A cosa servono i caccia italiani in Arabia saudita e con quale mandato operano?

L'INDIPENDENTE - Wednesday, September 23, 2026

Lo scorso 18 settembre, un attacco lanciato da Ansar Allah, il gruppo yemenita meglio noto come Houthi, ha colpito la base saudita di Ta’if, danneggiando un Eurofighter italiano. All’inizio di questa settimana, i vertici della Difesa si sono riuniti per valutare la situazione. Al termine degli incontri, il ministro Crosetto ha fatto sapere che sono state adottate misure per aumentare le condizioni di sicurezza del personale italiano. Il tema è più delicato di quanto appaia. L’aereo si trovava in Arabia Saudita nell’ambito di una missione avviata a sostegno della difesa dei Paesi del Golfo. L’attivazione del dispositivo è arrivata lo scorso marzo e ruota attorno a tecnicismi legislativi introdotti dallo stesso governo Meloni. Se tuttavia allora Riyad si trovava in una posizione relativamente periferica rispetto al principale fronte della guerra, oggi il quadro è cambiato notevolmente: con l’intensificazione degli attacchi di Ansar Allah, il territorio saudita è diventato un bersaglio diretto e la presenza di assetti militari italiani sul territorio accresce il rischio che l’Italia venga trascinata nell’escalation, anche alla luce del tentativo di Crosetto di potenziare le missioni nel Mar Rosso.

L’aereo colpito dall’attacco di Ansar Allah contro la base di Ta’if era un Eurofighter Typhoon F-2000, appartenente alla famiglia dei caccia intercettori. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato che nessun militare italiano è rimasto coinvolto e che l’aereo è stato colpito mentre si trovava all’interno della base, in un’area decentrata. Non sono stati segnalati altri danni a mezzi o infrastrutture utilizzati dal personale italiano. Dopo l’attacco, rappresentanti di Ansar Allah hanno dichiarato che l’obiettivo non era un assetto italiano, sottolineando che il gruppo «non è in guerra con l’Italia» e chiedendo al contempo spiegazioni sulla presenza italiana nella regione. Crosetto ha ribadito che l’Italia non è in guerra con lo Yemen, mentre sullo sfondo si sono moltiplicate le richieste di chiarimento da parte dell’opposizione riguardo alla natura e agli obiettivi della missione italiana in Arabia Saudita.

L’Indipendente ha già dedicato un approfondimento alle missioni militari italiane presenti nei Paesi della Penisola Arabica. I dispositivi attivi sono almeno due, uno terrestre e uno aereo, e sono orientati al sostegno alla difesa e alla sorveglianza dello spazio aereo dei Paesi partner del Golfo. Il Typhoon danneggiato lo scorso 18 settembre rientra nella seconda missione, che comprende anche un velivolo da trasporto, un velivolo per la sorveglianza aerea, un sistema anti-drone ACUS-E e altri tre caccia. Al di là degli assetti impiegati e del numero di militari dispiegati, diversi dettagli operativi restano riservati: il governo non ha chiarito le modalità concrete di impiego delle missioni né le regole di ingaggio dei sistemi di difesa e degli aerei italiani. Anche l’esatta dislocazione del personale non è stata resa pubblica, ma l’attacco del 18 settembre ha confermato, come già ipotizzato da tanti, la presenza di parte degli assetti nella base di Ta’if. La base riveste infatti un’importanza strategica per la sua posizione nell’ovest dell’Arabia Saudita, non lontano da Gedda, città che ospita importanti infrastrutture militari saudite, tra cui una base navale e una base aerea.

La nota rilasciata da Crosetto dopo la riunione del 21 settembre non ha contribuito a fugare i dubbi. Il ministro si è limitato a dichiarare che «per tutti gli assetti e in particolare per quelli aerei sono state adottate misure per incrementarne le condizioni di sicurezza», senza fornire ulteriori dettagli. Ha inoltre fatto sapere che «sarà assicurata la continuità delle attività operative nel rispetto degli impegni internazionali assunti con la partecipazione ad Inherent Resolve e la tutela del nostro personale», precisando però che la questione della presenza italiana nell’area è ancora in fase di valutazione. Il riferimento di Crosetto a Inherent Resolve, la missione internazionale contro l’Isis avviata nel 2014, non è casuale: il dispositivo dell’Aeronautica oggi attivo in Arabia Saudita è stato infatti avviato dal governo attraverso il ricorso a tecnicismi legislativi che hanno permesso lo spostamento delle truppe italiane dispiegate nella regione proprio nell’ambito di Inherent Resolve.

Tutto ruota attorno alla modifica del 2024 alla legge quadro sulle missioni internazionali, varata dal governo Meloni. L’intervento stabilisce che il Governo debba trasmettere alle Camere le deliberazioni relative alle missioni internazionali indicando, per ciascuna di esse, l’area geografica di intervento, gli obiettivi, la base giuridica, l’equipaggiamento e il numero di truppe da inviare, «anche in modalità interoperabile con altre missioni nella medesima area geografica». Tradotto: una volta effettuate le dovute verifiche, le forze impiegate nell’ambito di una missione in una determinata area possono essere spostate nell’ambito di un’altra missione nella medesima area geografica anche senza una nuova autorizzazione parlamentare. Lo stesso cavillo potrebbe essere utilizzato anche per attivare una missione italiana nel Mar Rosso: il dispositivo sarebbe orientato alla difesa dei mercantili italiani sulla tratta, e Crosetto starebbe valutando di avviarlo senza attendere le decisioni europee e senza una nuova consultazione parlamentare. Parallelamente, il ministro si sta muovendo anche per potenziare la missione comunitaria Aspides, lanciata nel 2024 proprio contro gli attacchi di Ansar Allah alle rotte commerciali, sostenendo a livello europeo la necessità di un intervento più incisivo.

Il quadro attuale è particolarmente delicato: in questo momento, l’Italia ha attive più missioni in Asia occidentale. Questi dispositivi sono stati approvati facendo leva su una modifica a una legge introdotta dallo stesso esecutivo e ruotano attorno alla rimodulazione di un’ulteriore missione, risalente a oltre dieci anni fa, che si inseriva in un quadro geopolitico profondamente diverso. Gli stessi dispositivi attivati a marzo sono stati avviati in un momento in cui Ansar Allah pareva ancora lontano dall’entrare in guerra e in cui Paesi come l’Arabia Saudita sembravano avere un ruolo molto meno centrale nel conflitto di quanto ne abbiano oggi. Dei dettagli operativi delle missioni non è noto pressoché nulla e le regole di ingaggio degli assetti difensivi non sono state chiarite. Il tutto, messo in parallelo con il possibile potenziamento delle missioni nel Mar Rosso, delinea uno scenario in cui l’Italia rischia di trovarsi invischiata in un conflitto senza che sia chiaro cosa stia accadendo sul terreno e senza che il Parlamento sia chiamato a esprimersi sulla questione.

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