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Pillole di bancarotta n. 6
Le pillole di oggi di Alessandro Volpi sono molto trumpiane. Spaziano dall’oro e dal petrolio venezuelano sui quali gli USA si apprestano a mettere le mani, alla speculazione sui titoli delle aziende belliche statunitensi, al riarmo USA, alla demolizione del diritto internazionale ad opera del tycoon, agli attacchi alla Fed. Il tutto ad uso e consumo dei grandi fondi finanziari,
“ENI non prevede di essere coinvolta in attività nell’area nel futuro”: la multinazionale italiana rinuncia alle licenze di esplorazione in acque palestinesi?
Una vera breaking news, riportata dalla trasmissione RAI Report nel servizio “Chi prega per la guerra”, andato in onda domenica 14 dicembre su Rai3, e realizzato dalla giornalista Nancy Porsia. La risposta di ENI a Report, consultabile sulla pagina del programma, è tanto chiara quanto inattesa: “Eni non prevede di essere coinvolta in attività nell’area nel futuro”. Questa frase implicherebbe che ENI non ha intenzione di effettuare esplorazioni nelle acque palestinesi alla ricerca di gas e che, di conseguenza potrebbe uscire dal consorzio aggiudicatario delle licenze, composto anche da Dana Petroleum (società anglo-coreana) e Ratio Energies (società israeliana). O almeno, è quello che ci aspettiamo che ENI faccia a seguito di questa dichiarazione dirompente, frutto della pressione nazionale e internazionale sull’azienda legata all’assegnazione delle licenze di esplorazione delle acque antistanti Gaza a tre settimane dall’inizio del genocidio in Palestina. Il 29 ottobre 2023, infatti, un consorzio guidato da ENI si era aggiudicato sei nuove licenze di esplorazione di gas offshore nel mar Mediterraneo, il 62% delle quali, secondo il diritto internazionale, si trova all’interno della Zona economica esclusiva palestinese. A seguito di questa assegnazione illegittima, nel febbraio 2024 le organizzazioni palestinesi Al-Haq, Al Mezan Center for Human Rights e Palestinian Centre for Human Rights avevano inviato una diffida a ENI affinché desistesse “dall’intraprendere qualsiasi attività nelle aree della ‘Zona G’ che ricadono nelle aree marittime dello Stato di Palestina”, sottolineando che tali attività costituirebbero una chiara violazione del diritto internazionale. In Italia la notizia aveva generato una discreta eco, tanto da mobilitare i parlamentari di Alleanza Verdi e Sinistra e del Movimento 5 Stelle a interrogare in più occasioni il ministero degli Esteri, che si era limitato a riportare la posizione dell’azienda: “da quanto riferisce ENI il contratto è ancora in via di finalizzazione e il consorzio non ha titolarità sull’area, né sono in corso operazioni che avrebbero comunque natura esplorativa. Non è al momento in corso alcuno sfruttamento di risorse”. La medesima risposta era arrivata agli azionisti critici del Cane a sei zampe in occasione delle assemblee degli azionisti del 2024 e del 2025. Nel frattempo le mobilitazioni di piazza in Italia denunciavano a gran voce il genocidio del popolo palestinese e gli interessi delle aziende italiane tramite la fornitura di armi ed energia all’occupazione israeliana, riportati con dovizia di dati dal lavoro di inchiesta e analisi di Altreconomia e della Special Rapporteur ONU Francesca Albanese. Presentando il suo rapporto sull’economia del genocidio durante il Rumore Festival di Fanpage dell’ottobre 2025, Francesca Albanese aveva fatto nomi e cognomi, denunciando come il silenzio dei governi di fronte al genocidio fosse motivato dal voler proteggere le tante aziende  che hanno un ruolo attivo in Palestina. Due gli esempi italiani menzionati da Albanese: Leonardo ed ENI. Insomma, mentre secondo ENI sul versante palestinese era tutto fermo , le manovre più corpose con Israele avvenivano a un’altra latitudine, attraverso l’accordo di fusione tra la controllata ENI UK e la britannica Ithaca Energy, allora per l’89% di proprietà dell’israeliana Delek Group, nella lista nera dell’ONU per il supporto agli insediamenti illegali e l’uso commerciale delle risorse naturali palestinesi. A poche settimane dalla notizia, nel luglio 2024, ReCommon aveva denunciato pubblicamente l’accordo e lanciato una petizione per chiedere a ENI di interromperlo. La petizione aveva raccolto migliaia di firme e l’adesione di molte realtà della società civile italiana. “La risposta di ENI al servizio di Report di domenica 14 dicembre (la stessa che l’azienda ha dato nella richiesta di rettifica alla nostra newsletter del 10 ottobre 2025 “Tutti gli occhi su Gaza, allarghiamo lo sguardo”) è un goffo tentativo di spostare la responsabilità di questo accordo sulla sua controllata, ENI UK, come se le due non avessero una stretta relazione. Come per ogni accordo di fusione, ENI deve eseguire un processo di due diligence, cioè quell’analisi approfondita che un’azienda compie prima di finalizzare accordi, per raccogliere e analizzare tutte le informazioni rilevanti (finanziarie, legali, fiscali, operative) sulla controparte, al fine di valutare rischi, opportunità e il reale valore dell’operazione. E la due diligence riguarda, ovviamente, anche il rispetto dei diritti umani da parte della controparte, controllata da Delek Group. ENI ci fa sapere che “in accordo con le policy interne, si impegna al rispetto dei diritti umani” e sappiamo dal suo Codice Etico che “nello sviluppo sia delle proprie attività di impresa internazionale sia di quelle in partecipazione con i partner, ENI e le sue controllate si ispirano alla tutela e alla promozione dei diritti umani”. Cristallizziamo queste informazioni e riteniamole la bussola che guida l’azione dell’azienda. Chiediamoci allora: ENI ha svolto un processo di due diligence sui diritti umani prima dell’accordo di fusione con Ithaca Energy, allora controllata all’89% da Delek Group? Quali sono state le risultanze di questa valutazione? Queste domande restano aperte e ci aspettiamo che l’azienda chiarisca e riveda la sua posizione sull’accordo con Ithaca Energy e quindi con Delek Group, azienda che continua a foraggiare il genocidio ancora in corso. Nel frattempo ci permettiamo di celebrare la rinuncia alle attività esplorative nelle acque palestinesi come una vittoria collettiva. Un piccolo grande passo alla volta.
Calenzano: da hub fossile a hub green? La transizione ecologica non parte con Eni
Il deposito Eni di Calenzano era un hub di combustibili fossili tra i più importanti d’Italia: con una capacità di stoccaggio di 160 mila tonnellate, l’impianto accoglieva i prodotti raffinati presso lo stabilimento di Stagno (Livorno) prima dello smistamento in tutto il territorio nazionale ed era classificato ad “alto rischio di incidente rilevante” secondo la direttiva Seveso. Un anno fa, il 9 dicembre 2024, al deposito Eni di Calenzano persero la vita in un’esplosione cinque lavoratori, altri 28 rimasero feriti. Già dopo le prime indagini risultò che l’esplosione avvenne durante un’attività di manutenzione, mentre il carico e scarico delle autobotti andava avanti senza interruzione, contravvenendo alle relative disposizioni di sicurezza che invece prescrivono la non concomitanza delle due attività. Secondo una perizia tecnica, il blocco del carico delle autobotti per un turno della giornata del 9 dicembre avrebbe comportato una perdita di 255mila euro di introiti: è lo 0,005% degli utili netti di Eni del 2024 (5 miliardi di euro), una cifra risibile per un’azienda con questo fatturato, ma che a cinque persone è costata la vita. Non esiste nessun prezzo alla vita umana, eppure la barbarie del capitale quotidianamente lo impone e con quello fa i suoi calcoli. In seguito all’accaduto, Eni commissionò alla ditta appaltatrice dell’impianto la redazione di un documento tecnico: poiché secondo la procura questo avrebbe potuto insabbiare le indagini, occultando o rendendo indisponibili delle prove, venne disposto un incidente probatorio. A distanza di un anno sono 10 gli indagati, di cui sette manager di Eni e due intercettati telefonicamente rispetto al “tenersi puliti” ed “evitarsi rogne” in seguito al dramma del 9 dicembre. L’inchiesta per omicidio plurimo, disastro e lesioni colpose non si è ancora chiusa. Ancora una volta sarà dura avere verità e giustizia per quello che non è degno definire “incidente”, quanto “inaccettabile normalità”, strutturale (e prevedibile) conseguenza di una filiera fossile che è mortifera dall’inizio alla fine: dall’estrazione alla raffinazione allo stoccaggio al consumo. Eni si è impegnata a versare al Comune di Calenzano un risarcimento volontario di 6,5 milioni di euro, «a prescindere dall’esito del procedimento giudiziario». E d’altra parte, Eni e i suoi dirigenti vantano precedenti importanti di assoluzione in processi anche più grossi, come quello per il giacimento OPL245 in Nigeria – solo per citarne uno: il “processo del secolo” (come fu chiamato nel 2020), per l’entità della tangente di cui Eni era accusata e per il danno ambientale, ecologico, umano verificatosi in centro Africa. Casi come OPL245 ci parlano di uno “Stato parallelo” transnazionale, in cui l’agibilità di multinazionali come Eni è totale, con criteri di anticorruzione estremamente discrezionali e lassi e con la possibilità concreta di indirizzare processi politici e giudiziari esteri e italiani. > Non è quindi infondata la preoccupazione che, ancora una volta, anche a > Calenzano, il cane a sei zampe ecocida proverà a tingersi di verde e a > uscirne, non solo impunito in tribunale, ma addirittura benefattore presso > l’opinione pubblica. Infatti, per far dimenticare a un territorio in lutto il “ciavvelEni” (la denuncia tante volte risuonata nelle piazze dell’attivismo climatico del 2019), si è optato per la conversione del deposito di Calenzano a parco fotovoltaico: da hub fossile a hub “green”, con una produzione di energia elettrica di 20 Mwp (Megawatt di picco) risultante dall’installazione di circa 60mila pannelli. Il 5% del valore totale dell’energia prodotta da questo primo impianto verrà ceduto al Comune e un altro impianto di 1 Mwp verrà costruito e gestito a spese di Eni per l’alimentazione di un’area sportiva comunale. Entusiaste le dichiarazioni del sindaco di Calenzano, Carovani «Un balzo decisivo verso un futuro sostenibile sulla strada della decarbonizzazione», e del presidente della Regione, Giani: «Questo accordo rappresenta un esempio concreto e positivo di come la Toscana stia accelerando sulla transizione energetica, trasformando un sito del passato in una risorsa per il futuro». Ma non è solo una questione di numeri, quanto di sostanza politica. Quale sarà la ricaduta occupazionale e di soddisfacimento energetico per il territorio? Che possibilità ci sarà per il pubblico di supervisionare la riconversione del sito e determinare le scelte produttive future? Stiamo facendo veramente un “balzo in avanti”, come sostiene il sindaco di Calenzano, o piuttosto un gattopardiano business as usual spennellato di verde? Perché al netto dell’energia distribuita localmente, Eni continuerà a fare profitti d’oro, anche dai parchi fotovoltaici come quello che sorgerà a Calenzano, ma soprattutto dagli investimenti in combustibili fossili, la cui estrazione e lavorazione è prevista in aumento per il prossimo triennio: altro che transizione alle rinnovabili, il gas rappresenterà ancora il 60% del portafoglio aziendale di quella che rimane una delle oil companies più inquinanti al mondo, con responsabilità climatiche tra le più gravi storicamente e che le hanno valso la causa intentata coraggiosamente da ReCommon e Greenpeace (“La Giusta Causa”). > Anche tralasciando il fatto che il cane a sei zampe rimane una compagnia > fossile e anche volendoci concentrare sulla (minima) porzione non-fossile di > energia nel suo piano triennale, finché la produzione e la distribuzione > resteranno accentrate in mano a big players e soggette a enormi margini di > profitto privato, nessuna democrazia energetica avrà possibilità di > svilupparsi. Similmente nessuna giustizia sociale potrà darsi perpetrando la nostra dipendenza da una multinazionale implicata in disastri ambientali dalla Val d’Agri al Niger, nonché nel genocidio palestinese tramite accordi commerciali con Israele. Infatti, assieme a Dana Petroleum, BP, SOCAR, NewMed, a pochi giorni di distanza dal 7 ottobre 2023, Eni ha acquisito da Israele per alcuni milioni di dollari permessi di esplorazione in Zone Economiche Esclusive palestinesi, in esplicita violazione del diritto internazionale, in connivenza con il colonialismo energetico israeliano e in economico sostegno all’escalation del genocidio. Infine, ma non per importanza, come si fa a non chiedersi da dove verranno i pannelli installati in questo gigantesco hub? La filiera del fotovoltaico è costellata di crimini ambientali ed estrattivismo feroce nel Sud Globale, con cui le materie prime vengono accaparrate a basso costo dal Nord Globale, mentre la caparbietà dell’occidente di difendere gli investimenti delle aziende fossili ha di fatto lasciato alla Cina il monopolio nella produzione di pannelli. E la politica industriale italiana si disinteressa totalmente di questo, non esiste alcuna direttrice se non la conversione industriale bellica. C’è chi si pone in Italia oggi seriamente il problema di una produzione di pannelli fotovoltaici secondo filiera etica, a servizio della transizione ecologica dal basso: sono gli operai della ex-GKN di Campi Bisenzio, licenziati quattro anni e mezzo fa, in assemblea permanente dal 9 luglio 2021, in lotta da allora per difendere uno stabilimento dalla speculazione immobiliare e per tornare a lavoro in maniera dignitosa. > Come si fa a progettare campi fotovoltaici nella piana fiorentina senza > nemmeno considerare la vertenza operaia più lunga della storia di Italia a > letteralmente 2 km in linea d’aria dall’ecomostro di Eni da convertire? Vertenza, quella della ex-GKN, che ha fatto proprio della produzione, installazione e riciclo di pannelli fotovoltaici il core del piano di reindustrializzazione, rivolto a comunità energetiche rinnovabili e solidali su tutto il territorio nazionale e non solo. Questo piano, frutto di tre anni di lavoro, con quattro due diligence tecniche e finanziarie superate, era già pronto a partire nell’ottobre 2024, quando ancora l’esplosione del deposito Eni non era avvenuta. Urge che quelle stesse istituzioni locali e regionali, così solerti a approvare la conversione del deposito incriminato, così zelanti a parole di voler transitare a energie rinnovabili, si scrollino dall’assoluto immobilismo in cui stagnano da mesi e finalmente permettano all’alternativa (quella vera) di esistere con la riapertura di ex-GKN. In quattro anni e mezzo di vertenza, ogni risultato istituzionale è stato ottenuto solo grazie alla lotta e malgrado le istituzioni stesse. La legge regionale per facilitare la costituzione di consorzi industriali pubblici esiste perché è stata scritta da operai e solidali; è arrivata in consiglio regionale solo dopo mobilitazioni, cortei, accampata in Regione, sciopero della fame ed è stata approvata il giorno della vigilia di Natale dello scorso anno a tarda notte dopo ore di ostruzionismo della destra che hanno reso necessario un presidio del Collettivo di Fabbrica e brigata sonora sotto la sede del consiglio. Da allora ci sono voluti sei mesi perché questo consorzio venisse solo costituito (luglio 2025) e da altri sei mesi stiamo aspettando che tale consorzio compia il piccolo semplice gesto per cui è nato: rilevare lo stabilimento di Campi Bisenzio e metterlo a servizio della reindustrializzazione. I rinvii, i silenzi, i tavoli saltati, hanno logorato questa lotta per troppo tempo e per chi ha messo in gioco tutto, di tempo non ce n’è più. La conversione a fotovoltaico del deposito Eni sarebbe, di per sé, una notizia più positiva di altre, ma allo stesso tempo è l’ennesima conferma di quanto la transizione ecologica sia sistematicamente boicottata quando parte dal basso e strumentalizzata dall’alto quando pare un’utile copertura. di Luca Mangiacotti Riaprire una fabbrica, ricreando lavoro utile, buono, sano e giusto, a servizio della transizione ecologica dal basso invece che del riarmo e della guerra è un esempio che il sistema oggi vuole affossare. E allo stesso tempo, noi tuttə non possiamo permetterci di rinunciarvi. La ex-GKN è ancora «un faro di speranza», come ha detto Greta Thunberg, per tutto il movimento ecologista, sociale, operaio, ed è quindi una responsabilità collettiva continuare a sostenere questa lotta per la giustizia climatica e sociale. Ad oggi, dicembre 2025, il Collettivo di Fabbrica lancia una nuova campagna di crowdfunding con l’obbiettivo di raccogliere due milioni di euro: questa è la cifra che improvvisamente questa estate è venuta a mancare con il defilarsi di un finanziatore a “impatto sociale” dal piano industriale. Per reagire al sabotaggio e all’immobilismo, il Collettivo di Fabbrica ha deciso di usare il “metodo flotilla nell’economia”: mettere in mare le navi, grandi e piccole, senza chiedere il permesso e partire, con parte del progetto o con tutto. L’appello è quello di sostenere la campagna, diffonderla il più possibile. Per dare uno “schiaffo al sistema” con un’azione contro il riarmo, per salvare Gff – GKN For Future, la cooperativa nata che da nome anche al piano – per dimostrare che loro sono il nulla e che noi insieme, ancora una volta, possiamo essere tutto. La foto di copertina è tratta dalla pagina FB del Collettivo di Fabbrica Gkn SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Calenzano: da hub fossile a hub green? La transizione ecologica non parte con Eni proviene da DINAMOpress.
Mozambico: gas ed ENI, tutte le incognite di Coral North FLNG
pubblicato su Nigrizia.it Il progetto di ENI in Mozambico denominato Coral North FLNG sembra essere infine a una svolta: il Cane a sei zampe e i suoi quattro partner sono arrivati alla Final investment decision (FID) o decisione finale di investimento, in pratica lo schema finanziario per la costruzione dell’infrastruttura e il passaggio che segna l’avvio dell’iniziativa. Coral North FLNG consiste in una piattaforma galleggiante progettata per l’estrazione e la liquefazione del gas al largo delle coste di Cabo Delgado, la provincia più settentrionale del Mozambico. La zona è teatro da ormai otto anni di un conflitto fra l’esercito di Maputo e milizie che si dichiarano affiliate allo Stato islamico.  È di fatto la copia di Coral South FLNG, che è invece attiva ed esporta gas fossile (GNL) da fine 2022. Le due piattaforme, qualora anche la seconda vedesse la luce, finirebbero per distare solo 10 chilometri. CRONACA DI UN RITARDO  È dallo scorso gennaio che si parla della realizzazione della FID per Coral North FLNG, che a inizio di quest’anno sembrava cosa fatta. E invece fino a questo momento c’era stata solo una litania di rinvii e smentite.  Senza la FID, banche e agenzie di credito all’export come l’italiana SACE non possono di fatto valutare se sostenere o meno con i loro soldi un grande progetto infrastrutturale. Questo ritardo di circa dieci mesi aveva spinto gli esperti del settore a dubitare del fatto che lo schema finanziario potesse vedere la luce entro il 2025.  Le ragioni alla base del ritardo accumulato sono molteplici, a partire dall’instabilità socio-politica del Mozambico. Tra il 9 ottobre 2024 e la primavera del 2025, il paese ha attraversato la fase più complessa degli ultimi anni. La crisi istituzionale innescatasi dopo le elezioni presidenziali di ottobre – che hanno visto la vittoria di Daniel Chapo, candidato del partito FRELIMO che guida il Mozambico da 50 anni – sembra rientrata, ma le tensioni con le forze di opposizione rischiano di sfociare in nuovi episodi di repressione da parte delle forze armate, dopo che i precedenti sono costati la vita a centinaia di persone.  Un elemento dirimente – ma rimasto fin troppo sotto traccia a queste latitudini – riguarda poi il potenziale contributo dell’industria fossile al tessuto economico del Paese africano. Già a dicembre dello scorso anno l’organizzazione della società civile mozambicana Centro de Integridade Publica (CIP) denunciava presunte pressioni che ENI avrebbe esercitato sul governo uscente d Filipe Nyusi per eliminare due clausole rilevanti per l’economia mozambicana dal contratto di sfruttamento del gas di Coral North FLNG: il versamento dell’imposta sulla produzione sotto forma di risorse naturali come il gas, anziché in denaro; il maggiore impiego di manodopera, beni e servizi locali per la realizzazione del progetto. Se il Cane a sei zampe ha respinto con forza queste accuse, sia la Confederazione delle associazioni economiche del Mozambico (CTA) che lo stesso governo Chapo ne hanno fatto terreno di scontro: segno che, se non di pressioni, si trattasse comunque di forti divergenze. Uno scontro da cui il CTA e il governo mozambicano sembrano uscire momentaneamente vittoriosi. LA QUESTIONE DEL FLARING Ci sono poi i potenziali impatti ambientali e climatici associati a Coral North FLNG. Dall’analisi dei dati pubblici e delle immagini satellitari esaminati da ReCommon e dai suoi consulenti a marzo 2025, il progetto gemello Coral South FLNG si è reso protagonista di numerosi fenomeni di flaring dall’inizio della sua attività nel 2022, non adeguatamente riportati da ENI. Il flaring consiste nella pratica di bruciare in torcia il gas in eccesso estratto insieme ad altri idrocarburi, che ha impatti rilevanti sul clima, l’ambiente e – in prossimità di centri abitati – sulle persone.  Durante l’assemblea degli azionisti del 14 maggio 2025, ENI ha affermato che nel periodo «dal 24 gennaio 2024 al 4 maggio 2025, sono avvenuti solo 9 episodi di riavvio dell’impianto (decisamente migliore rispetto al benchmark per impianti similari). In questi episodi è stata bruciata solo la quantità strettamente necessaria a garantire la sicurezza delle persone e degli impianti, come previsto progettualmente». Nove riavvii degli impianti non sono pochi, e non è chiaro quali siano i parametri utilizzati da ENI. Quello che è certo è che, secondo i dati della Banca Mondiale, nel 2024 Coral South FLNG ha bruciato in torcia 71 milioni di metri cubi di gas, che si traducono in 184.600 tonnellate di CO2e (anidrida carbonica equivalente). In generale, le emissioni totali associate all’intera catena del valore dei due progetti durante i previsti 25 anni di operatività sarebbero pari a 1 miliardo di tonnellate di CO2e, cioè più di tre volte le emissioni dell’Italia nel solo 2023.  Se Coral North FLNG è il progetto gemello di Coral South FLNG, ciò significa che replicherà anche gli episodi di flaring o saranno apportati interventi correttivi? I potenziali sponsor finanziari del progetto – agenzie di credito all’esportazione e banche commerciali – sono al corrente di questa situazione? La FID per Coral North FLNG è stata annunciata ufficialmente solo il 2 ottobre 2025. Tuttavia la costruzione delle componenti della piattaforma galleggiante procede spedita da mesi, anche senza uno schema finanziario di riferimento. Ciò significa che, rispetto a Coral South FLNG, ENI aumenterà la quota di capitale sborsata di tasca propria e cercherà meno soldi a debito sul mercato? Una mossa, questa, alquanto inusuale e che si porterebbe dietro potenziali rischi economico-finanziari. Il progressivo sfilarsi dal progetto di diverse banche europee che avevano invece finanziato Coral South FLNG, sicuramente non aiuta. L’INCOGNITA SACE Sul fronte italiano bisogna considerare anche un altro fattore. Se, come probabile, ENI richiedesse il supporto finanziario dell’assicuratore pubblico SACE, ci si troverebbe dinanzi a un potenziale conflitto di interessi, dal momento che le due società “condividono” un membro all’interno dei rispettivi consigli di amministrazione. Come si muoverà SACE, che ha appena passato un turbolento periodo di riassetto interno? Quali saranno le reazioni della politica e degli organi di controllo della contabilità pubblica? Di sicuro, per quanto la FID sia stata firmata, non risulta ancora alcun coinvolgimento diretto né di agenzie di credito all’esportazione né di banche commerciali. Ne consegue che il finanziamento vero e proprio dell’opera non avverrà prima di novembre 2025, a essere generosi. Solo una rigorosa due diligence sociale, ambientale ed economica può fare in modo che il gas fossile di ENI non arrivi di soppiatto a divorare l’ennesimo boccone del Mozambico.
Ci serve davvero il gas di Trump?
Il gas naturale liquefatto (GNL) è stato uno dei temi caldi dell’ultima campagna elettorale per le presidenziali statunitensi, dal momento che l’ex presidente Joe Biden aveva introdotto una moratoria sulle nuove approvazioni per la costruzione di terminal per l’export, mentre Donald Trump prometteva di promuovere una rapida espansione del settore. Sappiamo tutti come è andata a finire e anche come la complessa partita dei dazi, intavolata dall’inquilino della Casa Bianca, abbia compreso un passaggio molto rilevante sul GNL a stelle e strisce e sulla sua invasione dei mercati europei. Il governo Meloni, notoriamente molto amico dell’amministrazione Trump, non si è fatto trovare impreparato, potendo contare sull’entusiasta sostegno del campione nazionale. ENI, infatti, lo scorso luglio si è prodigata per firmare un contratto con la società americana Venture Global per l’acquisto di 2 milioni di tonnellate di gas l’anno per i prossimi 20 anni. Trump visita il terminal GNL di Cameron, 14 maggio, 2019 (Foto di Shealah Craighead, Official White House ), Pubblico Dominio. A partire dal 2022 l’Italia ha incrementato le proprie importazioni di GNL, utilizzando i terminali esistenti di Panigaglia, Adriatic LNG e OLT Toscana, e ampliando la capacità con l’entrata in funzione del nuovo FSRU di Piombino (maggio 2023) e, più recentemente, di Ravenna. Secondo ARERA, nel 2024 l’Italia ha importato circa 14,7 miliardi di metri cubi di GNL, pari a circa il 25 % delle importazioni complessive di gas. Le principali provenienze del GNL sono Qatar, Stati Uniti e Algeria, che insieme coprono circa il 95 % del totale. In questo contesto, le forniture statunitensi hanno assunto un ruolo crescente, fino a rappresentare oltre un terzo del GNL importato dall’Italia nel 2024. Prima di ENI, quindi, c’era già Snam, che gestisce gli impianti qui sopra citati ed agisce come ponte logistico e infrastrutturale che permette all’Italia di ricevere il GNL dagli USA. Non poteva mancare il sostegno finanziario a questo nuovo patto transatlantico basato sul gas: la più importante banca del nostro Paese, Intesa Sanpaolo, ha fiutato da qualche anno l’appetibilità economica del business del GNL, con finanziamenti e investimenti direttamente nelle principali compagnie sviluppatrici ed in mega terminal di esportazione. La banca ha sostenuto colossi come Cheniere Energy, Woodside, Venture Global e NextDecade, quest’ultima promotrice del terminal Rio Grande LNG in Texas, un progetto duramente criticato da comunità locali e ambientalisti per l’impatto su clima, salute e biodiversità. Ma tutto questo gas serve davvero? La capacità di esportazione di GNL esistente è già sufficiente per soddisfare la domanda futura con i terminali di esportazione in funzione. Con lo spropositato numero di proposte di espansione sul tavolo, gli esperti dell’Institute of Energy, Economics and Financial Analysis (IEEFA) prevedono un eccesso di offerta di GNL nei prossimi due anni, prima di quanto inizialmente stimato. IEEFA ritiene che i principali Paesi importatori di GNL ridurranno la domanda entro il 2030. Le importazioni di GNL in Europa sono diminuite del 20% dal 2021 e tre quarti dei terminal di importazione potrebbero essere inutilizzati entro il 2030. Ciò significa che gran parte delle infrastrutture rischierebbe di restare largamente sottoutilizzata. Eppure il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha recentemente firmato a Roma una dichiarazione congiunta con gli Stati Uniti per rafforzare la cooperazione energetica e incentivare l’import di GNL americano. Nell’accordo si parla esplicitamente di “favorire investimenti nelle infrastrutture di importazione e rigassificazione in Italia, nonché nelle infrastrutture di esportazione statunitensi”. Così facendo, il governo non solo ignora le analisi indipendenti sul rischio di forniture eccessive, ma espone il Paese a un doppio fallimento: da un lato l’aumento della dipendenza da combustibili fossili in contrasto con gli obiettivi climatici, dall’altro la possibilità concreta che le nuove infrastrutture diventino stranded assets, cioè investimenti inutilizzati che finiscono per gravare sui cittadini attraverso tariffe e sussidi. La gran parte dei terminal per l’esportazione di GNL, che negli Stati Uniti si sono moltiplicati rapidamente negli ultimi anni, sono concentrati nel Golfo del Messico, tra gli stati della Louisiana e del Texas, in zone che sono già state siti di industrie petrolchimiche e sono vulnerabili agli eventi estremi e che sono abitate prevalentemente da comunità afro-americane e a basso reddito. Delle sei mega infrastrutture già operative, 3 sono già in fase di ampliazione, altre 4 sono in costruzione, e nella regione sono state presentate oltre 20 proposte per nuovi terminal o espansioni di quelli presenti. Il ritorno di Trump, con la sua agenda pro-gas e pro-fossili, trasforma il GNL in un’arma geopolitica al servizio delle corporation industriali e finanziarie. Il governo della Meloni si accoda senza battere ciglio, firmando accordi con Washington proprio mentre la domanda europea crolla e gli analisti parlano apertamente di una bolla. Si ignorano i dati, si ignorano le comunità e si ignora la scienza, pur di rafforzare un sistema basato sui combustibili fossili che ci condanna a costi inutili e a infrastrutture destinate a restare vuote. E il prezzo non è solo finanziario: ogni nuovo terminale significa più emissioni climalteranti, più impatti devastanti sulle comunità locali e sugli ecosistemi già sotto pressione. Altro che sicurezza energetica: questa è una scommessa miope che rischia di lasciare solo macerie finanziarie, sociali ed ecologiche. Sei dei nuovi progetti sarebbero concentrati intorno ai due distretti di Calcasieu Parish e Cameron Parish. L’organizzazione statunitense RAN ha stimato che, fossero costruiti tutti, in un anno di operazioni potrebbero causare la morte prematura di 77 persone per la contaminazione locale prodotta. Aggraverebbero inoltre i danni alla salute per le persone residenti, la discriminazione ambientale, perdita delle economie locali, oltre a contribuire al cambio climatico. Preoccupazioni più che legittime, come conferma un grave incidente accaduto lo scorso agosto, presso il terminal Calcasieu Pass della Venture Global, il già menzionato partner del Cane a sei zampe. Durante un’operazione di dragaggio tonnellate di fanghi si sono riversati nei bayou, gli specchi d’acqua tipici dell’ecosistema del delta del fiume Mississippi, e nel lago Big Lake, danneggiando enormemente le attività di pesca, molto diffuse nell’area, con tossine sconosciute. Solo a inizio settembre, Venture Global e le autorità locali hanno ammesso che gli sversamenti avevano compromesso, tra le altre, le coltivazioni di ostriche.
Azione legale contro il progetto CCS di ENI in Inghilterra
HyNot, un gruppo di attivisti e attiviste dell’area di Liverpool, in Inghilterra, ha presentato ricorso contro la decisione del governo britannico di consentire a ENI di stoccare l’anidride carbonica nella Baia di Liverpool attraverso il progetto HyNet. Con l’opera il Cane a sei zampe intende produrre  idrogeno blu (cioè prodotto da combustibile fossile con l’aggiunta di un sistema di cattura della CO2) dal gas fossile utilizzato presso la raffineria di Stanlow, nel distretto industriale di Liverpool. Le emissioni di anidride carbonica catturate da questo processo, e da altre industrie locali ad alta intensità di carbonio, saranno convogliate attraverso 60 km di condutture lungo la costa del Galles settentrionale per essere stoccate nei giacimenti di petrolio e gas esauriti nella baia di Liverpool. Nel ricorso giudiziario, HyNot sostiene che le decisioni del segretario di Stato per la Sicurezza Energetica e Net Zero e dell’Autorità per la Transizione del Mare del Nord di concedere l’autorizzazione al progetto HyNet sono illegittime. I motivi del ricorso sono molteplici, in primis l’assenza di valutazione di incidenti gravi e disastri e/o e la mancata consultazione pubblica legittima. Non sarebbero stati inoltre rispettati i requisiti del Regolamento sulle attività petrolifere offshore (conservazione degli habitat) del 2001 e del Regolamento sulla conservazione degli habitat e delle specie marine offshore del 2017, così come si non si sarebbero tenuti in debita considerazione gli effetti cumulativi dello schema HyNet sui cambiamenti climatici. Il gruppo di attivisti e attiviste di HyNot (foto HyNot) “Stiamo portando HyNet in tribunale perché crediamo che il progetto continuerà a legare il nostro Paese all’utilizzo dei combustibili fossili e minerà la sicurezza energetica attraverso la continua dipendenza dal gas importato. HyNet non aiuterà a combattere la crisi climatica”, ha dichiarato Catherine Green, esponente di HyNot. “L’idrogeno blu non è verde, non è economico e non è una soluzione energetica sostenibile. La cattura e lo stoccaggio del carbonio sono inefficaci, ad alta intensità energetica e costosi. Il trasporto e lo stoccaggio dell’idrogeno e dell’anidride carbonica destano inoltre gravi preoccupazioni per la salute, la sicurezza e l’ambiente”. Il governo ha promesso 22 miliardi di sterline di sussidi in 25 anni per la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica, che non è stata sperimentata e non è stata provata su questa scala in nessuna parte del mondo. La maggior parte dei sussidi andranno alle aziende produttrici di combustibili fossili e arriveranno dai proventi delle bollette energetiche, tra le più alte d’Europa, fa notare ancora  Hynot. La campagna auspica che il governo britannico cambi idea sul progetto e investa in soluzioni climatiche collaudate come le energie rinnovabili, l’elettrificazione più rapida, la riduzione dei rifiuti e l’efficienza energetica. Visti i rischi di corrosione delle condutture, di perdite pericolose e di scoppi nel trasporto di CO₂, ci sono dubbi sull’idoneità del sito della Baia di Liverpool per lo stoccaggio a lungo termine sotto il fondale marino. Il rilascio in mare aperto provocherebbe l’acidificazione del mare con profonde conseguenze per la fauna e l’ambiente. ENI è stata responsabile di perdite di petrolio dallo stesso giacimento nel 2017 e nel 2022. Una delle tante preoccupazioni di HyNot è la scarsa conoscenza che il pubblico ha del progetto HyNet e la difficoltà di esprimere le proprie preoccupazioni attraverso il processo di pianificazione, spesso molto tecnico e poco trasparente. I permessi di pianificazione per le diverse parti dello schema HyNet sono stati spezzettati in oltre dieci richieste attraverso almeno quattro processi diversi. Una prima decisione in merito al ricorso è attesa da una corte di Londra entro le prossime settimane.
Cassa Depositi e Prestiti finanzia guerra e genocidio
di Marco Bersani (articolo pubblicato in “Nuova Finanza Pubblica” de “Il Manifesto” del 23 agosto 2025) Cassa Depositi e Prestiti, trasformata in società per azioni nel 2003, è oggi detenuta per l’82,77% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e per Continua a leggere L'articolo Cassa Depositi e Prestiti finanzia guerra e genocidio proviene da ATTAC Italia.
Neve e ghiaccio spariscono per la crisi climatica, ma ENI sponsorizza Milano-Cortina 2026
Utilizzando il legame scientifico consolidato tra emissioni di gas serra e aumento della perdita di neve e ghiaccio, il nuovo rapporto di New Weather Sweden e della campagna Badvertising calcola che la produzione di combustibili fossili di ENI comporta la perdita annuale di quasi 1.000 km² di neve e lo scioglimento di 6,2 miliardi di tonnellate di ghiaccio glaciale. È il dato principale che emerge dal rapporto “Melting The Winter Olympics”, realizzato utilizzando il legame scientifico consolidato tra emissioni di gas serra e aumento della perdita di neve e ghiaccio. Immagine dalla copertina del report “Melting the winter olympics” La perdita di neve sta accelerando a causa del cambiamento climatico. Dal 1970, la copertura nevosa nel mese di maggio nell’emisfero settentrionale è scesa da 21,4 milioni a 16,5 milioni di km² – una perdita netta di 4,8 milioni di km², equivalente all’area dell’India. I ghiacciai nel mondo hanno perso oltre 8.000 gigatonnellate di ghiaccio dal 1976, contribuendo all’innalzamento del livello del mare e a eventi meteorologici estremi. Il rapporto sostiene che la grande entità della perdita di neve e ghiaccio legata alla produzione fossile di ENI, e le ulteriori emissioni derivanti dalla promozione e dal greenwashing come sponsor olimpico, rendano l’accordo autolesionistico e una minaccia diretta per il movimento olimpico invernale. La ricerca mostra inoltre che, per ogni euro speso in sponsorizzazione, le “emissioni sponsorizzate” di Eni ammontano a 63,5 kg di CO₂e. Ciò significa che un tipico accordo di sponsorizzazione olimpica da 15 milioni di euro potrebbe generare quasi un milione di tonnellate di emissioni — equivalente alla combustione di oltre 2 milioni di barili di petrolio. Gli attivisti climatici hanno criticato il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) per aver accettato il colosso italiano ENI come “Premium Partner” delle Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026, paragonandolo a “Big Tobacco che sponsorizza un vertice sulla salute”. Si stima che il contratto di sponsorizzazione ammonti a non meno di 15 milioni di euro. Gli stessi attivisti invitano il CIO a imparare dal passato e dalla propria storia, adottando quindi misure analoghe a quando furono vietate le sponsorizzazioni da parte dell’industria del tabacco. Nel 1988, a seguito di crescenti prove dei danni alla salute pubblica, il Comitato Olimpico Canadese pose fine la pubblicità del tabacco ai Giochi Invernali di Calgary. Con la scienza che oggi dimostra chiaramente i danni dei combustibili fossili sia per la salute umana che per il clima, gli attivisti chiedono al CIO di mostrare la stessa chiarezza morale.
Perché gli istituti finanziari dovrebbero lasciar perdere il progetto Coral North FLNG di ENI
Aggiornamento da ReCommon e Justiça Ambiental! 30 maggio 2025 La multinazionale italiana ENI aveva annunciato già a gennaio di essere pronta per la Decisione Finale di Investimento per il suo progetto Coral North FLNG, mentre adesso afferma che sta ancora negoziando con le banche private per il finanziamento e sembra attribuire la responsabilità del ritardo alle autorità mozambicane. Nel frattempo, la compagnia di Stato coreana KOGAS è stata denunciata per i suoi investimenti nel progetto e quattro banche private hanno già escluso nuovi finanziamenti. Coral North FLNG, una piattaforma galleggiante progettata per l’estrazione e la liquefazione del gas al largo delle coste del Mozambico, è ancora alla ricerca di finanziatori. Sebbene Eni abbia dichiarato a gennaio 2025 di essere pronta per la Decisione Finale di Investimento sul progetto, a metà maggio, nel contesto della sua assemblea generale annuale, ha ammesso che non c’è ancora un piano per finanziarlo, dichiarando che “sono in corso trattative con istituzioni finanziarie private”. Alla domanda sui motivi del ritardo nella conclusione dell’accordo, ENI ha risposto solo che il piano di sviluppo è stato approvato dalle autorità mozambicane ad aprile 2025, suggerendo così che la responsabilità fosse loro. ENI è anche a capo di Coral South FLNG, l’unico progetto operativo nel bacino di Rovuma, in Mozambico. Si tratta di una piattaforma galleggiante ancorata in acque profonde che esporta GNL dal novembre 2022. Il nuovo Coral North FLNG sarebbe una replica, un impianto di estrazione di gas dalle riserve che si trovano sotto il fondale marino a soli 10 chilometri di distanza dal primo, con gravi impatti sull’ecologia della zona. In risposta alle domande dell’assemblea generale annuale, ENI ha anche confermato che “si prevede di finanziare una parte dei fabbisogni di progetto tramite debito” e con “il supporto di alcune ECAs (Export Credit Agencies)” come già fatto per Coral South FLNG. Tuttavia, diversi attori finanziari privati si stanno ritirando dal settore dell’upstream non convenzionale di gas e petrolio in vista degli obiettivi di zero emissioni entro il 2050. Almeno quattro delle banche che hanno sostenuto il primo progetto – BNP Paribas, Credit Agricole, UniCredit e ABN Amro – affermano oggi di non essere interessate a finanziare la replica perché non è più in linea con la loro policy aggiornata in materia di cambiamenti climatici. A poco più di tre anni dall’arrivo di Coral South FLNG nella regione di Cabo Delgado, la gigantesca piattaforma ha registrato numerosi casi di flaring, ovvero la combustione del gas estratto in eccesso, che comporta significative emissioni di carbonio. Essendo una replica, Coral North sarebbe probabilmente soggetta a problemi simili. Un’indagine di ReCommon pubblicata ad aprile ha rivelato che le emissioni totali di Coral South sono state sette volte superiori a quelle dichiarate nella valutazione di impatto ambientale del progetto. Solo tra giugno e dicembre 2022, le emissioni di flaring di Coral South hanno rappresentato l’11,2% delle emissioni annuali dell’intero Mozambico, con un aumento dell’11,68% rispetto al 2021. Estrarre gas nel bacino di Rovuma significa inoltre ignorare i risultati dell’International Institute for Sustainable Development (IISD), secondo cui lo sviluppo di ulteriori infrastrutture per il gas è incompatibile con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C. Anche l’analisi dell’International Energy Agency rivela che, in uno scenario in cui si limita l’aumento di temperatura a 1,5 °C, l’attuale capacità di esportazione di GNL sarebbe già sufficiente a soddisfare la domanda attuale e futura. Con il calo della domanda di gas a livello mondiale, costruire Coral North FLNG comporterebbe anche un elevato rischio finanziario, per questo l’organizzazione della società civile sudcoreana Solutions for Our Climate (SFOC) sta cercando di fermare gli investimenti statali nel progetto. A febbraio infatti, la Korean Gas Corporation (KOGAS) ha annunciato la decisione di sostenere Coral North con 562 milioni di dollari attraverso una partecipazione azionaria e un prestito alla sua controllata KG Mozambique. A marzo, SFOC ha fatto causa a KOGAS, sostenendo che l’investimento è economicamente rischioso per la Corea del Sud e che il progetto contribuirebbe in modo significativo agli effetti dei cambiamenti climatici, violando quindi il diritto delle generazioni future a un ambiente sano. Tra il 2008 e l’aprile 2024, KOGAS aveva già investito circa 1 miliardo di dollari nello sviluppo del gas in Mozambico, e si è rifiutata di divulgare lo studio di fattibilità preliminare (PFS) per Coral North. SFOC ha avviato una causa contro KOGAS anche per ottenere la divulgazione del PFS. Nel bacino di Rovuma sono inoltre presenti altri due progetti che prevedono impianti onshore significativamente più grandi per la lavorazione del gas estratto da pozzi situati a circa 50 km al largo della costa: sono Mozambique LNG e Rovuma LNG. L’impatto ambientale dei quattro progetti nel loro complesso, considerato per l’intero periodo di attività, potrebbe essere devastante per il bacino di Rovuma e per l’Oceano Indiano occidentale. La valutazione di impatto ambientale per il progetto Coral North è stata criticata da diverse ONG per non aver soddisfatto gli standard legali e scientifici nella valutazione dei rischi ambientali e climatici. Il progetto Mozambique LNG, guidato dal gigante fossile francese TotalEnergies, resta sotto osservazione internazionale. Il progetto è stato fermato per ragioni di force majeure nell’aprile 2021, a seguito di un violento attacco armato. È ora sotto indagine per accuse di un massacro di civili che sarebbe stato commesso a metà del 2021 dalle forze di sicurezza pubblica vicino all’area del progetto, nella penisola di Afungi. Mozambique LNG condivide i diritti di utilizzo del suolo e alcune infrastrutture con il progetto Rovuma LNG, guidato da ExxonMobil, con ENI e China National Petroleum Corporation come partner principali. Anche questo progetto non ha ancora raggiunto una Decisione Finale di Investimento. La produzione di GNL in Mozambico suscita anche gravi preoccupazioni circa l’erosione della sovranità del Paese, poiché gli accordi commerciali con le grandi comagnie a carico dei progetti limitano la capacità del governo di regolamentarli e di ottenere ingressi equi per lo sfruttamento delle risorse nazionali. Dagli inizi dell’estrazione del gas intorno al 2010, attorno a questa industria si è generato un significativo debito causato dalla corruzione, e la partecipazione della compagnia petrolifera nazionale ai progetti crea un rischio fiscale senza rendimenti garantiti. Le comunità locali hanno già perso terreni agricoli e l’accesso al mare a causa dello sviluppo delle infrastrutture, e centinaia di famiglie sono state sfollate per fare posto agli impianti estrattivi. I ricavi provenienti dal gas per il Mozambico ammontano finora a poco più di 200 milioni di dollari, di cui il 40% è destinato al Fondo sovrano, istituito per garantire stabilità e risparmi alle generazioni future. A metà maggio il Tribunale amministrativo del Mozambico ha segnalato numerose irregolarità nel conto finanziario dello Stato per il 2023 che rappresentano una presunta “appropriazione indebita” di 33 milioni di dollari dai ricavi del gas di Rovuma.  Lo sviluppo dell’industria del GNL in Mozambico promette distruzione ecologica e impatto sui cambiamenti climatici, distruzione dei mezzi di sussistenza delle persone e aumento della privazione dei diritti e della disuguaglianza. Si tratta senza dubbio di un’attività rischiosa anche per gli investitori finanziari pubblici e privati.
Assemblea degli azionisti di ENI: il gas mozambicano non serve per la sicurezza energetica italiana
L’8 aprile scorso ENI ha celebrato il 100esimo cargo di gas naturale liquefatto (GNL) proveniente dalla piattaforma di estrazione e liquefazione di gas fossile Coral South FLNG, al largo delle coste del Mozambico. La notizia, che ha avuto una buona eco sui media italiani, descrive il progetto come un caposaldo dell’impegno della principale multinazionale italiana «nella crescita economica e nella sicurezza energetica», senza però specificare per chi. Dal 13 novembre 2022 – data di partenza del primo carico di GNL, diretto al porto di Bilbao – a oggi, sono 124 le navi gasiere ad aver mollato gli ormeggi da Coral South FLNG. Come conseguenza di un accordo firmato il 4 ottobre 2016, il gas di Coral è acquistato dalla compagnia britannica BP, che poi lo rivende sul mercato al miglior offerente. In risposta alle domande poste da ReCommon a ENI in vista della sua assemblea degli azionisti, tenutasi a porte chiuse il 14 maggio, la multinazionale afferma che «i carichi hanno contribuito alla sicurezza degli approvvigionamenti europei ed alcuni sono arrivati in Italia», in risposta a un «momento di grande scarsità di gas». Ma è davvero così? Consultando i dati di KPLER, rinomato database sul commercio di materie prime utilizzato anche da ENI, emerge che solo 6 dei 124 cargo di GNL partiti da Coral South siano arrivati in Europa: 3 in Croazia, 1 in Spagna e, infine, 2 in Italia. Tutto il resto è andato al Continente asiatico. I carichi di GNL destinati all’Italia risalgono ai mesi di gennaio e febbraio del 2023, ciò significa che negli ultimi due anni non è approdato un solo metro cubo di gas sulle coste italiane. Numeri alla mano, è evidente che per il Mozambico le cose vadano anche peggio. Ma c’è di più. Dall’analisi dei dati pubblici e delle immagini satellitari esaminati da ReCommon e dai suoi consulenti, solo fra giugno e dicembre 2022, le operazioni di flaring (la pratica di bruciare in torcia il gas in eccesso estratto insieme ad altri idrocarburi) avrebbero comportato lo spreco di 435mila metri cubi di gas, equivalente a circa il 40% del fabbisogno annuo del Mozambico. Oltre il danno di non ricevere un solo metro cubo di gas, la beffa. Sì, perché il flaring ha impatti rilevanti sul clima, l’ambiente e – in prossimità di centri abitati – sulle persone. Coral South FLNG, Mozambico. Foto ©Alamy C’è chi festeggia in vista della realizzazione del progetto gemello di Coral South FLNG, Coral North FLNG, senza però tenere in debita considerazione gli impatti associati proprio al sottostimato – e, in alcuni casi, omesso – flaring di Coral South FLNG. Senza contare che, in mercati ormai saturi di GNL, il rischio di credito per progetti come Coral North FLNG cresce esponenzialmente. E ci sono istituzioni finanziarie come SACE e Intesa Sanpaolo che sembrano disposte a finanziarlo comunque. Rinnoviamo la domanda: crescita economica e sicurezza economica per chi? La storia dei carichi di GNL e del flaring di Coral South FLNG è un piccolo “bignami” dell’estrattivismo: privatizzare gli utili, socializzare le perdite. Di qualsiasi tipo. In ballo c’è il futuro del Mozambico, che rischia di andare letteralmente in fumo.