Arrivano anche Egitto e Inghilterra: la guerra in Yemen diventa sempre più grande

L'INDIPENDENTE - Wednesday, October 21, 2026

La guerra civile in Yemen si sta trasformando sempre più in un conflitto regionale. Da settimane, agli scontri tra Ansar Allah, il movimento meglio noto come Houthi, e il governo internazionalmente riconosciuto, guidato dal Consiglio presidenziale di comando (PLC), si è aggiunto il coinvolgimento diretto dell’Arabia Saudita, bersaglio degli attacchi Houthi e principale alleato del PLC. Dopo il recente ingresso di Turchia e Pakistan a sostegno di Riyad, il prossimo attore a intervenire potrebbe essere l’Egitto. Il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha dichiarato che il Paese è pronto ad aiutare l’Arabia Saudita e a «prendere ogni misura per proteggere» i propri «fratelli nel Golfo». Il conflitto coinvolge ormai direttamente anche l’Europa, tanto che il Regno Unito ha annunciato l’invio di caccia in Arabia Saudita, dove da oltre sei mesi sono già presenti velivoli e contingenti italiani.

«Non dimenticherò mai e poi mai i nostri fratelli nel Golfo». Con queste parole, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha annunciato che l’Egitto è pronto ad aiutare l’Arabia Saudita nel conflitto in corso in Yemen e a «prendere ogni misura per proteggere» Riyad. L’eventuale dispiegamento di mezzi e soldati sarà sottoposto al voto del Parlamento la prossima settimana, in un contesto di escalation della guerra civile yemenita, che coinvolge un numero crescente di attori regionali. Sul campo, oltre al PLC e all’Arabia Saudita da una parte, e ad Ansar Allah dall’altra, sono intervenuti, seppur con un coinvolgimento ancora limitato, anche Turchia e Pakistan. All’inizio di ottobre, i due Paesi, firmatari del Patto della Mecca, la cosiddetta «NATO islamica», hanno inviato a Riyad equipaggiamenti e supporto tecnico e a carattere difensivo: il contributo turco comprende sistemi di difesa aerea e strumenti a sostegno della pianificazione strategica e della logistica militare, oltre al coinvolgimento di personale nei settori dell’intelligence, della sorveglianza e della ricognizione; il Pakistan, invece, ha fornito equipaggiamenti militari che, secondo le informazioni disponibili, vengono impiegati nelle operazioni contro Ansar Allah.

Il motivo per cui Pakistan e Turchia si stanno concentrando prevalentemente sul sostegno tecnico e logistico a Riyad è che il Patto della Mecca non è ancora stato ratificato. Ieri, tuttavia, la Turchia ha presentato al Parlamento il documento per la ratifica dell’accordo di difesa reciproca, accelerando il processo che potrebbe aprire la strada a un coinvolgimento diretto nel conflitto. Se la guerra dovesse estendersi anche all’Egitto, quello che ha avuto origine come un fronte collaterale della guerra israelo-statunitense contro l’Iran rischierebbe di trasformarsi in un conflitto regionale su vasta scala, coinvolgendo tutte le principali potenze militari dell’area. Secondo il Global Firepower Index (GFP), l’Egitto occupa il 19° posto nella classifica mondiale delle potenze militari, risultando primo in Nordafrica e quinto nell’area del Medio Oriente e Nordafrica intesa in senso esteso, comprendente anche Turchia, Pakistan e Afghanistan. Lo precedono, tra i Paesi di questa area, proprio la Turchia (nona potenza militare mondiale), il Pakistan (14esima), Israele (15esima) e l’Iran (16esima).

L’escalation ha ormai spinto anche il Regno Unito a intervenire: ieri, Londra ha annunciato il dispiegamento di caccia Typhoon in Arabia Saudita per contribuire alla difesa del Paese dagli attacchi di Ansar Allah, sempre più sotto pressione per le offensive del gruppo. Il governo britannico ha precisato che i velivoli non attaccheranno gli Houthi, ma saranno impiegati esclusivamente in missioni difensive e di supporto logistico. È lo stesso principio alla base delle missioni militari italiane attive nella regione dallo scorso marzo: concepite inizialmente come dispositivi di difesa circoscritti, lontane dal fronte principale della guerra israelo-statunitense contro l’Iran, le missioni italiane sono finite coinvolte in uno dei teatri più caldi della regione e sono tuttora dispiegate nell’area a sostegno dell’alleato saudita. Parallelamente, l’UE sta studiando modi per intervenire, valutando l’ampliamento della missione Aspides lanciata proprio contro Ansar Allah nel 2024. Il motivo del coinvolgimento sempre più diretto anche da parte europea risiede nella rilevanza strategica del Mar Rosso, snodo fondamentale per il traffico marittimo globale; un blocco simultaneo del Mar Rosso e dello Stretto di Hormuz, inoltre, ridurrebbe ulteriormente il traffico di idrocarburi ed estenderebbe le difficoltà nell’approvvigionamento energetico anche al commercio internazionale di beni.

Gli scontri in Yemen sono riesplosi all’inizio di settembre, ma in un saliscendi di intensità proseguono dalla seconda metà di luglio, quando in risposta agli attacchi delle forze filosaudite contro Sana’a Ansar Allah ha annunciato l’avvio di un blocco marittimo contro l’Arabia Saudita. Dopo una rapida avanzata che ha portato gli Houthi a conquistare l’intera costa yemenita affacciata sul Mar Rosso, il PLC ha annunciato una controffensiva volta a riconquistare i territori perduti, riuscendo a riprendere il controllo di parte della costa e ad allargare il fronte del conflitto all’entroterra, in particolare all’area di Ta’izz, la terza città del Paese. Negli ultimi giorni, gli attacchi reciproci si sono intensificati: Ansar Allah è riuscita a conquistare alcune delle principali vie di collegamento tra Ta’izz e Aden, capitale provvisoria del governo filosaudita, e ha intensificato gli attacchi contro le installazioni militari del PLC e le infrastrutture petrolifere dell’Arabia Saudita, compresa la capitale Riyadh; PLC e sauditi, invece, si sono concentrati sulla capitale yemenita Sana’a e sui centri conquistati da Ansar Allah lo scorso settembre.

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