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8,9 milioni di volte “no king!”
Il governo Meloni ha deciso di incoronare Claudio Descalzi con un quinto mandato alla guida di ENI. Mai nessun manager è stato alla guida della più influente multinazionale italiana così a lungo. Un’incoronazione in piena regola, che però ha indotto “Re Claudio” a osare troppo: appena rinominato ha dichiarato che bisogna ripensare la politica europea e riprendere l’import dal gas russo. Ma non solo: ha chiesto un aumento del suo salario del 23 per cento, per un totale di ben 8,9 milioni di euro, con “un aumento fino al 38% a 15,4 milioni di euro in base a un livello aggiuntivo di overperformance nel suo piano di incentivazione a lungo termine”, come riportato da Tele Borsa. Uno schiaffo in faccia a famiglie e imprese che fanno fatica a pagare le bollette ma anche al governo, che ha difficoltà a trovare i fondi per intervenire sul caro bollette e benzina. Persino l’Iss, l’entità che opera da consulente legale dei grandi fondi d’investimento, ha dato indicazione di votare contro questo aumento, perché eccessivo. La decisione sul salario di Descalzi sarà presa durante l’assemblea degli azionisti, che avverrà ancora una volta a porte chiuse e senza azionisti così da non disturbare il manovratore. Vedremo come si posizionerà il governo, che per la verità sin dall’inizio della legislatura si è mostrato riverente e dipendente dalla diplomazia del sistema Eni, in una fase storica in cui le politiche energetiche globali sono molto rilevanti. Val la pena ricordare che il nuovo piano di cooperazione Italia-Africa è stato intitolato al fondatore di ENI, Enrico Mattei. Durante i turbolenti mesi della crisi energetica del 2022, in seguito all’invasione russa dell’Ucraina, è stato proprio Descalzi ad “acompagnare” la presidente Meloni in giro per l’Africa a stipulare nuovi e rafforzare esistenti accordi energetici per l’import di gas in Italia.  E ancora, dopo la seconda elezione di Donald Trump, ENI ha subito agito in linea con la presidente del Consiglio per stringere nuovi accordi di import di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Con la nuova crisi mediorientale e la chiusura dello Stretto di Hormuz, è ENI ancora una volta a dettare la linea. Va ammesso che la presidente Meloni sulla questione del gas russo ha predicato cautela, ma chissà poi come andrà a finire. Le relazioni tra l’Orso russo e il Cane a sei zampe hanno degli importanti precedenti. Con questa mossa, su cui la stessa Meloni ha invitato alla cautela, il re ha mostrato in realtà di essere già nudo. È stata l’ENI di Paolo Scaroni, in cui Descalzi era il numero due e il vero factotum della società, a renderci dipendenti dal gas russo ai tempi della diplomazia filo-putiniana di Silvio Berlusconi. Quindi dal 2022 è stata ENI che ci ha reso dipendenti da nuovi dittatori (al-Sisi in Egitto, Tebboune in Algeria) e dalle monarchie del Golfo, pur di non iniziare finalmente una transizione via dal gas. Poi è stato sempre il Cane a sei zampe a puntare sempre più sul nuovo mercato del gas naturale liquefatto e rendere l’Italia più dipendente dagli Usa. Ora che sono saltati il Qatar ed i suoi terminal di export di gas nel mezzo dell’attacco di USA e Israele all’Iran, è ENI che ci vuole riportare tra le grinfie di Putin, pur di mantenerci in scacco con la dipendenza dal gas. Il governo, quindi, ha premiato chi invece doveva essere bocciato, e così dimostra tutta la sua debolezza e dipendenza dal sistema ENI, inclusi i lauti dividendi dell’azienda.
April 23, 2026
ReCommon
Il Garante della Privacy sanziona ENI accogliendo le ragioni di Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadini italiani
ROMA, 16.04.2026 – Il Garante per la protezione dei dati personali ha sanzionato Eni S.p.A. con una multa di 96.000 euro per aver diffuso illecitamente sul proprio sito web i dati personali di 12 cittadine e cittadini italiani. Il provvedimento, il n. 207, arriva a seguito della segnalazione presentata da Greenpeace Italia e ReCommon. La vicenda risale al maggio 2023, quando i 12 cittadini e cittadine, insieme a Greenpeace Italia e ReCommon, avevano intentato la causa climatica “Giusta Causa” contro Eni. In risposta, la società aveva pubblicato sul proprio sito l’intero atto di citazione senza oscurare dati personali come luogo e data di nascita, codice fiscale e indirizzo di residenza delle 12 persone coinvolte nella causa. A seguito della segnalazione, il Garante ha avviato un’istruttoria e ha accertato che Eni ha violato gli articoli 5 e 6 del Regolamento UE 2016/679, trattando e diffondendo dati personali in assenza di un’idonea base giuridica. L’Autorità ha inoltre chiarito che il richiamo all’interesse legittimo della società a difendersi dalla campagna mediatica non poteva giustificare la pubblicazione integrale di quei dati, né risultava supportato da un adeguato bilanciamento con i diritti e le libertà delle persone coinvolte. «Anche in questo caso, Eni ha agito con l’unico obiettivo di difendere la propria immagine e i propri interessi, senza alcun rispetto per la privacy di 12 persone che hanno avuto il coraggio di chiamarla a rispondere delle sue responsabilità climatiche. Pubblicando integralmente i loro dati personali sul sito aziendale, Eni ha tentato di intimidire chi ha deciso di portarla davanti a un giudice per i danni inferti al clima del pianeta e alle tante persone che subiscono gli impatti di eventi estremi come alluvioni, ondate di calore e siccità. Ma il Garante ha stabilito un principio chiaro: nemmeno le grandi aziende come Eni possono calpestare i diritti delle persone e violare la loro privacy impunemente. Continueremo a batterci per la giustizia climatica e per il rispetto dei diritti di cittadine e cittadini», dichiarano Greenpeace Italia e ReCommon. -------------------------------------------------------------------------------- La verità non si difende da sola. Aiutaci a sostenere le spese legali. SOSTIENICI --------------------------------------------------------------------------------
April 22, 2026
ReCommon
Nuova SLAPP di ENI a ReCommon sulla questione delle licenze della multinazionale fossile in acque palestinesi. L’Associazione: «È l’ennesimo tentativo di tapparci la bocca, non ci faremo intimidire»
Roma, 15 aprile 2026 – ReCommon denuncia la volontà di ENI di intentare l’ennesima causa strumentale nei confronti dell’associazione, per provare a mettere a tacere i suoi esponenti. Una vera e propria SLAPP che introduce un nuovo contenzioso legale a pochi giorni dalla chiusura, con un accordo di mediazione, della causa che sempre ENI aveva mosso nei confronti del campaigner di ReCommon Antonio Tricarico. Lo scorso marzo, i legali di ENI hanno notificato a ReCommon la richiesta di avvio di una mediazione obbligatoria in sede civile per presunta diffamazione aggravata dall’uso del mezzo televisivo e dei social media, derivante dalle dichiarazioni rese da Eva Pastorelli nella qualità di rappresentante di ReCommon durante la trasmissione Report andata in onda su Rai 3 in data 14 dicembre 2025 e riprese nell’articolo comparso sul sito dell’associazione in data 18 dicembre 2025 e nella successiva replica del 5 febbraio 2026. Secondo ENI, il valore della controversia che si intende avviare è di 800.000 euro e le dichiarazioni “diffamatorie” di ReCommon andrebbero rimosse in quanto avrebbero alimentato sentimenti di odio e ostilità verso ENI e i suoi dipendenti, mettendo addirittura in serio pericolo l’incolumità dei lavoratori operanti in Italia e all’estero e delle loro famiglie. La mediazione obbligatoria fa seguito a una analoga diffida con richiesta di rettifica recapitata a inizio gennaio e a cui ReCommon ha risposto punto su punto sul suo sito web. Durante la trasmissione Report, Eva Pastorelli aveva dichiarato che «ENI ha all’attivo due partnership con società o istituzioni israeliane: la prima con il ministero dell’energia israeliano, che il 29 ottobre 2023 ha assegnato licenze di esplorazione al largo delle coste di Gaza a due consorzi di compagnie energetiche nazionali. La seconda partnership ENI l’ha stabilita con una società israeliana di nome Delek Group che si trova nella lista nera delle Nazioni Unite perché opera nei Territori Palestinesi occupati e opera illegalmente in questi». ReCommon ha ribadito che le affermazioni sulla assegnazione delle licenze esplorative del Blocco G erano suffragate da una comunicazione apparsa sul sito del ministero dell’Energia israeliano e su organi di stampa (Times of Israel e Reuters), l’associazione aveva anzi riportato anche su un articolo comparso sul suo sito web l’intenzione espressa da ENI in risposta alla sollecitazione di Report di “di non essere coinvolta in attività nell’area nel futuro”. Negli ultimi giorni dello scorso marzo, un articolo apparso sul quotidiano finanziario israeliano Globes riportava la notizia che ENI era uscita dal consorzio costituito per le attività di esplorazione del tratto di Mar Mediterraneo all’interno della zona economica esclusiva palestinese. Sollecitata da vari organi di stampa, la multinazionale italiana ha avvalorato la notizia, dichiarando quanto segue: «ENI conferma il suo ritiro dal consorzio aggiudicatario del ‘Blocco G’ deciso nel quadro della razionalizzazione e diversificazione strategica delle proprie attività upstream e prende atto della decisione degli altri membri del consorzio di completare il processo di aggiudicazione» In merito alla relazione di ENI con Delek Group, ReCommon ha già ribadito che la locuzione “lista nera” è stata usata più volte in ambiti giornalistici, e che in ogni caso la lista stilata dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani comprende la stessa Delek Group ed evidenzia come le attività della società israeliana abbiano “sollevato particolari preoccupazioni in materia di diritti umani”. «ENI sembra intenzionata a mantenere il suo primato in Europa per numero di liti temerarie, rivolgendoci pesanti e infondate accuse con l’obiettivo di silenziare l’attività di informazione condotta dall’associazione su questioni di indiscutibile pubblico interesse. Il tutto per aver riportato dati inconfutabili, tra cui le dichiarazioni della stessa ENI! Non ci faremo zittire, continueremo a portare avanti le istanze e le voci delle comunità impattate dalle attività estrattive di ENI, in Palestina e ovunque ce ne sarà bisogno» ha dichiarato Eva Pastorelli di ReCommon. A questo punto, archiviata la fase della mediazione, ReCommon è pronta ad affrontare un’eventuale nuova citazione in giudizio da parte di ENI.
April 15, 2026
ReCommon
Venture Global – Le ombre del partner di ENI nel business del gas americano
Nella pubblicazione si esaminano le diverse criticità legate alla società del settore del gas naturale liquefatto (GNL) statunitense Venture Global, con la quale ENI nel luglio del 2025 ha firmato un contratto ventennale per una fornitura di 2 milioni di tonnellate l’anno di GNL. Download Venture Global - Le ombre del partner di ENI nel business del gas americano REPORT PDF | 1.21 MB scarica il report
April 9, 2026
ReCommon
Venture Global, il gigante statunitense del gas naturale liquefatto partner di ENI, è molto controverso. Lo rivela il nuovo report di ReCommon
Roma, 9 aprile 2026 – ReCommon lancia oggi il suo nuovo rapporto “Venture Global, le ombre del partner di ENI nel business del gas americano”. Nella pubblicazione si esaminano le diverse criticità legate alla società del settore del gas naturale liquefatto (GNL) statunitense Venture Global, con la quale ENI nel luglio del 2025 ha firmato un contratto ventennale per una fornitura di 2 milioni di tonnellate l’anno di GNL. Download Venture Global - Le ombre del partner di ENI nel business del gas americano REPORT PDF | 1.21 MB scarica il report Fondata nel 2013 da Mike Sabel, un consulente finanziario, e Robert Pender, un avvocato di Washington, la società punta a raggiungere entro il 2030 una capacità produttiva di 100 milioni di tonnellate all’anno in operazione o in costruzione. Venture Global è spesso annoverata tra le compagnie che più hanno beneficiato di iter autorizzativi accelerati. Non a caso, è stata tra i principali sostenitori dell’insediamento del presidente Donald Trump, con una donazione di 1 milione di dollari, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal. Questa dimensione politica è diventata rilevante in una recente inchiesta del Guardian. Secondo quanto scoperto dal quotidiano inglese, i co-fondatori di Venture Global avrebbero acquistato milioni di azioni della propria società pochi giorni dopo incontri con alti funzionari dell’amministrazione Trump e immediatamente prima del rilascio di autorizzazioni chiave per l’espansione del GNL. La società è quotata alla borsa di Wall Street dal gennaio 2025. In un primo momento i risultati non sono stati soddisfacenti: nel corso del 2025 il titolo ha perso oltre il 70% rispetto ai massimi raggiunti dopo l’entrata in borsa. La situazione si è però ribaltata rapidamente nel 2026: a marzo, le azioni di Venture Global erano già cresciute di circa il 50% nell’arco di un mese. La crisi geopolitica in Medio Oriente ha ulteriormente rafforzato le aspettative sul GNL americano. La diffidenza degli investitori nel 2025 era dettata dalle incertezze su piano legale. Venture Global, infatti, è al centro di una delle controversie più rilevanti nel mercato globale del GNL degli ultimi anni. Tutto ruota attorno all’impianto Calcasieu Pass LNG in Louisiana e alla gestione opportunistica della fase di commissioning, cioè il periodo di test precedente all’avvio ufficiale delle operazioni commerciali. Dopo aver avviato le prime esportazioni nel marzo 2022, Venture Global ha ritardato per quasi tre anni la dichiarazione di avvio delle operazioni commerciali, adducendo guasti tecnici e la necessità di prolungare i test. Questo escamotage le ha consentito di vendere centinaia di carichi GNL sul mercato spot durante la crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina, quando i prezzi spot erano enormemente superiori a quelli contrattuali, accumulando ricavi stimati in oltre 20 miliardi di dollari. Nel frattempo, i clienti europei e asiatici che avevano contrattualizzato quei volumi non ricevevano le forniture pattuite. Gli arbitrati mossi dalle aziende danneggiate non hanno avuto esiti uniformi: BP ha ottenuto un riconoscimento della violazione contrattuale da parte di Venture Global, Shell ha visto respinte le proprie richieste principali, Repsol ha perso l’intera istanza. Secondo la società, al terzo trimestre del 2025 il valore complessivo delle richieste di risarcimento da parte dei clienti si attesta sui 4,8-5,5 miliardi di dollari, mentre la sua esposizione per i procedimenti arbitrali rimanenti si attestava a 765 milioni di dollari. «Oltre alla relazione particolare con l’amministrazione Trump e alle controversie legali, durante la nostra ultima missione sul campo abbiamo potuto documentare direttamente gli impatti socio-ambientali delle attività di Venture Global sulle coste della Louisiana: nell’agosto 2025 un grave incidente nel canale di accesso al terminal Calcasieu Pass ha contaminato pesci, ostriche e gamberi su un’ampia area, colpendo le comunità che vivono di pesca e acquacoltura.» ha dichiarato Daniela Finamore di ReCommon. «Quello che emerge da questo rapporto dovrebbe preoccupare anche gli attori italiani coinvolti nella filiera. ENI si è legata per vent’anni a una società al centro di contenziosi miliardari e con una gestione opaca dei propri obblighi contrattuali: quali rischi legali e reputazionali ha valutato prima di firmare? Intesa Sanpaolo finanzia questi terminal: ha condotto una due diligence adeguata su un partner così controverso e sugli impatti dei propri finanziamenti? E Snam, che gestisce l’infrastruttura di ricezione di questo gas in Italia, non può considerarsi estranea alla catena di responsabilità. Chiediamo a questi soggetti di rispondere pubblicamente: chi si prende la responsabilità?» ha concluso Finamore. RESTA AGGIORNATO ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER [contact-form-7]
April 9, 2026
ReCommon
Società civile italiana: la nuova Politica energetica di Cassa Depositi e Prestiti rischia di aumentare la dipendenza energetica dalle fonti fossili
Roma, 08 Aprile 2026 – Action Aid Italia, Focsiv, Legambiente, Movimento Laudato Si’ e ReCommon – con il sostegno internazionale di CAN Europe, Counter Balance e Oil Change International – esprimono rammarico per la nuova Politica del settore energia di Cassa Depositi e Prestiti (CDP), che introduce modifiche limitate rispetto alla precedente versione e non risponde all’urgenza di un riallineamento degli investimenti coerentemente agli obiettivi climatici. Nonostante la diminuzione dei progetti finanziati da Cassa Depositi e Prestiti relativi al settore dell’energia derivante dai combustibili fossili, la Politica non introduce un consolidamento chiaro e strutturato verso gli obiettivi climatici. Tale aspettativa era rafforzata dal fatto che la sua revisione fosse stata preceduta da una consultazione pubblica, volta a valutare anche il contributo della società civile. In particolare, le organizzazioni osservano come la Politica faccia ancora riferimento al gas come “un contributo importante alla transizione energetica”, necessario “a preservare la sicurezza energetica”.   Numerosi studi mostrano come l’attuale infrastruttura di gas esistente in Italia sia in grado di soddisfare la domanda interna. Inoltre, in uno scenario coerente con gli obiettivi climatici, l’infrastruttura di gas odierna ha margini di riserva ampiamente soddisfacenti e tali da garantire un sistema energetico sicuro dal punto di vista dei volumi, senza la necessità di investire in un’espansione ulteriore della produzione. In questo quadro, ulteriori investimenti nel gas rischiano di tradursi in capacità inutilizzata e, quindi, in stranded asset. Per Cassa Depositi e Prestiti ciò significherebbe esporsi al rischio di allocare capitale in infrastrutture destinate a perdere valore prima del termine della loro vita economica, con possibili ricadute sulla solidità degli investimenti e sull’utilizzo efficiente del risparmio pubblico. La politica attua, inoltre, una distinzione formale tra gas convenzionale e non-convenzionale, concedendo quindi potenziale supporto incondizionato a infrastrutture legate al gas fossile convenzionale. Per quanto concerne invece il gas non-convenzionale, l’istituzione finanziaria applica il termine in maniera limitata, tralasciando le operazioni in acque ultra-profonde, nel Bacino della foresta amazzonica e nella Regione artica. Di conseguenza, anche progetti caratterizzati da elevati rischi ambientali e climatici potrebbero restare finanziabili.    CDP considera positivamente i biocarburanti prodotti “da biomasse residuali o di scarto e da materie prime sostenibili, ovvero non-competitive con la filiera alimentare e compatibili con l’uso sostenibile del suolo”, senza tuttavia esplicitare quale sia la metodologia adottata nel valutare la sussistenza di questi criteri. In ultimo, nonostante CDP sia chiamata costantemente a gestire fondi di terze parti – ad esempio, il Fondo Italiano per il Clima – i riferimenti a questo aspetto contenuti nella Politica sono marginali e, di conseguenza, non normati, con il rischio che l’istituzione permetta il finanziamento con fondi di terze parti di operazioni che, al contrario, non potrebbe finanziare con i fondi propri. Il timore delle organizzazioni è che, in assenza di una stringente Politica del settore energia, i volumi finanziati da CDP per infrastrutture fossili possano nuovamente aumentare, come avvenuto nel caso dell’altra istituzione finanziaria pubblica italiana, SACE.
April 8, 2026
ReCommon
Nomine partecipate: serve audizione parlamentare
Nomine nelle partecipate pubbliche Sbilanciamoci! e ReCommon: manca trasparenza, subito un confronto in Parlamento Roma, 1 aprile 2026 – Nei prossimi giorni il Ministero dell’Economia e delle Finanze è chiamato a definire, in qualità di principale azionista, le nomine dei nuovi vertici di grandi società partecipate pubbliche come Eni, Leonardo, Enel e Terna. Campagna Sbilanciamoci! e ReCommon chiedono che i candidati indicati dal MEF siano auditi in Parlamento prima della loro nomina, affinché espongano pubblicamente le strategie che intendono perseguire. Le partecipate valgono nel complesso il 15% del PIL italiano, esprimono il 30% della capitalizzazione di Borsa e incidono in modo determinante sulle traiettorie industriali, energetiche e di sicurezza del Paese. RESTA AGGIORNATO ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER [contact-form-7] A fronte di un peso e di un ruolo così rilevanti per il nostro sistema economico, il processo di selezione dei vertici di queste imprese avviene in assenza di confronto pubblico. Tali scelte sono sottratte al vaglio del Parlamento e dell’opinione pubblica, restando confinate all’interno delle dinamiche della maggioranza di governo. “Nel mezzo della crisi internazionale segnata dal conflitto in Iran e dall’impennata dei costi di gas e petrolio, le decisioni sulle partecipate che verranno assunte nei prossimi giorni avranno effetti concreti su temi cruciali, dai prezzi dell’energia agli investimenti industriali, dal percorso di transizione energetica al di fuori delle fonti fossili al posizionamento dell’Italia nello scacchiere geopolitico mondiale”, afferma Antonio Tricarico, Direttore dei Programmi di ReCommon. “La parlamentarizzazione del processo di nomina delle nuove figure che guideranno le grandi imprese a partecipazione statale è una condizione imprescindibile di responsabilità istituzionale. Non è accettabile che decisioni strategiche per il Paese su materie quali energia, decarbonizzazione e difesa continuino a essere prese in sedi ristrette, senza adeguato controllo democratico e confronto in aula”, conclude Giulio Marcon, Portavoce della Campagna Sbilanciamoci!.
April 1, 2026
ReCommon
Il governo resuscita il carbone, le forti critiche di ReCommon e Beyond Fossil Fuels
La politica energetica del governo continua a favorire l’impiego dei combustibili fossili, anche quelli che sembravano ormai “archiviati” per sempre, come l’altamente inquinante carbone. È notizia delle ultime ore che un emendamento del cosiddetto “decreto Bollette”, proposto dalla Lega, e approvato nel corso dell’esame alla Camera, estende fino al 2038 la vita delle centrali a carbone italiane.Il provvedimento sarà convertito in legge nei prossimi giorni, rendendo quindi definitiva la proroga In teoria il limite fissato doveva essere addirittura il 2025, quindi parliamo di ben 13 anni in più. La scadenza del 2025 era prevista dal Piano nazionale per l’energia e il clima (PNIEC), approvato nel 2020 per rispettare gli obiettivi europei di decabonizzazione e poi confermato nella nuova versione del Piano nel 2024 con la sola eccezione per la Sardegna, con uscita per questa al 2028.    La decisione del Parlamento è coerente con le dichiarazioni rese negli ultimi mesi da vari esponenti dell’esecutivo, a partire dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, in cui si riteneva indispensabile posticipare lo stop al carbone in nome di una presunta sicurezza energetica del paese. Ricordiamo che gli impianti attivi nel nostro Paese sono quattro: Civitavecchia, Brindisi e Portovesme, tutte di proprietà di Enel, e Fiume Santo, della filiale italiana EP Produzione, della società ceca EPH, controllata dal controverso miliardario ceco Daniel Křetínský. Negli ultimi anni, tuttavia, il contributo del carbone al mix energetico italiano è crollato in maniera significativa e oggi rappresenta meno del 2% della produzione elettrica. Insieme alla rete europea Beyond Fossil Fuels, ReCommon ha scritto proprio ai vertici del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (MASE) per stigmatizzare quanto sta accadendo al momento in Italia in merito alle politiche sul carbone. Le due organizzazioni hanno evidenziato un paradosso: come si legge nella lettera, “è significativo che Enel, azienda con uno dei più ampi portafogli di combustibili fossili in Europa, stia cercando di riconvertire questi siti (quelli delle centrali, ndr) e ridurre la produzione termoelettrica, trovandosi però ostacolata dal governo. La proposta di Enel di sostituire le unità a carbone di Brindisi con sistemi di accumulo di energia a batteria (BESS) riconosce la realtà del mercato: sebbene per lungo tempo molte economie abbiano utilizzato i combustibili fossili per la produzione di energia di base, la flessibilità pulita, in particolare i BESS e la flessibilità dal lato della domanda, si stanno dimostrando alternative agili, economicamente vantaggiose e pulite”.  Come se non bastasse, visto che di fatto il governo userebbe il carbone come “combustibile di emergenza” in caso di deficit di altre fonti (leggi gas), riattivare le centrali comporterebbe tempi lunghi, un impiego consistente di personale, controlli di sicurezza complessi e onerose operazioni logistiche legate all’approvvigionamento e alla gestione del combustibile. Inoltre, mantenere gli impianti in stato di standby operativo comporta comunque costi elevati e rischia di rallentare gli investimenti nelle alternative pulite. Insomma, il governo va addirittura contro gli interessi e la linea delle stesse multinazionali energetiche e non tiene conto della complessità dell’operazione. Il tutto con un costo di 70 milioni di euro, che potrebbero andare a operazioni ben più virtuose. Il governo, inoltre, utilizza la cristi nello stretto di Hormuz e la guerra in Iran per giustificare il ritorno al carbone. Questa è una narrazione debole e una scelta ingiustificabile, proprio perché l’attualità ci mostra la fragilità strutturale di un sistema energetico ancora dipendente dai combustibili fossili. Il carbone infatti, come gas e petrolio, è parte dello stesso modello energetico instabile e geo-politicamente esposto. ReCommon e Beyond Fossil Fuels hanno chiesto al governo di “pubblicare una valutazione trasparente e realistica del contributo effettivo  alla sicurezza energetica nazionale delle centrali a carbone mantenute in riserva fredda, basata su tempi di attivazione realistici e sulle reali esigenze del sistema; rimuovere gli ostacoli normativi e amministrativi che impediscono la diffusione dei sistemi di accumulo a batteria a Brindisi e presso altre centrali fossili di base in Italia; dare priorità a progetti di riconversione senza combustibili fossili che offrano benefici immediati al sistema, occupazione locale e resilienza nel lungo periodo. Si attendono risposte, sebbene quanto accaduto negli ultimi giorni con l’emendamento leghista lasci ben poco spazio all’ottimismo.
March 31, 2026
ReCommon
Il nuovo progetto di ENI in Mozambico fortemente criticato dagli esperti delle Nazioni Unite sui diritti umani
Roma, 27 marzo 2026 – ReCommon condivide le forti preoccupazioni espresse dagli esperti delle Nazioni Unite in merito al finanziamento di 150 milioni di dollari della Banca africana di sviluppo (AfDB) a sostegno di Coral North Floating Liquefied Natural Gas (FLNG), nel nord del Mozambico. Il progetto portato avanti da ENI consiste in una piattaforma galleggiante progettata per l’estrazione e la liquefazione del gas al largo delle coste di Cabo Delgado, la provincia più settentrionale del Mozambico. La zona è teatro da ormai otto anni di un conflitto fra l’esercito di Maputo e gruppi di insorti. L’opera è di fatto la replica di Coral South FLNG, sempre di ENI, che è invece attiva ed esporta gas liquefatto da novembre 2022. «Il progetto Coral North rischia di aggravare le violazioni dei diritti umani, di contribuire al cambiamento climatico e di sottrarre i già scarsi fondi pubblici agli investimenti urgenti nelle energie rinnovabili», hanno affermato gli esperti, che si sono detti anche convinti che Coral North possa esacerbare le tensioni causate dal settore del gas nella provincia di Cabo Delgado. Gli altri progetti per l’estrazione e il processamento del gas a Cabo Delgado, a partire da Mozambique LNG di TotalEnergies e di Rovuma LNG in capo a ExxonMobil e alla stessa ENI, hanno sofferto infatti di procedure di consultazione pubblica inadeguate, che hanno minato la partecipazione locale alle decisioni chiave del progetto e hanno provocato disagi socio-economici a lungo termine per le comunità che dipendono fortemente dalla pesca, dall’agricoltura e dalle risorse naturali. Nonostante le promesse di creazione di posti di lavoro, gli alti tassi di analfabetismo e l’accesso limitato all’istruzione fanno sì che, secondo quanto riferito, le comunità locali abbiano beneficiato in misura minima delle opportunità di lavoro generate finora. Ciò si è verificato in una regione in cui il conflitto armato ha già causato sfollamenti su larga scala, e dove gli eventi catastrofali associati al cambiamento climatico sono sempre più frequenti e violenti. Gli esperti hanno avvertito che il progetto Coral North FLNG potrebbe avere un impatto climatico significativo, finendo per aumentare le emissioni di gas serra. Un elemento denunciato da ReCommon già a marzo del 2025 con l’inchiesta “Fiamme nascoste”, relativa agli impatti sul clima dell’impianto Coral South FLNG, con un focus particolare sugli episodi di gas flaring e le associate emissioni, entrambi sottostimati dall’azienda italiana. «Siamo profondamente preoccupati dal fatto che una delle principali banche multilaterali di sviluppo finanzi un progetto di questa natura in un momento in cui le conseguenze dannose per l’ambiente e il clima derivanti dall’espansione dei combustibili fossili sono ben note. Le istituzioni finanziarie e le imprese hanno la responsabilità, ai sensi dei Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, di identificare, prevenire, mitigare e porre rimedio agli impatti sui diritti umani legati alle loro attività e relazioni commerciali» hanno dichiarato gli esperti. Il monito degli esperti delle Nazioni Unite parla esplicitamente di Coral North FLNG ed è indirizzato all’AfDB, ma la platea a cui si rivolge tra le righe è molto più ampia. TotalEnergies è coinvolta in due procedimenti giudiziari: il primo per omicidio colposo e mancata assistenza di persone in pericolo, il secondo per complicità in crimini di guerra. Il sito su cui dovrebbe sorgere il progetto della multinazionale francese è in condivisione con Rovuma LNG di ExxonMobil ed ENI. Elementi, quelli relativi a Coral North FLNG e agli altri progetti estrattivi nell’area, che non devono essere trascurati dagli sponsor finanziari internazionali delle infrastrutture, sia quelli confermati che quelli potenziali. La decisione della Banca africana di sviluppo appare in contrasto con la sua Strategia sul cambiamento climatico e la crescita verde 2021–2030, con il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia sul cambiamento climatico e con l’imperativo, sancito dal diritto internazionale dei diritti umani, di decarbonizzare le economie nel corso di questo decennio. Gli esperti esortano la Banca a sospendere ogni finanziamento a progetti relativi ai combustibili fossili. «SACE e Cassa Depositi Prestiti hanno deciso di confermare il supporto finanziario a Mozambique LNG nonostante le gravi violazioni dei diritti umani associate al progetto. UBI Banca, ora controllata da Intesa Sanpaolo finanziò Coral South FLNG. Tutte queste istituzioni finanziarie sono in lizza per sostenere con capitali pubblici e privati sia Coral North FLNG che Rovuma LNG», afferma Simone Ogno di ReCommon. «Chiediamo loro di ascoltare il monito degli esperti delle Nazioni Unite e non sostenere finanziariamente questi progetti. Progetti che, guardando al contesto domestico, aggraverebbero la dipendenza italiana dai combustibili fossili, una scelta miope se guardiamo alle ripercussioni energetiche ed economiche derivanti dalla chiusura dello Stretto di Hormuz in questi giorni», conclude Ogno.
March 27, 2026
ReCommon
Media israeliani riportano che ENI ha comunicato al ministero dell’Energia israeliano di essere uscita dal consorzio per l’esplorazione di gas in acque palestinesi
Arrivano gradite conferme: ENI non avrà alcun ruolo nell’esplorazione ed eventuale sfruttamento del gas nel tratto di Mar Mediterraneo all’interno della zona economica esclusiva palestinese. Un articolo del quotidiano finanziario israeliano Globes mette nero su bianco la notizia che il cane a sei zampe è uscito dal consorzio composto anche da Dana Petroleum (società anglo-coreana) e Ratio Energies (società israeliana) nell’ottobre del 2025. La notizia è stata confermata anche in data odierna all’agenzia di stampa Staffetta Quotidiana con questa dichiarazione da parte della società petrolifera: “ENI conferma il suo ritiro dal consorzio aggiudicatario del Blocco G deciso nel quadro della razionalizzazione e diversificazione strategica delle proprie attività upstream e prende atto della decisione degli altri membri del consorzio di completare il processo di aggiudicazione”. Nella nota che Ratio Energies ha inviato il 20 marzo 2026 alla Borsa di Tel Aviv si legge che “nell’ottobre 2025 ENI, che avrebbe dovuto fungere da operatore per le licenze, ha notificato al commissario per il petrolio del ministero dell’Energia e delle Infrastrutture e agli altri membri del consorzio la sua decisione di ritirarsi dal consorzio”. Il ritardo nella comunicazione sarebbe dettato dalla volontà di Ratio di raggiungere prima un accordo con Dana Petroleum affinché quest’ultima funga da operatore del giacimento di gas, qualora ne venisse scoperto uno. L’accordo sulla ripartizione delle quote nella partnership tra Ratio e Dana rischia di richiedere tempo, poiché l’attenzione della dirigenza della Korea National Oil Corporation è attualmente concentrata sulla chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale viene trasportata la maggior parte delle forniture petrolifere della Corea. Ratio sta anche valutando l’importo del risarcimento che ENI dovrà pagare a seguito del suo ritiro dal consorzio aggiudicatario delle licenze. ENI ha diffidato ReCommon in merito alle dichiarazioni rese dalla nostra campaigner Eva Pastorelli alla trasmissione Report e all’articolo che ha fatto seguito all’andata in onda del programma in cui di fatto prendevamo atto con soddisfazione della rinuncia da parte del Cane a sei zampe a svolgere attività nell’area. Ora la comunicazione ufficiale di Ratio Energies agli investitori sembra mettere una parola definitiva sulla questione e dare ragione al nostro convincimento che ENI ci avesse fatto un bel regalo di Natale, uscendo dal contestato progetto di esplorazione delle acque palestinesi.
March 24, 2026
ReCommon
Tassiamo gli speculatori! Tanto le loro tasse le pagano gli italiani
“Faremo tutto quello che possiamo per impedire che si speculi sulla crisi, compreso, se necessario, recuperare i proventi della speculazione con una maggiore tassazione delle aziende che ne fossero responsabili”. Così parlò la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel suo tanto atteso intervento alle Camere lo scorso 11 marzo, dopo lo scoppio della nuova guerra in Medio Oriente. Se però andrà a finire come l’ultima volta, quando si dovevano tassare gli extra-profitti delle grandi società energetiche in seguito alla crisi dovuta all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 e non si fece quasi nulla, allora è ben lecito dubitare che alle parole roboanti della premier seguiranno I fatti. Quattro anni fa, la questione finì a carte bollate in tribunali e tranne qualche anticipo versato da alcune società, il gettito fu magro. Ci si perse in grandi dissertazioni filosofiche su cos’è un extra-profitto (come se ci fosse un profitto lecito e uno illecito) mentre il deficit pubblico aumentò. Oggi, quello che preoccupa ancora di più è che tale postura del governo segue all’approvazione del decreto bollette, incensato sempre dalla Meloni come “di grande rilevanza per ridurre in modo strutturale il prezzo dell’energia per famiglie e imprese, una iniziativa che nessuno prima di noi aveva avuto il coraggio di adottare, che ha scontentato le grandi aziende energetiche ma in compenso è stato accolto con grande favore da tutto il mondo produttivo”. Ci permettiamo di dissentire, partendo dall’assunto che con la situazione di instabilità attuale questo provvedimento di Palazzo Chigi è ancor meno efficace. Andiamo con ordine. Sulla carta il decreto cerca di dare una risposta agli elevati prezzi dell’energia elettrica in Italia, tra i più alti in Europa. Il decreto prevede l’introduzione di un meccanismo che neutralizzerebbe il costo dell’Emissions Trading System (ETS) per i produttori di energia elettrica da gas naturale tramite un rimborso diretto di tali costi alle utilities. Queste alleggerite di questo costo, dovrebbero spalmare il risparmio sulle bollette elettriche dei consumatori. L’ETS, che possiamo definire una forma di tassazione, ha dimostrato la sua efficacia nel forzare la decarbonizzazione nel mercato, dal momento che copre circa il 40% delle emissioni totali di gas serra dell’Ue, visto che copre il settore energetico, dell’aviazione e marittimo. Va ricordato che il meccanismo dell’ETS ha avuto un inizio alquanto discusso – a seguito della regalia di permessi di inquinamento gratis elargiti in abbondanza a molte grandi utilities,  che con I prezzi attuali sta iniziando a funzionare da disincentivo per le aziende più inquinanti . Questo perché applica una leva molto semplice: le centrali elettriche e le fabbriche sono tenute ad acquistare permessi per emettere CO2 – lo scorso gennaio eravamo sui 90 euro a tonnellata. Di fatto questo vuol dire “pagare per inquinare”. Il decreto vuole ribaltare questo principio con l’obiettivo di contenere il costo della generazione elettrica a gas e generare un impatto positivo sulla formazione dei prezzi nel mercato elettrico. Che cosa c’è, allora, che non va con questa disposizione del Decreto Bollette? Prima di tutto sarebbe in contraddizione con le norme europee sugli aiuti di stato, dal momento che costituirebbe un’agevolazione per alcune imprese (colpendo indirettamente quelle che avevano bel tempo investito per decarbonizzare realmente il proprio business). Secondo, si tratta di un intervento contrario alla finalità dello stesso ETS. Sebbene si calcoli che con la disposizione del Decreto Bollette circa 4 miliardi di costi delle quote dovute dai produttori di gas saranno trasferiti nelle bollette dei consumatori, non è però affatto certo che le utilities che operano gli impianti a gas riducano le proprie offerte di mercato per un valore pari a tutto il rimborso ricevuto. In altre parole, non è scontato che la misura si traduca in un beneficio per le famiglie o per le fasce più vulnerabili. Paradossalmente il decreto del governo rischia anche di alimentare l’esposizione nazionale alla volatilità dei mercati internazionali del gas con il rischio di causare gravi danni economici ai consumatori e alle imprese italiane, invece di aiutarli, inclusi pesanti fenomeni inflattivi, come successo in seguito alle ultime crisi internazionali. Il rischio di interruzione delle spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz, una rotta fondamentale per il gas naturale liquefatto globale, in seguito alla nuova guerra scoppiata in Medio Oriente, evidenzia quanto i mercati energetici europei rimangano esposti agli shock esterni. Allo stesso tempo ci permettiamo di dire, come dimostra l’ennesima drammatica crisi in corso in Medio Oriente in questi giorni, che il governo dovrebbe da subito concentrarsi su come affrontare la radice del problema dei prezzi dell’energia in Italia, cioè l’elevata dipendenza dalla materia prima del gas naturale. Una politica che compensi la produzione di gas anziché accelerare la riduzione strutturale del gas nella formazione dei prezzi rischia di rafforzare la vulnerabilità economica dell’Italia. Esistono altre misure fiscali alternative che, per raggiungere lo stesso fine e per altro in  maniera più certa e incisiva, potrebbero essere messe in campo in tempi brevi dal governo italiano; ad esempio, al fine di eliminare gli oneri generali di sistema presenti nella tariffa elettrica, il governo potrebbe considerare di impiegare le risorse che provengono proprio dal gettito ETS (4 miliardi di euro l’anno), che invece oggi finisce nella fiscalità generale. E ancora, si potrebbe; utilizzare il maggiore gettito IVA dato dall’incremento del costo del gas naturale, (4,3 miliardi di euro rispetto a valori precrisi) e impiegare le risorse riconducibili all’incasso dei dividendi delle imprese energetiche partecipate dallo Stato (2,4 miliardi). Insomma, in questa situazione di crisi ed emergenza sempre più profonda è venuto il momento di tassare non fantomatici speculatori, per altro mai chiamati per nome, ma il profitto di quegli attori economici che scientemente ci hanno reso dipendenti e ci continuano a rendere sempre più dipendenti, crisi dopo crisi, dall’energia fossile solo a loro vantaggio. Ma la premier avrebbe il coraggio di dirlo agli amministratori delegati delle grandi aziende energetiche partecipate dallo Stato – a partire dall’Eni – che, tra qualche settimana, lei si appresta a confermare convintamente per altri tre anni?
March 23, 2026
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