Omar Barghouti parla dei 20 anni del BDS e del potere di un’azione collettivadi Anwaar Ahmed ed Elias Ayoub,
United Edge, 12 dicembre 2025.
Intervista esclusiva a Omar Barghouti, cofondatore del movimento Boicottaggio,
Disinvestimento e Sanzioni (BDS) e vincitore del Premio Gandhi per la Pace 2017.
GENOCIDIO IN PALESTINA
Il contesto giuridico internazionale che circonda la situazione in Palestina è
cambiato profondamente negli ultimi anni, con il crescente riconoscimento
globale che le azioni di Israele violano i principi fondamentali del diritto
internazionale.
Nel gennaio 2024, la Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta delle
Nazioni Unite ha riscontrato che Israele sta plausibilmente commettendo un
genocidio a Gaza ai sensi della Convenzione sul Genocidio e ha ordinato misure
provvisorie che impongono a tutti gli stati l’obbligo di impedire ulteriori
atrocità. Più tardi nello stesso anno, la Corte Internazionale di Giustizia ha
stabilito che la presenza continuativa di Israele nei territori palestinesi
occupati, compresa Gerusalemme Est, è illegale. Questa decisione ha ribadito che
Israele viola i diritti umani internazionali, il diritto umanitario e la
Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di Tutte le Forme di
Discriminazione Razziale.
Queste sentenze hanno accelerato le richieste da parte degli organismi delle
Nazioni Unite, degli esperti in materia di diritti umani e della società civile
internazionale affinché gli stati interrompano ogni forma di cooperazione
militare, economica, accademica e politica che contribuisca alle violazioni di
Israele. Gli esperti delle Nazioni Unite hanno anche confermato che la fame a
Gaza viene utilizzata come arma di guerra, descrivendola come un’altra
manifestazione di crimini di massa.
VENT’ANNI DI RESISTENZA NON VIOLENTA
In questo contesto, il movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS)
è emerso come una delle risposte più influenti della società civile globale.
Lanciato nel 2005 da un’ampia coalizione di attori della società civile
palestinese, il BDS è un movimento non violento che prende a modello la lotta
contro l’apartheid in Sudafrica. Chiede la fine dell’occupazione israeliana, il
raggiungimento dell’uguaglianza per i cittadini palestinesi di Israele e il
rispetto dei diritti dei rifugiati palestinesi.
Il movimento è saldamente radicato nei diritti umani universali, si oppone
categoricamente a tutte le forme di razzismo, compreso l’antisemitismo, e si
concentra sulla complicità istituzionale piuttosto che sugli individui. La sua
strategia enfatizza la pressione non violenta per porre fine ai sistemi di
oppressione e raggiungere la giustizia e l’uguaglianza.
Negli ultimi due decenni, il BDS ha influenzato in modo significativo il
dibattito e l’azione a livello globale. Dal punto di vista politico, il
movimento ha contribuito a un aumento del numero di stati – in Africa, Asia,
America Latina e in alcune parti dell’Europa – che hanno pubblicamente ridotto i
legami con Israele o sostenuto sanzioni mirate. Israele è ora sottoposto a un
controllo senza precedenti nei forum internazionali e diversi paesi occidentali
hanno iniziato a rivalutare la loro cooperazione militare ed economica con
Israele. Dal punto di vista economico, Israele sta registrando un marcato calo
nella fiducia degli investitori, con le grandi società che si ritirano dal
mercato, le agenzie di rating che abbassano le sue prospettive e i fondi globali
che disinvestono dalle aziende complici di violazioni dei diritti umani. Questa
pressione reputazionale e finanziaria è stata descritta da alcuni economisti
israeliani come una crisi crescente con implicazioni a lungo termine.
L’influenza del movimento si estende a diversi settori. I sindacati che
rappresentano decine di milioni di lavoratori in tutto il mondo hanno appoggiato
i boicottaggi o intrapreso azioni dirette bloccando le spedizioni di armi. Le
istituzioni culturali e migliaia di artisti hanno sospeso la cooperazione con
entità israeliane, mentre le associazioni accademiche hanno appoggiato i
boicottaggi delle istituzioni complici e le università hanno lanciato campagne
di disinvestimento. Nello sport, squadre e associazioni nazionali di diverse
regioni si sono ritirate dalle competizioni che coinvolgono Israele, aggiungendo
pressione morale e simbolica. I movimenti studenteschi di tutto il mondo hanno
rilanciato la mobilitazione di massa, contribuendo alle vittorie del
disinvestimento e spingendo le università ad adottare politiche di investimento
più etiche. Le organizzazioni religiose, comprese le reti cristiane globali,
hanno abbracciato i principi del disinvestimento e sostenuto iniziative
comunitarie contro l’apartheid. Anche le reti LGBTQIA+ e gli artisti hanno
rifiutato le strategie di pinkwashing e si sono allineati alle richieste di
responsabilità. A livello locale, centinaia di spazi comunitari si sono
dichiarati zone libere dall’apartheid, integrando la solidarietà nelle loro
pratiche di base.
INTERVISTA CON OMAR BARGHOUTI
In che modo il movimento BDS è riuscito ad avere così tanto successo nel
contrastare i sistemi imperialisti e coloniali combattuti nella lotta
palestinese e in che modo questo può fornire un modello per altre lotte e cause
attuali e future? Come avete smascherato questi sistemi politici ed economici
corrotti?
OB: Ci sono diversi fattori che hanno contribuito a far sì che il movimento BDS
raggiungesse questo livello di impatto nell’isolare il regime di colonialismo,
apartheid e occupazione militare di Israele. Il BDS è guidato dalla più grande
coalizione della società civile palestinese. Questo gli conferisce l’autorità
morale di rappresentare il consenso palestinese quando parla con i partner e gli
alleati solidali e quando fa campagna per porre fine alla complicità di stati,
aziende e istituzioni.
Come forma integrante della resistenza popolare palestinese e forma più
importante di solidarietà internazionale con la lotta di liberazione
palestinese, il BDS è un insieme di principi e di strumenti strategici. Uno dei
fattori più importanti, forse, nella crescita impressionante dell’impatto del
movimento è la sua capacità di mantenere un equilibrio perfetto tra principi
etici ed efficacia strategica, o quello che chiamiamo, in breve, radicalismo
strategico. In altre parole, le campagne BDS sono non violente, antirazziste,
basate su principi, strategiche e orientate agli obiettivi, e aderiscono ai
principi operativi del movimento: sensibilità al contesto, gradualità e
sostenibilità.
Un altro fattore chiave è il successo del movimento nel trasformare il
significato stesso di solidarietà internazionale, ponendo al centro il dovere
etico e giuridico di porre fine alla complicità.
Il BDS prende di mira la complicità, non l’identità. Prende di mira le
istituzioni, non gli individui. Comprende, tra l’altro, boicottaggi economici,
finanziari, accademici, culturali e sportivi; embarghi militari e di sicurezza;
il disinvestimento e l’esclusione dai contratti delle società e delle banche
complici dei crimini di guerra, dei crimini contro l’umanità e ora del genocidio
commessi da Israele; nonché sanzioni mirate e legittime, tra cui la pressione
sui governi, gli enti locali, gli organismi regionali, ecc. affinché adempiano
ai loro obblighi ai sensi del diritto internazionale ponendo fine a ogni
complicità con il regime di oppressione di Israele.
La teoria del cambiamento del BDS ruota attorno alla costruzione del potere dal
basso verso l’alto per influenzare il cambiamento politico. Il diritto
internazionale e i principi etici, dopo tutto, sono condizioni necessarie ma
purtroppo insufficienti per ottenere giustizia ed emancipazione dalla
sottomissione coloniale, come i palestinesi sanno da decenni. Solo un maggiore
potere popolare, un potere dal basso, incanalato in particolare verso
boicottaggi efficaci e strategici, disinvestimenti e sanzioni legali, può
costringere l’asse genocida USA – Israele a fermare il genocidio e può
contribuire in ultima analisi allo smantellamento del regime di apartheid
coloniale di Israele.
Di fronte al genocidio di Israele, reso possibile dall’Occidente, ed esercitando
la nostra autorità morale, noi del movimento BDS abbiamo imparato a incanalare
con perseveranza il nostro dolore e la nostra rabbia in un’energia strategica e
basata sui principi per porre fine al genocidio di Israele, smantellare il suo
regime di colonialismo e apartheid e assicurare alla giustizia i responsabili e
i loro complici. I palestinesi non si fanno illusioni, però, che la giustizia ci
sarà garantita dalla Corte Internazionale di Giustizia o dall’ONU. Abbiamo dalla
nostra parte il diritto internazionale e l’autorità morale, in quanto popolo
indigeno che resiste a un sistema di oppressione depravato e genocida per
ottenere i propri diritti. L’etica e il diritto sono necessari in ogni lotta di
liberazione, ma non sono mai sufficienti. Per resistere e smantellare un sistema
di oppressione, gli oppressi hanno inevitabilmente bisogno anche di potere: il
potere del popolo, il potere efficace della solidarietà, il potere della base,
il potere della coalizione intersezionale, il potere dei media, il potere
culturale, tra le altre forme.
Il mutato panorama politico, sociale ed economico globale, che comprende la
contrazione degli spazi civici e la regressione di alcune libertà per proteggere
Israele da parte di molti governi, ha introdotto molte sfide al movimento BDS.
Come state affrontando queste sfide?
OB: Come recentemente rivelato in un rapporto investigativo pubblicato su The
Nation, solo negli Stati Uniti Israele e i suoi gruppi di pressione hanno
stanziato circa 900 milioni di dollari per combattere il BDS in un periodo di
pochi anni. Infatti, Israele, una potenza nucleare armata fino ai denti dagli
Stati Uniti, dalla Germania e da altre potenze coloniali, dal 2014 ha designato
il movimento non violento BDS come una “minaccia strategica” e, successivamente,
come una “minaccia esistenziale” al suo regime di oppressione. Sebbene abbia
mobilitato ingenti risorse finanziarie, di intelligence, legali,
propagandistiche e diplomatiche nella sua guerra contro il BDS, Israele ha
fallito miseramente nel tentativo di rallentare il nostro movimento, grazie alla
resilienza, alla creatività e al radicalismo strategico di milioni di
sostenitori, sostenitrici e organizzatori del BDS in tutto il mondo.
Non è facile combattere un movimento che gode del consenso della comunità
oppressa, sostiene la resistenza non violenta basata sui principi universali del
diritto internazionale e dei diritti umani, rifiuta tutte le forme di razzismo
in modo moralmente coerente e, cosa fondamentale, è molto capace ad elaborare
strategie efficaci e basate su principi per costruire il potere popolare e
sfidare tutte le forme di complicità nel regime di oppressione coloniale di
Israele.
Negli ultimi due decenni, il movimento BDS ha costruito una vasta rete mondiale,
sostenuta da sindacati, coalizioni di agricoltori e movimenti per la giustizia
razziale, sociale, di genere e climatica, che insieme rappresentano decine di
milioni di persone in tutto il mondo.
Come vede la mobilitazione globale delle persone a favore della lotta
palestinese, in particolare nei paesi occidentali? Pensa che si possa fare di
più e in che modo?
OB: Lo sciopero nazionale del 22 settembre in Italia, organizzato dai sindacati
dei lavoratori portuali e dai loro alleati contro il genocidio di Israele e la
complicità in esso dell’Italia, è stato un esempio brillante e molto stimolante
di cosa significhi una forte solidarietà. Questo sciopero nazionale senza
precedenti in solidarietà con la lotta di liberazione palestinese sta servendo
da esempio per le mobilitazioni di solidarietà in altri paesi, come dimostra lo
sciopero nazionale indetto recentemente in Spagna dai sindacati locali.
Tutto questo e le massicce vittorie del BDS a livello globale sono ottimi
risultati, ma non sono ancora sufficienti per porre fine a ogni complicità nel
genocidio perpetrato da Israele e nel regime di apartheid coloniale che lo
sostiene. Dobbiamo costruire più potere popolare, coalizioni intersezionali più
ampie, adottare tattiche più efficaci, ecc. per costringere i governi ad
adottare un embargo militare, un embargo completo, compresi i beni a duplice uso
e il transito di forniture militari verso Israele; embarghi energetici; sanzioni
commerciali e finanziarie; sanzioni accademiche, culturali e sportive;
espulsione di Israele dall’ONU, dalla FIFA, dalle Olimpiadi, dall’Eurovision,
ecc. Israele deve essere ritenuto responsabile del suo genocidio, dell’apartheid
e dell’occupazione militare in corso, proprio come lo fu un tempo il Sudafrica
dell’apartheid.
In che modo United Edge e la sua variegata gamma di attivisti possono sostenere
un movimento come il BDS?
OB: Gli organizzatori in qualsiasi ambito sanno bene come dimostrare una
solidarietà efficace e basata sui principi. I palestinesi non stanno implorando
il mondo di fare beneficenza; chiediamo una solidarietà significativa. Ma prima
di entrambe le cose, chiediamo la fine della complicità, di non causare danni.
Porre fine alla complicità in gravi violazioni dei diritti umani è un dovere,
non una scelta discrezionale.
Come ha dimostrato la lotta che ha abolito l’apartheid in Sudafrica, porre fine
alla complicità dello stato, delle aziende e delle istituzioni nel sistema di
oppressione israeliano, soprattutto attraverso le tattiche non violente del BDS,
è la forma più efficace di solidarietà. In questo momento così buio, il BDS
aiuta a decolonizzare le nostre menti dall’impotenza e dalla disperazione con
cui Israele e i suoi partner coloniali hanno cercato incessantemente di
colonizzarle.
Il modo migliore per porre fine alla complicità di una determinata rete o
istituzione è quello indicato dagli organizzatori che operano in quel contesto
sulla base di principi.
GIUSTIZIA PIÙ CHE CARITÀ ATTRAVERSO L’AZIONE COLLETTIVA
Dopo vent’anni di BDS, le riflessioni di Barghouti vanno al cuore di ciò su cui
i movimenti per la giustizia in tutto il mondo insistono da decenni: i sistemi
di oppressione non si riformano da soli, ma vengono smantellati dall’azione
collettiva fondata su principi, coraggio e solidarietà. I vent’anni di storia
del movimento BDS incarnano ciò che molti nel mondo umanitario e dello sviluppo
stanno solo ora cominciando a articolare: solo un cambiamento profondo del
sistema, e non ulteriori aiuti, potrà invertire la tendenza dell’oppressione,
della distruzione e della sofferenza. La storia del BDS è in definitiva la
storia di persone che rivendicano la propria autonomia, affrontano i sistemi
piuttosto che i sintomi e dimostrano che quando le comunità rifiutano di
partecipare all’oppressione, anche le strutture più radicate iniziano a
muoversi. Ma è anche un invito all’azione per continuare a far crescere le reti
di solidarietà, per continuare a lavorare sempre attraverso la lente della
giustizia e per non dimenticare mai che il cambiamento diventa possibile ovunque
le persone comuni scelgano di unirsi in un’azione collettiva.
Omar Barghoutiè un difensore dei diritti umani palestinese, co-fondatore del
movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) e voce globale di
spicco per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza del popolo palestinese. È
riconosciuto a livello internazionale per la sua attività di advocacy basata
sulla resistenza non violenta e sul diritto internazionale, e il suo lavoro è
stato premiato con numerosi riconoscimenti, tra cui il Gandhi Peace Award.
Barghouti scrive e tiene conferenze sui diritti umani, la decolonizzazione e la
responsabilità etica, contribuendo al dibattito accademico e pubblico sulla
giustizia in Palestina e oltre.
Anwaar Ahmed, ex banchiere d’investimento presso Morgan Stanley, applica la sua
esperienza di vita e le sue competenze allo sviluppo sociale e a progetti
umanitari volti alla giustizia, alla libertà e all’uguaglianza in tutto il mondo
attraverso il percorso del Karma Yoga. Attualmente risiede a Roma, dove è membro
attivo del movimento BDS e di Assopace Palestina, nonché membro del Justice
Collective di United Edge.
Elias Ayoubè membro del Justice Collective di United Edge, esperto
professionista dello sviluppo e dirigente. È un appassionato sostenitore dei
diritti dei bambini e dei giovani, un professionista lungimirante ed esperto di
scala e innovazione. Attualmente, Elias lavora a stretto contatto con le
comunità locali, sia libanesi che palestinesi, attraverso approcci basati sulla
giustizia e sui diritti per amplificare le voci locali e promuovere l’attivismo
sia a livello micro che macro.
https://www.unitededge.net/post/omar-barghouti-on-20-years-of-bds-and-the-power-of-collective-action
Traduzione a cura di AssopacePalestina
Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma
pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.