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ReCommon - Contro le ingiustizie per natura

Webinar | Fondi ESG: nuove regole UE, greenwashing e scelte dei risparmiatori
Data: 5 mar 2026 04:30 PM Link per iscrizione zoom: Fondi ESG: nuove regole UE, greenwashing e scelte dei risparmiatori Negli ultimi anni i fondi ESG sono cresciuti rapidamente, attirando l’interesse di milioni di risparmiatori. Ma quanto sono davvero sostenibili questi prodotti finanziari? Le nuove regole europee – dalle linee guida ESMA sui nomi dei fondi alla proposta di revisione della Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR 2.0) – promettono di contrastare il greenwashing nella finanza sostenibile. Allo stesso tempo, inchieste giornalistiche e analisi indipendenti continuano a sollevare dubbi sulla reale destinazione dei risparmi investiti. Questo webinar vuole fare il punto su cosa sta cambiando nel mercato dei fondi ESG e su cosa significa per i risparmiatori. Durante l’incontro: – presenteremo i risultati del report Finally Fossil Free sulle nuove regole europee e il greenwashing nei fondi ESG; – analizzeremo il caso italiano, con un focus sugli investimenti dei fondi di Intesa Sanpaolo; – discuteremo il ruolo dei consumatori nella finanza sostenibile; – approfondiremo le recenti inchieste sugli investimenti ESG nell’industria delle armi. Il webinar è aperto a tutte le persone interessate a capire meglio dove finiscono i propri risparmi e come sta evolvendo la regolazione europea della finanza sostenibile. Relatori: – Andrea Barolini, direttore di Valori.it – Carlotta Indiano, giornalista di IrpiMedia – Daniela Finamore, campaigner finanza e clima di ReCommon moderare Andrea Di Turi, giornalista freelance che si occupa di finanza sostenibile per testate come Avvenire e la stessa Valori e si autodefinisce attivista per la giustizia climatica.
March 3, 2026
ReCommon
Azione digitale di ReCommon su SACE: «non finanziate la distruzione della Patagonia argentina!»
Roma, 3 marzo 2026 – ReCommon lancia oggi un mailbombing su SACE per chiedere che l’assicuratore pubblico italiano non contribuisca alla distruzione di un tratto di costa della Patagonia settentrionale, attraverso il sostegno finanziario ad Argentina LNG. Il progetto prevede, tra l’altro, l’installazione di 6 navi di liquefazione di gas (FNLG) nell’incontaminato Golfo San Matías, due delle quali saranno realizzate da ENI, alla quale SACE garantirebbe l’operazione con soldi pubblici. Le 6 unità galleggianti riceveranno il gas da trasformare in forma liquida per l’export dall’immenso giacimento di Vaca Muerta, sito nelle province occidentali argentine di Neuquén, Rio Negro Pampa y Mendoza, seconda riserva di gas di scisto del mondo. L’iniziativa è in capo a YPF, la principale società argentina del petrolio e del gas, controllata dallo Stato. Il gas di Vaca Muerta è prodotto prevalentemente attraverso il fracking, una pratica ultra-invasiva che richiede grandi quantità di acqua e l’uso di sostanze chimiche, e di conseguenza aumenta il rischio di inquinamento da idrocarburi delle falde acquifere. L’intero progetto Argentina LNG, sia nella parte di estrazione che di processamento per l’export, prevede un costo complessivo intorno ai 50 miliardi di dollari. Le comunità del Golfo San Matías vivono in simbiosi con il mare, da cui da decenni traggono sostentamento, ma è proprio questo ecosistema unico al mondo a essere a rischio a causa del potenziale intensificarsi del traffico marittimo e dall’inquinamento provocato dalle navi FLNG. All’estremità meridionale del Golfo si trova la Penisola di Valdés, patrimonio dell’umanità UNESCO per la presenza di diverse specie marine, tra cui spicca la balena franca australe. L’area dove dovrebbero essere posizionate le 6 unità galleggianti per il gas corrisponde proprio a quella interessata dalle rotte migratorie del cetaceo. «Ai finanziatori di questo progetto dico di tornare a casa. Vogliamo continuare a convivere con il mare, che è vivo e che vogliamo difendere» ha dichiarato Raquel Perrier, biologa marina residente nell’area interessata dalle navi FLNG. «Chiedo a coloro che vogliono finanziare Argentina LNG di guardare e sentire il Golfo San Matías come lo guardiamo e lo sentiamo noi che viviamo qui: è la nostra casa, abbiamo un legame d’amore che ci unisce, ci dà cibo e lavoro. Non è un luogo da riempire di navi inquinanti. Lo vogliamo così, blu per sempre, e lo difenderemo ogni volta che qualcuno lo metterà a rischio» ha aggiunto Fabricio Di Giacomo della Multisectorial Golfo San Matías, assemblea nata in difesa del golfo. In un Paese economicamente fragile come l’Argentina, è pressoché impossibile che un’azienda privata, nel caso specifico di questa operazione ENI, si muova senza un forte sostegno pubblico. Per questa ragione entrano in gioco le agenzie di credito all’esportazione come SACE, controllata dal ministero dell’Economia e delle Finanze. Val la pena ricordare che l’attività prevalente di queste agenzie è il rilascio di garanzie, una sorta di assicurazione pubblica: se le cose vanno male, SACE rimborsa le aziende oppure le banche che hanno prestato capitali alle aziende per i loro investimenti esteri. In entrambi i casi lo fa con soldi pubblici. Per molti anni l’operatività di SACE in Argentina è proceduta con il contagocce, ma l’affinità politica tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente argentino Javier Milei ha contribuito enormemente a invertire la rotta. «È l’operatività di SACE a fare dell’Italia il primo finanziatore pubblico dell’industria fossile in Europa e il quarto a livello globale. Non si tratta però solo di clima: in gioco ci sono anche la tutela dei diritti umani e l’utilizzo problematico di risorse pubbliche. Un vero e proprio gioco d’azzardo sulla pelle delle persone. L’agenzia e il governo hanno l’opportunità di invertire la rotta, iniziando dal non sostenere finanziariamente Argentina LNG», ha affermato Simone Ogno di ReCommon.
March 3, 2026
ReCommon
Tour nei santuari fossili trumpiani, tra petrolio e gas
pubblicato sul Manifesto del 26/02/26 «Lavori in corso» è l’ipotetico cartello che sormonta il tratto di costa del Golfo del Messico tra il Texas e la Louisiana. Lì, infatti, ci sono alcuni dei più importanti terminal per l’esportazione di gas naturale liquefatto attualmente in fase di espansione o di costruzione ex novo. Perché agli slogan trumpiani, drill, baby drill, fanno seguito i fatti. Estrarre più petrolio e il gas a esso associato vuol dire non solo puntare sull’aumento del consumo interno dei combustibili fossili, ma anche destinare una bella fetta della produzione ai mercati internazionali. In particolare quello europeo, «affrancatosi» dalla dipendenza russa. Gas flaring nel bacino Permiano. Foto ReCommon PER QUESTA RAGIONE IL PANORAMA dell’area costiera del Golfo del Messico, già pesantemente segnata da decenni di trivellazioni soprattutto offshore, si sta «arricchendo» di impianti di trasformazione del gas in forma liquida, poi caricato su gigantesche navi che fanno il giro del mondo. In quest’area si contano sei terminal attivi e altrettanti in fase di realizzazione o progettazione. CAMERON PARISH, costa sudoccidentale della Louisiana, è uno dei luoghi in cui l’espansione del business del gas naturale liquefatto raggiunge la sua massima concentrazione, sia in termini industriali che di impatti, perché invade un territorio composto da terre umide, canali e comunità costiere già esposte a erosione, uragani e decenni di precedenti estrazioni. CON CAPACITÀ DI CIRCA 10 MILIONI di tonnellate l’anno (MTPA) di gas naturale liquefatto, Calcasieu Pass LNG è il terminal già attivo, ma a poche centinaia di metri decine di gru testimoniano che sono già iniziati i lavori per Calcasieu Pass LNG 2, altra mega-opera dall’esorbitante costo di 28 miliardi di dollari. I DUE TERMINAL SONO DI PROPRIETÀ di Venture Global, società molto vicina all’attuale inquilino della Casa Bianca. La stessa con cui Eni, nel luglio 2025, ha siglato un contratto per l’acquisto di 2 milioni di tonnellate di gas l’anno per i prossimi 20 anni. Facendo così contenti sia Donald Trump che la sua amica Giorgia Meloni. LA CRESCITA DI «VENTURE GLOBAL» è strettamente «connessa» all’amministrazione Trump, tanto che è spesso citata come una delle compagnie che più hanno beneficiato di iter autorizzativi accelerati. QUESTA DIMENSIONE POLITICA è diventata rilevante in una recente inchiesta del Guardian. Secondo quanto scoperto dal quotidiano inglese, i co-fondatori di Venture Global, Michael Sabel e Robert Pender, avrebbero acquistato milioni di azioni della propria società pochi giorni dopo incontri con alti funzionari dell’amministrazione Trump e immediatamente prima del rilascio di autorizzazioni chiave per l’espansione del Gnl, incluso il progetto Calcasieu Pass 2. PER «CALCASIEU PASS LNG 2» i tempi di realizzazione stimati sono molto contenuti: «solo» 29 mesi. Al momento sono impiegati 7 mila lavoratori, ma quando l’impianto sarà attivo si ridurranno a poche centinaia. «I migranti sono tantissimi, ma qui non abbiamo mai notato una presenza reale dell’Ice», sottolinea James Hiatt, fondatore di Better Bayou You, organizzazione di base che cerca di contrastare con ogni mezzo, anche per vie legali, l’espansione dei terminal Gnl. In realtà ci era anche riuscita con uno stop ai tempi dell’amministrazione Biden, poi con il nuovo inquilino della Casa Bianca si è ribaltato tutto. E i generosi finanziamenti del settore fossile a Trump sono forse alla base di questa presenza «discreta» dell’Ice da queste parti. CAMERON PARISH HA STORICAMENTE basato la sua economia su pesca, acquacoltura e allevamento di crostacei. Attraversiamo il bacino d’acqua accanto ai due terminal di Calcasieu su una barca, accompagnati dal volo di stormi di pellicani. A guidarla è Sky Leger, un pescatore che ci racconta che lui è ormai uno degli ultimi attivi sul territorio e che all’inizio dei lavori di realizzazione del nuovo terminal ingenti scarichi di fango hanno distrutto migliaia di ostriche, eccellenza di questa regione. Chissà se hanno avuto un impatto anche sui delfini, che qui sembrano essere numerosi. SE PER I PESCATORI IL DANNO è soprattutto economico, per i residenti l’espansione dei terminal significa convivere con impianti ad alto rischio, dove gli incidenti sono all’ordine del giorno. L’ultimo si è verificato solo un paio di giorni prima del nostro arrivo, un’esplosione con un ferito grave vicino a Holly Beach. Una spiaggia con alle spalle una manciata di case su palafitte, struttura singolare usata per far fronte agli allagamenti. Perché qui, dopo decenni di tregua, a causa della crisi climatica sono tornati gli uragani. Rita e Ike nel 2008 e Laura e Delta nel 2020, ci ricordano dei cartelli posti su un albero. Continuare a sfruttare il gas perpetua un circolo vizioso fatto di estrazioni e disastri climatici. E arricchisce gli azionisti di Venture Global ed Eni. IL GAS CHE SARÀ SPEDITO IN EUROPA e Asia giunge sulla costa dalle aride pianure del Bacino Permiano, mille chilometri più a nord. In realtà in questa area del Texas battuta continuamente dal vento il re incontrastato è ancora il petrolio. A leggere gli ultimi dati ufficiali, relativi al 2024, se ne producono sei milioni di barili al giorno, più di ogni altra regione al mondo. Più si pompa petrolio dalle viscere delle terra, più esce fuori anche gas, che in qualche modo tocca smaltire, solo in parte vendendolo. NON A CASO QUANDO SI ATTERRA a Midland, che con la città gemella Odessa forma la principale conurbazione dell’area, si scorgono già all’orizzonte le fiammate del flaring, ovvero il gas bruciato in torcia connesso proprio all’estrazione del petrolio. «Paradossalmente è meno grave che ci sia il flaring visibile a occhio nudo, piuttosto che le emissioni di metano nascoste», ci spiega Sharon Wilson dell’organizzazione locale Oilfield Witness, che individua le emissioni nascoste di cui ci parla con una termo-camera di ultima generazione, la quale dimostra quanto dai vari impianti le fuoriuscite non controllate come il flaring siano a tratti davvero massicce. A dirla tutta anche il flaring non sarebbe legale, ma c’è una soglia di tolleranza che le imprese dell’oil&gas sfruttano al meglio, senza essere troppo incalzate dalle autorità locali, si lamenta Wilson, che ci ribadisce che anche da queste parti l’Ice non sembra troppo interessata a stare con il fiato sul collo della forza lavoro, in buona parte di origini latino-americane. ATTRAVERSARE L’IMMENSO BACINO Permiano ha un effetto straniante. I pozzi e le infrastrutture legate all’estrazione sono ovunque, anche a pochi metri da interi quartieri, come il Pavilion Park di Midland. Decine di chilometri di terra un tempo fertile ma dove ora ci sono solo pochi ettari di campi di cotone bruciato dall’ondata di freddo anomalo che ha investito la zona pochi giorni prima della nostra venuta. Come le emissioni svelate dalla termo-camera, non si vedono gli intrichi di tubature sotterranee che collegano i pozzi alle strutture di processamento. Un’immensa ragnatela, segnalata qua e là da cartelli dai toni allarmisti – «attenzione, questo gas potrebbe essere tossico». A TRATTI L’ARIA È IRRESPIRABILE ma mai come nei pressi del laghetto di Bohemer, a un’ora e mezza di macchina da Midland. Un invaso formatosi a causa delle acque di scarto delle lavorazione del petrolio, dove in alcuni punti l’acqua ribolle in maniera inquietante e sia dentro che nelle immediate vicinanze del bacino non ci sono segni di vita. A UNA MANCIATA DI CHILOMETRI dal laghetto c’è un groviglio di tubi e impianti ancor più esteso di altri. È il Waha Hub, il punto di scambio del gas del Texas occidentale. Qui, a dimostrazione di come non sia tutto rose e fiori nemmeno per il comparto dell’oil&gas, nel 2024 il prezzo del gas al Waha è sceso sottozero per una quota significativa dell’anno, perché la produzione superava la capacità delle pipeline di portare il gas fuori dal bacino. In diversi momenti, i produttori hanno dovuto pagare per liberarsi del gas, pur di continuare a estrarre petrolio. LA TAPPA FINALE DEL NOSTRO TOUR in questa zona di sacrificio è un autogrill dall’effetto profondamente distopico: davanti alla stazione di servizio c’è la riproduzione di una colt alta 20 metri, una forma di pubblicità «adeguata» al luogo in cui ci troviamo, mentre all’interno si vendono cappellini con la scritta Oil Field Mafia, dove il termine italiano ha evidentemente un’accezione positiva. Chissà se anche Trump ne ha uno nella sua collezione.
February 26, 2026
ReCommon
Fondi ESG: le nuove regole UE contro il greenwashing lasciano fuori gran parte del mercato. Il caso Intesa Sanpaolo
Roma, 25 febbraio 2026 – Le nuove regole europee sui fondi “sostenibili” – dalle linee guida dell’Autorità europea dei mercati finanziari (ESMA) sui nomi dei fondi alla proposta di riforma della normativa europea SFDR – rappresentano un primo passo contro il greenwashing, ma lasciano ancora scoperta la parte più ampia del mercato. È quanto emerge dal nuovo rapporto Finally Fossil Free pubblicato da Urgewald, Finanzwende e Facing Finance. ReCommon ha analizzato separatamente i dati relativi al mercato italiano, con un focus specifico su Intesa Sanpaolo. Download Finalmente Fossil Free? REPORT PDF | 317.23 KB Download Le linee guida ESMA stabiliscono che i fondi che presentano nel nome termini come “sustainable”, “environment” o “impact” devono limitare gli investimenti nei combustibili fossili. Alla fine del 2024 in Europa esistevano 4.037 fondi con queste denominazioni. Prima delle nuove regole, circa la metà investiva ancora 18 miliardi di euro nei combustibili fossili. Dopo l’entrata in vigore, alcuni fondi hanno disinvestito 3,3 miliardi di euro. Molti gestori però hanno scelto di cambiare nome ai fondi invece di disinvestire: 604 fondi hanno eliminato i riferimenti alla sostenibilità, evitando così la vendita di 11,4 miliardi di euro di titoli fossili. Nei fondi che continuano a usare termini “green” restano comunque 1,9 miliardi di euro di investimenti fossili. Il problema principale riguarda però molti fondi che dichiarano di promuovere caratteristiche ambientali o sociali – come previsto dalla normativa europea SFDR – ma non lo indicano nel nome. Questi fondi non rientrano nelle esclusioni previste dalle linee guida ESMA e, secondo l’attuale proposta di riforma della SFDR (la cosiddetta “SFDR 2.0”), non sarebbero soggetti nemmeno ai nuovi criteri che richiederebbero il disinvestimento dalle aziende che stanno espandendo le attività nei combustibili fossili. Di conseguenza, la parte più ampia del mercato dei fondi ESG resterebbe fuori dalle nuove esclusioni sull’espansione fossile. La riforma della SFDR potrebbe comunque avere un impatto su una parte del mercato: alcuni fondi dovrebbero vendere complessivamente circa 5 miliardi di euro di investimenti fossili. Tuttavia, una categoria di fondi “ESG basics” non avrebbe obblighi sull’espansione dei combustibili fossili. Questi fondi potrebbero escludere solo alcune società del carbone per circa 3,9 miliardi di euro, pur detenendo oltre 100 miliardi di euro in aziende che stanno ampliando le attività fossili. Particolarmente significativo è il caso di Intesa Sanpaolo. I fondi del gruppo risultano esposti per circa 3,62 miliardi di euro a imprese che stanno espandendo le attività nei combustibili fossili. Solo il 3,3% di questa esposizione ricadrebbe nei fondi coperti dalle nuove regole ESMA e dalla riforma SFDR, mentre il 96,7% – circa 3,5 miliardi di euro – resterebbe fuori dalle nuove esclusioni. In altre parole, le nuove norme toccherebbero solo una piccola parte dei fondi del gruppo. Nel dettaglio, gli investimenti in Eni tramite fondi del gruppo ammontano a circa 314 milioni di euro, di cui il 99,85% non coperto dalle nuove esclusioni. Gli investimenti in Snam ammontano invece a circa 60 milioni di euro, di cui il 99,24% non coperto. “Il caso Intesa Sanpaolo è emblematico: parliamo della prima banca fossile italiana e quasi tutta l’esposizione dei suoi fondi all’espansione dei combustibili fossili resterebbe fuori dalle nuove esclusioni europee. Senza regole più ampie, il rischio concreto è che gran parte dei fondi che si presentano come sostenibili continui a finanziare l’espansione delle attività fossili”, commenta Daniela Finamore di ReCommon.
February 25, 2026
ReCommon
Argentina, tutto il gas che fa gola all’Italia
pubblicato su Il Manifesto il 12 febbraio 2026 La nostra relazione con il mare non è sporadica, ci conviviamo». Biologa marina, da più di quarant’anni Raquel Perier «convive» con il Golfo San Matías nella Patagonia settentrionale argentina, battendosi per la sua salvaguardia sia dentro i laboratori che per le strade. Negli anni ‘90, le comunità di San Antonio Oeste e Las Grutas si levarono contro la costruzione di un oleodotto. Una mobilitazione che nel 1999 non portò solo alla cancellazione dell’opera, ma anche all’approvazione della legge 3308 della provincia di Río Negro, che vietava la presenza nel golfo di infrastrutture per l’energia fossile. Un divieto, però, che non è più in essere. A settembre 2022, la legge 3308 è stata infatti modificata per permettere la realizzazione di vari progetti legati allo sfruttamento di petrolio e gas, prevalentemente estratti nella formazione geologica di Vaca Muerta, nella provincia limitrofa di Neuquén. L’AFFOSSAMENTO DELLA LEGGE 33 08 è stata la precondizione all’implementazione del Régimen de Incentivo para Grandes Inversiones (RIGI) nella provincia di Río Negro. Approvato nel 2024, il RIGI è un impianto normativo che offre una vasta gamma di incentivi per attirare investimenti esteri in vari settori strategici, a partire dal comparto estrattivo. Congiuntamente agli efferati tagli alla spesa pubblica, il RIGI è il fiore all’occhiello della strategia economica del presidente argentino Javier Milei, con l’obiettivo di azzerare il deficit di bilancio per il 2026 e ridurre il debito sovrano. Una vera e propria «terapia d’urto». MILLE CHILOMETRI A SUD DI BUENOS AIRES, la città di Viedma ospita l’assemblea Multisectorial Comarca Marítima Viedma Patagones. Quando il confronto vira sulle conseguenze di un potenziale incidente a una delle infrastrutture energetiche previste nella provincia di Río Negro, c’è chi si fa il segno della croce. «Non saremmo preparate. La sanità pubblica della provincia è al collasso, soprattutto quella d’emergenza. Il solo ospedale pubblico attrezzato è quello di Viedma, e se ciò non bastasse non ci sono abbastanza ambulanze né sufficiente personale medico». Una manifestazione di protesta contro il progetto Argentina LNG – foto ©Carlo Dojmi di Delupis/ReCommon A PARLARE È MARISA ALBANO dell’Asociación Sindical de Salud Pública de Río Negro (ASSPUR), sindacato che difende i diritti di chi lavora nel settore sanitario. Il RIGI sta accelerando la riconversione della matrice produttiva della provincia da agricola e basata sulla pesca a petrolifera e mineraria, conseguenza della «terapia d’urto» di Milei. All’orizzonte si stagliano 6 unità galleggianti per la liquefazione e l’export di gas (FLNG), parte del più ampio progetto Argentina LNG. L’iniziativa è guidata da YPF, la principale società argentina del petrolio e del gas, controllata dallo Stato. Con un investimento complessivo di circa 50 miliardi di dollari, il mega-progetto si pone l’obiettivo di espandere la produzione di idrocarburi a Vaca Muerta – seconda riserva di gas di scisto al mondo – e orientarla all’export. IL GAS DI VACA MUERTA E’ PRODOTTO prevalentemente attraverso il fracking, una pratica ultra-invasiva che richiede grandi quantità di acqua e l’uso di sostanze chimiche e di conseguenza aumenta il rischio di inquinamento da idrocarburi delle falde acquifere. «A Paso Córdoba (area di Vaca Muerta, ndr) l’acqua sgorga già contaminata dal petrolio. Là si producono le rinomate pere argentine che poi vengono esportate in tutto il mondo, anche in Italia», commenta Marisa. NEI GIORNI 11 E 12 FEBBRAIO 2024 si è tenuto a Roma il primo incontro ufficiale tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e Milei. La premier non ha lesinato commenti positivi per l’esito del meeting. Il 20 novembre dello stesso anno è arrivato il momento di ricambiare la cortesia istituzionale, con l’annuncio del «Piano di Azione 2025-2030 Italia-Argentina». Firmato il 6 giugno 2025, il Piano dedica ampio spazio allo sfruttamento di Vaca Muerta. Una nota a pie’ pagina precisa che «l’accordo raggiunto tra YPF ed ENI nell’aprile di quest’anno può valere come esempio di interesse strategico di entrambi i governi». COME SOVENTE ACCADE, LA PRINCIPALE multinazionale energetica italiana fa da apripista e il governo segue. Il riferimento è al memorandum firmato il 14 aprile 2025 tra ENI e YPF per valutare la partecipazione del Cane a sei zampe in Argentina LNG. È così che, contestualmente alla firma del Piano italo-argentino, ENI e YPF siglano l’accordo per Argentina LNG «per le installazioni di produzione, di trattamento, di trasporto e di liquefazione del gas attraverso unità galleggianti, per una capacità totale di 12 milioni di tonnellate di LNG all’anno». IN UN PAESE ECONOMICAMENTE FRAGILE come l’Argentina, è pressoché impossibile che un’azienda privata si muova senza forti rassicurazioni pubbliche. È qui che entrano in gioco le agenzie di credito all’esportazione. Quella italiana è SACE, controllata dal ministero dell’Economia e delle Finanze. L’attività prevalente di queste agenzie è il rilascio di garanzie, una sorta di assicurazione pubblica: se le cose vanno male, SACE rimborsa le aziende oppure le banche che hanno prestato capitali alle aziende per i loro investimenti esteri. In entrambi i casi lo fa con soldi pubblici. PER MOLTI ANNI L’OPERATIVA DI SACE in Argentina è proceduta con il contagocce, ma il RIGI e l’affinità politica tra Roma e Buenos Aires hanno cambiato le carte in tavola, con incontri d’affari presenziati dall’agenzia italiana già dal 2024. Molto spesso all’ordine del giorno c’era lo sfruttamento di Vaca Muerta. Uno dei tratti distintivi delle zone di sacrificio è la violenza sulle persone, spesso esercitata attraverso la militarizzazione dei territori interessati dai mega-progetti. Argentina LNG non sembra fare eccezione. QUANDO ARRIVO’ IL MOMENTO delle consultazioni pubbliche relative alla Fase I del progetto «San Antonio Oeste è stata militarizzata, con l’intento di scoraggiare la partecipazione pubblica», racconta Fabricio Di Giacomo, membro della Multisectorial Golfo San Matías, assemblea nata in difesa del golfo. «La presenza poliziesca era massiccia. Alcuni poliziotti erano vestiti di nero e portavano grosse armi a tracolla, come se fossero un reparto speciale. Li vedevi in due sulle moto, pronti ad avvicinarsi a ogni persona che arrivava per la consultazione». LE CONSULTAZIONI PER LA FASE III in cui è coinvolta ENI devono ancora tenersi. All’estremità meridionale del Golfo San Matías si trova la Penisola di Valdés, patrimonio dell’umanità Unesco per l’unicità dell’habitat e la presenza di diverse specie marine, tra cui spicca la balena franca australe. L’area dove dovrebbero essere posizionate le sei unità galleggianti per il gas corrisponde a quella interessata dalle rotte migratorie del cetaceo. «Le unità galleggianti occupano una superficie già di per sé molto ampia, a ciò bisogna aggiungere luci artificiali e rumori h24. La conformazione particolare del golfo porta a una circolazione delle correnti di tipo semi- chiuso. Ciò significa che, in caso di incidenti, gli agenti inquinanti stazionerebbero nelle sue acque per molto tempo», aggiunge Perier. LA TRASFORMAZIONE DI RIO NEGRO e Chubut può porre fine all’identità, come racconta Fernando Ledesma, della Comunità Mapuche Tewelche Trawun Kutral: «Quando una persona è privata del suo territorio, è privata anche dei valori che il territorio trasmette. Siamo costretti ad abbandonare le aree rurali per trasferirci in città, perdendo le pratiche e i saperi trasmessi dai nostri avi». A ciò si aggiunge la repressione: «La nostra gente è accusata di terrorismo per il semplice fatto di difendere questi territori dall’estrattivismo». Gli fa eco Ana Dominguez, coordinatrice della campagna Golfo Azul Para Siempre, una rete di organizzazioni formali e di gruppi informali nata in difesa del golfo: «Spesso veniamo accusati di dire no a qualsiasi tipo di sviluppo. Non è così. Stiamo dicendo sì allo sviluppo che già esiste, alla vita che già esiste. ENI e SACE hanno un ruolo privilegiato. Devono interrompere quello che stanno facendo. SACE non dovrebbe sprecare i soldi della cittadinanza italiana in progetti che uccidono la nostra gente».
February 12, 2026
ReCommon
La rotta del gas Usa in Europa: perché Trump guarda ai Balcani
Il gas non è mai una semplice merce. Ovunque, è sempre stato una leva di potere, uno strumento di influenza politica e un vincolo strutturale nei rapporti tra Stati. Quello che cambia, di volta in volta, non è la logica, ma la geografia. Oggi una di queste geografie passa dai Balcani dove si sta costruendo una nuova rotta del gas pensata per ridurre la dipendenza dai flussi russi via pipeline, attraverso l’importazione di gas liquefatto via mare, con un ruolo crescente delle forniture statunitensi. Il punto di ingresso è la Grecia, che negli ultimi anni è stata trasformata in piattaforma energetica per il Sud-Est europeo. Non si tratta solo di diversificazione delle forniture. È un riassetto infrastrutturale e politico che ridisegna dipendenze, crea nuove rendite e lega il futuro energetico di intere regioni a contratti e impianti pensati per durare decenni. Il punto di snodo è Alexandroupolis, nel nord-est della Grecia. Il terminale galleggiante di rigassificazione (FSRU) di Alexandroupolis, sviluppato da Gastrade, è entrato in operazioni commerciali nell’ottobre 2024. Sulla carta, l’impianto dovrebbe rafforzare la sicurezza energetica del Sud-Est europeo, consentendo alla Grecia di diventare un hub regionale per il gas. In realtà, Alexandroupolis è prima di tutto un’infrastruttura strategica. Si trova in un’area rilevante dal punto di vista militare, lungo l’asse che collega il Mediterraneo orientale al Mar Nero, ed è da anni sostenuta politicamente dagli Stati Uniti come parte della strategia di rafforzamento della loro presenza economica e geopolitica nella regione. Il messaggio è semplice: controllare l’ingresso del gas significa condizionare gli equilibri politici dei Paesi che ne dipendono. Questo è quello che è stato confermato anche nel meeting ministeriale della Partnership for Transatlantic Energy Cooperation (P-TEC), un importante vertice internazionale dedicato all’energia tenutosi lo scorso autunno ad Atene. Al centro del confronto tra Stati Uniti, paesi europei e istituzioni UE c’era il ruolo della Grecia come piattaforma strategica per l’importazione e la redistribuzione del gas liquefatto verso il Sud-Est e l’Est Europa. Durante l’incontro, funzionari statunitensi ed europei hanno richiamato l’importanza dei terminali greci di gas naturale liquefatto (GNL) e del cosiddetto “corridoio verticale”, la direttrice infrastrutturale che dalla Grecia risale verso i Balcani, la Romania e, in prospettiva, l’Ucraina. La narrativa è quella ormai consolidata della sicurezza energetica e della riduzione della dipendenza dal gas russo. Ma il contesto è chiaro: creare le condizioni politiche e infrastrutturali perché ilGNLstatunitense trovi uno sbocco stabile e di lungo periodo nei mercati europei. Il tassello principale per il gas che dall’altra parte dell’oceano approda ad Alexandroupolis è l’interconnettore Grecia–Bulgaria (IGB), operativo dal 2022, che permette alla Bulgaria di importare gas non russo sia dal Trans-Adriatic Pipeline (TAP) sia dai terminali GNL greci. Da lì, il disegno si estende verso Macedonia del Nord, Serbia e Balcani occidentali, con nuovi progetti di pipeline sostenuti anche da istituzioni europee e statunitensi. L’obiettivo dichiarato è la diversificazione. Il risultato concreto è la costruzione di una nuova dipendenza: infrastrutture costose, pensate per funzionare decenni, e mercati piccoli e politicamente fragili che vengono legati al gas liquefatto e ai suoi prezzi volatili. In prima fila a riservarsi un posto speciale in questo nuovo mercato troviamo Venture Global, uno dei principali esportatori di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Nel novembre 2025 l’azienda ha annunciato un accordo ventennale con la società greca Atlantic-See LNG Trade S.A., presentandolo come un contributo alla sicurezza energetica dell’Europa centrale e orientale. Si tratta del primo contratto di lungo periodo della Grecia con un esportatore GNLstatunitense, con volumi indicativi intorno a 0,7 miliardi di metri cubi l’anno a partire dal 2030.  Questa partita non riguarda solo la Grecia. L’Italia è coinvolta direttamente. Nel luglio 2025, ENI ha reso pubblica un’intesa ventennale con Venture Global per l’acquisto di circa 2 milioni di tonnellate l’anno di GNL dal progetto CP2 in Louisiana, con avvio delle forniture entro la fine del decennio. È un segnale forte: i grandi operatori italiani stanno costruendo portafogli LNG di lungo periodo legati agli Stati Uniti, contribuendo a consolidare il ruolo di Venture Global come attore centrale nel mercato europeo. Sul piano infrastrutturale entra in gioco anche Snam. Snam fa parte del consorzio Senfluga (insieme a Enagás, Fluxys e Damco) che detiene il 66% di DESFA, il gestore della rete gas greca; il restante 34% è in mano allo Stato greco. DESFA detiene a sua volta una quota del 20% in Gastrade. Non si tratta quindi di un controllo diretto, ma di una catena di interessi che collega l’infrastruttura chiave di Alexandroupolis anche al sistema del gas italiano. Una catena che produce rendite, influenza e posizionamento strategico in un’area considerata sempre più centrale. Il ruolo di Washington è dichiarato. Funzionari e documenti statunitensi parlano apertamente della Grecia come “gateway” per l’energia verso il Sud-Est europeo e della necessità di sostituire il gas russo con forniture alternative, GNLin testa. Cambia il fornitore, non la logica, e a guadagnarne sono gli esportatori di gas, che ottengono contratti ventennali, ed i grandi operatori infrastrutturali, che monetizzano rigassificazione e transito. La “sicurezza energetica” diventa sicurezza della domanda per l’industria GNL statunitense.
February 9, 2026
ReCommon
Diffida con richiesta di rettifica di Eni e chiarimenti di ReCommon in merito alle dichiarazioni rilasciate a Report e all’articolo del 18 dicembre 2025
In data 22 gennaio 2026 presso la casella di posta certificata di ReCommon è pervenuta una “diffida per responsabilità civile da diffamazione e incitamento all’odio” da parte dell’Avvocato Claudio Luca Migliorisi, in nome e per conto di ENI S.P.A., relativamente alle dichiarazioni di Eva Pastorelli, campaigner di ReCommon, rilasciate durante la trasmissione “Report” andata in onda su Rai 3 in data 14 dicembre 2025, e riprese nell’articolo comparso sul sito di ReCommon in data 18 dicembre 2025 che – secondo ENI – “hanno causato ingiusto danno alla reputazione della scrivente e, ancor più gravemente, hanno alimentato sentimenti di odio e ostilità verso Eni e i suoi dipendenti, mettendo in serio pericolo l’incolumità dei lavoratori operanti in Italia e all’estero e delle loro famiglie”. In relazione alle accuse formulate da ENI, ReCommon ed Eva Pastorelli qui di seguito precisano e chiariscono la propria posizione, in primis sottolineando che le affermazioni rese da Eva Pastorelli alla trasmissione Report del 14 dicembre 2025 sono le seguenti: “Attualmente Eni ha all’attivo due partnership con società o istituzioni israeliane: la prima con il ministero dell’energia israeliano, che il 29 ottobre 2023 ha assegnato licenze di esplorazione al largo delle coste di Gaza a due consorzi di compagnie energetiche nazionali. La seconda partnership Eni l’ha stabilita con una società israeliana di nome Delek Group che si trova nella lista nera delle Nazioni Unite perché opera nei Territori Palestinesi occupati e opera illegalmente in questi.”. L’articolo a cui si fa riferimento nella diffida è, come detto, quello pubblicato su questo sito, datato 18 dicembre 2025, a firma di Eva Pastorelli, dal titolo “ENI non prevede di essere coinvolta in attività nell’area nel futuro”: la multinazionale italiana rinuncia alle licenze di esplorazione in acque palestinesi?”, a cui si rinvia. Dunque, ReCommon e la signora Pastorelli sono evidentemente chiamati a rispondere alla diffida di ENI solamente in relazione alle affermazioni rese nella trasmissione e a quelle contenute nell’articolo. Seguono i precisi contenuti della diffida di ENI e le risposte di ReCommon (cliccare sul + per leggere il testo integrale): 1. FALSITÀ E MANIPOLAZIONE STRUMENTALE DELLE NOTIZIE+ [ENI] Le affermazioni di Eva Pastorelli sono palesemente false e prive di fondamento fattuale, come risulta dalla documentazione ufficiale in possesso di Eni e dalle comunicazioni già inviate alle autorità competenti, in quanto: a) Una rapida verifica su fonti aperte avrebbe consentito di appurare che le licenze per la Zona G non sono state assegnate (mentre quelle per la zona I, annunciate nella stessa occasione, sono state assegnate ad altro consorzio ben più tardi rispetto all’annuncio dell’ottobre 2023 – fonte https://www.reuters.com/business/energy/israel-awards-natural-gas-exploration-licences-bp-socar-newmed-2025-03-17/); -------------------------------------------------------------------------------- RISPOSTA DI RECOMMON SULLA PRESUNTA FALSITÀ E MANIPOLAZIONE STRUMENTALE DELLE NOTIZIE – ASSEGNAZIONE DELLE LICENZE DI ESPLORAZIONE AL LARGO DELLE COSTE DI GAZA. Le affermazioni di Eva Pastorelli, definite da ENI “palesemente false e prive di fondamento fattuale”, sono in realtà basate sull’annuncio pubblicato sulla pagina web del Ministero dell’Energia israeliano in cui il 29 ottobre 2023 si riportava la già avvenuta assegnazione di un totale di 12 licenze di esplorazione a sei compagnie, inclusa ENI (“The Ministry of Energy and Infrastructure Announces Results for Two Zones in the 4th Offshore Bid Round.12 Licenses Awarded to Six Companies,Including Four New to Israel and Two Major IOCs.”). Il Ministero, sulla medesima pagina, specificava l’aggiudicazione di 6 licenze in Zona G al consorzio composto da Eni (operatore), Dana Petroleum e Ratio Energies. La medesima notizia veniva ripresa da Reuters e Times of Israel. Si aggiunga che in una risposta ad una interrogazione parlamentare il Ministro Tajani il 12 settembre 2024 riferiva: “Sull’assegnazione di blocchi esplorativi offshore ad ENI da parte di Israele, confermo che si tratta di una gara internazionale a cui ENI ha preso parte con altri due operatori, nel rispetto delle regole. Da quanto riferisce ENI il contratto è ancora in via di finalizzazione e il consorzio non ha titolarità sull’area, né sono in corso operazioni che avrebbero comunque natura esplorativa. Non è al momento in corso alcuno sfruttamento di risorse”. Con questa risposta, il Ministro italiano degli esteri risulta confermare che, a seguito della gara internazionale vinta da ENI, c’era già stata l’“assegnazione dei blocchi esplorativi offshore ad ENI da parte di Israele”, anche se il contratto non risultava ancora concluso e l’estrazione non era stata avviata. Dunque, la signora Pastorelli, con la sua affermazione resa a Report, ha riportato un dato oggettivo, basato su fonti autorevoli puntualmente verificate. Nell’articolo del 18 dicembre 2025 è stata poi esattamente riportata la posizione di ENI sulle licenze per la zona G, tramite le esatte parole del Ministro degli esteri Tajani. Sempre nello stesso articolo è stata data ampia diffusione della notizia relativa al fatto che “Eni non prevede di essere coinvolta in attività nell’area nel futuro” (riportata anche nel titolo!). La risposta di ENI alle domande scritte di Report fa proprio riferimento alla domanda: “Quale è la posizione ufficiale di ENI rispetto alla possibilità di attività di esplorazione o sfruttamento di giacimenti nelle acque contese al largo di Gaza?”; dunque è ragionevole desumere che ENI non sarà coinvolta in attività di esplorazione e di sfruttamento di giacimenti nelle acque contese al largo di Gaza che sono proprio quelle relative al 62% della Zona G, quindi rinuncerà alle licenze assegnate dal Ministero dell’energia israeliano per dar seguito alle proprie dichiarazioni. -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] b) quando si parla della “partnership con Delek“, si afferma falsamente che Delek è inclusa in una “lista nera ONU”, laddove detta lista non è un documento che certifica uno status particolare dei soggetti ivi inclusi, tanto più che non è collegata in nessun modo all’applicazione di alcuna sanzione o misura restrittiva nei confronti di detti soggetti, omettendo altresì di dire che Ithaca, di cui a seguito della transazione Eni è diventata azionista, è una società quotata con una base azionaria diffusa, che non ha riportato vantaggi economici per Delek, altro azionista della stessa società. In ogni caso, riteniamo utile segnalare la recente decisione dell’autorità norvegese garante dei consumatori nel procedimento instaurato da Greenpeace Nordic contro Equinor per la partnership Ithaca nel progetto petrolifero Rosebank. L’autorità norvegese ha rigettato le istanze di Greenpeace precisando che gli obblighi di due diligence si applicano solo in presenza di un collegamento diretto tra le attività di impresa e gli eventuali impatti negativi, escludendo che possano derivare indirettamente da legami societari o rapporti di investimento.”; -------------------------------------------------------------------------------- RISPOSTA DI RECOMMON SULLA PRESUNTA FALSITÀ E MANIPOLAZIONE STRUMENTALE DELLE NOTIZIE – PARTNERSHIP CON DELEK Come già ampiamente argomentato in precedenti occasioni, si ribadisce che la locuzione “lista nera”, traduzione dall’inglese blacklisted, è una definizione giornalistica di cui ReCommon non è primo utilizzatore. Il termine, riferito al medesimo tema, è stato infatti riportato da: NBC News (“U.N. blacklists 68 more companies for alleged complicity in Israeli rights violations in West Bank”), Middle East Eye (“UN blacklist of firms complicit in Israeli settlement activity jumps by 70 percent”), Associated Press (“UN adds 68 companies to blacklist for alleged complicity in rights violations in Israeli settlements”), solo per citare alcuni autorevoli organi di stampa a diverse latitudini.  L’elenco in esame (che secondo ENI non sarebbe una “lista nera” e non sarebbe “un documento che certifica uno status particolare dei soggetti ivi inclusi”) è un documento prodotto dall’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, che stila un elenco di tutte le imprese commerciali coinvolte nelle attività descritte nel paragrafo 96 della relazione della missione internazionale indipendente incaricata di indagare le implicazioni degli insediamenti israeliani sui diritti civili, politici, economici, sociali e culturali del popolo palestinese. Se si legge il documento, salta immediatamente all’occhio che la lista di attività non è un esercizio di stile, bensì definisce quelle attività “che hanno sollevato particolari preoccupazioni in materia di diritti umani” (that raised particular human rights concerns).  Ricordiamo che la società Delek Group, azionista di maggioranza di Ithaca Energy, società di cui ENI UK detiene il 36,06% e di cui può nominare il CEO, figura in questa lista perché coinvolta nelle seguenti attività: (e) La fornitura di beni e servizi che sostengono la manutenzione e l’esistenza degli insediamenti, compresi i trasporti (The provision of services and utilities supporting the maintenance and existence of settlements, including transport); (g) L’uso delle risorse naturali, in particolare dell’acqua e della terra, per scopi commerciali (The use of natural resources, in particular water and land, for business purposes). Rispetto all’accusa di aver omesso “(…) di dire che Ithaca, di cui a seguito della transazione Eni è diventata azionista, è una società quotata con una base azionaria diffusa, che non ha riportato vantaggi economici per Delek, altro azionista della stessa società”,si precisa di non comprendere la rilevanza di tale obiezione in relazione alle dichiarazioni di Eva Pastorelli nell’intervista a Report e nell’articolo oggetto di contestazione. Inoltre non è dato comprendere neppure quale sia il significato di tale affermazione, dal momento che a ciascun azionista spetta il diritto alla partecipazione agli utili attraverso i dividendi, i quali costituiscono evidenti “vantaggi economici”. Quanto alla decisione dell’autorità norvegese garante dei consumatori nel procedimento instaurato da Greenpeace Nordic contro Equinor per la partnership Ithaca nel progetto petrolifero Rosebank (menzionata da ENI nella sua diffida), da un lato, non se ne vede la rilevanza con la vicenda in esame; dall’altro, non è chiaro se la citazione di questo precedente straniero sia funzionale ad escludere l’esistenza di obblighi di due diligence in capo alla società a giustificazione del fatto che tale valutazione non sarebbe stata condotta nel caso in esame. In proposito, restano ancora prive di risposta le domande pubblicamente rivolte ad ENI nell’articolo contestato sull’avvenuto svolgimento o meno del processo di due diligence sui diritti umani prima di concludere l’accordo di aggregazione con Ithaca Energy, e sulle risultanze di questa valutazione. Sulla presunta falsità, strumentalità e pericolosità di assimilare Delek a Ithaca Energy, si segnala che nella propria comunicazione istituzionale, Ithaca Energy fa un punto di forza della partnership allineata tra ENI e Delek, tanto da riportare a pagina 7 del suo report annuale del 2024 che “(…) Mentre il Gruppo entra nella sua prossima era di crescita, è sostenuto da azionisti impegnati a lungo termine e da una partnership allineata tra Delek ed Eni a sostegno della strategia di crescita di Ithaca Energy” (“As the Group enters its Next Era of growth, it is supported by committed long-term shareholders and an aligned partnership between Delek and Eni in support of Ithaca Energy’s growth strategy”).  -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] c) l’aspetto più avvilente è la confusione artatamente deliberata tra Zona G, Gaza Marine e produzione/esportazione di gas da Israele in quanto: * la Zona G è un’area offshore nella quale non sono mai state individuate risorse di idrocarburi e quindi ovviamente non produce nulla (il 62% rivendicato dalla Palestina si riferisce a questa zona nella quale non è mai stata accertata la presenza di riserve di gas); * Gaza Marine è un giacimento noto da decenni, molto più vicino alla costa della Striscia di Gaza, su cui Eni non ha mai mostrato interesse alcuno né tantomeno avanzato alcuna pretesa o diritto; * nella narrazione si parla delle due aree come se si trattasse della stessa zona, ma si tratta di due asset completamente diversi sotto tutti i profili possibili (nelle mappe mostrate nel menzionato servizio televisivo e pubblicate sul sito di ReCommon ETS con il citato articolo, si fa sempre attenzione a non mostrare la collocazione di Gaza Marine rispetto alla Zona G, presumibilmente al fine di alimentare ulteriormente la confusione tra le due aree); * infine, quando si parla di produzione di gas israeliana esistente, questa proviene da aree (prevalentemente i campi di Tamar e Leviathan in cui Eni non vanta alcun coinvolgimento) in acque al 100% israeliane, al di fuori dell’area rivendicata dalla Palestina. Pertanto fare riferimento a gas esportato da Israele come “gas sottratto alla Palestina” è inesatto e fuorviante. -------------------------------------------------------------------------------- RISPOSTA DI RECOMMON SULLA PRESUNTA FALSITÀ E MANIPOLAZIONE STRUMENTALE DELLE NOTIZIE – SULLA PRESUNTA “CONFUSIONE ARTATAMENTE DELIBERATA TRA ZONA G, GAZA MARINE E PRODUZIONE/ESPORTAZIONE DI GAS DA ISRAELE” Nell’intervento di Pastorelli durante Report non è stata fatta alcuna menzione del giacimento noto come Gaza Marine; tanto meno ciò è avvenuto nell’articolo pubblicato sul sito di ReCommon in data 18 dicembre 2025. La pretesa confusione di cui ENI accusa Pastorelli e ReCommon non è dunque sostanziata dai fatti. -------------------------------------------------------------------------------- 2. INCITAMENTO ALL’ODIO E PERICOLO PER L’INCOLUMITÀ DEI LAVORATORI 3. CONFIGURAZIONE DELL’ILLECITO CIVILE E RESPONSABILITÀ AGGRAVATA 4. DANNO ALL’IMMAGINE, ALLA REPUTAZIONE E ALLA SICUREZZA+ 2. Incitamento all’odio e pericolo per l’incolumità dei lavoratori Le modalità con cui la Signora Pastorelli di ReCommon ETS si è espressa sia durante l’intervista in data 14 dicembre 2025 che nell’articolo pubblicato sul sito dell’Associazione in data 18 dicembre 2025, hanno contribuito ad alimentare un clima di odio e ostilità che ha già prodotto le sotto descritte conseguenze concrete e pericolose: a) supporto a manifestazioni di protesta presso la sede aziendale: in data 27 novembre 2025, presso la sede ENI di San Donato Milanese si sono già verificate manifestazioni di movimenti Pro Palestina, è ovvio che la campagna diffamatoria e menzognera, di cui le dichiarazioni della Signora Eva Pastorelli e di ReCommon ETS sono parte, non può che peggiorare il clima ed alimentare nuove proteste; b) pericolo concreto per l’incolumità dei dipendenti: le false accuse diffuse hanno alimentato sentimenti di odio che mettono in serio pericolo la sicurezza dei lavoratori Eni operanti sia in Italia che all’estero, nonché delle loro famiglie; c) violazione degli obblighi di tutela della sicurezza: la diffusione di contenuti che alimentano l’odio verso l’azienda e i suoi lavoratori ha compromesso l’obbligo del datore di lavoro di garantire la sicurezza dei propri dipendenti ai sensi D.lgs. 81/2008. 3. Configurazione dell’illecito civile e responsabilità aggravata Le condotte poste in essere da ReCommon ETS integrano gli estremi dell’illecito di cui all’art. 2043 del Codice Civile, configurando un fatto doloso che ha cagionato ad Eni un danno ingiusto, aggravato dalla circostanza che le false informazioni diffuse hanno alimentato sentimenti di odio e ostilità. 4. Danno all’immagine, alla reputazione e alla sicurezza Le false affermazioni diffuse anche da ReCommon ETS hanno causato e continuano a causare: a) grave danno all’immagine e alla reputazione di Eni, società quotata sui mercati nazionali ed internazionali la cui credibilità costituisce asset fondamentale; b) danno alla sicurezza dei lavoratori: le manifestazioni di protesta già verificatesi presso la sede di San Donato Milanese dimostrano il concreto pericolo per l’incolumità del personale in Italia come all’estero; c) danno alle relazioni commerciali e istituzionali: il clima di ostilità alimentato compromette i rapporti con partner e istituzioni; d) danno alle famiglie dei dipendenti: l’odio generato, fomentato e alimentato verso ENI si riflette inevitabilmente sui familiari dei lavoratori anche in paesi lontani dove, ancora negli ultimi giorni, hanno, per motivi legati alla vicenda irresponsabilmente strumentalizzata anche dalla signora Eva Pastorelli, perso la vita molti innocenti in attentati fomentati dallo stesso clima d’odio scatenato da dichiarazioni come quelle rese nel corso della citata trasmissione RAI e pubblicate sul sito di ReCommon ETS. Come evidenziato dalla Cassazione Civile Sezione III, sentenza n. 19036 del 6 Luglio 2021, “il danno all’onore e alla reputazione non è in re ipsa, identificandosi il danno risarcibile con le conseguenze della lesione, (…) assumendo rilevanza la diffusione dello scritto e la gravità dell’offesa (…)”. -------------------------------------------------------------------------------- RISPOSTA DI RECOMMON SUL PRESUNTO INCITAMENTO ALL’ODIO E PERICOLO PER L’INCOLUMITÀ DEI LAVORATORI E SUGLI ULTERIORI PROFILI DI PRESUNTA RESPONSABILITÀ Oltre ai contenuti delle dichiarazioni, fondati su fonti autorevoli, anche le modalità con cui la signora Pastorelli si è espressa durante l’intervista e nell’articolo pubblicato il 18 dicembre 2025 sul sito di ReCommon sono rispettose e professionali, in alcun momento scomposte ovvero incitanti all’odio nei confronti dell’azienda e tantomeno dei suoi dipendenti. Sorprende che un’azienda della caratura internazionale di ENI si lanci – senza alcun elemento a supporto – in pesanti accuse nei confronti di una ONG e di una sua esponente, preannunciando azioni risarcitorie, per avere reso note circostanze sull’attività di ENI tutte puntualmente documentate. In particolare, si respinge con fermezza l’accusa di contribuire ad alimentare un clima di odio ed ostilità che avrebbe già prodotto una serie di “conseguenze concrete e pericolose” per l’incolumità dei dipendenti e per la violazione degli obblighi di sicurezza sul lavoro (punti b e c) della diffida sopra riportati), la cui infondatezza risulta talmente evidente da non richiedere ulteriori precisazioni. Quanto poi al preteso “supporto” di una manifestazione di protestadi movimenti Pro Palestinapresso la sede aziendale di San Donato Milanese (punto a della diffida), a cui in realtà la Signora Eva Pastorelli e ReCommon ETS sono totalmente estranei, si consideri se non altro l’obiettivo dato cronologico: la segnalata manifestazione si è svolta il 27 novembre 2025 e, dunque, prima sia della trasmissione di Report (14 dicembre) sia dell’articolo “incriminato” (18 dicembre), che pertanto non possono certo aver “prodotto” questa “conseguenza pericolosa”, come si sostiene invece nella diffida. Nessun illecito civile, tantomeno da responsabilità aggravata può essere dunque imputato all’associazione e alla sua esponente, né in termini di danno all’immagine, che alla reputazione e alla sicurezza dei lavoratori (paragrafi 3 e 4 della diffida). Si ritiene infatti che le informazioni contenute nelle dichiarazioni di Eva Pastorelli rilasciate durante la trasmissione “Report” andata in onda su Rai 3 in data 14 dicembre 2025 e le informazioni contenute nell’articolo comparso sul sito di ReCommon in data 18 dicembre 2025 siano veritiere e sostanziate da evidenza. -------------------------------------------------------------------------------- DIFFIDA+ L’Associazione ReCommon ETS e la Sua rappresentante Eva Pastorelli a: 1. cessare immediatamente ogni ulteriore diffusione delle affermazioni diffamatorie contenute nel servizio del 14 dicembre 2025, e nel successivo articolo comparso sul sito di ReCommon ETS in data 18 dicembre 2025 e tuttora ivi presente; 2. pubblicare una rettifica integrale delle false affermazioni diffuse, sul sito di ReCommon ETS, chiarendo pubblicamente: che nessuna licenza è mai stata concretamente assegnata a Eni per la Zona G; * che Eni non ha mai avviato attività di esplorazione o estrazione nell’area; * che Eni non prevede di essere coinvolta in attività nell’area nel futuro; * che Eni ha correttamente svolto la due diligence sui diritti umani; * che Ithaca, di cui a seguito della transazione Eni è diventata azionista, è una società quotata con una base azionaria diffusa, che non ha riportato vantaggi economici per Delek, altro azionista della stessa società; * che quindi è falso, pericoloso e strumentale assimilare Delek Group ad Ithaca invitando ENI a rivedere i suoi accordi con aziende che continuano “a supportare Israele con il genocidio ancora in corso”; * che ReCommon ETS non ha ottenuto la “rinuncia alle attività esplorative di ENI” (celebrata dalla Signora Eva Pastorelli come una “vittoria collettiva”) poiché come sopra spiegato e provato nessuna attività esplorativa è mai stata posta in essere. 3. pubblicare le scuse per il grave danno arrecato alla reputazione di Eni e per aver alimentato sentimenti di odio e ostilità che mettono a rischio l’incolumità dei lavoratori e delle loro famiglie; 4. astenersi in futuro dal diffondere contenuti che possano alimentare odio, ostilità o sentimenti di vendetta verso Eni, i suoi dipendenti e le loro famiglie, nel rispetto dei principi deontologici del giornalismo”. -------------------------------------------------------------------------------- Nell’osservare conclusivamente che ReCommon ha già risposto in modo puntuale ad una precedente diffida trasmessa dalla Direzione Affari legali di ENI del 27 ottobre 2025, relativa ai medesimi argomenti, con il comunicato del 31 ottobre 2025 diffuso tramite newsletter, per tutti i motivi sopra esposti si respingono le accuse formulate e, nel contempo, ci si rende disponibili a pubblicare l’eventuale documentazione che ENI riterrà di trasmettere sul tema, allo scopo di fornire la più ampia informazione ai propri lettori.
February 5, 2026
ReCommon
A chi conviene il gas di Trump?
L’UE ha rafforzato la propria sicurezza energetica riducendo la domanda di gas di oltre il 20% tra il 2021 e il 2024 e limitando le importazioni di gas dalla Russia. Tuttavia, questi progressi nascondono una nuova vulnerabilità: incentivare le importazioni di gas naturale liquefatto (GNL) dagli Stati Uniti ha creato una nuova dipendenza geopolitica potenzialmente ad alto rischio. Lo evidenzia l’ultima analisi dell’organizzazione indipendente statunitense Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA), da cui emerge che nei prossimi anni fino al 75–80% del GNL importato dall’UE potrebbe provenire dagli Stati Uniti, arrivando a coprire circa il 40% delle importazioni totali di gas. Nell’ambito dell’accordo commerciale annunciato tra l’UE e gli Stati Uniti nel luglio 2025, infatti, l’Unione uropea intende acquistare energia statunitense per un valore di 750 miliardi di dollari entro il 2028. L’accordo lega di fatto l’approvvigionamento energetico dell’UE a un unico venditore, mettendo a rischio la sicurezza energetica e compromettendo i piani di riduzione del gas. RESTA AGGIORNATO ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER [contact-form-7] Le importazioni di GNL statunitense nell’UE sono passate da 21 miliardi di metri cubi nel 2021 a una stima di 81 miliardi di metri cubi nel 2025, con un aumento di quasi quattro volte. Ciò significa che nel 2025 i paesi dell’UE hanno importato il 57% del loro GNL dagli Stati Uniti. Tredici paesi dell’UE hanno importato GNL statunitense nel 2025. Paesi Bassi, Francia, Spagna, Italia e Germania hanno rappresentato il 75% delle importazioni di GNL a stelle e strisce dell’Unione lo scorso anno. Val la pena ricordare che l’UE ha concordato un divieto graduale e giuridicamente vincolante delle importazioni di GNL e gasdotto dalla Russia, con un divieto totale rispettivamente dalla fine del 2026 e dall’autunno 2027. IEEFA calcola che se i paesi dell’UE spendessero invece 750 miliardi di dollari in energie rinnovabili, l’UE potrebbe installare circa 546 gigawatt di capacità combinata solare ed eolica. Ciò aumenterebbe la sicurezza energetica e potrebbe far diminuire i prezzi dell’elettricità. Quella di puntare sul gas americano è una scelta politica precisa, risultato di decisioni che hanno privilegiato nuove infrastrutture e contratti fossili rispetto ad altre opzioni disponibili. Il GNL USA è stato presentato come “affidabile”. Ma mentre cresce il suo peso nel sistema europeo, aumentano anche le tensioni politiche con Washington e l’instabilità legata a un presidente imprevedibile come Trump. Non serve un taglio delle forniture: basta il potere di influenzare prezzi e contratti. A beneficiarne sono i grandi gruppi industriali e finanziari che hanno interessi nel GNL, o perché concedono prestiti per la costruzione di impianti o perchè guadagnano dagli accordi commerciali o dalle infrastrutture di rigassificazione. In Italia i soliti nomi: Eni, Snam, Intesa Sanpaolo. A pagare sono i cittadini europei, con bollette più alte, e le comunità USA colpite da impianti di estrazione e liquefazione. Nuovi vincoli, soliti vincitori e stessi perdenti.
February 4, 2026
ReCommon
Le cicatrici del petrolio
A Verona una mostra fotografica e una conferenza per far luce sulla devastazione ambientale lasciata dai giganti dell’’oro nero” nel sud della Nigeria. E per raccontare chi lotta per la giustizia e affinché la propria terra torni a essere una fonte di vita Mostra fotografica dal 31/1 al 31/3  Evento speciale con gli autori: Mercoledì 11/2 dalle 18:30 alle 20 Museo africano – Verona Dopo decenni segnati da violazioni dei diritti umani e disastri di ogni genere, le ferite lasciate dallo sfruttamento petrolifero sono ovunque nella regione del Delta del Niger, nel sud della Nigeria: nel gas bruciato nell’aria, nelle terre e acque contaminate, nei conflitti e le divisioni, nell’aspettativa di vita sempre più bassa e nella povertà rimasta lì dove doveva esserci sviluppo. È il lascito di oltre 60 anni di operazioni di alcune delle più grandi multinazionali degli idrocarburi al mondo, su tutte l’italiana Eni (e l’Agip prima di lei) e la britannica Shell. Recentemente queste oil major hanno venduto i propri impianti nel Delta del Niger, per poi spostarsi a sfruttare le più fruttuose licenze in mare aperte. Di fatto hanno lasciato alle imprese locali e al governo nigeriano la responsabilità per le bonifiche e le riparazioni per le comunità impattate dai continui sversamenti. La storia di questa parte di Nigeria e delle comunità che vi abitano e vi continuano a resistere è al centro della mostra fotografica LE CICATRICI DEL PETROLIO, in programma dal 31 gennaio al 31 marzo al Museo africano di Verona, in Vicolo Pozzo,1. L’esposizione parte dal reportage d’inchiesta realizzato l’anno scorso nell’Ogoniland dai giornalisti Marco Simoncelli, Davide Lemmi e Lorenzo Bagnoli. L’iniziativa, realizzata da Fada Collective e IrpiMedia con il sostegno di ReCommon, è tornata a far luce sulla situazione nel delta del fiume Niger a 30 anni dalla morte del noto poeta e scrittore nigeriano Ken Saro-Wiwa, ucciso dal regime militare nigeriano nel novembre del 1995 insieme ad altri otto attivisti proprio a causa della sua lotta in difesa delle terre dell’Ogoniland e della comunità ogoni che vi abita. La battaglia per la giustizia degli ogoni è anche il tema di un evento speciale, una  conferenza organizzata nell’ambito della mostra dalla rivista Nigrizia. L’appuntamento è per mercoledì 11 febbraio al Museo africano, dalle ore 18:30 alle 20:00. Interverranno: Lorenzo Bagnoli di IrpiMedia e Antonio Tricarico di ReCommon, moderatore Roberto Valussi di Nigrizia. LA STORIA È dagli anni Cinquanta che in Nigeria si estrae petrolio. Tra le prime a investire nel paese c’è la britannica Shell. Meno di un decennio dopo anche l’ENI è arrivata nel Paese africano per trivellare le terre del Delta del Niger. I proventi della ricchezza derivante dello sfruttamento dell’oro nero, però, non sono mai stati distribuiti equamente: sono rimasti nelle mani di pochi gruppi di potere. Nel frattempo, le popolazioni che vivono negli Stati più ricchi di risorse pagano il costo ambientale dello sfruttamento petrolifero, senza benefici diretti. È questo il contesto in cui negli anni Novanta nasce la protesta che porterà poi alla fine delle trivellazioni di Shell, nel 1993. Tra le figure simbolo di quella mobilitazione c’è sicuramente Ken Saro-Wiwa, leader del Movimento per la sopravvivenza del popolo ogoni (Mosop). L’attivista e scrittore è stato giustiziato il 10 novembre 1995 a Port Harcourt dal regime del generale Sani Abacha. Wiwa venne ritenuto “colpevole” di essere l’autore di pamphlet incendiari che denunciavano le devastazioni inferte alla sua terra in nome del petrolio, ma soprattutto di essere il portavoce delle rivendicazioni della propria etnia ogoni, maggioritaria nella regione, vessata dal governo e da Shell. INFORMAZIONI  Ingresso Mostra e visita al Museo africano biglietto unico intero 5.00€ Ampio parcheggio interno ORARI DI APERTURA  Da Martedì a Venerdì: 8.30-14.30 (ultimo ingresso ore 14) Sabato e domenica: 15-18 Giorno di chiusura: lunedì   Museo africano – Fondazione Nigrizia onlus, vicolo Pozzo 1, 37129 Verona tel. +39 045 8092199   info@museoafricano.org www.museoafricano.org
January 28, 2026
ReCommon
In Tunisia, Gabès scende in piazza anche contro l’idrogeno verde
Per i corridoi di Bruxelles, transizione energetica fa rima con idrogeno verde. Il Green Deal europeo individua nella variante “verde” – prodotta con elettricità da fonti rinnovabili e priva di emissioni dirette di CO₂ – uno dei pilastri della decarbonizzazione dell’ industria pesante, trasporti e produzione elettrica prevista entro il 2050. Con il piano REPowerEU, lanciato nel marzo 2022 in risposta alla crisi energetica e alla dipendenza dai combustibili fossili russi, l’idrogeno verde è stato elevato a leva strategica per sicurezza energetica e transizione ecologica dell’UE. Nonostante l’enfasi sull’autonomia europea, il piano guarda però ben oltre i confini di Schengen: Bruxelles punta a sfruttare siti produttivi costruiti lungo la sponda sud del Mediterraneo, in Nord Africa. In questo scenario, la Tunisia emerge come partner cruciale. Già collegata all’Europa dal gasdotto Transmed, che collega Algeria e Italia, il paese è oggi al centro delle ambizioni europee di creare un hub per la produzione e l’esportazione di idrogeno verde. Negli anni della presidenza Kais Saied, che segna il ritorno all’autoritarismo e alla centralizzazione del potere, gli incontri a porte chiuse e i forum industriali sull’idrogeno verde si sono moltiplicati a Tunisi. A maggio 2024, un governo nominato direttamente dal presidente, senza l’inclusione di un parlamento ormai svuotato del proprio ruolo di rappresentanza, ha presentato la strategia tunisina per l’idrogeno verde. L’obiettivo è produrre 8,3 milioni di tonnellate entro il 2050, di cui quasi 6 milioni destinate all’esportazione e poco più di 2 milioni per il mercato interno e derivati. Per raggiungerlo, la Tunisia dovrà sviluppare circa 100 GW di capacità da fonti rinnovabili, superando di gran lunga l’attuale capacità installata. Al centro della strategia si trova il SouthH2 Corridor, un mega gasdotto di 3.300 km promosso dall’italiana Snam divenuto Progetto di Interesse Comune a livello europeo, che mira a collegare il Nord Africa alla Germania e al mercato UE. Secondo un accordo tra Italia, Germania e Austria, il corridoio dovrebbe diventare uno dei cinque principali assi per importare 10 milioni di tonnellate di idrogeno rinnovabile entro il 2030. I piani tunisini fissano però gli obiettivi principali al 2050. Nonostante le rassicurazioni di Belhassen Chiboub, Direttore Generale dell’Elettricità e della Transizione Energetica presso il Ministero dell’Industria, secondo cui la transizione energetica rappresenta per la Tunisia una «necessità climatica e un’opportunità economica», la maggior parte della produzione prevista non contribuirà al fabbisogno interno di energia verde. Eppure, il mix energetico nazionale tunisino resta fortemente dipendente dai combustibili fossili: l’88% dell’energia primaria e il 97% dell’elettricità provengono ancora in gran parte dal gas naturale algerino. La strategia europea alimenta crescenti preoccupazioni tra la società civile e i movimenti ambientalisti, che temono che i bisogni europei vengano anteposti a quelli locali. Nonostante un clima di repressione sempre più rigido, le rivendicazioni per una reale sovranità energetica continuano a moltiplicarsi. A Gabès, città portuale del sud-est destinata a ospitare la futura “valle dell’idrogeno verde”, la popolazione si mobilita contro un progetto percepito come estrattivista e ingiusto. Da oltre mezzo secolo, la città vive soffocata dalle emissioni del Groupe Chimique Tunisien (GCT), gruppo pubblico produttore di fertilizzanti a base di fosfati. Nell’ottobre scorso, Gabès è stata teatro di alcune delle più imponenti mobilitazioni ambientali mai registrate nel paese, in seguito a una crisi sanitaria provocata dalle esalazioni tossiche degli impianti del gruppo. Paradossalmente, proprio il GCT è stato scelto dal governo come sito pilota per la prima produzione di idrogeno verde in Tunisia. GABÈS, FUTURO CROCEVIA DELL’IDROGENO VERDE? A lungo rimasta a livello progettuale, la nuova strategia tunisina per l’idrogeno verde — spesso indicata come la futura “H2 Valley” — ha preso slancio nel 2024 con la firma di sette memorandum d’intesa tra il governo tunisino e diverse compagnie straniere. Tra i firmatari figurano: HDF Energy (Francia), Savannah Energy (Regno Unito), DEME Hyport (Belgio), ABO Energy (Germania), un partenariato tra Amarenco (Franco-Irlanda) e H2 Global Energy (Zurigo),  un consorzio formato da Verbund (Austria), Aker Horizons (Norvegia) e TuNur (Regno Unito/Malta) e H2Noto, il più grande di tutti i progetti proposti in Tunisia guidato dalla francese Total Energies, assieme a Verbund (Austria) e EREN Groupe (Lussemburgo). «Questi accordi non costituiscono ancora contratti vincolanti: servono soprattutto a posizionare la Tunisia e a creare un quadro di fiducia. Le aziende possono così avviare gli studi preliminari, sapendo che il paese sostiene il progetto e ne prepara l’attuazione futura», spiega un membro del Comitato direttivo sull’idrogeno verde presso il Ministero dell’Energia a Tunisi. A seguito di questi annunci, numerose altre compagnie hanno manifestato interesse a investire nella filiera tunisina, tra cui CMMZE (Monaco), che ha annunciato l’avvio di progetti di produzione di idrogeno verde nel sud-est della Tunisia, e le italiane Eni ed Enel. Incontro del Presidente Meloni con il Presidente della Repubblica tunisina, Kais Saied, Tunisi, 17/04/2024, foto governo.it, CC-BY-NC-SA 3.0 IT Lo sviluppo di progetti di idrogeno verde è in effetti menzionato nella Relazione sullo stato di attuazione del Piano Mattei per l’Africa, redatta dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri italiano. Nel luglio 2024, una delegazione composta da Enel ed Eni ha incontrato a Tunisi il Ministero dell’Energia per discutere la creazione di un progetto pilota di idrogeno verde nel Cap Bon. Un mese più tardi, l’iniziativa si è concretizzata nella formazione di un gruppo di lavoro tecnico con rappresentanti italiani e tunisini. Il sito potenziale individuato dal partenariato Roma–Tunisi si troverebbe accanto alla stazione di compressione SERGAZ di El-Hawariya, nel punto in cui il gasdotto Transmed si immerge nel Mediterraneo in direzione della Sicilia. Mentre le proposte e gli incontri si moltiplicano, un solo progetto sembra però avanzare rapidamente: la creazione di una prima unità commerciale per la produzione di ammoniaca verde a Gabès, prevista tra il 2025 e il 2030. L’ammoniaca è fondamentale per trasformare le rocce fosfatiche estratte nel bacino minerario di Gafsa in fosfato di ammonio (DAP), fosfato bi-calcico (DCP) e fosfato monoammonico (MAP), tutti fertilizzanti usati in agricoltura industriale, prodotti dal Gruppo Chimico Tunisino (GCT) di Gabès. Attualmente, l’ammoniaca “grigia” prodotta in Tunisia deriva dall’azoto dell’aria e dall’idrogeno ottenuto da combustibili fossili. Nel progetto pilota di Gabès, l’idrogeno sarà sostituito dalla versione “verde”, prodotta da energie rinnovabili, e il processo sarà integrato direttamente nell’impianto pubblico di fertilizzanti del GCT, situato nel porto industriale di Ghannouch, a ovest di Gabès. Secondo la roadmap governativa, il progetto produrrà annualmente circa 220 tonnellate di H2V e 630 tonnellate di ammoniaca verde. Per alimentare l’impianto, il GCT prevede di costruire un parco fotovoltaico da 8 MW collegato alla rete nazionale (STEG), nelle campagne attorno a Gabès, in particolare a Oudhref, a 18 km dalla compagnia. Tutti gli altri componenti saranno installati nel complesso industriale di Ghannouch. Il progetto comprende anche un impianto di desalinizzazione, un elettrolizzatore, un’unità di sintesi Haber-Bosch, un sistema di stoccaggio dell’idrogeno e una cella a combustibile che utilizzerà il 30% dell’H2V per garantire un’alimentazione continua. Pur non essendo ancora destinato all’export, il sito rappresenta un primo passo verso la produzione commerciale. Gabès riveste un ruolo strategico anche nelle opzioni di tracciato della Tunisia per un nuovo gasdotto d’idrogeno: la città è inclusa nel percorso del progetto SouthH2Corridor, sostenuto da Tunisia, Italia, Germania, Austria e Algeria. Il gasdotto per il trasporto dell’idrogeno verde promosso da Snam, si conferma infrastruttura energetica di punta del Piano Mattei e del piano infrastrutturale europeo EU Global Gateway, e collegherebbe il Nord Africa alla Germania, seguendo la costa di Gabès fino al Cap Bon e proseguendo poi verso l’Italia e l’Austria. Oltre al gasdotto, anche la nuova interconnessione elettrica tra Tunisia e Italia passerà per Gabès con il corridoio “Eleni” o Italy–Tunisia Interconnector, che collegherà la città a Mazara del Vallo in Sicilia, lungo 200 km. I lavori saranno realizzati dal gruppo italiano Prysmian, con un contratto da 460 milioni di euro, e cofinanziati dall’UE come progetto prioritario per l’integrazione dei mercati energetici. I lavori dovrebbero partire nel 2026, con messa in servizio prevista tra 2028 e 2029, realizzati dalla STEG tunisina e dall’operatore italiano Terna. Il progetto pilota per la produzione di idrogeno verde del GCT ha riportato Gabès al centro degli interessi delle compagnie energetiche e minerarie. Da alcuni anni, la città ospita il salone Petrogaz-Ener, che riunisce decisori politici e imprese del settore energetico di tutto il mondo, dal petrolio e gas alle rinnovabili. Ma l’identificazione di Gabès come futuro hub dell’idrogeno verde è tutt’altro che neutrale: per molti abitanti, riapre la memoria di un passato industriale percepito come una forma di occupazione interna. Negli anni ’70, sotto la presidenza di Habib Bourguiba e nel pieno della politica di industrializzazione avviata dopo l’indipendenza, Gabès è stata scelta come sede del Groupe Chimique Tunisien (GCT), grande complesso pubblico dedicato alla trasformazione dei fosfati estratti dal bacino minerario di Gafsa. Nel tempo, attorno al GCT si sono installate numerose altre industrie chimiche e parachimiche — impianti di produzione di acido fosforico, ammoniaca, acido solforico e cementifici — fino a formare una delle aree industriali più dense e inquinate del Mediterraneo. Oggi, l’arrivo annunciato dell’idrogeno verde si somma a un territorio già al collasso ambientale. UN ECOSISTEMA IN VIA DI DESERTIFICAZIONE Prima di essere trasformata in polo dell’industria chimica, Gabès era soprattutto un centro abitato di poco più di 100.000 abitanti caratterizzato da un ecosistema unico: situato tra deserto e mare, ospita l’unica oasi costiera del Mediterraneo. Qui convivono biodiversità, agricoltura oasiana  – basata su palme da dattero e altre specie fruttifere – e tradizioni millenarie, come la gestione comunitaria dell’irrigazione. Negli anni ’70, il polo industriale di Ghannouch, dove è situato il GCT, è stato accolto con entusiasmo: «pensavamo ci avrebbe portato lavoro», ricordano oggi molti abitanti. Ma l’industria, poco a poco, ha violato e trasformato un ecosistema fragile. Foto dal gruppo facebook Stop Pollution Gabes «Faccio parte di chi ha conosciuto il paradiso che era Gabès, prima degli anni ’70», racconta Mabrouk Jebri, insegnante in pensione e cofondatore dell’Associazione per la Salvaguardia dell’Oasi di Chenini. «L’acqua scorreva ovunque nell’oasi. Ci si poteva bagnare in tutte le stagioni e avevamo frutti in abbondanza». Oggi, le foto appese ai muri dei caffè o conservate negli album di famiglia sono gli unici testimoni di quel tempo passato.  «Gabès vive una siccità profonda che peggiora ogni anno. Da oltre quarant’anni, l’acqua è stata deviata verso il GCT e i cementifici», prosegue Jebri. > «L’acqua scorreva ovunque nell’oasi. Ci si poteva bagnare in tutte le stagioni > e avevamo frutti in abbondanza».  Nell’oasi di Chenini, alle spalle di Gabès, i melograni cadono a terra e si accumulano di fronte alla parcella di Salah Béchir, agricoltore e riferimento nella protezione dell’oasi: «due terzi dei miei frutti marciscono prima di maturare a causa della siccità». Organizzati in turni di gestione collettiva dell’acqua, prima gli agricoltori la ricevevano ogni due settimane. Oggi, nei terreni secchi e crepati la si attende anche fino a tre mesi. «Sono trentatré giorni che non ricevo una sola goccia», lamenta Béchir. Mentre sono sempre di più gli agricoltori che abbandonano la loro parcella, chi rimane si ritrova spesso a comprare l’acqua a prezzi maggiorati per poter continuare le proprie attività agricole. Secondo l’annuario sull’utilizzo delle falde profonde tunisine del 2019, lo sfruttamento delle acque sotterranee da parte del settore industriale nel governatorato di Gabès è stato di 4,58 milioni di m³ provenienti dalla falda, circa tre volte e mezzo il volume di acqua potabile dichiarato dalla compagnia pubblica delle acque, la SONEDE, stimato nel 2020 in 1,346 milioni di m³. Con l’esaurirsi dell’acqua dolce, il territorio subisce progressivamente l’intrusione di acqua salata, dovuta all’infiltrazione del mare nelle falde che si abbassano. «Specie di alberi un tempo comuni, come i peschi e i meli, stanno scomparendo», denuncia Jebri. Il governatorato dipende già dal vicino impianto di desalinizzazione di Zarat, che opera però solo a metà capacità, con frequenti interruzioni dovute ai picchi di domanda che mettono sotto pressione la rete idrica locale. Oltre alla scarsità d’acqua, un altro fattore alimenta rabbia e malessere tra gli abitanti: il complesso industriale di Ghannouch, affacciato sul lungomare e adiacente alla città, ospita tre stabilimenti del Groupe Chimique Tunisien (GCT). Il primo produce acido fosforico, il secondo fosfato diammonico (DAP) e il terzo ammonitrato. Insieme costituiscono il cuore industriale della regione, con diverse migliaia di lavoratori. Ogni giorno, queste fabbriche scaricano in mare 14.000 tonnellate di fosfogesso, residuo della trasformazione del fosfato in acido fosforico. Sulle spiagge vicine, il materiale forma una schiuma nera e tossica, contenente fluoro, zinco e numerosi metalli pesanti. foto dal gruppo facebook Stop pollution Gabes Le concentrazioni di cadmio in questo fango superano di quasi 1.000 volte i limiti previsti dalle normative di riferimento, senza considerare gli altri metalli pesanti misurati. In quattro decenni, quasi il 93% della biodiversità marina della zona è scomparso, trasformando il fondale del golfo di Gabès, uno dei principali siti di riproduzione per diverse specie del Mediterraneo, in un deserto. > «I pesci sono più intelligenti di noi: se ne sono andati tutti» «I pesci sono più intelligenti di noi: se ne sono andati tutti», commenta Jebri. Se il mare è diventato un enorme scarico, neanche l’aria della città è risparmiata. La qualità dell’aria a Gabès presenta livelli preoccupanti di inquinanti atmosferici, ma i dati sono confusi e insufficienti a causa dei mancati controlli. Secondo l’ANPE (Agenzia Nazionale per l’Ambiente), nel 2017-2018, la concentrazione di idrogeno solforato (H₂S) ha superato regolarmente il limite di 200 µg/m³. Nello stesso anno, la concentrazione media di PM10 nella stazione fissa di Gabès era di 77 µg/m³, superiore alle linee guida dell’OMS (40–60 µg/m³). Già nel 2008, le stazioni del Rete Nazionale di Controllo della Qualità dell’Aria (RNSOA) avevano registrato 7 superamenti del limite per PM10, con una media annua di 139,5 µg/m³, e altri superamenti del limite per l’anidride solforosa (SO₂). Questi dati evidenziano una violazione sistematica delle norme internazionali sulle emissioni gassose degli stabilimenti industriali, con gravi danni per l’ambiente e la salute umana. I medici e la popolazione confermano un aumento di malattie respiratorie, tumori e infertilità tra gli abitanti di Gabès. Le attività altamente inquinanti del GCT sono note e denunciate da decenni. In città, la compagnia è soprannominata El-Ghoul (“il mostro”), un epiteto che riflette l’ampiezza del suo impatto ambientale e sanitario. Mabrouk Jebri figura tra i primi militanti ad aver osato denunciare la situazione durante la dittatura di Ben Ali: all’inizio degli anni ’90 ha creato i primi spazi di discussione sulla questione ambientale nel cuore dell’oasi di Chenini, oggi punto di riferimento per il dibattito ecologico e sede di numerose attività culturali e di sensibilizzazione. Con l’apertura di nuovi spazi di parola, dopo la rivoluzione del 2011 le mobilitazioni si sono intensificate. Gli abitanti di Gabès si sono organizzati in movimenti e collettivi di base, tra cui il noto Stop Pollution. «Siamo un gruppo di cittadini e cittadine che lotta contro il GCT fin dalla rivoluzione», spiega Khayreddine Debaya, militante. «Abbiamo scelto una struttura orizzontale, senza costituirci formalmente in associazione, per restare indipendenti da fondi esterni e liberi da ogni strumentalizzazione. Rappresentiamo la cittadinanza». Una scelta che ha permesso al movimento di non essere coinvolto nell’ondata di inchieste giudiziarie del 2025 sui finanziamenti esteri alle associazioni della società civile. Nel 2017, prima del colpo di Stato di Kais Saied del 2021, le forti mobilitazioni hanno spinto le autorità a promettere lo smantellamento degli impianti più inquinanti e la fine dello scarico in mare del fosfogesso. La decisione ministeriale del 29 giugno 2017 prevedeva l’adeguamento agli standard ambientali internazionali e la delocalizzazione del sito produttivo. Tuttavia, gli impegni sono rimasti lettera morta e le strutture si sono ulteriormente deteriorate. Da allora, il GCT continua a lavorare giorno e notte e gli incidenti si sono moltiplicati. A gennaio 2019, per esempio, diversi video mostravano fumo arancione e bicarbonati fuoriuscire da una ciminiera, seguiti da malori dei residenti. UNA NUOVA MOBILITAZIONE CON RADICI STORICHE Dall’inizio di ottobre 2025, una storica ondata di proteste scuote nuovamente Gabès. La causa: l’ospedalizzazione, questa volta, di oltre 310 persone per intossicazione da gas del GCT. Sui social network, video di bambini colti da vertigini e malori in ospedali sovraffollati sono diventati virali, spingendo migliaia di cittadini in strada. Il 21 ottobre, la sezione regionale dell’Unione Generale Tunisina del Lavoro e le associazioni locali hanno indetto uno sciopero generale. L’intera città si è fermata: più di 100.000 persone sono scese in piazza, secondo Stop Pollution, in quella che potrebbe essere la più grande mobilitazione ambientalista della storia del paese. «Il popolo vuole lo smantellamento delle fabbriche!», «Respirare è un diritto», «Non siamo Chernobyl» e altri slogan scandiscono le manifestazioni, represse dalle forze di polizia. La Lega tunisina per la difesa dei diritti umani (LTDH) ha denunciato il 20 ottobre il «ricorso alla repressione della sicurezza per soffocare i movimenti di protesta», registrando 89 arresti, di cui 20 minori. Parallelamente, negli ultimi anni si sono sviluppate azioni locali contro i progetti di idrogeno verde in Tunisia. «Fermate chiunque per strada a Gabès, vi parlerà di idrogeno verde», afferma Khaireddine Debaya. «Installare il progetto pilota a Gabès ha un forte valore simbolico ed è un grave errore. Qui siamo già organizzati, formati e consapevoli delle conseguenze di nuovi progetti distruttivi». Dai militanti agli abitanti comuni, la questione idrogeno verde ha raggiunto persino le tribune degli ultras dell’Avenir Sportif de Gabès (ASG), ormai coinvolti nelle manifestazioni ambientali. Ad aprile 2024, un gruppo di militanti si è radunato davanti alla sede della cooperazione tedesca a Tunisi, in occasione della Giornata mondiale contro il colonialismo, rispondendo all’appello di associazioni locali, sindacati, partiti e attivisti pro-palestinesi. La GIZ, principale partner straniero del Ministero delle Miniere e dell’Energia, è stata criticata per il suo programma definito “neo-coloniale”, accusata di guidare la strategia sull’idrogeno verde in Tunisia. > «l’idrogeno verde si aggiunge alla montagna di problemi che abbiamo a Gabès, > perché aumentare il carico?» Un anno dopo, a maggio 2025, una manifestazione locale ha riunito diverse centinaia di persone a Gabès contro «neocolonialismo e saccheggio energetico». Diverse fasce della popolazione – giovani, pensionati, operai, ultras – hanno espresso la loro preoccupazione: «l’idrogeno verde si aggiunge alla montagna di problemi che abbiamo a Gabès, perché aumentare il carico?». Oltre a servire principalmente i bisogni europei, la “valle dell’idrogeno verde” potrebbe avere gravi conseguenze sull’ambiente, soprattutto per l’acqua necessaria in grandi quantità. I sostenitori assicurano che sarà usata solo acqua desalinizzata e reflui trattati grazie a un impianto giapponese da 6.000 m³ al giorno, ma l’impatto ecologico solleva dubbi. Studi internazionali evidenziano che desalinizzare è più inquinante e dispendioso di quanto previsto: per produrre un litro servono due litri di acqua di mare. La salamoia risultante, spesso trattata chimicamente, diventa tossica, peggiorando l’inquinamento marino e aumentando la temperatura dell’acqua, già elevata a Gabès per la contaminazione del GCT. Un video della presidenza tunisina del 1 ottobre 2025, dopo la prima ondata di ospedalizzazioni, interroga sulle posizioni ufficiali. Kais Saied ha accusato l’assenza di manutenzione del GCT e ricordato di aver incontrato prima delle elezioni del 2019 i movimenti di Gabès che propongono soluzioni locali e «rifiutano l’idrogeno verde». A fine settembre, il presidente denunciava «l’assassinio» dell’ambiente a Gabès, definendo «crimine» la politica industriale di mezzo secolo, pur difendendo il rilancio della produzione di fosfati come pilastro economico del Paese. Solo qualche mese prima, infatti, il governo annunciava l’obiettivo di quintuplicare la produzione entro il 2030. Di fronte alle proteste di ottobre 2025, il governo ha riportato la questione GCT sul tavolo. La Tunisia sarebbe pronta a far affidamento sulla Cina per modernizzare le unità del GCT, filtrare le emissioni e ridurre l’inquinamento. Wan Li, ambasciatore cinese in Tunisia, ha recentemente confermato questa informazione ai media tunisini. La modernizzazione di impianti vetusti, però, non risponde alla principale rivendicazione del movimento, che chiede di “smantellare le unità produttive” della GCT. Dopo anni di promesse mancate, i manifestanti rifiutano ormai ogni compromesso. La loro richiesta di smantellamento ha un precedente in Tunisia: nel 2019, il governo chiuse definitivamente la SIAPE, la compagnia tunisina produttrice di TSP (un fertilizzante fosfatico concentrato) dopo vent’anni di mobilitazioni nella città di Sfax. L’impianto emetteva fumi acidi simili a quelli di Gabès e produceva fosfogesso. Oggi, la definizione di “transizione verde” promossa dalla retorica governativa e industriale — che punta a finanziare il progetto pilota di idrogeno verde e a implementare l’export prima ancora di affrontare la crisi sanitaria e ambientale locale — appare sempre più distante dalle aspettative di una cittadinanza unanime e contraria. A Gabès, persino la questione del lavoro ha ceduto il passo alle rivendicazioni ecologiche: per le strade, l’obiettivo è uno solo, la salvaguardia e l’abitabilità di un territorio sacrificato.
January 28, 2026
ReCommon
Il rigassificatore non va a Vado ma resta a Piombino
Ha cambiato nome, da Golar Tundra a Italis LNG, ma non destinazione. È il “famigerato” rigassificatore di Piombino, approdato nel porto toscano nel marzo del 2023 e che in teoria a luglio dovrebbe togliere gli ormeggi, per rimanere però in Italia. A lungo si è pensato che la sua seconda destinazione fosse lo specchio di mare davanti a Savona e Vado Ligure. Una fortissima opposizione di tutte le comunità dell’area e per una volta anche delle istituzioni locali, unita al cambio di linea dei vertici della Regione – con l’uscita di scena del governatore Giovanni Toti, grande fautore dell’operazione – ha fatto saltare il banco. ReCommon ha sostenuto con decisione le istanze dei comitati attivi contro il rigassificatore, organizzando scambi e incontri pubblici a cui hanno partecipato anche esponenti di gruppi texani, ovvero gli impattati dell’estrazione e del trasporto del GNL destinato all’ Italia, e in particolare al terminal di Piombino. Sempre insieme ai gruppi locali, ReCommon ha presentato le osservazioni formali alla proposta di spostamento della nave FSRU mossa da Snam presso il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. È notizia degli ultimi giorni che proprio Snam, il più grande operatore del sistema di trasporto del gas in Europa e che ha in capo il rigassificatore, ha presentato richiesta di proroga per la permanenza della FSRU Italis LNG nel porto di Piombino, con nutrito corollario di reazioni negative. Un punto è certo: Eugenio Giani, presidente della Regione Toscana, commissario straordinario per il rigassificatore nominato nel giugno 2022 dall’allora premier Mario Draghi, ha detto no alla proroga. Non sarà lui a firmarla: “Finché sono io il commissario onestamente non mi sento di mandare avanti nessun’altra proposta: il governo mi revocherà e a quel punto nominerà un commissario per fare la proroga di permanenza della nave, ma con me non lo fa“, la dura presa di posizione del governatore. La contrarietà di Giani si basa su ragioni politiche e industriali. Il rigassificatore, inizialmente temporaneo per l’emergenza 2022, oggi interferisce con il progetto di rilancio siderurgico di Piombino, occupando una banchina strategica. La fornitura di gas all’acciaieria può comunque essere garantita dallo Stato fino al 2027, rendendo la permanenza della FSRU superflua, secondo il presidente. Ma anche a Piombino c’è forte agitazione da parte della cittadinanza e delle istituzioni. Il sindaco Francesco Ferrari, esponente di Fratelli d’Italia, nel 2022 per respingerlo era ricorso al Tar. E oggi ribadisce la sua contrarietà. Per noi di ReCommon, la FSRU Italis LNG è un’infrastruttura che non dovrebbe stare né a Piombino, né a Vado Ligure, né altrove. Vincolare le famiglie e le imprese italiane a una nuova dipendenza, quella dal GNL e in particolare dal GNL statunitense, non ci aiuta ad affrontare la crisi climatica e tanto meno la questione energetica.  Come evidenzia l’ultima analisi di Ieefa, l’Unione Europea rischia infatti di sostituire la dipendenza dal gas russo con una nuova concentrazione delle importazioni sul GNL Usa, che potrebbe arrivare a coprire fino al 75-80% del GNL importato e circa il 40% del gas totale, aumentando la vulnerabilità geopolitica, i costi per i consumatori e il rischio di vincoli con contratti di lungo periodo, incompatibili con la transizione energetica
January 23, 2026
ReCommon
Clima e salute mentale, nuovo studio su Ecoansia: “Nel 44% dei giovani italiani la crisi climatica ha un impatto sul benessere psicologico”
ROMA, 16.12.25 – L’emergenza climatica ha un impatto anche sulla salute mentale e sul benessere psicologico, in particolare su quello dei giovani italiani, alimentando sentimenti di ansia, sfiducia e rabbia nei confronti del futuro. È quanto emerge dalla prima indagine sull’ecoansia condotta su un ampio campione di giovani italiani tra i 18 e i 35 anni, realizzata dall’Istituto Europeo di Psicotraumatologia e Stress Management (IEP) per conto di Greenpeace Italia e ReCommon, con la collaborazione di Unione degli universitari (UDU) e Rete degli studenti (RdS), e pubblicata sul Journal of Health and Environmental Research. I dati sono stati raccolti tra giugno e novembre 2024 con un questionario diffuso dalle associazioni studentesche in scuole e università italiane e online, compilato da 3.607 persone. Dalle risposte, emerge che il 41% dei giovani intervistati associa il tema del cambiamento climatico a sentimenti di ansia per il futuro, il 19% a una sensazione di rabbia e frustrazione, il 16% ad impotenza e rassegnazione. Solo l’1% ha risposto affermando di sentirsi responsabile o di avere dei doveri nei confronti del Pianeta. Infine, per il 44% l’ansia generata dal cambiamento climatico ha un effetto negativo sul benessere psicologico nella vita di tutti i giorni.   «Il cambiamento climatico non è solo un problema ambientale ma è diventato a tutti gli effetti una crisi emotiva e valoriale che interessa profondamente i giovani italiani, incidendo sul modo in cui immaginano il futuro, sulle decisioni quotidiane e persino sulle relazioni sociali», spiega Rita Erica Fioravanzo, presidente dello IEP. «Per tutelare i giovani, dobbiamo riconoscere la gravità del loro disagio e affrontarlo insieme alle cause strutturali del cambiamento climatico». foto ©Carlo Dojmi di Delupis/ReCommon L’analisi evidenzia forti collegamenti tra l’ecoansia e un maggiore disagio psicologico generale, evidente non solo tra i giovani che sono stati colpiti direttamente da eventi climatici estremi, come alluvioni e ondate di calore, ma anche tra coloro che possiedono semplicemente una consapevolezza della minaccia climatica. Particolarmente colpiti risultano i giovani che vivono al Sud e nelle Isole, i quali presentano in media sia più preoccupazione per gli effetti della crisi climatica, sia in alcuni casi sintomi psicologici più intensi, come ad esempio insoddisfazione, ruminazione e ansia. Dall’analisi emerge che l’impatto del cambiamento climatico sul disagio psicologico è prevalentemente indiretto ed è mediato da tre fattori psicologici: l’ecoansia, il pessimismo nei confronti del futuro e, soprattutto, la mancanza di scopo nella vita. L’analisi meticolosa delle risposte conferma la presenza diffusa di forte sfiducia, rabbia e frustrazione, sentimenti che sembrano prevalere nettamente sulla percezione della propria capacità individuale di poter contrastare le conseguenze dei cambiamenti climatici. «L’emergenza climatica incide drasticamente sulla nostra vita, con impatti ambientali già molto visibili. Questa indagine mostra che è anche una questione di salute mentale, che non possiamo continuare a ignorare», dichiara Simona Abbate della campagna Clima di Greenpeace Italia. «Chiediamo al governo di riaccendere la speranza nel futuro agendo contro le cause della crisi climatica e facendo pagare ai suoi principali responsabili, le aziende del gas e del petrolio, i danni che stanno causando con le loro emissioni, oltre a garantire un supporto concreto alla salute delle persone, inclusa quella mentale, minacciata dagli effetti diretti e indiretti dei cambiamenti climatici».
December 19, 2025
ReCommon