Tag - Eni

Cagliari, 91 denunce: «Statevene a casa!»
Stato di polizia, dalla carta alla piazza:è reato manifestare per Gaza e contro il neofascismo “Durante un controllo di polizia non ha nessun diritto”. Questa frase si sente in un video girato dagli attivisti di Extinction Rebellion che, in occasione del Festival di Sanremo avevano organizzato una protesta contro alcuni degli sponsor della rassegna, non propriamente innocenti sulle questioni ecologiche.
February 26, 2026
La Bottega del Barbieri
La “re-pupplica” di Sanremo. E i suoi…
… e i suoi sponsor sporchi assai (tipo ENI). di Gianluca Cicinelli (*). A seguire due comunicati di Extincion Rebellion. Chi sta con la Repupplica e chi sta con la Repubblica Cari lettori e lettrici di Diogene, fatecelo sapere: voi state con la Repubblica o con la Repupplica? Perché ieri sera, nella dolce Italia delle canzonette – quella che almeno
February 25, 2026
La Bottega del Barbieri
Milano-Cortina: sport, petrolio, greenwashing
Articoli di Claudia Vago, Gianluca Cicinelli e Giovanni Caprio. Con molti link utili ripresi… dalla “bottega”. Milano Cortina 2026, i Giochi italiani “sostenibili”… ma ciò che si vende è “made in Bangladesh” (senza veri controlli). E quasi nessuno dice che la sostenibilità diventa marketing se ignora filiere, subappalti e diritti di chi produce il merchandising. di Claudia Vago (*) Foto:
February 11, 2026
La Bottega del Barbieri
Milano: voi Olimpiadi, noi Utopiadi
5-6-7-8 febbraio: quattro giorni di mobilitazioni e tre giorni di TAZ per riappropriarci della città pubblica, abbandonata, privatizzata, saccheggiata. (*) Con tre vignette “rubate” a Mauro Biani. E in coda un nostro link. 5/2: contestiamo l’arrivo della fiaccola olimpica a Milano 6/2: apertura delle Utopiadi e iniziative diffuse nel giorno della cerimonia di inaugurazione allo stadio Meazza 7/2: manifestazione nazionale
February 2, 2026
La Bottega del Barbieri
Cortina 26: meno ghiacciai ma arriva ICE
articoli di Luca Pisapia e di Gianni Gatti. L’appello di Utima Generazione. E «Oro Colato», il nuovo libro di Altreconomia. A seguire link.   Cortina 26: per le emissioni spariscono neve e ghiacciai Secondo una ricerca scientifica, Milano Cortina 2026 porterà alla perdita di 5,5 km² di neve e 34 milioni di tonnellate di ghiaccio. di Luca Pisapia (*) Milano
January 28, 2026
La Bottega del Barbieri
Vel-ENI: l’energia base dell’oppressione
di Gianni Gatti (*) L’energia è la punta del cono dell’oppressione sociale Le bambinate trumpiane ridicole (lo voglio, lo voglio fortissimamente ) se non avesse alle spalle un potere militare ed economico enorme e la spregiudicatezza ormai acclarata di volerlo usare dovrebbero essere oggetto di teatro del ridicolo a cui aggiungerei le mosse dell’Unione(?) Europea e a seguire le prese
January 23, 2026
La Bottega del Barbieri
Pillole di bancarotta n. 6
Le pillole di oggi di Alessandro Volpi sono molto trumpiane. Spaziano dall’oro e dal petrolio venezuelano sui quali gli USA si apprestano a mettere le mani, alla speculazione sui titoli delle aziende belliche statunitensi, al riarmo USA, alla demolizione del diritto internazionale ad opera del tycoon, agli attacchi alla Fed. Il tutto ad uso e consumo dei grandi fondi finanziari,
January 13, 2026
La Bottega del Barbieri
“ENI non prevede di essere coinvolta in attività nell’area nel futuro”: la multinazionale italiana rinuncia alle licenze di esplorazione in acque palestinesi?
Una vera breaking news, riportata dalla trasmissione RAI Report nel servizio “Chi prega per la guerra”, andato in onda domenica 14 dicembre su Rai3, e realizzato dalla giornalista Nancy Porsia. La risposta di ENI a Report, consultabile sulla pagina del programma, è tanto chiara quanto inattesa: “Eni non prevede di essere coinvolta in attività nell’area nel futuro”. Questa frase implicherebbe che ENI non ha intenzione di effettuare esplorazioni nelle acque palestinesi alla ricerca di gas e che, di conseguenza potrebbe uscire dal consorzio aggiudicatario delle licenze, composto anche da Dana Petroleum (società anglo-coreana) e Ratio Energies (società israeliana). O almeno, è quello che ci aspettiamo che ENI faccia a seguito di questa dichiarazione dirompente, frutto della pressione nazionale e internazionale sull’azienda legata all’assegnazione delle licenze di esplorazione delle acque antistanti Gaza a tre settimane dall’inizio del genocidio in Palestina. Il 29 ottobre 2023, infatti, un consorzio guidato da ENI si era aggiudicato sei nuove licenze di esplorazione di gas offshore nel mar Mediterraneo, il 62% delle quali, secondo il diritto internazionale, si trova all’interno della Zona economica esclusiva palestinese. A seguito di questa assegnazione illegittima, nel febbraio 2024 le organizzazioni palestinesi Al-Haq, Al Mezan Center for Human Rights e Palestinian Centre for Human Rights avevano inviato una diffida a ENI affinché desistesse “dall’intraprendere qualsiasi attività nelle aree della ‘Zona G’ che ricadono nelle aree marittime dello Stato di Palestina”, sottolineando che tali attività costituirebbero una chiara violazione del diritto internazionale. In Italia la notizia aveva generato una discreta eco, tanto da mobilitare i parlamentari di Alleanza Verdi e Sinistra e del Movimento 5 Stelle a interrogare in più occasioni il ministero degli Esteri, che si era limitato a riportare la posizione dell’azienda: “da quanto riferisce ENI il contratto è ancora in via di finalizzazione e il consorzio non ha titolarità sull’area, né sono in corso operazioni che avrebbero comunque natura esplorativa. Non è al momento in corso alcuno sfruttamento di risorse”. La medesima risposta era arrivata agli azionisti critici del Cane a sei zampe in occasione delle assemblee degli azionisti del 2024 e del 2025. Nel frattempo le mobilitazioni di piazza in Italia denunciavano a gran voce il genocidio del popolo palestinese e gli interessi delle aziende italiane tramite la fornitura di armi ed energia all’occupazione israeliana, riportati con dovizia di dati dal lavoro di inchiesta e analisi di Altreconomia e della Special Rapporteur ONU Francesca Albanese. Presentando il suo rapporto sull’economia del genocidio durante il Rumore Festival di Fanpage dell’ottobre 2025, Francesca Albanese aveva fatto nomi e cognomi, denunciando come il silenzio dei governi di fronte al genocidio fosse motivato dal voler proteggere le tante aziende  che hanno un ruolo attivo in Palestina. Due gli esempi italiani menzionati da Albanese: Leonardo ed ENI. Insomma, mentre secondo ENI sul versante palestinese era tutto fermo , le manovre più corpose con Israele avvenivano a un’altra latitudine, attraverso l’accordo di fusione tra la controllata ENI UK e la britannica Ithaca Energy, allora per l’89% di proprietà dell’israeliana Delek Group, nella lista nera dell’ONU per il supporto agli insediamenti illegali e l’uso commerciale delle risorse naturali palestinesi. A poche settimane dalla notizia, nel luglio 2024, ReCommon aveva denunciato pubblicamente l’accordo e lanciato una petizione per chiedere a ENI di interromperlo. La petizione aveva raccolto migliaia di firme e l’adesione di molte realtà della società civile italiana. “La risposta di ENI al servizio di Report di domenica 14 dicembre (la stessa che l’azienda ha dato nella richiesta di rettifica alla nostra newsletter del 10 ottobre 2025 “Tutti gli occhi su Gaza, allarghiamo lo sguardo”) è un goffo tentativo di spostare la responsabilità di questo accordo sulla sua controllata, ENI UK, come se le due non avessero una stretta relazione. Come per ogni accordo di fusione, ENI deve eseguire un processo di due diligence, cioè quell’analisi approfondita che un’azienda compie prima di finalizzare accordi, per raccogliere e analizzare tutte le informazioni rilevanti (finanziarie, legali, fiscali, operative) sulla controparte, al fine di valutare rischi, opportunità e il reale valore dell’operazione. E la due diligence riguarda, ovviamente, anche il rispetto dei diritti umani da parte della controparte, controllata da Delek Group. ENI ci fa sapere che “in accordo con le policy interne, si impegna al rispetto dei diritti umani” e sappiamo dal suo Codice Etico che “nello sviluppo sia delle proprie attività di impresa internazionale sia di quelle in partecipazione con i partner, ENI e le sue controllate si ispirano alla tutela e alla promozione dei diritti umani”. Cristallizziamo queste informazioni e riteniamole la bussola che guida l’azione dell’azienda. Chiediamoci allora: ENI ha svolto un processo di due diligence sui diritti umani prima dell’accordo di fusione con Ithaca Energy, allora controllata all’89% da Delek Group? Quali sono state le risultanze di questa valutazione? Queste domande restano aperte e ci aspettiamo che l’azienda chiarisca e riveda la sua posizione sull’accordo con Ithaca Energy e quindi con Delek Group, azienda che continua a foraggiare il genocidio ancora in corso. Nel frattempo ci permettiamo di celebrare la rinuncia alle attività esplorative nelle acque palestinesi come una vittoria collettiva. Un piccolo grande passo alla volta.
December 18, 2025
ReCommon
Calenzano: da hub fossile a hub green? La transizione ecologica non parte con Eni
Il deposito Eni di Calenzano era un hub di combustibili fossili tra i più importanti d’Italia: con una capacità di stoccaggio di 160 mila tonnellate, l’impianto accoglieva i prodotti raffinati presso lo stabilimento di Stagno (Livorno) prima dello smistamento in tutto il territorio nazionale ed era classificato ad “alto rischio di incidente rilevante” secondo la direttiva Seveso. Un anno fa, il 9 dicembre 2024, al deposito Eni di Calenzano persero la vita in un’esplosione cinque lavoratori, altri 28 rimasero feriti. Già dopo le prime indagini risultò che l’esplosione avvenne durante un’attività di manutenzione, mentre il carico e scarico delle autobotti andava avanti senza interruzione, contravvenendo alle relative disposizioni di sicurezza che invece prescrivono la non concomitanza delle due attività. Secondo una perizia tecnica, il blocco del carico delle autobotti per un turno della giornata del 9 dicembre avrebbe comportato una perdita di 255mila euro di introiti: è lo 0,005% degli utili netti di Eni del 2024 (5 miliardi di euro), una cifra risibile per un’azienda con questo fatturato, ma che a cinque persone è costata la vita. Non esiste nessun prezzo alla vita umana, eppure la barbarie del capitale quotidianamente lo impone e con quello fa i suoi calcoli. In seguito all’accaduto, Eni commissionò alla ditta appaltatrice dell’impianto la redazione di un documento tecnico: poiché secondo la procura questo avrebbe potuto insabbiare le indagini, occultando o rendendo indisponibili delle prove, venne disposto un incidente probatorio. A distanza di un anno sono 10 gli indagati, di cui sette manager di Eni e due intercettati telefonicamente rispetto al “tenersi puliti” ed “evitarsi rogne” in seguito al dramma del 9 dicembre. L’inchiesta per omicidio plurimo, disastro e lesioni colpose non si è ancora chiusa. Ancora una volta sarà dura avere verità e giustizia per quello che non è degno definire “incidente”, quanto “inaccettabile normalità”, strutturale (e prevedibile) conseguenza di una filiera fossile che è mortifera dall’inizio alla fine: dall’estrazione alla raffinazione allo stoccaggio al consumo. Eni si è impegnata a versare al Comune di Calenzano un risarcimento volontario di 6,5 milioni di euro, «a prescindere dall’esito del procedimento giudiziario». E d’altra parte, Eni e i suoi dirigenti vantano precedenti importanti di assoluzione in processi anche più grossi, come quello per il giacimento OPL245 in Nigeria – solo per citarne uno: il “processo del secolo” (come fu chiamato nel 2020), per l’entità della tangente di cui Eni era accusata e per il danno ambientale, ecologico, umano verificatosi in centro Africa. Casi come OPL245 ci parlano di uno “Stato parallelo” transnazionale, in cui l’agibilità di multinazionali come Eni è totale, con criteri di anticorruzione estremamente discrezionali e lassi e con la possibilità concreta di indirizzare processi politici e giudiziari esteri e italiani. > Non è quindi infondata la preoccupazione che, ancora una volta, anche a > Calenzano, il cane a sei zampe ecocida proverà a tingersi di verde e a > uscirne, non solo impunito in tribunale, ma addirittura benefattore presso > l’opinione pubblica. Infatti, per far dimenticare a un territorio in lutto il “ciavvelEni” (la denuncia tante volte risuonata nelle piazze dell’attivismo climatico del 2019), si è optato per la conversione del deposito di Calenzano a parco fotovoltaico: da hub fossile a hub “green”, con una produzione di energia elettrica di 20 Mwp (Megawatt di picco) risultante dall’installazione di circa 60mila pannelli. Il 5% del valore totale dell’energia prodotta da questo primo impianto verrà ceduto al Comune e un altro impianto di 1 Mwp verrà costruito e gestito a spese di Eni per l’alimentazione di un’area sportiva comunale. Entusiaste le dichiarazioni del sindaco di Calenzano, Carovani «Un balzo decisivo verso un futuro sostenibile sulla strada della decarbonizzazione», e del presidente della Regione, Giani: «Questo accordo rappresenta un esempio concreto e positivo di come la Toscana stia accelerando sulla transizione energetica, trasformando un sito del passato in una risorsa per il futuro». Ma non è solo una questione di numeri, quanto di sostanza politica. Quale sarà la ricaduta occupazionale e di soddisfacimento energetico per il territorio? Che possibilità ci sarà per il pubblico di supervisionare la riconversione del sito e determinare le scelte produttive future? Stiamo facendo veramente un “balzo in avanti”, come sostiene il sindaco di Calenzano, o piuttosto un gattopardiano business as usual spennellato di verde? Perché al netto dell’energia distribuita localmente, Eni continuerà a fare profitti d’oro, anche dai parchi fotovoltaici come quello che sorgerà a Calenzano, ma soprattutto dagli investimenti in combustibili fossili, la cui estrazione e lavorazione è prevista in aumento per il prossimo triennio: altro che transizione alle rinnovabili, il gas rappresenterà ancora il 60% del portafoglio aziendale di quella che rimane una delle oil companies più inquinanti al mondo, con responsabilità climatiche tra le più gravi storicamente e che le hanno valso la causa intentata coraggiosamente da ReCommon e Greenpeace (“La Giusta Causa”). > Anche tralasciando il fatto che il cane a sei zampe rimane una compagnia > fossile e anche volendoci concentrare sulla (minima) porzione non-fossile di > energia nel suo piano triennale, finché la produzione e la distribuzione > resteranno accentrate in mano a big players e soggette a enormi margini di > profitto privato, nessuna democrazia energetica avrà possibilità di > svilupparsi. Similmente nessuna giustizia sociale potrà darsi perpetrando la nostra dipendenza da una multinazionale implicata in disastri ambientali dalla Val d’Agri al Niger, nonché nel genocidio palestinese tramite accordi commerciali con Israele. Infatti, assieme a Dana Petroleum, BP, SOCAR, NewMed, a pochi giorni di distanza dal 7 ottobre 2023, Eni ha acquisito da Israele per alcuni milioni di dollari permessi di esplorazione in Zone Economiche Esclusive palestinesi, in esplicita violazione del diritto internazionale, in connivenza con il colonialismo energetico israeliano e in economico sostegno all’escalation del genocidio. Infine, ma non per importanza, come si fa a non chiedersi da dove verranno i pannelli installati in questo gigantesco hub? La filiera del fotovoltaico è costellata di crimini ambientali ed estrattivismo feroce nel Sud Globale, con cui le materie prime vengono accaparrate a basso costo dal Nord Globale, mentre la caparbietà dell’occidente di difendere gli investimenti delle aziende fossili ha di fatto lasciato alla Cina il monopolio nella produzione di pannelli. E la politica industriale italiana si disinteressa totalmente di questo, non esiste alcuna direttrice se non la conversione industriale bellica. C’è chi si pone in Italia oggi seriamente il problema di una produzione di pannelli fotovoltaici secondo filiera etica, a servizio della transizione ecologica dal basso: sono gli operai della ex-GKN di Campi Bisenzio, licenziati quattro anni e mezzo fa, in assemblea permanente dal 9 luglio 2021, in lotta da allora per difendere uno stabilimento dalla speculazione immobiliare e per tornare a lavoro in maniera dignitosa. > Come si fa a progettare campi fotovoltaici nella piana fiorentina senza > nemmeno considerare la vertenza operaia più lunga della storia di Italia a > letteralmente 2 km in linea d’aria dall’ecomostro di Eni da convertire? Vertenza, quella della ex-GKN, che ha fatto proprio della produzione, installazione e riciclo di pannelli fotovoltaici il core del piano di reindustrializzazione, rivolto a comunità energetiche rinnovabili e solidali su tutto il territorio nazionale e non solo. Questo piano, frutto di tre anni di lavoro, con quattro due diligence tecniche e finanziarie superate, era già pronto a partire nell’ottobre 2024, quando ancora l’esplosione del deposito Eni non era avvenuta. Urge che quelle stesse istituzioni locali e regionali, così solerti a approvare la conversione del deposito incriminato, così zelanti a parole di voler transitare a energie rinnovabili, si scrollino dall’assoluto immobilismo in cui stagnano da mesi e finalmente permettano all’alternativa (quella vera) di esistere con la riapertura di ex-GKN. In quattro anni e mezzo di vertenza, ogni risultato istituzionale è stato ottenuto solo grazie alla lotta e malgrado le istituzioni stesse. La legge regionale per facilitare la costituzione di consorzi industriali pubblici esiste perché è stata scritta da operai e solidali; è arrivata in consiglio regionale solo dopo mobilitazioni, cortei, accampata in Regione, sciopero della fame ed è stata approvata il giorno della vigilia di Natale dello scorso anno a tarda notte dopo ore di ostruzionismo della destra che hanno reso necessario un presidio del Collettivo di Fabbrica e brigata sonora sotto la sede del consiglio. Da allora ci sono voluti sei mesi perché questo consorzio venisse solo costituito (luglio 2025) e da altri sei mesi stiamo aspettando che tale consorzio compia il piccolo semplice gesto per cui è nato: rilevare lo stabilimento di Campi Bisenzio e metterlo a servizio della reindustrializzazione. I rinvii, i silenzi, i tavoli saltati, hanno logorato questa lotta per troppo tempo e per chi ha messo in gioco tutto, di tempo non ce n’è più. La conversione a fotovoltaico del deposito Eni sarebbe, di per sé, una notizia più positiva di altre, ma allo stesso tempo è l’ennesima conferma di quanto la transizione ecologica sia sistematicamente boicottata quando parte dal basso e strumentalizzata dall’alto quando pare un’utile copertura. di Luca Mangiacotti Riaprire una fabbrica, ricreando lavoro utile, buono, sano e giusto, a servizio della transizione ecologica dal basso invece che del riarmo e della guerra è un esempio che il sistema oggi vuole affossare. E allo stesso tempo, noi tuttə non possiamo permetterci di rinunciarvi. La ex-GKN è ancora «un faro di speranza», come ha detto Greta Thunberg, per tutto il movimento ecologista, sociale, operaio, ed è quindi una responsabilità collettiva continuare a sostenere questa lotta per la giustizia climatica e sociale. Ad oggi, dicembre 2025, il Collettivo di Fabbrica lancia una nuova campagna di crowdfunding con l’obbiettivo di raccogliere due milioni di euro: questa è la cifra che improvvisamente questa estate è venuta a mancare con il defilarsi di un finanziatore a “impatto sociale” dal piano industriale. Per reagire al sabotaggio e all’immobilismo, il Collettivo di Fabbrica ha deciso di usare il “metodo flotilla nell’economia”: mettere in mare le navi, grandi e piccole, senza chiedere il permesso e partire, con parte del progetto o con tutto. L’appello è quello di sostenere la campagna, diffonderla il più possibile. Per dare uno “schiaffo al sistema” con un’azione contro il riarmo, per salvare Gff – GKN For Future, la cooperativa nata che da nome anche al piano – per dimostrare che loro sono il nulla e che noi insieme, ancora una volta, possiamo essere tutto. La foto di copertina è tratta dalla pagina FB del Collettivo di Fabbrica Gkn SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Calenzano: da hub fossile a hub green? La transizione ecologica non parte con Eni proviene da DINAMOpress.
December 16, 2025
DINAMOpress
Mozambico: gas ed ENI, tutte le incognite di Coral North FLNG
pubblicato su Nigrizia.it Il progetto di ENI in Mozambico denominato Coral North FLNG sembra essere infine a una svolta: il Cane a sei zampe e i suoi quattro partner sono arrivati alla Final investment decision (FID) o decisione finale di investimento, in pratica lo schema finanziario per la costruzione dell’infrastruttura e il passaggio che segna l’avvio dell’iniziativa. Coral North FLNG consiste in una piattaforma galleggiante progettata per l’estrazione e la liquefazione del gas al largo delle coste di Cabo Delgado, la provincia più settentrionale del Mozambico. La zona è teatro da ormai otto anni di un conflitto fra l’esercito di Maputo e milizie che si dichiarano affiliate allo Stato islamico.  È di fatto la copia di Coral South FLNG, che è invece attiva ed esporta gas fossile (GNL) da fine 2022. Le due piattaforme, qualora anche la seconda vedesse la luce, finirebbero per distare solo 10 chilometri. CRONACA DI UN RITARDO  È dallo scorso gennaio che si parla della realizzazione della FID per Coral North FLNG, che a inizio di quest’anno sembrava cosa fatta. E invece fino a questo momento c’era stata solo una litania di rinvii e smentite.  Senza la FID, banche e agenzie di credito all’export come l’italiana SACE non possono di fatto valutare se sostenere o meno con i loro soldi un grande progetto infrastrutturale. Questo ritardo di circa dieci mesi aveva spinto gli esperti del settore a dubitare del fatto che lo schema finanziario potesse vedere la luce entro il 2025.  Le ragioni alla base del ritardo accumulato sono molteplici, a partire dall’instabilità socio-politica del Mozambico. Tra il 9 ottobre 2024 e la primavera del 2025, il paese ha attraversato la fase più complessa degli ultimi anni. La crisi istituzionale innescatasi dopo le elezioni presidenziali di ottobre – che hanno visto la vittoria di Daniel Chapo, candidato del partito FRELIMO che guida il Mozambico da 50 anni – sembra rientrata, ma le tensioni con le forze di opposizione rischiano di sfociare in nuovi episodi di repressione da parte delle forze armate, dopo che i precedenti sono costati la vita a centinaia di persone.  Un elemento dirimente – ma rimasto fin troppo sotto traccia a queste latitudini – riguarda poi il potenziale contributo dell’industria fossile al tessuto economico del Paese africano. Già a dicembre dello scorso anno l’organizzazione della società civile mozambicana Centro de Integridade Publica (CIP) denunciava presunte pressioni che ENI avrebbe esercitato sul governo uscente d Filipe Nyusi per eliminare due clausole rilevanti per l’economia mozambicana dal contratto di sfruttamento del gas di Coral North FLNG: il versamento dell’imposta sulla produzione sotto forma di risorse naturali come il gas, anziché in denaro; il maggiore impiego di manodopera, beni e servizi locali per la realizzazione del progetto. Se il Cane a sei zampe ha respinto con forza queste accuse, sia la Confederazione delle associazioni economiche del Mozambico (CTA) che lo stesso governo Chapo ne hanno fatto terreno di scontro: segno che, se non di pressioni, si trattasse comunque di forti divergenze. Uno scontro da cui il CTA e il governo mozambicano sembrano uscire momentaneamente vittoriosi. LA QUESTIONE DEL FLARING Ci sono poi i potenziali impatti ambientali e climatici associati a Coral North FLNG. Dall’analisi dei dati pubblici e delle immagini satellitari esaminati da ReCommon e dai suoi consulenti a marzo 2025, il progetto gemello Coral South FLNG si è reso protagonista di numerosi fenomeni di flaring dall’inizio della sua attività nel 2022, non adeguatamente riportati da ENI. Il flaring consiste nella pratica di bruciare in torcia il gas in eccesso estratto insieme ad altri idrocarburi, che ha impatti rilevanti sul clima, l’ambiente e – in prossimità di centri abitati – sulle persone.  Durante l’assemblea degli azionisti del 14 maggio 2025, ENI ha affermato che nel periodo «dal 24 gennaio 2024 al 4 maggio 2025, sono avvenuti solo 9 episodi di riavvio dell’impianto (decisamente migliore rispetto al benchmark per impianti similari). In questi episodi è stata bruciata solo la quantità strettamente necessaria a garantire la sicurezza delle persone e degli impianti, come previsto progettualmente». Nove riavvii degli impianti non sono pochi, e non è chiaro quali siano i parametri utilizzati da ENI. Quello che è certo è che, secondo i dati della Banca Mondiale, nel 2024 Coral South FLNG ha bruciato in torcia 71 milioni di metri cubi di gas, che si traducono in 184.600 tonnellate di CO2e (anidrida carbonica equivalente). In generale, le emissioni totali associate all’intera catena del valore dei due progetti durante i previsti 25 anni di operatività sarebbero pari a 1 miliardo di tonnellate di CO2e, cioè più di tre volte le emissioni dell’Italia nel solo 2023.  Se Coral North FLNG è il progetto gemello di Coral South FLNG, ciò significa che replicherà anche gli episodi di flaring o saranno apportati interventi correttivi? I potenziali sponsor finanziari del progetto – agenzie di credito all’esportazione e banche commerciali – sono al corrente di questa situazione? La FID per Coral North FLNG è stata annunciata ufficialmente solo il 2 ottobre 2025. Tuttavia la costruzione delle componenti della piattaforma galleggiante procede spedita da mesi, anche senza uno schema finanziario di riferimento. Ciò significa che, rispetto a Coral South FLNG, ENI aumenterà la quota di capitale sborsata di tasca propria e cercherà meno soldi a debito sul mercato? Una mossa, questa, alquanto inusuale e che si porterebbe dietro potenziali rischi economico-finanziari. Il progressivo sfilarsi dal progetto di diverse banche europee che avevano invece finanziato Coral South FLNG, sicuramente non aiuta. L’INCOGNITA SACE Sul fronte italiano bisogna considerare anche un altro fattore. Se, come probabile, ENI richiedesse il supporto finanziario dell’assicuratore pubblico SACE, ci si troverebbe dinanzi a un potenziale conflitto di interessi, dal momento che le due società “condividono” un membro all’interno dei rispettivi consigli di amministrazione. Come si muoverà SACE, che ha appena passato un turbolento periodo di riassetto interno? Quali saranno le reazioni della politica e degli organi di controllo della contabilità pubblica? Di sicuro, per quanto la FID sia stata firmata, non risulta ancora alcun coinvolgimento diretto né di agenzie di credito all’esportazione né di banche commerciali. Ne consegue che il finanziamento vero e proprio dell’opera non avverrà prima di novembre 2025, a essere generosi. Solo una rigorosa due diligence sociale, ambientale ed economica può fare in modo che il gas fossile di ENI non arrivi di soppiatto a divorare l’ennesimo boccone del Mozambico.
October 7, 2025
ReCommon