anche Assessorati per il benessere animale”, veniva chiesto > Perché la fiera delle armi a Parma? Annotando che > Nelle due edizioni di Verona tre associazioni nazionali – Osservatorio > permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza, Rete Italiana Pace > e Disarmo e Movimento Nonviolento – avevano proficuamente collaborato con > l’Amministrazione comunale scaligera, con Verona Fiere ed anche con gli stessi > organizzatori di EOS raggiungendo significativi correttivi: un Codice etico > escludente la difesa personale dai settori della manifestazione, un > Regolamento Visitatori e un Regolamento Generale degli Espositori che non > ammetta aziende produttrici di armi di Stati sottoposti a embargo dalle > Nazioni Unite o ritenuti responsabili dalle Nazioni Unite di crimini di guerra > e crimini contro l’umanità, l’esclusione nella manifestazione di interventi di > tipo politico, una maggiore attenzione alla tutela dei minorenni ai quali è > stato precluso il maneggio delle armi. ed evidenziando che tra i suoi soci ci sono il “Comune di Parma (per il 15,96%), la Provincia di Parma (per altro 15,96%) e la Regione Emilia Romagna (per il 4,14%)”, a Fiere di Parma veniva domandato: * Per quanto tempo ha firmato il contratto per EOS ? * È revocabile? * I soci di Ente Fiere erano informati? La risposta del professor Franco Mosconi è pubblicata sul sito della Casa della Pace.     Maddalena Brunasti
January 21, 2026
Pressenza
Iran. 470 degli arrestati legati a “reti estere”
Negli interventi, le forze di intelligence hanno confiscato una varietà di armi da fuoco, munizioni e materiali esplosivi. Le forze di sicurezza e intelligence iraniane hanno catturato oltre 470 persone in tre province, identificate come figure chiave dietro la recente ondata di disordini violenti e attività terroristiche legate a reti […] L'articolo Iran. 470 degli arrestati legati a “reti estere” su Contropiano.
January 21, 2026
Contropiano