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Da Bagnoli a Gaza: una visione internazionalista sull’America’s Cup a Napoli
A Villa Medusa, i comitati civici e le reti antimilitariste organizzano un dibattito sul furto di territori e diritti. Il 5 gennaio, a Villa Medusa a Bagnoli, si è tenuto un incontro molto denso e interessante dal titolo “Da Bagnoli a Gaza – stop genocidio, no America’s Cup, difendiamo i nostri territori”, in cui le realtà di base antimilitariste e ambientaliste napoletane e campane hanno ragionato dell’impatto dei grandi progetti, come l’America’s Cup, sulla vita dei bagnolesi e sull’intera città. La cornice dell’iniziativa era però molto più ampia e trasversale, al punto da indagare quali connessioni vi siano tra il livello locale, il genocidio che sta avvenendo nella Striscia di Gaza e l’attuale configurazione geopolitica mondiale. In particolare, le realtà che hanno ispirato e attraversato l’iniziativa – Comitato No Coppa America, Mare Libero, Assemblea antimilitarista, Comitato pace e disarmo, BDS Napoli e Salerno, Sanabel per Gaza e altre – hanno evidenziato che, spesso, ciò che ci viene presentato come un’opportunità di sviluppo per i nostri territori non lo è: se questo sviluppo è basato su logiche di profitto, e non sui bisogni delle persone, non serve alla giustizia sociale e ambientale. Anzi, tale paradigma macroeconomico rappresenta il terreno su cui possono avvenire le più aberranti speculazioni e generare insanabili sperequazioni. Quella che, leggendo il titolo, poteva sembrare una forzatura è stata invece immediatamente presentata per ciò che è: una connessione necessaria. Tra le progettazioni calate dall’alto sulla nostra costa, come l’America’s Cup, con una logica – denunciano i comitati – da “mani sulla città”, e ciò che sta avvenendo nel mondo, c’è un filo rosso nemmeno così sottile: il modello economico a cui si rifanno i poteri forti per realizzare i propri interessi, a discapito del bene comune. Per usare il termine giusto: il neoliberismo. Dagli anni ’70 in poi, come sappiamo, nel condannare gli inconvenienti pratici dell’intervento dello Stato, ritenuto spesso inefficace e incline a degenerare in limitazioni alla libertà d’impresa, alcuni economisti hanno teorizzato questa corrente filosofica e tanti sono i governi, per lo più occidentali, che l’hanno seguita. Celebre la frase di Margaret Thatcher secondo cui la società non esiste, ma esistono solo gli individui. In questo sistema, i mercati finanziari e i monopoli di capitale la fanno da padroni: anche se i teorici del neoliberismo, in una prima fase, avevano condannato le grandi imprese per violazioni della libera concorrenza, è proprio alla concentrazione di enormi ricchezze nelle mani di pochi che, alla vigilia della terza decade del terzo millennio, siamo arrivati. Il legame fra le speculazioni che avvengono sul piano territoriale e quello globale appare nettamente evidente quando si analizzano i comportamenti delle multinazionali nel settore della logistica e della produzione di armamenti. Si è parlato, ad esempio, del caso MSC, nota per la sua importanza nel settore crocieristico ma che, invece, come si legge dal sito di BDS Italia, “Mediterranean Shipping Company S.A., meglio nota con la sigla MSC, oggi è la prima compagnia di gestione di linee cargo a livello mondiale. Movimenta annualmente 27 milioni di TEU (stima), ha più di 200.000 dipendenti, 675 uffici nel mondo, e trasporta merci su 300 rotte con 520 porti di scalo in 155 Paesi; con una flotta dalla capacità di 6.716.575 TEU, gestisce il 20,6% del mercato mondiale, seguita dalla Maersk con il 14,1%. MSC Italia è presente in 13 porti italiani, ha 16 uffici e circa 600 dipendenti”. Purtroppo, dietro tutto questo, sembrano esserci accuse avanzate dai media e dalle organizzazioni internazionali di complicità della MSC con il genocidio a Gaza. Fondata a Napoli nel 1970, per stessa ammissione di giornali israeliani, MSC sembra avere un coinvolgimento nella logistica di guerra negli ultimi anni: “Il gigante delle spedizioni MSC Cargo continua a consegnare in Israele nonostante la guerra. La società annuncia che non imporrà sovrapprezzi di guerra o spese di sosta”, notizia comparsa il 1 novembre 2023 sul quotidiano israeliano “The Jerusalem Post”, media notoriamente vicino al partito di governo Likud, il cui presidente è Benjamin Netanyahu. Altre fonti giornalistiche hanno inoltre reso noto che l’azienda sarebbe stata protagonista di una scalata al settore del trasporto marittimo israeliano, tentando di acquisire direttamente il controllo della compagnia di navigazione Zim. Notizia poi smentita, ma comunque conferma del fatto che, nello scenario della riorganizzazione del settore shipping mondiale, MSC non è per nulla distante da ciò che accade in Israele. A fronte di queste informazioni, MSC è stata inserita nella blacklist del movimento BDS, in cui figurano altri nomi, ad esempio ENI, l’azienda globale dell’energia, su cui Francesca Albanese ha condotto le sue indagini come relatrice speciale ONU per i Territori Palestinesi occupati. Il caso di specie che gli attivisti e le attiviste hanno portato all’attenzione della platea lunedì pomeriggio a Bagnoli è stato trattato come esempio di terreno su cui si possono compattare le lotte ambientali e sociali con la battaglia contro le violazioni dei diritti umani nel mondo. Una visione che potremmo chiamare internazionalista, poiché promuove l’intersezione fra le lotte per i diritti umani, in un’ottica di cooperazione tra gli abitanti del mondo, a partire dall’analisi delle esigenze concrete dei luoghi e delle persone che li abitano. Un’impostazione che, considerata la fase attuale in cui le necessità della gente comune sono sempre meno presenti nelle agende politiche dei governi, ci sentiamo ampiamente di condividere. In chiusura, si è parlato della bella iniziativa Sanabel per Gaza, progetto di sostegno alle persone con disabilità fisiche, sensoriali e intellettive e alle bambine e ai bambini con autismo e altre neurodivergenze nella Striscia di Gaza, a cui sarà il caso di dedicare un altro approfondimento. APPROFONDIMENTI E FONTI America’s Cup e Bagnoli America’s Cup a Napoli fino al 2029, affare da oltre un miliardo (la Repubblica): https://www.repubblica.it/sport/rubriche/spycalcio/2025/12/25/news/america_s_cup_a_napoli_fino_al_2029_un_affare_da_oltre_un_miliardo-425060199/ Comune di Napoli – documentazione ufficiale: https://www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/54365 America’s Cup e polemiche su Bagnoli (NSS Sports): https://www.nss-sports.com/it/lifestyle/43702/americas-cup-2027-napoli-polemiche-bagnoli Tutti i dubbi di Bagnoli sull’America’s Cup (il manifesto): https://ilmanifesto.it/tutti-i-dubbi-di-bagnoli-sullamericas-cup Rassegna critica su America’s Cup: https://www.google.com/search?q=america%27s+cup+critiche&ie=UTF-8&oe=UTF-8&hl=it-it&client=safari Neoliberismo Il neoliberismo – Storia contemporanea: https://it.wikipedia.org/wiki/Neoliberismo La società oltre il neoliberismo. Intervista a Giorgia Serughetti – Pandora Rivista: https://www.pandorarivista.it/articoli/la-societa-oltre-il-neoliberismo-intervista-a-giorgia-serughetti/ MSC, Israele e logistica di guerra https://www.jpost.com/israel-news/article-771157 MSC – sede Israele: https://www.msc.com/en/local-information/middle-east/israel ICE – settore shipping Israele: https://www.ice.it/it/news/notizie-dal-mondo/280342 MSC sfida Hapag-Lloyd e presenta un’offerta per acquisire Zim (ShipMag): https://www.shipmag.it/msc-sfida-hapag-lloyd-e-presenta-unofferta-per-acquisire-zim/ Sanabel per Gaza https://www.associazionesanabel.org/ Nives Monda
Fai qualcosa di concreto per la Palestina
Newsletter di BDS Italia,  , 30 dicembre 2025.   Dal 2022 Carrefour beneficia della colonizzazione di insediamento della Palestina e del sistema di apartheid imposto da Israele  Facendo accordi con società coinvolte (Electra Consumers Products e la sua filiale Yenot Bitan), Carrefour trae profitto dall’occupazione israeliana e viola il diritto internazionale. Le filiali israeliane di Carrefour forniscono pacchi dono ai soldati israeliani che stanno attuando il genocidio a Gaza, mentre fame e sete sono usate come armi contro i palestinesi. Ha inoltre all’attivo partnership con aziende israeliane che operano nell’ambito di analisi dati, intelligenza artificiale e cybersecurity, ritenute fondamentali per il controllo della popolazione palestinese. Sostenere l’economia degli insediamenti rafforza strutture che impediscono la fine dell’occupazione e contribuisce a perpetuare la privazione dei diritti fondamentali dei palestinesi. L’occupazione ha conseguenze devastanti sulla mobilità, sull’accesso alle risorse e sulla libertà economica della popolazione palestinese. Carrefour ha cessato le operazioni in diversi paesi mediorientali a causa del clima commerciale e delle pressioni di boicottaggio. E ora si prepara a lasciare anche l’Italia dopo la vendita di Carrefour Italia alla società NewPrinces Group.  Viste le gravi complicità del marchio, chiediamo al nuovo acquirente di rescindere al più presto ogni legame con Carrefour senza attendere i tre anni ipotizzati per la sostituzione delle insegne, in quanto queste complicità ci risultano essere in netto contrasto con il codice etico di NewPrinces Group. CARREFOUR: DALLA COMPLICITÀ ALL’AUTODISTRUZIONE. TRE ANNI DI CAMPAGNA. Insieme, in questi anni, abbiamo costruito una campagna di boicottagg che è stata molto più di un appello al consumo critico. È stato uno spazio di incontro, di organizzazione e di presa di parola collettiva alla quale hanno contribuito Ultima Generazione, Potere al Popolo!, Non Una Di Meno, Global Movement to Gaza, compagni e compagne dei sindacati di base e di altre realtà come Torino per Gaza, Bologna per la Palestina, il Vittoria a Milano, Ostiantifascita a Roma, Giovani Palestinesi a Bologna e tanti altri cittadini che si sono uniti alle nostre azioni. Abbiamo attraversato territori, intrecciato relazioni, portato il tema della complicità economica con il sistema di apartheid israeliano fuori dalle nicchie militanti e dentro il dibattito pubblico. Abbiamo informato, discusso, coinvolto nuove persone, rafforzato le reti esistenti e contribuito a rendere visibile una responsabilità spesso nascosta o normalizzata. Abbiamo praticato una forma di lotta dal basso, determinata e costante, che mette al centro la solidarietà con il popolo palestinese e il rifiuto di ogni complicità con colonialismo, occupazione e genocidio. Una lotta che si inserisce nel percorso più ampio del movimento BDS, fatto di pressione, consapevolezza e azione collettiva. Carrefour lascia l’Italia, ma la campagna BDS è globale e la denuncia continua. Continuiamo a boicottare, a organizzarci, a costruire alleanze e a lottare finché giustizia, libertà e autodeterminazione non saranno una realtà per la Palestina. PRENDI CONTATTO CON IL GRUPPO LOCALE PIÙ VICINO A TE: CONTATTI Rimani aggiornat*! Segui i nostri canali social Facebook, Instagram, Mastodon. https://bdsitalia.org/index.php/agisci/newsletter-bds-italia/mailid-199?key=66ys2Xtx&subid=974-ABaxC30vZYMLZS&tmpl=component
La solidarietà non è un reato – sugli arresti di Genova
Colpisce la notizia dei nuovi arresti in Italia di persone impegnate nella raccolta di fondi e nell’invio di aiuti umanitari destinati a Gaza e al popolo palestinese. Colpisce che parte dell’impianto accusatorio si fondi su documentazione prodotta dal governo di Israele , lo stesso governo che ha adottato misure legislative volte a criminalizzare l’azione umanitaria, colpendo deliberatamente chi, come l’Unrwa, opera a tutela della popolazione civile. Colpisce il fatto che l'Italia non solo non abbia messo in atto misure per contrastare il genocidio in Palestina, come richiesto dalla CIG, ma continui a cooperare con Israele e a legittimare dispositivi repressivi costruiti sulle fonti e sugli interessi di una potenza occupante accusata di genocidio. Il quadro complessivo è ormai evidente. Prima si bloccano i conti e gli aiuti umanitari, poi si criminalizza: * chi scende in piazza ed esercita il diritto di protesta e di sciopero * chi denuncia i crimini di uno stato genocida * chi tenta di fare arrivare aiuti Nella stessa direzione va il disegno di legge che, riprendendo la controversa definizione sull’antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), equipara la critica alle politiche dello Stato di Israele all’antisemitismo. L’obiettivo è chiaro: esportare in Europa il modello di repressione israeliano e spezzare la solidarietà crescente con il popolo palestinese. A questo tentativo occorre rispondere con fermezza, rendendo la solidarietà visibile, collettiva e non negoziabile. Difenderla oggi significa difendere i diritti umani, il diritto internazionale e la stessa possibilità di dissenso democratico. Per questo, per noi, tacere non è un’opzione.   BDS ITALIA
Dove nasce Gesù? Dove eri tu?
Corteo a Napoli nella notte di Natale: un Gesù Bambino avvolto in una kefiah per denunciare la tragedia di Gaza e interrogare le coscienze. Napoli, 24 dicembre 2025. Nelle nostre case va in scena una liturgia stanca e distratta. Un Natale per inerzia: luci accese, alberi perfetti, tavole imbandite, televisori che coprono il silenzio. Un rito consumato senza corpo e senza ferite. Eppure Gesù, oggi, non nasce lì. Nasce tra le macerie e il fango di Gaza. A Napoli pioveva. Una pioggia insistente, fredda, che entrava nelle scarpe e non chiedeva permesso. Pioveva come piove a Gaza: senza riparo, senza pausa, senza la possibilità di asciugarsi. Sotto quella pioggia, nel quartiere Vomero, un corteo ha attraversato via Scarlatti e via Luca Giordano. Non una rappresentazione, non un presepe vivente per addolcire le coscienze. Un gesto netto. Un atto politico e umano. Un Gesù Bambino avvolto in una kefiah è stato portato in strada dal Comitato Pace e Disarmo – Campania insieme a Alex Zanotelli. È il secondo anno che accade. Abbastanza per dire che, mentre tutto invita alla distrazione, qualcuno sceglie la fedeltà alla realtà. Gaza non è una metafora. È un luogo devastato: decine di migliaia di civili uccisi, ospedali distrutti, strutture sanitarie ridotte a ciò che resta dopo un bombardamento. Le ONG ostacolate, i soccorsi rallentati, la vita resa impraticabile. E mentre Gaza viene annientata, la Cisgiordania continua a essere erosa dall’espansione dei coloni, fino a lambire Betlemme. Betlemme, proprio Betlemme: il luogo in cui la tradizione cristiana colloca la nascita di un Dio che sceglie di venire al mondo come scarto, come povero, come corpo vulnerabile. Al corteo hanno partecipato la Comunità Palestinese, la Rete Sociale No Box, il Presidio di Pace IoCiSto, i Sanitari per Gaza e molte persone senza sigle, senza ruoli, senza protezioni. Persone che non hanno parlato di Gaza, ma hanno camminato per Gaza. I Sanitari hanno denunciato la condizione drammatica delle poche strutture ospedaliere ancora operative e l’atteggiamento ostativo di Israele verso chi tenta di portare aiuti umanitari. Padre Zanotelli ha letto un messaggio arrivato dalla Palestina: parole di gratitudine per la solidarietà italiana, ma soprattutto un appello a non fermarsi. Continuare con le campagne BDS. Sostenere azioni nonviolente come la Flotilla. Disinvestire dalle banche armate. Fare. Non limitarsi a commentare. Non rifugiarsi in una spiritualità che consola senza assumere responsabilità. Il cristianesimo, quello che non tranquillizza, nasce qui. Non nella sicurezza delle nostre case riscaldate, ma dove un bambino non ha una culla, dove una madre non può proteggere, dove un padre non può promettere il futuro. Il Vangelo non è decorativo: disturba. Non anestetizza: smaschera. Se Dio nasce sotto le bombe, allora la neutralità diventa una menzogna. Gravi e inquietanti i tentativi legislativi che in Italia cercano di equiparare antisionismo e antisemitismo. Confondere la critica politica con l’odio razziale non tutela nessuno: serve solo a spegnere le parole, a rendere impronunciabile l’ingiustizia. Questo corteo non cercava consenso. Interrompeva la corsa ai regali, la liturgia del consumo, la pace fittizia del “non mi riguarda”. E poneva una domanda che il Natale tenta disperatamente di evitare: Se Gesù nasce oggi tra le macerie, tu dove eri? Il corteo si è concluso con l’auspicio di rilanciare nuove iniziative per una Palestina finalmente libera. Ma la domanda resta aperta, inchiodata nelle nostre case illuminate e distratte. Dove nasce Gesù? E soprattutto: dove eri tu? Stefania De Giovanni
Ecco perché l’economia genocida di Israele è sull’orlo del baratro
In una recente intervista, pubblicata dalla rivista indipendente +972 Magazine, l’economista Shir Hever, che attualmente vive in Germania dopo aver rinunciato alla cittadinanza israeliana, descrive la profonda crisi economica dello stato di Israele e le ricadute in termini … Leggi tutto L'articolo Ecco perché l’economia genocida di Israele è sull’orlo del baratro sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Omar Barghouti parla dei 20 anni del BDS e del potere di un’azione collettiva
di Anwaar Ahmed ed Elias Ayoub,  United Edge, 12 dicembre 2025.   Intervista esclusiva a Omar Barghouti, cofondatore del movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) e vincitore del Premio Gandhi per la Pace 2017. GENOCIDIO IN PALESTINA Il contesto giuridico internazionale che circonda la situazione in Palestina è cambiato profondamente negli ultimi anni, con il crescente riconoscimento globale che le azioni di Israele violano i principi fondamentali del diritto internazionale. Nel gennaio 2024, la Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta delle Nazioni Unite ha riscontrato che Israele sta plausibilmente commettendo un genocidio a Gaza ai sensi della Convenzione sul Genocidio e ha ordinato misure provvisorie che impongono a tutti gli stati l’obbligo di impedire ulteriori atrocità. Più tardi nello stesso anno, la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che la presenza continuativa di Israele nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, è illegale. Questa decisione ha ribadito che Israele viola i diritti umani internazionali, il diritto umanitario e la Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di Tutte le Forme di Discriminazione Razziale. Queste sentenze hanno accelerato le richieste da parte degli organismi delle Nazioni Unite, degli esperti in materia di diritti umani e della società civile internazionale affinché gli stati interrompano ogni forma di cooperazione militare, economica, accademica e politica che contribuisca alle violazioni di Israele. Gli esperti delle Nazioni Unite hanno anche confermato che la fame a Gaza viene utilizzata come arma di guerra, descrivendola come un’altra manifestazione di crimini di massa. VENT’ANNI DI RESISTENZA NON VIOLENTA In questo contesto, il movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) è emerso come una delle risposte più influenti della società civile globale. Lanciato nel 2005 da un’ampia coalizione di attori della società civile palestinese, il BDS è un movimento non violento che prende a modello la lotta contro l’apartheid in Sudafrica. Chiede la fine dell’occupazione israeliana, il raggiungimento dell’uguaglianza per i cittadini palestinesi di Israele e il rispetto dei diritti dei rifugiati palestinesi. Il movimento è saldamente radicato nei diritti umani universali, si oppone categoricamente a tutte le forme di razzismo, compreso l’antisemitismo, e si concentra sulla complicità istituzionale piuttosto che sugli individui. La sua strategia enfatizza la pressione non violenta per porre fine ai sistemi di oppressione e raggiungere la giustizia e l’uguaglianza. Negli ultimi due decenni, il BDS ha influenzato in modo significativo il dibattito e l’azione a livello globale. Dal punto di vista politico, il movimento ha contribuito a un aumento del numero di stati – in Africa, Asia, America Latina e in alcune parti dell’Europa – che hanno pubblicamente ridotto i legami con Israele o sostenuto sanzioni mirate. Israele è ora sottoposto a un controllo senza precedenti nei forum internazionali e diversi paesi occidentali hanno iniziato a rivalutare la loro cooperazione militare ed economica con Israele. Dal punto di vista economico, Israele sta registrando un marcato calo nella fiducia degli investitori, con le grandi società che si ritirano dal mercato, le agenzie di rating che abbassano le sue prospettive e i fondi globali che disinvestono dalle aziende complici di violazioni dei diritti umani. Questa pressione reputazionale e finanziaria è stata descritta da alcuni economisti israeliani come una crisi crescente con implicazioni a lungo termine. L’influenza del movimento si estende a diversi settori. I sindacati che rappresentano decine di milioni di lavoratori in tutto il mondo hanno appoggiato i boicottaggi o intrapreso azioni dirette bloccando le spedizioni di armi. Le istituzioni culturali e migliaia di artisti hanno sospeso la cooperazione con entità israeliane, mentre le associazioni accademiche hanno appoggiato i boicottaggi delle istituzioni complici e le università hanno lanciato campagne di disinvestimento. Nello sport, squadre e associazioni nazionali di diverse regioni si sono ritirate dalle competizioni che coinvolgono Israele, aggiungendo pressione morale e simbolica. I movimenti studenteschi di tutto il mondo hanno rilanciato la mobilitazione di massa, contribuendo alle vittorie del disinvestimento e spingendo le università ad adottare politiche di investimento più etiche. Le organizzazioni religiose, comprese le reti cristiane globali, hanno abbracciato i principi del disinvestimento e sostenuto iniziative comunitarie contro l’apartheid. Anche le reti LGBTQIA+ e gli artisti hanno rifiutato le strategie di pinkwashing e si sono allineati alle richieste di responsabilità. A livello locale, centinaia di spazi comunitari si sono dichiarati zone libere dall’apartheid, integrando la solidarietà nelle loro pratiche di base. INTERVISTA CON OMAR BARGHOUTI In che modo il movimento BDS è riuscito ad avere così tanto successo nel contrastare i sistemi imperialisti e coloniali combattuti nella lotta palestinese e in che modo questo può fornire un modello per altre lotte e cause attuali e future? Come avete smascherato questi sistemi politici ed economici corrotti? OB: Ci sono diversi fattori che hanno contribuito a far sì che il movimento BDS raggiungesse questo livello di impatto nell’isolare il regime di colonialismo, apartheid e occupazione militare di Israele. Il BDS è guidato dalla più grande coalizione della società civile palestinese. Questo gli conferisce l’autorità morale di rappresentare il consenso palestinese quando parla con i partner e gli alleati solidali e quando fa campagna per porre fine alla complicità di stati, aziende e istituzioni. Come forma integrante della resistenza popolare palestinese e forma più importante di solidarietà internazionale con la lotta di liberazione palestinese, il BDS è un insieme di principi e di strumenti strategici. Uno dei fattori più importanti, forse, nella crescita impressionante dell’impatto del movimento è la sua capacità di mantenere un equilibrio perfetto tra principi etici ed efficacia strategica, o quello che chiamiamo, in breve, radicalismo strategico. In altre parole, le campagne BDS sono non violente, antirazziste, basate su principi, strategiche e orientate agli obiettivi, e aderiscono ai principi operativi del movimento: sensibilità al contesto, gradualità e sostenibilità. Un altro fattore chiave è il successo del movimento nel trasformare il significato stesso di solidarietà internazionale, ponendo al centro il dovere etico e giuridico di porre fine alla complicità. Il BDS prende di mira la complicità, non l’identità. Prende di mira le istituzioni, non gli individui. Comprende, tra l’altro, boicottaggi economici, finanziari, accademici, culturali e sportivi; embarghi militari e di sicurezza; il disinvestimento e l’esclusione dai contratti delle società e delle banche complici dei crimini di guerra, dei crimini contro l’umanità e ora del genocidio commessi da Israele; nonché sanzioni mirate e legittime, tra cui la pressione sui governi, gli enti locali, gli organismi regionali, ecc. affinché adempiano ai loro obblighi ai sensi del diritto internazionale ponendo fine a ogni complicità con il regime di oppressione di Israele. La teoria del cambiamento del BDS ruota attorno alla costruzione del potere dal basso verso l’alto per influenzare il cambiamento politico. Il diritto internazionale e i principi etici, dopo tutto, sono condizioni necessarie ma purtroppo insufficienti per ottenere giustizia ed emancipazione dalla sottomissione coloniale, come i palestinesi sanno da decenni. Solo un maggiore potere popolare, un potere dal basso, incanalato in particolare verso boicottaggi efficaci e strategici, disinvestimenti e sanzioni legali, può costringere l’asse genocida USA – Israele a fermare il genocidio e può contribuire in ultima analisi allo smantellamento del regime di apartheid coloniale di Israele. Di fronte al genocidio di Israele, reso possibile dall’Occidente, ed esercitando la nostra autorità morale, noi del movimento BDS abbiamo imparato a incanalare con perseveranza il nostro dolore e la nostra rabbia in un’energia strategica e basata sui principi per porre fine al genocidio di Israele, smantellare il suo regime di colonialismo e apartheid e assicurare alla giustizia i responsabili e i loro complici. I palestinesi non si fanno illusioni, però, che la giustizia ci sarà garantita dalla Corte Internazionale di Giustizia o dall’ONU. Abbiamo dalla nostra parte il diritto internazionale e l’autorità morale, in quanto popolo indigeno che resiste a un sistema di oppressione depravato e genocida per ottenere i propri diritti. L’etica e il diritto sono necessari in ogni lotta di liberazione, ma non sono mai sufficienti. Per resistere e smantellare un sistema di oppressione, gli oppressi hanno inevitabilmente bisogno anche di potere: il potere del popolo, il potere efficace della solidarietà, il potere della base, il potere della coalizione intersezionale, il potere dei media, il potere culturale, tra le altre forme. Il mutato panorama politico, sociale ed economico globale, che comprende la contrazione degli spazi civici e la regressione di alcune libertà per proteggere Israele da parte di molti governi, ha introdotto molte sfide al movimento BDS. Come state affrontando queste sfide? OB: Come recentemente rivelato in un rapporto investigativo pubblicato su The Nation, solo negli Stati Uniti Israele e i suoi gruppi di pressione hanno stanziato circa 900 milioni di dollari per combattere il BDS in un periodo di pochi anni. Infatti, Israele, una potenza nucleare armata fino ai denti dagli Stati Uniti, dalla Germania e da altre potenze coloniali, dal 2014 ha designato il movimento non violento BDS come una “minaccia strategica” e, successivamente, come una “minaccia esistenziale” al suo regime di oppressione. Sebbene abbia mobilitato ingenti risorse finanziarie, di intelligence, legali, propagandistiche e diplomatiche nella sua guerra contro il BDS, Israele ha fallito miseramente nel tentativo di rallentare il nostro movimento, grazie alla resilienza, alla creatività e al radicalismo strategico di milioni di sostenitori, sostenitrici e organizzatori del BDS in tutto il mondo. Non è facile combattere un movimento che gode del consenso della comunità oppressa, sostiene la resistenza non violenta basata sui principi universali del diritto internazionale e dei diritti umani, rifiuta tutte le forme di razzismo in modo moralmente coerente e, cosa fondamentale, è molto capace ad elaborare strategie efficaci e basate su principi per costruire il potere popolare e sfidare tutte le forme di complicità nel regime di oppressione coloniale di Israele. Negli ultimi due decenni, il movimento BDS ha costruito una vasta rete mondiale, sostenuta da sindacati, coalizioni di agricoltori e movimenti per la giustizia razziale, sociale, di genere e climatica, che insieme rappresentano decine di milioni di persone in tutto il mondo. Come vede la mobilitazione globale delle persone a favore della lotta palestinese, in particolare nei paesi occidentali? Pensa che si possa fare di più e in che modo? OB: Lo sciopero nazionale del 22 settembre in Italia, organizzato dai sindacati dei lavoratori portuali e dai loro alleati contro il genocidio di Israele e la complicità in esso dell’Italia, è stato un esempio brillante e molto stimolante di cosa significhi una forte solidarietà. Questo sciopero nazionale senza precedenti in solidarietà con la lotta di liberazione palestinese sta servendo da esempio per le mobilitazioni di solidarietà in altri paesi, come dimostra lo sciopero nazionale indetto recentemente in Spagna dai sindacati locali. Tutto questo e le massicce vittorie del BDS a livello globale sono ottimi risultati, ma non sono ancora sufficienti per porre fine a ogni complicità nel genocidio perpetrato da Israele e nel regime di apartheid coloniale che lo sostiene. Dobbiamo costruire più potere popolare, coalizioni intersezionali più ampie, adottare tattiche più efficaci, ecc. per costringere i governi ad adottare un embargo militare, un embargo completo, compresi i beni a duplice uso e il transito di forniture militari verso Israele; embarghi energetici; sanzioni commerciali e finanziarie; sanzioni accademiche, culturali e sportive; espulsione di Israele dall’ONU, dalla FIFA, dalle Olimpiadi, dall’Eurovision, ecc. Israele deve essere ritenuto responsabile del suo genocidio, dell’apartheid e dell’occupazione militare in corso, proprio come lo fu un tempo il Sudafrica dell’apartheid. In che modo United Edge e la sua variegata gamma di attivisti possono sostenere un movimento come il BDS? OB: Gli organizzatori in qualsiasi ambito sanno bene come dimostrare una solidarietà efficace e basata sui principi. I palestinesi non stanno implorando il mondo di fare beneficenza; chiediamo una solidarietà significativa. Ma prima di entrambe le cose, chiediamo la fine della complicità, di non causare danni. Porre fine alla complicità in gravi violazioni dei diritti umani è un dovere, non una scelta discrezionale. Come ha dimostrato la lotta che ha abolito l’apartheid in Sudafrica, porre fine alla complicità dello stato, delle aziende e delle istituzioni nel sistema di oppressione israeliano, soprattutto attraverso le tattiche non violente del BDS, è la forma più efficace di solidarietà. In questo momento così buio, il BDS aiuta a decolonizzare le nostre menti dall’impotenza e dalla disperazione con cui Israele e i suoi partner coloniali hanno cercato incessantemente di colonizzarle. Il modo migliore per porre fine alla complicità di una determinata rete o istituzione è quello indicato dagli organizzatori che operano in quel contesto sulla base di principi. GIUSTIZIA PIÙ CHE CARITÀ ATTRAVERSO L’AZIONE COLLETTIVA Dopo vent’anni di BDS, le riflessioni di Barghouti vanno al cuore di ciò su cui i movimenti per la giustizia in tutto il mondo insistono da decenni: i sistemi di oppressione non si riformano da soli, ma vengono smantellati dall’azione collettiva fondata su principi, coraggio e solidarietà. I vent’anni di storia del movimento BDS incarnano ciò che molti nel mondo umanitario e dello sviluppo stanno solo ora cominciando a articolare: solo un cambiamento profondo del sistema, e non ulteriori aiuti, potrà invertire la tendenza dell’oppressione, della distruzione e della sofferenza. La storia del BDS è in definitiva la storia di persone che rivendicano la propria autonomia, affrontano i sistemi piuttosto che i sintomi e dimostrano che quando le comunità rifiutano di partecipare all’oppressione, anche le strutture più radicate iniziano a muoversi. Ma è anche un invito all’azione per continuare a far crescere le reti di solidarietà, per continuare a lavorare sempre attraverso la lente della giustizia e per non dimenticare mai che il cambiamento diventa possibile ovunque le persone comuni scelgano di unirsi in un’azione collettiva. Omar Barghoutiè un difensore dei diritti umani palestinese, co-fondatore del movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) e voce globale di spicco per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza del popolo palestinese. È riconosciuto a livello internazionale per la sua attività di advocacy basata sulla resistenza non violenta e sul diritto internazionale, e il suo lavoro è stato premiato con numerosi riconoscimenti, tra cui il Gandhi Peace Award. Barghouti scrive e tiene conferenze sui diritti umani, la decolonizzazione e la responsabilità etica, contribuendo al dibattito accademico e pubblico sulla giustizia in Palestina e oltre. Anwaar Ahmed, ex banchiere d’investimento presso Morgan Stanley, applica la sua esperienza di vita e le sue competenze allo sviluppo sociale e a progetti umanitari volti alla giustizia, alla libertà e all’uguaglianza in tutto il mondo attraverso il percorso del Karma Yoga. Attualmente risiede a Roma, dove è membro attivo del movimento BDS e di Assopace Palestina, nonché membro del Justice Collective di United Edge. Elias Ayoubè membro del Justice Collective di United Edge, esperto professionista dello sviluppo e dirigente. È un appassionato sostenitore dei diritti dei bambini e dei giovani, un professionista lungimirante ed esperto di scala e innovazione. Attualmente, Elias lavora a stretto contatto con le comunità locali, sia libanesi che palestinesi, attraverso approcci basati sulla giustizia e sui diritti per amplificare le voci locali e promuovere l’attivismo sia a livello micro che macro. https://www.unitededge.net/post/omar-barghouti-on-20-years-of-bds-and-the-power-of-collective-action Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
[2025-11-13] L’ industria della guerra @ Zazie nel metrò
L’ INDUSTRIA DELLA GUERRA Zazie nel metrò - Via Ettore Giovenale 16, Roma (giovedì, 13 novembre 19:30) Giovedì 13 Novembre ore 19.00 da Zazie nel Metrò L’ INDUSTRIA DELLA GUERRA. Palestina paradigma dell' economia di guerra, boicottaggio come pratica di lotta, disarmo come prospettiva globale. “ Se l'Europa vuole evitare la guerra, deve prepararsi alla guerra… questo è il momento della pace attraverso la forza.” Ursula von der Laie In questa serata parleremo dell’industria della guerra, del caso Leonardo S.p.A. e dei percorsi possibili per costruire un’opposizione al riarmo globale. Presenteremo il dossier di BDS_Italia  "Piovono euro sull’industria “necessaria” di Crosetto e Leonardo S.p.A. Le relazioni con Israele " con  Rossana De Simone, attivista antimilitarista, in collegamento online. Sarà partecipe alla discussione Marco Bersani con cui parleremo dell’ opposizione alla politica di reArmEurope. Oggi la forza militare, la guerra e la violenza sono diventate strumenti legittimati dalle democrazie stesse: un nuovo paradigma che consente alle potenze mondiali di agire al di fuori di qualsiasi vincolo del diritto internazionale. La militarizzazione si presenta come risposta universale a crisi economiche, energetiche, climatiche e migratorie, segnando una trasformazione profonda del modello geopolitico e industriale: dal tradizionale concetto di difesa a quello di sicurezza globale. In questo scenario di “no-peace”, l’industria bellica si sostituisce alla politica degli stati, prosperando e non contemplando alternative al conflitto. Ma ciò di cui abbiamo davvero bisogno non è prepararci a nuove guerre: è costruire un modello diverso di “sicurezza” - sociale, ecologica - per l’Europa e per il mondo intero.
[2025-11-06] Boicotta l’economia di guerra @ Zazie nel metrò
BOICOTTA L’ECONOMIA DI GUERRA Zazie nel metrò - Via Ettore Giovenale 16, Roma (giovedì, 6 novembre 19:00) Giovedì 6 Novembre ore 19.00 da Zazie nel Metrò BOICOTTA L’ECONOMIA DI GUERRA. Palestina paradigma dell' economia di guerra, boicottaggio come pratica di lotta, disarmo come prospettiva globale. “Il genocidio a Gaza non si è fermato perché è redditizio, è redditizio per troppe persone. È un affare”. Francesca Albanese In questa serata parleremo di Boicottaggio e Inchieste come pratica di Lotta. Ascolteremo le voci del Bds_Roma che ci racconteranno del Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni come strumenti per colpire le economie colonialiste e predatorie che partecipano, oggi come ieri, al genocidio palestinese. Insieme a lor@, il gruppo di lavorator@ di Cobas-Poste ci illustrerà una loro inchiesta che approfondisce il ruolo di PosteItaliane nella cosiddetta “economia del genocidio”: la partecipazione di PosteItaliane alla fondazione Med-Or di Leonardo s.p.a., i trasporti di merci dual-use da partedi Poste Air Cargo e gli investimenti di Fondoposte nell’ economia di guerra. 
Non stanchiamoci di testimoniare contro l’orrore senza fine
Mentre è ripreso il bombardamento su Gaza, mentre si allarga l’occupazione della Cisgiordania con le reiterate violenze di coloni e soldati, mentre si aggrava l’aggressione al Libano impedendo alla popolazione civile di tornare nei villaggi distrutti, mentre le restituzioni dei cadaveri mutilati e torturati dei prigionieri palestinesi in Israele provano le sevizie perpetrate a detenuti senza processo, continua in tutto il mondo il boicottaggio contro i prodotti israeliani e lo sciopero della fame a staffetta (ndR) Appello per la liberazione dei medici in ostaggio nei campi di concentramento israeliani Medici Senza Frontiere (Msf) ha chiesto il rilascio immediato e incondizionato del dottor Mohammed Obeid, chirurgo ortopedico che lavora con Msf dal 2018. Obeid è detenuto nelle carceri di Israele da ormai quasi un anno, senza alcun contatto con la sua famiglia o avvocati. È stato arrestato dalle forze di occupazione israeliane il 26 ottobre 2024, durante un’operazione militare all’ospedale Kamal Adwan, nel nord di Gaza, insieme ad altre 57 persone. “Chiediamo che i suoi diritti, la sua dignità e la sua libertà siano ripristinati senza ulteriori ritardi”, afferma la dottoressa Tejshri Shah, direttrice generale di Msf. Il direttore dell’ospedale Auda, nel nord della Striscia, dott. Ahmad Mouhanna, è stato liberato nello scambio di prigionieri. “Sono stato ostaggio nelle mani dell’esercito israeliano per un anno e 10 mesi. Ho subito torture e maltrattamenti. Eravamo detenuti in gabbie metalliche in pieno deserto, in condizioni climatiche difficili, d’estate e d’inverno, con le mani ammanettate dietro la schiena. Alcune celle di punizione erano di un metro cubo, non si poteva stare dentro in piedi. Molti ostaggi palestinesi sono morti sotto tortura. Contro di noi sanitari non c’erano accuse e non abbiamo subito processi, ma soltanto interrogatori. L’unica nostra colpa era quella di aver curato donne incinte e neonati. Gli ufficiali ci dicevano che a Gaza non nasceranno più bambini. Il loro intento è annientarci come esseri umani, ma la nostra volontà di vita è più forte del loro nazismo”. L’esercito israeliano ha deciso di rinnovare la detenzione del dott. Abu Safuya di altri 6 mesi, senza accusa e senza processo. L’unica sua colpa è di aver curato i bambini. Meriterebbe il premio Nobel, non di essere preso in ostaggio. I due medici palestinesi, il dott. Hussam Abu Safiya e il dott. Dott. Marwan el-Homs, non sono stati rilasciati nello scambio di prigionieri attuale. I due medici sono ostaggi nelle mani dell’esercito israeliano da diverso tempo. Il primo è stato rapito il 27 dicembre 2024 e il secondo, direttore degli ospedali da campo, rapito dal suo ospedale il 21 luglio 2025. ANBAMED
Genocidio palestinese e dissenso in Italia: le piazze per la Palestina sono scenario di repressione?
Dal boicottaggio dei consumi alle manifestazioni di piazza: cresce in Italia il movimento di solidarietà con il popolo palestinese, mentre si moltiplicano episodi di repressione e dibattiti sulla libertà di espressione. Nel nostro paese stiamo assistendo a imponenti manifestazioni contro l’occupazione israeliana e il genocidio palestinese, attraverso l’attraversamento fisico dello spazio pubblico (presidi di piazza e cortei nelle strade) e anche mediante altri strumenti, come il boicottaggio dei consumi e delle strutture considerate coinvolte nelle violazioni dei diritti umani. Il tema “Palestina” attraversa le nostre coscienze: a partire da un moto di empatia umana, le posizioni di tante e tanti diventano politiche, poiché non piangiamo solo le persone uccise e, soprattutto, i tanti bambini, ma iniziamo a reclamare giustizia per il popolo palestinese e rispetto del diritto internazionale. Il che, tradotto in parole semplici, significa condannare l’intero progetto sionista e le azioni atroci che gli organi governativi che oggi lo portano avanti stanno perpetrando ai danni del popolo palestinese. Forse non sempre si è consapevoli di questo, ma è di questo che si tratta: quando scendiamo in piazza per la Palestina oppure acquistiamo Gaza Cola invece di Coca-Cola, lo facciamo per condannare il genocidio ma anche, necessariamente, per combatterne i presupposti. Vi è un nesso storico tra ciò che è accaduto cento anni fa con l’insediamento dei primi coloni attraverso il “primo aliyah”, “il primo ritorno”, cioè l’immigrazione dei primi coloni sionisti che avvenne tra il 1882 e il 1903, portando migliaia di ebrei in Palestina, e ciò che accade oggi con il colonialismo di insediamento iniziato nel 1948 in Cisgiordania, che ha portato sempre più persone a comprimersi dentro lo spazio della Striscia di Gaza per sfuggire all’apartheid e alla violenta sottrazione delle terre e del diritto di abitarle in modo dignitoso e sicuro. Senza infilarci in complicate ricostruzioni storiche, salta all’occhio che il fulcro della questione sia sempre la terra: la terra dei padri ma, soprattutto, la terra dei figli e per i figli. Il sionismo getta le basi per un’economia giorno dopo giorno sempre più fiorente, fuori e dentro Israele, e sempre più strettamente legata, purtroppo, anche alle operazioni militari. Uno sviluppo basato su un modello di investimento neoliberale, che ha consentito alle aziende israeliane di diventare dei colossi mondiali in alcuni settori; un esempio eclatante è il caso di TEVA, azienda farmaceutica che più volte ha dimostrato di non attenersi ad alcuna regola di controllo sulla produzione dei farmaci né sul divieto di fare cartello per imporre i propri prodotti al mercato. Il suo profilo etico (per quanto dichiarino i suoi siti ufficiali) è ampiamente compromesso dalle sanzioni dell’Unione Europea, che nell’ottobre del 2024 l’ha multata per 462 milioni di euro per concorrenza sleale e abuso di posizione dominante. Inoltre, di recente, la multinazionale sembra essere coinvolta, insieme ad altre realtà, in gravissime azioni contrarie al codice etico sanitario: “Rapporti inquietanti suggeriscono che il Ministero della Salute israeliano avrebbe permesso a grandi aziende farmaceutiche nazionali di testare prodotti sui prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Questa affermazione, fatta dalla professoressa Nadera Shalhoub-Kevorkian e da Mohammad Baraka, capo dell’Alto Comitato di Follow-up per gli Arabi in Israele, solleva serie preoccupazioni etiche. Nel 1997, l’ex politica israeliana Dalia Itzik riferì che oltre 5.000 test erano stati eseguiti su questi prigionieri. Inoltre, storicamente, le autorità israeliane restituiscono sempre con grande ritardo i corpi dei prigionieri deceduti e questo alimenterebbe i sospetti di sperimentazioni mediche.” Fonte: BDS Italia. TEVA, ancora, effettua forniture dirette all’esercito israeliano e finanzia campagne di immagine a sostegno delle azioni belliche a Gaza. Per tutti questi motivi, BDS, il movimento globale per i diritti del popolo palestinese, è attivo da vari anni con una campagna massiva contro TEVA. A tal proposito è bene precisare cosa dice BDS: il boicottaggio combatte la complicità, non l’appartenenza. Può sembrare una precisazione banale, ma è meglio non dare spazio ad equivoci. È necessario farlo perché il terreno si fa sempre più scivoloso. In Italia, il 6 agosto scorso, è stato presentato un disegno di legge (S.1627, cosiddetto disegno di legge “Gasparri”) che si ispira, con molta approssimazione, alla definizione di antisemitismo adottata dalla “International Holocaust Remembrance Alliance” il 26 maggio 2016: “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto.” Ma l’aspetto innovativo portato nella proposta è un salto, quasi un volo pindarico, di associazione dell’antisemitismo all’antisionismo, nesso che (ci correggano i giuristi) non esiste nel testo della definizione adottata da IHRA. Le domande sono tante. Chi scrive immagina che, tra le persone giuste che attraversano le comunità ebraiche europee e tra le componenti sane della società israeliana, vi sia ampio dibattito per capire come la definizione dell’IHRA possa e debba essere aggiornata alla luce delle recenti accuse mosse dalla Corte Penale di Giustizia e degli avvenimenti storici. Lo testimonia il fatto che il noto storico israeliano Ilan Pappé ha pubblicato un libro che si chiama La fine di Israele e che delinea proprio come la spaccatura interna rispetto al progetto sionista sarà la motivazione del suo annientamento. I fatti sembrano confermare questa visione dello studioso, che forse, ad alcuni, era potuta sembrare poco fondata poiché proiettata in un futuro troppo lontano. È di oggi la notizia della presenza in piazza a Gerusalemme di “una massiccia protesta che ha scosso la città, con la partecipazione di circa duecentomila ebrei ultraortodossi che hanno protestato contro la leva obbligatoria nell’esercito israeliano. Lo riporta il quotidiano Ynet, sottolineando il grande impatto della protesta che ha coinvolto una fetta significativa della comunità haredi locale. La manifestazione, denominata la ‘Marcia di un milione di uomini’, ha purtroppo registrato un tragico incidente: la morte di un ragazzo di 15 anni.” Altro quesito: è necessario un rafforzamento dei dispositivi di legge che puniscono l’antisemitismo nel nostro paese, in tutte le sue forme? Sì, certamente. Purtroppo, la scarsa o distorta conoscenza dei fatti storici porta tutt’oggi ancora troppe persone ad avere una percezione strisciante degli ebrei, considerati, nel pensiero di molti, come entità lobbistica. È ovvio che tale percezione, come tutte le azioni da essa generate, vada contrastata duramente. Ma allo stesso modo, se vogliamo restare in una posizione di correttezza etica e di efficacia giuridica, sono necessarie condanne di tutti i tipi di razzismo ben radicati nel nostro paese: vale per il razzismo anti-nero, l’antiziganismo, l’islamofobia, il razzismo antipalestinese, per tutti i giudizi negativi preconcetti basati su stereotipi riguardo a un gruppo etnico o razziale. Se la vediamo da questa prospettiva, individuando nell’antisionismo, d’emblée, una moderna manifestazione di antisemitismo, il progetto di legge pare promuovere una criminalizzazione del dissenso contro Israele, colpendo anche chi protesta per il riconoscimento dei diritti dei palestinesi e per l’affermazione della giustizia internazionale. È così? C’è chi, nel mondo dei giuristi democratici, solleva dubbi di incostituzionalità qualora la proposta venisse approvata dalle Camere. E ancora, la proposta si alimenta della deriva reazionaria che una sempre più poderosa parte della società civile sta denunciando, con particolare riguardo al modo con cui le forze dell’ordine agiscono nei confronti degli attivisti e delle attiviste per la Palestina? Fatto sta che, in tutta la penisola, da Milano a Torino, poi a Roma e infine a Napoli, si sono registrati episodi di violenza delle forze dell’ordine contro gli attivisti. Nel capoluogo partenopeo, in particolare, a seguito di una contestazione alla presenza di TEVA alla fiera PharmaExpò alla Mostra d’Oltremare, ci sono stati tre arresti. Dalle ricostruzioni della dinamica, effettuate grazie ai tanti video condivisi da parte di persone presenti, anche non direttamente coinvolte nella protesta, vi sarebbe stato un accanimento di alcuni agenti della Polizia e della Guardia di Finanza, che hanno accerchiato un gruppetto di venti attivisti che si stavano pacificamente avviando all’uscita dalla Mostra, dopo aver aperto uno striscione, minacciandoli e malmenandoli. Dopo tre giorni di detenzione, i fermi sono stati annullati senza che venisse convalidata la richiesta di arresti domiciliari mossa dal PM: solo obbligo di firma per gli attivisti, secondo il GIP. Una mitigazione della pena dovuta all’accertamento degli eventi che presenta una verità più vicina alla versione dei manifestanti che a quella della Questura? I fatti andranno accertati nelle sedi opportune. È però lecita una domanda: c’è reale possibilità di manifestare per una causa giusta come l’immediata sospensione della pulizia etnica dei palestinesi? Oppure, quando si toccano obiettivi sensibili economici (quelli che, tra l’altro, ha individuato la rapporteur delle Nazioni Unite per il popolo palestinese, Francesca Albanese, nei suoi due ultimi rapporti come base per le complicità con il genocidio “ongoing” da parte di imprese presenti in sessantatré Stati, tra cui l’Italia), si rischia di impattare con forme di repressione? * Storia degli insediamenti israeliani in Palestina – Vatican News * Colonialismo e apartheid in Israele – BDS Italia * Proteste in Israele: circa 200mila ultraortodossi in piazza, morto un ragazzo – Alanews * Disegno di legge S.1627 – Senato della Repubblica * DDL “antisemitismo”: il piano Gasparri tra università e propaganda – Domani * Napoli: fermi e abusi della polizia durante la protesta contro l’azienda israeliana TEVA – SiCobas * Scarcerati gli attivisti per la Palestina arrestati a Napoli – Rai News Campania * Rapporto ONU sul genocidio palestinese – Il Fatto Quotidiano   Nives Monda