Quando la disumanità diventa legge

Progetto Melting Pot Europa - Wednesday, February 4, 2026

LISA HUTTENLOCHER 1

I tempi si fanno sempre più duri. Ciò che prima rappresentava l’eccezione, ormai è la realtà amara e consolidata del contesto europeo delle migrazioni e dell’asilo.

Per lungo tempo, l’opinione pubblica è stata dominata da immagini di campi disumani, di persone disperate alle frontiere esterne dell’Europa e di corpi esanimi nel Mediterraneo. Incendi come quello del campo di Moria, in Grecia, sono diventati simboli emblematici del fallimento politico e morale dell’Europa. Eppure, l’indignazione pubblica si è visibilmente affievolita.

Questo pericoloso processo di assuefazione è osservabile anche in Germania. I respingimenti illegali, la sistematica privazione dei diritti e le condizioni disumane di accoglienza delle persone in cerca di protezione oggi raramente suscitano proteste diffuse.

Ciò che solo pochi anni fa avrebbe provocato uno scandalo viene ormai accolto con indifferenza.

Questa normalizzazione non è casuale, ma il risultato di uno spostamento deliberato e di lungo periodo del discorso politico verso destra.

Nel 2025 la Germania ha commemorato i “10 anni dall’Estate della migrazione”, ricordando il breve periodo in cui la solidarietà e la disponibilità all’accoglienza dei rifugiati sembravano, almeno temporaneamente, egemoniche. Le parole della cancelliera Angela Merkel (CDU), «Ce la possiamo fare», divennero un punto di riferimento politico.

Negli anni successivi, tuttavia, la crescente pressione e le campagne d’odio portate avanti da attori dell’estrema destra, come il movimento razzista PEGIDA e il partito AfD (Alternativa per la Germania), hanno profondamente modificato il panorama politico.

Dieci anni dopo, ci troviamo in una situazione completamente diversa. Nel 2023, il cancelliere Olaf Scholz (SPD) in un’intervista ha di fatto sostituito il «Ce la possiamo fare» con l’obiettivo di «finalmente deportare su larga scala» anche in Germania. Insieme ai partiti cosiddetti democratici, ciò ha aperto la strada a un ulteriore inasprimento del sistema tedesco di asilo e migrazione.

Nello stesso anno, avveniva un incontro segreto a Potsdam  tra esponenti dell’estrema destra, politici dell’AfD e della CDU conservatrice, in cui è stato discusso un cosiddetto “Masterplan per la Remigrazione”: la raccolta in un unico documento delle peggiori fantasie deportazioniste dell’élite dell’estrema destra tedesca.

Un’inchiesta di Correctiv ha svelato l’incontro e innescato proteste di massa in tutto il Paese sotto lo slogan “Firewall against the right” (“Facciamo muro contro la destra”). Queste mobilitazioni hanno dimostrato che una maggioranza della società rifiuta uno spostamento politico a destra e qualsiasi forma di collaborazione con l’AfD.

Tuttavia, le proteste si sono gradualmente spente e alla breve fase di mobilitazione sociale è seguita una realtà disillusa: non si è prodotto alcun cambiamento politico concreto o duraturo.

Al contrario, l’attentato di matrice islamista a Solingen nell’agosto 2024 è stato strumentalizzato politicamente per alimentare nuovamente odio e incitamento contro le persone migranti e per giustificare ulteriori restrizioni e controlli alle frontiere.

Oggi la Germania è governata dal cancelliere Friedrich Merz (CDU), che ricorre ripetutamente a narrazioni razziste, prende deliberatamente di mira e intimorisce la società civile e adotta elementi centrali dell’agenda migratoria dell’estrema destra dell’AfD.

Parallelamente, si sta diffondendo un profondo senso di rassegnazione. Molte persone politicamente impegnate vivono il dibattito su migrazione e asilo come una lotta contro i mulini a vento.

Le risposte solidali alle crisi sono diventate rare e i finanziamenti per progetti legati alla migrazione, soprattutto nella Germania orientale, subiscono costanti tagli. Invece di difendere gli standard dei diritti umani, i decisori politici cercano sempre più di compiacere le forze conservatrici e di destra.

Lo standard minimo di ciò che è considerato legittimo e pubblicamente accettabile si è sempre più abbassato fino a raggiungere l’obiettivo: anche la Germania si sta allineando a una più ampia tendenza europea verso destra.

L’estrema destra è riuscita a rendere la migrazione uno scandalo continuo, ottenendo importanti successi elettorali ed esercitando un’influenza duratura sul discorso politico. I partiti conservatori, socialdemocratici e liberali hanno seguito questa direzione anziché opporvisi con decisione.

Che questo processo comporti una progressiva erosione dei diritti fondamentali e umani ha scarsa rilevanza nel dibattito pubblico.

Con la riforma del Sistema Europeo Comune di Asilo (Common European Asylum System – CEAS) [In Italia conosciuto come Nuovo Patto UE su Migrazione e Asilo, n.d.t.], questo corso verrà ulteriormente intensificato entro la metà dell’anno.

Procedure più rapide, campi chiusi alle frontiere esterne, condizioni assimilabili alla detenzione all’interno degli Stati membri e il progressivo svuotamento del diritto individuale all’asilo sono ormai all’orizzonte. La questione non è più quanto sia umana la politica migratoria europea, ma quanta inumanità sia ormai considerata normale.

Il Nuovo CEAS in Germania – la detenzione come normalità quotidiana

Entro giugno di quest’anno, le riforme del CEAS dovranno essere attuate in tutti gli Stati membri dell’UE. Ciò che è stato preparato gradualmente negli ultimi anni viene ora recepito integralmente nel diritto nazionale, rendendo vincolanti profonde restrizioni al diritto d’asilo.

Le organizzazioni della società civile hanno già duramente criticato l’attuazione. Pro Asyl definisce il CEAS «la più grave restrizione del diritto d’asilo degli ultimi 30 anni». La deputata della Sinistra Janine Wissler parla di una «abolizione di fatto del diritto fondamentale all’asilo».

In Germania, negli ultimi mesi si sono moltiplicate le proposte, provenienti da ambienti conservatori fino all’estrema destra, per inasprire ulteriormente le restrizioni previste dal CEAS. Che le condizioni di vita delle persone richiedenti asilo nei campi assomiglino sempre più a una detenzione è ormai una realtà consolidata. La deputata della Sinistra Clara Bünger ha affermato che, in base alle disposizioni previste dal CEAS, «la detenzione nelle procedure d’asilo diventerà la norma».

Nell’ambito dell’attuazione del nuovo CEAS, in Germania dovrebbero essere istituiti i cosiddetti “centri di migrazione secondaria”. Queste strutture sono destinate ad accogliere le persone soggette alla procedura di Dublino, per garantendo allo Stato di procedere costantemente alla loro deportazione verso il Paese UE di prima registrazione.

Ufficialmente, tali centri non sono classificati come luoghi di detenzione. Tuttavia, un’analisi più attenta delle norme mostra chiaramente che si tratta di una detenzione de facto. Le persone che vi alloggiano sono già sottoposte a controlli rigorosi: obbligo di registrazione in entrata e in uscita, sorveglianza continua e impossibilità di decidere liberamente quando e come lasciare la struttura. Queste pratiche comportano gravi restrizioni della libertà personale.

Ora, anche infrazioni minime possono essere sufficienti per classificare una persona come “a rischio di fuga”. Chi non rispetta con precisione gli obblighi di comunicazione o si assenta per alcuni giorni dall’indirizzo registrato rischia ordini di detenzione e l’incarcerazione immediata.

La detenzione viene così sempre più normalizzata come strumento di controllo all’interno delle procedure d’asilo. Particolarmente allarmante è il dibattito sui casi in cui anche minori potrebbero essere collocati in strutture di detenzione o assimilabili alla detenzione, cinicamente giustificate in nome del “superiore interesse del minore”.

Come una detenzione de facto possa costituire un ambiente protettivo per dei minori resta del tutto incomprensibile. Al contrario, è plausibile che questo possa generare traumi, mettere a rischio il generale benessere dei minori e che possa anche arrecare gravi danni al loro sviluppo psicologico.

Accanto ai centri di migrazione secondaria, si discute anche dell’istituzione dei cosiddetti “return hubs”. Queste strutture dovrebbero sorgere in Paesi terzi per bloccare le persone, processare le loro domande d’asilo ed eventualmente espellerle ancor prima che raggiungano il territorio dell’UE. Il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt (CDU) cita come modello l’illegittimo accordo Meloni-Rama, definendolo «innovativo».

Ancora una volta emerge uno schema ben noto della politica migratoria europea: la responsabilità viene esternalizzata, i problemi sono spostati geograficamente – lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Che l’attuazione di queste misure comporterà con ogni probabilità ulteriori violazioni del diritto è già prevedibile osservando le attuali pratiche di detenzione amministrativa in Germania.

Lo stato attuale della detenzione amministrativa

Già oggi, il numero di detenzioni illegittime è talmente elevato da costituire un atto d’accusa contro uno Stato che si definisce fondato sullo Stato di diritto. La detenzione amministrativa riguarda persone considerate “obbligate per legge a lasciare il Paese” e ulteriormente classificate come “a rischio di fuga”.

Le autorità spesso presumono tale rischio sulla base di violazioni anche minime di obblighi di comunicazione. La detenzione non serve a proteggere le persone coinvolte, ma esclusivamente a garantire un accesso ai loro corpi rapido e continuo per eseguire le deportazioni in modo efficiente. A seconda dei casi, la privazione della libertà può durare fino a 18 mesi.

Particolarmente allarmante è la frequenza con cui queste detenzioni vengono disposte in modo illegittimo. I dati al riguardo non sono raccolti dallo Stato, ma da avvocati e attivisti impegnati nella tutela dei detenuti. In particolare, l’avvocato Peter Fahlbusch, che rappresenta persone detenute dal 1998, ha riscontrato che quasi la metà dei casi da lui seguiti presentava irregolarità almeno parziali.

L’ex giudice della Corte Federale di Giustizia Johanna Schmidt-Räntsch ha rilevato che circa l’85% dei casi arrivati alla Corte è stato deciso in modo illegittimo. Le violazioni avvengono spesso ai livelli giudiziari più bassi: errori formali nei provvedimenti di detenzione, motivazioni insufficienti o la semplice ignoranza della normativa vigente da parte dei tribunali locali e regionali portano alla privazione della libertà senza una base legale.

A ciò si aggiunge la frequente mancanza di accesso a una difesa legale qualificata. Sebbene il governo guidato da Olaf Scholz (SPD) avesse introdotto il diritto alla rappresentanza legale obbligatoria per le persone in detenzione amministrativa, questa misura è stata sospesa solo due anni dopo sotto il cancellierato di Friedrich Merz (CDU) e sarà eliminata definitivamente entro giugno 2026.

La giustificazione fornita dal ministro dell’Interno Alexander Dobrindt (CDU) suggerisce o un’opera deliberata di disinformazione o una profonda incomprensione su questioni di sua competenza. Secondo Dobrindt, gli avvocati obbligatori impedirebbero le deportazioni.

In realtà, il loro unico compito è verificare la legittimità della detenzione. Con la rimozione del diritto alla difesa, le persone verranno private della libertà senza alcuna garanzia legale. Come già accade, questa responsabilità verrà scaricata sulle strutture di volontariato e sui gruppi informali di persone solidali, spesso privi di una formazione giuridica adeguata.

Dal punto di vista politico, la realtà della detenzione amministrativa viene sistematicamente minimizzata. Quando, ad esempio, la ministra dell’Interno dello Schleswig-Holstein Sabine Sütterlin-Waack (CDU) descrive la detenzione come «alloggio meno libertà», all’opinione pubblica viene proposta un’immagine che ha ben poco a che fare con la realtà.

Le condizioni effettive sono caratterizzate dall’isolamento: divieto di utilizzo degli smartphone, contatti con l’esterno fortemente limitati, spesso solo un’ora d’aria al giorno e severe restrizioni alle visite. Le barriere linguistiche ostacolano ulteriormente le relazioni sociali tra le persone detenute.

Le segnalazioni di cure mediche inadeguate sono diffuse: i problemi di salute vengono spesso minimizzati e il trattamento si riduce a sedativi o analgesici standard. Atti di autolesionismo e tentativi di suicidio non sono rari.

Nel centro di detenzione amministrativa di Pforzheim, una persona detenuta è recentemente morta suicida – un evento che non ha ricevuto alcuna attenzione mediatica.

L’enorme espansione della detenzione amministrativa contrasta fortemente con la sua dubbia efficacia. Attualmente la Germania gestisce 15 centri di detenzione e altri tre sono attualmente in costruzione. Questi progetti comportano costi enormi.

A Volkstedt, in Sassonia-Anhalt, i costi di costruzione di una nuova struttura sono saliti a circa 34 milioni di euro – circa 1,2 milioni di euro per ogni posto disponibile. Allo stesso tempo, la Rete Europea per la Migrazione (EMN), finanziata dall’UE, osserva in un rapporto che esistono pochi dati affidabili sull’effettiva efficacia della detenzione amministrativa rispetto alle alternative.

Il continuo investimento massiccio nelle infrastrutture detentive, nonostante queste lacune, suggerisce che l’obiettivo sia meno il rispetto delle procedure legali e più il controllo simbolico: dimostrare capacità statale a un’opinione pubblica spaventata e alimentare la narrazione del controllo sulla “migrazione irregolare”.

La privazione della libertà diventa così uno strumento ordinario della politica migratoria, a scapito di persone la cui sofferenza viene ridotta a una nota a margine nel dibattito politico.

Solidarietà senza confini

Nei dibattiti attuali sul CEAS, sulla detenzione amministrativa e sul controllo delle migrazioni, un fatto essenziale viene quasi completamente ignorato: queste politiche riguardano esseri umani. Persone con biografie, famiglie, amicizie, speranze e visioni per il futuro.

Bambini la cui vita è segnata dalla detenzione, dai campi e da un’incertezza permanente. Persone che sono fuggite da persecuzioni e che avrebbero dovuto trovare protezione, ma che vengono invece ridotte a fascicoli amministrativi e numeri di pratica.

Le riforme mirano meno alla tutela dei diritti umani e più alla costruzione di un apparato burocratico che pretende di controllare la “migrazione di massa”. In questo sistema, le sorti degli individui perdono qualsiasi importanza.

Le persone bisognose di protezione vengono trattate sempre più come oggetti della burocrazia statale, piuttosto che come soggetti titolari di diritti. Non si tratta di un effetto collaterale, ma dell’espressione propria della svolta autoritaria nella politica migratoria europea.

Contrastare questo sviluppo richiede solidarietà attiva e un impegno antifascista coerente a tutti i livelli. Le forze liberali e democratiche non dovrebbero nutrire illusioni: la situazione politica continuerà a peggiorare nei prossimi anni. In Germania, l’AfD è in crescita e la sua prima partecipazione a un governo regionale potrebbe diventare realtà già dalla fine dell’estate in Sassonia-Anhalt.

La normalizzazione delle narrazioni di destra ha ormai penetrato profondamente il centrismo politico.

Allo stesso tempo, esistono strutture solidali di contrasto che più che mai necessitano di visibilità e sostegno. Le reti di supporto attorno alla detenzione amministrativa si reggono quasi esclusivamente sull’impegno volontario.

Eppure si tratta di un lavoro che richiede tempo ed è emotivamente estenuante. Spesso passano mesi, se non anni, prima che le persone attiviste acquisiscano le conoscenze necessarie per individuare violazioni legali, fallimenti politici e abusi istituzionali.

Ancora più significativi sono quindi i momenti in cui si riesce a ottenere il rilascio di una persona prima della sua deportazione. Questi successi contano – ma sono solo tregue temporanee. Anche fuori dalla detenzione, le persone restano costantemente esposte al rischio di una nuova detenzione o di una deportazione. In molti casi poi, è stata riconosciuta formalmente l’illegittimità della detenzione solo dopo che le persone erano state deportate.

La detenzione amministrativa è quasi assente dal dibattito pubblico. Decisioni politiche di grande portata e l’enorme entità delle violazioni giuridiche vengono raramente discusse al di fuori di nicchie di esperti. Le prospettive delle persone coinvolte – le loro storie e le esperienze disumanizzanti della detenzione – sono in gran parte assenti dalle narrazioni pubbliche.

È quindi fondamentale dare maggiore visibilità e spazio alle persone direttamente colpite e ai gruppi a loro solidali. Sono i soli attori veramente esperti di questa pratica lesiva dei diritti umani e hanno bisogno di piattaforme per prendere parola e sensibilizzare l’opinione pubblica.

Attraverso la recente costituzione dell’Associazione federale per il sostegno alle persone in detenzione amministrativa (BUMAH), gli interessi e le esperienze dei gruppi locali di supporto vengono ora raccolti e resi pubblicamente accessibili.

La solidarietà non deve fermarsi ai confini nazionali. Nel più ampio contesto europeo, il lavoro di rete transnazionale è fondamentale. Alleanze come il Network Against Migrant Detention (NAMD) permettono di rendere visibili le diverse realtà dei vari Paesi, facilitano lo scambio di competenze nelle pratiche di solidarietà e consentono di organizzarsi oltre i confini. Di fronte a politiche europee di esclusione sempre più coordinate, tale cooperazione è indispensabile.

È necessario continuare a monitorare e a denunciare costantemente gli abusi, a nominare le ingiustizie e, soprattutto, a fare in modo che le persone colpite non siano lasciate sole.

  1. Lisa Huttenlocher è un’attivista e fa parte di un gruppo di contatto che si occupa della resistenza a livello europeo contro la detenzione delle persone migranti.
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