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A marzo 2026 la fiera delle armi da caccia e da guerra arriva a Parma: perché, e come?
In precedenza svolta a Brescia, poi a Vicenza e a Verona, la “fiera della caccia, del tiro sportivo e del turismo venatorio-gastronomico” EOS nel 2026 verrà allestita e dal 28 al 30 marzo aperta al pubblico a Parma. Nel sito della manifestazione è spiegato che “Nell’ultima edizione a Verona ha registrato oltre 40˙000 visitatori e ha raccolto il meglio della produzione e del mercato del Paese [cioè dell’Italia – N.D.R.] e di altri Paesi (40 quelli rappresentati)” e che il suo svolgimento, organizzato da EOS s.r.l. che ha sede a Mestrino (PD), nei 60˙000 mq e 4 padiglioni di Fiere di Parma radunerà 400 aziende e  700 marchi e “segnerà un deciso salto di qualità in termini di contenuti e formato”. Un video realizzato per la LAC / Lega anti caccia e pubblicato su YouTube il 5 marzo 2024 e diffuso anche da Il Fatto Quotidiano mostra che a EOS “si mostrano armi da caccia ma anche armi da guerra“. Perciò il 7 novembre scorso la Casa della pace di Parma e altre 11 associazioni e aggregazioni locali – ANPI sez. di Parma, ANPI provinciale, ANPPIA, Casa delle donne, CIAC, Coordinamento per la democrazia costituzionale, Donne in nero, Libera Parma, Associazione Medical Care Development Peace, Montanara laboratorio democratico, Associazione Papa Giovanni XXIII, Parma città pubblica e Parma por Cuba – hanno inviato una lettera “aperta agli organi di informazione e alla cittadinanza” sollecitando l’attenzione del sindaco di Parma, Michele Guerra, del presidente della Provincia di Parma, Alessandro Fadda, e del presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, e interpellando il presidente dell’ente Fiere di Parma, Franco Mosconi, in merito a varie questioni… Considerando che “nel nostro territorio ci sono numerosi Comuni che prendono le distanze dalle armi, esprimendo Assessorati per la pace ed anche Assessorati per il benessere animale”, veniva chiesto > Perché la fiera delle armi a Parma? Annotando che > Nelle due edizioni di Verona tre associazioni nazionali – Osservatorio > permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza, Rete Italiana Pace > e Disarmo e Movimento Nonviolento – avevano proficuamente collaborato con > l’Amministrazione comunale scaligera, con Verona Fiere ed anche con gli stessi > organizzatori di EOS raggiungendo significativi correttivi: un Codice etico > escludente la difesa personale dai settori della manifestazione, un > Regolamento Visitatori e un Regolamento Generale degli Espositori che non > ammetta aziende produttrici di armi di Stati sottoposti a embargo dalle > Nazioni Unite o ritenuti responsabili dalle Nazioni Unite di crimini di guerra > e crimini contro l’umanità, l’esclusione nella manifestazione di interventi di > tipo politico, una maggiore attenzione alla tutela dei minorenni ai quali è > stato precluso il maneggio delle armi. ed evidenziando che tra i suoi soci ci sono il “Comune di Parma (per il 15,96%), la Provincia di Parma (per altro 15,96%) e la Regione Emilia Romagna (per il 4,14%)”, a Fiere di Parma veniva domandato: * Per quanto tempo ha firmato il contratto per EOS ? * È revocabile? * I soci di Ente Fiere erano informati? La risposta del professor Franco Mosconi è pubblicata sul sito della Casa della Pace.     Maddalena Brunasti
Iran. 470 degli arrestati legati a “reti estere”
Negli interventi, le forze di intelligence hanno confiscato una varietà di armi da fuoco, munizioni e materiali esplosivi. Le forze di sicurezza e intelligence iraniane hanno catturato oltre 470 persone in tre province, identificate come figure chiave dietro la recente ondata di disordini violenti e attività terroristiche legate a reti […] L'articolo Iran. 470 degli arrestati legati a “reti estere” su Contropiano.
La Palestina come laboratorio di dominio e controllo. Prima parte
Nel 1981, alcuni studenti liceali israeliani, compagni di classe del futuro analista Neve Gordon, si preparavano per l’esame di guida. Vivevano negli insediamenti ebraici della penisola del Sinai e, per imparare a guidare, si recavano regolarmente nella vicina città palestinese di Rafah. Oggi, a distanza di quarant’anni, un’immagine simile è diventata semplicemente inconcepibile. Come racconta Gordon nel suo libro Israel’s Occupation, i suoi studenti universitari del 2006 trovavano la storia incomprensibile, incapaci di immaginare adolescenti israeliani che prendono lezioni di guida in quella che, nelle loro menti, è solo «un nido di terroristi crivellato di tunnel». Questo aneddoto è la cartina di tornasole di una trasformazione profonda e violenta. Segna la letterale scomparsa dei palestinesi dal paesaggio israeliano. Un tempo parte integrante di quel paesaggio, seppure come forza lavoro a basso costo, i palestinesi sono oggi rinchiusi nella Striscia di Gaza o confinati nelle loro città e villaggi in Cisgiordania. L’atto un tempo banale di prendere un taxi palestinese da Gaza a Beer-Sheva, esperienza comune per Gordon nella sua giovinezza, è diventato un atto impensabile. Questa mutazione non è casuale. È il risultato di un’evoluzione deliberata delle tecniche di governo e di dominio. Da dove arrivano queste pratiche di confinamento, questa logica di separazione totale, questo modo di presentare la forza come una necessità tecnica e inevitabile?  Il laboratorio a cielo aperto: sperimentare il dominio Oggi, la Palestina non è semplicemente un territorio sotto occupazione, ma il più avanzato “showroom a cielo aperto” dell’industria della sicurezza globale. Quello che viene perfezionato tra le macerie di Gaza e i checkpoint della Cisgiordania è un modello di controllo biopolitico che Israele impacchetta come “combat-proven” (testato sul campo) e vende alle democrazie liberali e ai regimi autoritari di tutto il mondo. Come sottolineato da Antony Loewenstein, “il laboratorio palestinese è un punto di vendita distintivo di Israele” (Antony Loewenstein, The Palestine Laboratory, 2023). «Il ruolo di Israele è quello di servire da modello», disse il neoconservatore Elliott Abrams, uno degli architetti principali della “guerra al terrore” sotto i presidenti statunitensi George W. Bush e Donald Trump. Parlando a una conferenza conservatrice a Gerusalemme nel maggio 2022, esortò il mondo a seguire lo Stato ebraico come “un esempio di potenza militare, di innovazione, di incoraggiamento alla natalità. Capitalizzare sul marchio delle IDF ha portato con successo le aziende israeliane della sicurezza a essere fra le più redditizie al mondo. Il laboratorio palestinese è un tratto distintivo del suo punto vendita”. Il “laboratorio” passa anche dalla lingua. Chi subisce il controllo lo riconosce quando deve chiedere un permesso e restare fermo davanti a un varco più volte al giorno, tanto che spostarsi diventa quasi impossibile e il tempo si dilata all’infinito. Chi compra questo modello di gestione di spazio e tempo della popolazione occupata sa che quel modello verrà trasformato in promessa di efficienza. L’occupazione come asset economico e il marchio “Battle-Tested” Israele ha trasformato la gestione di una popolazione civile ostile in un vantaggio competitivo unico nel mercato della difesa. Mentre altre nazioni testano le armi in simulazioni, Israele lo fa su esseri umani vivi. Questo permette alle aziende israeliane di vendere non solo hardware, ma la garanzia di efficacia repressiva. “Le aziende di armi israeliane commercializzano le loro armi e tecnologie come ‘testate in battaglia’ e ‘provate sul campo’” (Jeff Halper, War Against the People, 2015). Questa metodologia contemporanea vede quindi l’occupazione come una risorsa economica, una vera e propria opportunità. Durante l’operazione “Protective Edge” nel 2014, nuovi sistemi furono testati in tempo reale per essere poi promossi poche settimane dopo nelle fiere internazionali. Eli Gold, CEO della Meprolight, ha ammesso candidamente: “Dopo ogni campagna del tipo di quella che sta avvenendo a Gaza, vediamo un aumento del numero di clienti dall’estero” (Jewish Voice for Peace, Deadly Exchange Report, cit.). Sorveglianza digitale e algoritmi di controllo: Pegasus e Blue Wolf L’esportazione più pervasiva del “metodo israeliano” è oggi la sorveglianza digitale. Software spia come Pegasus, sviluppato da NSO Group, hanno ridefinito il concetto di spionaggio politico globale, trasformando i telefoni cellulari in dispositivi di monitoraggio h24. Pegasus è uno strumento che “combina un grande livello di intrusività con caratteristiche capaci di rendere inefficaci la maggior parte delle salvaguardie legali e tecniche esistenti” (European Parliament, IPOL | Policy Department for Citizens’ Rights and Constitutional Affairs, 2022). Nei Territori Occupati, questa tecnologia è integrata in sistemi di controllo ancora più distopici: * Blue Wolf: Un’applicazione per smartphone utilizzata dai soldati israeliani per fotografare i volti dei palestinesi e caricarli in un database di massa, descritto dagli stessi veterani come il “Facebook per i palestinesi” (Antony Loewenstein, cit.). * AnyVision (ora Oosto): Una startup israeliana che utilizza l’intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale ai checkpoint, alimentando database che permettono di tracciare ogni movimento della popolazione occupata senza alcun consenso (Ivi). L’episodio che meglio chiarisce queste dinamiche, con una crudezza quasi didattica, lo si è riscontrato in grande stile il 17 e 18 settembre 2024, quando migliaia di cercapersone e poi centinaia di ricetrasmittenti usati da Hezbollah esplosero in modo coordinato in Libano e Siria. Le ricostruzioni di Reuters e di Associated Press hanno attribuito l’operazione a Israele, collocandola dentro una strategia di infiltrazione della catena di fornitura: dispositivi pensati per sfuggire alla tracciabilità digitale trasformati in ordigni. Questa vicenda riguarda anche l’Iran, perché Hezbollah è un attore armato sostenuto da Teheran e l’attacco colpì pure figure legate alla presenza diplomatica iraniana in Libano. (Cfr. The Guardian, 18 settembre 2024). Il “Deadly Exchange”: l’israelizzazione della polizia USA Un capitolo cruciale di questa esportazione passa dai viaggi di addestramento e dalle partnership fra apparati. L’idea, presentata come scambio tecnico, produce invece una mutazione politica: la gestione di una città si avvicina al trattamento di una popolazione considerata ostile. L’ADL, nel materiale promozionale del suo Leadership Seminar in Israel, parla di formazione avanzata per dirigenti delle forze dell’ordine statunitensi, con accesso “dietro le quinte” alle strategie di sicurezza israeliane; segnala anni di durata e centinaia di agenzie coinvolte. «Agenti di polizia statunitensi in visita compiono regolarmente tour della rete di quattrocento telecamere che ricopre a tappeto la Città Vecchia di Gerusalemme e monitora gli spostamenti palestinesi. Dopo visite in Israele da parte della polizia di Atlanta, il dipartimento ha creato un Video Integration Center, che raccoglie e monitora riprese provenienti dalle migliaia di telecamere di sorveglianza pubbliche e private operative ventiquattro ore su ventiquattro in città. Il Dipartimento di polizia di Atlanta ha riferito che il centro è modellato sul centro di comando e controllo della Città Vecchia di Gerusalemme e riproduce metodi israeliani per monitorare in modo proattivo il crimine» (Cfr. ADL, Leadership Seminar in Israel: Resilience and Counterterrorism, 2019). Nello stesso passaggio, il report mette in parallelo la visita turistica alle tecnologie di Gerusalemme e la dimensione informativa più “oscura”, fatta di infiltrazioni e informatori. Evoca il caso del NYPD e della sua unità dedicata al monitoraggio della vita quotidiana delle comunità musulmane, con l’idea che il tessuto sociale diventi materiale investigativo. L’adozione di questo sguardo, una volta normalizzata, ridefinisce chi merita fiducia e chi merita sospetto. «Le delegazioni statunitensi delle forze dell’ordine incontrano regolarmente l’esercito israeliano e lo Shin Bet durante i loro viaggi, per discutere metodi di intelligence umana, come l’uso di informatori e l’infiltrazione delle proteste tramite agenti sotto copertura. Il NYPD ha gestito anche una “Demographics Unit” per spiare la vita quotidiana delle comunità musulmane a New York. Informatori noti come “mosque crawlers” venivano impiegati per visitare moschee, bodegas e organizzazioni studentesche, e tenevano dossier estesi sulle comunità musulmane. I fondatori di questo programma hanno ammesso che si erano ispirati a pratiche israeliane nei Territori Palestinesi Occupati» (Cfr. Jewish Voice for Peace, Deadly Exchange Report, cit, p. 6). La catena prosegue con il profitto. Il report osserva che gli scambi creano finestre di mercato per aziende israeliane attive nella sorveglianza di rete, nella raccolta dati, nell’estrazione forense da telefoni: nomi che compaiono poi in contratti con dipartimenti di polizia e agenzie statunitensi. In questo punto l’esportazione diventa un circuito stabile, perché l’addestramento crea domanda e più c’è esportazione e più rafforzano la reputazione del “metodo”. Il legame con il confine emerge in un passaggio che vale per capire anche l’ICE, come funzione interna di cattura e deportazione dentro un ecosistema più ampio. Il report cita le parole di un capo della polizia locale in Georgia che, dopo avere appreso in Israele, sostiene che il confine sarebbe la “prima linea di difesa” e invoca l’adozione del modello israeliano di sicurezza. Nel testo appare anche una constatazione aberrante: l’abitudine a perquisizioni ricorrenti e alla rinuncia di diritti personali viene descritta come un prezzo accettabile. (ibid., p. 36). Oggi, dopo l’assassinio di Renee Good da parte di un federale dell’ICE e delle città messe a ferro e fuoco dall’amministrazione Trump, i metodi delle forze israeliano emergono alla luce del sole. Qui ci torna utile la formula che Stephen Graham riprende da Michel Foucault, il “boomerang effect”. L’idea è semplice, e per certi versi spietata. Le pratiche nate su frontiere coloniali, dove la vita altrui vale poco e l’eccezione diventa abitudine, rientrano poi nelle città metropolitane sotto forma di gestione ordinaria. Cambiano nome, indossano un linguaggio burocratico, vengono ammesse nelle “leggi ordinarie”, entrano, per così dire, nei protocolli e si presentano come pragmatismo. Lo abbiamo visto anche, in parte, nelle nostre città italiane. Telecamere, controlli, zone rosse, daspo urbani, militarizzazione delle stazioni e dei centri storici. Come scrive Foucault: «Non deve mai essere dimenticato che, se la colonizzazione, con le sue tecniche e le sue armi politiche e giuridiche, ha ovviamente trasportato i modelli europei in altri continenti, essa ha anche prodotto un considerevole effetto boomerang sui meccanismi del potere in Occidente, e sugli apparati, le istituzioni e le tecniche del potere. Un’intera serie di modelli coloniali è stata riportata in Occidente, e il risultato è stato che l’Occidente ha potuto praticare qualcosa che somiglia alla colonizzazione, una colonizzazione interna esercitata su se stesso.» (Cfr. Stephen Graham, Cities Under Siege. The New Military Urbanism, Verso, 2010, p. 17). Graham mostra, via Foucault, come le guerre coloniali e le operazioni di sicurezza, da Gaza a Baghdad, funzionano come campi di prova per tecniche e tecnologie. Poi quelle stesse tecniche rientrano nelle metropoli, nel lessico della “sicurezza interna”, dentro apparati e procedure che si presentano come gestione ordinaria. L’effetto si vede nella normalizzazione della sorveglianza pervasiva, nell’uso di strumenti aerei e digitali pensati per dominare dall’alto, nella saldatura fra dottrina militare e polizia urbana, nel modo in cui confine e quartiere finiscono per parlare la stessa lingua. Graham insiste su una continuità commerciale e operativa: ciò che viene testato in un teatro coloniale torna come prodotto, diventa “combat proven”, entra nei mercati della sicurezza e si diffonde per imitazione, fino a produrre una forma di colonizzazione domestica, esercitata sulle città e sui corpi che, in patria, vengono trattati come problema. Redazione Italia
Costruire la pace. Decostruire la guerra. “Storie de fratelli…e de cortelli” su FB
Riceviamo e pubblichiamo questa analisi di FB per Pressenza sul tema armi dal ricercatore Andrea Pancaldi E’ banale ricordarlo, ma la pace si costruisce con la giustizia sociale, con la verità, con la solidarietà, con la cooperazione tra i popoli e tra ambiente e sviluppo. Si costruisce con i rapporti tra le persone e con i modelli culturali. La Pace viene da lontano, nasce ben prima dei tempi di guerra che si nutrono della sua assenza. Pensando ai modelli culturali capita di sovente sui canali televisivi, nelle trasmissioni dedicate al dibattito sui delitti che più hanno eco nella opinione pubblica o in quelle che si occupano dei temi legati alla sicurezza e al degrado, di sentire affermazioni, il più delle volte da parte di cosiddetti “opinionisti/e”, legate alla baby gang, ai c.d. Maranza, alla delinquenza minorile, sul fatto che in certe città o certi quartieri delle metropoli “…una parte consistente dei ragazzi esce di casa con un coltello in tasca”. Se ciò è vero, anche se fenomeno difficile da quantificare, e sfocia in episodi di violenza non c’è alcun dubbio che tale questione vada perseguita e contrastata, oltre che soprattutto prevenuta, culturalmente e operativamente. Per ragionare in materia vediamo cosa il mondo degli adulti propone (…anche in vendita) anche ai giovani. Questi 17 video di coltelli e lame varie sono stati visti 2.440.531 volte, sono 17 dei circa 350 video reels che abbiamo trovato in un mesetto su Facebook dedicati alle armi/armamenti e alla loro produzione, vendita, addestramento, all’interno dei circa 1200, tra reels e post, dedicati in un qualche modo al processo di militarizzazione in atto nella società. Tra le tipologie: inviti ad arruolarsi e relativi corsi di preparazione, armi/guerra/esercito come brand per vendere, esaltazione corpi speciali e armi tecnologiche, militarizzazione dei corpi di polizia e società di sicurezza/vigilanza, retoriche militariste ardimento/sacri-confini/estremo-sacrificio…a tutto ciò insomma che fa dire a Vannacci che “..bisogna ritornare a quei riferimenti valoriali che fanno di un uomo un combattente” o a qualche generale che “…abbiamo dilapidato un capitale valoriale di 650.000 ragazzi morti per la patria nelle trincee del Carso”. Al processo di militarizzazione sui social ne scorre parallelo uno di revisionismo storico: ventennio fascista, riappropriazione dei territori persi nel 1945, echi colonialisti, eroismo dei militi della repubblica sociale, auspicato ritorno della Monarchia…specularmente (…chi la fa l’aspetti) anche qualche accenno all’irredentismo sudtirolese. Ecco, parafrasando il film del 1973 le “Storie de fratelli…e de cortelli” https://www.facebook.com/reel/1903352880264404 https://www.facebook.com/reel/775251705151889 https://www.facebook.com/reel/1400769148243016 https://www.facebook.com/reel/1176484271362984 https://www.facebook.com/reel/1187348676705779 https://www.facebook.com/reel/1133451355484107 https://www.facebook.com/reel/1221025573235887 https://www.facebook.com/reel/4249914055284575 https://www.facebook.com/reel/1409669087537048 https://www.facebook.com/reel/1409669087537048 https://www.facebook.com/reel/492630050454038 https://www.facebook.com/reel/2251954511881215 https://www.facebook.com/reel/1292594042370110 https://www.facebook.com/reel/865851433061289 https://www.facebook.com/reel/2593736977671520 https://www.facebook.com/reel/1147640054002845 https://www.facebook.com/reel/1273345477122325 https://www.facebook.com/reel/1368084881433501 Redazione Italia
«Non trovatelo naturale»
di Mauro Armanino. E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale. Naturali non sono le frontiere, gli eserciti, le armi, le migrazioni, le politiche di aggiustamento strutturale, i bombardamenti chirurgici, le guerre e le religioni. Nulla di tutto ciò è naturale. Le democrazie, le dittature, i colpi di stato e le elezioni presidenziali. Non sono
Come i fondi di investimento “verdi” finanziano le armi
«La guerra è pace, la pace è guerra». Insieme all’industria della difesa, la commissione europea sembra aver fatto proprio lo slogan più famoso del distopico 1984 di George Orwell per convincere i mercati finanziari che la produzione di armi può essere considerata sostenibile. L’obiettivo: aprire all’industria della difesa le porte del crescente […] L'articolo Come i fondi di investimento “verdi” finanziano le armi su Contropiano.
TRANSITO DI ARMI: SCIOPERO ALL’AEROPORTO DI MONTICHIARI (BS). L’USB DENUNCIA L’USO BELLICCO DELLA STRUTTURA CIVILE
Sciopero di lavoratori e lavoratrici dell’aeroporto civile D’Annunzio di Montichiari (BS) contro il transito di carichi di armi che transitano attraverso lo scalo. A lanciare la protesta è stato il sindacato USB, che denuncia come l’aeroporto venga utilizzato per operazioni logistiche legate alla guerra, nonostante si tratti di una struttura civile. Lo sciopero è stato proclamato dalle 10:00 alle 22:00 di oggi, con l’intento di fermare le operazioni di carico e di sensibilizzare l’opinione pubblica sul ruolo crescente che l’aeroporto sta assumendo nel traffico di materiale bellicci.  Tuttavia, prima dell’inizio dello sciopero, l’azienda ha ordinato a lavoratori di procedere con il carico di un volo, portando così a un altro transito di merci belliche. Il sindacato ha ribadito che la lotta proseguirà e che i lavoratori che saranno chiamati a caricare ulteriori carichi durante la giornata avranno il diritto di rifiutarsi, aderendo allo sciopero. Su Radio Onda d’Urto il collegamento dal presidio che si è svolto in mattinata davanti all’aeroporto e che ha visto riunite diverse decine di persone, Dario Filippini, dell’Unione Sindacale di Base, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica.
Aziende ravennati e l’economia dell’occupazione e del genocidio
Pubblichiamo la seconda parte dell’inchiesta di Linda Maggiori che, curiosamente, non ha trovato spazio nei media della zona. Qui la prima parte. Cosa dice il diritto internazionale La Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che in base al diritto internazionale gli Stati sono tenuti ad “astenersi dall’instaurare con Israele trattative economiche o […] L'articolo Aziende ravennati e l’economia dell’occupazione e del genocidio su Contropiano.
Gli affari dei fabbricanti d’armi vanno a gonfie vele
Abbiamo chiesto a Gianni Alioti (attivista e ricercatore di The Weapon Watch, uno dei maggiori esperti italiani del commercio armiero) un commento sintetico al recente rapporto SIPRI sulle 100 maggiori aziende con produzioni militari La spesa militare globale, in costante crescita dal 2014, ha subito un’accelerazione negli ultimi tre anni, superando nel 2024 i 2,7 trilioni di dollari. Europa e Medio-Oriente sono le regioni al mondo dove le spese militari sono cresciute (e crescono) di più (del 17 e 15 per cento rispetto al 2023). Per i fabbricanti d’armi, questa ondata di spese militari ha generato entrate record. Come riporta l’annuale relazione del SIPRI (Top 100 Arms – producing and military services companies, 2024) pubblicato a inizio dicembre 2025, le prime 100 aziende mondiali per fatturato militare hanno raggiunto, nel 2024, la cifra record di 679 miliardi di dollari di ricavi relativi al business degli armamenti. Un record destinato ad essere superato nel 2025 e nei prossimi anni, per effetto della folle corsa al riarmo da parte degli Stati (quelli europei in testa) e delle migliaia di miliardi che i mercati finanziari stanno facendo affluire, attraverso le Borse, all’industria bellica. Dieci anni fa (2015), i ricavi militari delle Top 100 (comprendenti anche le aziende cinesi) erano di 448 miliardi di dollari a prezzi correnti, pari a 538 miliardi di dollari a prezzi 2024. Significa che in una decade c’è stata una crescita in termini reali (al netto dell’inflazione) del 26%, smentendo la narrazione bellicista di un prolungato periodo di sotto-investimento nel campo degli armamenti e di un freno al consolidamento del settore industriale della Difesa. Per rendersi conto dei trilioni di dollari spesi in armamenti, nei dieci anni che vanno dal 2015 al 2024, basta osservare quanto elaborato dall’agenzia di stampa internazionale Reuters su dati SIPRI, che mostra l’ammontare complessivo dei ricavi militari delle prime 100 aziende al mondo, raggruppate in base al paese di appartenenza. Le aziende statunitensi nelle Top 100 hanno fatturato in ambito militare, nel decennio considerato, oltre 3,2 trilioni di dollari. Le aziende cinesi si sono avvicinate a un trilione di dollari, mentre quelle europee – considerate nel loro insieme – lo superano abbondantemente (circa il 40% di questa quota è attribuibile al Regno Unito). Stiamo parlando di ingenti risorse già spese in armi che superano di molto i 5 mila miliardi di euro (altro che “dividendo della pace”). https://www.sipri.org/publications/2025/sipri-fact-sheets/sipri-top-100-arms-producing-and-militaryservices-companies-2024 A conferma dell’elevata concentrazione del business degli armamenti, le prime cinque aziende al mondo Lockheed Martin, RTX, Northrop Grumman, BAE Systems e General Dynamics, tutte made in Usa tranne la British BAE, hanno registrato nel 2024 ricavi pari a 214 miliardi di dollari, circa un terzo del fatturato totale delle prime 100. Sebbene le aziende americane produttrici di armi rimangano dominanti, hanno però rallentato la loro crescita, a vantaggio delle aziende giapponesi e sudcoreane, di quelle europee (in particolare tedesche, francesi e italiane), di quelle russe e israeliane (i cui paesi sono entrambi coinvolti in conflitti armati), di quelle turche e indiane. Tra i maggiori beneficiari delle guerre e del riarmo troviamo anche le aziende di altri paesi asiatici (Indonesia, Singapore e Taiwan) ed europei (Norvegia, Polonia, Repubblica Ceca, Spagna, Svezia e Ucraina) che il SIPRI per ragioni di dimensione ha raggruppato nella voce “Other”. Le uniche eccezioni, con i ricavi derivanti dal settore militare in calo nel 2024 rispetto al 2023, sono le aziende cinesi, a causa di accuse di corruzione che hanno ritardato o annullato importanti contratti di appalto. Nonostante questo risultato negativo la Cina si conferma, con 8 aziende nella Top 100, il secondo paese dopo gli Usa (39 aziende) per numero di imprese e fatturato militare se non consideriamo la UE congiuntamente. L’Europa, considerata come regione formata dai paesi UE più la Norvegia, Regno Unito e Ucraina; ma senza la Russia e la Turchia), piazza anche nel 2024 nelle Top 100 26 aziende, con un fatturato complessivo di 151 miliardi di dollari. Una crescita media del 13% rispetto al 2023. L’azienda ceca Czechoslovak Group con 3,6 miliardi di dollari ha triplicato i suoi ricavi rispetto l’anno precedente, registrando il più forte aumento percentuale dei ricavi derivanti dal settore delle armi tra tutte le aziende della Top 100. L’azienda attribuisce la maggior parte dei suoi ricavi alla guerra in Ucraina. Incrementi notevoli sono stati registrati anche dalle tedesche Diehl (+52,9%) e Rheinmetall (+46,6%), dall’ucraina JSC Ukrainian Defense Industry (+40,7%), dalla polacca PGZ (+33,9%) dalla francese Dassault (+30,0%) e dalla svedese Saab (+23,9%). Le due aziende italiane, la Leonardo e la Fincantieri, al 12° e 53° posto nella Top 100 hanno, invece, aumentato rispettivamente i loro ricavi militari del 10,1% e del 4,5%. Un’ ultimo sguardo al report del SIPRI sulle Top 100 consente di cogliere alcune tendenze in base agli scostamenti della quota di fatturato militare dal 2015 al 2024. Gli Stati Uniti passano dal 53 al 49%, l’Europa cresce dal 26 al 27%, la Cina diminuisce dal 14 al 13%, mentre l’Asia (senza la Cina) e il Medio-Oriente (che nella classificazione del SIPRI include anche la Turchia) crescono rispettivamente dal 4 al 6% e dal 2 al 5%. Redazione Italia