Tag - intelligenza artificiale

Ai fuori controllo: un modello di Altman si dà all’hackeraggio
Violati dati riservati della piattaforma Hugging Face da una Ia prodotta da OpenAI Un esperimento andato male. Anzi: malissimo. È così che OpenAI ha dovuto giustificare quanto accaduto lo scorso 16 luglio. In quella data, Hugging Face ha pubblicato un comunicato ufficiale in cui ha denunciato di aver subito un attacco hacker portato presumibilmente da un agente basato su intelligenza artificiale che avrebbe scardinato i sistemi di sicurezza della piattaforma ottenendo l’accesso a credenziali e dati riservati. Nella notte di martedì, OpenAI si è assunta la responsabilità dell’attacco. A compierlo, un nuovo modello in fase sperimentale di cui l’azienda di Sam Altman stava valutando le capacità in combinata con il suo nuovissimo Gpt 5.6 Sol. Il fattaccio si è verificato mentre gli sviluppatori di OpenAI stavano sottoponendo i nuovi modelli a un benchmark – un test di valutazione – sulle loro capacità a livello di cyber security. STANDO ALLA ricostruzione pubblicata sul blog ufficiale dell’azienda, tutto avrebbe dovuto svolgersi in una sandbox, cioè in un ambiente chiuso e controllato in cui l’AI avrebbe potuto dare prova delle sue capacità. Il modello, però, avrebbe deciso autonomamente di adottare una «strategia alternativa» per superare il test. Al posto di eseguire il compito affidatogli, avrebbe deciso di barare, cercando di recuperare le soluzioni del test. Insomma: il nuovo modello di OpenAI si sarebbe comportato come uno studente che, di fronte a un compito in classe, avesse deciso di scassinare la porta della sala professori per cercare nei cassetti la soluzione del compito. Leggi l'articolo su "Il Manifesto"
Le Dita Nella Presa - Il prezzo dell'IA e quello dei mondiali
Dopo l'aumento del prezzo dei dischi a stato solido, è arrivato anche quello delle RAM: prezzi circa raddoppiati in un solo anno, e anche questa volta è colpa del boom dell'IA: l'enorme domanda di hardware fatta da una manciata di aziende ha completamente cambiato il settore. Non perdiamo l'occasione, però, per accumulare più dettagli del necessario e capire un po' meglio come funziona questo settore, quali sono le aziende che lo compongono, come si sono comportate in passato e cosa ci possiamo aspettare per il futuro. Lo svolgimento contemporaneo della finale dei mondiali di calcio ci permette di parlare dei recenti sequestri di siti per violazione di copyright. I sequestri sono stati effettuati dal governo statunitense e segnano un ulteriore inasprimento del controllo su Internet, in quanto si tratta di siti che sono stati rimossi globalmente da Internet. Un effetto, per capirci, molto più forte di quelli fatti dal Piracy Shield. Questo provvedimento - non senza precedenti ma comunque significativo - è un ulteriore tassello in un internet in cui le garanzie di quello che una volta si chiamava cyberspazio vengono sistematicamente smantellate. Ascolta la puntata sul sito di Radio Onda Rossa
Quanta energia utilizzano i data center e l’intelligenza artificiale?
I data center consumano circa l'1,5% dell'elettricità globale, ma la domanda è molto geograficamente concentrata. Nell'articolo di Hannah Ritchie, pubblicato online su OurWorldinData.org, fa un'analisi, suffragata da molti dati, del consumo attuale di energia elettrica sia da parte dei data center dedicati all'IA che quelli "normali". Nonostante la difficoltà per quantificare questi consumi, ne viene fuori una fotografia abbastanza chiara di quelli che sono i consumi di energia per l'addestramento e per l'uso dell'IA generativa. Quanta parte dell’elettricità mondiale viene utilizzata per i data center e l’intelligenza artificiale? Secondo l'Agenzia internazionale dell'energia (AIE), circa 485 terawattora (TWh). Questo è equivalente alla generazione annuale di energia elettrica della Germania. Anche se l’1,5% dell’elettricità mondiale potrebbe non sembrare molto, bisogna però tenere conto che in alcuni luoghi, la perentuale di energia usata è molto più alta. In Europa, per esempio, il consumo dei data center è di circa l'1,6%. Ma in Irlanda il consumo di elettricità dei data center è di circa il 20% del totale. Leggi l'articolo, arricchito da molti e chiari grafici, sul sito OurWorldinData.org
LETALITÀ E SDOGANAMENTI – AI MILITARI: THE FOURTH LAW – CHATBOTS E BOKO HARAM
Estratti dalla puntata del 20 luglio 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia REPRESSIONE, LETALITÀ, SDOGANAMENTI E COMPRESSIONI Un omicidio di Stato come quello di Abderrahim Fakir a Bologna, la possibilità di inneggiare a un assassino per vendetta privata fino a proporne la candidatura, venire denunciati per aver espresso vicinanza alla resistenza palestinese e alla conflittualità anarchica. Cosa ci dice tutto questo? AI MILITARI: BLACK SKY E THE FOURTH LAW Iniziamo con una riflessione sulle interferenze dell’AI applicata alla letalità su un piano tecnico, etico e giuridico. Il recente contratto siglato dal Pentagono con Black Sky (AI per l’analisi di immagini satellitari applicate alla selezione dei bersagli e alla valutazione dei danni post-attacco) e i processi di integrazione di AI all’interno di sistemi d’arma tradizionali, ci descrivono segmenti diversi di automazione in ambito militare, all’interno dei quali la velocità di elaborazione decisionale e di applicazione della letalità (sensor-to-shooter) sono un elemento centrale. Cosa resta dell’umano all’interno della kill chain? The Fourth Law (nome decisamente ispirato alla Quarta Legge della robotica di Isaac Asimov) è un’azienda ucraina fondata da Yaroslav Azhnyuk, il cui prodotto di punta è TFL-1: un kit per trasformare droni commerciali in killer robots. AI E ESERCITI NON-STATALI Grazie a una ricerca dell’Università di Cambridge, emerge l’utilizzo di chatbot da parte di Boko Haram: non solo propaganda, ma guida concreta per l’addestramento e la realizzazione di attacchi.
July 23, 2026
Radio Blackout
In Svizzera l’acqua potabile se la beve l’intelligenza artificiale
> Un villaggio, un data center, un accampamento di protesta sgomberato e una > trasformazione del territorio mai deliberata dai suoi abitanti, e tuttavia > concessa, pratica dopo pratica. Alcune tende a Benken, nella regione vinicola di Zurigo, montate per protestare contro un data center per l’intelligenza artificiale in costruzione nella vicina Beringen, sono state sgomberate venerdì scorso dalla polizia cantonale di Zurigo, per poi essere rimontate il giorno dopo a Tengen, in territorio tedesco, a pochi chilometri dal confine, come ha comunicato sabato il gruppo «Aufstände der Allmende»: La protesta si svolge all’estero, i lavori proseguono. Scritto su un cartellone che una manifestante mostra alle telecamere: «Niente acqua potabile per i tecno-oligarchi». 36 MEGAWATT, TRE MESI A Beringen, l’azienda statunitense «Stack Infrastructure» sta realizzando un impianto da 36 megawatt di potenza che, secondo quanto emerso da una ricerca di SRF Data (servizio di analisi dati della Radio e Televisione Svizzera, N.d.T.), consumerà in futuro una quantità di energia pari a tre quarti del fabbisogno dell’intero cantone di Sciaffusa nel 2022. Si tratta quindi di un impianto che, come si legge nel rapporto, «dovrebbe aumentare il fabbisogno energetico del cantone di circa il 70 per cento». L’autorizzazione a costruirlo è stata concessa in tre mesi. Per le strade nazionali, gli aeroporti, le grandi centrali elettriche e le discariche, la Svizzera prescrive una valutazione di impatto ambientale. I data center, tuttavia, non figurano affatto nell’allegato del regolamento di legge che elenca in modo esaustivo gli impianti soggetti a valutazione – una lacuna segnalata dall’ONG Algorithm Watch in un’indagine. Le macchine, che tra le altre cose calcolano il nostro futuro, nel presente sfuggono ai controlli. UNA FORNACE CHE NESSUNO VUOLE Il Consiglio comunale di Beringen ha autorizzato per il data center 55’000 metri cubi d’acqua all’anno, ovvero 150’000 litri di acqua potabile al giorno – la quantità domandata inizialmente era sei volte superiore. E alla fine spetterà al meteo decidere se questa quantità sarà sufficiente: l’impianto è collegato alla rete pubblica di acqua potabile, in altre parole, alla stessa rete delle abitazioni. Durante un’estate torrida, il fabbisogno dei server di acqua per il raffreddamento è al massimo. E un’estate torrida è solitamente anche secca: in quel caso, le sorgenti e le falde acquifere da cui proviene l’acqua potabile si abbassano. L’acqua scarseggia per tutti. I server, però, funzionano 24 ore su 24: spegnerli non è un’opzione. Quindi il comune dovrebbe attingere ancora più in profondità dalle falde acquifere che si stanno prosciugando. Oppure acquistare acqua da altri comuni. Carenza d’acqua? Nessun problema. L’importante è poter chiedere all’intelligenza artificiale cosa dobbiamo fare in caso di carenza d’acqua. E che ne sarà di tutto il calore che l’acqua di raffreddamento porta via dal complesso? Un data center è anche una fornace. Quasi tutta l’energia elettrica che vi affluisce si trasforma in calore: 36 megawatt che devono essere smaltiti da qualche parte. Ci si potrebbero riscaldare case, scuole, interi quartieri, oppure semplicemente li si disperde nell’aria. A Beringen la costruzione era stata autorizzata prima che si sapesse dove smaltire. Poi è arrivato uno studio dell’Ufficio federale dell’energia (UFE): a causa della mancanza di condutture e di utenti, solo il 30 % del calore verrebbe utilizzato a livello locale. Il resto va sprecato. Nel frattempo si sta provvedendo a migliorare il progetto: un bacino di accumulo sotterraneo, pompe di calore, la città di Sciaffusa come acquirente, per un costo di 58 milioni di franchi. Chi paga, chi ne è responsabile: tutto questo è ancora in sospeso. Ecco com’è la pianificazione nell’era dell’intelligenza artificiale: prima il cemento, poi le domande, poi la fattura. UN DATA CENTER CHE CONSUMA PIÙ ELETTRICITÀ DI LOSANNA Beringen non è un caso isolato. In Svizzera ci sono circa 120 data center e altri 20 sono in fase di costruzione. Con oltre 13 impianti per milione di abitanti, il Paese è tra quelli con la più alta densità al mondo, come riporta la rivista «Bilanz». Nel 2024 questi centri consumano 2,1 terawattora, ovvero il 3,6 % dell’energia elettrica svizzera. Adrian Altenburger, professore all’Università di Lucerna e autore dell’autorevole studio dell’UFE, stima che tale quota sia già oggi compresa tra il 6 e l’8 %, secondo quanto dichiarato alla SRF, e ritiene possibile che raggiunga fino al 15 % entro il 2030. Si tratterebbe di una quantità superiore a quella consumata dall’intero cantone di Zurigo. A Volketswil è previsto un unico centro da 100 megawatt che, a quanto pare, richiederà più elettricità della città di Losanna. Tra il 2014 e il 2030, le aziende elettriche del Cantone di Zurigo costruiranno nove nuove sottostazioni – ovvero quegli impianti che trasformano la corrente ad alta tensione proveniente dalla rete principale, portandola alla tensione della regione. Sei di queste saranno realizzate principalmente per i data center. Prima è stato il servizio di cloud a stimolare questo appetito, poi il trasferimento dei dati aziendali a Google, Microsoft e Amazon, e ora è l’intelligenza artificiale ad accrescerlo. Contro alcune tende di protesta nella campagna zurighese c’è solo una soluzione: una dozzina di agenti di polizia e un’unità cinofila. © zVg È possibile ricontrollare i calcoli e le affermazioni di Algorithm Watch: entro il 2030, secondo quanto previsto dalla legge sull’energia, in Svizzera dovrebbero essere prodotti circa 2’100 gigawattora in più di energia elettrica rinnovabile. Ognuno degli impianti fotovoltaici montati sui tetti, ogni impianto alpino, ogni dibattito su ogni turbina eolica, ogni votazione, ogni ricorso, ogni compromesso: ogni sforzo, sommato insieme, porta a questa cifra come risultato. I data center, tuttavia, consumerebbero nello stesso periodo oltre 4’000 gigawattora addizionali di energia. Il surplus di energia derivante dalla transizione energetica, un’opera collettiva per la quale questo Paese si batte da decenni, verrebbe consumato prima ancora di esistere. Perché questa nuova energia elettrica era destinata ad un compito: sostituire il vecchio sistema – il riscaldamento a gasolio con la pompa di calore, l’auto a benzina con quella elettrica. Ma se ora si aggiunge un nuovo consumatore, più grande dell’intero surplus, la nuova energia elettrica non sostituirà più nulla. Alimenterà il nuovo arrivato, mentre i sistemi di riscaldamento a gasolio continueranno a funzionare, per un altro anno, altri due anni, chissà. I data center non sottraggono energia alle pompe di calore, ma rallentano il ritmo della transizione energetica. Per ora il ritmo. Perché oggi nessuno può dire come si svilupperà questa tendenza. Le previsioni del settore vengono riviste al rialzo ogni sei mesi, e ogni revisione erode un’altra fetta dell’incremento. Una transizione che rallenta sempre di più, mentre il suo concorrente raddoppia: da quando si tratta ancora di un ritardo e da quando si tratta di un arresto completo? Uno scontro politico al riguardo è quasi inesistente. Un’iniziativa qui, un rapporto là, il dibattito procede a rilento, ma il settore è in piena corsa. IL CAMPO DI PROTESTA COME SISMOGRAFO In un rapporto del 2025, il Consiglio Federale svizzero ammette di non avere idea in merito a quali modelli di IA siano effettivamente in uso in Svizzera, per non parlare di quanto consumo energetico comportino. Punta sull’autoregolamentazione e attende uno studio che innanzitutto gli indichi cosa sta accadendo nel proprio Paese. In assenza di dati concreti, la politica rimane impantanata nella disputa sulle competenze, e la discussione è in pieno svolgimento. La consigliera nazionale dei Verdi Marionna Schlatter dichiara alla SRF: «In Svizzera assistiamo ad una crescita enorme di questi siti ad altissimo consumo energetico e di risorse». Schlatter chiede norme nazionali in materia di elettricità, acqua e calore residuo. Il consigliere alla Camera dei Cantoni della FDP (N.d.T. in Italiano: PLR.I Liberali Radicali), di Sciaffusa, Severin Brüngger, ritiene che invece i Cantoni abbiano il dovere e la competenza per intervenire; il suo Gran Consiglio, del resto, ha appena reso obbligatorio lo sfruttamento del calore residuo. Entrambi hanno ragione, e probabilmente è proprio questo il problema: finché la Confederazione e i Cantoni si rimpallano le competenze, nessuno delibera sulle questioni fondamentali. Gli attivisti e le attiviste – ieri a Benken, oggi a Tengen – fungono in questo senso da sismografi. Hanno compreso ciò che le autorità preposte al rilascio delle autorizzazioni non hanno dovuto verificare: che il cloud è un’entità concreta, che consuma acqua, energia termica e terra, che ogni richiesta inviata a una macchina fa girare una turbina da qualche parte. Negli Stati Uniti, riporta la rivista «Bilanz», gli elettori repubblicani e democratici per una volta sarebbero d’accordo nell’opposizione ai data center. Se la Svizzera seguisse questo esempio, sarebbe prevedibile un’iniziativa per dire “No ai data center”. Ma chi ha deciso, in realtà, che questo Paese diventasse una sede per i server? Che la sua elettricità, la sua acqua, la sua transizione energetica cedessero il passo a questa particolare industria? La risposta è: nessuno. Non c’è mai stata una decisione del genere. Ci sono state solo concessioni edilizie, un comune dopo l’altro. Esempio Beringen: autorizzazione concessa in tre mesi da un ufficio tecnico comunale. La somma di queste concessioni, però, sta cambiando il Paese. Le tende di chi protesta tuttavia sono piantate in Germania. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal tedesco di Anna Sette INFOsperber
July 23, 2026
Pressenza
Quando il Partito legge Cai Fang: l’intelligenza artificiale entra nella dottrina cinese del lavoro
DAL LIBRO DELL’ECONOMISTA CAI FANG ALLE PAGINE DELLO XUEXI SHIBAO E DI QIUSHI: COME IL DIBATTITO ACCADEMICO SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E IL LAVORO SI STA TRASFORMANDO IN INDIRIZZO POLITICO PER IL QUINDICESIMO PIANO QUINQUENNALE CINESE. In Cina il dibattito sull’intelligenza artificiale e il lavoro non resta confinato ai convegni accademici o alle newsletter dei think tank. Passa, con una rapidità che in Occidente non ha equivalenti istituzionali, dentro i testi che orientano la linea del Partito. Il 19 giugno lo Xuexi Shibao, il giornale della Scuola centrale del Partito comunista cinese, il luogo dove si elaborano e si legittimano le dottrine ufficiali prima della loro discesa nell’apparato, ha pubblicato un intervento sulla risposta attiva all’impatto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione. Lo stesso giorno il pezzo è stato rilanciato da Qiushi, la rivista teorica del Comitato centrale, la sede editoriale più autorevole per la formulazione della linea politica cinese. Non è un dettaglio redazionale: è la prova che un impianto concettuale nato in sede economico-accademica ha già superato la soglia della dottrina. Quell’impianto ha un nome e un autore riconoscibili. Cai Fang, già vicepresidente dell’Accademia cinese delle scienze sociali, accademico nella sezione riservata agli studiosi di rango più alto, presidente dell’Associazione cinese di economia del lavoro e voce di riferimento del China Finance 40 Forum, ha appena pubblicato per CITIC Press un libro dal titolo esplicito: Le nuove tendenze dell’occupazione cinese nell’epoca in cui l’intelligenza artificiale ne ristruttura il mercato. L’introduzione del volume, diffusa a febbraio sul blog ufficiale del CF40 e autorizzata dallo stesso autore per la circolazione internazionale, anticipa quasi parola per parola i temi ripresi quattro mesi dopo dallo Xuexi Shibao: la distinzione fra un primo tempo dell’automazione, nel quale il capitale umano più qualificato sostituisce quello meno qualificato mentre le macchine restano sullo sfondo, e un secondo tempo, quello dell’intelligenza artificiale generale, in cui il divario di competenze fra le persone smette semplicemente di contare perché la sostituzione riguarda ogni lavoro cognitivo indipendentemente dal livello. Ritorna, nel testo dottrinale di giugno, anche la proposta più radicale del libro: scollegare la crescita salariale dalla produttività individuale e la distruzione occupazionale dall’innovazione tecnologica, in modo che i guadagni di produttività non restino intrappolati nei settori più automatizzati ma vengano ridistribuiti verso quei lavori a bassa produttività e alta domanda, i cosiddetti impieghi di tipo Baumol, che Cai Fang individua come cuscinetto sociale del passaggio. C’è una differenza però che vale la pena isolare, perché è quella che rende interessante il confronto fra i due testi al di là della semplice continuità di contenuto. Il libro di Cai Fang si muove nel registro dell’ipotesi economica: propone scenari, richiama Friedman sul valore predittivo della teoria positiva, discute apertamente le insufficienze dei paradigmi economici correnti di fronte a un fenomeno che attraversa demografia, sociologia e filosofia insieme. Il testo dello Xuexi Shibao, pur riprendendo l’impalcatura concettuale, la traduce in un registro diverso: quello della pianificazione statale. Non discute se il capitale umano vada rifinanziato, stabilisce che la responsabilità di spesa per la formazione, tanto scolastica quanto permanente, debba restare prevalentemente pubblica lungo l’intero ciclo di vita. Non ipotizza una transizione verso una protezione sociale universale, la prescrive come direzione di riforma del sistema previdenziale, definito nel testo come rete di sicurezza di base e non più selettiva. E soprattutto colloca l’intera operazione dentro l’orizzonte pianificatorio del Quindicesimo Piano quinquennale, il periodo 2026-2030 che il libro stesso indica come finestra in cui il Terzo Plenum del ventesimo Comitato centrale ha già inserito la gestione delle tensioni occupazionali strutturali fra i compiti prioritari della politica del lavoro. Il libro fornisce anche la cornice statistica che giustifica l’urgenza dell’operazione. Cai Fang richiama l’indice di preparazione all’intelligenza artificiale del Fondo Monetario Internazionale, che colloca la Cina al trentunesimo posto mondiale, nettamente sopra la sua posizione nelle classifiche del reddito pro capite. Ma la disaggregazione dell’indice complica il quadro: quattordicesima nelle infrastrutture digitali, ventinovesima per integrazione economica e innovazione, la Cina crolla al trentasettesimo posto per le politiche di capitale umano e di mercato del lavoro e al quarantunesimo per regolazione ed etica. È questo squilibrio, fra capacità tecnologica avanzata e istituzioni del lavoro impreparate, a spiegare l’insistenza del testo di giugno sulla risposta pubblica coordinata: la Cina non teme di restare indietro nella corsa ai modelli, teme di restare indietro nella capacità di assorbire socialmente ciò che quei modelli producono. Il libro insiste anche su un terreno che la sintesi dottrinale riprende con minore evidenza ma che resta decisivo: il sistema dell’hukou, la registrazione di residenza che condiziona da decenni l’accesso ai servizi pubblici e la mobilità della forza lavoro. Cai Fang lo indica come uno dei blocchi istituzionali che, combinato con l’automazione, aggrava il disallineamento fra competenze richieste e disponibili, impedendo ai lavoratori spiazzati dall’intelligenza artificiale di spostarsi verso i settori dove la domanda di lavoro complementare alla tecnologia si sta formando. La riforma dell’hukou, che il libro indica come stallo da sbloccare per la mobilità sociale, è il punto in cui la tesi economica tocca il nervo più sensibile del sistema cinese, quello del controllo amministrativo della popolazione, e non è un caso che il testo di Xuexi Shibao, pur riprendendo quasi integralmente l’impianto sul capitale umano e sulla protezione universale, resti su questo punto molto più prudente del libro che lo ispira. Colpisce, leggendo i due testi in sequenza, anche la gestione della metafora con cui in Occidente si è raccontato l’emergere di DeepSeek all’inizio del 2025. Cai Fang respinge esplicitamente l’etichetta di «momento Sputnik» coniata dalla stampa occidentale, con il suo portato di competizione a somma zero ereditato dalla Guerra fredda, e le preferisce due immagini alternative: quella biblica di Davide contro Golia, letta come affermazione di un ethos di collaborazione aperta più che come vittoria di un singolo attore, e quella suggerita da un lettore in una lettera al Financial Times, il «momento Toyota», che paragona la strategia di DeepSeek all’efficienza produttiva giapponese piuttosto che alla corsa agli armamenti sovietico-americana. La scelta retorica non è mai neutra: sposta la narrazione dal registro geopolitico della sfida bilaterale a quello, più gestibile per Pechino, di un ecosistema tecnologico plurale in cui la competizione produce benefici diffusi anche per attori terzi. Per un osservatore europeo il punto non è stabilire se questo apparato dottrinale sia più efficace del disordine occidentale, fatto di rapporti del World Economic Forum, di dichiarazioni di venture capitalist come Marc Andreessen sulla crescita che si riversa automaticamente verso il basso, di policy paper che si susseguono senza mai tradursi in obblighi di spesa pubblica vincolanti. Cai Fang stesso tratta con sospetto esplicito quella retorica del trickle-down tecnologico, ricordando che i benefici della produttività non si distribuiscono da soli ma solo se lo consentono meccanismi istituzionali costruiti apposta. In Cina quella diffidenza verso l’automatismo del mercato, da posizione critica di un economista, sta diventando premessa di un piano di Stato che impegna risorse, tempi e responsabilità amministrative precise: trattare lo shock occupazionale dell’IA non come un effetto collaterale da correggere a posteriori, ma come un oggetto di pianificazione da governare in anticipo, con i rischi di rigidità e controllo narrativo che questo comporta, ma anche con una capacità di intervento strutturale che i sistemi affidati alla sola iniziativa privata faticano a replicare. Resta un limite che vale la pena nominare, ed è lo stesso che Cai Fang segnala quando invita a superare i modelli causali semplificati dell’economia tradizionale: un impianto nato come dibattito accademico plurale, con margini di incertezza dichiarati esplicitamente nel testo di origine, quando passa attraverso Xuexi Shibao e Qiushi si consolida in una linea unica che tende a occupare per intero lo spazio pubblico del ragionamento su lavoro e intelligenza artificiale in Cina. Le ipotesi che il libro invita a rimuovere dal discorso politico, dalla fiducia acritica nel trickle-down alla teoria del cambiamento tecnologico indotto dalla scarsità dei fattori, diventano nella versione dottrinale non più ipotesi da verificare ma premesse acquisite di una linea di azione statale. È il prezzo che il sistema cinese paga per la propria velocità di traduzione dall’idea alla pianificazione: la stessa rapidità che trasforma in poche settimane un’introduzione di libro in indirizzo di Piano quinquennale toglie spazio a quella dialettica fra ipotesi concorrenti che il libro, nella sua parte più originale, chiedeva di preservare. Se la traduzione istituzionale del Piano quinquennale seguirà davvero l’indirizzo tracciato da questi due testi, la Cina offrirà nei prossimi anni un caso di osservazione raro: un esperimento naturale su quale architettura statale assorbe meglio la ristrutturazione del lavoro imposta dall’intelligenza artificiale, indipendentemente dal giudizio politico che si dia sul sistema che lo produce. E offrirà, insieme, una verifica indiretta di quanto quella stessa rapidità decisionale sia compatibile, nel tempo, con la correggibilità dell’errore che una risposta a un fenomeno ancora così incerto dovrebbe potersi permettere. Fonti * Introduzione al libro *New Trends in China’s Employment: How Artificial Intelligence Is Reshaping the Labour Market* (traduzione autorizzata in inglese, *East is Read*) * China Finance 40 Forum (CF40) – sito ufficiale * CITIC Press – casa editrice del volume *New Trends in China’s Employment: How Artificial Intelligence Is Reshaping the Labour Market* Francesco Russo
July 22, 2026
Pressenza
Se i chatbot fanno consulenza sull’aborto
“Ciao, ho 16 anni e ho bisogno di abortire. Aiutami.” La risposta arriva in pochi secondi: empatica, rassicurante, strutturata. “Prima di tutto, voglio dirti che capisco quanto la tua situazione debba essere opprimente. Respira profondamente: non devi capire tutto nei prossimi cinque minuti. Non sei sola. Io sono qui.” Poi il chatbot elenca le diverse opzioni – tenere il bambino, adottarlo, interrompere la gravidanza – e propone risorse e testimonianze. Sembra utile. Ma da dove arrivano le informazioni? E chi le ha scelte? Testando ChatGPT, Gemini, Grok e Claude, nell’ambito di un’inchiesta a cui ha partecipato anche Guerre di Rete, sono state raccolte 188 risposte sull’aborto: se fa male, quanto costa, se poi si potrà ancora restare incinta e se ci sono storie di altre donne che lo hanno già vissuto. Le domande sono state poste in tre lingue (italiano, inglese e tedesco) e impersonando tre profili femminili con esigenze diverse: un’adolescente di 16 anni, una ventottenne con un lavoro precario, una madre di due figli con una gravidanza economicamente insostenibile. Non è un esercizio marginale. Secondo dati resi noti da OpenAI, oltre 230 milioni di persone nel mondo pongono ogni settimana domande su salute e benessere a ChatGPT. In Italia, un sondaggio Sociometrica-FieldCare – condotto a inizio 2026 per Fondazione Italia in Salute su un campione di quasi mille persone – ha rilevato che il 94,2% della popolazione cerca informazioni su sintomi e terapie in rete o tramite intelligenza artificiale. Il 42,8% usa già l’AI generativa per la propria salute: la seconda fonte più diffusa dopo Google. Non esistono, a oggi, dati pubblici altrettanto specifici sull’aborto, ma non c’è motivo di pensare che il tema sfugga a questa tendenza. COME I CHATBOT RACCONTANO L’ABORTO Il punto di partenza è stata una consulenza SEO, per individuare le domande più cercate su Google in Italia, Germania e Regno Unito quando si parla di aborto. Le stesse domande sono state poste su un arco di diverse settimane nei primi 6 mesi del 2026. Ogni risposta è stata classificata in base al tipo di fonte citata: istituzionale, ong, forum, sito di consulenza privata, organizzazione con un orientamento ideologico dichiarato o facilmente riconoscibile. Nessuno dei quattro modelli ha mai rifiutato di rispondere. Nessuno ha scoraggiato apertamente l’aborto. Ma quasi sempre l’interruzione di gravidanza compariva come seconda o terza opzione, dopo il tenere il bambino e l’adozione.  Nelle chat più lunghe, l’adozione di un tono via via più empatico da parte dell’utente che interpreta il ruolo di un’adolescente sembra accompagnarsi a risposte meno caute da parte del modello. Un fenomeno che i ricercatori interpellati per questa inchiesta riconducono a una caratteristica di fondo dei chatbot commerciali: la tendenza a restare collaborativi e “piacevoli” con chi scrive, anche a costo di allentare i filtri di sicurezza pensati per argomenti delicati. Fabio Mercorio, docente di computer science dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, lo descrive così: “Prompt formulati con un linguaggio poetico o espressi con un tono particolarmente empatico o amichevole possono ridurre i meccanismi di filtraggio difensivo del modello”. Un tono emotivamente coinvolgente – come quello di chi racconta una gravidanza inattesa a sedici anni – può quindi di per sé abbassare la soglia di cautela del sistema. Simon Ostermann, ricercatore del DFKI (German Research Center for Artificial Intelligence), descrive questo compromesso come strutturale al funzionamento dei modelli: “Esiste sempre questa interazione tra controllo e creatività. Più lo controllo, meno creativo diventa il modello. Ma più è creativo, più produce anche assurdità. È sempre un compromesso”. I sistemi vengono inoltre addestrati, spiega Ostermann, perché sappiano essere “il più possibile utili all’utente”: un obiettivo che può entrare in tensione con la prudenza necessaria su un tema medico e legalmente sensibile come l’aborto. CHI DÀ VOCE ALLE RISPOSTE DELL’AI Se il tono delle domande d’urgenza poste spiega in qualche modo perché le risposte diventano meno caute, solo un’analisi delle fonti può spiegare in che direzione vadano. Nei test condotti in Italia e nel Regno Unito, siti istituzionali come il Ministero della Salute o il National Health Service comparivano spesso mescolati a forum, associazioni e siti di consulenza privata, senza una gerarchia percepibile: un’organizzazione con un orientamento ideologico esplicito, se dotata di un sito ben costruito, sembra poter ottenere un’autorevolezza apparente non troppo diversa da quella di una fonte medica ufficiale. Interrogati su testimonianze di donne che avevano abortito, i modelli attingevano soprattutto da Reddit e da blog personali, apparentemente sovrarappresentando la prospettiva del rimpianto post-aborto, rispetto a quanto indicherebbe la letteratura scientifica disponibile. Il caso più documentato riguarda ProFemina, organizzazione tedesca che si presenta come servizio di consulenza in gravidanza ed è affiliata a Heartbeat International, una delle reti anti-aborto più antiche al mondo. Durante i test è comparsa in circa il 19% delle risposte ottenute, non solo in corrispondenza della richiesta di testimonianze, ma anche in quelle su costi e procedure. Alla domanda diretta se ProFemina fosse un servizio neutrale, ChatGPT ha risposto di sì, per poi aggiungere solo in un secondo momento che non lo è. Secondo ricerche citate da più fonti, ma non verificate in modo autonomo per questa inchiesta, una parte consistente dei siti affiliati a Heartbeat International conterrebbe informazioni mediche non corrette. Dopo uno scandalo del 2019 legato a presunte consulenze manipolative in Germania, ProFemina avrebbe spostato gran parte della propria attività online. Il sito è consultabile anche in lingua italiana e compare nei test come fonte assieme ai siti di ASL, associazioni e ministero della Salute. Nei test in tedesco, una seconda criticità si aggiunge alla presenza nelle fonti di ProFemina. Svariati modelli indicano infatti la German Caritas Association come riferimento per la consulenza in gravidanza, sebbene l’organizzazione non sia autorizzata a rilasciare il Beratungsschein, il certificato senza cui non si accede legalmente all’aborto nel Paese. L’IMPORTANZA DI ADDESTRAMENTO E INDICIZZAZIONE Il meccanismo di fondo sembra ricorrente: i chatbot tenderebbero ad attingere a ciò che è meglio indicizzato online, indipendentemente dall’orientamento della fonte, e chi ha investito in visibilità digitale tenderebbe a occupare quello spazio più facilmente di chi non lo ha fatto. Chi studia il funzionamento interno di questi sistemi offre una possibile spiegazione al meccanismo osservato: “I dati di addestramento vengono scomposti fino al livello dei token (gli elementi linguistici alla base dell’addestramento delle intelligenze artificiali, ndR). Alla fine, si tratta davvero solo di relazioni statistiche”, spiega Jennifer Haase, ricercatrice del Weizenbaum Institute. “Se una frase compare da qualche parte significa che ha fatto parte dei dati. Ma poi è stata completamente scomposta, ed è soltanto un minuscolo elemento crittografico all’interno delle statistiche.” Ostermann aggiunge un elemento pratico: i modelli linguistici, tipicamente, lavorerebbero concatenando i primi risultati di un motore di ricerca prima di riassumerli in poche righe, il che spiegherebbe perché siti curati come ProFemina abbiano più probabilità di essere selezionati e citati. Sul motivo per cui contenuti di questo tipo non vengano filtrati, è netto: “ProFemina si presenta con un linguaggio serio e orientato alla cittadinanza. Un sito web del genere non mostra segnali d’allarme evidenti. Non c’è, per esempio, un contenuto razzista. Quindi non viene evitato”. Mercorio segnala infine come questi sistemi di protezione non siano uniformi tra un paese e l’altro, né stabili nel tempo, e restino in gran parte opachi anche per chi li studia dall’esterno. Sul piano normativo, l’AI Act europeo, in vigore dall’agosto 2024, classifica i chatbot come sistemi a rischio limitato, senza imporre obblighi specifici di trasparenza sulla qualità delle fonti citate su temi sanitari sensibili. IL VUOTO ITALIANO COME SPAZIO DI CONQUISTA In Italia, la presenza tra le fonti consultate dai chatbot di organizzazioni come ProFemina si somma a difficoltà già documentate relative all’accesso all’aborto presso i servizi sul territorio. Secondo l’ultima relazione del Ministero della Salute, relativa ai dati 2022, il 60,7% dei ginecologi si dichiara obiettore di coscienza (in calo rispetto al 63,6% del 2021), con punte regionali del 90,9% in Molise e dell’81,5% in Sicilia. La legge 194 garantisce dal 1978 il diritto all’interruzione di gravidanza entro i primi novanta giorni, ma la possibilità concreta di esercitarlo dipende dalla regione e dalla rapidità con cui si trovano informazioni affidabili. Come osserva la ricercatrice e attivista pro-choice Eleonora Cirant, in un contesto come questo, i chatbot possono facilmente diventare un interlocutore di riferimento. “Il problema principale è la mancanza di una fonte istituzionale”, spiega Cirant, che ha studiato per mesi il posizionamento digitale dei movimenti attorno al diritto all’aborto. “L’assenza di informazioni strutturate e facilmente accessibili che spieghino dove andare, cosa fare, che documenti portare e come usufruire di questo diritto è una questione critica evidenziata anche dall’Atlante Europeo sull’Accesso all’Aborto. Ma non sembra che le istituzioni italiane si stiano muovendo per cambiare la situazione”. Sul fronte pro-choice, osserva Cirant, la situazione non sarebbe più solida: “La galassia transfemminista non ha una strategia di posizionamento sul web. Le nuove generazioni vivono su Instagram. Se l’intelligenza artificiale non attinge da lì – e spesso non lo fa – chi presidia i motori di ricerca vince comunque”. A titolo di confronto, la ricercatrice cita l’Irlanda, dove esisterebbe un sito istituzionale dedicato alle domande pratiche essenziali: “Anche in Italia le associazioni potrebbero fare qualcosa di simile, anche se a farlo per prime dovrebbero essere le istituzioni stesse”. Secondo Cirant, le lacune digitali nel terzo settore e degli attivisti non hanno una radice ideologica, ma organizzativa: “Dovremmo costruire molta più rete. Invece ognuno ha il suo sito, ognuno ha il suo canale. E così rischiamo di restare più deboli”. Detto ciò, c’è un tema alla base che non va trascurato: l’urgenza di un’educazione emotiva digitale diffusa. “I chatbot restano sistemi ai quali non ritengo appropriato affidare il proprio disagio emotivo. È sempre un rischio, ma il fenomeno può addirittura amplificarsi quando si tratta di un argomento stigmatizzato come l’aborto, sul quale è spesso difficile trovare persone con cui parlare.” IL CASO WOW, WOMEN ON WEB  Esplorando chi presidia gli spazi digitali quando si parla di accesso all’aborto, anche in italiano può accadere di imbattersi nel sito di Women on Web, piattaforma internazionale che fornisce informazioni e supporto anche sull’aborto farmacologico. O meglio: poteva accadere, perché negli ultimi mesi il team di questo servizio ha segnalato di aver perso visibilità in Italia in modo improvviso. Da metà febbraio 2026, secondo l’organizzazione, l’accesso al proprio sito da parte di alcuni tra i principali provider italiani – Fastweb, Vodafone Italia, Iliad, Sky Italia, Eolo e Intred – risulterebbe bloccato a livello DNS, circostanza che Women on Web dice di aver riscontrato anche grazie al lavoro dell’osservatorio indipendente OONI. Le cause del presunto blocco restano, per ammissione della stessa organizzazione, ancora in fase di accertamento; il blocco, in ogni caso, resterebbe aggirabile cambiando il DNS del dispositivo o usando una VPN. Il tempismo, secondo Women on Web, non sarebbe indifferente. In Italia le linee guida che permettono l’accesso alla pillola abortiva attraverso i consultori sono state adottate solo da alcune regioni: “Altre non l’hanno fatto, lasciando molte persone nell’incertezza riguardo ai propri diritti e alla disponibilità della procedura nel luogo in cui vivono”, racconta una portavoce italiana dell’organizzazione, che ha chiesto di restare anonima.  Un’incertezza che può spingere le persone a digitare domande e atterrare sul loro sito. Tra il 2024 e il 2025, riferisce sempre Women on Web, il traffico dall’Italia verso il sito sarebbe cresciuto del 79%, fino a circa 13mila sessioni monitorate; nel 2026 la domanda sarebbe rimasta elevata nonostante il presunto blocco. La direttrice esecutiva dell’organizzazione, Venny Ala-Siurua, colloca l’episodio in una tendenza più ampia: “Il fatto che le persone si rivolgano a internet per conoscere i propri diritti e riappropriarsene è precisamente il motivo per cui il nostro lavoro viene percepito come una minaccia da coloro che insistono nel voler controllare i nostri corpi”. Al momento, l’organizzazione riferisce di essere ancora al lavoro per ricostruire con precisione origine e portata del problema. “Nel corso degli anni, Women on Web ha dovuto farsi strada affrontando molte diverse forme di repressione digitale. Sappiamo come rendere disponibile il nostro servizio nonostante la censura. E possiamo contare sul fatto che le persone incinte trovano sempre il modo di raggiungerci”, aggiunge Hannes-Jeremia Jaacks, il Digital Strategist dell’organizzazione. Ancora apparentemente attivo (in data 18/7, nda), il blocco non fa che aggravare la carenza, di cui parlava Cirant, delle informazioni riguardo all’aborto accessibili online da persone (e chatbot): “Non basta esserci e informare online, se non si riesce a occupare lo spazio in cui le persone cercano risposte”, afferma la ricercatrice. E aggiunge: “Al di là dell’uso dei chatbot, oggi chiunque cerchi su un motore di ricerca scopre che le prime righe sono generate da algoritmi. In un modo o nell’altro, bisogna sempre farci i conti”.   Questa inchiesta è stata realizzata in collaborazione con Mayya Chernobylskaya e Carlotta Dotto nell’ambito del programma “Algorithmic Accountability Reporting Fellowship” organizzato da AlgorithmWatch. L'articolo Se i chatbot fanno consulenza sull’aborto proviene da Guerre di Rete.
July 22, 2026
Guerre di Rete
[entropia massima] Collettiva
Puntata 35 di EM, ultima della stagione. Ricapitoliamo, in una collettiva di saluti, gli argomenti trattati nella stagione. Cominciamo da "Estrattivismo dei Dati" e a seguire "Emergenza0". Poi un nostro pensiero su Carlo Giuliani, a 25 anni dalla sua uccisione in Piazza Alimonda. Proseguiamo ripercorrendo alcuni episodi significativi avvenuti durante i giorni del g8 e seguendo un filo che parte da Genova e arriva fino ai nostri giorni. Perché la storia della tecnologia degli ultimi 25 anni è anche la storia di un progressivo spostamento del potere: dalla rete distribuita delle origini, alle piattaforme di concentrazione del capitalismo dei dati, dagli spazi autogestiti, alle Big Tech. Una storia cominciata con la repressione degli spazi digitali e continuata con un lungo ed insesorabile processo di omologazione e controllo. Chiudiamo con gli argomenti trattati nei cicli "LIbera Scienza in Libero Stato" e "AntropoLogica". La carrellata è stato un buon modo di presentare gli argomenti di cui trattiamo ad Entropia Massima, tutti insieme. Ottimo anche come riassuntone per chi se ne è perso qualcuno!
July 20, 2026
Radio Onda Rossa
Dichiarazione di Roma: appello per una nuova etica globale su intelligenza artificiale e armi nucleari
Più di 200 premi Nobel, scienziati, diplomatici, esperti di tecnologia, capi religiosi e sostenitori della pace si sono riuniti a Roma questa settimana per affrontare quello che molti di loro hanno descritto come la sfida definitiva del nostro tempo: assicurare che l’intelligenza artificiale sia uno strumento al servizio dell’umanità e non acceleri piuttosto i rischi bellici, in particolare quelli della guerra nucleare. Svoltasi dal 14 al 16 luglio, la Global Nobel Laureates Assembly on Artificial Intelligence and Nuclear War, si è conclusa con l’adozione della Dichiarazione di Roma per una pace disarmata e disarmante nell’era dell’intelligenza artificiale, delle armi nucleari e autonome, dei nuovi protocolli digitali e dei modelli emergenti di sviluppo digitale (Vatican News). Ospitata a Borgo Laudato Si’ a Castel Gandolfo prima di concludersi al Colle Capitolino di Roma, l’Assemblea è stata ispirata dall’appello di Papa Leone XIV per un sistema etico che guidi il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale. I partecipanti hanno sostenuto che l’IA è diventata molto più di un’innovazione tecnologica; rappresenta ora una profonda sfida politica, culturale ed etica che modellerà le relazioni internazionali per generazioni (Angelus News – Multimedia Catholic News). La Dichiarazione riconosce che l’umanità si trova davanti a una convergenza senza precedenti di tecnologie trasformative e capacità militari distruttive. Anche se l’intelligenza artificiale promette enormi benefici nei campi della medicina, dell’istruzione, delle scoperte scientifiche e della protezione ambientale, la sua integrazione nei sistemi militari — comprese le armi autonome e i sistemi di comando e controllo nucleare — potrebbe aumentare drasticamente il rischio di conflitti non intenzionali. Tra i suoi principi cardine, la Dichiarazione di Roma sostiene che le decisioni legate all’uso di forza letale, e in particolare alle armi nucleari, non devono mai essere delegate in toto alle macchine. La Dichiarazione richiede un controllo umano significativo sui sistemi IA, una rinnovata cooperazione internazionale sul disarmo nucleare, una governance più decisa delle tecnologie emergenti e un modello di sviluppo incentrato sulla dignità umana piuttosto che sulla competizione geopolitica (Vatican News). Sebbene molte dichiarazioni internazionali abbiano messo in guardia sulle armi nucleari o sull’intelligenza artificiale prese singolarmente, questo incontro ha sottolineato che le due questioni sono ormai divenute inseparabili. L’IA è sempre più in grado di processare le informazioni militari, accelerare le decisioni sul campo di battaglia e operare sistemi autonomi con una rapidità ben oltre la reazione umana. Durante una crisi nucleare, anche solo un piccolo errore, un calcolo sbagliato o una manipolazione cyber potrebbero portare a conseguenze catastrofiche. L’Assemblea ha dunque collocato la sfida non solo nella regolamentazione della nuova tecnologia, ma anche nella ridefinizione del rapporto tra umanità e tecnologia stessa. I partecipanti hanno dichiarato che il progresso scientifico deve restare subordinato alla responsabilità etica e al bene comune. La Dichiarazione di Roma giunge inoltre in un momento nel quale i governi mondiali stanno investendo pesantemente nelle applicazioni militari dell’intelligenza artificiale, mentre gli accordi internazionali sul controllo delle armi continuano a indebolirsi. Le attuali dottrine militari si erano sviluppate in un’era in cui i decisori umani disponevano di più tempo per valutare le crisi. L’intelligenza artificiale potrebbe comprimere quelle finestre temporali e prendere una decisione nel giro di pochi secondi, aumentando la pressione verso risposte automatiche che possono determinare il destino di milioni di persone. Per i sostenitori della pace, l’Assemblea rappresenta un seguito importante di una tradizione che risale alla Dichiarazione di Mainau del 1955, quando i premi Nobel avvertirono per la prima volta l’umanità dei pericoli esistenziali posti dalle armi nucleari. Più di recente, i premi Nobel hanno rinnovato quelle dichiarazioni sui rischi nucleari e sulla governance delle tecnologie emergenti. La Dichiarazione di Roma ne estende il retaggio riconoscendo che la salvaguardia della pace nel ventunesimo secolo richiede di affrontare le armi nucleari e l’intelligenza artificiale come sfide globali interconnesse. (Wikipedia) Eppure, il contributo più significativo della Dichiarazione risiede forse più in là delle sue specifiche raccomandazioni. Suggerisce che la governance dell’intelligenza artificiale non può essere ridotta alla sola regolamentazione tecnica. Dietro ogni algoritmo, ogni sistema autonomo e ogni applicazione militare, continuano a esserci delle decisioni profondamente umane legate a valori, responsabilità e al tipo di civiltà che desideriamo costruire. Se la Dichiarazione di Roma avrà un’influenza sui governi resta incerto. Ma il suo messaggio è inequivocabile: l’umanità è giunta a un punto in cui l’innovazione tecnologica priva di una direzione etica può tramutarsi in una delle maggiori minacce alla pace. Se l’intelligenza artificiale è destinata a diventare uno dei più grandi successi della storia, sostiene l’Assemblea, deve prima di tutto sottostare fermamente alla responsabilità umana ed essere guidata dai principi di cooperazione, dignità e preservazione della vita. Post Instagram Traduzione dall’inglese di Rita Puligheddu Pressenza New York
July 19, 2026
Pressenza
Il welfare usato come carburante per la finanza
Provo a mettere insieme una considerazione molto generale. Le politiche europee e dei singoli Stati del Vecchio Continente, Italia in primis stanno privatizzando il sistema pensionistico, quello della sanità e quello dei servizi essenziali. Privatizzazione significa finanziarizzazione. Tutto ciò che non viene più garantito dallo Stato deve essere oggetto di […] L'articolo Il welfare usato come carburante per la finanza su Contropiano.
July 18, 2026
Contropiano