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Le crisi internazionali fanno volare i conti di ENI, che registra profitti record
Il 29 luglio ENI ha comunicato i risultati dell’ultimo trimestre, confermando le voci degli ultimi giorni che parlavano di incrementi significativi negli utili del colosso fossile italiano. La fredda contabilità, al solito infarcita di termini tecnici, riporta che nel periodo aprile-giugno 2026 il cosiddetto ebit (Earnings Before Interest and Taxes) proforma adjusted è salito a 5,38 miliardi di euro, quasi raddoppiando rispetto allo stesso periodo del 2025 e segnando un progresso del 52% sul trimestre precedente. L’utile netto adjusted si è attestato a 2,3 miliardi, più che raddoppiato su base annua. Nel periodo in esame la produzione di idrocarburi è salita dell’8%, attestandosi a 1,79 milioni di barili al giorno. I prezzi del greggio alle stelle, determinati dalla situazione di profonda instabilità del contesto internazionale, e la grande e continua corsa del cane a sei zampe alla scoperta e allo sfruttamento di nuovi giacimenti di gas e petrolio sono una combinazione perfetta per il successo finanziario della società, a netto discapito del Pianeta e di chi lo abita, profondamente colpiti dagli effetti sempre più forti della crisi climatica dovuta all’uso dei combustibili fossili. Già si prospetta un possibile dividendo straordinario per gli azionisti e gli investitori come il ricchissimo fondo statunitense Blackrock, su cui il management dell’azienda prenderà una decisione il prossimo autunno. Dal momento che all’orizzonte non si intravedono spiragli positivi per la soluzione dei vari conflitti in atto, i quali si intrecciano in maniera molto netta con il tema della “sicurezza energetica” (ergo, con il perpetuare il modello estrattivista fossile), non rimane che ribadire quella che ormai è un’esigenza imprescindibile: bisogna tassare gli extra-profitti delle multinazionali fossili come ENI. Per questo ReCommon ha lanciato una petizione che chiede al governo italiano di introdurre subito una vera tassa sugli extra-profitti fossili legata a una serie di passi concreti per instradare una transizione  energetica in linea con gli obiettivi internazionali di lotta ai  cambiamenti climatici e per aiutare le classi sociali più in difficoltà ad affrontarla. Il governo italiano, che ha molte limitazioni di finanza pubblica per poter intervenire nella crisi sociale in corso legata a quella energetica, dovrebbe coscienziosamente introdurre subito una tassa sugli extraprofitti fossili, senza lasciare la gran parte di questi ai grandi investitori internazionali. Altrimenti le prossime relazioni trimestrali di ENI continueranno a macinare record.
July 30, 2026
ReCommon
Diffida con richiesta di rettifica di ENI e chiarimenti di ReCommon in merito alle affermazioni relative alle operazioni di flaring dell’impianto Coral South FLNG diffuse tramite canali social e il report “Fiamme nascoste”
In data 14 luglio 2026 presso la casella di posta certificata di ReCommon è pervenuta una “diffida e messa in mora” da parte dell’Avvocato Claudio Luca Migliorisi, in nome e per conto di ENI S.p.A., con “richiesta di rettifica di affermazioni non veritiere e/o fuorvianti relative alle operazioni di flaring dell’impianto Coral South FLNG (Mozambico) diffuse tramite i canali social e il report ‘Fiamme nascoste’”. Seguono i precisi contenuti della diffida di ENI e le risposte di ReCommon (cliccare sul + per leggere il testo integrale): 1. PREMESSA IN FATTO+ [ENI] 1.1. In data 01 Luglio 2026, sui profili social ufficiali (Instagram e altri canali) di ReCommon (di seguito “ReCommon” o “l’Associazione”) sono stati pubblicati una serie di contenuti, nell’ambito di una campagna di comunicazione, recanti tra l’altro le seguenti affermazioni: «ENI in Mozambico distribuisce fornelli mentre ‘brucia’ gas»; «ENI brucia il gas del Mozambico, mentre distribuisce fornelli»; nonché l’affermazione secondo cui, tra giugno e dicembre 2022, le operazioni di flaring avrebbero comportato lo spreco di 435.000 metri cubi di gas, pari a circa il 40% del fabbisogno annuo del Mozambico, e l’affermazione secondo cui, del gas prodotto e liquefatto presso l’impianto Coral South FLNG, nessuna quota sarebbe utilizzata in Mozambico (di seguito, congiuntamente, i “Contenuti”). 1.2. I Contenuti richiamano espressamente il report pubblicato da ReCommon nel marzo 2025, dal titolo “Fiamme nascoste – Il flaring di Eni in Mozambico” (di seguito il “Report”), e sono stati diffusi in stretta connessione temporale e argomentativa con l’iniziativa di cleancooking recentemente comunicata da Eni in Mozambico, nell’ambito della quale la Società ha distribuito oltre 200.000 fornelli a basse emissioni a beneficio di circa un milione di persone. 1.3. Nei Contenuti si lascia intendere, in particolare, che i benefici ambientali connessi all’iniziativa di cleancooking sarebbero “vanificati” dal gas asseritamente “sprecato” attraverso l’impianto Coral South FLNG, accostando così, senza le necessarie precisazioni tecniche e temporali, due iniziative di natura e contesto del tutto differenti. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon Il report ‘Fiamme nascoste: Gli impatti del flaring legato al progetto Coral South FLNG di ENI in Mozambico’ – come affermato anche nella premessa in fatto della diffida e messa in mora pervenuta da parte dell’Avvocato Claudio Luca Migliorisi, in nome e per conto di ENI S.P.A. – è uscito a marzo 2025, più precisamente in data 26 marzo. I suoi contenuti hanno quindi destato l’attenzione della società 475 giorni, o, in maniera più didascalica, 1 anno, 3 mesi e 18 giorni dopo la pubblicazione. Da allora, il tema del flaring derivante dall’operatività dell’impianto Coral South FLNG, nonché quello delle associate emissioni, è stato pubblicamente affrontato da ReCommon in numerose altre occasioni senza destare l’interesse di ENI S.p.A.[1]. Dal testo della diffida e messa in mora si evince che i contenuti avrebbero destato l’attenzione della società solo dopo un tale lasso di tempo perché condivisi nuovamente in concomitanza “temporale e argomentativa con l’iniziativa di cleancooking recentemente comunicata da Eni in Mozambico, nell’ambito della quale la Società ha distribuito oltre 200.000 fornelli a basse emissioni a beneficio di circa un milione di persone”, iniziativa per cui la stessa ReCommon ha riconosciuto che “riducono le emissioni” e “fanno risparmiare emissioni”. Nella diffida e messa in mora di ENI si afferma che ReCommon “lascia intendere, in particolare, che i benefici ambientali connessi all’iniziativa di clean cooking sarebbero “vanificati” dal gas asseritamente “sprecato” attraverso l’impianto Coral South FLNG, accostando così, senza le necessarie precisazioni tecniche e temporali, due iniziative di natura e contesto del tutto differenti”.  Partendo dal contesto, diversamente da quanto sostenuto da ENI, le iniziative, o, per meglio dire, gli interventi in esame (l’iniziativa di clean cooking e le operazioni di flaring), sono entrambi ubicati in Mozambico. Come si può leggere dal sito istituzionale di ENI, la società opera “in Mozambico principalmente nel settore del gas naturale, dell’esplorazione offshore e di progetti legati ai biocarburanti e alla sostenibilità. Con il progetto per l’estrazione di gas Coral South, avviato dopo soli cinque anni dall’approvazione, il Paese assume un ruolo di primo piano a livello globale nella liquefazione del gas naturale (GNL). In linea con la nostra strategia, stiamo sviluppando anche Rovuma LNG e Coral North, iniziative chiave che valorizzano le ingenti risorse di gas del Mozambico e rafforzano il suo ruolo di attore globale nel GNL, contribuendo alla sicurezza energetica. La produzione di olio vegetale nel Paese integra le attività agricole locali nella filiera dei biocarburanti, contribuendo allo sviluppo economico e alla sostenibilità. Alle attività operative, affianchiamo iniziative per la crescita sostenibile, promuovendof ormazione e occupazione locale, progetti agricoli e interventi in infrastrutture, salute e istruzione, che contribuiscono a coniugare sicurezza energetica e sviluppo socio-economico. In particolare, con il Programma Clean Cooking promuoviamo l’accesso a soluzioni di cottura più efficienti, contribuendo alla transizione energetica”[2]. Nello stesso contesto, quello mozambicano, si affiancano quindi operazioni di esplorazione, trasformazione ed esportazione di gas a iniziative di “crescita sostenibile”, tra cui il Programma Clean Cooking. ENI S.p.A. inserisce quest’ultimo Programma Clean Cooking tra le “Carbon offset solutions”[3], e “permette ad Eni di generare crediti di carbonio utilizzati in linea con la strategia Net-Zero aziendale, che prevede il raggiungimento della neutralità carbonica al 2050 attraverso la riduzione delle emissioni (scope 1, 2 e 3) e la compensazione delle emissioni residue tramite iniziative di carbon offset di alta qualità”[4]. A differenza del report ‘Fiamme nascoste’ a cura di ReCommon, la cui accuratezza dei dati in materia di emissioni associate alle operazioni di flaring, quantità degli episodi e rilevanza di questi non è stata finora contestata da ENI S.p.A., nei report di sostenibilità di ENI non è quantificata la riduzione delle “emissioni associate alla combustione”[5] derivante dal Programma Clean Cooking, ancor meno la quota riguardante il Mozambico. Ciò nonostante, la società afferma che “il programma “Eni for Clean Cooking” rientra tra le soluzioni tecnologiche applicate come leva di compensazione delle emissioni residue”[6]. Al contrario, i dati riguardanti le emissioni associate al progetto Coral South FLNG, e in particolare quelle associate alle operazioni di flaring, sono verificabili su fonti aperte – come si vedrà più avanti. -------------------------------------------------------------------------------- [1]https://www.recommon.org/assemblea-degli-azionisti-di-eni-il-gas-mozambicano-non-serve-per-la-sicurezza-energetica-italiana/; https://www.recommon.org/perche-gli-istituti-finanziari-dovrebbero-lasciar-perdere-il-progetto-coral-north-flng-di-eni/; https://www.recommon.org/mozambico-gas-ed-eni-tutte-le-incognite-di-coral-north-flng/; https://www.recommon.org/il-nuovo-progetto-di-eni-in-mozambico-fortemente-criticato-dagli-esperti-delle-nazioni-unite-sui-diritti-umani/. [2]https://www.eni.com/it-IT/azioni/attivita-mondo/mozambico.html [3]https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/eng/sustainability/2024/Eni-in-Mozambique-2024.pdf (pag. 16) [4]https://www.eni.com/it-IT/media/comunicati-stampa/2024/05/eni-rilancia-impegno-promozione-sistemi-cottura-migliorati.html [5]https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/ita/sostenibilita/2025/eni-for-2025-just-transition-ita.pdf [6]Ibidem -------------------------------------------------------------------------------- 2. LA POSIZIONE DI ENI: INESATTEZZA E CARATTERE FUORVIANTE DEI CONTENUTI+ [ENI] Eni contesta radicalmente la ricostruzione dei fatti offerta nei Contenuti, per le ragioni che seguono. 2.1. Sulla natura del flaring. Il flaring costituisce una prassi industriale necessaria per la sicurezza delle attività di estrazione e produzione di idrocarburi, riconosciuta e disciplinata dagli standard internazionali di settore, e non un’anomalia gestionale né, tantomeno, una condotta deliberatamente lesiva dell’ambiente. Gli standard internazionali distinguono infatti tra: (a) routine flaring, ossia la combustione controllata e continuativa del gas associato all’estrazione, effettuata in assenza di infrastrutture idonee al suo sfruttamento – tipologia non applicabile all’impianto Coral South FLNG; (b) non-routine flaring, riconducibile a eventi operativi straordinari quali l’avviamento (commissioning) o il riavvio dell’impianto, di carattere occasionale, temporaneo e non pianificato; (c) safetyflaring, misura di sicurezza volta a prevenire sovrapressioni e a garantire l’incolumità di persone e impianti in presenzadi eventi imprevisti. Presentando, come ha fatto ReCommon nel suo Report, indistintamente ogni episodio di flaring quale “spreco” ovvero quale prassi ordinaria e deliberata, i Contenuti ingenerano nel pubblico una rappresentazione errata e fuorviante della realtà tecnica e operativa dell’impianto. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon Innanzitutto ReCommon tiene a precisare che in nessun testo prodotto dall’associazione è presente l’affermazione che l’attività di flaring di ENI S.p.A. sarebbe condotta in maniera “deliberatamente lesiva dell’ambiente”. L’attività di flaring, qualsiasi azienda la pratichi, deliberatamente o meno, è intrinsecamente lesiva dell’ambiente e del clima, come riportato anche dal Global Gas Flaring Tracker Report[1], iniziativa della Global Flaring and Methane Reduction Partnership (GFMR) a cura della Banca Mondiale, di cui ENI S.p.A. è partner, donor e supporter[2]. ENI S.p.A. afferma che la sua attività di flaring non sarebbe associabile al routine flaring – affermazione anche questa mai riportata da ReCommon –, “tipologia non applicabile all’impianto Coral South FLNG”. Se ne può quindi desumere che la sua attività di flaring associata all’impianto Coral South FLNG sia associabile al non-routine flaring e al safety flaring. Come riportato nel report ‘Fiamme Nascoste’, gli investitori coreani chiesero conto del calo del 22% della produzione di Coral South FLNG avvenuto a gennaio 2024. «Due guasti agli impianti hanno intaccato la produzione di gennaio, le cause sono ancora da identificare», avevano affermano i manager di ENI S.p.A. Il 13 gennaio 2024, infatti, il flaring a bordo della piattaforma Coral South FLNG aveva raggiunto un picco significativo. Tanto premesso, ENI S.p.A. intende affermare che, almeno fino al 13 gennaio 2024, oltre agli episodi di non-routine flaring, ci siano stati anche episodi di safety flaring volti “a prevenire sovrapressioni e a garantire l’incolumità di persone e impianti in presenza di eventi imprevisti”, trovandoci quindi dinanzi a un malfunzionamento di Coral South FLNG? ReCommon è disponibile a pubblicare sul suo sito web la risposta di ENI S.p.A a quest’ultima domanda ed ogni altra informazione relativa all’operatività dell’impianto Coral South FLNG, comprensiva dei dettagli su ogni episodio di flaring dall’entrata in funzione del progetto fino a oggi. -------------------------------------------------------------------------------- [1]“[…] emissions of carbon dioxide, unburned methane, and other air quality pollutants that are harmful to local communities and the global climate”. https://thedocs.worldbank.org/en/doc/b34e0c054bb3fe3695e70154c28eef3f-0400072026/original/Global-Gas-FlaringTracker-June-23-2026.pdf(pag. 28) [2]https://www.worldbank.org/en/programs/gasflaringreduction/Partners -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] 2.2. Sulla conformità delle emissioni alla Valutazione di Impatto Ambientale. Le emissioni dell’impianto Coral South FLNG sono conformi alla Valutazione di Impatto Ambientale approvata dalle competenti Autorità mozambicane. L’impianto presenta performance produttive stabili e rappresenta un benchmark di settore in termini di “zero operational flaring” a regime. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta  di ReCommon Per quanto concerne la presunta “conformità delle emissioni alla Valutazione di Impatto Ambientale”, preme ricordare che la VIA del progetto considerava le emissioni come “trascurabili” in comparazione a quelle complessive del Mozambico, con una stima di 150.000 tonnellate di CO2e all’anno[1]. Tuttavia, secondo il dataset 2012-2025 sui volumi di flaring prodotto dalla già menzionata Global Flaring and Methane Reduction Partnership (GFMR)[2], tra il 2022 – anno della sua entrata in funzione – e il 2025, Coral South FLNG ha bruciato in torcia 1.350.000 metri cubi di gas, equivalenti a circa 3.103.000 tCO2e[3]. Scorporando il dato complessivo per ogni singolo anno si ricavano i seguenti dati emissivi: * 2022 → 789.000 m3 di gas = 1.815.080 tCO2e ca. * 2023 → 381.000 m3 di gas = 876.540 tCO2e ca. * 2024 → 125.000 m3 di gas = 287.500 tCO2e ca. * 2025 →   54.000 m3 di gas = 124.300 tCO2e ca. ENI S.p.A. riporta inoltre che le emissioni scope 1 e scope 2 associate all’operatività dell’impianto Coral South FLNG per l’anno 2025 – comprensive quindi di quelle derivanti dalle operazioni di flaring – corrispondono a 1.052.000 tCO2e[4].  Alla luce dei nostri calcoli (ma siamo disponibili a pubblicare le eventuali differenti informazioni della società sul punto), si può quindi affermare che non ci sia conformità delle emissioni alla Valutazione di Impatto Ambientale dell’impianto Coral South FLNG.  Preme inoltre ricordare che in data 19 marzo 2026 esperti delle Nazioni Unite hanno espresso forte preoccupazione in merito al finanziamento di 150 milioni di dollari della Banca africana di sviluppo (AfDB) a sostegno di Coral North Floating Liquefied Natural Gas (FLNG), nel nord del Mozambico[5]. Il progetto è, di fatto, la replica di Coral South FLNG. «Il progetto Coral North rischia di aggravare le violazioni dei diritti umani, di contribuire al cambiamento climatico e di sottrarre i già scarsi fondi pubblici agli investimenti urgenti nelle energie rinnovabili», hanno commentato gli esperti delle Nazioni Unite.  ReCommon è disponibile a pubblicare sul suo sito web ogni informazione che ENI vorrà comunicare sul tema e, in particolare, i documenti prodotti tra il 2022 e il 2024 da ENI S.p.A. contenenti le informazioni relative alle emissioni scope 1 e scope 2 dell’impianto Coral South FLNG, che andrebbero a completare la serie storica conclusa con il documento del 31 marzo 2026[6]. -------------------------------------------------------------------------------- [1]https://stopmozgas.org/wp-content/uploads/2022/04/Assessment_EIA-ENI-CORAL-FLNG-2016.03.31_EIS_Volume_II_Final_Report.pdf [2]https://thedocs.worldbank.org/en/doc/b34e0c054bb3fe3695e70154c28eef3f-0400072026/related/Flare-Volume-Estimates-by-individual-Flare-Location-2012-2025.xlsx [3]La metodologia di stima delle emissioni da gas flaring e monitoraggio dei volumi si basa sui criteri tecnici definiti in: World Bank, Monitoring & Reporting Guidelines for Flare Reduction CDM Project Activities (https://documents.worldbank.org/en/publication/documents-reports/documentdetail/830941468149112351). [4]https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/eng/actions/global-activities/mozambique/140-CORAL-GM-2026-CS-GHG-Emissions-Statement-2025.pdf [5]https://www.ohchr.org/en/press-releases/2026/03/mozambique-un-experts-concerned-african-development-bank-funding-floating [6]https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/eng/actions/global-activities/mozambique/140-CORAL-GM-2026-CS-GHG-Emissions-Statement-2025.pdf -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] 2.3. Sugli episodi di flaring documentati nel Report. Gli episodi di flaring di maggiore entità richiamati nel Report si riferiscono, per la quota preponderante, alla fase di avviamento (commissioning) dell’impianto Coral South, verificatasi nel corso del 2022, e non riflettono pertanto le performance operative attuali dell’impianto. Nel corso del 2025 si sono verificati solamente 7 (sette) episodi di riavvio, dato che si colloca favorevolmente rispetto al benchmark di settore per impianti analoghi. In tali episodi è stata bruciata esclusivamente la quantità di gas strettamente necessaria a garantire la sicurezza delle persone e degli impianti, come previsto in sede progettuale. La rappresentazione fotografica e i dati riportati nel Report di ReCommon, riferiti a specifici e limitati episodi, non sono rappresentativi del funzionamento dell’impianto nella restante parte dell’anno, né distinguono adeguatamente tra la fase di messa in servizio dell’impianto e la fase di funzionamento a regime. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon In risposta alle domande poste da ReCommon prima dell’assemblea degli azionisti del 2025 di ENI S.p.A. in merito agli episodi di flaring dell’impianto Coral South FLNG, la società rispose che “dal 24 gennaio 2024 al 4 maggio 2025, sono avvenuti solo 9 episodi di riavvio dell’impianto”[1]. In occasione dell’assemblea degli azionisti di ENI S.p.A. tenutasi il 6 maggio 2026, alla medesima domanda posta da ReCommon la società ha risposto che “dal 24 gennaio 2024 ad oggi, sono avvenuti meno di 9 episodi all’anno di riavvio dell’impianto”[2]. Nel testo della “diffida e messa in mora” inviata da ENI S.p.A. a ReCommon in data 14 luglio 2026, la società asserisce che “nel corso del 2025 si sono verificati solamente 7 (sette) episodi di riavvio, dato che si colloca favorevolmente rispetto al benchmark di settore per impianti analoghi. In tali episodi è stata bruciata esclusivamente la quantità di gas strettamente necessaria a garantire la sicurezza delle persone e degli impianti, come previsto in sede progettuale”. Tenendo conto di tutte le informazioni fornite, sorge spontanea una domanda di chiarimento: ENI S.p.A. sta quindi asserendo che dal 24 gennaio al 31 dicembre 2024 sono avvenuti solo due (2) episodi di flaring, gli altri sette (7) nel corso del 2025, e nessuno (0) nel 2026? Inoltre, se la risposta pre-assembleare del 2025 attestava 9 episodi di flaring, cosa significa la risposta dell’anno successivo “meno di 9”, riferita a un lasso temporale la cui data iniziale rimane sempre il 24 gennaio 2024? Anche in questo caso ReCommon è disponibile a pubblicare sul suo sito web la risposta di ENI S.p.A a queste precise domande. -------------------------------------------------------------------------------- [1]https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/ita/governance/assemblea/2025/QA-Assemblea-2025.pdf [2]https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/ita/governance/assemblea/2026/qa-assemblea-2026.pdf -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] 2.4. Sull’affermazione relativa alla destinazione del gas prodotto. L’affermazione presente nei Contenuti, secondo cui “di tutto il gas prodotto e liquefatto presso Coral South FLNG, neanche un metro cubo viene usato in Mozambico”, appare fuorviante in quanto sovrappone impropriamente due piani distinti: quello della destinazione fisica del gas esportato sotto forma di GNL, e quello del beneficio economico che il progetto genera per il Mozambico. Sotto il primo profilo, il progetto Coral South FLNG nasce, per sua stessa natura progettuale, come impianto di liquefazione offshore destinato all’esportazione verso i mercati internazionali, in assenza – allo stato – di un’infrastruttura di rigassificazione e di una rete di distribuzione del gas naturale sul territorio mozambicano idonee ad assorbire e utilizzare internamente il GNL prodotto. Tale caratteristica è comune alla generalità dei progetti FLNG realizzati in contesti analoghi e riflette vincoli infrastrutturali del Mozambico preesistenti allo sviluppo del progetto stesso, piuttosto che una scelta della Società volta a sottrarre risorse al Paese. Sotto il secondo profilo, il progetto genera per il Mozambico un beneficio economico rilevante e documentabile, che l’affermazione contestata omette integralmente di considerare: i benefici economici diretti per il paese (Royalties e Profit Gas) derivanti dal contratto per lo sfruttamento delle risorse di gas (ad oggi circa 320 milioni di dollari) hanno contribuito ad alimentare il Fondo Sovrano istituito dallo Stato mozambicano nel 2023; il progetto Coral South è stato inoltre indicato, secondo stime del Fondo Monetario Internazionale, come fattore che ha concorso in modo sostanziale alla crescita del Prodotto Interno Lordo del Mozambico nel 2023. A ciò si aggiungono le ricadute occupazionali e di sviluppo del tessuto imprenditoriale locale (oltre 100 contratti assegnati ad aziende mozambicane, oltre 120 PMI formate, oltre 700 borse di studio erogate, creazione di oltre 1400 posti di lavoro diretti e indiretti), nonché le iniziative di sviluppo sociale realizzate nelle aree di operatività, che nel loro complesso restituiscono un quadro del tutto diverso da quello, parziale e decontestualizzato, offerto dall’affermazione contestata. Anche a prescindere da tali elementi, l’affermazione secondo cui “neanche un metro cubo” di gas sarebbe utilizzato in Mozambico è presentata nei Contenuti come dato assoluto, privo di qualificazioni e senza alcun richiamo al contesto sopra descritto, così da ingenerare nel pubblico l’erronea convinzione che il progetto non offra alcun beneficio, diretto o indiretto, al Paese ospitante.   -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon ReCommon tiene a precisare di non aver sovrapposto impropriamente alcun piano distinto, attenendosi – come facilmente riscontrabile nei cosiddetti “Contenuti” del report ‘Fiamme nascoste – alla dimensione della produzione ed esportazione/importazione di gas, senza menzionare la più ampia dimensione economica associata alla presenza di ENI S.p.A. in Mozambico.  Avendo ENI S.p.A. menzionato “il Fondo Sovrano istituito dallo Stato mozambicano nel 2023”, ReCommon coglie l’occasione per chiedere alla società se possa condividere gli sviluppi giudiziari relativi alla presunta sparizione e/o utilizzo improprio di 33,65 milioni di dollari del Fondo Sovrano, denunciati da varie organizzazioni della società civile mozambicana, a partire dal Centro de Integridade Pùblica[1]. -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] 2.5. Sull’accostamento tra il Report e l’iniziativa di clean cooking L’accostamento operato nei Contenuti tra episodi di flaring risalenti in gran parte al 2022 e un’iniziativa avente, tra gli altri, risvolti di carattere sociale e ambientale di recente comunicazione appare privo di reale attinenza cronologica e argomentativa, ed è idoneo a ingenerare nel pubblico l’erronea convinzione che si tratti di fenomeni contestuali e reciprocamente compensativi, gettando discredito su un’iniziativa di cui ha effettivamente beneficiato circa un milione di persone in Mozambico. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon Si veda la risposta alle Premesse e al punto 2.2.  ReCommon è disponibile a pubblicare sul suo sito web le informazioni prodotte da ENI S.p.A. relative alla riduzione delle “emissioni associate alla combustione” derivanti dal Programma Clean Cooking, in particolare la quota riguardante il Mozambico. -------------------------------------------------------------------------------- [1]https://www.cipmoz.org/wp-content/uploads/2025/10/UMA-CRONOLOGIA-DO-DESVIO-ANUNCIADO-DO-FUNDO-SOBERANO-DE-MOCAMBIQUE-1.pdf -------------------------------------------------------------------------------- 3. QUALIFICAZIONE GIURIDICA DELLA CONDOTTA+ [ENI] 3.1. Le condotte sopra descritte, per le modalità con cui sono state poste in essere – diffusione pubblica, tramite canali social a larga diffusione, di affermazioni non veritiere, decontestualizzate e/o fuorvianti, idonee ad essere percepite dal pubblico come dati di fatto oggettivi e attuali, in assenza delle necessarie precisazioni tecniche e temporali – sono suscettibili di arrecare pregiudizio alla reputazione commerciale e all’immagine di Eni, come peraltro dimostrato dalle richieste di chiarimento pervenute da diversi stakeholder a seguito della pubblicazione del Report. 3.2. Tali condotte, ove reiterate o non tempestivamente rettificate, sono suscettibili di integrare gli estremi dell’illecito aquiliano ex art. 2043 c.c., per lesione del diritto all’immagine e alla reputazione economica della Società, oltre a poter rilevare, a seconda delle circostanze, sotto ulteriori profili di responsabilità che la Società si riserva sin d’ora di valutare e di far valere nelle competenti sedi. Tutto ciò premesso, con la presente Eni, senza alcuna rinuncia rispetto a ogni diritto e azione ulteriore che riterrà di esercitare a tutela dei propri interessi, diffida (vedi sotto contenuto della diffida) -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon Alla luce di quanto sopra precisato ReCommon respinge motivatamente le accuse formulate nella diffida e dichiara di essere disponibile ad offrire ai propri lettori ulteriori precisazioni tecniche e temporali sui temi in esame alla luce degli ulteriori chiarimenti ed informazioni che la società vorrà fornire. Nel contempo, ReCommon auspica che le affermazioni contenute nella diffida di ENI S.p.A. non siano ostative al dialogo tra ReCommon e gli stakeholder della società, rientrando nel normale confronto democratico e, come tale, non suscettibile di essere soppresso ovvero di subire limitazioni. -------------------------------------------------------------------------------- DIFFIDA+ codesta spett.le Associazione ReCommon a: 1) cessare immediatamente la diffusione, tramite i propri canali social e ogni altro mezzo di comunicazione, dei Contenuti, nella parte in cui presentano gli episodi di flaring relativi all’impianto Coral South FLNG quale fenomeno attuale, ordinario e deliberato, senza le doverose e corrette precisazioni circa la loro natura tecnica, la loro collocazione temporale (segnatamente, la fase di commissioning del 2022) e la loro conformità alla normativa e alla Valutazione di Impatto Ambientale applicabile; 2) pubblicare, sui medesimi canali social sui quali sono stati diffusi i Contenuti e con analoga evidenza e durata, entro e non oltre 10 (dieci) giorni dal ricevimento della presente, una rettifica/precisazione che dia atto: (i) della distinzione tra routine, non-routine e safetyflaring, e del fatto che l’impianto Coral South FLNG non pratica routine flaring; (ii) del fatto che gli episodi di flaring di maggiore entità richiamati nel Report si riferiscono principalmente alla fase di avviamento dell’impianto (2022) e non riflettono le performance operative attuali dell’impianto, il quale presenta “zero operationalflaring” a regime; (iii) del fatto che le emissioni dell’impianto sono conformi alla Valutazione di Impatto Ambientale approvata dalle Autorità competenti;  3) astenersi, in futuro, dal diffondere affermazioni prive di adeguato riscontro fattuale e non correttamente contestualizzate in merito alle attività di Eni in Mozambico. Si precisa che, in un’ottica di leale e trasparente confronto sul merito delle questioni ambientali sollevate – che Eni non intende in alcun modo sottrarre al dibattito pubblico – la presente diffida non contiene alcuna richiesta di risarcimento del danno, fermo restando che la Società si riserva ogni più ampia facoltà ivi, comprese le iniziative giudiziarie a tutela dei propri diritti, ove le condotte sopra descritte dovessero proseguire o essere reiterate. Si resta in attesa di cortese riscontro entro il medesimo termine di 10 (dieci) giorni dal ricevimento della presente, decorso inutilmente il quale la Società si riterrà libera di agire atutela dei propri diritti e interessi nelle sedi opportune, senza ulteriore preavviso. La presente vale quale messa in mora e atto interruttivo di ogni termine di prescrizione e/o decadenza a tutti gli effetti di legge. -------------------------------------------------------------------------------- ReCommon esprime preoccupazione per il ricorso alla diffida – l’ennesima in pochi mesi ricevuta da ENI- come strumento volto a scoraggiare la pubblicazione di informazioni di pubblico interesse. Tale pratica, nota a livello internazionale come SLAPP (Strategic Lawsuit Against Public Participation), è oggetto di specifica attenzione da parte delle istituzioni europee, che con la Direttiva (UE) 2024/1069 hanno introdotto misure di protezione per i soggetti — giornalisti, ricercatori, organizzazioni della società civile — esposti ad azioni legali abusive finalizzate a silenziarne l’attività. ReCommon si riserva di avvalersi di tutti gli strumenti di tutela previsti dalla normativa vigente, inclusi quelli introdotti dalla suddetta Direttiva, qualora la società dovesse proseguire con azioni prive di fondamento. In ogni caso ReCommon considera l’atteggiamento tenuto dall’azienda negli ultimi due anni come lesivo del ruolo, dell’attività e della reputazione dell’associazione e si riserva il diritto di agire nelle sedi competenti. Per tutti i motivi sopra esposti si respingono le accuse formulate e, nel contempo, si ribadisce la disponibilità a pubblicare l’eventuale documentazione che ENI riterrà di trasmettere sul tema, allo scopo di fornire la più ampia informazione ai propri lettori.
July 21, 2026
ReCommon
La metanizzazione della Sardegna avanza, iniziano gli espropri
DI PAOLA MATOVA La possibile metanizzazione della Sardegna va avanti, sebbene a piccoli passi. Formalmente autorizzato dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del settembre 2025 nell’ambito del progetto di “decarbonizzazione” della Sardegna, il piano prevede l’arrivo del gas naturale liquefatto GNL attraverso nuovi punti di approvvigionamento. L’elemento principale è il terminale previsto a Oristano, collegato a una nave rigassificatrice (FSRU), cui fa da sponda e una seconda possibile entrata da Porto Torres, con l’ipotesi di un ulteriore impianto di rigassificazione. All’interno di questo disegno rientra anche il gasdotto del Centro-Sud Sardegna, infrastruttura destinata a distribuire il gas lungo una parte significativa del territorio sardo.    Con l’avvio delle procedure sugli espropri, datato 15 maggio, il progetto del gasdotto del Centro-Sud Sardegna è entrato nella sua fase più concreta. L’opera, promossa da Enura, società controllata da Snam, prevede la realizzazione di oltre 300 chilometri di gasdotto tra rete nazionale e rete regionale, attraversando decine di comuni dall’Oristanese fino a Cagliari, con una diramazione verso Iglesias e Carbonia. Dopo la scadenza dei termini per presentare osservazioni fissata lo scorso giugno, l’iter amministrativo prosegue ora verso l’imposizione delle servitù, le occupazioni temporanee e gli espropri dei terreni necessari alla costruzione dell’infrastruttura. Il provvedimento non indica un numero complessivo degli espropri, ma gli elenchi a disposizione comprendono centinaia di proprietari e un numero elevato di particelle catastali, entrambi elementi che confermano l’ampiezza dell’intervento. A sollevare le maggiori perplessità sono le modalità con cui i cittadini sono stati informati. La Regione ha scelto la procedura prevista per gli interventi che coinvolgono un numero elevato di destinatari e infatti l’avviso è stato pubblicato per venti giorni negli albi pretori dei Comuni interessati e sul sito istituzionale della Regione, senza una comunicazione diretta ai proprietari. Formalmente la procedura è conforme alla normativa, ma nella pratica molti cittadini potrebbero non essersi accorti in tempo che i propri terreni erano interessati, dovendo orientarsi in  pochi giorni tra lunghi elenchi catastali e una documentazione tecnica complessa per verificare la presenza delle proprie particelle ed eventualmente predisporre osservazioni.   E’ quanto mai singolare che si stia procedendo con l’acquisizione dei terreni mentre restano aperte le contestazioni sull’intero progetto di metanizzazione della Sardegna e sulla sua effettiva utilità alle comunità. Mentre il gasdotto procede verso una fase operativa, il quadro energetico e industriale che ne aveva sostenuto la pianificazione è profondamente cambiato. La prospettiva di utilizzare il gas come soluzione di transizione per accompagnare l’uscita dal carbone è oggi messa in discussione dalle nuove scelte nazionali in materia energetica (decreto bollette), che hanno modificato le tempistiche di dismissione delle centrali a carbone. Allo stesso tempo, diversi elementi indicano che la necessità futura di gas nell’isola potrebbe essere molto diverso da quello che ci dice Enura/Snam nel suo progetto. Un altro elemento controverso è proprio l’allacciamento previsto del gasdotto ad Eurallumina, che è ora oggetto di una specifica procedura di assoggettabilità alla Valutazione d’impatto Ambientale (VIA) sulla quale sono state presentate osservazioni critiche al Mase. Questa viene infatti valutata in un contesto in cui il principale utilizzatore industriale indicato da Enura/Snam come destinatario principale del gas è uno stabilimento fermo dal 2009. L’ipotesi di destinare una parte significativa della nuova infrastruttura al rilancio dell’impianto di produzione di Eurallumina appare estremamente rischioso. In tutto questo contesto Arera, l’autorità regolatrice dell’energia, ha recentemente espresso forti riserve sul piano di metanizzazione della Sardegna, chiedendo maggiore chiarezza su costi, benefici e prospettive di utilizzo delle infrastrutture previste. Arera ha evidenziato il rischio che nuovi investimenti possano risultare sovradimensionati rispetto alla futura domanda di gas, con conseguenti effetti sulle tariffe energetiche. Una valutazione che mette in forte discussione la necessità di realizzare nuove opere fossili
July 20, 2026
ReCommon
Mentre Giorgia e Donald litigano, l’Italia fa il pieno di gas americano
Un meme su Truth che invoca un “ordine restrittivo” contro Giorgia Meloni. La premier che diserta la festa dell’Independence Day a Villa Taverna. Il gelo al vertice NATO di Ankara. Da settimane la telenovela tra Donald Trump e Giorgia Meloni riempie le cronache: il presidente americano accusa la premier italiana di aver “rifiutato di aiutare” gli Stati Uniti sull’Iran e sullo Stretto di Hormuz, lei risponde che “né io né l’Italia imploriamo nessuno” e sceglie la linea del silenzio. Uno scontro vero o una sceneggiata a beneficio delle rispettive platee? Difficile dirlo. Quel che è certo è che, mentre i due litigano, o fanno finta di litigare, i numeri raccontano una storia ben differente: mai l’Europa, e con lei l’Italia, è stata così dipendente dal gas americano. E la guerra in Medio Oriente, quella stessa su cui Trump rimprovera a Meloni di non aver fatto abbastanza, sta rendendo questa dipendenza ancora più profonda. E più costosa. Nel primo trimestre del 2026, il 63% dell’import europeo di gas naturale liquefatto (GNL) è arrivato dagli Stati Uniti, con un incremento non risibile rispetto al 57% dello stesso periodo del 2025. Ma il quadro è ancora più netto se si guarda al totale del gas, non solo a quello liquefatto: gli USA pesano ormai per il 29% di tutte le importazioni di gas dell’UE, e secondo l’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA)[1] nel corso del 2026 supereranno la Norvegia, diventando il primo fornitore di gas dell’Unione in assoluto. Entro il 2028, il GNL a stelle e strisce potrebbe arrivare a coprire fino all’80% delle importazioni di GNL dell’UE. Il tutto con un dettaglio non trascurabile: in media, il GNL statunitense è il più caro tra quelli acquistati dai compratori europei. L’Italia fa la sua parte: nel solo 2025 ha speso circa 3,5 miliardi di euro in GNL americano.  C’è un’ironia amara nella polemica tra i due leader. Trump accusa Meloni di essersi tirata indietro sullo Stretto di Hormuz. Ma è stata proprio la chiusura di Hormuz il 4 marzo, dopo lo scoppio della guerra a fine febbraio, ad aver messo in ginocchio l’approvvigionamento europeo e italiano. L’impianto qatariota di Ras Laffan è fuori uso a causa dell’attacco iraniano del 2 marzo, tanto che QatarEnergy si è vista costretta a dichiarare la forcemajeure. Così circa il 20% dell’offerta globale di GNL è saltato, con una perdita di oltre 2 miliardi di metri cubi di gas a settimana. Per l’Italia il colpo è stato molto duro: eravamo il Paese europeo più esposto al gas di Doha, con circa il 45% del nostro GNL proveniente dal Qatar nel 2024, e da soli assorbivamo circa metà di tutto l’import europeo da Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Le conseguenze si vedono sulle bollette e sugli stoccaggi. I prezzi del gas al TTF hanno toccato a marzo il livello mensile più alto in oltre tre anni, e secondo il regolatore europeo ACER i prezzi spot e a terminehanno raddoppiato i livelli pre-conflitto, con quotazioni elevate attese almeno fino a metà 2027. L’Europa è entrata nella stagione estiva di riempimento con gli stoccaggi al 28%, ben al di sotto della media quinquennale del 41%: riempirli in vista dell’inverno, con il Qatar a terra e la concorrenza asiatica sui carichi spot, sarà più difficile e più costoso del solito. Non si tratta di uno shock passeggero: la IEA stima che i danni all’infrastruttura qatariota fra il 2026 e il 2030 comporteranno una perdita cumulata di circa 120 miliardi di metri cubi di GNL , ritardando l’ondata di nuova capacità di liquefazione globale. Le previsioni di medio periodo sono mutate. A tutto vantaggio di chi il gas ce l’ha e lo vende a caro prezzo: gli Stati Uniti. Questa dipendenza non nasce da sola: qualcuno la finanzia. Ed è qui che entrano in scena le banche, italiane comprese. Il 26 giugno Cheniere Energy, il più grande produttore e sviluppatore di GNL degli Stati Uniti, ha incassato due prestiti: uno da 1 miliardo di dollari alla controllata Cheniere Corpus Christi Holdings e uno da 1,75 miliardi alla casa madre, entrambi con scadenza a cinque anni. In entrambi i finanziamenti, accanto a colossi come JPMorgan, Citi e Société Générale, c’è Intesa Sanpaolo. Il terminal di Corpus Christi, in Texas, non è un impianto qualsiasi: è tra i più inquinanti degli Stati Uniti, con 3,3 milioni di tonnellate di gas serra e quasi 3.000 tonnellate di inquinanti atmosferici dannosi per la salute rilasciati nel solo 2023, ripetute violazioni dei permessi su aria e acqua e una lunga scia di opposizione da parte delle comunità locali e indigene. Per la prima banca italiana non è un episodio isolato ma la conferma di una traiettoria: come documentato nel rapporto Banking On Climate Chaos 2026, gli Stati Uniti sono diventati la prima destinazione dei finanziamenti fossili di Intesa Sanpaolo, che si è ormai guadagnata il titolo di “campione del gas USA”. La risposta europea e italiana alla crisi rischia di essere la solita: costruire altra infrastruttura fossile. Peccato che i numeri dicano il contrario. La domanda europea di gas è in calo strutturale, mentre la capacità di importazione continua a crescere: secondo IEEFA, entro il 2030 la capacità europea di importazione di GNL supererà la domanda totale di gas e sarà il triplo della domanda di solo GNL. Il caso italiano è emblematico: la nave rigassificatrice BW Singapore, entrata in funzione a Ravenna nel 2025 con una capacità di 5 miliardi di metri cubi, a marzo 2026 lavorava al 25% delle sue possibilità. Un quarto. Il rischio di ritrovarci con cattedrali nel deserto pagate dai contribuenti e dai consumatori è concreto e crescente. Se lo scontro con Trump fosse vero, ci si aspetterebbe da Roma almeno un sussulto di autonomia sulla politica energetica. Accade l’opposto. Al Consiglio Energia del 26 giugno, mentre i ministri facevano il punto sulle “lezioni apprese” dalla chiusura di Hormuz, l’Italia si è confermata tra i paesi che chiedono di rinviare le sanzioni previste dal Regolamento europeo sul metano per gli importatori inadempienti in nome, ça va sans dire, della sicurezza degli approvvigionamenti. Una posizione che asseconda le pressioni arrivate, due giorni prima del Consiglio, da una lettera aperta ai vertici UE firmata da Stati Uniti, Qatar, Nigeria e Algeria per chiedere emendamenti mirati al regolamento. Insomma, Washington chiede di smontare le regole europee sul metano, e Roma è in prima fila ad assecondarla. Per ora il commissario europeo all’Energia Dan Jørgensen ha tenuto il punto, dichiarando che non riaprirà il regolamento e che sarà “pragmatico” sulle sanzioni, senza però smantellare la legislazione. Ma la pressione è destinata a crescere. La diatriba tra Giorgia e Donald, vero o recitato che sia, è il perfetto diversivo. Sotto i riflettori vanno i meme e le foto di gruppo; dietro le quinte, l’Italia compra sempre più gas americano, finanzia con le sue banche l’espansione del GNL texano e lavora a Bruxelles per indebolire le regole sul metano volute dall’Europa e detestate da Washington. Altro che ordine restrittivo: tra Roma e Washington il legame, quello fossile, non è mai stato così stretto. -------------------------------------------------------------------------------- [1] Di seguito le analisi di IEEFA a cui ci si riferisce nell’articolo: * https://ieefa.org/articles/europe-source-two-thirds-its-lng-imports-us-2026-dependence-deepens * https://ieefa.org/eu-gas-flows-tracker * https://ieefa.org/european-lng-tracker * https://ieefa.org/resources/strait-hormuz-disruption-would-jeopardise-10-europes-lng-imports
July 14, 2026
ReCommon
Abusi sessuali e violazioni dei diritti umani nel progetto per il GNL di Total in Mozambico?
L’organizzazione di giornalisti indipendenti Forbidden Stories è entrata in possesso di un rapporto non ancora pubblico della Nazioni Unite in cui si documentano violazioni dei diritti umani e abusi sessuali da parte delle forze militari mozambicane e dei dipendenti di TotalEnergies presenti a Cabo Delgado. In quell’area, nella parte settentrionale del Mozambico e più precisamente nella penisola di Afungi, nel 2019 la multinazionale fossile francese aveva cominciato le operazioni per la realizzazione del progetto di estrazione e liquefazione di gas fossile Mozambique LNG. L’opera era stata sospesa per cause di forza maggiore nel 2021 a causa del conflitto in corso nella regione e riattivata lo scorso novembre. Val la pena ricordare che negli ultimi otto anni l’insurrezione armata e la risposta dell’esercito mozambicano hanno causato più di 1 milione di sfollati e circa 4mila vittime civili nel nord del Paese africano. Tra gennaio e aprile 2024, un’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di salute sessuale e riproduttiva ha raccolto testimonianze che descrivono episodi di abuso, tra cui il modo in cui donne e ragazze sarebbero state costrette da uomini legati al progetto Mozambique LNG ad avere rapporti sessuali in cambio di un impiego. «Dicono alle donne e alle ragazze che se andranno a letto con loro avranno un lavoro. Le ragazze accettano, ma a volte le promesse di impiego non vengono mantenute», ha raccontato una fonte locale all’agenzia delle Nazioni Unite. Queste testimonianze sono state raccolte in un rapporto inedito, intitolato “Voices of Mozambique”, che mirava a documentare la violenza di genere nella regione. Questi contributi sono stati raccolti nei distretti di Mueda, Nangade, Muidumbe, Palma, Mocímboa da Praia, Macomia e Mecufi, attraverso interviste a più di 100 persone, tra cui sopravvissute provenienti da comunità di sfollati, di accoglienza e di rimpatriati, nonché personalità locali ed esperti in materia di violenza di genere. Tra questi ultimi figuravano autorità nazionali, leader religiosi, accademici e operatori umanitari a livello nazionale e internazionale. «È stata molto dura perché non ci sono posti di lavoro. Non ho mezzi di sussistenza. Quindi devo ricorrere ad altri modi per provvedere ai miei figli e alla mia famiglia», ha raccontato a Fordibben Stories Mwanajuma, una donna di 27 anni madre di due figli, il cui nome è stato cambiato per proteggerla. Come accennato, TotalEnergies ha ripreso le proprie attività a Cabo Delgado alla fine del 2025 dopo un’interruzione di quattro anni. Fino a ottobre 2023 ha supportato materialmente e finanziariamente le forze armate mozambicane per proteggere la penisola di Afungi dagli insorti, dove dovrebbe sorgere anche il progetto Rovuma LNG di ExxonMobil ed ENI, ragion per cui queste ultime hanno «corrisposto la propria quota» a TotalEnergies, ma l’ammontare è soggetto «a clausole di riservatezza». Secondo il rapporto ONU, i soldati mozambicani sarebbero responsabili di stupri, sesso a pagamento, estorsioni e abusi, anche ai danni di minori. Un rapporto interno di TotalEnergies visionato da Forbidden Stories e ottenuto dall’italiana ReCommon, mostra che il progetto Mozambique LNG, guidato da TotalEnergies, “era a conoscenza di diversi casi di comportamenti scorretti da parte della JTF (Joint Task Force) all’interno e nei dintorni del villaggio” nel 2022. In un’inchiesta del 2024 pubblicata da Politico, il giornalista Alex Perry ha rivelato che TotalEnergies avrebbe pagato i soldati mozambicani della JTF. I soldati erano stati incaricati di proteggere l’impianto di Cabo Delgado, ma si è poi scoperto che avevano arrestato, torturato e giustiziato decine di civili nei pressi del perimetro del complesso di TotalEnergies. Da allora, queste rivelazioni hanno portato all’avvio di procedimenti penali contro l’azienda. Alla fine del 2025, il Centro europeo per i diritti costituzionali e umani (ECCHR) ha presentato una denuncia in Francia accusando TotalEnergies di complicità in crimini di guerra, tortura e sparizioni forzate di decine di civili. Kete Fumo, dell’organizzazione mozambicana Justiça Ambiental afferma che «direttamente o indirettamente, questi progetti finiscono per aggravare la situazione, soprattutto quando vi sono informazioni che dimostrano che proprio quei progetti finanziano forze armate che in seguito commettono violazioni dei diritti umani». Un monito che vale anche per le istituzioni finanziarie, a partire da quelle italiane coinvolte nel progetto come SACE e Cassa Depositi e Prestiti. I documenti ottenuti da ReCommon provengono da queste ultime, non è quindi da escludere che le due istituzioni potessero essere a conoscenza delle violazioni dei diritti umani antecedenti e successive a quelle oggetto della denuncia presentata in Francia. SACE è l’unica agenzia di credito all’esportazione europea rimasta nel consorzio finanziatore.
June 30, 2026
ReCommon
Webinar | Emergenza per chi? Come le aziende energetiche fossili guadagnano dalla crisi.
Data: 8 luglio 2026 – h. 17 Link per iscrizione zoom: Emergenza per chi? Come le aziende energetiche fossili guadagnano dalla crisi. Dalla guerra ai rincari energetici: chi beneficia della nostra dipendenza da petrolio e gas e perché serve una tassa sugli extra-profitti fossili. Ogni volta che una guerra, una crisi internazionale o una tensione geopolitica colpiscono i mercati energetici, il copione sembra sempre lo stesso: aumentano i prezzi di petrolio, gas e carburanti, famiglie e imprese pagano il conto, mentre le grandi compagnie fossili registrano profitti straordinari. Ma questi extra-profitti non sono un effetto collaterale della crisi. Sono il prodotto di un sistema energetico che continua a dipendere da fonti fossili costose, instabili e concentrate nelle mani di pochi attori economici. Chi guadagna davvero dall’aumento dei prezzi dell’energia? Perché le misure adottate finora non hanno funzionato? E come potrebbero essere utilizzate le risorse provenienti da una vera tassa sugli extra-profitti per accelerare una transizione energetica più giusta, democratica e accessibile? Ne discutiamo con Antonio Tricarico (ReCommon), Mauro Meggiolaro (giornalista esperto di analisi aziendali e di mercato) e Andrea Boraschi (Transport & Environment), a partire dai dati più recenti sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere e dalle proposte della campagna “Basta extra-profitti fossili”. Modera Virginia Della Sala, giornalista de Il Fatto Quotidiano.
June 24, 2026
ReCommon
Banking on Climate Chaos, il rapporto conferma: Intesa Sanpaolo è la prima banca fossile italiana, sempre più legata al GNL USA.
Roma, 9 giugno 2026 – Il 17esimo rapporto annuale “Banking on Climate Chaos”, pubblicato oggi da un’ampia coalizione di organizzazioni della società civile, tra cui ReCommon, conferma Intesa Sanpaolo come prima banca fossile italiana, ribadendo il suo fortissimo legame con il settore oil&gas a stelle e strisce. Nel 2025, l’istituto torinese ha destinato 4,7 miliardi di dollari ai combustibili fossili, sostanzialmente invariati rispetto al 2024 (-0,6%). Dall’analisi di ReCommon sui dati del rapporto emerge che questa stabilità nasconde due dinamiche. L’esposizione fossile di Intesa non si riduce, ma si distribuisce su un numero crescente di controparti, (oltre 150 operazioni nel 2025, il dato più alto del quinquennio) e si sposta nettamente verso gli Stati Uniti: nel 2025 gli USA sono il primo paese di destinazione del finanziamento fossile della banca, con un valore superiore al doppio di quello destinato all’Italia, quasi la metà dell’intero portafoglio fossile e il distacco più ampio degli ultimi cinque anni. Il rapporto fotografa un boom mondiale del gas naturale liquefatto (GNL), e Intesa Sanpaolo si conferma dentro il segmento più caldo. Il più grande debitore fossile del mondo nel 2025 è Venture Global, società statunitense del GNL vicina all’amministrazione Trump, che da sola ha raccolto 32,9 miliardi di dollari di finanziamenti (+631% in un anno, pari al 2,7% di tutto il fossile globale). Intesa Sanpaolo è tra le sue banche: finanzia il terminal di esportazione Calcasieu Pass 2 (CP2), in Louisiana, con un ruolo di arrangiatore mandatario, cioè tra i principali registi dell’operazione. Lo stesso ruolo che ricopre per Rio Grande LNG, in Texas, sviluppato da NextDecade, altra società salita quest’anno al nono posto tra i maggiori debitori fossili mondiali (+193 posizioni in un solo anno). Il legame italiano con Venture Global non si ferma alla finanza: nel luglio 2025 ENI ha firmato con la società un contratto ventennale per la fornitura di 2 milioni di tonnellate l’anno di GNL proprio da CP2, impianto non ancora operativo. Venture Global è già al centro di contenziosi con acquirenti europei di gas per i carichi del suo primo terminal, ed è indicata dal rapporto come l’emblema di come le società del GNL sfruttino l’instabilità geopolitica per realizzare profitti straordinari. «Intesa Sanpaolo ha fatto una scelta precisa: puntare sul gas liquefatto statunitense, il business più speculativo del momento. Un business che alla banca porta profitti, ma che a noi lascia una dipendenza sempre più stretta dal gas americano e bollette in balìa delle crisi geopolitiche» ha commentato Daniela Finamore di ReCommon. «Finanziare Venture Global, che macina profitti record sulle guerre e sui rincari energetici, significa arricchire pochi miliardari, mentre famiglie e comunità pagano il prezzo di un clima sempre più instabile. Ogni nuovo dollaro all’espansione del GNL ci lega di più a un’industria che prospera sulle crisi: Intesa Sanpaolo ne è pienamente responsabile» ha concluso Finamore. Il quadro globale che fa da sfondo al caso Intesa è di crescita, non di ritirata. Nel 2025 le 65 maggiori banche del mondo hanno destinato 906 miliardi di dollari ai combustibili fossili, in aumento del 7,6% rispetto all’anno precedente, portando il totale a 8,7 mila miliardi dalla firma dell’Accordo di Parigi. Il finanziamento alle compagnie che espandono attivamente il fossile è salito a 508 miliardi di dollari, con un balzo del 27% in un solo anno, il valore più alto mai registrato. Il mercato resta dominato da pochissimi attori: JPMorgan Chase si conferma la prima banca fossile al mondo con 58 miliardi, e le dodici maggiori, la cosiddetta “Dirty Dozen”, coprono da sole quasi il 40% del totale globale. A trainare l’espansione è soprattutto il segmento midstream (gasdotti, terminal e GNL) cresciuto dell’84% in un anno: metà di tutto il finanziamento all’espansione è andato a società con almeno un grande progetto di gas liquefatto o di pipeline. Sul fronte italiano, l’altra banca presente in classifica, UniCredit, ha ridotto il proprio finanziamento fossile del 18,5% nel 2025, scendendo a 4,6 miliardi di dollari: una delle poche grandi banche europee ad aver operato un taglio significativo. Anche il principale gruppo energetico italiano figura tra i protagonisti dell’espansione del gas: ENI è partner, insieme alla compagnia emiratina ADNOC e alla tailandese PTT, del giacimento offshore Ghasa, il cui sviluppo è stato finanziato nel 2025 con un’operazione da 11 miliardi di dollari.
June 9, 2026
ReCommon
«Tassiamo gli extra-profitti delle multinazionali fossili». ReCommon lancia la petizione per chiedere al governo misure concrete per avviare una vera transizione energetica
Roma, 4 giugno 2026 – ReCommon lancia una petizione per chiedere al governo italiano di introdurre subito una vera tassa sugli extra-profitti delle multinazionali fossili, legata a una serie di passi concreti per instradare una transizione energetica in linea con gli obiettivi internazionali di lotta ai cambiamenti climatici. Solo in questo modo ci si potrà affrancare delle molteplici crisi energetiche che si stanno accavallando anno dopo anno.  FIRMA LA PETIZIONE Dall’inizio del conflitto tra Iran e Stati Uniti e dal conseguente blocco dello Stretto di Hormuz, l’Europa sta pagando 500 milioni di euro al giorno in più il suo conto per l’impiego dei combustibili fossili. Intanto i giganti fossili guadagnano 30 milioni di euro in più ogni ora, in base a uno studio pubblicato sul quotidiano britannico Guardian. Questo insieme di fattori ha determinato un forte aumento delle bollette dei cittadini, che in Italia è acuito dal costo già spropositato dell’elettricità: nel 2025 nel nostro Paese si sono pagati 116 €/Mwh, rispetto alla media dell’UE che si attesta a 85 €/Mwh.  Questo perché i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni ci hanno legato mani e piedi all’impiego dei combustibili fossili, a tutto vantaggio delle nostre grandi multinazionali, con in prima fila ENI, che hanno continuato ad accumulare profitti, ostacolando di fatto una reale ed efficace transizione energetica fuori dai fossili.  Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, Le famiglie italiane stanno pagando già 450 euro in più per il caro-energia in atto, tuttavia sempre gli esperti del Fondo prefigurano scenari con rincari fino a 2.270 euro. Come riportato da uno studio dell’organizzazione Transport & Environment, in Italia gli extra-profitti delle compagnie fossili saranno di almeno 4 miliardi di euro – in Europa il totale è 24 miliardi – e parliamo di una valutazione conservativa, perché copre solo il prezzo dei carburanti stradali e non ad esempio del gasolio e del gas metano per riscaldamento.   L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha fatto poco o nulla, se non dichiarazioni di facciata, per arginare questa deriva. Al fine di calmierare il prezzo dei carburanti alla pompa, il governo ha stanziato 1,8 miliardi di euro. Una misura puramente palliativa, pensata solo a brevissimo termine e che continua ignorare il nodo della questione: l’enorme dipendenza del nostro Paese dai combustibili fossili «Gli impatti dell’attuale crisi si faranno sentire per parecchio tempo. Per questo il governo deve agire subito e senza esitazioni, non ascoltando le obiezioni del comparto fossile italiano. L’esperienza della tassa straordinaria imposta dopo la prima crisi energetica del 2022 ci dice che si può fare molto di più e meglio al fine di raccogliere un gettito maggiore e in maniera trasparente e con una chiara destinazione sociale nell’ambito della transizione fuori dalle fonti fossili» hanno dichiarato Simone Ogno e Antonio Tricarico di ReCommon. FIRMA LA PETIZIONE
June 4, 2026
ReCommon
Greenpeace Italia e ReCommon hanno presentato un ricorso al TAR del Lazio contro il decreto del Ministero dell’Ambiente per la compatibilità ambientale del progetto “CCS Pianura Padana”di Snam Rete Gas
Roma, 20 maggio 2026 – Il mega progetto di Eni e Snam per la cattura, il trasporto e lo stoccaggio nell’Alto Adriatico della CO₂ presenta delle criticità molto serie; per questo Greenpeace Italia e ReCommon hanno presentato un ricorso al TAR Lazio-Roma per chiedere l’annullamento del decreto del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica del 30 gennaio scorso di valutazione positiva di impatto ambientale relativa al progetto di sviluppo delle infrastrutture del “CCS Pianura Padana” presentato da Snam, contestando in particolare il frazionamento dell’opera, attuato approfittando di un iter autorizzativo più “agile”. Il tutto con potenziali effetti negativi sull’ambiente e sul paesaggio dei fragili territori costieri e delle province di Ferrara, Ravenna e Rovigo, oltreché dell’Alto Adriatico.  “CCS Pianura Padana” consiste nei primi cento chilometri di infrastrutture e gasdotti su terra per il potenziamento del già avviato progetto “Ravenna CCS”, a sua volta pietra angolare del “CCS Integrato Callisto”, che vedrebbe anche il coinvolgimento della Francia. Obiettivo finale dell’intera opera è quello di stoccare fino a 16 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno nei diversi giacimenti esausti di idrocarburi a largo di Ravenna, e sviluppare la rete delle infrastrutture necessarie a costruire un mercato della CO₂ nel Mediterraneo. Snam prevede di investire 800 milioni di euro nel progetto Ravenna CCS, che comprende sia le infrastrutture su terra del CCS Pianura Padana che quelle in joint venture con Eni relative allo stoccaggio di CO2. I motivi del ricorso al TAR partono dalla scelta, secondo Greenpeace Italia e ReCommon illegittima, di frazionare un progetto unico iniziando la fase pilota dello stoccaggio in mare senza una valutazione complessiva di impatto ambientale dell’intero intervento. L’unica parte sottoposta finora a un’effettiva valutazione di impatto ambientale è quella relativa alle infrastrutture su terra ferma, denominata per l’appunto CCS Pianura Padana. Ma è evidente l’interdipendenza della parte in mare e di quella su terra dello stesso grande progetto, compresa la Fase 2 e il suo futuro sviluppo internazionale che gli ha garantito lo status di “Progetto di Interesse Comune” della Commissione europea. Nella fase industriale 2, che verrà presumibilmente avviata nel 2027, il progetto prevede di trasportare e stoccare nei giacimenti a largo di Ravenna anche una parte della CO₂ emessa dagli impianti industriali francesi di Fos, Etang de Berre e della valle del Rodano, che verrebbe trasportata su nave e/o camion. Un progetto avveniristico, con un computo energetico importante, che non viene per niente considerato nella valutazione di impatto ambientale ministeriale, e la cui analisi costi e benefici richiesta da ReCommon alla Commissione europea non è stata tuttora divulgata pubblicamente. Greenpeace Italia e ReCommon hanno partecipato alle fasi di consultazione pubblica nell’ambito del procedimento di valutazione ambientale del progetto CCS Pianura Padana. Fra il settembre del 2024 e l’aprile del 2025, hanno presentato varie osservazioni e contro-osservazioni, buona parte delle quali non hanno trovato risposte adeguate da parte della società proponente. La procedura rientrava nell’ambito del  PNRR-PNIEC, ed era quella accelerata applicata a progetti definiti di “sicurezza energetica”, con tempi dimezzati per la consultazione pubblica.  Greenpeace Italia e ReCommon hanno riscontrato delle carenze della valutazione di incidenza (VINCA), in particolare rispetto agli impatti sulle 12 zone protette che dovrebbero essere direttamente o indirettamente impattate dal progetto Pianura Padana CCS. «Dalla documentazione del progetto emergono, a nostro avviso, criticità che non sono state adeguatamente approfondite prima del rilascio della VIA in termini di sicurezza, ambiente ed impatto sulle aree protette. Per questo le associazioni hanno deciso di rivolgersi al TAR. Se tali carenze istruttorie saranno accertate dal giudice amministrativo, verrebbero confermati anche i timori sui rischi di significativi impatti che il progetto CCS Pianura Padana potrebbe comportare, senza sufficienti garanzie sulla sua sostenibilità nel lungo periodo», hanno commentato gli avvocati Luca Maria Brigida e Matteo Ceruti, legali delle associazioni ricorrenti. «Inoltre nel ricorso sono state evidenziate delle carenze nella valutazione dell’incidenza reale della sismicità, della liquefazione dei terreni e degli impatti della subsidenza e delle alluvioni che sempre di più stanno colpendo la regione Emilia Romagna» hanno aggiunto gli avvocati. «Ma quale sicurezza energetica! Questo progetto punta ad allungare la vita di infrastrutture fossili e addirittura costruirne di nuove, dietro la falsa promessa di una cattura “permanente” della CO₂ tutta da provare. Questo si aggiunge alle criticità importanti che abbiamo rilevato non solo sulla costruzione ma anche sul funzionamento e il mantenimento del progetto, che potrebbero generare costi sociali, ambientali ed economico-finanziari per le casse dello Stato nell’ordine di decine di miliardi» ha affermato Elena Gerebizza di ReCommon. «Il CCS Pianura Padana rischia di diventare un buco nero per le finanze pubbliche, favorendo l’accelerazione dei cambiamenti climatici invece di ridurla»  ha concluso Gerebizza. «La sicurezza energetica dell’Italia e dell’Europa si costruisce accelerando una vera transizione verso le fonti rinnovabili, l’efficienza energetica e l’elettrificazione, non investendo miliardi in false soluzioni come la cattura e lo stoccaggio della CO₂. Per Greenpeace il CCS è soprattutto un modo per le industrie fossili di buttare fumo negli occhi all’opinione pubblica: promettere di catturare le emissioni domani per continuare oggi a garantirsi profitti da petrolio e gas e rallentare la transizione energetica di cui abbiamo urgente bisogno», ha dichiarato Simona Abbate, campaigner energia e clima di Greenpeace Italia.
May 20, 2026
ReCommon
Finanziamenti fossili, l’Italia parla turco
Pubblicato su Il Manifesto, 14/05/26 C’è un filo rosso che unisce la guerra mossa da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, «la più grande scoperta di gas nel Mar Nero» e gli interessi italiani: si chiama «sicurezza energetica». NELL’ESTATE DEL 2020, la Turchia annunciò un’importante scoperta di gas nel Mar Nero, al largo della costa di Zonguldak: il Sakarya Gas Field, con riserve pari a 710 miliardi di metri cubi. Sulla carta, una vera e propria manna dal cielo per un Paese avido di risorse energetiche, in buona parte importate dall’estero. Sakarya incarna ogni ambizione autarchica della Turchia, a partire da quella di affrancarsi dalla dipendenza dal gas russo, fino a presentarsi sul mercato globale come potenziale esportatore. DAI POZZI SOTTOMARINI, IL GAS ARRIVA sulla terraferma all’impianto di Filyos attraverso un gasdotto di circa 170 chilometri posato a 2.200 metri di profondità. Il trasporto e l’installazione dell’infrastruttura è in capo a Saipem, principale società ingegneristica italiana nel settore petrolio & gas, i cui azionisti di riferimento sono Eni e Cassa Depositi e Prestiti. MA SAIPEM NON È L’UNICA ENTITÀ ITALIANA impegnata a sostenere il settore del gas turco. A maggio 2023 Sace, l’agenzia italiana di credito all’esportazione, rilasciò una garanzia sui prestiti per la prima fase del progetto del valore di 243 milioni di dollari, proprio per facilitare l’operatività di Saipem. A dicembre 2024, l’agenzia concesse una seconda garanzia da circa 660 milioni di euro per la fase due e ora sembrerebbe pronta a procedere con una terza tranche di sostegno, come riportato sul suo sito istituzionale. Per comprendere meglio come opera Sace, va evidenziato come sia controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e lavora attraverso il cosiddetto «derisking dell’investimento»: un’assicurazione pubblica che rimborsa aziende o banche finanziatrici in caso di fallimento del progetto. In entrambi i casi, l’intervento avviene con soldi pubblici. Lo stato italiano sta quindi aiutando la Turchia a sviluppare il suo settore energetico attraverso l’impegno di denaro pubblico, per di più in un momento di grande incertezza dovuta dalle crisi energetica in corso. E non tutto sembra procedere per il verso giusto. RESTA AGGIORNATO ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER [contact-form-7] SE NELL’APRILE DEL 2023, poco prima delle elezioni presidenziali, il già presidente Recep Tayyip Erdogan inaugurò in pompa magna l’arrivo dei primi metri cubi a Filyos, enfatizzando la velocità di realizzazione del progetto e riservando stoccate a giganti come Shell e BP che avevano fallito i precedenti round esplorativi, in seguito le cose non sono andate secondo i piani. GIÀ NEL 2024 ANKARA AVEVA RIVISTO al ribasso l’impatto della seconda fase di Sakarya, posticipando al 2026 l’obiettivo di 20 di milioni di metri cubi (mmc) giornalieri. Tuttavia, secondo i dati aggiornati a febbraio 2026 dell’Autorità di regolazione energetica, si evince che nel 2025 la media giornaliera si è fermata a 7,7 mmc, salendo appena a 8,2 nei primi due mesi di quest’anno. Il progetto non solo è in ritardo sulla seconda fase, ma non soddisfa nemmeno le stime della prima (10 mmc al giorno), ufficialmente conclusa. Inoltre, l’Italia non ha beneficiato di un solo metro cubo di gas estratto al largo delle coste turche, e mai lo farà. NONOSTANTE CIÒ, COME GIÀ ACCENNATO, Sace potrebbe rilasciare a breve una terza garanzia per agevolare ulteriormente Saipem. Un’operazione che da un lato si inserisce nel solco della relazione speciale tra Sace e il settore fossile, e dall’altro è in aperto contrasto con quanto la stessa agenzia e il governo avevano promesso alla COP26 di Glasgow, in Scozia, a novembre 2021. A quel vertice l’Italia si era impegnata a cessare il sostegno pubblico ai combustibili fossili entro la fine del 2022, firmando la Clean Energy Transition Partnership, meglio conosciuta come Dichiarazione di Glasgow. La policy climatica di Sace scaturita da quell’impegno è però così debole da fare dell’Italia il primo finanziatore pubblico dell’industria fossile in Europa e il quarto al mondo. Il supporto alla terza fase di Sakarya violerebbe persino questa debole policy, che esclude garanzie per esplorazione e produzione di gas dal 1 gennaio 2026. Per quanto esistano clausole di eccezione per quei progetti orientati al rafforzamento della sicurezza energetica italiana, i numeri di Sakarya non bastano neppure per quella turca. NON È SOLO UNA QUESTIONE CLIMATICA e ambientale, ma di gestione delle risorse pubbliche. Un progetto che rende meno delle aspettative aumenta il rischio di insolvenza delle società coinvolte. La crisi energetica derivante dalla guerra all’Iran rischia poi di aumentare la dipendenza italiana dalle fonti fossili, con pesanti impatti economici sulle fasce più vulnerabili della popolazione. Tuttavia, dietro il mantra della sicurezza energetica sembrano materializzarsi anche operazioni che niente hanno a che fare con l’effettivo fabbisogno di gas, quanto con il vantaggio per le tasche delle multinazionali. Alcune rese possibili da enti pubblici come Sace.
May 14, 2026
ReCommon
SACE pronta a finanziare il progetto gasiero di ENI Coral North FLNG in Mozambico. ReCommon: «Soldi pubblici per l’ennesimo progetto fossile, per giunta macchiato da un potenziale conflitto di interesse»
Roma, 13 maggio 2026 – ReCommon denuncia il potenziale conflitto d’interesse all’interno dell’assicuratore pubblico italiano SACE, pronto a finanziare il progetto Coral North FLNG di ENI in Mozambico sebbene nel suo consiglio d’amministrazione sia presente anche un membro del CdA del Cane a sei zampe, Cristina Sgubin, appena confermata dall’assemblea degli azionisti svoltasi a porte chiuse lo scorso 6 maggio.  L’agenzia di credito all’export italiana negli ultimi giorni ha comunicato sul suo sito di aver ricevuto «domanda di copertura assicurativa per il progetto Coral North  Development, che riguarda la realizzazione e l’esercizio di un impianto galleggiante per il trattamento, la liquefazione, lo stoccaggio e l’esportazione di gas naturale (Floating Liquefied Natural Gas – FLNG)». La piattaforma galleggiante sorgerebbe al largo delle coste di Cabo Delgado, la provincia più settentrionale del Mozambico. La zona è teatro da più di nove anni di un conflitto armato fra l’esercito di Maputo e insorti che si dichiarano affiliate allo Stato islamico.  L’infrastruttura è di fatto la copia di Coral South FLNG, che è invece attiva ed esporta gas fossile (GNL) da novembre 2022. Le due piattaforme, qualora anche la seconda vedesse la luce, finirebbero per distare solo 10 chilometri l’una dall’altra. In merito a Coral South FLNG, nel marzo 2025 ReCommon aveva rivelato nel suo rapporto “Fiamme Nascoste” che l’impianto era stato protagonista di numerosi fenomeni di flaring dall’inizio della sua attività nel 2022. Il tutto si evinceva dall’analisi dei dati pubblici e delle immagini satellitari esaminati dall’associazione e dai suoi consulenti, dati non adeguatamente riportati dalla compagnia petrolifera. Le analisi alimentano anche il sospetto che le immagini della piattaforma sul sito istituzionale di Eni possano essere state ritoccate per rimuovere le fiamme associate al flaring e conferire una veste “più green”.  Sempre a proposito di conflitto di interesse, la puntata della trasmissione della RAI Report dello scorso 10 maggio ha rivelato come l’operazione per l’acquisto da parte del Gruppo San Donato di una parte della sanità polacca, per un esborso di 600 milioni di euro, fosse segnata da una forte anomalia: era stata garantita dalla SACE, nonostante il Vice-presidente fosse all’epoca Ettore Sequi, figura apicale della fondazione che fa capo a Kamel Ghribi, “timoniere” proprio del Gruppo San Donato. Va inoltre ricordato che lo scorso marzo esperti delle Nazioni Unite hanno fortemente criticato il sostegno finanziario di 150 milioni di dollari accordato al progetto Coral North FLNG dalla Banca africana di sviluppo, rimarcando che l’opera «rischia di aggravare le violazioni dei diritti  umani, di contribuire al cambiamento climatico e di sottrarre i già  scarsi fondi pubblici agli investimenti urgenti nelle energie  rinnovabili». Gli esperti hanno espresso la loro convinzione che l’opera possa esacerbare indirettamente le tensioni causate dal  settore del gas nella provincia di Cabo Delgado. «Da tre anni SACE e il governo continuano a farsi gioco degli impegni internazionali, impegnando in questo lasso di tempo 3,97 miliardi di euro di soldi pubblici per progetti fossili che niente hanno a che fare con la sicurezza energetica italiana» ha commentato Simone Ogno di ReCommon. «Si fa sempre più forte il sospetto che l’operatività della principale agenzia pubblica italiana sia orientata alla sola tutela del profitto delle multinazionali, a scapito dei bisogni della collettività. È arrivato il momento che il Parlamento ponga fine a questo scempio» ha concluso Ogno.
May 13, 2026
ReCommon