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Porto di Livorno: azione diretta per fermare il traffico di armi
Il transito di una nave carica di armi ha provocato ancora una volta proteste nel porto di Livorno. All’alba del 18 aprile attivisti e attiviste hanno bloccato l’apertura del ponte girevole sul Canale dei Navicelli ritardando così il transito della nave Freeberg, carica di munizioni ed esplosivi, proveniente dalla base USA di Camp Darby e diretta al porto. L’iniziativa ha visto la partecipazione di varie realtà studentesche e sociali su iniziativa di USB. Da segnalare l’intervento repressivo delle forze dell’ordine che hanno interrotto il presidio pacifico contro il traffico di armi sul territorio e rimosso il sit-in dei manifestanti portandoli via di peso. Sulla vicenda sono intervenuti il Coordinamento Antimilitarista Livornese e la CUB Toscana. Il Coordinamento Antimilitarista Livornese esprime la propria solidarietà e il proprio sostegno agli attivisti, che hanno dimostrato ancora una volta quello che è possibile fare, con pratiche determinate e nonviolente, per contrastare la deriva bellicista del nostro Paese. La CUB Toscana ricorda che l’austerità salariale non verrà risolta con il riarmo e che la regione è tristemente da tempo zona nevralgica per la logistica militare statunitense, indispensabile alle guerre di Donald Trump. I territori sono attraversati dal trasporto di armi, le università attirate nella trappola delle tecnologie duali e della ricerca a fini di guerra, con potenziamento dei finanziamenti in questa direzione, le scuole rese destinatarie della propaganda militare. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università della Toscana esprime solidarietà alle organizzazioni attive citate sopra, e le invita ad organizzare quanto prima una iniziativa unitaria contro i processi di militarizzazione delle scuole, l’attraversamento di convogli militari sul territorio e la riconversione dell’economia civile a militare. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Rubik contro Terminator
Perché l'incontro tra Robotica e LLM ha attivato un'esplosione cambriana nascosta di nuove armi autonome? E cosa c'entra in tutto questo il cubo di Rubik? L'anno scorso Cassandra aveva letto un articolo su Wired che dava conto di un nuovo record del mondo (del Guinness dei Primati). Si dava conto che alla Purdue University a giugno del 2025 un robot specializzato aveva battuto il record di velocità per la soluzione di un cubo di Rubik, stracciando il precedente record "robotico", detenuto dal 2024 da Mitsubishi Electric, che era di 305 millisecondi, tre decimi di secondo. Il nuovo record è di 103 millisecondi, un decimo di secondo. Ora per comprendere l'impatto delle cose nuove con la realtà, bisogna non pensare solo ai numeri o ai record, ma alle loro relazioni con le cose più comuni e normali. Un decimo di secondo significa che è impossibile riprendere l'evento con una normale cinepresa, perché si vedrebbero solo il fotogramma iniziale e quello finale, certamente molto, molto mossi. Anche se si tratta di un gioco, parliamo di capacità così sovrumane da dare da pensare. Meccanismi automatici che agiscono sul mondo fisico, facendo le stesse cose che potremmo fare noi, solo in modo, appunto, sovrumano. Parentesi: meno male che li controlliamo noi... forse. [...] Ben prima dell'avvento degli LLM Cassandra aveva profetizzato che le LAWS erano già tra noi, se non altro nei laboratori di ricerca militare, perché per ottenere un'arma autonoma bastava semplicemente cambiare il firmware a un benevolo automa lavoratore o a un sistema d'arma di tipo passivo. Ma oggi possiamo facilmente fare di più e meglio. Basta aumentare, se necessario, le capacità informatiche di un sistema d'arma, e dotarlo di un nuovo software che utilizzi gli LLM per mimare le capacità umane di linguaggio, sia in input che in output; mimare cioè quelle interazioni umane, realizzate in linguaggio naturale, che normalmente fanno parte del loop di autorizzazione di qualsiasi sistema d'arma. Ecco che l'uomo può essere facilmente rimosso dal loop di comando, e il sistema d'arma diventa completamente autonomo. A questo punto Cassandra prevede due obiezioni; e le tratterà subito. Leggi l'articolo
GUERRE, ARMI E AMBIENTE. A BRESCIA IL SEMINARIO ORGANIZZATO DALLA FONDAZIONE MICHELETTI
“Guerre, armi e ambiente. Difendere la pace, salvare il pianeta”. E’ questo il titolo del seminario in programma mercoledì 22 aprile 2026 presso la sede della Fondazione Micheletti di Brescia, in via Cairoli 9.  Un pomeriggio di approfondimento – dalle ore 14.30 alle ore 17.30 – presso la sala di lettura della Fondazione con le comunicazioni di Mariam Ahamad, Emanuele Leonardi, Marino Ruzzenenti, Enzo Ferrara e Pirous Fateh-Moghadam a tema guerra e l’impatto su ambiente e interi popoli (in fondo all’articolo locandina e programma completo). Come spiega lo storico ambientale Marino Ruzzenenti ai microfoni di Radio Onda d’Urto, le guerre “oltre ai danni che provocano immediatamente cioè i morti, i feriti, i bombardamenti, lasciano un’eredità pesantissima che è destinata a durare per decenni su quei territori, in termini di invivibilità, di danni all’ambiente, danni di dispersione di inquinanti di ogni genere da metalli pesanti a gas tossici, a polveri, a diossine, PCB, polveri di amianto.” Ruzzenenti sintetizza con questa premessa l’importanza di riflettere sulla correlazione tra guerra, armi e ambiente, con le conseguenti implicazioni, che saranno al centro del seminario in programma domani, mercoledì, a Brescia. “E’ un aspetto che viene spesso sottovalutato”, sottolinea Ruzzenenti. “Tutti questi danni rendono invivibile quei territori perchè tutto questo inquinamento significa provocare danni alla salute a tutti coloro che dovranno ricostruirsi una vita. Per di più il nesso tra guerra ed ambiente è tremendo perchè è chiaro che nel momento in cui si fa la guerra non solo si investono risorse per gli armamenti come sta avvenendo in tutto l’occidente e anche nel mondo ma queste risorse non possono e non vengono investite per affrontare la vera e grande crisi che attende l’umanità che è la crisi ecologica e la crisi sociale connessa con la crisi ecologica”. L’intervista completa allo storico dell’ambiente e collaboratore della Fondazione Micheletti Marino Ruzzenenti, per presentare il seminario “Guerre, armi e ambiente”. Ascolta o scarica.   Il Programma 22 aprile ore 14 e 30 – 17 e 30, sala di lettura della Fondazione Luigi Micheletti, via Cairoli 9, Brescia. Coordina i lavori Davide Caselli. Comunicazioni di 15-20 minuti: * Le grandi mobilitazioni per la Palestina, Mariam Ahmad Dai movimenti per il clima del 2019 a quelli recenti per la Palestina, Emanuele Leonardi Verso un mondo post-occidentale, Marino Ruzzenenti Il peso ambientale delle armi, “merci oscene”, Enzo Ferrara Il danno alla salute delle guerre, a Gaza e non solo, Pirous Fateh-Moghadam Al termine previsto un momento conviviale. L’avvento di Trump sembra stia mettendo in discussione in Occidente la narrazione consolidatasi negli ultimi trent’anni: la globalizzazione neoliberista è vincente e destinata a sconfiggere gli stati del terrore e le autocrazie conseguendo l’uniformazione al modello occidentale, fondato sul libero mercato, i diritti individuali, la democrazia. Questo ottimismo, inoltre, è messo a dura prova dagli orrendi crimini contro l’umanità perpetuati da Israele a Gaza, con il sostegno di buona parte dell’Occidente, nonché dall’illegale aggressione all’Iran da parte degli Usa e di Israele, e infine dalla guerra “alle porte di casa” tra Russia e Ucraina, tutt’ora in corso, che minaccia di scatenare un conflitto mondiale nucleare. In verità, studiosi più attenti, da diversi versanti ideologici, da tempo stanno mettendo radicalmente in discussione questa narrazione: John Mearsheimer, La grande illusione. Perché la democrazia liberale non può cambiare il mondo, Luiss University Press, Roma 2019; F. Cardini, La deriva dell’Occidente, Laterza, Roma-Bari 2023; E. Todd, La sconfitta dell’Occidente, Fazi, Roma 2024; A. Colombo, Il suicidio della pace. Perché l’ordine internazionale liberale ha fallito (1989-2024), Raffaello Cortina, Milano 2025. Dunque, forse, staremmo transitando verso un mondo post-occidentale, del tutto nuovo rispetto a cinque secoli di storia in cui il dominio del sistema economia mondo capitalistico (I. Wallerstein; S. Arrighi) è appartenuto sempre ad una potenza occidentale (Spagna, Paesi Bassi, Inghilterra, Stati Uniti). Potrebbe affermarsi, per la prima volta nella modernità, un mondo multipolare, senza alcuna potenza dominante ed egemone, come sembrano auspicare i BRICS, un nuovo mondo che affida davvero e concordemente a istituzioni internazionali condivise il compito di derimere i conflitti tra le nazioni, sapendo che, in ogni caso, le grandi sfide della crisi ecologica e sociale rimangono del tutto aperte e richiedono un impegno comune. In questo contesto complesso e in continua evoluzione vano visti con grande preoccupazione la corsa agli armamenti decisa dall’Ue, nonché il conseguente accantonamento dei pur timidi propositi di affrontare la crisi ecologica con il Green Deal o e i fallimenti delle ultime Cop convocate per la crisi climatica. Un focus particolare intendiamo dedicare alla Palestina, sia per valorizzare le recenti mobilitazioni giovanili, sia perché si tratta di un caso esemplare del rapporto perverso tra guerra e crisi ambientale: oltre alle tante vittime umane, quasi tutte civili, causate dalla criminale aggressione di Israele a Gaza, quei territori sono stati resi invivibili dalle distruzioni e dagli inquinanti dispersi in ambiente a seguito dei bombardamenti; a ciò si aggiungerebbe il paradosso di una ricostruzione affidata ai Petrostati del Golfo (gli stessi che hanno fatto fallire le Cop impedendo che si potessero anche solo citare i fossili) e con la regia degli Usa che l’ultima Cop l’hanno addirittura disertata. Il seminario, dunque, ha lo scopo di approfondire questi temi per rilanciare una prospettiva di pace, unica condizione per affrontare sia la crisi ecologica, che la crisi sociale, ambedue aggravate dai trent’anni di egemonia neoliberale. I materiali prodotti potrebbero poi essere raccolti in un dossier da pubblicare su “Altronovecento”. Brevi bio dei partecipanti: * Davide Caselli, professore associato di Sociologia dell’ambiente e del territorio (GSPS-08/B) e insegna Culture urbane e Sociologia del territorio e comunicazione ambientale al Corso di laurea triennale di Scienze della comunicazione e Welfare locale e istituzioni culturali al Corso di laurea magistrale in Valorizzazione del patrimonio culturale materiale e immateriale presso il Dipartimento di Lettere, Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bergamo. I suoi principali interessi di ricerca riguardano le politiche sociali, il lavoro sociale, il ruolo di esperti ed expertise nelle società contemporanee e i processi di finanziarizzazione. Su questi temi ha pubblicato il libro, Esperti. Come studiarli e perché (il Mulino, 2020) e diversi articoli su riviste scientifiche nazionali e internazionali. * Mariam Ahmad, 26 anni, Palestinese nata e cresciuta a Brescia, studentessa di sistemi agricoli sostenibili presso l’università degli studi di Brescia. Giovane attivista da sempre impegnata nella causa palestinese. * Emanuele Leonardi, Professore Associato presso l’Università di Bologna dal 2024, svolge le sue attività nell’ambito della sociologia economica. Gli interessi di ricerca sono rivolti in particolare all’ecologia politica, all’ambientalismo operaio e ai movimenti per la giustizia climatica. Attualmente incentra la sua ricerca sui temi della Transizione Giusta, in particolare nel contesto dei progetti PRIN ‘Just Transition in the Factory’ e PRIN PNRR ‘Digital Food and Just Transition’. Suoi articoli sono ospitati in riviste prestigiose quali “Ecological Economics”, “Globalizations, Sustainability: Science, Practice and Policy”, “Sociologia del Lavoro”, e “Partecipazione e Conflitto”. Per l’editore Orthotes ha pubblicato Lavoro Natura Valore. André Gorz tra marxismo e decrescita (2017) e L’era della giustizia climatica (2023 – con Paola Imperatore). * Marino Ruzzenenti, responsabile del Centro di storia dell’ambiente della Fondazione Luigi Micheletti, ultimo testo in uscita per Altreconomia, La fine dell’Occidente? Cinque secoli di dominio del mondo al capolinea. * Enzo Ferrara, chimico ricercatore presso l’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica-INRIM e presidente del Centro Studi per la pace dedicato a Domenico Sereno Regis (Torino), Direttore del Gruppo di Redazione di “Medicina Democratica”, socio della cooperativa “Epidemiologia & Prevenzione”, redattore e collaboratore delle riviste “Gli Asini”, “Altronovecento”, “Vision For Sustainability e Close Encounters in War”. * Pirous Fateh-Moghadam, laureato in medicina e specializzato in Igiene e Medicina preventiva presso l’Università di Bologna, con master universitario di II livello in Epidemiologia Applicata presso l’Istituto superiore di sanità/Università Tor Vergata di Roma. Lavora presso il Dipartimento di Prevenzione dell’Asuit di Trento. I suoi interessi professionali maggiori sono il monitoraggio della salute e dei fattori che la determinano ponendo attenzione anche alle disuguaglianze sociali nella salute, alle relazioni tra salute e sostenibilità ambientale e all’impatto sulla salute di guerra e militarismo. Coordina il gruppo di lavoro di promozione della pace dell’Associazione Italiana di Epidemiologia ed è l’autore di Guerra o salute, Il Pensiero Scientifico Editore, 2023.
April 21, 2026
Radio Onda d`Urto
“LIVORNO NON È COMPLICE DELLA VOSTRA GUERRA” LUNEDÌ 20 APRILE PRESIDIO CONTRO IL TRANSITO DI ARMI
Dopo i fatti di sabato 18 aprile, quando all’alba i lavoratori del porto di Livorno hanno tentato di bloccare il transito di una nave cargo carica di armamenti statunitensi diretti alla base militare di Camp Derby, la mobilitazione non si è fermata. L’iniziativa di sabato, promossa dal sindacato di base USB insieme al GAP – Gruppo Autonomo Portuali e l’Ex Caserma Occupata, è stata rapidamente interrotta dall’intervento delle forze dell’ordine. Nel giro di pochi minuti, la Polizia è intervenuta con i reparti della celere per sgomberare il presidio di lavoratori, compagne e compagni livornesi. Proprio per denunciare quanto accaduto e per rilanciare la mobilitazione contro il transito di armi, è stato convocato un nuovo presidio per lunedì 20 aprile alle ore 18:00 in Piazza Grande, con lo slogan “Livorno non è complice della vostra guerra”. Un appuntamento che si pone un duplice obiettivo: da un lato, portare all’attenzione pubblica lo sgombero di sabato; dall’altro, rafforzare una lotta che, come sottolineano gli organizzatori, va avanti da tempo e che continuerà anche nelle prossime settimane. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuto Giovanni Ceraolo dell’Unione Sindacale di Base. Ascolta o scarica.
April 20, 2026
Radio Onda d`Urto
Militarizzazione in Sicilia: Salone dell’Orientamento alle armi a Catania
Dal 14 al 17 aprile 2026, decine di migliaia di studenti e studentesse delle scuole superiori di una grande parte della Sicilia sono stati accolti al Salone dell’Orientamento 2026, organizzato dall’Università di Catania, da un lugubre manichino in tenuta da combattimento. La sentinella vigilava sulla vasta area dell’evento dedicata alle Forze Armate, che comprendeva stand dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica Militare. Al centro troneggiava un blindato Freccia, visitabile, evoluzione del Centauro ottimizzata per il trasporto truppe e il combattimento meccanizzato. Ancora più inquietante era il video che scorreva a ciclo continuo sullo schermo dello stand dell’Esercito: scene di militari in azione, carri armati lanciati in spettacolari manovre su terreni impervi, truppe speciali con mitra spianati ed elicotteri d’assalto in volo. L’Università di Catania ha dunque scelto di offrire un posto d’onore, in questa kermesse fortemente sostenuta e finanziata da istituzioni locali, grandi aziende e fondi europei, alle Forze Armate. Una centralità confermata anche dalla gestione della comunicazione dell’evento. Su Unict Magazine, la rivista ufficiale dell’ateneo, si può leggere un articolo – massicciamente rilanciato sui profili social dell’Università – dal titolo significativo: «Giovani e divisa, una scelta che resiste al tempo». Il pezzo enfatizza le opportunità professionali offerte dagli stand militari. Anche l’articolo di bilancio dell’evento sulla stessa rivista sottolinea come sia stata «particolarmente apprezzata la presenza delle Forze Armate con le loro divise simbolo di servizio e professionalità». Il Salone dell’Orientamento 2026 dell’ateneo catanese è stato dunque un altro passo nei crescenti processi di militarizzazione che attraversano il nostro territorio e l’intero Paese. Un appuntamento, non a caso collocato all’incrocio tra scuola e università, che prova ad accentuare il carattere normale e persino ineluttabile dell’orizzonte militare. E a pochi chilometri da Sigonella, tutto questo assume un peso particolare. Catania orientamento alle armi Luca Cangemi -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
LIVORNO: PORTUALI BLOCCANO IL TRANSITO DI UNA NAVE CARICA DI ARMI USA. LA POLIZIA SGOMBERA IL PRESIDIO
All’alba di sabato 18 aprile i lavoratori del porto di Livorno hanno bloccato il transito di una nave che stava trasportando armamenti statunitensi verso la base militare Usa di Camp Derby. Non appena ricevuta l’informazione sul transito della nave cargo, il sindacato di base Usb, il Gruppo Autonomo Portuali e l’Ex Caserma Occupata di Livorno hanno organizzato il presidio. Lavoratori, lavoratrici, attiviste e attivisti si sono raggruppati sul ponte che deve essere aperto per consentire il transito delle navi dal porto, preparandosi alla resistenza passiva. Poco dopo la Polizia è intervenuta con i reparti della celere per sgomberare il presidio di lavoratori, compagne e compagni livornesi. “La Polizia ancora una volta si è schierata dalla parte della guerra”, commenta Simone, del Gruppo Autonomi Portuali. “La celere si è schierata dalla parte di chi esporta guerra, di chi permette un certo tipo di traffico catalogandolo come ‘servizio essenziale’. Noi sappiamo che il traffico di armi non è un servizio essenziale, la nostra non è interruzione di pubblico servizio”, continua Simone. “Ribadiamo ancora una volta – conclude – che siamo noi quelli dalla parte giusta. Che bloccare le armi è giusto, non è un reato. Questa forma di repressione e di delegittimazione delle lotte deve finire”. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Simone, compagno del Gruppo Autonomo Portuali di Livorno. Ascolta o scarica. [L’immagine si riferisce alle giornate di mobilitazione per la Palestina e la Global Sumud Flotilla del settembre 2025]
April 18, 2026
Radio Onda d`Urto
IL GOVERNO ITALIANO SOSPENDE L’ACCORDO SULLA DIFESA CON ISRAELE. “CAMBIAMENTO POSITIVO, MA NON BASTA. SERVONO ALTRI PASSI CONCRETI”
Martedì 14 aprile la premier italiana Giorgia Meloni ha annunciato la decisione del governo di sospendere il rinnovo automatico del memorandum con Tel Aviv per la collaborazione nella difesa attivo dal 2003. Per comprendere di cosa si tratta e in cosa consiste la sospensione annunciata da Meloni, Radio Onda d’Urto ha intervistato Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo. “L’accordo, che costituisce la cornice all’interno della quale può avvenire la compravendita di armamenti tra Italia e Israele, è stato siglato nel 2003 ed è entrato in vigore nel 2005. Prevedeva un rinnovo automatico ogni 5 anni”, spiega Francesco Vignarca ai nostri microfoni. “Il fatto che il ministro della Difesa Crosetto abbia mandato una lettera di disdetta all’omologo israeliano ferma l’accordo, che avrà così una coda di validità di sei mesi a partire dalla scadenza (cioè ieri, 14 aprile 2026, ndr) ma poi, se vorrà essere rinnovato, dovrà passare attraverso nuovi negoziati e una nuova discussione parlamentare“. “Non si tratta della disdetta del nuovo rinnovo previsto per il 2031 – chiarisce Vignarca – Al contrario, la sospensione incide subito e impedisce che un eventuale rinnovo possa essere fatto di nuovo sotto silenzio, obbligando il governo a passaggi pubblici”. A Franesco Vignarca abbiamo chiesto anche un commento dal punto di vista della Rete Italiana Pace e Disarmo: “dobbiamo essere seri nell’accogliere positivamente un cambio di posizione, perché non si può far finta che non ci sia stato e perché un impatto ce l’ha. Tuttavia, è chiaro che non basta, servono ulteriori passi concreti per dimostrare che non si tratta di una mossa di facciata”. Per la Rete Italiana Pace e Disarmo, riporta Vignarca nell’intervista, le iniziative concrete che il governo italiano può intraprendere consistono nel “confermare la volontà di uscire da questo accordo e non ri-negoziarlo e lavorare, insieme ad altri governi, all’attivazione dell’articolo 2 dell’accordo tra Unione Europea e Israele che prevede, in caso di mancato rispetto dei diritti umani, di bloccare anche questa intesa”. “Se davvero il governo italiano ha deciso di cambiare idea perché si è reso conto – tardivamente – della problematicità delle politiche di Israele – suggerisce Vignarca – allora non basta il pezzettino nazionale, bisogna fare la voce grosa, insieme a paesi che l’hanno già chiesto, a livello di Ue”. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Francesco Vignarca della Rete Italiana Pace e Disarmo. Ascolta o scarica.
April 15, 2026
Radio Onda d`Urto
«Non si può vivere di industria bellica»: nuova mobilitazione nella Valle del Sacco
Un altro weekend di mobilitazione è atteso nella Valle del Sacco, da tempo al centro di preoccupanti progetti di conversione bellica e militarizzazione. A ottobre avevamo intervistato Federico Bernardini della Assemblea No War Valle del Sacco, che ci aveva spiegato nel dettaglio i progetti di KNDS – ex-Winchester- e di allargamento di Avio Group. In vista delle mobilitazioni di sabato 18 (dalle ore 17:30 in Piazza Cavour, Anagni) e domenica 19 aprile (davanti l’ex-Winchester ore 15 – organizzate assieme al movimento No Kings – abbiamo intervistato Marta, sempre della Assemblea No War, per aggiornarci sulla vertenza. Rispetto all’autunno scorso è cambiato qualcosa riguardo al progetto proposto sulla fabbrica? Non è cambiato nulla di significativo. Rispetto al progetto della ex Winchester – oggi KNDS – c’è stata la prima conferenza dei servizi a metà marzo. Si è conclusa con un nulla di fatto. La documentazione prodotta da KNDS non è stata ritenuta sufficiente. Sono state chieste integrazioni per le quali è necessario il parere di Arpa Lazio, dalla prossima conferenza sapremo qualcosa in più. L’aspetto che ci ha lasciato più sconcertatə è stato che ancora una volta la cittadinanza è rimasta sola. Eravamo presenti noi e alcune associazioni, nessun ente comunale né regionale si è presentato per informarsi e discutere rispetto ad un progetto di questa portata e di questa gravità.  Stiamo provando nel frattempo in tutti i modi a rallentare l’attuazione del progetto di riconversione. Sappiamo che KNDS ha molta fretta di concludere la partita. I fondi che utilizzerà sono parte di una tranche di finanziamenti per conversione bellica successivi all’inizio del conflitto in Ucraina, non sono parte di ReArm Europe. Rientrano nel fondo europeo ASAP [Act in Support of Ammunition Production, varato nel luglio 2023 per incrementare la capacità produttiva di munizioni, ndr]. Per questa ragione hanno urgenza di spenderli. Puoi ricordarci cosa prevede il finanziamento e il progetto? Asap è un programma Europeo che prevede la spesa di circa 30/40 milioni di euro per la ex Winchester di Anagni. Attualmente è una fabbrica utilizzata per la dismissione di proiettili, mentre si vuole trasformarla in una fabbrica per la produzione di nitro-gelatina. Ne prevedono una produzione di 150 kg all’ora. L’azienda aumenterà l’area per altri 11 capannoni mentre si stima che verranno impiegati in tutto 25 operai in più di quelli attuali. La nitro gelatina è un materiale altamente esplosivo utilizzato per propellenti militari. La fabbrica si situa a 350 metri dall’autostrada e a 300 metri da un quartiere residenziale. Il 21 aprile c’è la seconda conferenza dei servizi in cui speriamo partecipino finalmente anche le istituzioni. Ricordiamo che nella Valle del Sacco siamo in area SIN [Sito di Interesse Nazionale: aree che sono state gravemente inquinate da forme di sviluppo industriale nel corso degli anni e che devono essere sottoposte a bonifica ndr] che però non è mai stata bonificata, teoricamente non si potrebbe neanche costruire su quel terreno. Anche le istituzioni dei comuni limitrofi sembrano finora disinteressate al progetto? Purtroppo sì, non si presenta né interessa nessuno. Siamo però abituate, nella Valle del Sacco, a questo genere di atteggiamento da parte delle istituzioni. Da moltissimo tempo lottiamo contro l’inquinamento. Ognuno in famiglia ha avuto qualcuno che ha avuto un tumore a causa dell’inquinamento. Ci aspettiamo un po’ di considerazione che poi puntualmente non arriva.  Come è nato in tal senso il vostro legame con il movimento No Kings? Ricordiamo che siamo venutə a conoscenza di questo progetto di ampliamento [della fabbrica, ndr] per puro caso grazie ad una visualizzazione sul sito della Regione Lazio che riportava i nuovi programmi. Abbiamo organizzato pertanto una serie di mobilitazioni, la prima è stata il 3 maggio 2025, in cui abbiamo avuto una risposta soltanto da parte della popolazione locale. Successivamente c’è stata una conferenza organizzata da istituzioni locali, qui ad Anagni, in cui erano invitati la Fondazione Med-Or, legata a Leonardo, e altri soggetti coinvolti nel business delle armi. Sono venuti proprio loro a parlare di geopolitica e sicurezza. A quel punto abbiamo deciso che il progetto va fermato, per il suo valore simbolico, perché accade ora in questo scenario mondiale, perché non è ancora stato realizzato, perché è un’area SIN e perché siamo stanche di dover scegliere tra lavoro e salute. Abbiamo perciò attraversato una serie di assemblee romane in cui abbiamo cercato formule di convergenza con la rete “No DDL sicurezza” e poi fino a No Kings, e così siamo arrivati fino a questo weekend. Mercoledì 15 aprile alle 18.00 abbiamo un’assemblea di lancio al Brancaleone a Roma. Questo percorso ha permesso che la mobilitazione assuma un valore e una risonanza nazionale: un fattore che per noi era importantissimo, per uscire fuori dalla nostra bolla e per coinvolgere di più il territorio. Purtroppo la popolazione locale è ancora molto poco informata e consapevole dei rischi a cui andiamo incontro con la presenza di una fabbrica di questo tipo. Come è strutturata la vostra protesta nel corso del prossimo weekend? Sabato 18 aprile faremo ad Anagni alle 17.30 un’assemblea pubblica con microfono aperto, con una impronta locale, perché la città possa rendersi conto dei vari rischi a cui va incontro. Per domenica 19 aprile invece abbiamo chiamato un presidio alle 15.00 davanti ai cancelli della KNDS e abbiamo pensato a interventi, musica e altro. Siamo in attesa di conferme rispetto alle presenze ma a breve sapremo qualcosa in più.  Vuoi mandare un messaggio sulla vostra lotta a chi si è mobilitato in questi mesi contro la guerra? Intanto mi auguro di non sentirci più solə. Mi auguro che questo abbia un senso. Credo che siamo tutte stanchə di questa deriva bellicista. Nessuno di noi vuole essere complice. La Valle del Sacco ha vissuto in passato di agricoltura e allevamento. Non si può vivere dell’industria bellica. Bisogna investire in altro, salute, istruzione, tutela dell’ambiente intorno a noi. L’industria bellica pesa tantissimo sulla qualità dell’ambiente attorno a noi. Abbiamo dato tanto sia a livello di salute che di lavoro. Non siamo più disposte a scendere a compromessi. Nessunə deve scendere a compromessi quando si parla di fabbriche di armi che portano morte dove già ce ne è troppa. La copertina è di Marta D’Avanzo, Dinamopress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo «Non si può vivere di industria bellica»: nuova mobilitazione nella Valle del Sacco proviene da DINAMOpress.
April 15, 2026
DINAMOpress
Grosseto, 14 aprile: studenti in caserma, la scuola incontra le armi
Martedì 14 aprile le classi quarte del polo tecnologico “Manetti–Porciatti” di Grosseto parteciperanno a una visita guidata presso il museo e le officine meccaniche del Reggimento “Savoia Cavalleria” (3º). Presentata come attività formativa e di orientamento, questa iniziativa si inserisce in una sequenza ormai sempre più fitta di eventi analoghi che, dall’inizio dell’anno, hanno visto la presenza costante di forze armate e forze dell’ordine dentro e intorno alle scuole del territorio. Non si tratta più di episodi isolati. In pochi mesi si contano già diversi casi: progetti come “Train to be cool” della Polfer nelle scuole, attività di orientamento tecnico collegate all’industria militare, incontri con personale delle forze armate, fino alle visite dirette in basi e strutture operative. Una continuità che segnala un cambio di passo: la presenza delle istituzioni armate nel mondo scolastico non è più straordinaria, ma sempre più normalizzata. L’iniziativa conferma la proposta dell’ambiente militare come opzione caldeggiata per accogliere i ragazzi all’uscita dalla scuola superiore, evidentemente in linea con quanto previsto dal progetto dell’Ufficio Scolastico Regionale della Toscana dal titolo Conferenze scolastiche di informazione e orientamento e visite scolastiche presso le Unità dell’Esercito per l’anno scolastico 2025-2026. Il linguaggio utilizzato – “educazione”, “cultura della sicurezza”, “orientamento” – contribuisce a rendere neutra e quasi invisibile la natura di queste attività. Ma è proprio questa neutralizzazione a sollevare interrogativi. Quando la presenza è costante, smette di essere una proposta tra le altre e diventa parte del contesto educativo stesso. La scuola, da spazio critico e pluralista, rischia di trasformarsi in un luogo di legittimazione simbolica di quelle specifiche istituzioni dello Stato, atte alla repressione e controllo. Particolarmente delicato è il tema dell’orientamento. Le iniziative vengono spesso presentate come opportunità per conoscere percorsi professionali. Ma quanto è realmente libera una scelta quando una sola opzione – quella militare o delle forze dell’ordine – viene proposta con questa frequenza, con il sostegno istituzionale e con un forte impatto simbolico? E soprattutto: viene garantito lo stesso spazio e la stessa visibilità ad alternative civili, sociali, cooperative, culturali? A ciò si aggiunge un problema di fondo: l’asimmetria dell’informazione. Le attività tendono a mostrare aspetti tecnologici, organizzativi, persino “affascinanti” del mondo militare, mentre restano sullo sfondo – o del tutto assenti – le implicazioni reali dell’uso della forza, della guerra, della violenza istituzionalizzata. Il punto non è negare il ruolo delle forze armate o delle forze dell’ordine in uno Stato, ciò meriterebbe un approfondimento a parte. Il punto è distinguere tra conoscenza critica e promozione implicita. Tra educazione civica e costruzione del consenso. Una scuola pubblica dovrebbe offrire strumenti per comprendere la complessità, non indirizzare verso una visione univoca. Non è un caso che una presenza così pervasiva delle istituzioni armate nei percorsi educativi sia storicamente tipica di contesti autoritari o fortemente militarizzati, così come di quelle “democrazie” che hanno costruito la propria identità attraverso guerre, espansioni e violenze sistemiche. In questi contesti, la scuola diventa uno degli strumenti principali per normalizzare la dimensione militare nella società, fin dalle età più giovani. Il caso di Grosseto, da questo punto di vista, è emblematico. La città rappresenta uno dei principali poli militari della Toscana: ospita il 4º Stormo dell’Aeronautica Militare, tra le basi aeree più rilevanti del Paese, reparti dell’Esercito come il Savoia Cavalleria e il Cemivet, oltre a una presenza significativa di Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza e Polizia Locale. Si stima che circa 4.000 persone lavorino in questi comparti, su una popolazione di circa 80.000 abitanti. Una proporzione molto alta. Questo dato ha anche un riflesso sociale diretto: è plausibile che in molte classi siano presenti studenti e studentesse con genitori impiegati in questi settori. Una condizione che rende più complesso, e talvolta più delicato, introdurre uno sguardo critico sul tema. Il rischio è che il dibattito venga implicitamente disinnescato, non per mancanza di questioni, ma per la difficoltà di metterle in discussione in un contesto così fortemente interconnesso. C’è poi un ulteriore elemento da considerare: la trasformazione del concetto stesso di “sicurezza”. Da tempo, nel discorso pubblico, la sicurezza viene sempre più associata a controllo, ordine, repressione. Molto meno si parla di sicurezza economica, sociale, abitativa, sanitaria. Eppure è proprio su questi piani che si gioca la qualità della vita delle persone. Portare nelle scuole quasi esclusivamente una visione securitaria legata alle divise significa contribuire a restringere l’immaginario collettivo su cosa significhi davvero “vivere in sicurezza”. Di fronte a questa tendenza, alcune domande diventano inevitabili. Chi decide queste iniziative? Con quali criteri vengono approvate? Qual è il ruolo degli organi collegiali delle scuole? Esiste un equilibrio tra le diverse proposte educative? Viene garantito il pluralismo? La visita del 14 aprile al Savoia Cavalleria non è quindi un episodio isolato, ma l’ennesimo tassello di un processo più ampio. Un processo che merita attenzione, discussione pubblica e, soprattutto, trasparenza. Una comunità democratica non teme il confronto tra punti di vista diversi. Ma proprio per questo ha bisogno di scuole che restino luoghi autonomi, critici e aperti, capaci di distinguere con chiarezza tra educazione e influenza, tra conoscenza e indirizzo. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Grosseto -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il Battaglione Bibi
E’ sempre più evidente che Israele ha intenzione di non accettare alcuna tregua e di portare a termine una guerra dall’impatto enorme non soltanto in termini di vite umane ma anche nel generare una crisi economica globale, destinata a impoverire le popolazioni di intere aree del pianeta, a cominciare da […] L'articolo Il Battaglione Bibi su Contropiano.
April 12, 2026
Contropiano